Il vero bersaglio erano le attività della Chiesa

La norma sulla tassazione dell’Ires per gli enti non profit sarà cambiata a gennaio, o comunque “va calibrata meglio”. Affidandosi a un post su Facebook il premier Conte stempera così le polemiche esplose per la norma che vorrebbe cancellare lo sconto del 50% sull’imposta del reddito degli enti non commerciali, finendo però per penalizzare le attività di volontariato e di assistenza sociale.

A precederlo e a seguirlo di pochi minuti sui social sono i suoi due vice. Sia Luigi Di Maio che Matteo Salvini scrivono che la misura “va cambiata nel primo provvedimento utile” (la norma verrà approvata in bilancio, per poi essere corretta successivamente tramite un provvedimento ad hoc) e che il suo scopo era solo “punire coloro che fanno finto volontariato”. Ma se nel nuovo provvedimento – fanno sapere i due vicepremier – rimarrà “il massimo rigore contro i furbetti che fanno altro”, “si continuerà ad aiutare le tante associazioni di volontariato che utilizzano i loro fondi solo a scopi sociali”. Tanto evidente, quindi, la retromarcia governativa, quanto ancora resta avvolto nella nebbia il reale scopo della norma. Facciamo chiarezza.

Il raddoppio dell’Ires dal 12% al 24%, quella che il Forum del terzo settore ha definito “una patrimoniale”, avrebbe portato nelle casse dello Stato 440 milioni di euro in tre anni, di cui 118 milioni nel 2019 e 158 nel biennio successivo. Un tesoretto niente male. Ma l’operazione che ha rischiato di colpire indiscriminatamente chi aiuta i più deboli, raccontano fonti del Terzo settore, sarebbe nata anche per un altro scopo: fare cassa con gli enti non commerciali del Vaticano.

Secondo una legge del 1973, che ha stilato l’elenco degli enti che rientrano tuttora nella facilitazione fiscale, si parla infatti di Croce Rossa, Comunità di Sant’Egidio, Istituto Europeo di Oncologia, ma anche delle società sportive dilettantistiche con fine di lucro riconosciute dal Coni, dell’Istituto autonomo delle case popolari e, soprattutto, degli enti con finalità di beneficenza ed istruzione che fanno capo alla Chiesa.

Insomma, dal momento che lo Stato non è ancora riuscito a recuperare l’Ici (poi diventata Imu) non pagata dalla Chiesa dal 2006 al 2011 su tutti gli edifici, anche quelli a finalità commerciali (la stima arriva a 5 miliardi), il governo ha pensato bene di ripiegare sull’Ires e colpire tutte le attività che fanno capo alla chiesa: scuole, case di riposo per anziani, cinema parrocchiali, bar, librerie o bed&breakfast. Insomma, strutture che saranno sì del Vaticano, ma che in alcuni casi finiscono per generare profitti che non sempre vengono utilizzati nel sociale. Mentre per legge le organizzazioni senza scopo di lucro – quelle censite dall’Istat sono 343 mila e impiegano più di 800 mila lavoratori dipendenti e 5 milioni di volontari– non possono in alcun modo distribuire gli utili, ma devono solo reinvestirli nella loro attività.

“Evidentemente qualcosa non è riuscito bene in questa mossa del governo che rischia di mettere all’angolo tutto il Terzo settore, soprattutto in una fase molto delicata”, spiega Fabrizio Pregliasco, presidente dell’Associazione nazionale pubbliche assistenze. C’è, infatti, un altro dettaglio da considerare: da circa un anno si sta completando la riforma del Terzo settore (mancano ancora una manciata di decreti attuativi), che finirà per danneggiare proprio gli enti religiosi, che perderanno l’aliquota ridotta e in futuro non potranno accedere al nuovo regime fiscale previsto per tutti gli altri enti non profit.

Retromarcia sull’aumento dell’Ires per il terzo settore

Quella norma la cambieranno e con tante scuse. Perché il mondo del volontariato e soprattutto la Chiesa hanno mostrato i denti, e il governo giallo-verde si è subito impaurito. Proprio nel giorno in cui un sondaggio sul Corriere della Sera raccontava di un M5S fermo al 27 per cento, cinque punti sotto le Politiche del 4 marzo, e di una Lega che, incredibile, cala.

Così a gennaio sarà dietrofront sul raddoppio dal 12 al 24% dell’aliquota Ires per il non profit, giurano il premier Giuseppe Conte e i vice Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Anche se all’ora di pranzo la sottosegretaria all’Economia, Laura Castelli, aveva difeso la norma inserita in manovra per racimolare 118 milioni nel 2019. Ma l’innovazione che non è ancora nero su bianco è già stata abiurata. Anche perché di mal di pancia sulla legge di Bilancio ce ne sono già tanti. Come quelli per la nuova normativa sugli appalti, che nel 2019 consentirà ai sindaci di ordinare lavori fino a 150 mila euro senza effettuare gara d’appalto.

