The Donald il terribile. Dai migranti al nucleare, le armi letali del 2019

Il pranzo che Donald Trump ha condiviso, a Santo Stefano, con i militari americani di stanza in Iraq ricorda il tacchino mangiato da Giorgio Bush con i soldati Usa nel giorno del Ringraziamento 2003: oggi come allora, volo segreto e massimo riserbo, perché, 15 anni dopo l’invasione, quella meta resta insicura per un presidente Usa. La differenza è che, allora, il premier iracheno Nuri al-Maliki, neppure avvertito della visita, fece buon viso a cattivo gioco. Questa volta, invece, il premier Adel Abdul Mahdi, avvertito – pare – appena due ore prima dell’atterraggio dell’AirForce One sulla base di al-Asad, s’è rifiutato d’incontrare l’ospite che la fa da padrone.

Per Trump, che era accompagnato dalla first lady Melania, è stata la prima visita a truppe in un’area di conflitto ed è stata l’occasione per difendere alcune scelte controverse della sua Amministrazione in politica estera, maturate nell’ultimo scorcio di questo 2018.

Dopo la sconfitta, l’iper-attivismo

La misura della sconfitta del presidente e dei repubblicani nelle elezioni di midterm, il 6 novembre, è stata chiara solo a conteggi ultimati: quello che a caldo pareva un pareggio s’è rivelato una batosta. Alla Camera, i democratici hanno conquistato 40 seggi ai repubblicani; nel voto popolare, con quasi nove milioni di suffragi in più, hanno avuto la vittoria più netta mai registrata. Il risultato ha innescato una nuova fase di attivismo decisionista del magnate presidente, che è però andato a sbattere contro un doppio muro: quello anti-migranti che lui vuole costruire al confine con il Messico; e quello del Congresso, che non gli dà i soldi per farlo.

Risultato, lo shutdown, cioè la serrata dei servizi non essenziali dell’Amministrazione federale: un regalo di Natale avvelenato ai cittadini, anche se Trump su Twitter fa spallucce, “tanto – dice – a non prendere lo stipendio sono soprattutto elettori democratici”, perché, secondo un sondaggio, il 44% dei dipendenti federali vota democratico, il 40% repubblicano.

L’addio al Medio Oriente e gli accordi nucleari

Nella scia del midterm, Trump, che in corso d’anno aveva già denunciato l’accordo sul nucleare con l’Iran, nonostante l’avviso contrario dei suoi alleati e dei suoi generali, ha annunciato l’intenzione di uscire dal patto con la Russia sugli Inf, gli euromissili, di ritirare tutte le truppe di stanza in Siria e di dimezzare quelle di stanza in Afghanistan. Tutti passi decisi informando, ma non consultando, staff, alleati e interlocutori. Il principio di fondo “gli Usa non vogliono essere i poliziotti del Mondo” attuato con decisioni unilaterali rischia d’essere destabilizzante e controproducente. Risultati: le dimissioni del segretario alla Difesa, generale James Mattis, dopo quelle del capo staff alla Casa Bianca John Kelly; le riserve degli europei; l’invito del presidente russo Vladimir Putin a non sottovalutare il rischio di un conflitto nucleare (corredato dal test di una nuova arma nucleare a “planata ipersonica” Avangard).

Russia, Cina, Corea, i vertici bufala

Il 2018 è stato l’anno dei “Vertici bufala”: storico quello a Singapore il 12 giugno con il dittatore nordcoreano Kim Jong-un, dopo il quale non è successo assolutamente nulla: Kim ha incassato una legittimazione internazionale, Trump qualche promessa; la Corea non è meno armata di prima, ma è meno querula. Quello di Helsinki con Putin il 16 luglio è stato infruttuoso. Quello col presidente cinese Xi Jinping è stato paradossale: i due, incontratisi a Buenos Aires il 1° dicembre, dopo il G20, hanno dichiarato una tregua nella “guerra dei dazi” tra Usa e Cina, di fatto subito compromessa dall’arresto in Canada di Meng Wanzhou una boss del colosso informatico Huawei, figlia del fondatore dell’azienda, presa a Vancouver perché avrebbe violato le sanzioni americane all’Iran.

Migranti: il muro ne bambini morti

I migranti sono il rifugio di Trump, che va a parare lì quando si sente alle strette. Ma anche lì non tutto fila liscio: la carovana di richiedenti asilo dall’America centrale è stata il tema della campagna elettorale, ma la separazione dei minori dai genitori all’entrata nell’Unione, con la morte in detenzione di almeno due bambini, e l’attuazione del “muslim ban” restano fortemente controverse. Il presidente parla di “disperato bisogno di sicurezza e del muro”, per “impedire che la droga e membri di gang criminali entrino nel nostro Paese”, ma gli americani appaiono scettici.

