Raid da Israele e prove turche. Il puzzle della Siria senza Usa

Non ha colto di sorpresa gli esperti di Medio Oriente l’attacco aereo attribuito a Israele contro alcuni depositi di armi di Hezbollah in Siria, non lontano da Damasco. Da quando la settimana scorsa il presidente americano Trump ha accettato la richiesta del suo omologo turco Erdogan di ritirare gli ultimi soldati statunitensi rimasti nel nord est della Siria, al confine con la Turchia, per permettere di far entrare al loro posto i ribelli dell’Esercito libero siriano (sostenuto da Ankara) in funzione anti Assad e anti curda, Israele ha sentito la necessità di mostrare di essere libero di applicare la propria agenda nell’area. Ovvero impedire all’Iran e a Hezbollah di incistarsi definitivamente in Siria al confine con Israele. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha infatti sottolineato: “Agiremo in modo energico e continuo contro di esso”. Inoltre va ricordato che Israele è sempre stato solidale con la causa curda per questioni storiche e istanze simili.

Un dato di fatto che ovviamente non ha mai fatto piacere ai turchi. In attesa di conferme o smentite da Gerusalemme, il ministero della Difesa russo ha detto che il bombardamento aereo ha messo in pericolo due aerei civili. Sebbene la Russia e Israele abbiano stabilito l’anno scorso un sistema per evitare gli attriti tra gli aerei israeliani che operano in Siria e gli aerei militari russi nell’area, un jet russo era stato abbattuto dai missili antiaerei siriani durante un attacco aereo israeliano a settembre. Come deterrente la Russia poche settimane dopo aveva consegnato al regime siriano il sistema di difesa aerea S-300.

Intanto la Turchia ha ammassato nuovi mezzi e soldati sul lungo confine che condivide com la Siria. Le truppe di Ankara erano già entrate nel nord-est della Siria, nei dintorni della città di Manbij, durante gli ultimi mesi per aiutare l’Esercito libero siriano a spingere i guerriglieri curdi delle Unità Popolari (Ypg), appoggiati da Washington, a ritirarsi ancora più a est. Ankara considera da sempre le Unità popolari curde siriane una propaggine del Pkk fondato da Ocalan. “Non esiteremo mai ad eliminare i terroristi dai nostri confini anche se l’YPG è d’accordo con il regime siriano e se controllano l’area insieme. Il nostro compito è eliminare questa minaccia alla nostra sicurezza nazionale da chiunque sia controllata questa organizzazione terroristica”, ha detto il ministro degli Esteri Mevlüt Çavusoglu il 25 dicembre.

La Turchia e gli Stati Uniti hanno concordato il 4 giugno scorso una tabella di marcia per il ritiro di tutti i guerriglieri dello YPG da Manbij e per l’istituzione di un nuovo consiglio comunale da parte degli arabi locali, tuttavia l’accordo non è stato completamente attuato. Per tentare di respingere i ribelli e i turchi da Manbij, due giorni fa i militari del presidente siriano Bashar al-Assad sono entrati ad Arima, nella campagna occidentale della regione di Manbij, in coordinamento con il YPG. Dopo un breve incontro con i vertici della YPG, Assad ha inviato nella regione 40 camion zeppi di soldati del regime, due carri armati e veicoli blindati.

Cosa accadrà a Manbij all’indomani del ritiro degli Stati Uniti (che nella città hanno dispiegato parte dei 2 mila soldati rimasti in Siria) è cruciale per comprendere fino a che punto il Cremlino permetterà alla Turchia di spingersi. Con l’annuncio del ritiro statunitense, subito applaudito pubblicamente dal presidente russo Putin, è evidente che sarà d’ora in poi solo la Russia a gestire la fase finale della lunga e sanguinosa guerra siriana e a reimpostare gli equilibri nella area. Se Mosca, nonostante la contrarietà del presidente dittatore Assad – che è rimasto al proprio posto grazie all’intervento russo – permetterà a Erdogan di invadere anche l’est della Siria settentrionale per annichilire i curdi è ancora da vedersi. Erdogan è sì riuscito a convincere Trump, ma si è consegnato definitivamente nelle mani di Putin che ha già dato prova di essere in grado di far cambiare idea al Sultano, con le buone o con le cattive.