Abbastanza per provocare diffuse proteste dentro il M5S, partendo da quelle del presidente della commissione Antimafia Nicola Morra, e continuando con membri delle commissioni Giustizia e diversi eletti del Sud. Ergo, la manovra del popolo, destinata a essere approvata con la fiducia domani sera (ma si potrebbe slittare a domenica mattina) zoppica già anche agli occhi di chi la sta portando a casa. Compreso Conte, che aveva fatto trapelare di essere il padre della norma sull’Ires. “Ma lo ha fatto per coprire Giovanni Tria: il vero ideatore dell’aumento dell’aliquota è il ministro dell’Economia”, sostengono dai piani alti del Movimento. Di certo ci sono l’insurrezione del mondo del non profit e la mossa della Cei, con una dura intervista su Repubblica del suo presidente, Gualtiero Bassetti. Un segnale da allarme rosso per il premier, in costanti rapporti con le gerarchie vaticane, ma anche per Di Maio, che si professa cattolico moderato. Così, già dalla mattina, si riflette sulla marcia indietro. Ma come già accaduto, nel M5S non comunicano tra loro.

E allora davanti alla commissione Bilancio, la sottosegretaria Castelli fa muro: “Certo che difendiamo la norma, non stiamo tassando la beneficenza ma quella parte di terzo settore che fa utile”. Le risponde la portavoce del Forum del Terzo Settore, Claudia Fiaschi: “Le organizzazioni senza scopo di lucro non possono distribuire gli utili, che vanno tutti reinvestiti nell’attività”.

Ma soprattutto, in quegli stessi attimi, parla Di Maio e va in direzione opposta a Castelli: “La norma va cambiata nel primo provvedimento utile. Si volevano punire coloro che fanno finto volontariato, ma è venuta fuori una regola che punisce coloro che hanno sempre aiutato i più deboli”. E poco dopo, Conte detta la tempistica: “A gennaio interverremo per riformulare e calibrare meglio la relativa disciplina fiscale”. In serata, mezza Lega assicura che “la regola sull’Ires era un errore”. Invece, nessun ritocco a quella sugli appalti.

Un sacrificio al Carroccio, dicono dal M5S, in cambio del via libera alla Spazzacorrotti. “Ma nella versione originaria era molto peggio” ricordano. Ovvero con un tetto a 200 mila euro, valido anche per forniture e servizi. Alla nuova stesura, con l’obbligo di prendere in esame i preventivi di tre aziende diverse, si è arrivati grazie alla mediazione del capogruppo del M5S, Stefano Patanuelli. E così ecco la norma con cui il governo vuole muovere un po’ di Pil.

Ma sullo sfondo ci sono i sondaggi. Con Conte al 60 per cento di gradimento e Di Maio che invece cade al 43. Cifre che hanno colpito nel M5S. Ma anche nella Lega hanno notato quei tre punti in meno nel giro di un mese, dal 36 al 33 per cento. Certo, sempre una cifra da brindisi. Ma i 5Stelle soffiano maliziosi che “da qualche giorno Salvini sembrava nervoso, lo è stato perfino con Di Maio negli ultimi incontri sulla manovra”. Quindi il contraente avrebbe fiutato il lieve calo. Magari solo un dettaglio. O magari no.

Il filo di Marianna

Un tempo, per capire che aria tirava, bastava pedinare Clemente Mastella: se mollava un governo, era chiaro che la crisi era questione di giorni; se scaricava un alleato per sposarne un altro, era inutile aspettare le elezioni perché lo sconfitto e il vincitore erano già decisi. Ora che Clemente nostro s’è ritirato (provvisoriamente, s’intende) nel Sannio natìo, bisogna seguire il filo di Marianna. Nel senso di Madia. Grazie a un fiuto sconosciuto ai rabdomanti, ai cani da trifola e persino ai vecchi democristiani, la ragazza riesce sempre a stare dove tira il vento, e con largo anticipo. Ora, per dire, sostiene Nicola Zingaretti alle primarie del Pd. Che a questo punto sono inutili, tanto si sa già chi vince. I guai, per Zingaretti, cominceranno il giorno dopo: come farà a superare il renzismo con un partito pieno di ex renziani? Auguri. Classe 1980, romana, nipote di un avvocato missino e figlia di un giornalista-attore-consigliere comunale veltroniano, liceo francese Chateaubriand, poi Scienze politiche alla Sapienza, poi dottorato di ricerca all’Imt di Lucca con una tesi un po’ copiata, già fidanzata di Giulio Napolitano, collaboratrice di Minoli a Rai2, moglie del produttore Mario Gianani, la Madia si accosta alla politica prim’ancora di laurearsi.