Russiagate, il pericolo è il suo mestiere

Esposto dalle defezioni di avvocati e collaboratori, Trump rafforza le difese anti-Russiagate: caccia il segretario alla Giustizia Jeff Sessions, dopo essere riuscito a blindare la Corte Suprema con il giudice Brett Kavanaugh. Ma il procuratore speciale Robert Mueller potrà giocare le sue carte nel 2019, quando la Camera, democratica, potrebbe fargli da sponda nel portare all’impeachment l’inchiesta sui magheggi russi di Usa 2016.

Al prossimo coro razzista, i tifosi sani se ne devono andare

Ora che c’è scappato il morto, tutti si stracciano le vesti. E i buu e gli insulti razzisti rivolti dalla curva dell’Inter contro il difensore del Napoli, Kalidou Koulibaly, suscitano uno sdegno che senza il cadavere fuori dallo stadio sarebbe stato verosimilmente dimezzato. Sì, perché alla faccia delle leggi, per chi ogni domenica assiste al rito laico della partita di pallone la variabile razzismo è semplicemente un accidente. Un qualcosa che si ripete da anni con costanza impressionante. Un disgustoso accadimento che guadagna qualche titolo in tv o sui giornali, ma che poi viene dimenticato.

Così, nel 2005 a essere preso di mira dai tifosi è Marco André Zoro, terzino del Messina, che sbotta e butta con le mani la palla fuori campo. Nel 2010 gli insulti vengono invece rivolti a Samuel Eto’o che reagisce rivolgendosi alla curva mimando le movenze di una scimmia. Poi tocca a Kevin Prince Boateng che durante un’amichevole saluta e se ne va.

L’elenco è però cento volte più lungo. E anche se oggi a volte segue la squalifica della curva o la partita a porte chiuse (l’Inter giocherà per due giornate senza pubblico), il fenomeno viene di fatto considerato come un corollario spiacevole, ma quasi inevitabile, di uno spettacolo non privo di gravi effetti collaterali: gli scontri e i morti tra gli ultras, la delinquenza sugli spalti, gli incontri che ciclicamente si scoprono truccati.

Sarebbe però sbagliato pensare che tutto questo accada perché il football è un mondo a parte. È vero anzi il contrario. Il Parlamento che ha approvato leggi per rendere civili gli stadi, non si è mai fatto problemi ad assolvere chi in Parlamento tiene comportamenti da stadio. Ne sa qualcosa l’ex ministra Cecile Kyenge, che nel 2013 fu paragonata a “un orango” dall’ex vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli. Allora, quando si trattò di concedere l’autorizzazione a procedere per diffamazione aggravata dalla discriminazione razziale, Palazzo Madama decise di avallare il processo solo per la diffamazione semplice. Il no all’aggravante fu invece votato a larga maggioranza, con la quasi totalità del Pd che schierò assieme a Forza Italia. Una scelta così motivata dal dem Claudio Moscardelli: “Le accuse relative alle incitazioni all’odio razziale risultano infondate, atteso il contesto politico nel quale le frasi in questione sono state pronunciate e attesa anche la configurazione del movimento della Lega, nel cui ambito operano diverse persone di colore”. Una tesi surreale, poi demolita dalla Corte costituzionale, ma che ora potrebbe essere fatta propria dall’Inter nell’eventuale ricorso contro la squalifica. In fondo (potrebbero sostenere gli avvocati) gli insulti a Koulibaly erano indirizzati contro la prestazione sportiva e sia tra i nerazzurri che tra i loro tifosi non mancano persone di colore. Anche perché per fatti del genere in Italia la giustizia sportiva spesso assolve.

È accaduto, per esempio, all’ex presidente della Figc, Carlo Tavecchio, quando disse “noi (in Italia) diciamo che Opti Pobà venuto qua, che prima mangiava le banane e adesso gioca titolare. In Inghilterra deve prima dimostrare il suo curriculum e pedigree (l’albero genealogico degli animali, ndr)”. Allora i giornali parlarono di gaffe. I dirigenti fecero spallucce, i giudici archiviarono e a squalificare Tavecchio fu la Uefa. Rendendo chiaro che il pesce italiano puzza, sì, ma dalla testa. E che se si vuole dire no al razzismo possiamo sperare solo nei tanti tifosi perbene. Al prossimo coro contro un giocatore di colore a lasciar sole le squadre dovrebbero essere loro.

