“A casa Vassallo una strana visita dei carabinieri”

Una misteriosa visita dei carabinieri a casa Vassallo, di cui i pm erano all’oscuro, nei giorni immediatamente successivi all’omicidio. Una perquisizione compiuta senza consegnare un verbale. Lo studio privato del sindaco di Pollica (Salerno) messo sottosopra mentre nessuno dei familiari era presente. Il dubbio che sia scomparso qualcosa dai tiretti o dagli archivi.

Riparte da qui, dalle informazioni contenute in due nuove testimonianze del fratello e del figlio, l’indagine della Procura di Salerno sull’omicidio di Angelo Vassallo, avvenuto il 5 settembre 2010. Riparte dall’ennesimo enigma di una inchiesta che da otto anni si attorciglia su se stessa senza approdare a nulla. Al momento, l’unico indagato per concorso in omicidio con l’aggravante camorristica è un carabiniere del nucleo investigativo di Castello di Cisterna (Napoli), Lazzaro Cioffi, che ha lasciato l’Arma dopo essere finito in carcere, ma per altre accuse di traffico di droga e di collusioni con il clan camorristico di Caivano, mosse dalla Procura antimafia di Napoli. Nelle scorse settimane, riferisce il Mattino, la Procura di Salerno gli ha sequestrato la corrispondenza dal carcere per analizzarla. Cioffi però lavorava in un reparto anche geograficamente lontano dal Cilento, e non competente su quel territorio, anche se un testimone lo collocherebbe de relato a Pollica nei giorni del delitto (non ci sono però al momento riscontri). Mentre i familiari di Vassallo ritengono – ma vanno a memoria – che gli uomini in borghese qualificatisi come carabinieri a casa loro provenissero da Vallo della Lucania.

Secondo i ricordi di Antonio Vassallo, che dice di averlo appreso dalla sorella, pochissimi giorni dopo l’assassinio del padre alcuni carabinieri in abiti civili entrarono in casa del sindaco di Pollica e frugarono nei faldoni, nei cassetti, nell’armadietto dello studio. Cercavano documenti. Lo studio si trova al piano di sopra dell’abitazione e la figlia di Vassallo preferì non salire quei gradini, e lasciò i carabinieri soli e senza occhi addosso. Di quella visita, o perquisizione, o chissà, non c’è un verbale agli atti dei pm. Né risulta che i militari avessero esibito una delega della Procura di Vallo della Lucania, che nei primi giorni fu titolare del fascicolo prima che venisse trasferito alla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Salerno. Qualche tempo dopo, ai familiari vennero restituiti degli appunti a mano di Vassallo e altri effetti personali. Antonio Vassallo però non è in grado di stabilire se quegli appunti e quegli oggetti furono ritrovati nello studio o nell’automobile. E se tra i cimeli del papà custoditi a casa ci sia ancora l’agenda personale, di colore marrone, del 2010. L’ultima agenda, quella dell’anno del suo omicidio.

Il racconto è stato ricostruito unendo i pezzi di un interrogatorio di Dario Vassallo, il fratello del sindaco, coi verbali investigativi dell’avvocato Antonio Ingroia, che ora assiste i familiari Vassallo quale persona offesa. “Se fosse davvero così, come pare – commenta l’ex pm di Palermo della Trattativa Stato-mafia – non mi è mai capitato nella mia esperienza né di pm né di avvocato. È successo solo nei casi in cui strane ‘manine’ hanno fatto sparire documenti: rovistati i cassetti della redazione de L’Ora di Mauro De Mauro e spariti i suoi appunti, una strana perquisizione mai verbalizzata a casa di Peppino Impastato, spariti i diari di Dalla Chiesa dalla sua cassaforte in Prefettura, sparito un video “segreto” di Mauro Rostagno dalla redazione della sua tv, l’agenda rossa di Borsellino, per citarne solo alcuni”. Ma a Pollica siamo ancora nel campo delle ipotesi da riscontrare.