Un giorno segue una conferenza di Enrico Letta, ne rimane (non si sa come) rapita, glielo va a dire e quello la fa entrare in Arel, la fondazione che ha ereditato da Andreatta. Nel 2008, a 27 anni, grazie all’amico Veltroni è addirittura capolista del Pd nel Lazio. Ed entra a Montecitorio con queste storiche parole: “Porto in dote la mia straordinaria inesperienza”. Siede nello scranno accanto a D’Alema, che se la porta nella redazione di Italianieuropei. Radio Luiss le domanda chi sia il suo politico preferito, e lei: “L’intelligenza politica di D’Alema è già Storia”. Poi Max tramonta e la giovine deputata si schiera con Monti. Alle primarie del Pd, fa campagna per Bersani contro Renzi: “Voto Pier Luigi, è il miglior premier che l’Italia possa avere. Solo lui ha statura da presidente del Consiglio”. Così viene rieletta deputata, solo che poi il premier lo fa Letta. Ma lei non deve nemmeno spostarsi: era già lettiana da piccola. Segue una breve fuitina con Civati. Quando Renzi diventa segretario, lei è già renziana. E lui, non avendo la statura, la promuove subito responsabile del Pd per il lavoro. Per impratichirsi su quella strana materia, la Marianna incontra il ministro Zanonato e attacca a illustrargli le sue strategie contro la disoccupazione giovanile (peraltro mai conosciuta in vita sua).

Con un filo d’imbarazzo, il titolare dello Sviluppo economico la blocca e le fa presente che ha sbagliato ministro: quello del Lavoro si chiama Giovannini. Lei: “Ma scusa, non sei tu che ti occupi di lavoro?”. Lui la prende sottobraccio con fare paterno e le indica il ministero del Lavoro dall’altra parte della strada: “Marianna, hai sbagliato indirizzo”. Siccome il talento va premiato, Renzi diventa premier e la fa ministra della PA e della Semplificazione. Lei dichiara: “Sono molto contenta, anche se non ho avuto ancora il tempo di rendermene conto. L’ho saputo mentre guardavo in tv Peppa Pig”. Da allora del renzismo difende tutto, anche l’indifendibile (“C’è un’attenzione morbosa verso noi ministre – me e Maria Elena Boschi – che non c’è verso gli uomini: è sessismo latente”). E non si perde una Leopolda, dove proibisce severamente ai giornalisti di intervistarla (“Non rispondo alle vostre domande perché questo, secondo me, non è giornalismo di rinnovamento”). In vista del referendum, vaticina: “La nostra riforma costituzionale finirà nei libri di storia”. Invece finisce nel cestino. Però è anche molto sincera: in tv confida che al ministero “i miei funzionari ridono sempre” (e nessuno stenta a crederlo). Intanto è arrivato Gentiloni e Marianna – ci credereste? – è già gentiloniana: infatti rimane ministra. Paolo però dura poco e non corre per la segreteria.
Lei, per non saper né leggere né scrivere, in aprile appoggia il reggente Martina sull’apertura a Di Maio per il governo col M5S: “Piena condivisione delle parole di Maurizio”. Che ora è candidato alle primarie, ma senza speranze, anche perché la Madia è già migrata armi e bagagli con Zingaretti. E ben prima che arrivasse l’onda di piena degli ex renziani come Gentiloni, Franceschini, De Vincenti, Bressa, Bianco e Fassino (che è un po’ la mascotte portafortuna) e soprattutto delle ex renziane Quartapelle, Pinotti, Di Giorgi, Bonaccorsi, Gualmini, Sereni e Puglisi. I trasvolatori last minute, infatti, son tutti lì ad arrampicarsi sugli specchi per giustificarsi: “Ho creduto nel giovane Matteo, non so se è cambiato lui, certo è cambiato lo scenario attorno a lui e non se n’è accorto” (Di Giorgi), “La categoria dei renziani mi sembra un po’ superata, purtroppo si sono inseguite riforme liberali o istituzionali, non sociali e la gente ci ha punito” (Quartapelle, detta ora Quintapelle), “Matteo non ha saputo fare squadra” (Puglisi), “In Toscana i renziani non esistono più, la storia ha voltato pagina. Personalmente non rinnego nulla delle cose positive che abbiamo fatto, ma ora è evidente che c’è una sola figura in grado di intraprendere un cammino riformista, con un partito più inclusivo e una maggior discontinuità col passato: Zingaretti” (Federico Gelli, ex compagno di scout di Matteo, ex deputato toscano). La Marianna no, non si giustifica, anzi non parla proprio: che c’è di strano se una che in 10 anni è riuscita a essere veltroniana, dalemiana, montiana, bersaniana, lettiana, civatiana, renziana, gentiloniana, ora è zingarettiana? Diceva Totò: “Quando vedo un buco, io entro”. Il bello è che la fanno ancora entrare.