Il senso del Pd per il teatro (e la sconfitta)

Dai popcorn alla caciara. Il 2018 del Pd si può sintetizzare anche così. In principio, dopo il disastro del 4 marzo, la Diversamente Lince di Rignano ha varato la “Strategia dei Popcorn”: starsene ai margini e guardare con giubilo Lega e 5 Stelle mentre portano allo sfascio il (nostro) Paese. Strategia tanto nobile moralmente quando geniale politicamente: infatti, dopo sette mesi di governo, il Salvimaio (nonostante tutti i suoi errori) piace ancora a sei elettori su dieci, mentre il Pd non risale nei sondaggi neanche se prega.

Poi è stata la volta del “Buttiamola in caciara”: alla Camera, al Senato, sui social. Ovunque. Essendo saturo della peggior classe dirigente di sempre, ed essendo al contempo disabituato ontologicamente all’opposizione (che il centrosinistra quasi mai ha fatto dal 1994 a oggi), il Pd non riesce ora a far altro se non rifugiarsi nella cagnara continua. Paiono (quasi) tutti bambini irrisolti che fanno le bizze all’asilo. È come se il Pd fosse intriso, nonché pervaso, da un inutilissimo senso per la teatralità parlamentare: un costante esasperare i toni per mascherare, con forma sgangherata, la spaventosissima assenza di contenuti. Se il Nulla incontrasse il Pd attuale, si sentirebbe per contrasto oltremodo opulento.

Le gesta del Pd, nei due rami del Parlamento, sono un inno cacofonico alla mestizia. La Malpezzi che quasi si mena con una collega grillina. Morani & Rotta che sbraitano a prescindere, come che fossero esse stesse vittime del loro cliché basso-renziano. L’inutilmente attivissimo Marattin, che ad ogni intervento in Parlamento o tivù spera che qualcuno lo noti e renda virale, con quella sua buffa convinzione recondita d’esser davvero un economista (e perfino un po’ arguto). Renzi, circondato da pretoriani di terza fila, che cita tronfio Lincoln (e nel farlo sembra Povia che propone un duetto a Tom Waits). La Boschi che dal suo scranno difende i truffati, e già così è Leggenda. Il Duo Nobili & Marcucci che, con la loro iperattività rancorosa, porta altre vagonate di voti al Salvimaio, perché se l’opposizione sono loro allora persino un rododendro stitico in confronto è Churchill. I cartelli di Faraone, i coretti “onestà”: il loro stratega dev’essere come minimo Scaramacai.

E poi le (giustissime) accuse al governo di avere esautorato il Parlamento sulla Legge di Bilancio, solo che il Pd ha fatto per anni lo stesso e a volte persino peggio. E le avvincenti intemerate sui social, ora sulla Nutella di Salvini (e sticazzi?) e ora sul finto chitarrista Conte (ovviamente la foto era falsa). Un parossismo di insipienza politica distillata a freddo, condita da comicità involontaria tipo il ticket (?) Giachetti-Ascani col loro video in stile “prigionieri dell’Isis”, oppure il mitologico Fiano che accusa Conte di avergli detto “Ti aspetto fuori” (sì, è successo sul serio).

Nei ritagli di tempo, il Pd non manca poi di spendersi – con Lega e Forza Italia – per salvare gli amici dal processo, ad esempio la senatrice Bonfrisco, che sarebbe della Lega e dunque (secondo il Pd) fascista e razzista, però in certi casi è meglio turarsi il naso e bere in compagnia l’amaro olio di ricino. Sono passati mesi e ancor più disastri, ma il Pd è sempre lì. Straparla di concetti che neanche capisce appieno, come “presentismo” e “direttismo”. Esagera, e talora inventa, i difetti altrui. Accusa il governo di “incompetenza” (che detto da loro fa molto ridere) e “dittatura” (daje). E spera che la maggioranza degli elettori creda ancora allo stantio ”O noi l’apocalisse”. Uno spettacolo immutabilmente desolante. Il Pd continua a sbagliare tutto e neanche se ne accorge, con questo senso mesto per la teatralità e la caciara. Ci tengono proprio tanto a intestarsi tutti i meriti della peggiore opposizione di sempre. E ci riescono.