Bloccati i treni sulla Roma-Napoli: caos e ritardi per ore

Treni fermi, passeggeri inviperiti, l’intera linea ferroviaria che collega Napoli a Milano in tilt per colpa di un guasto. Ieri pomeriggio si è verificato un problema alla circolazione ferroviaria sulla linea ad Alta Velocità Roma-Napoli per un guasto all’infrastruttura nella tratta tra Cassino e Pignataro, nei pressi di Caserta. Il gestore RFI ha subito provveduto a instradare i treni che non erano ancora partiti da Roma e Napoli sui percorsi alternativi via Formia e via Cassino, ma i tempi di viaggio si sono allungati fino a 90 minuti. Mentre le cinque frecce che intanto erano rimaste bloccate sui binari sono state fatte rientrare nelle stazioni di Napoli Centrale e Roma Termini per essere successivamente inoltrate sui percorsi alternativi via Formia e Cassino. Così il disservizio si è prolungato per tutto il giorno, causando grossi disagi ai passeggeri che cercavano di rientrare a casa dopo le vacanze di Natale o erano in partenza per le vacanze in vista di Capodanno. Soltanto in tarda serata è stato possibile ripristinare la regolare circolazione.

Dopo l’Etna la terra trema: danni a Catania, 28 feriti

È un dolore composto e muto quello della gente di Fleri, nel Catanese, che lascia alla spicciolata le proprie case colpite dal terremoto della notte tra il 25 e il 26 dicembre. Molto più forte di quello del 26 ottobre 1984 che aveva già fatto parecchi danni, anche se allora ci fu una vittima. All’epoca era stato a cinque chilometri di profondità, stavolta a meno di un chilometro.

Sono le 3.19 quando viene avvertita la scossa più forte. Magnitudo 4.8 con epicentro localizzato dall’osservatorio dell’Istituto nazionale di Vulcanologia di Catania a sud di Lavinaio, nei pressi di Acireale. Ventotto feriti, dieci portati in ospedale anche se nessuno è grave. Molte le case distrutte. Nella piazzetta di ingresso del paese i Vigili del fuoco fanno la lista delle case colpite: “Impossibile per adesso fare una stima precisa”, dice un ufficiale. Danni anche nei centri vicini Pisano, Pennisi dove è stata danneggiata la chiesa del paese e Santa Venerina.

A Fleri, frazione di Zafferana Etnea, tutti si preparano alla seconda notte in macchina e nel primo pomeriggio fa già un freddo cane. La strada centrale del paese, la via Vittorio Emanuele, è inaccessibile alle auto. È anche saltato un tubo del gas e gli operai lo stanno riparando. Fra calcinacci e crepe, per strada un presepe illuminato chiuso in una teca di vetro davanti al civico 99 è rimasto intatto. Il signor Nino Sciuto indica la sua casa: “La vede? La mia non ha subìto danni. L’ho costruita nel ’90 dopo il penultimo terremoto e nel rispetto delle norme antisismiche. Guardi invece questa a pochi metri dalla mia: costruita appena tre anni fa è inagibile e la proprietaria ha dovuto lasciarla”. Le case moderne costruite col cemento buono reggono bene. Le case vecchie o costruite in economia crollano. Come 34 anni fa. Anche adesso, come nel 1984, resiste la scuola del paese e diventa alloggio provvisorio per gli sfollati. Circa cento persone non possono rientrare nelle loro case, altri hanno deciso di non tornarci: gli enti locali hanno chiesto 600 posti agli alberghi.

Da una delle case danneggiate esce con un paio di buste di indumenti una famiglia di muratori albanesi e un neonato in braccio. Antonino Tornatore invece vorrebbe rimanere dentro: “Ancora non ho deciso. Qualche parete è crollata ma i muri portanti reggono”. Tornatore organizza tornei di tennis tavolo a scopo terapeutico ed è fiero del suo tavolo professionale nemmeno sfiorato dalle macerie.

Fra i volontari che danno una mano alla Protezione civile e ai Vigili del Fuoco per la conta delle case lesionate c’è Davide Romano, funzionario dell’Autorità portuale di Catania: “Ieri notte ero qui alle 4 e già c’era qualche auto dei Vigili del fuoco. La macchina di aiuti è stata perfetta e tempestiva, anche se poco attrezzata. Ma ho visto tanta umanità: una squadra di vigili ha rischiato la vita per recuperare tre cuccioli rimasti dentro una casa semidistrutta e restituirli alla famiglia. La verità è che qui le case si sono aperte come il burro e l’unica prevenzione sarebbe il rigore urbanistico che da queste parti non esiste”.