La vita spericolata del “Ninja” metà campione, metà bad boy

Fumo, alcool, tatuaggi, carte, soldi, tanti gol e qualche bravata di troppo: Radja Nainggolan ha sempre vissuto al limite. Il sospetto è che ora lo abbia superato. Gli infortuni, il ritardo agli allenamenti, la sospensione dell’Inter per motivi disciplinari, ora pure gli sfoghi su Whatsapp, la nostalgia di Roma e le minacce alla famiglia. È come se il precario equilibrio su cui si reggeva il suo mondo fosse andato in pezzi all’improvviso. “Mamma mia, sto a fa’ un macello qua”: sembra quasi di vederlo, mentre confida i suoi casini in un audio che avrebbe dovuto restare privato e invece è finito sui cellulari di mezza Italia, alimentando la leggenda del “Ninja”, metà campione metà bad boy.

Per certi versi Radja è un personaggio d’altri tempi. Incontenibile dentro e fuori dal campo, come testimonia il soprannome ispirato alle sue doti da guerriero e alle origini orientali (ma pure i tanti episodi di cronaca). Lui giura che esiste anche un terzo Nainggolan, tenero e generoso nella vita privata, ma dall’esterno nessuno ci metterebbe la mano sul fuoco. “Fumo e bevo, non mi nascondo”, ha sempre rivendicato quasi con orgoglio. Per poi spiegarsi meglio: “Dopo le partite l’adrenalina è a mille, preferisco uscire che stare in casa”. A Roma non c’era discoteca in cui la sua cresta non fosse di casa. Ora la conoscono pure a Milano.

Il trasloco dalla città della dolce vita alla capitale morale (e soprattutto della vita notturna) non sembra avergli giovato. Il suo mentore Spalletti lo ha voluto a tutti i costi, tanto da convincere i dirigenti nerazzurri a investire una quarantina di milioni (tra cash e contropartite) per comprarlo con un anno di ritardo. Gli interisti lo avevano accolto come un eroe. L’amore non è mai sbocciato: infortunio nel precampionato, ricaduta subito dopo il primo gol, poi una serie di contratture e contrattempi che hanno iniziato a indisporre l’ambiente. Fino al precipitare degli eventi negli ultimi giorni.

Nainggolan ha saltato un allenamento ed è stato sospeso: in realtà, dalle parti della Pinetina sostengono che fossero molti di più e che la punizione sia soprattutto un segnale del nuovo corso nerazzurro targato Marotta. In ogni caso non sarebbe stata una gran notizia: in passato era già stato messo fuori squadra, da Di Francesco alla Roma esattamente un anno fa, dopo la bravata di Capodanno (un video in cui, “ubriaco fracico”, per usare le sue parole, giocava a paddle e bestemmiava nel cuore della notte). Prima e dopo altri episodi simili, come la patente ritirata a marzo per guida in stato d’ebbrezza.

Solo che stavolta l’escalation degli eccessi sembra non fermarsi più. C’è il caso dell’assegno clonato a un casinò, una truffa di cui è stato vittima che però ha rivelato il “vizietto” del gioco d’azzardo, l’ennesimo. Ci sono gli audio (non confermati ma nemmeno smentiti) in cui confida di voler tornare a Roma, tira in ballo l’amicizia con Totti, promette vendette e rivalsa. C’è l’ondata di insulti social dei tifosi delusi, che hanno finito per travolgere anche la moglie (Claudia, già finita sulle pagine di cronaca nel 2014 dopo una violenta litigata in strada con Radja per una scenata di gelosia). “Tutto ciò che mi scrivete lo leggo io e nessun altro. Per quanto riguarda le minacce a me e alle mie figlie è veramente disgustoso”, è stata costretta a scrivere lei. Lui si è trincerato nel silenzio: ha chiuso il suo account Instagram anche per tutelare la famiglia. Si allena da solo, lontano dai compagni: ieri per il big match contro il Napoli non era neanche in panchina, po si vedrà.

Varcata la soglia dei 30 anni, un po’ imbolsito e già quasi scaricato dalla società che aveva deciso di puntare tutto su di lui, il “Ninja” è accerchiato. È come se il fisico abbia deciso di presentargli tutto insieme il conto degli eccessi di una vita: disastrose le prestazioni d’inizio stagione, quasi da ex calciatore. O forse a farlo sono i tanti nemici, e pure gli amici (la diffusione degli audio non gli ha fatto certo un favore), l’invidia di un mondo dove a torto o a ragione chi devia dal canone bravo ragazzo-atleta perfetto viene guardato sempre con sospetto. “Mi danno tutti per finito, ma va bene… tanto io ho sempre dimostrato tutto sul campo”, sibila lui a denti stretti. Per sua moglie, per l’Inter (o chissà di nuovo per la Roma), soprattutto per se stesso: il Ninja combatterà ancora. È la cosa che sa fare meglio.