Tav, i conti separati dalle opinioni

In un intervento sull’Huffington Post, l’ex procuratore di Torino Gian Carlo Caselli ha contestato la commissione tecnica del ministero dei Trasporti incaricata dell’analisi costi-benefici sul Tav Torino-Lione, perché non avrebbe “i requisiti di terzietà e obiettività che per definizione devono caratterizzare ogni analisi che voglia esprimere valutazioni corrette e affidabili”. Tra le accuse dirette all’economista Marco Ponti, che di quella commissione è presidente, c’è la seguente: “Senza neppure l’ombra di una procedura concorsuale, è stato il capo a designare personalmente ben 5 su 6 componenti della commissione, tutti soggetti che già avevano manifestato opinioni contrarie all’opera. Oltre a essere parte, a vario titolo, di un network riconducibile al ‘capo’ e a interessi ben poco conciliabili con quelli del Tav”.

 

Spiace molto che Gian Carlo Caselli, figura per tutta la sua vita di magistrato così attento alla verità, anche assumendosi rischi personali estremi, abbia improvvisamente preso per buone le notizie di una serrata campagna di stampa contro l’attuale operazione di valutazione socioeconomica di progetti pubblici molto costosi e molto controversi.

Iniziamo dalla formazione del gruppo dei valutatori: non sono affatto stati scelti direttamente dal responsabile, che certo ne ha suggerito alcuni nomi in base a curricula controllabili. Non tutti i nomi suggeriti sono stati accettati dal ministero dei Trasporti e uno degli esperti non era tra i suggeriti.

È poi falso che la maggior parte abbiano cointeressenze economiche con la società di consulenza di cui lo scrivente è socio di minoranza e presidente (Bridges Research), ma senza alcuna delega: soltanto uno è un suo diretto collaboratore in tale società e un altro è addirittura un concorrente.

Certo che sarebbe stato meglio fare un concorso internazionale per selezionare i valutatori, chi scrive lo ha sempre sostenuto. Ma questo avrebbe richiesto verosimilmente tempi molto lunghi tra gara e svolgimento delle analisi, e costi molto maggiori (le retribuzioni del ministero sono assai modesta per gli standard internazionali, e il responsabile non è retribuito).

La politica ha i suoi tempi, e tra l’altro alcune opere sono state inspiegabilmente accelerate dal governo uscente, quello guidato da Paolo Gentiloni, senza alcuna valutazione. Una fretta certo non opportuna, che sembra molto orientata a rendere irreversibili decisioni di spesa molto controverse. Ogni mese che passa queste opere saranno meno reversibili, e, nel caso risultassero uno spreco di denari pubblici, genererebbero un danno rilevante al benessere collettivo, dati gli enormi costi in gioco.

La cosa più straordinaria è l’asimmetria tra quanta neutralità si pretenda oggi e quanta se ne sia pretesa dai governi precedenti: in particolare il ministro dei Trasporti precedente, Graziano Delrio, ha deciso opere per 132 miliardi di euro con pochissime analisi economico-finanziarie (e quelle pochissime esistenti risultano molto datate, e alcune eseguite dai costruttori stessi, senza che gli organi di stampa oggi così attenti sollevassero obiezioni), facendosi certo supportare da tecnici di grande valore, ma non in alcun modo rappresentativi di tendenze opposte.

E veniamo alle posizioni preconcette attribuite alla squadra dei valutatori. Gian Carlo Caselli, inspiegabilmente, trova inaccettabile che un tecnico (lo scrivente in una intervista aveva usato l’esempio di un medico) giudichi dai dati come negativa (o eventualmente positiva) una situazione di propria competenza e, da studioso, renda pubblica tale valutazione in ogni sede. Rispondiamo a Caselli che stiamo lavorando solo ed esclusivamente sulla scorta di dati e numeri, perché i numeri, come i fatti, hanno la testa dura. E che, nel rifare i conti, stiamo approcciando il dossier Tav Torino-Lione come sempre col massimo rigore, la dovuta “neutralità” scientifica e quel senso di responsabilità che la situazione finanziaria del nostro Stato e i bisogni sociali del Paese richiedono.

Lo abbiamo sempre detto: l’analisi costi-benefici non è certo la Bibbia e non deresponsabilizza la politica, ma conferisce trasparenza alla decisione della politica stessa, rende più avveduto il dibattito pubblico e toglie spazio all’“arbitrio del Principe”.

