Ora sul web fioccano gli omaggi a Dedè, il capo dei “Blood & Honour” del Varese

Sul profilo Ultras Network a poche ore dalla notizia della morte di Daniele Belardinelli si legge: “Daniele era il Capo Ultras dei Blood Honour, ovvero la Curva Nord di Varese. Una vita in curva sin da piccolino, una vita da guerriero, da combattente, era a Milano perché le tifoserie sono gemellate, Inter e Varese, poi è successo un po’ di tutto. Solo un pensiero per questo grande ultras che ora non è più tra noi, un abbraccio alla famiglia e ai suoi 2 bambini”.

La posizione alimenta la polemica da social, tra favorevoli e contrari. Un dato è però oggettivo: Daniele Belardinelli, classe 1979, per tutti Dedè, morto mercoledì sera durante gli scontri fuori dallo stadio Meazza, era sia un ultras sia un padre di famiglia: due bimbi piccoli e una moglie. Ma anche un passione sfrenata per il calcio e per la logica da stadio. Sia quando stava sulle gradinate a Varese sia quando seguiva l’Inter. Gemellaggio più politico che sportivo. Tenuto insieme da idee neofasciste e neonaziste. Blood and Honour, sangue e onore, uno dei motti delle SS. È questo il marchio che tiene a battesimo la nascita di uno dei gruppi ultras del Varese calcio di cui Dedè era anima da sempre. Sigla transanazionale “che – si legge in un appunto dei nostri Servizi segreti – fu utilizzata nel 1979, agli albori del movimento naziskin in Inghilterra, anche come vero e proprio bollettino del movimento”. Nel primo numero di Blood and Honour l’editoriale di presentazione fu dedicato a Rudolf Hess, uno dei gerarchi più vicini ad Adolf Hitler. Attraverso Blood and Honour si è costituita a livello europeo una vera e propria Internazionale nera. Questo stava dietro a quello striscione esposto a Varese come a Milano.

Idee neonaziste accolte con favore nella curva Nord dell’Inter. Non da tutti s’intende, ma da molti certamente. Ad esempio dal gruppo degli Irriducibili, manipolo ultras nato sulle ceneri del gruppo Skins Inter. Teste rasate, “lame” e mani tese. Non è un caso, si ragiona a livello investigativo, che due degli arrestati di ieri siano riconducibili proprio alla parte della curva che sta sotto lo striscione degli Irriducibili. Il terzo è invece legato al gruppo storico dei Boys. Tutti e tre non hanno Daspo. Due invece hanno precedenti per reati da stadio, l’altro è incensurato. Pizzicati dalle telecamere sono stati subito fermati. La Digos però non li ritiene gli organizzatori degli scontri, ma semplicemente dei medi livelli all’interno della curva. Sempre sulla morte di Dedè, tale Paolo Corti scrive sul profilo Ultras Network: “È morto un ragazzo. Quando muore uno di stadio bisognerebbe solo raccogliersi in un pensiero, una preghiera. È morto un ragazzo di Varese probabilmente un ragazzo che odiava molto noi Lariani. Sono sicuro che tutti i comaschi e gli amici canturini siano vicini ai nemici in preghiera. Un consiglio: crescere e rispettare chi muore. Nelle curve e nella vita”. E’ logica da ultras o lo sia accetta oppure no. Mezze misure non esistono. E del resto proprio contro gli ultras del Como Dedè Belardinelli nel 2012 si è preso il suo secondo Daspo. Cinque anni per la guerriglia fuori dallo stadio prima dell’amichevole Como-Inter. Ancora prima, è il 2007, altri cinque anni di Daspo per scontri durante Varese-Lumezzane. Dedè un ultras. Pochi dubbi in questo. E come tale mercoledì sera, assieme ad altri della curva del Varese, ha dato l’assalto ai camioncini dei napoletani. Lui che oltre al tifo curvaiolo, aveva la passione per le arti marziali e la “scherma corta”. Tradotto: coltelli. Addestrato da campione nella palestra Fight Academy di Morazzone in provincia di Varese. E vincitore, nel 2015, di tre “ori”, meglio tre tornei locali e tre specialità: coltello, giacca e coltello (scherma in cui un indumento viene usato come scudo) e capraia (combattimento con i due atleti legati per le braccia). Insomma, curva e coltelli, poi l’agguato mercoledì sera e quel Suv che gli frantuma il bacino. A casa questa volta restano solo moglie e due figli.