L’avvocato Ingroia, a metà dicembre, ha interrogato Antonio Vassallo e Gerardo Spira, l’82enne ex segretario comunale di Pollica, che conserva di Angelo Vassallo un ricordo denso di stima e di affetto e partecipa da anni alle iniziative della Fondazione intitolata al sindaco scomparso. Spira a novembre avrebbe raccolto da un consigliere comunale di un piccolo comune salernitano la memoria del suo ultimo colloquio con Vassallo. Avvenuto una decina di giorni prima della sua morte. Il consigliere comunale gli ha detto che quel colloquio lo lasciò molto impressionato, perché Vassallo, a suo dire, era molto preoccupato per una situazione di Acciaroli nella quale diceva che era coinvolto un personaggio locale.

L’indagine continua. Tra settembre e fine novembre il pm della Dda di Salerno, Leonardo Colamonici, ha sentito due volte Dario Vassallo. Tra le domande rivolte, ce ne sono state alcune su un’intervista dei primi di settembre a Repubblica-Napoli in cui ha dichiarato che ad ammazzare Angelo Vassallo “furono almeno in tre”.

“Frode sui servizi nel Cas di Prato”: gestore agli arresti

Ai migranti veniva dato da mangiare solo una volta al giorno invece delle tre che gli spettavano e capitava dovessero persino cucinarsi i pasti e suddividerseli da soli, le strutture d’accoglienza non venivano pulite e non c’ era il servizio lavanderia, così i richiedenti asilo dovevano recuperare le lenzuola dalla spazzatura per dormire. Di fronte a questi elementi raccolti durante l’indagine iniziata l’estate scorsa, sono scattati gli arresti domiciliari per la presidente del consorzio Astir Loretta Giuntoli e l’interdizione dalla professione per nove mesi per i rappresentanti legali di una cooperativa appartenente allo stesso consorzio, la Humanitas, Roberto Baldini e Alberto Pintus. Il gruppo si occupava della gestione di otto Centri di accoglienza straordinaria (Cas) per richiedenti asilo a Prato, Carmignano e Poggio a Caiano. Pintus si è autosospeso da vicepresidente della Caritas diocesana di Prato, decisione presa in attesa che la sua posizione venga chiarita. Giuntoli invece si dimette dal suo ruolo di presidente dell’Astir per concentrarsi sulla propria difesa. Tutti e tre sono accusati di frode in pubbliche forniture e a Giuntoli vengono contestate anche minacce agli ospiti del centro.

“È un omicidio con navi italiane” L’accusa del Nyt

Patate scagliate addosso ai soccorritori della Sea Watch invece di lanciare giubbotti e salvagente ai naufraghi che stavano annegando. E poi botte ai migranti riusciti a salire sulle motovedette per salvarsi la vita. Ecco i risultati dell’addestramento che l’Italia ha impartito ai libici per far fuori i migranti nel Mediterraneo. È un video pubblicato dal New York Times che parte da una delle più gravi tra le ultime stragi avvenute del Canale di Sicilia, con un commento intitolato: “‘È un omicidio’: come l’Europa esternalizza sofferenza mentre i migranti annegano”.