Mail box

 

Con queste opposizioni il governo avrà vita lunga

Desidero sottolineare l’eccezionalità degli eventi di sabato in Senato. Le opposizioni si sono rese protagoniste di una feroce lotta di classe contro i poveri, i lavoratori e i pensionati non abbienti. Le forze politiche della borghesia filo-globalizzazione hanno mostrato di quale natura cinica e disumana è la loro pratica parlamentare, caratteristica che accomuna sia la destra berlusconiana sia la defunta sinistra del Partito democratico e di Liberi e Uguali. Non meraviglia che persino la Chiesa cattolica sia ormai all’opposizione per difendere i propri privilegi, come i veri conservatori. Finché gli avversari del governo gialloverde saranno questi, possono davvero stare sereni.

Vincenzo Magi

 

I sindacati non lottano più e parteggiano per la Fornero

Sono ormai sette anni che mi domando perché mai i sindacati, all’indomani della riforma della Fornero sulle pensioni, non chiamò noi lavoratori a intraprendere qualche forma di mobilitazione, ad esempio scendendo in piazza. Ricordo che quella riforma gettò nello sconforto e nella disperazione milioni di italiani tra quelli oramai prossimi alla pensione e gli esodati a forza. Nel giro di una notte, quella del 31 dicembre 2011, vennero mortificate le speranze, le attese e i progetti di lavoratori che avevano già programmato un sereno futuro dopo una intera vita lavorativa. Ebbene, finalmente oggi a distanza di sette anni ottengo quella risposta. Perché le sigle Cgil, Cisl e Uil hanno annunciato unitariamente una mobilitazione contro la legge di Stabilità del governo Conte, quindi contro anche uno dei due provvedimenti simbolo della legge stessa e cioè quota 100 che costituisce solo l’inizio del totale superamento di quella sciagurata riforma pensionistica, riconoscono finalmente in modo ufficiale che sulla legge Fornero erano semplicemente d’accordo. Nessuno scandalo. L’importante è fare chiarezza. Anche perché poi risulta egualmente chiaro il motivo del continuo calo degli iscritti.

Enzo Ciciliani

 

Il conflitto d’interessi è nemico della democrazia

Chiusa la vicenda della manovra di Bilancio, e credo ci siano parecchie persone da molte parti diverse che dovrebbero davvero vergognarsi, penso sia giusto cominciare a discutere sul vero problema in Italia e in Europa: il conflitto d’interessi. Deve diventare una priorità. Gli Stati di diritto nacquero dalla Rivoluzione francese quando ai tre grandi poteri dell’ancien régime – clero, nobiltà e popolo – si sostituirono i tre poteri che tengono in equilibrio la società: esecutivo, legislativo e giudiziario (vedasi Montesquieu). Questa ormai è storia. In quell’atmosfera, mosse i primi passi anche un quarto potere: la libera stampa. Anche io credo in questi valori come chiunque si definisca democratico, ma dobbiamo affrontare la questione sollevata da Montesquieu con strumenti moderni, è necessario accettare che la sua idea di mercante era molto differente dalla nostra. Oggi gli hedge fund hanno tanto denaro quanto ne possiede una potenza industriale, mentre giganti della finanza, che devono la loro fortuna a nient’altro se non cavilli e risibili trucchi, si permettono di parlare, a torto o a ragione, di ciò che ha fatto, fa o non farà l’Italia. Penso sia tempo di cominciare a considerare i mercanti – non i mercati, i mercanti – come un vero e proprio quinto potere e, di conseguenza, porlo in equilibrio agli altri regolandolo adeguatamente, e una legge sul conflitto d’interessi è solo il primo passo, altrimenti non ci aspetta che l’arrivo di un nuovo assolutismo: quello finanziario

Lettera firmata

 

Il fallimento dello Stato si vede dai suicidi in carcere

Nel corso dell’anno che sta per chiudersi sono stati 65 i suicidi in carcere. In pratica più di un suicidio ogni settimana. Altro che rieducazione di chi ha commesso un errore o un reato. Si tratta di un fallimento dello Stato.