L’agguato, poi l’investimento. Così è morto l’ultrà a Milano

Il giorno dopo, su questo pezzo di asfalto tra via Fratelli Zoia e via Novara, restano macchie di sangue, pali divelti, spranghe abbandonate, martelli, picchetti di ferro e almeno due machete lasciati nei giardinetti. Lo stadio Giuseppe Meazza sta laggiù in fondo, in linea d’aria un paio di chilometri. È la risacca della guerriglia urbana andata in scena mercoledì sera a Milano prima della partita tra Inter e Napoli. Un Santo Stefano di violenza che consegna alla cronaca un morto: Daniele Belardinelli, 35 anni, una moglie e due figli, capo del gruppo ultras Blood and Honour di Varese, gruppo legato a una corrente transnazionale di chiaro stampo neonazista e da sempre gemellato con le frange più estreme della curva Nord dell’Inter. Gli indagati sono nove e legati alla parte nerazzurra. Tra loro, tre sono stati arrestati per lesioni gravi. Per loro è già pronto un provvedimento di Daspo. Inizia tutto poco prima delle 19 di mercoledì. Un centinaio di ultras si raduna nel parchetto di via Zoia. Tra loro molti della curva Nord, alcuni di Varese, tra cui lo stesso Belardinelli, altri del Nizza. Hanno un obiettivo comune: farla pagare ai napoletani. I francesi covano un rancore lungo tre anni, legato ai disordini dopo un’amichevole del 2015. Il gruppo attende l’arrivo di circa 150 ultras della curva A del Napoli, la più intransigente e violenta.

Il film dell’agguato inizia così. I cento attendono nel parco. Sono armati. Negli zaini hanno di tutto. Cappucci in testa e fumogeni in mano per coprire gli scontri. In via Novara, intanto, le auto stanno incolonnate. È il classico traffico da pre-partita. Poi il segnale: i van dei napoletani stanno arrivando. Si attende che scatti il semaforo rosso. Dopodiché si scatena la guerriglia. Gli ultras nerazzurri invadono via Novara da via Zoia e attaccano la colonna dei napoletani. In strada esce anche Belardinelli che gira a destra in direzione dello stadio. È qui, poco prima del commissariato San Siro e davanti a un’autofficina che viene travolto da un suv nero del quale però si perdono le tracce. Il capo dei Blood and Honour viene portato con un’auto privata al vicino ospedale San Carlo. La prima Tac evidenzia la rottura pressoché totale del bacino. Lesionata anche l’arteria femorale. L’ultras morirà sul tavolo operatorio poco prima delle cinque del mattino di ieri e non arriverà mai in rianimazione. Negli scontri vengono accoltellati quattro napoletani, tre saranno curati sul posto e andranno a vedere la partita, uno sarà ricoverato in codice giallo all’ospedale Sacco. Si tratta della persona ripresa in un video mentre viene messa all’interno di un van nero semidistrutto. Il filmato, ora sequestrato dalla Digos, riprende l’intera guerriglia da un posizione privilegiata, ovvero dal balcone di una palazzina a pochi metri dagli scontri, tra via Novara e via Cascina Bellaria. Il video riprende l’assalto e i camioncini dei napoletani chiusi in mezzo agli scontri, poi, a guerriglia terminata, circa 20 minuti dopo, l’arrivo della polizia in assetto antisommossa.

La partita era ad alto rischio. E la cosa era ben chiara alla Digos. Dopo le riunioni prima del match si era deciso di dislocare circa 300 agenti attorno allo stadio. Tutto si poteva prevedere, non però dove arrivassero i 150 della curva A. “Noi – spiega una fonte investigativa – avevamo una sola indicazione e cioè che quei 150 sarebbero arrivati a Milano, come e dove era un punto di domanda”. Tanto più che la zona degli scontri è una strada sì di accesso allo stadio, ma molto distante e occupata solo dalle auto in transito. Comunque sia, il lavoro informativo inizia nel pomeriggio di mercoledì, quando davanti al Baretto, luogo di ritrovo degli ultras (interisti e milanisti) proprio sotto la curva Nord, la polizia monitora i capi degli ultras nerazzurri.