Era il 6 novembre 2017 e le operazioni in mare erano gestite dalla guardia costiera libica, in accordo con l’allora ministro dell’Interno, Marco Minniti. Il dettaglio non è secondario, lo stesso video mostra la cerimonia di consegna delle motovedette made in Italy ai partner nordafricani. Una delle imbarcazioni, la 648, la ritroviamo proprio al centro dell’azione dove, quel giorno, cinquanta africani vennero inghiottiti dal mare. Al tempo era consentito alle imbarcazioni di soccorso pattugliare lo specchio di mare a cavallo tra le zone Sar (Search and rescue, ricerca e soccorso) di competenza. Al tempo i porti italiani erano aperti, ma il comportamento dei militari libici già al limite della crudeltà. Il video e le foto scattate dal personale della Sea Watch mostrano scene durissime. Un migrante lasciato annegare senza alcun tentativo da parte dei libici di salvarlo: il corpo disperato annaspa per poi sparire sott’acqua, quando il salvagente viene lanciato è tardi. Botte, calci e pugni a uomini appena saliti a bordo delle motovedette, di una violenza ingiustificabile. Il New York Times va giù duro e nel commento, oltre a stigmatizzare attacca i governi italiani. Dalla prova delle motovedette vendute per far fare ad altri il lavoro sporco, al nuovo governo definito “di ultradestra” che “ha completato la strategia”. Matteo Salvini però non viene nominato. L’Italia, sottolinea il Nyt, ha delegato alle autorità della Tripolitania il pattugliamento delle coste e il recupero di qualsiasi imbarcazione diretta a nord. Nulla di nuovo, visto che la Spagna, guidata dal socialista Sanchez e impegnata sul fronte occidentale con un’ondata migratoria senza precedenti, usa il Marocco per “bonificare” il tratto di mare vicino allo stretto di Gibilterra da gommoni e carrette. Gli organismi europei da una parte stimolano il blocco delle migrazioni verso il continente, eppure dall’altra lo condannano. Per l’episodio del 6 novembre 2017, infatti, la Corte europea dei diritti umani stra trattando il ricorso presentato dall’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione) contro il respingimento collettivo. Sempre l’Asgi ha presentato due ricorsi analoghi per fatti del dicembre 2018 e gennaio 2018; infine altri due, uno sulla cessione delle motovedette e l’altro sull’implementazione dell’accordo Italia-Libia firmato da Minniti.

Altre scosse in Sicilia. Il governo dichiara lo stato di emergenza

La terra continua a tremare, centinaia di sfollati restano fuori casa e il governo si prepara a dichiarare lo stato di emergenza. Non si è ancora normalizzata la situazione nel Catanese, dopo l’eruzione dell’Etna e la scossa di magnitudo 4.8 nella notte tra il 25 e il 26 dicembre, che ha provocato 28 feriti (nessuno grave). Ieri mattina altri due piccoli terremoti (2.7 e 2.8) sono stati registrati dall’Ingv rispettivamente a Adrano e Biancavilla. “Scosse leggere, tutto prosegue normalmente”, ha tranquillizzato il sindaco di Biancavilla, Antonio Bonanno. E proseguono anche i lavori della Protezione civile e delle istituzioni, con anche i due vicepremier Di Maio e Salvini che si sono recati in Sicilia per un sopralluogo, promettendo la sospensione dei mutui e se servirà un decreto per velocizzare le procedure di ricostruzione. La Giunta regionale ha già deliberato lo stato di calamità nazionale, e oggi il Consiglio dei ministri dichiarerà lo stato d’emergenza. Il problema principale resta quello di garantire un alloggio agli sfollati: per ora circa 400 persone sono state accolte in albergo, altre hanno preferito dormire in macchina. Ci sono anche circa 1.800 richieste di sopralluogo per verificare la solidità delle abitazioni.

Ma Salvini: “Lui non voleva più protezione”

“Questo signore al quale va una preghiera, da oltre due anni e mezzo aveva chiesto di uscire dal sistema di protezione”, ha detto il ministro Salvini al termine del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, che si è svolto ieri mattina nella Prefettura di Pesaro. Si riferiva a Marcello Bruzzese, ucciso a colpi di pistola da due killer il pomeriggio di Natale in via Bovio, a Pesaro mentre rientrava in auto nel garage.