Gabriele Salini

 

Con un ministro xenofobo si aizzano i più violenti

Una partita di calcio diventa ancora teatro di violenza, razzismo, di una morte. Prima i vergonosi “buuuh”, ululati da sedicenti tifosi all’indirizzo del calciatore del Napoli Koulibaly. Cori razzisti hanno fatto da corollario agli scontri avvenuti tra opposte tifoserie fuori dallo stadio Meazza, dove un tifoso è morto e ci sono stati dei feriti. Purtroppo non possiamo meravigliarcene perché l’intolleranza, il razzismo e addirittura l’odio verso “l’altro”, il “diverso” hanno ormai radici profonde e sono profusi a piene mani da coloro che dovrebbero prevenirli. L’attuale storytelling governativo fatti di porti da chiudere, persone da respingere, criminalizzazione di chi aiuta il più debole, ha fatto diventare la parola “bontà”, che una era volta sinonimo di elevatezza morale, una parolaccia adoperata a mo’ d’insulto.
È vero che dentro e fuori gli stadi certi episodi sono, purtroppo, accaduti anche in precedenza, ma almeno prima erano tutti concordi, almeno a parole, a condannare violenza e razzismo, adesso non é più così. Quando “la bestia” viene liberata azzanna ovunque le capiti l’occasione. Fermiamola, se siamo ancora in tempo!

Mauro Chiostri

Primarie dem. La bizzarria di elezioni “aperte” per scegliere un segretario

 

Gli elettoridi Zingaretti vorrebbero far votare alle primarie solo gli iscritti al Pd, o voteranno ancora tanti elettori di Forza Italia per la soddisfazione del candidato del Pd che vincerà, e di Berlusconi che cerca di avere in tutti i partiti persone a lui non troppo ostili. Partecipare alle primarie di altri si può fare?

Sandro Regis

Caro Regis, non so se “gli elettori di Zingaretti” (tutti?) vogliano davvero far votare alle primarie solo gli iscritti al Pd, ma la domanda finale che lei pone è interessante perché illumina uno degli aspetti più complessi della scelta statutaria fatta dal Pd al momento della fondazione. In genere, infatti, l’elezione del capo di un partito è riservata agli iscritti: o si fa un congresso coi delegati eletti a livello territoriale (com’è stato per l’elezione di Annegret Kramp-Karrenbauer a capo della Cdu) o si passa dal voto diretto degli iscritti con primarie cosiddette “chiuse” (com’è il caso di quel che resta del Partito socialista francese, che a marzo ha eletto Olivier Faure). Le primarie “aperte”, a cui cioè può partecipare chiunque abbia i requisiti indicati dal partito, al contrario sono per lo più adottate in varie parti del mondo per scegliere il candidato a una carica pubblica: è il caso della maggior parte degli Stati Usa durante le primarie per le Presidenziali. L’idea è che la leadership del partito, l’elaborazione e la realizzazione della sua politica, riguardi chi sceglie di militare in quel partito, mentre la candidatura a una carica deve unire la più vasta area degli elettori e dei simpatizzanti: ovviamente questo comporta una certa “tensione” tra le due figure che è componibile solo nei sistemi in cui il partito è in sostanza un comitato elettorale (Usa in primis). Il Pd scelse al momento della fondazione di affidare l’elezione del suo segretario a un sistema in due fasi: il congresso degli iscritti e poi “primarie aperte” tra i primi tre classificati a patto che abbiano superato il 15%. Da Statuto, com’è ovvio, visto il meccanismo di elezione, il segretario dovrebbe essere pure il candidato premier: a questa regola si è già derogato e ora, in un sistema proporzionale, rischia di essere insensata. E, dunque, votare “alle primarie di altri (in questo caso del Pd, ndr) si può fare?”. Ovviamente non si tratta di una scelta eticamente commendevole, ma le primarie aperte, per definizione, sono esposte al rischio di infiltrazione di gruppi organizzati “esterni” attivati da questo o quel candidato, che siano berlusconiani o cittadini stranieri pagati per votare. Se lo si ritiene inaccettabile, basta cambiare le regole.

Marco Palombi

Gli Ncc in piazza: manichino di Di Maio incendiato a Roma

Si surriscaldala protesta dei lavoratori Ncc contro il decreto ad hoc approvato in Consiglio dei ministri il 22 dicembre che ne limita il raggio d’azione e non sblocca il rilascio di nuove autorizzazioni. Se nella manifestazione a Fiumicino gli autisti si sono limitati a sfilare – scortati dalle macchine della polizia – suonando il clacson a tutto forza, era più caldo il fronte del sit-in in piazza della Repubblica. I conducenti hanno dato alle fiamme un manichino con le fattezze del ministro del Lavoro Luigi Di Maio che ha appeso al collo il cartello con la scritta “schiavo dei tassisti”. E per poco una bandiera tricolore faceva la stessa fine. Sono dovuti intervenire gli agenti in tenuta antisommossa per allontanare i manifestanti e spegnere due falò accesi dopo il rogo del manichino. Alcuni rappresentanti del settore hanno consegnato al Quirinale le carte che documenterebbero profili di inconstituzionalità nella norma che impedisce ai conducenti Ncc di operare fuori dalla provincia e li obbliga a tornare alla rimesse se non hanno il foglio delle prenotazioni già compilato. E su Whatsapp gira un vocale rivolto ai “rivali” tassisti: “Vi sfasciamo le macchine”.