Stanno fermi, non si muovono. “Hanno fatto da specchietto per le allodole”, ci viene spiegato dalla medesima fonte. Nessun dubbio, si ragiona in Procura, che il direttivo della Nord sapesse dell’agguato. Di più: tutto è stato organizzato in modo meticoloso. Nessuna riunione ufficiale, ma semplicemente un passaparola attraverso qualche canale di messaggistica istantanea: luogo e ora, e armati. Un agguato con i napoletani impreparati allo scontro. Risultato: ieri il Questore Marcello Cardona ha annunciato che chiederà lo stop delle trasferte dei tifosi per tutto il campionato, e la chiusura della curva Nord fino al 31 marzo. Nel frattempo il giudice sportivo, per i cori razzisti durante la partita rivolti al difensore del Napoli Kalidou Koulibaly, ha deciso che l’Inter giocherà le prossime due partite a porte chiuse e una terza con il secondo anello verde (quello della curva) vuoto.

L’Inter si scusa a modo suo: “Siamo per l’integrazione”

Tartassato dai “buu” razzisti che piovevano dagli spalti, espulso dall’arbitro per un gesto di stizza, il difensore del Napoli Kalidou Koulibaly dopo la partita si è sfogato su Twitter: “Mi dispiace per la sconfitta e soprattutto per avere lasciato i miei fratelli! Però sono orgoglioso del colore della mia pelle. Di essere francese, senegalese, napoletano: uomo”. Un’uscita elegante quanto e più di quelle che ha distribuito sul campo prima del cartellino rosso. Mentre l’allenatore del Napoli Carlo Ancelotti ha annunciato che la squadra lascerà il campo – rischiando la sconfitta a tavolino – la prossima volta che si verificheranno episodi razzisti. Ha colpito, invece, per buona parte della giornata, il silenzio dell’Inter. La società nerazzurra è intervenuta solo in serata, con un comunicato sui social network (e la foto di un abbraccio tra Koulibaly e l’interista Mauro Icardi): “Dal 9 marzo 1908 Inter vuol dire integrazione, accoglienza e futuro. Chi non comprende la nostra storia, questa storia, non è con noi”. Il presidente interista Steven Zhang ha scritto su Instagram: “I nostri fondatori hanno costruito questo club con così tanti grandissimi principi e con energia positiva. Ora questa convinzione è più forte che mai”.

Non è un problema del calcio: l’odio anti-Sud è nella società

L’anno scorso ho portato mio figlio di 9 anni allo stadio a Bergamo per vedere Atalanta-Napoli. Quando è tornato a casa, ha detto: “Ho capito cosa significa la parola razzismo”. Anche quel giorno la vittima preferita delle gradinate era Koulibaly. Quel giorno, a un certo punto, prese il pallone tra le mani e obbligò l’arbitro a fermare per qualche minuto la partita. Avrebbe dovuto farlo anche ieri. È inutile continuare a chiedersi cosa bisognerebbe fare: la regola c’è già, al terzo avvertimento per i cori discriminatori l’arbitro deve sospendere l’incontro. Ieri però dall’alto parlante si sono fermati al secondo avvertimento… È dal 1982 che vado allo stadio e ovunque, in tutta Italia, si sentono cori contro i napoletani e contro i giocatori di colore. Ma non è tanto un problema degli stadi: è un odio che è vivo nella società. A Roma “sei un napoletano” è diventato un intercalare, un modo per dire che sei un ladro o una persona disonesta. Il sentimento antimeridionale è diffuso in tutto il resto del Paese. Il calcio e il tifo ne sono un riflesso. Nella tragedia di domenica sera, mi conforta solo un particolare: quando il tifoso che ha perso la vita è stato investito, sono stati proprio gli ultrà napoletani a bloccare gli scontri e a sollecitare i soccorsi. Purtroppo non è bastato.

Punire solo le curve non serve, è uno sport che ha perso l’anima

Mettiamo da parte l’ipocrisia di queste ore. Abbiamo sentito proclami dai vertici del calcio e della politica italiana. L’unico segnale che si poteva dare – sebbene non risolutivo – sarebbe stato quello di sospendere la prossima giornata di campionato. Invece si è preferito garantire che il circo mediatico-commerciale-finanziario continuasse ad andare avanti. D’altra parte ci sono diritti televisivi da onorare. Questo toglie credibilità e forza a gran parte delle parole che sono state pronunciate. Cosa fare? Si dovrebbe, come si dice spesso, ricominciare dal basso. Dalle scuole calcio. Bisogna ritornare a formare una generazione di sportivi che siano tifosi passionali, che vogliano partecipare a un grande evento sociale, sottraendolo al dominio delle regole del mercato. Chiudere le curve non ha senso. Significa criminalizzare pezzi di società che esistono, che non vanno marginalizzati, ma con i quali bisogna fare i conti. I problemi del calcio non iniziano nelle curve: è uno sport malato nella sua radice. Partire come al solito dalle tifoserie significa colpire la parte più popolare del calcio, in fondo la più sana. Altra cosa è colpire giustamente chi è responsabile dei reati. Ma intendiamoci: il razzismo e gli ululati non iniziano negli stadi, ma attraversano la società