Che la vittima avesse fatto richiesta di uscire dal sistema di protezione, come confermato dalla vedova rimasta a vivere con i figli nella stessa casa presidiata giorno e notte da pattuglie dei carabinieri, non vuol dire che la procedura fosse stata definita, tant’è che continuava a godere della protezione dello Stato: il Viminale pagava l’affitto della casa, lui riceveva il sostentamento economico mentre il nucleo provinciale dei carabinieri di Pesaro svolgeva l’azione di tutela. A verificare sul rispetto dei comportamenti cui doveva sottostare, stabiliti dal programma, ci pensava il Nop di Ancona (ufficio regionale del Sistema di protezione centrale) che svolge anche una funzione di assistenza del collaboratore e dei suoi familiari. Fra queste sicuramente non vi era la libertà di scrivere il cognome sul campanello e sulla cassetta della posta. Toccherà alla Dda (Direzione distrettuale antimafia) di Ancona, titolare dell’inchiesta, stabilire cosa non ha funzionato. Intanto il presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra, ha annunciato che ai primi di gennaio saranno sentiti il sottosegretario all’Interno Luigi Gaetti e il direttore del Servizio centrale protezione, il generale Paolo Aceto. Mentre al ministro Salvini, che ieri mattina a Pesaro ha detto: “Per fortuna i dati ci dicono che le Marche e i marchigiani sono più forti di qualunque infiltrazione criminale”, risponde indirettamente il procuratore generale di Ancona, Sergio Sottani: “Non conosco i dati. Io so che la capacità che uno ha di risolvere i problemi si fonda sulla capacità di non ignorarli. Escludendo le infiltrazioni mafiose nei cantieri e negli appalti per la ricostruzione post sisma, che non riguardano il Pesarese e che richiederebbero l’istituzione di un centro distrettuale della direzione investigativa antimafia (Dia) ad Ancona, vi sono tre dati certi: il primo è il numero dei collaboratori presenti nella regione che richiede una struttura in grado di gestirli. Il secondo è il traffico della droga: le Marche hanno il maggiore numero di SerT (Servizio per le tossicodipendenze) a cui accedono prevalentemente minori. Il terzo è l’attività di riciclaggio che si sviluppa attraverso prestanomi della criminalità. Dunque, quando si parla di infiltrazioni mafiose, possiamo rispondere: le abbiamo già”, conclude Sottani con una battuta. Che le Marche non siano più da tempo un’isola felice lo dicono i numeri che già nel 2016 indicavano un incremento dell’usura del 74%, e delle estorsioni del 18% con sequestri della magistratura per 150 milioni di euro.

Il pentito chiese nuovi documenti per il fratello

“Sono privo di documenti di copertura. E così pure mio fratello Marcello e mia sorella Caterina”. Già nel 2011 il collaboratore di giustizia Girolamo Bruzzese aveva segnalato i problemi legati alla sua sicurezza e a quella dei suoi familiari che avevano deciso di seguirlo accettando il programma di protezione previsto per i parenti dei pentiti.

Il giorno di Natale gli è stato ucciso il fratello Marcello. Non sappiamo se la falla nel sistema di protezione sia collegata a questa sua “denuncia”, ma un fatto è certo: Mommo Bruzzese più di sette anni fa aveva lanciato l’allarme ai magistrati. Il Fatto ha contattato i protagonisti della vicenda per verificare l’esito di quel colloquio investigativo sostenuto dall’ex ‘ndranghetista il 12 aprile 2011 in via Giulia, a Roma, negli uffici della Dna, Direzione nazionale antimafia. Abbiamo chiesto al sottosegretario Luigi Gaetti se quei documenti furono mai consegnati alla famiglia di Bruzzese: “Non sono ancora in grado di rispondere a questa domanda. Domani (oggi, ndr) avrò tutto l’incartamento. Comunque i documenti di copertura sono una cosa, il cambio di generalità è un’altra ed è molto più complessa”.