Salinger, il primo scrittore fantasma della letteratura

Il primo gennaio saranno cento anni dalla nascita di Jerome David Salinger, scrittore fra i più significativi del secondo 900 americano, conosciuto al vasto pubblico per lo più grazie a Il giovane Holden.

Ma non è soltanto quel romanzo di formazione schietto e sfrontato a collocare Salinger nella sfera del mito letterario. Originario di una famiglia ebraica con radici lituane, teutoniche e britanniche, fu uno studente mediocre, abbandonò l’università, fece il marinaio, lavorò a Vienna nell’importazione della carne. Quello che sarebbe diventato uno dei più inseguiti misantropi della storia della letteratura, il lupo solitario, l’eremita infotografabile che non concedeva interviste ebbe una relazione da gossip con Oona O’Neill, figlia del premio Nobel per la letteratura Eugene, e poi futura amante di Chaplin. Ma sarebbe ingiusto dare un’immagine di un Salinger mondano negli anni ’40. In quel periodo è soprattutto il soldato che combatte alle Ardenne ed è uno dei primi a entrare nel campo di concentramento di Dachau. Nel periodo della seconda guerra mondiale conosce Hemingway che lo ritiene di straordinario talento. Di ritorno in America, esordisce con i Pesci banana, che lo lega in maniera esclusiva al New Yorker. Nel 1951 esce The Catcher in the Rye, titolo intraducibile in italiano che diventa prima Vita di un uomo e poi Il giovane Holden: romanzo criticato, esaltato, censurato, amato, simbolo di una generazione. Due anni dopo I nove racconti e il ritiro dalla vita pubblica.

Eccola qua la cesura, è in quel trasferimento da New York al New Hampshire che lo scrittore J.D. Salinger compie il passo verso il mito. Saranno altri due i libri pubblicati da Salinger: Franny e Zooey nel ’61 e Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour. Introduzione nel ’63, che approfondiscono il filone della famiglia Glass. Il resto sarà attesa. Ora arriva il grande romanzo americano, si dice, l’ultimo tassello dei Glass, la chiusura della trilogia, ma non arriva nulla se non carburante per il mito. Salinger se ne sta lì, isolato sì, ma non del tutto solo. Sposa una studentessa e ci fa due figli. La figlia Margaret si ammala spesso, ma Salinger non la porta dal medico, vista la sua conversione alla chiesa scienziata. Sono anni bui, di liti, gelosie, e a 53 anni, nel ’72, lo scrittore ha un’intensa relazione con Joyce Maynard, autrice 18enne con la quale c’è prima un intenso scambio epistolare. Ancora maggiore fu la differenza di età con Colleen O’Neill, 40 anni più giovani, che Salinger sposa nell’88. Da allora fino alla morte nel 2010 il mito cresce, si gonfia, si rigenera. Lo sguardo spiritato alla Dostoevskij, la lunga barba, la magrezza ascetica.

E uno stuolo di fans, di epigoni, di adepti. Marco Cassini, fondatore di Minimum fax, rivela che la sua passione per Salinger risale ai Pesci banana. Il tono dei Nove racconti è stato quello che ha sempre ricercato in qualsiasi cosa abbia letto e poi pubblicato, “quell’indicibile capacità di creare empatia verso il lettore mentre in realtà lo sta facendo nei confronti del personaggio. Il tutto con un’intelligenza linguistica che suscita emozione e commozione per ogni trovata”.

Anche per lo scrittore Giordano Meacci la vicinanza è una caratteristica di Salinger e ne parla con “amore sintetico. In lui c’è una rarefazione piena della sintassi, che è poi un modo di dare una voce strutturata al silenzio. La sintassi del silenzio è fatta di voci singolari che danno vita a un suono plurale”.

Rispetto al suo rapporto con Salinger, Nadia Terranova si sofferma sul Giovane Holden, pubblicato da Einaudi, come il resto, che ha letto per tre volte con amore sempre crescente: un libro da adulti, che finge di essere da ragazzi. Giuseppe Culicchia ricorda invece di esserne stato folgorato alla prima lettura, mentre Elena Stancanelli è più legata a Franny e Zooey: “Sapienziale, da leggere e rileggere come una preghiera perché contiene amore per la letteratura, il legame fra le persone, il senso del destino”. Salinger è stato per molti un “Ur-scrittore: capace di trasformare in una lingua le emozioni della letteratura”.

Eccola qua, la base del mito: la ribellione per questa vita “schifa” che poi così schifa non è. E allora non serve farsi vedere. Non si pensa a come si viene notati: se vivendo a New York oppure no, se partecipando alla festa oppure no.