Abbiamo un ministro-ultras: la politica legittima i razzisti

Ero allo stadio come sempre ed eravamo colpiti dalla particolare insistenza con cui la curva lanciava slogan contro Napoli e i napoletani. Quest’odio così ostentato contro i meridionali non c’era quando ero giovane: è un sottoprodotto culturale del leghismo. Prima serpeggiava ma non si poteva proclamare a voce alta. Ora invece ha trovato i suoi paladini politici che ne hanno fatto un linguaggio pubblico. Abbiamo un ministro dell’Interno che è cresciuto nutrendosi di questo disprezzo razziale e che una settimana fa si è fatto fotografare, compiacendosene, con un capo ultrà delinquente: è chiaro che c’è una legittimazione dall’alto per queste fazioni. Sono una minoranza nello stadio: dobbiamo avere tutti il coraggio di combatterla pubblicamente. Io ho cercato di farlo nella trasmissione televisiva La difesa della razza iniziando dalla squadra del mio cuore e dagli slogan contro meridionali, neri ed ebrei. Se questi gruppi non avessero questo tessuto di complicità politiche e questa capacità di ricatto anche nei confronti delle squadre di calcio, sarebbe molto semplice debellarli come è successo in Inghilterra. In Italia però ci sono i razzisti al governo. E abbiamo un ministro degli Interni ultras. Un uomo che è arrivato a diventare il politico più popolare d’Italia gridando che i napoletani puzzavano.

Tutti promettono “linea dura” ma la Serie A neanche si ferma

È ormai un déjà vu, un riflesso condizionato per il calcio italiano. Ancora cori e ululati razzisti, ancora scontri fuori dagli stadi, di nuovo un bollettino violento: quattro accoltellati e un morto. Riparte, inevitabile, la macchinetta dei commenti politici e istituzionali, i consueti proclami di cambiamento.

Ma l’unico fatto concreto, al momento, è che la serie A non si ferma: si torna a giocare domani. L’ha annunciato il presidente della Figc Gabriele Gravina: “Ho sentito i due vicepresidenti Sibilia e Miccichè e il sottosegretario Giorgetti. Abbiamo deciso all’unanimità”. Il capo del calcio italiano promette una generica “linea dura” ma intanto avverte Carlo Ancelotti e il Napoli, che hanno minacciato di lasciare il campo al prossimo episodio di razzismo: “Si violerebbero le norme. Se non vengono rispettate le procedure, il risultato sarebbe negativo per quella squadra”. Ovvero scatterebbe la sconfitta a tavolino.

Per ora gli unici provvedimenti sono del giudice sportivo: il campo dell’Inter è stato squalificato per due partite (i nerazzurri le giocheranno a porte chiuse). Un ulteriore turno di squalifica riguarda il secondo anello della curva Nord, quella da cui sono partiti i cori offensivi verso i napoletani e gli ululati vero il difensore azzurro Koulibaly. Il quale, ironicamente, è stato a sua volta squalificato per due turni a causa dell’espulsione rimediata domenica sera applaudendo l’arbitro Mazzoleni (stessa sanzione per il compagno Lorenzo Insigne).

Poi ci sono le dichiarazioni della politica. Per il governo ha parlato il leghista Giancarlo Giorgetti, sottosegretario a Palazzo Chigi con delega allo Sport: “Andrebbero chiusi al pubblico gli stadi più che sospendere le partite con conseguenti problemi di ordine pubblico. Gli oneri a carico dei club, già previsti dal decreto Salvini, devono gravare in modo differenziato per le società che collaborano a estirpare il fenomeno. E le partite a rischio dovrebbero essere giocate a mezzogiorno”.

Lo stesso Matteo Salvini non poteva esimersi dal dire la sua, malgrado solo pochi giorni fa si sia fatto fotografare con un ultrà pregiudicato: “A inizio anno convocherò al Viminale i responsabili di tifoserie e società di serie A e B, affinché gli stadi e i dintorni tornino a essere un luogo di divertimento e non di violenza”. Nel pomeriggio, a Catania, il ministro ha incontrato Marisa Grasso, la vedova dell’ispettore Raciti, ucciso a Catania nel 2007 durante gli scontri con gli ultras. Per tutta la giornata da lui non è arrivata neanche una parola sui cori razzisti di Milano.

