Non ha colto di sorpresa gli esperti di Medio Oriente l’attacco aereo attribuito a Israele contro alcuni depositi di armi di Hezbollah in Siria, non lontano da Damasco. Da quando la settimana scorsa il presidente americano Trump ha accettato la richiesta del suo omologo turco Erdogan di ritirare gli ultimi soldati statunitensi rimasti nel nord est della Siria, al confine con la Turchia, per permettere di far entrare al loro posto i ribelli dell’Esercito libero siriano (sostenuto da Ankara) in funzione anti Assad e anti curda, Israele ha sentito la necessità di mostrare di essere libero di applicare la propria agenda nell’area. Ovvero impedire all’Iran e a Hezbollah di incistarsi definitivamente in Siria al confine con Israele. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha infatti sottolineato: “Agiremo in modo energico e continuo contro di esso”. Inoltre va ricordato che Israele è sempre stato solidale con la causa curda per questioni storiche e istanze simili.
Un dato di fatto che ovviamente non ha mai fatto piacere ai turchi. In attesa di conferme o smentite da Gerusalemme, il ministero della Difesa russo ha detto che il bombardamento aereo ha messo in pericolo due aerei civili. Sebbene la Russia e Israele abbiano stabilito l’anno scorso un sistema per evitare gli attriti tra gli aerei israeliani che operano in Siria e gli aerei militari russi nell’area, un jet russo era stato abbattuto dai missili antiaerei siriani durante un attacco aereo israeliano a settembre. Come deterrente la Russia poche settimane dopo aveva consegnato al regime siriano il sistema di difesa aerea S-300.
Intanto la Turchia ha ammassato nuovi mezzi e soldati sul lungo confine che condivide com la Siria. Le truppe di Ankara erano già entrate nel nord-est della Siria, nei dintorni della città di Manbij, durante gli ultimi mesi per aiutare l’Esercito libero siriano a spingere i guerriglieri curdi delle Unità Popolari (Ypg), appoggiati da Washington, a ritirarsi ancora più a est. Ankara considera da sempre le Unità popolari curde siriane una propaggine del Pkk fondato da Ocalan. “Non esiteremo mai ad eliminare i terroristi dai nostri confini anche se l’YPG è d’accordo con il regime siriano e se controllano l’area insieme. Il nostro compito è eliminare questa minaccia alla nostra sicurezza nazionale da chiunque sia controllata questa organizzazione terroristica”, ha detto il ministro degli Esteri Mevlüt Çavusoglu il 25 dicembre.
La Turchia e gli Stati Uniti hanno concordato il 4 giugno scorso una tabella di marcia per il ritiro di tutti i guerriglieri dello YPG da Manbij e per l’istituzione di un nuovo consiglio comunale da parte degli arabi locali, tuttavia l’accordo non è stato completamente attuato. Per tentare di respingere i ribelli e i turchi da Manbij, due giorni fa i militari del presidente siriano Bashar al-Assad sono entrati ad Arima, nella campagna occidentale della regione di Manbij, in coordinamento con il YPG. Dopo un breve incontro con i vertici della YPG, Assad ha inviato nella regione 40 camion zeppi di soldati del regime, due carri armati e veicoli blindati.
Cosa accadrà a Manbij all’indomani del ritiro degli Stati Uniti (che nella città hanno dispiegato parte dei 2 mila soldati rimasti in Siria) è cruciale per comprendere fino a che punto il Cremlino permetterà alla Turchia di spingersi. Con l’annuncio del ritiro statunitense, subito applaudito pubblicamente dal presidente russo Putin, è evidente che sarà d’ora in poi solo la Russia a gestire la fase finale della lunga e sanguinosa guerra siriana e a reimpostare gli equilibri nella area. Se Mosca, nonostante la contrarietà del presidente dittatore Assad – che è rimasto al proprio posto grazie all’intervento russo – permetterà a Erdogan di invadere anche l’est della Siria settentrionale per annichilire i curdi è ancora da vedersi. Erdogan è sì riuscito a convincere Trump, ma si è consegnato definitivamente nelle mani di Putin che ha già dato prova di essere in grado di far cambiare idea al Sultano, con le buone o con le cattive.