Houellebecq, la Serotonina serve solo a chi lo legge

Se c’è qualcuno che ha azzardato una profezia – peraltro errata – non è Michel Houellebecq, ma la stampa: Serotonina, l’ultimo romanzo dello scrittore francese, in uscita il 4 gennaio in Francia con Flammarion e il 10 in Italia con La nave di Teseo, non parla di Gilet gialli, non è un j’accuse contro l’Unione europea (semmai contro il libero mercato e l’Occidente in generale, come sempre in MH), non è un manifesto ecologista, non è un peana delle georgiche e delle bucoliche o dell’età dell’oro contadina.

A dirla tutta, Serotonina non è neanche un romanzo convincente e coerente, decisamente non all’altezza di altri come Le particelle elementari, La possibilità di un’isola, La carta e il territorio (premio Goncourt) o il penultimo, incensatissimo, Sottomissione, uscito nel 2015 nel giorno dell’attentato terroristico alla redazione di Charlie Hebdo, che aveva appena sbattuto in copertina Michel criticandolo e che ora – col consueto humour nero – mette le mani avanti: “Ci asterremo dal parlarne male: l’ultima volta, francamente, non ci ha detto bene”. Anche in quel caso concionare di profezia letteraria fu avventato: nessun musulmano, nel frattempo, ha fondato un partito di massa né è salito al potere in Francia, e neppure il Front National della Le Pen ha mai rischiato davvero di vincere. Ma tant’è.

In Serotonina il riferimento (o presunto tale) all’attualità non arriva prima di pagina 220, tanto da far venire il dubbio che sia stato appiccicato ex post per non tradire la fama di “veggente” conquistata quattro anni fa – fama altrettanto posticcia, di cui il grande Houellebecq non ha francamente bisogno. Siamo “alla fine degli anni 2010”; sulle barricate ci vanno gli agricoltori, imbufaliti per le (allora) quote latte: più che al futuro – ai Gilet gialli o cos’altro – lo scrittore si è rivolto, quindi, al passato, senza peraltro sposare fino in fondo la battaglia dei piccoli produttori agricoli e dei contadini in via d’estinzione, come l’ex compagno di università del protagonista, Aymeric, morto nel violento scontro tra manifestanti (armati) e forze armate. Guerriglia pura, undici vittime e molto sangue, ma la cosa finisce lì, nel libro almeno, tra i pensieri del narratore almeno, anche se gli editori sparano in copertina la foto di un’auto in fiamme, strizzando l’occhio alle cronache di giornata.

Ma veniamo a lui, il narratore-protagonista: Florent-Claude Labrouste, 46enne scapolo, consulente del ministero dell’Agricoltura, orfano di genitori (suicidi: tra le pagine più belle del libro, ndr) da almeno vent’anni. È depresso: non indolente tipo Des Esseintes (da cui era ossessionato il François di Sottomissione), no, no, proprio depresso, e perciò dipendente dal Captorix, uno psicofarmaco di ultima generazione che favorisce “la liberazione della serotonina a livello della mucosa gastrointestinale” e ha, tra gli effetti collaterali, la perdita della libido e delle erezioni. Ciononostante – o forse proprio per questo – il signore non fa che pensare e parlare di sesso (come sempre in MH), sin hardcore: gang-bang con i cani, video amatoriali di pedofili, dimensioni e umori di “fiche e cazzi” in tutte le salse.

Erotomane, sessista, omofobo, conservatore, misogino, odiatore seriale, dagli chef stellati agli hotel smoking free, Florent è il classico personaggio (alter ego?) à la Houellebecq, che si diverte a canzonare, come altrove, gli Antichi Maestri della cultura e della letteratura: “Se Pascal avesse conosciuto il decoder avrebbe detto cose diverse… Rihanna avrebbe fatto sbarellare Marcel Proust”. Niente di trasgressivo né nuovo né originale per Michel: ricompaiono qui anche tutte le sue passionacce, per i supermercati e i centri commerciali, per l’alcol, per le giovani donne. Il romanzo è quasi di formazione: non alla vita, ma alla morte, cui il tristo Florent si sta preparando, andando in pellegrinaggio dalle sue ex fidanzate, alcune trascurabili, tipo Claire, altre cruciali, tipo Camille, veterinaria di poche pretese e ancor meno prodotti di bellezza, con cui ha assaporato e condiviso la vera felicità, dalla convivenza alle vacanze a Fuerteventura…

A parte la voce unica, ipnotica e insieme luciferina di Houellebecq, il romanzo soffre di molte incoerenze e incongruenze, temporali, ma persino caratteriali: è un po’ contorto Florent quando, da un lato, attacca gli eco-responsabili e, dall’altro, se la prende con gli Ogm e la Monsanto; oppure quando stigmatizza la gentrificazione e i bobos (bourgeois bohème), mentre imbecca continuamente il suo pubblico di lettori “popolari”. Quelli sì che avrebbero bisogno di serotonina.