Una parola su Salvini, invece, l’ha pronunciata il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris: “Poteva mai essere sospesa la partita Inter-Napoli in un Paese che vive sempre più di razzismo di Stato e che vede nel governo un ministro dell’Interno che dovrebbe garantire la sicurezza negli stadi ma che cantava qualche anno fa cori razzisti contro i napoletani?”.

Un altro sindaco, Beppe Sala, si è scusato a nome di tutta Milano: “Quei ‘buu’ a Koulibaly sono stati una vergogna. Chiedo scusa a nome mio e della città sana che vuol testimoniare che si può sentirsi fratelli nonostante i tempi difficili in cui viviamo”.

È intervenuto anche il Napoli Club Parlamento, con le parole del suo presidente Gaetano Quagliariello: “Sulla vicenda di Koulibaly si dovrà andare fino in fondo, se è necessario anche cambiando le leggi in Parlamento, visto che la sensibilità degli arbitri a quanto pare non è sufficiente”.

Upb: “Le clausole Iva per il 2020 e 2021 sono un grande rischio”

Il presidentedell’Ufficio parlamentare di bilancio, una sorta di autorità sui conti pubblici, ha detto ieri in audizione alla Camera quel che tutti sanno: la manovra è “chiaramente recessiva nel 2020-21, lo dice anche il governo“. Per la precisione la legge di bilancio “nel 2019 è ancora leggermente anticiclica” (cioè ha l’effetto di far crescere un po’ il Pil, anche se meno rispetto alla versione iniziale, colpa della sforbiciata agli investimenti), ma nel biennio successivo “diventa restrittiva e prociclica” per le clausole di salvaguardia Iva a garanzia del percorso verso il pareggio di bilancio. “Il dato preoccupante è quello sul 2020 e sul 2021”, ha detto Pisauro, e “i rischi maggiori sono collegati soprattutto alla presenza esaltata dell’aumento futuro dell’Iva” (28 miliardi l’anno a regime). Il ministro Giovanni Tria, però, non pare preoccupato: “Confidiamo di poter intervenire per gli anni prossimi come fatto quest’anno e bloccare le clausole”. Quanto al resto del quadro di finanza pubblica, l’Upb ritiene più plausibile l’attuale stima di crescita 2019 all’1% (nella prima versione era 1,5), anche se la ritiene ancora ottimista, e vede una pressione fiscale in aumento di circa mezzo punto rispetto al Pil (da 42 a 42,4%).

“Meno gare, meno concorrenza. E aumenta il rischio mazzette”

“Mi ricordo quando nel 2015 i Cinque Stelle si appellavano a me e all’Anac contro il decreto Sblocca Italia del governo Renzi che semplificava le procedure di gara”. A Raffaele Cantone, il magistrato che guida l’Autorità anti-corruzione, la modifica della normativa sugli appalti introdotta nella legge di Bilancio con un maxi-emendamento governativo non piace: aumentano i rischi di corruzione e, anche quando non girano mazzette, cala la trasparenza. La nuova norma innalza da 40.000 a 150.000 la soglia degli importi che potranno essere affidati da pubbliche amministrazioni senza gara e senza certificato antimafia, basta richiedere tre preventivi a imprese concorrenti ma senza alcuna trasparenza sulla selezione dei partecipanti. Poi il responsabile dell’appalto sceglierà in base al prezzo richiesto, ai tempi di consegna e alla qualità promessa. C’è un effetto collaterale, ben chiaro alla Lega, sponsor del provvedimento: i funzionari pubblici si rivolgeranno soprattutto a imprese del territorio. E quelle del Sud non disturberanno più gli affari di quelle del Nord, i Comuni con gli avanzi di cassa da spendere potranno così affidare lavori soltanto alle aziende amiche senza perdite di tempo.

Dottor Cantone, perché anche il governo del cambiamento vuole meno gare?

L’intervento muove dall’idea che sia necessario incentivare gli investimenti, sbloccando un po’ di appalti, così da far aumentare il Pil. La versione originaria, con affidamenti diretti fino a 200.000 euro, era peggiore, poi grazie a interventi di parlamentari come Morra, Patuanelli e altri del Movimento Cinque Stelle è stata mitigata.

Ci sarà più corruzione?