Difficile fare previsioni sulle prossime ore. Ma qui la gente è abituata a conviverci con le bizze del vulcano. Nelle ultime 48 ore, l’Istituto nazionale di Vulcanologia ha registrato uno sciame di centinaia di eventi. Dal Corriere.it lancia l’allarme Salvo Caffo, vulcanologo e dirigente del Parco dell’Etna: “L’Etna non è un vulcano semplice ma un sistema complesso in continuo divenire. I terremoti che si susseguono sono sia di natura vulcanica sia di natura vulcanico-tettonica. È importante un’adeguata informazione scientifica da fornire alla cittadinanza, ma auspico che ci si muova sempre di più nella direzione di una corretta pianificazione territoriale”.

L’attività eruttiva intanto è monitorata dall’Ingv e sugli scenari futuri non si sbilancia, giustamente, il direttore Eugenio Privitera: “Ci possiamo aspettare diversi tipi di scenario. Per adesso, usando una metafora medica, posso dire che il paziente è in prognosi riservata. È possibile che tutto si concluda nelle prossime ore, ma anche che possa esserci una nuova attività eruttiva. Potrebbe verificarsi una propagazione della frattura eruttiva in direzione sud-est. La faglia fiandaca (che ha prodotto uno spostamento di dodici centimetri) si è già scaricata, sono le faglie vicine adesso a essere interessate. Oggi, comunque, sono state aggiunte quindici stazioni alle 160 della rete permanente”. Nel dubbio gli abitanti di Fleri preparano i doppi sacchi a pelo per dormire in auto.

Mail Box

 

Il Def e l’opinione di un operaio o di una pensionata

Prioritariamente esprimo un sincero apprezzamento per i Vostri articoli così “fuori dal coro” in forza dei quali percepiamo la vera realtà sociale del nostro Paese. Poi una riflessione, del tutto personale, sui commenti ai fatti del giorno che i vari esponenti del “coro” rilasciano ai media del “coro”: perché quei bravi cronisti, in luogo di quelle scontate esternazioni (ad esempio sui recenti provvedimenti contenuti nel Def) non vanno a sentire l’opinione di un’operaia, di un precario, di un pensionato, di una casalinga, o più semplicemente di chi sopravvive?

Gianpaolo Senzacqua

 

“Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”

Salvini predica con rosario e vangelo, Di Maio bacia la teca di San Gennaro, Conte porta con sé la foto di Padre Pio.

Cosa non si fa pur di governicchiare, si invocano santi e si chiedono miracoli! Puro esibizionismo da baraccone: si manipola la fede travisandone volutamente i concetti, ma questo non sembra così importante per un popolino di creduloni bisognoso di feticci da idolatrare.

“Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi” ha scritto Brecht, ma soprattutto di santi, potremmo aggiungere.

Preso atto con rammarico della penosa realtà, per chi sfortunatamente non ha santi in paradiso a cui votarsi non resta che affidarsi alla buona sorte.

Silvano Lorenzon

 

La nostra sanità è diventata come la serie tv “M.a.s.h.”?

Il 28 settembre è venuto un artigiano a farmi la manutenzione caldaia; un omone di un metro e novanta per centotrenta chili. Smontata l’apparecchiatura si è stranamente fermato.

Alla mia domanda sullo strano atteggiamento mi ha confessato di essere convalescente per recente operazione di ernia inguinale e di soffrire locali fastidiosi formicolii. Ha trovato conforto nel raccontarmi l’esperienza.

L’intervento è stato effettuato in un ospedale della provincia di Padova (Veneto di eccellenza) con metodo di chirurgia classica; ovvero, taglio, rimozione e ricucitura dei vari “strati” e quindici punti di “rifinitura” suturale cutanea. Essendo stato trattato in anestesia spinale ha potuto osservare quanto avveniva in sala operatoria: porta della sala costantemente aperta per via vai di operatori indaffarati e stressati, pazienti in coda su lettino pre operatorio; intervento effettuato da giovane chirurgo probabilmente specilizzando (non ho capito bene).

Dimissioni nella serata del giorno stesso. Se i fatti corrispondono al vero, aspetto di cui non ho motivo di dubitare, siamo alla chirurgia militare di emergenza, già vista in “Mash”, la serie televisiva sui medici di guerra.

Paolo Mazzucato

 

Per fortuna mi è rimasto il piacere di andare in edicola

Voglio semplicemente manifestare la mia gratitudine al vostro giornale che mi ha dato la soddisfazione, finalmente, di leggere un quotidiano che sia intelligente e onesto soprattutto.

Ho 68 anni e mi è rimasto il piacere di acquistarlo in edicola, anche perché conservo le pagine con i sevizi più significativi. Un particolare ringraziamento a Marco Travaglio, del quale non perdo una apparizione in Tv, giornalista libero del quale apprezzo gli articoli soprattutto quando smentisce ciò che i giornalini (io li chiamo così) scrivono, per non dire vomitano, sulle loro pagine.