Ritornando al colloquio investigativo, quel giorno davanti al pentito Bruzzese c’era Roberto Pennisi, uno dei magistrati più esperti delle cosche della Piana di Gioia Tauro. Il mese prima, il collaboratore aveva chiesto di essere sentito per fornire ai pm altre informazioni sugli affari del boss Teodoro Crea detto “u murcu”, e di suo figlio Domenico all’epoca latitante. Una volta raccontato tutto ciò che poteva essere utile alle indagini sulla cosca di Rizziconi, Mommo Bruzzese chiese di non chiudere il verbale perché aveva ancora qualcosa da dire. Il pentito aveva paura per l’incolumità dei suoi familiari. Alla Dna segnalò i problemi che stava riscontrando con il Servizio centrale. Ed è a questo punto del colloquio che Mommo si sfoga denunciando di essere costretto, anche nella località segreta, a utilizzare il suo “vero” nome: “Ho sottoscritto per accettazione la proposta di liquidazione rivoltami dalle competenti autorità che curano la mia protezione – sono state le sue parole – tuttavia debbo dire che nell’attuale periodo in cui ancora non si è definita tale procedura, io e la mia intera famiglia viviamo in condizioni di difficoltà perché sono privo di documenti di copertura. E così pure mio fratello Marcello e mia sorella Caterina e le rispettive famiglie”.

Quel verbale fu trasmesso dall’allora capo della Dna Piero Grasso alla Procura di Reggio. Sulle cosche della Piana di Gioia Tauro all’epoca indagava Michele Prestipino, oggi procuratore aggiunto di Roma. “Non ho memoria specifica di quell’episodio, – dice il magistrato – sia perché sono passati 7 anni sia perché capita molto spesso di ricevere segnalazioni di questo tipo”. Di una cosa è certo però Prestipino: “Per prassi segnaliamo sempre al Servizio centrale e sono certo che lo abbiamo fatto anche in quell’occasione”.

La Commissione sui programmi di protezione per collaboratori e testimoni di giustizia all’epoca era presieduta dal sottosegretario Alfredo Mantovano. E oggi il sottosegretario Gaetti potrà verificare come è stata gestita la pratica “Bruzzese”.

Quel colloquio investigativo, invece, lo ricorda bene il magistrato Pennisi secondo cui “sull’omicidio di Marcello Bruzzese non bisogna fare la caccia alle streghe. Ci sono condotte che possono sfuggire a qualunque attività di protezione”. Se è stato un omicidio di ‘ndrangheta lo stabiliranno le indagini. “Il tempo trascorso dalla collaborazione di Bruzzese all’omicidio del fratello, – conclude Pennisi – significa che c’è stata da parte della cosca una particolare protervia. Non è il tempo passato che può far venire meno il pericolo in cui versano i collaboratori e i loro familiari”.

La vedova Raciti incontra Salvini: “Nulla è cambiato”

“A 12 anni dalla morte di mio marito non è cambiato niente nel calcio.” Marisa Grasso, vedova dell’agente Filippo Raciti, non nasconde la sua amarezza dopo l’episodio di San Siro che ha causato l’ennesima vittima nel mondo del calcio. “È sempre tifoso contro tifoso, uniti contro lo sbirro, non è cambiato nulla. So quello che la mia famiglia ha pagato in questi anni per colpa della mano violenta del mondo sportivo: è un problema culturale non risolto”. Ieri la moglie del poliziotto che perse la vita nel 2007 a Catania negli scontri tra forze dell’ordine e ultras ha incontrato a Catania il ministro dell’Interno, Matteo Salvini. “Abbiamo parlato di tante di cose, anche di questo. Speriamo che la situazione possa cambiare. Lui è il ministro e mi ha promesso un impegno in più contro la violenza nel mondo del calcio”. “Ci vedremo di nuovo, anche per discutere di sicurezza dentro e fuori gli stadi”, il commento del leader leghista dopo l’incontro: il titolare del Viminale ha anche annunciato un prossimo incontro con i responsabili delle tifoserie di tutte le squadre di Serie A e B.