Benvenuti a Chernobyl

La centrale nucleare “Vladimir Il’ic Lenin” di Chernobyl esplose il 26 aprile 1986, sprigionando una nube radioattiva che invase l’Europa occidentale. Trent’anni dopo, l’area intorno alla centrale di Chernobyl (al confine tra Ucraina e Bielorussia) è ancora uno dei posti più letali al mondo, ma anche un inaspettato business per l’economia della regione: check-point militari e rischi per la salute non bloccano il flusso di visitatori (la parola ‘turista’ non è gradita, a Chernobyl) attratti dal fascino post-apocalittico di questa Disneyland all’incontrario. A Kiev ci sono molte agenzie che offrono ‘pacchetti’ per visite nei luoghi del disastro: tour da un giorno solo (90 euro circa), escursioni con pernotto in piena zona radioattiva, visite specializzate per fotografi o, per veri nostalgici, gite che ricreano l’atmosfera sovietica con tanto di spostamenti a bordo di un bus dei tempi dell’Urss. Insomma, a ciascuno la sua Chernobyl.

Sudan, il regime reprime la rivolta: 40 morti

Shuogi Alsadg Isahag aveva 11 anni. Da quando il caro vita in Sudan ha portato al di sotto del livello di povertà gran parte della popolazione, scatenando una rivolta con oltre 40 morti e centinaia di arresti, non andava più a scuola. Doveva lavorare per aiutare la famiglia a sopravvivere.

Venerdì scorso, insieme a centinaia di persone stava partecipando a un corteo nel centro di Gedaref, Sudan orientale, per manifestare contro le politiche del governo e chiedere le dimissioni del presidente Omar Hassan al Bashir. Un proiettile ha stroncato la sua esistenza facendo di lui il più giovane ‘martire’ della repressione violenta delle manifestazioni antigovernative.

l Sudan è alle prese da anni con una forte crisi economica dovuta a un’inflazione record, alla carenza di valuta forte e ai bassi livelli di liquidità delle banche commerciali. Il governo ha per questo deciso di adottare misure di austerity. “Nell’ultimo periodo, la vita è diventata sempre più difficile – racconta Adam BoshNur, portavoce della comunità dei sudanesi in Italia – scarseggiano i beni di prima necessità, i servizi educativi e sanitari sono ormai appannaggio dei soli ricchi”.

L’aggravarsi della situazione ha spinto esponenti dell’opposizione e attivisti ma anche migliaia di semplici cittadini a organizzare dimostrazioni pacifiche in molte città del Paese. “Vogliamo denunciare le ingiustizie, le guerre civili che hanno portato alla secessione del Sudan meridionale e il furto di denaro pubblico da parte dei membri del governo” continua Nur. “La politica di Bashir ha fatto crollare la nostra economia. Ma tutto ciò non è stato sufficiente. Ora stanno reprimendo con inaudita violenza le manifestazioni di cittadini disarmati”.

Le autorità sudanesi hanno ammesso che nei disordini sono stati uccisi otto manifestanti, ma per il principale leader dell’opposizione, Sadiq al-Mahdi, rientrato in questi giorni dall’esilio, il bilancio è molto più grave e il responsabile dello spargimento di sangue è il presidente Bashir.

Anche Amnesty International denuncia che a ordinare alle forze di sicurezza di fermare “a ogni costo” i dimostranti sia stato proprio lui, l’ex generale arrivato al potere con un golpe nel 1989 e accusato dalla Corte penale internazionale di crimini di guerra e contro l’umanità, oltre che di genocidio, per il conflitto in Darfur.

Gli scontri, seppur sporadici, erano iniziati già da settimane e la polizia aveva già disperso con la forza vari presidi ferendo a morte una decina di giovani nei pressi dell’Università di Omdurman, città gemella della capitale Khartoum. “Il fatto che stiano utilizzando armi letali in modo indiscriminato contro i manifestanti disarmati è estremamente preoccupante – ha affermato Sarah Jackson, direttore di Amnesty per l’Africa orientale, i Grandi Laghi e il Corno d’Africa. “Il governo deve frenare questo uso mortale della forza e prevenire ulteriori vittime” il suo appello.

Richiesta che si è levata alta anche dai rappresentanti della diaspora che hanno promosso diversi sit-in davanti alle ambasciate del Sudan, da Washington a Londra, da Parigi a Roma.

L’incubo Benalla per Macron: il caso del viaggio in Ciad

Alexander Benalla continua a turbare la presidenza di Emmanuel Macron. Dopo essere stato “licenziato” dall’Eliseo, l’ex capo-aggiunto del gabinetto presidenziale, accusato di “violenze volontarie” durante i cortei dello scorso 1 maggio in cui era stato ripreso mentre picchiava senza ritegno i manifestanti, non è mai stato presente nell’agenda di Macron come nelle ultime settimane. Il nuovo caso riguarda un viaggio nel Ciad poco tempo prima di quello istituzionale del presidente della Repubblica dello scorso 22 dicembre.