Colombo

 

È necessario ricreare una sinistra forte e unita

Rifare la sinistra è molto complicato, perché i suoi pezzi si sono sparsi in troppi posti. C’è chi è andato nei 5 Stelle, chi nella sinistra-sinistra, chi persino nella Lega per dare una casa alla paura. Poi ci sono i neo-astensionisti, che hanno saltato un giro per vedere se la situazione si chiarisce. Infine, i separati in casa nel Pd, quelli delusi da Renzi, che sperano di vederlo trasferirsi con Calenda, Boschi, Lotti e gli irriducibili del giglio magico nel nuovo partito macronista, magari con Casini al seguito, subito dopo il congresso.

Per rimettere insieme tutti questi frammenti occorrerebbe un’idea forte e un leader credibile. La prima potrebbe essere rimettere in equilibrio i diritti con i doveri, affinché si crei un Paese giusto, che funzioni. Tra i leader ventilati, Zingaretti non è un trascinatore, ma ha il dono della mitezza convincente e vincente. Infine, occorre – come in tutti i grandi spostamenti di opinione – agire sulla paura. Se Salvini ha usato quella percepita dell’invasione, a sinistra occorre evocare quella reale dell’avvento di uno stato liberticida “modello Orban-Putin”, capi degli stati dove le minoranze sono perseguitate e i dissidenti incarcerati o uccisi. Non a caso i due dittatori sono amici-modello di Salvini e B., ai quali andrebbe aggiunto – per completare la minaccia della destra – anche Bannon, neo-padrino di riferimento della Meloni. Insomma, ricreare una sinistra unita non è facile, ma è obbligatorio.

Le elezioni europee non saranno l’ultimo treno. Ma se si perde quello, ci sarà da aspettare il solito ventennio.

No, grazie.

Massimo Marnetto

Caro Nuccio ci manchi, ti pensiamo e ti porteremo sempre con noi

 

Nel primo anniversario della sua scomparsa, ricordiamo Nuccio Ciconte. Marito, papà e grande uomo. Ci manchi, sei sempre nei nostri pensieri e ti porteremo sempre con noi.

Rosina, Geovani e Margarida Ciconte

 

È “già” un anno senza Nuccio Ciconte. Lo sappiamo bene, non è arrivato all’improvviso, con il bagaglio di sorpresa di chi non ha in mente quel giorno; non ha generato alcuno stupore, perché Nuccio è veramente sempre con noi: in redazione e fuori lo nominiamo, lo citiamo, a volte con il sorriso lo invochiamo con la frase “chissà cosa avrebbe detto” su questo o su quell’argomento. E non uno in particolare: su tutto. Con Nuccio Ciconte non capivi mai dove finiva l’uomo e iniziava il giornalista (e viceversa), e non solo sul piano delle notizie, per la capacità di mediare, o la voglia di condividere; con lui contava il rispetto e la correttezza nei confronti del prossimo prima, del lettore di conseguenza. Nuccio ha avuto la forza e la fortuna di crescere in una società nella quale il prossimo non è un soggetto qualsiasi, ma il componente di una comunità allargata, dove è giusto offrire e riconoscere il doveroso rispetto. Con lui non contava l’io, puntava al noi. L’io si riconosceva nel noi. E a volte ha pagato sulla sua pelle e sulla professione certe scelte a schiena dritta, senza compromessi, eppure non lo sbandierava, non lo raccontava con modalità da eroe, lo capivi solo pezzo a pezzo, mettendo insieme il puzzle di un’amicizia.

Per questo ognuno di noi pensa a lui nei momenti più disparati, a seconda delle esperienze condivise. Quando ci chiamava “ragazzi”, ma era in arrivo una lavata di capo. Quando ci urlava “svegliaaaaa” perché non stavamo al passo con i suoi ragionamenti o non avevamo prodotto l’osservazione giusta. E poi le tantissime chiacchiere nella saletta fumatori di via Valadier – la vecchia sede del “Fatto” –; il suo invitare qualcuno della redazione a bere un caffè, quando intuiva che qualcosa nella vita personale non andava, e voleva prenderci da parte e con garbo offrire attenzione, silenzio se necessario, un occhio vissuto, senza un atteggiamento preconcetto. Con lui siamo cresciuti e a lui e alla sua famiglia (che a volte ha sopportato la nostra invadenza) un grazie speciale. Per questo non c’è “già”, ma solo un doloroso “purtroppo”.