Mazzetti (Fsp): “C’è chi fa soldi a spese degli agenti”

“La mollezza di un sistema che non comporta alcuna seria conseguenza per chi viola la legge in occasione di incontri sportivi ha mostrato per l’ennesima volta le sue nefaste conseguenze. I drammatici eventi che si sono verificati per la partita Inter-Napoli, e che non rappresentano una novità, sono lo specchio di una delirante violenza mai sopita, tale da aver da tempo trasformato il mondo del calcio in un’enorme macchina che inghiotte i soldi dei contribuenti, mettendo sistematicamente in pericolo la vita e la sicurezza di tutti, provocando ogni volta feriti quando non morti fra le Forze dell’ordine, sottraendo un insostenibile numero di uomini e mezzi al controllo del territorio, e producendo un indecente ammontare di guadagno solo per pochi. Tutto questo non ha nulla a che fare con lo sport e la passione calcistica”. Lo dichiara Valter Mazzetti, segretario generale Fsp Polizia di Stato, Federazione sindacale di Polizia. “Quello che è accaduto ieri – commenta Mazzetti – è inaccettabile per un Paese civile, e come rappresentanti delle Forze di Polizia siamo a un punto di saturazione, perché queste follie gravano in un modo o nell’altro solo sulle spalle di chi fa ordine pubblico, mentre tutto intorno nessuno si interroga”.

Dai vecchi Skinheads agli Irriducibili: una storia più “nera” che nerazzurra

Sul retro delle sciarpe c’era scritto: “Noi odiamo tutti”. Davanti: Skins Inter con celtica in mezzo. Teste rasate e coltelli. Estrema destra piantata in curva Nord. Logica da ultras ma anche tanta politica. Era la fine degli anni Ottanta. Tra i leader Paolo Coliva, detto l’Armiere, vita da stadio criminale e morte in carcere. A lui il gruppo nazirock Malnatt dedica passaggi nostalgici in alcune canzoni. Quel manipolo portò le lame sui Navigli. Era il 2004, agosto. Assalto al centro sociale Conchetta. Tra loro anche chi contribuì alla morte del tifoso ascolano Nazzareno Filippini. Era il 1988, l’Inter giocava in trasferta. Protagonisti della violenza di allora, nocciolo duro di Lealtà e azione oggi. Nel 2007, gli Skins non ci sono più. Compaiono gli Irriducibili. Quarto Oggiaro è la loro base operativa. Calci e pugni, il logo di un merchandising da stadio. Dirigono i fratelli Todisco. Nascerà il primo centro sociale di destra, Cuore nero. Nemmeno il tempo di inaugurarlo e va a fuoco. E’ il 12 aprile 2007, un giovedì. Nel 2009 i fratelli Todisco, tra cui Franco detto Lothar saranno picchiati fuori dallo stadio. Regolamento di conti per l’ingresso delle nuove leve di oggi. Tra loro anche spacciatori con agganci con la criminalità montenegrina e calabrese. Oggi gli Irriducibili sono un nocciolo duro. Nessuna scalata criminale può comprarli. Alcuni di loro frequentano la curva dell’Hockey Milano. Neofascisti senza dubbio. Ma sempre amanti di lame e pestaggi.

La ripresa delle violenze Nazi e criminali sugli spalti

La tregua è finita, o forse non era mai davvero iniziata: la morte di Daniele Belardinelli fa riesplodere il problema delle tifoserie violente. Ma i criminali dalle curve non se ne erano mai andati: neonazisti, skinhead, affiliati ai clan della ’ndrangheta, pregiudicati per droga, nei gruppi ultras italiani continua ad esserci di tutto. Bastava guardare i numeri per accorgersene: dopo un paio di anni positivi, già il 2017/2018 aveva mostrato un preoccupante aumento di scontri e feriti. E quest’anno in Serie A c’è almeno una partita a giornata classificata a rischio. Alla 24esima ci è scappato il morto.

