La norma sulla tassazione dell’Ires per gli enti non profit sarà cambiata a gennaio, o comunque “va calibrata meglio”. Affidandosi a un post su Facebook il premier Conte stempera così le polemiche esplose per la norma che vorrebbe cancellare lo sconto del 50% sull’imposta del reddito degli enti non commerciali, finendo però per penalizzare le attività di volontariato e di assistenza sociale.
A precederlo e a seguirlo di pochi minuti sui social sono i suoi due vice. Sia Luigi Di Maio che Matteo Salvini scrivono che la misura “va cambiata nel primo provvedimento utile” (la norma verrà approvata in bilancio, per poi essere corretta successivamente tramite un provvedimento ad hoc) e che il suo scopo era solo “punire coloro che fanno finto volontariato”. Ma se nel nuovo provvedimento – fanno sapere i due vicepremier – rimarrà “il massimo rigore contro i furbetti che fanno altro”, “si continuerà ad aiutare le tante associazioni di volontariato che utilizzano i loro fondi solo a scopi sociali”. Tanto evidente, quindi, la retromarcia governativa, quanto ancora resta avvolto nella nebbia il reale scopo della norma. Facciamo chiarezza.
Il raddoppio dell’Ires dal 12% al 24%, quella che il Forum del terzo settore ha definito “una patrimoniale”, avrebbe portato nelle casse dello Stato 440 milioni di euro in tre anni, di cui 118 milioni nel 2019 e 158 nel biennio successivo. Un tesoretto niente male. Ma l’operazione che ha rischiato di colpire indiscriminatamente chi aiuta i più deboli, raccontano fonti del Terzo settore, sarebbe nata anche per un altro scopo: fare cassa con gli enti non commerciali del Vaticano.
Secondo una legge del 1973, che ha stilato l’elenco degli enti che rientrano tuttora nella facilitazione fiscale, si parla infatti di Croce Rossa, Comunità di Sant’Egidio, Istituto Europeo di Oncologia, ma anche delle società sportive dilettantistiche con fine di lucro riconosciute dal Coni, dell’Istituto autonomo delle case popolari e, soprattutto, degli enti con finalità di beneficenza ed istruzione che fanno capo alla Chiesa.
Insomma, dal momento che lo Stato non è ancora riuscito a recuperare l’Ici (poi diventata Imu) non pagata dalla Chiesa dal 2006 al 2011 su tutti gli edifici, anche quelli a finalità commerciali (la stima arriva a 5 miliardi), il governo ha pensato bene di ripiegare sull’Ires e colpire tutte le attività che fanno capo alla chiesa: scuole, case di riposo per anziani, cinema parrocchiali, bar, librerie o bed&breakfast. Insomma, strutture che saranno sì del Vaticano, ma che in alcuni casi finiscono per generare profitti che non sempre vengono utilizzati nel sociale. Mentre per legge le organizzazioni senza scopo di lucro – quelle censite dall’Istat sono 343 mila e impiegano più di 800 mila lavoratori dipendenti e 5 milioni di volontari– non possono in alcun modo distribuire gli utili, ma devono solo reinvestirli nella loro attività.
“Evidentemente qualcosa non è riuscito bene in questa mossa del governo che rischia di mettere all’angolo tutto il Terzo settore, soprattutto in una fase molto delicata”, spiega Fabrizio Pregliasco, presidente dell’Associazione nazionale pubbliche assistenze. C’è, infatti, un altro dettaglio da considerare: da circa un anno si sta completando la riforma del Terzo settore (mancano ancora una manciata di decreti attuativi), che finirà per danneggiare proprio gli enti religiosi, che perderanno l’aliquota ridotta e in futuro non potranno accedere al nuovo regime fiscale previsto per tutti gli altri enti non profit.