La redazione

È finita! Di Maio ha annunciato che il governo cadrà a breve

E niente, ora c’è la prova scientifica, per così dire, che l’esperienza del governo giallo-verde è destinata a terminare, e assai male, prima della fine della legislatura. Dirà il lettore: e certo, c’è la concorrenza tra Lega e 5 Stelle, le liti tra grillini e giorgettini, la crisi economica, l’ostilità dell’establishment europeo, lo spread, Soros, i rettiliani, il partito di Mattarella e le altre mille cose che qui e lì nella Via Lattea contribuiscono a turbare l’esecutivo Conte. Tutti ostacoli formidabili, certo, ma non è questo che certifica la prossima malaparata dell’esperimento giallo-verde: il fatto è che Luigi Di Maio ha annunciato al Corriere della Sera che a gennaio “parte la Fase 2”, che poi sarebbe “la riforma della Costituzione”. Come chiunque può vedere, è finita: da Craxi a Berlusconi a Renzi non c’è leader che sia sopravvissuto all’idea bizzarra di risolvere problemi politici cambiando la Carta. Persino chi ce l’ha fatta – l’orrido federalismo del centrosinistra, il pareggio di bilancio di Monti – è stato poi cancellato dalle urne. Una maledizione. Ora si suicida il giovine Luigi cui evidentemente non basta far approvare, coi voti di un partito portato al governo dal Sud, l’autonomia differenziata a favore del Nord: Di Maio vuole immolarsi sulla trincea dell’introduzione, tra le altre cose, del “vincolo di mandato” ossia dell’obbedienza degli eletti al partito. Sì, è vero, è scritto nel contratto, però una soluzione c’è: visto che il condono per Ischia invece non c’era, facciamo che siamo pari e con Fico, De Falco e quegli altri ve la vedete a schiaffoni.

Torino: il notaio, i sì-tav e l’ovvio del manifestino

Viene considerato l’ispiratore e l’istigatore delle “madamine” Sì-Tav di Torino, nonché l’animatore di un think tank locale indirizzato contro la giunta comunale di Chiara Appendino. Erede del prestigioso studio notarile Marocco, e con un curriculum che va dal consolato onorario del Myanmar per il Nord-Ovest d’Italia a incarichi professionali comprendenti fusioni bancarie e il finanziamento per lo Juventus Stadium, fino alla cessione del Teatro Eliseo di Roma, il notaio Andrea Ganelli, classe 1971, ha deciso di uscire allo scoperto. Lo ha fatto pubblicando sulle pagine torinesi del Corriere della Sera una specie di manifestino politico-ideologico.

Vagheggia nel testo la nascita di “una nuova classe dirigente”, in grado di dare sostanza a un movimento in vista delle prossime elezioni amministrative. Tutto ciò per riconquistare il potere nell’ex capitale dell’auto, riportandola sotto il tetto dei potentati economici e finanziari che in passato hanno dominato (e spolpato) Torino.

Significativa è la definizione notarile della cosiddetta società civile, che il Ganelli tratteggia quale “insieme di persone che svolgono la propria attività lavorativa”, il che escluderebbe disoccupati o affini, “senza dedicarsi a tempo pieno all’attività politica e all’amministrazione della cosa pubblica”. Lui ne auspica la fusione con la società politica, o quantomeno spera che diventi il “bacino” di essa. Disegna la discesa in campo dei “migliori esponenti della società civile, ove per migliori si intende coloro che hanno una sensibilità politica vera e profonda”. In pratica, o in soldoni, vuole che Torino torni a essere “attrattiva” per la manifattura; “combattere la povertà”, poi, “può essere fatto in tanti modi diversi, più di destra o più di sinistra a seconda della sensibilità di ognuno”.

Questo manifestino dell’ovvio di classe è il parto, più o meno salottiero, di qualche esponente della borghesia delle professioni e degli affari, oppure rappresenta davvero l’inizio del Termidoro di quella presunta società civile che, in realtà, è società del potere bancario, finanziario, industriale, in parte politico? Certo è che richiamarsi alla società civile fa un po’ specie, almeno se si pensa ai circoli della “Società Civile” che nacquero a Milano nel 1986, per iniziativa di Nando dalla Chiesa. Nel loro statuto si stabiliva che vi potessero aderire tutti i cittadini, con l’eccezione di quelli che avevano incarichi politici e di partito. E la “Società Civile” di Milano, anche con il suo bel giornale, spianò la strada alle inchieste di Mani Pulite, che misero in luce l’intreccio tra affari e politica all’insegna della corruzione.