Sono passati quattro anni e mezzo dall’ultima volta: il 25 giugno 2014 in occasione della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina a Roma moriva Ciro Esposito. Dopo la tragedia c’erano stati gli annunci delle istituzioni, il pugno duro del governo, l’ondata delle trasferte vietate e delle curve chiuse. E forse le statistiche incoraggianti degli anni successivi avevano dato l’illusione di aver debellato il fenomeno: tra il 2015/2016 e il 2016/2017 il numero di gare con scontri era calato, passando dalle 72 del 2014/2015 a 52 nel 2017; stesso discorso per feriti (da 164 a 100) e arrestati (da 99 a 29).

Invece il rigurgito di violenza era già in atto. Gli scontri sono ricominciati, e non nella notte di Santo Stefano a Milano. Secondo l’Osservatorio nazionale per le manifestazioni sportive, la scorsa stagione ha registrato una forte inversione di tendenza, con tutti gli indici in aumento, in media del 20%: sono tornati a crescere le partite segnate da scontri (da 52 a 63), i feriti (da 102 a 121), gli arrestati (da 29 a 72) e i denunciati (da 951 a 1.023). Gli ultimi dati del Viminale sembravano indicare un nuovo calo (feriti da 32 a 14), ma riguardavano un periodo di tempo circoscritto (luglio-ottobre 2018) e sono stati smentiti dai fatti.

I protagonisti sono sempre gli stessi: la recente inchiesta di Report sulla curva della Juventus o l’indagine della Commissione antimafia conclusa a fine 2017 lo hanno ricordato. Capi ultras che sono spesso anche spacciatori, rapinatori o capi clan, regolamenti di conti, riciclaggio, agguati, affari sporchi: il tifo italiano resta un sottobosco dove la criminalità comune si intreccia con quella organizzata in gruppi formati in certi casi fino al 30% da pregiudicati. E l’altra sera a Milano si sono incontrate due tifoserie particolarmente problematiche. Prendiamo i “Blood and honour” di Varese, a cui apparteneva Belardinelli, la vittima: è uno dei 40 gruppi di “estrema destra” nel censimento dell’Osservatorio. Irriducibili, Gruppo Inferno, Warriors: i nomi sono schedati al Viminale. Da Verona a Palermo, passando per la Capitale, le curve italiane hanno sempre avuto una prevalenza “nera”. Questi sono i gruppi più attivi: fanno comunicazione, puntano sull’immagine, organizzano incontri. Sono anche solidali fra loro: ieri ha reso omaggio all’ultras deceduto Maurizio Boccacci, romano, già capo del disciolto Movimento politico occidentale neofascista, amico di Daniele De Santis, l’ultrà romanista condannato per l’omicidio di Ciro Esposito: erano coimputato a Brescia per l’accoltellamento di un vicequestore davanti allo stadio negli anni 90. “Chi muore giovane è a caro agli dei. Daniele per sempre nei nostri cuori”.

Dall’altra parte gli ultras del Napoli, considerati tra i più “pericolosi” d’Italia. Le loro trasferte non sono mai tranquille: l’anno scorso avevano lasciato il segno a Udine come a Verona, dove avevano messo a ferro e fuoco un bar dei supporter dell’Hellas. Fascismo e violenza, un mix pericoloso. Infatti Inter-Napoli era “a rischio” ma nemmeno troppo, l’Osservatorio l’aveva catalogata tra i match con “profili di rischio” normale, come ce ne sono a decine in Serie A. Vuol dire che la vendita dei tagliandi era limitata ai possessori della tessera del tifoso ma solo per residenti in Campania, non per tutti come si fa invece per i casi più estremi. Quattro invece le partite ad allerta massima, ed in tre di questi casi c’era il Napoli di mezzo (contro Roma, Juventus e Torino; l’ultima Atalanta-Lazio). Adesso sarà di nuovo allarme violenza. Ma gli stadi italiani non erano mai stati sicuri.