Banca Carige precipita in Borsa: -18,7%. La corsa disperata per evitare la fine

È andata come doveva andare. Per Carige c’era ben poco da aspettarsi dalla Borsa alla riapertura dopo l’ennesima burrasca scatenata dal primo azionista, la famiglia Malacalza che lo scorso 22 dicembre ha fatto saltare l’aumento di capitale da 400 milioni necessario alla messa in sicurezza della banca ligure. L’avvio senza segnare prezzo, l’asta e, infine, la chiusura con un tonfo del 18,7%. Ma la Borsa ormai non fa più testo. Quando il titolo vale 1,3 millesimi di euro e l’intera banca con quasi 2 miliardi di capitale vale 71 milioni allora parlare di valore di mercato ha ben poco senso. Per il mercato Carige non c’è più. Nessuno poteva pensare che dopo la sciagurata epopea di Berneschi, Carige si inabissasse così violentemente.

Non certo Vittorio Malacalza entrato con il 10% del capitale a marzo del 2015 e poi salito al 27% divenendo il primo azionista privato. Una conquista amarissima con 400 milioni investiti per ritrovarsene meno di 20 milioni. Un bagno di sangue che spiega la riottosità della famiglia ligure a impegnare nuove risorse: se non aderiscono alla richiesta di nuovi capitali porteranno a casa la gigantesca perdita; se invece mettono ancora quattrini rischiano di perderli. In fondo già l’ultimo aumento di capitale di solo un anno fa da 500 milioni è già andato in fumo. Così come gli aumenti da 800 milioni sia del 2014 che del 2015 si sono evaporati sulle braci delle continue perdite. Tra il 2013 e il 2014 Carige ha cumulato buchi di bilanci per oltre 2,3 miliardi. Era il dazio da pagare ai crediti marci nascosti nei bilanci per anni dalla gestione Berneschi. Ma quella pulizia non è mai stata fatta del tutto. Tra il 2015 e il 2017 la banca ha bruciato altri 800 milioni sempre per le continue svalutazioni delle sofferenze. E la Banca centrale europea nell’ultima ispezione ha rilevato ulteriori svalutazioni da fare.

Carige sembra un pozzo senza fondo. Nonostante i continui cambi di amministratori delegati e tutte le svalutazioni già fatte, tuttora i crediti malati netti ammontano a 2,3 miliardi su 17,5 miliardi di impieghi, ben il 13% il doppio della media del sistema. Non solo ma la parabola discendente della banca ha fatto fuggire clientela, raccolta e ricavi. I ricavi sono scesi nell’ultimo anno del 7%; la raccolta crollata del 12%; gli impieghi tenuti a freno con un -8,5%. Carige ha, inoltre, un rapporto tra costi e ricavi del 90%. Bastano poche rettifiche sulle sofferenze per mandare automaticamente in rosso i conti.

Nei primi 9 mesi di quest’anno le perdite nette sono state di 189 milioni. Di fatto sta in piedi grazie al sostegno delle altre banche. Il bond subordinato, con rendimenti stellari in virtù del rating tripla C, da 320 milioni è stato comprato dal Fondo Interbancario, cioè dal sistema bancario. Con la promessa, naufragata venerdi scorso di un rimborso a breve grazie all’aumento di capitale sabotato dal primo azionista. Quel bond che doveva essere una soluzione tampone rischia di imbrigliare l’intero sistema bancario nel dramma Carige. Senza aumento, il bond può essere convertito in azioni e Carige avrebbe come nuovo padrone il Fondo interbancario. Ma non è il suo ruolo. Altre possibilità sono che qualcuno si compri Carige. Oppure che lo stesso Malacalza lanci un’Opa per comprarsi lui tutta la banca. In fondo con 70 milioni si porta a casa un gruppo con 500 sportelli e oltre 4mila dipendenti. Pare un prezzo di assoluto saldo, ma tutti sanno che hai preso un istituto da risanare completamente. Senza sottovalutare il rischio del commissariamento. Intanto, ieri, si sono recati a Francoforte per un confronto con la Bce il presidente Modiano, l’ad Innocenzi e Malacalza. Dovranno trovare una soluzione. E presto.