Nel manifestino-articolo del celebrato notaio Ganelli, invece, i temi della legalità e della giustizia sociale, salvo l’accenno ecumenico alla povertà vista da destra o da sinistra, sono del tutto assenti. La sua (loro) società civile, a una dimensione pecuniaria, punta a una ampia ed equa (ma solo per loro) redistribuzione delle poltrone e degli affari. Infatti come pensare, dice sempre il notaio, “di non arricchirsi del contributo di chi la politica la fa da anni in modo professionale”? Già. Loro ci stanno pensando da quando a Torino, e non solo sotto la Mole, non governano più i vecchi Gattopardi.

“Io, Attila, sono sovranista. Eppure credo nella lealtà”

A Natale siamo tutti più buoni? A Milano uno dei protagonisti del Santo Natale 2018 è stato Attila, il flagello di Dio, il più cattivo dei cattivi. Ha aperto la stagione lirica alla Scala e continua ad andare in scena in questi giorni di festa. Ha letto quanto è stato scritto su di lui dal 7 dicembre a oggi e ci ha chiesto di poter replicare. Noi – come si dice – riceviamo e volentieri pubblichiamo.

“Sono Attila. Denigrato da secoli. Anche se questa storia del flagello di Dio mi attribuisce, forse contro la volontà dei miei detrattori, un ruolo nel disegno divino che tanti buoni non hanno e che quel voltagabbana di don Lisander, passato dalla Rivoluzione alla Provvidenza, forse avrebbe comunque capito meglio di tanti storici. Ma lasciamoli stare, gli storici, che su di me hanno scritto tutto e il contrario di tutto. In questi giorni mi state raccontando come mi ha immaginato Giuseppe Verdi e il suo librettista, Temistocle Solera. In verità, come spiega uno che se ne intende, Alberto Mattioli, Verdi s’imbatté in me leggendo De l’Allemagne di madame de Staël, che citava una “terribile tragedia”, Attila König der Hunnen, scritta nel 1809 da Werner Zacharias. Dunque io sono il cattivo che arriva a portare la guerra e, in tempi di sovranismi e di jihad, chissà che cosa volete vedere in me. Li ho sentiti, mentre mi stavo preparando ad andare in scena alla prima della Scala, i dieci minuti d’applausi al presidente della Repubblica. Garante delle istituzioni e della democrazia contro i barbari. E ci sta. È il ruolo che gli affida la vostra Costituzione e lo svolge bene, con equilibrio e senza forzature. Ma poi, dopo aver applaudito, ascoltate bene anche quello che succede nell’ opera. Sarei io il cattivo? In una delle scene più forti viene da me il buono, Ezio, il valoroso, coraggioso, eroico generale romano che dovrebbe combattermi per difendere la sua patria. E sapete che cosa mi propone? Di fare a mezzo, di spartirci il bottino. Tanto, dice, l’imperatore d’Occidente a Roma è un ‘giovane imbelle’ e quello d’Oriente a Costantinopoli è ‘tardo per gli anni e tremulo’. Dunque, ‘tutto sarà disperso quand’io mi unisca a te’. L’eroe della patria mi propone di tenermi il mondo intero e di dare a lui Roma: ‘Avrai tu l’universo, resti l’Italia a me’. Bel patriota, questo Ezio. Io che – ammetto – non sono uno stinco di santo, a questo punto esplodo: ‘Dove l’eroe più valido / è traditor, spergiuro, / ivi perduto è il popolo / e l’aere stesso impuro / ivi è impotente il Dio / ivi codardo è il re’.

“E questa Odabella, che agita con tanta passione la bandiera tricolore? Ma per favore. Le salvo la vita perché ha combattuto eroicamente ad Aquileia, che ho raso al suolo dopo avergli ucciso il padre. Mi chiede la mia spada e gliela concedo, perché io riconosco il valore. Le impongo di venire con me e lei accetta, con disperazione del suo fidanzato geloso, Foresto, che non ha tutti i torti a non fidarsi di lei. Gli dice che sta con me solo per potermi uccidere e vendicare il padre, come Giuditta con Oloferne, e va be’. Poi, quando Foresto e quel traditore di Ezio, incapace di sconfiggermi in guerra e di comprarmi in pace, confezionano una congiura con calice avvelenato per uccidermi, Odabella mi salva. Lo strangolerei con le mie mani, quell’imbecille di Foresto. Invece le dò retta e lo lascio in vita. Sarò anche feroce, barbaro e sovranista, ma mi trovo a essere l’unico a credere nel valore e nella lealtà, accerchiato da politicanti traditori, felloni e affamatori del popolo. Vado così incontro alla morte, per mano di quella sciacquetta di Odabella che usa per uccidermi l’arma che io stesso le ho dato. Non è lei però a salvare Roma, che io rinuncio ad attaccare: non per paura degli uomini, ma per timore divino. E ditemi, dopo tutto ciò: sarei io il barbaro?”.

