Sul profilo Ultras Network a poche ore dalla notizia della morte di Daniele Belardinelli si legge: “Daniele era il Capo Ultras dei Blood Honour, ovvero la Curva Nord di Varese. Una vita in curva sin da piccolino, una vita da guerriero, da combattente, era a Milano perché le tifoserie sono gemellate, Inter e Varese, poi è successo un po’ di tutto. Solo un pensiero per questo grande ultras che ora non è più tra noi, un abbraccio alla famiglia e ai suoi 2 bambini”.
La posizione alimenta la polemica da social, tra favorevoli e contrari. Un dato è però oggettivo: Daniele Belardinelli, classe 1979, per tutti Dedè, morto mercoledì sera durante gli scontri fuori dallo stadio Meazza, era sia un ultras sia un padre di famiglia: due bimbi piccoli e una moglie. Ma anche un passione sfrenata per il calcio e per la logica da stadio. Sia quando stava sulle gradinate a Varese sia quando seguiva l’Inter. Gemellaggio più politico che sportivo. Tenuto insieme da idee neofasciste e neonaziste. Blood and Honour, sangue e onore, uno dei motti delle SS. È questo il marchio che tiene a battesimo la nascita di uno dei gruppi ultras del Varese calcio di cui Dedè era anima da sempre. Sigla transanazionale “che – si legge in un appunto dei nostri Servizi segreti – fu utilizzata nel 1979, agli albori del movimento naziskin in Inghilterra, anche come vero e proprio bollettino del movimento”. Nel primo numero di Blood and Honour l’editoriale di presentazione fu dedicato a Rudolf Hess, uno dei gerarchi più vicini ad Adolf Hitler. Attraverso Blood and Honour si è costituita a livello europeo una vera e propria Internazionale nera. Questo stava dietro a quello striscione esposto a Varese come a Milano.
Idee neonaziste accolte con favore nella curva Nord dell’Inter. Non da tutti s’intende, ma da molti certamente. Ad esempio dal gruppo degli Irriducibili, manipolo ultras nato sulle ceneri del gruppo Skins Inter. Teste rasate, “lame” e mani tese. Non è un caso, si ragiona a livello investigativo, che due degli arrestati di ieri siano riconducibili proprio alla parte della curva che sta sotto lo striscione degli Irriducibili. Il terzo è invece legato al gruppo storico dei Boys. Tutti e tre non hanno Daspo. Due invece hanno precedenti per reati da stadio, l’altro è incensurato. Pizzicati dalle telecamere sono stati subito fermati. La Digos però non li ritiene gli organizzatori degli scontri, ma semplicemente dei medi livelli all’interno della curva. Sempre sulla morte di Dedè, tale Paolo Corti scrive sul profilo Ultras Network: “È morto un ragazzo. Quando muore uno di stadio bisognerebbe solo raccogliersi in un pensiero, una preghiera. È morto un ragazzo di Varese probabilmente un ragazzo che odiava molto noi Lariani. Sono sicuro che tutti i comaschi e gli amici canturini siano vicini ai nemici in preghiera. Un consiglio: crescere e rispettare chi muore. Nelle curve e nella vita”. E’ logica da ultras o lo sia accetta oppure no. Mezze misure non esistono. E del resto proprio contro gli ultras del Como Dedè Belardinelli nel 2012 si è preso il suo secondo Daspo. Cinque anni per la guerriglia fuori dallo stadio prima dell’amichevole Como-Inter. Ancora prima, è il 2007, altri cinque anni di Daspo per scontri durante Varese-Lumezzane. Dedè un ultras. Pochi dubbi in questo. E come tale mercoledì sera, assieme ad altri della curva del Varese, ha dato l’assalto ai camioncini dei napoletani. Lui che oltre al tifo curvaiolo, aveva la passione per le arti marziali e la “scherma corta”. Tradotto: coltelli. Addestrato da campione nella palestra Fight Academy di Morazzone in provincia di Varese. E vincitore, nel 2015, di tre “ori”, meglio tre tornei locali e tre specialità: coltello, giacca e coltello (scherma in cui un indumento viene usato come scudo) e capraia (combattimento con i due atleti legati per le braccia). Insomma, curva e coltelli, poi l’agguato mercoledì sera e quel Suv che gli frantuma il bacino. A casa questa volta restano solo moglie e due figli.