Guardiamo prima alla fisiologia, invece che subito alla patologia: una selezione fra tre preventivi, acquisiti direttamente dal funzionario e non dal mercato, non garantisce in nessun modo che l’amministrazione ottenga il miglior prezzo possibile o la migliore qualità dell’opera. E nessuno saprà che sono stati richiesti i preventivi se non a cose fatte: addio trasparenza.


Come reagiranno le amministrazioni?

C’è il pericolo che usino il meccanismo dello spezzettamento: già ora suddividevano le somme da assegnare in tantissimi appalti per stare sotto i 40.000 euro, così da poter procedere all’affidamento diretto senza gara.


Aumenta il potere discrezionale dei singoli funzionari. Ne abuseranno?

In realtà, ho osservato un crescente timore riguardo alle scelte discrezionali. I funzionari sono molto restii a prendersi responsabilità. Un caso clamoroso: la Regione Umbria, dopo il terremoto, non usò il regime in deroga per costruire le infrastrutture necessarie a posizionare le casette e preferì la gara europea. Perché il dipendente pubblico teme di dover pagare conseguenze delle sue scelte. Questa norma, quindi, non aiuterà i funzionari timorosi, mentre consentirà a quelli disonesti di fare il buono e il cattivo tempo. Basti ricordare che tutto il sistema di Mafia Capitale si reggeva sugli affidamenti diretti. Inoltre, soltanto nelle ultime settimane, varie inchieste della magistratura hanno portato ad arresti per appalti pilotati assegnati proprio con questo metodo.


Però è solo una norma transitoria, in attesa della annunciata riforma del codice degli appalti.

Il governo promette di riformare il codice fin dal giorno del suo insediamento. Ma in attesa del disegno di legge delega si introducono altre complicazioni nel sistema. Appena le amministrazioni hanno digerito una norma, la politica la cambia. E così devono ricominciare daccapo.


Con una mano (a Cinque Stelle) il governo introduce norme draconiane nel decreto Spazzacorrotti. Con l’altra mano (leghista) crea occasioni di corruzione. E il vecchio auspicio “non ci indurre in tentazione”?

Magari la maggioranza degli affidamenti diretti regolati da questa norma sarà regolare, o almeno voglio sperarlo, ma di sicuro non è coerente con altre norme molto severe appena introdotte proprio con l’obiettivo di combattere la corruzione.


I difensori della riforma dicono: in altri Paesi le soglie per l’obbligo di gara sono addirittura più alte.

La soglia comunitaria che impone l’obbligo di gara per i lavori è 5,2 milioni, per servizi e forniture 210.000 euro, ovvero poco sopra quella fissata dal governo per gli affidamenti diretti con tre preventivi. Al di sotto di queste cifre, ogni Paese può fare quello che vuole. Ma non in tutti gli Stati europei ci sono gli stessi problemi di criminalità organizzata che registriamo in Italia.

Sta dicendo che la riforma agevola le mafie?

Sotto i 150.000 euro non è richiesta neanche la certificazione antimafia e la gara non sarà pubblica d’ora in poi. C’è il rischio che imprese legate alla criminalità organizzata, al Nord come al Sud, ne approfittino.

Meno concorrenza e meno trasparenza, più rischio corruzione. Ma almeno funzionerà per spingere il Pil?

Tutti i governi hanno fatto norme di ‘sblocco’ anche se con nomi diversi, quindi mi viene il dubbio che non siano così efficaci, se vengono continuamente riproposte. A fronte di qualche beneficio di breve periodo, gli effetti negativi rischiano di essere molto più pesanti.

Oggi arriva il ricorso dei senatori Pd alla Corte costituzionale

Un collegio di sette giuristi è al lavoro per redigere il ricorso alla Corte costituzionale che il gruppo Pd al Senato depositerà oggi. Si tratta dei professori Caravita, Cecchetti, De Vergottini, Falcon, Lucarelli, Onida e Randazzo. Il ricorso avviene sulla base dell’articolo 134 della Costituzione e in particolare del comma per il quale la Consulta giudica “sui conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato e su quelli tra lo Stato e le Regioni, e tra le Regioni”. Finora la Corte non ha riconosciuto i Gruppi “poteri dello Stato”, ma i dem sperano in una sentenza innovativa.

Secondo i senatori del gruppo Pd che hanno firmato il ricorso, vi sarebbe stato, nell’iter di approvazione della manovra a Palazzo Madama (e in corso a Montecitorio), la violazione dell’art.72, per il quale “la procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale, e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi”. Ma “nessuno ha potuto controllare nulla” nella legge di Bilancio passata a Palazzo Madama.