Il Papiro smaschera anche i giornalisti

“Ora è certo: il papiro di Artemidoro è falso”; “È ufficiale: il papiro è un falso”; “La ‘sentenza’ della Procura di Torino mette fine alla querelle tra i difensori dell’antichità dell’oggetto (in particolare Claudio Gallazzi, Bärbel Kramer e Salvatore Settis) e Luciano Canfora”; e ancora: “La falsità del papiro… resterà nella storia degli studi, e non solo: in quella della cultura, e anche, forse, della politica”: e via così, in un crescendo fragoroso di tromboni.

La lettura degli articoli dedicati al caso Artemidoro è terribilmente deprimente: perché induce a credere che il giornalismo italico abbia un problema più serio del collateralismo con la politica, e perfino delle concentrazioni in mano a editori in flagrante conflitto di interessi. Quel problema è la spontanea rinuncia all’essenza stessa del mestiere: che è la lettura critica, obiettiva e approfondita delle notizie. Qua la notizia era un testo: il “papiro” di 33 pagine con il quale il procuratore della Repubblica di Torino, Armando Spataro, ha chiesto e ottenuto dal gip l’archiviazione di un reato a suo avviso sussistente, ma prescritto, cioè la truffa che sarebbe stata perpetrata dal mercante armeno Serop Simonian, che il 26 luglio 2004 vendette alla Fondazione San Paolo il papiro di Artemidoro. Ebbene, non occorreva essere papirologi, e nemmeno esperti di procedura penale, per farsi alcune domande su questo curiosissimo testo.

La prima riguarda la sua natura. In un Paese in cui nemmeno Erode sarebbe ritenuto colpevole di infanticidio prima del terzo grado di giudizio, qua tutti hanno parlato di “sentenza” tombale prima non del terzo, ma del primo grado di giudizio. È vero: la procedura impone questa (discutibile) prassi in caso di prescrizione. Ma l’enfasi mediatica impressa dalla Procura alla vicenda ha di fatto trasformato in un verdetto finale una convinzione del pm che, se fosse arrivata in tempo utile, avrebbe potuto essere smontata, contraddetta e falsificata in anni di dibattimenti pubblici, perizie, prove e deposizioni. E solo una stampa radicalmente acritica può prestarsi a infangare le reputazioni coinvolte basandosi su un documento in tutti i sensi parziale: perché di parte (l’accusa), e perché parte minima di quello che chiamiamo processo. Insomma: ammesso e non concesso che la verità scientifica si possa accertare in tre gradi di processo, certo non la si può accertare in Procura, prima di quei tre gradi.

La seconda riguarda le “prove”. Su questo giornale prima lo stesso Settis e poi il filologo classico Filippomaria Pontani sono entrati nel merito: notando, tra l’altro, che il pm ignora i numerosissimi articoli scientifici che dimostrano l’autenticità del papiro e invece accoglie solo il parere dei sostenitori della falsità, il cui insieme coincide – con poche o nulle eccezioni – con la cerchia accademica di chi ha presentato l’esposto. Dal resto dei giornali nessun lettore avrebbe potuto ricavare che nemmeno un papirologo (dicasi uno) ha sostenuto la falsità del manufatto. Oltre alla selettività delle “prove”, c’è poi la loro tenuta oggettiva. Un punto fondamentale riguarda l’autenticità degli inchiostri. Spataro non cita il “fascicolo 2010 della rivista scientifica americana Radiocarbon, che li definisce pacificamente compatibili con quelli usati nel I-II secolo d.C.” (Pontani). Racconta invece che una fonte esterna al ministero per i Beni culturali gli avrebbe riferito che le analisi in corso presso gli istituti ministeriali “sembrano supportare la tesi del falso”. Ora, perché non solo il procuratore, ma nessun giornalista ha fatto un colpo di telefono al ministero, per toccare con mano? Ebbene, io l’ho fatto: e Gino Famiglietti, direttore generale delle Belle Arti, mi ha risposto, dopo aver assunto informazioni, che nessun risultato è ancora disponibile. E dunque non sarà la Procura ad avere qualche problema con le fonti?