A precedere Macron nei colloqui con il presidente Idriss Déby è stato proprio l’ex responsabile della sicurezza personale, giunto a N’Djamena a inizio dicembre per un breve soggiorno accompagnato da una mezza dozzina di persone. Il 4 dicembre, poi, Benalla è ripartito con un volo di linea ma non prima di avere incontrato il fratello del presidente del Ciad, Oumar Dèby, capo della Dgrs, la direzione generale della riserva strategica incaricata di ciò che riguarda l’acquisto di materiale militare.

Possibile che una figura così vicina al presidente della Repubblica, e così discussa, sia stata protagonista di un viaggio nello stesso Stato in cui Macron ha deciso di passare la vigilia di Natale e che è decisivo per le alleanze africane della Francia?

La coincidenza è stata spazzata via dallo stesso Eliseo. “Emmanuel Macron ha tenuto a far sapere al presidente del Ciad, Idriss Dèby, che questa persona non è in nessun caso un intermediario ufficioso o ufficiale”. L’Eliseo ha anche fatto riferimento a una possibile inchiesta interna per scoprire se Benalla “ha potuto trarre vantaggio” per i propri interessi da questi viaggi.

La nota ha però fatto infuriare Benalla che ha diramato a sua volta un comunicato in cui definisce “diffamatorie e calunniose” le parole dell’Eliseo. “Non posso accettare tali definizioni pronunciate da alcune persone dell’entourage presidenziale”, ha detto: “Sono andato con una delegazione di investitori che puntano a costruire delle fabbriche e che vogliono creare 3000 posti di lavoro. Io sono il consulente di queste società private a cui sono legato da un accordo di fiducia e riservatezza. E si tratta di persone conosciute nel 2012, prima di lavorare all’Eliseo”. Benalla ha infine voluto precisare di aver avvisato l’Eliseo del suo viaggio. L’obiettivo di certe dichiarazioni, quindi, secondo il contestato consulente economico, sarebbe quello di danneggiare la sua vita familiare e professionale e che quindi d’ora in poi non “starò più zitto” dando mandato ai suoi avvocati di tutelarlo.

Il problema è che l’affaire Benalla si arricchisce ogni settimana di particolari nuovi. Prima del viaggio in Ciad, il quotidiano Mediapart aveva pubblicato un’inchiesta relativa ai rapporti tra l’oligarca russo, Iskander Makhmudov, sospettato di legami con la mafia russa, e un altro collaboratore di Benalla, anch’egli incaricato della protezione di Macron, Vincent Crase, il quale aveva ricevuto circa 300 mila euro parte dei quali erano stati girati a una società di cui era intestatario lo stesso Benalla.

Terza coincidenza, anch’essa rivelata da Mediapart, l’incontro avuto a Londra lo scorso 16 dicembre con Alexandre Djouhri uno dei più stretti collaboratori di Nicolas Sarkozy, e accusato per i finanziamenti illeciti dalla Libia. E proprio in queste settimane Sarkozy è stato più volte ricevuto da Macron e ha avuto un lungo colloquio con lui appena due giorni prima il suo intervento televisivo del 10 dicembre in cui ha annunciato le misure straordinarie per calmare la protesta. Nicolas Sarkozy, inoltre, è stato anche il rappresentante ufficiale di Emmanuel Macron, lo scorso 16 dicembre, alla cerimonia di investitura del nuovo presidente della Georgia. Coincidenze.

Attacco in Libia, Isis rivendica: “Il governo è apostata”

Lo Stato islamico ha rivendicato l’attentato di martedì contro la sede del ministero degli Esteri libico a Tripoli, in cui sono morte tre persone e 21 sono rimaste ferite. In una nota sui social jihadisti, l’Isis spiega che l’attacco è stato condotto “da tre soldati del Califfato” armati di cinture suicide e armi automatiche. Come riportato dal Site, centro di monitoraggio del radicalismo islamico, l’Isis ha precisato che i tre militanti hanno assaltato la sede del ministero del “governo apostata libico”.

“C’è stata una falla nella sicurezza, sarà formata una commissione per valutare” la situazione e “mettere a punto i piani per colmarla”, ha spiegato il ministro degli Interni Fathi Bashagha. “Il popolo libico sta combattendo la guerra al terrorismo per conto del mondo”. A condannare l’attacco la missione delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil). “Il terrorismo non trionferà sulla decisione dei libici di procedere verso la costruzione del loro Stato e verso la rinuncia alla violenza”. In una nota, il ministro degli Esteri italiano, Enzo Moavero Milanesi, ha ribadito “il fermo impegno nella lotta a ogni forma di terrorismo”. Tra le vittime, il diplomatico Ibrahim Al Shaebi, direttore del Dipartimento per la Cooperazione islamica, il portavoce delle Brigate rivoluzionarie di Tripoli, Abdulrahman Mazoughi, e un civile.