Iva, inchiesta della Procura sulle transazioni di Booking

Booking e il mancato pagamento dell’Iva nei contratti di affitto di breve durata. La Procura di Genova ha aperto un fascicolo, il primo in Italia.

Finora non ci sono indagati, ma l’indagine del pm Francesco Pinto potrebbe avere effetti enormi: parliamo, secondo Federalberghi, di un mercato da 30 miliardi di euro l’anno che genera tasse non pagate che ammonterebbero a 3,6 miliardi.

Da settimane, in Liguria, la Guardia di finanza ha cominciato a compiere accertamenti su centinaia di immobili – stanze e appartamenti – prenotabili attraverso Booking. Parliamo di una società che gestisce prenotazioni per oltre 29 milioni di alberghi e immobili, con 143.172 destinazioni in 230 Paesi. Ogni giorno Booking gestisce oltre un milione e mezzo di pernottamenti. Il colosso ha sede nei Paesi Bassi, dove notoriamente il regime fiscale per le grandi società è particolarmente favorevole. E qui è scoppiato il bubbone.

Già c’era stata la querelle sulla cedolare secca che lo Stato ha introdotto nel 2017 per gli affitti a breve termine (sotto i 30 giorni) degli immobili. In pratica, parliamo di centinaia di migliaia di famiglie che affittano appartamenti o camere. Il Fisco da anni sostiene che la ritenuta (21%) debba essere operata da chi esercita l’attività d’intermediazione immobiliare, anche attraverso la gestione di portali online (AirBnb e Homeaway, che hanno sede negli Stati Uniti, o Booking.com). I colossi del settore hanno da sempre respinto la pretesa dello Stato.

Ma c’è un altro nodo, oggetto appunto dell’inchiesta: l’Iva sulla transazione. Booking anche in questo caso si tira fuori. Sul sito è scritto: “Noi lavoriamo con un modello di agenzia: questo significa che tutte le prenotazioni sono considerate transazioni dirette tra la struttura e l’ospite. Di conseguenza, è importante che tu conosca leggi e tasse locali applicabili a queste transazioni… noi di Booking non applichiamo l’Iva ai nostri partner, ma calcoliamo la nostra commissione sull’importo totale che hai addebitato all’ospite… Se hai dubbi sull’Iva, consulta le autorità locali”.

In teoria, sostiene il Fisco, gli intermediari potrebbero essere sottoposti al pagamento di una sanzione pari al 20% dell’ammontare non trattenuto a titolo di ritenuta operando a titolo di sostituto d’imposta. Fin qui, però, non c’erano state inchieste, né sulla cedolare secca, né sull’Iva. Quella dei pm genovesi risulta essere la prima.

C’è però un altro elemento: chiedendo chiarimenti a centinaia di famiglie liguri, i finanzieri avrebbero appurato che in alcuni casi chi affittava gli immobili non aveva avuto contatti con Booking. Di qui un possibile nuovo filone di inchiesta per capire chi abbia fornito gli elenchi dei privati che affittano le stanze e si sono registrati presso le pubbliche amministrazioni.

Ora il governatore Oliverio è indagato anche per corruzione

Doveva essere il giorno del Riesame per il governatore della Calabria, Mario Oliverio, da 10 giorni sottoposto all’obbligo di dimora per abuso d’ufficio nell’ambito dell’inchiesta “Lande desolate”. E invece è stato il giorno di un nuovo avviso di garanzia per corruzione. La Dda, diretta dal procuratore Nicola Gratteri, lo ha notificato al politico calabrese a margine dell’udienza davanti al Tribunale della Libertà. Secondo la Procura, il presidente della Regione Calabria avrebbe concesso all’imprenditore Giorgio Barbieri, anch’egli arrestato, un finanziamento non dovuto nell’ambito dell’appalto della sciovia di Lorica in cambio del rallentamento dei lavori di Piazza Bilotti a Cosenza. Una richiesta dietro la quale si nasconderebbero motivi politici. D’altronde, già il gip nell’ordinanza di arresto aveva definito quello tra Barbieri e Oliverio un “rapporto di scambio” che “appare riduttivo definire clientelare, potendo ben sconfinare nel terreno della corruzione”. Uscendo dal Tribunale, gli avvocati di Oliverio hanno dichiarato: “Gli indizi a carico del nostro assistito sono davvero effimeri, se ve ne sono. Siamo fiduciosi che il nostro ricorso sarà accolto”.