La terza domanda riguarda la verosimiglianza della ricostruzione della Procura. Visto che il falso sarebbe ottocentesco, il reato di truffa sarebbe provato dalla falsificazione delle foto del Konvolut, l’ammasso che conteneva il papiro. Ora, non solo quelle foto sono ritenute vere da tutti gli studiosi non legati a Canfora, ma esse non furono fornite alla Fondazione all’atto dell’acquisto (emersero quattro anni dopo, nel 2008). Ammesso e non concesso che siano false, quali elementi permettono di considerarle prova della truffa? Nemmeno una riga prova ad argomentare su questo punto cruciale.

Infine, se qualche cronista di giudiziaria avesse letto il testo della Procura, avrebbe forse notato che Spataro chiede l’archiviazione ai sensi dell’articolo 408 del codice di procedura penale: che si applica quando “la notizia di reato è infondata”. Potenza del copia-incolla, o del lapsus freudiano? In ogni caso, il passaggio più felice del papiro di Spataro.

Coppe e papere: altro che calcio

 

Finale di Coppa Libertadores
Categoria: Calcio

Voto: 0

Già il fatto che la finale della coppa dei campioni del Sudamerica (Coppa Libertadores) sia stata giocata in Europa, a Madrid, la dice lunga: un po’ come se il prossimo Tour de France si corresse in Ecuador o il prossimo torneo Sei Nazioni si svolgesse in Brasile o Argentina.
Trovata pubblicitaria? Macché. River Plate-Boca Juniors 3-1, finale di ritorno della Libertadores 2018, è stata giocata dall’altra parte del globo per la manifesta incapacità degli organizzatori di garantire l’ordine pubblico dopo gli inauditi incidenti esplosi prima del match del 25 novembre. Ai confini della decenza.

 

Francesco Molinari

Categoria: Golf

Voto: 10

“Devo essere onesto, non ci credo ancora”, sono state le sue prime parole la sera della premiazione. E invece sì, stava succedendo davvero: Francesco Molinari, 36enne golfista torinese, stava ricevendo (primo italiano della storia) il premio “World Sport Star of the Year 2018” istituito dalla BBC, che nel suo Albo d’Oro custodisce nomi come Pelé, Lewis, Johan Cruijff, Magic Johnson, Woods, Usain Bolt, Nadal e Roger Federer, tanto per capirci.
Un 2018 da sogno, per Molinari, vincitore del BMW Pga di Wentworth, del Quicken Loans National, dell’Open di Carnoustie, della Ryder Cup, della Race to Dubai. Solo imprese stellari.

 

Loris Karius

Categoria: Calcio

Voto: 2

Far ridere a crepapelle in diretta-tv 350 milioni di spettatori sparsi in 190 Paesi del globo: da che mondo è mondo, è il sogno di ogni comico che si rispetti.
Peccato che a centrare l’impresa sia stato uno sportivo, per l’esattezza il 25enne portiere del Liverpool Loris Karius, tedesco di Biberach, che il 26 maggio, nel giorno più importante della sua carriera, quello della finale Champions Real Madrid-Liverpool (3-1), è incorso a Kiev in due inenarrabili sfondoni che hanno regalato al Real Madrid prima il gol dell’1-0 di Benzema, poi quello del 3-1 di Bale. Ora il povero Karius ripara in Turchia. Poveretto, come soffre!

 

Floyd Mayweather

Categoria: Boxe

Voto: 7+

Per chi non lo sapesse, Floyd Mayweather, quarantunenne pugile americano nato a Grand Rapids, è lo sportivo che secondo la rivista “Forbes” è stato il più pagato del 2018 con la cifra monstre di 244 milioni di euro: in gran parte rastrellati dopo l’ultimo match della sua carriera (imbattuta: 50 match, 50 vittorie) contro l’irlandese Conor McGregor, che gli è valso la Money Belt, la cintura della WBC tempestata da 3.360 diamanti, 600 zaffiri, 300 smeraldi e 1,5kg d’oro. Come si dice in questi casi, il resto mancia.

 

Lewis Hamilton

Categoria: Formula 1

Voto: 9

Ammettiamolo: Lewis Hamilton per la Ferrari è un po’ quel che Ayrton Senna ha significato per Prost, Valentino Rossi per Biaggi, Holyfield per Tyson, Anquetil per Poulidor. Con i quattro Mondiali vinti con la Mercedes negli ultimi cinque anni (ma già a 23 Lewis aveva trionfato su McLaren), il 33enne pilota di Stevenage ha interpretato in F1 la parte che il Real Madrid ha recitato nelle ultime quattro stagioni in Champions League. I sette titoli di Michael Schumacher, record che si riteneva inavvicinabile, sono già nel suo mirino. Predestinato.