D&G stracciano tutti gli youtuber

 

Dolce & Gabbana

Categoria: Youtuber

Voto: 10

Poteva essere l’anno di “Me contro te” o di Favij o dei Pantella’s, ma il video “the best 2018” è senza ombra di dubbio quello di scuse alla Cina di Dolce & Gabbana: non c’è youtuber che tenga.
Quella carta da parati rossa, l’italiano incerto di Domenico, la faccia scaglionata di Stefano, le infinite pause da tragedia greca, quel “vogliamo chiedere scusa ai cinesi nel mondo, perché ce ne sono molti” e le scuse in cinese (duibucì), rimarranno il più grande capolavoro in tema di scuse raccapriccianti a cui l’umanità abbia mai assistito dopo quelle di Flavio Insinna per aver dato della “nana di merda” a una concorrente del suo programma “Affari tuoi”.

 

Tirocinante Naomi H.

Categoria: Twitter

Voto: 2

Naomi H. viene assunta per un tirocinio dalla Nasa. Poi, per dimostrare all’umanità come si possa risolvere in tre secondi un’equazione con logaritmo complesso e allo stesso tempo essere degli imbecilli spaziali, va su Twitter e scrive: “Chiudete quella cazzo di bocca: mi hanno accettato alla Nasa!”.
Tale Homer Hickam le risponde: “Linguaggio!”. Lei replica: “Ciucciami il c***o, lavoro alla Nasa”. Hickam ribatte: “E io per il Consiglio Nazionale dello Spazio che controlla la Nasa”. Morale: Naomi H., quel posto alla Nasa, l’ha visto con uno strumento prezioso per chiunque come lei sia attratto dai misteri dello spazio: il binocolo.

 

Barbara D’Urso

Categoria: Instagram

Voto: 1

Arriva Mara Venier a “Domenica In” e, come direbbe qualcuno, per Barbara D’Urso “la pacchia è finita”. Una domenica no e tre sì prende bastonate dalla concorrenza, ma lei adotta la tecnica della rimozione forzata della realtà come certe mogli che si rifiutano di ammettere che il marito ha un’amante, e trasforma il suo Instagram nel paradiso dei terrapiattisti. Un luogo in cui la matematica è un’opinione e la scienza soccombe all’oroscopo di Paolo Fox. I suoi 16 per cento di share si trasformano in 20 per cento tra gli insulti generali, finché Barbarella non si ritira dalla lotta e cambia fascia oraria. Definendola “promozione”, of course.

 

Fedez

Categoria: Instagram stories

Voto: 8

Fedez sta facendo una storia su Instagram, inquadra il suo cane, sullo sfondo c’è la Ferragni. Quello di cui non si accorge Fedez è che Chiara è senza mutande.
Se ne accorgono invece i suoi 6 milioni di follower che glielo fanno notare.
Fedez cancella il video, chiede di non ricaricarlo, fa le sue scusa a Chiara. La faccenda di per sé non è eclatante ma suggerisce una verità preziosa: dopo un anno di convivenza puoi pure essere la Ferragni, puoi pure non indossare le mutande, ma lui vedrà più il cane di te.

 

Anastasio

Categoria: Facebook

Voto: 1

Vince X-Factor e si scopre che Anastasio, su Facebook, ha messo like a Trump, Salvini, Lorenzo Fontana e CasaPound. Ha condiviso una fake news sulla nave Diciotti. Gli è simpatico Putin. È garantista nei confronti di Weinstein. Ha dedicato insulti sessisti alla sottoscritta. (visto l’elenco parrebbe la cosa meno grave). A chi gli chiede se sia di destra risponde che ha messo il like a CasaPound perché “sono un libero pensatore, l’ho messo per informarmi”. E all’improvviso si rimpiange la weltanschauung dei Jalisse.

Castellucci, Nava, Descalzi: l’anno delle facce di bronzo

 

Giovanni Castellucci

Categoria: Casta italiana

Voto: 2

Giovanni Castellucci si è abituato per oltre un decennio a poter fare tutto quello che voleva da ad di Autostrade per l’Italia, uomo di fiducia dei Benetton (la prova? Oltre agli aumenti dei pedaggi, contate quanti articoli di giornale sui 40 morti di Avellino per i quali Castellucci è a processo). Ha continuato come se nulla fosse anche dopo il disastro del ponte Morandi a Genova, ha promesso di collaborare con i giudici, poi si è avvalso della facoltà di non rispondere, ha tenuto segreti i piani finanziari fino a un secondo prima che il governo li pubblicasse. E ora, visto che si mette male, prepara il trasloco nella holding Atlantia, la controllante di Autostrade.

 

Mario Nava

Categoria: Casta Ue

Voto:4

Nessuno ha mai discusso la competenza di Mario Nava, sarebbe potuto essere un ottimo presidente della Consob. Ma invece di mettersi in aspettativa da funzionario della Commissione europea o dimettersi, come la legge prevede, ha scelto la formula del distacco. Per salvare gli scatti di carriera? Per qualche (misero) privilegio fiscale? Per arroganza da tecnocrate che è stato troppo nella bolla di Bruxelles? Non si è mai degnato di spiegarlo. Dopo aver cercato di difendere l’indifendibile per mesi – non si può guidare un’autorità indipendente se si è dipendenti di altra istituzione – si è dimesso. E invece di scusarsi, ha cercato di farsi passare da perseguitato politico

 

Giuseppe Pisauro

Categoria: Arbitri

Voto: 7

In un Paese dove le autorità indipendenti sono troppo spesso catturate dai vigilati, c’è un’eccezione: l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), il controllore dei conti pubblici guidato da Giuseppe Pisauro. Nel caos di numeri e polemiche sulla manovra, l’Upb si è sempre dimostrato una bussola autorevole: ha bocciato le previsioni di crescita del governo sul 2019, difese anche dal Tesoro, e poi il governo ha dovuto adeguarle. E ha offerto le stime affidabili degli effetti delle misure in discussione mentre il governo presentava solo conti a spanne impossibili da valutare. Da quando la Banca d’Italia non è più credibile come guardiano della politica economica, l’Upb è ancora più prezioso.

 

Maurizio Ladini

Categoria: In sospeso

Voto: 7

Quando era ospite fisso in tv, davano anche a lui del populista, per le sue invettive contro il Jobs Act e le politiche del governo Renzi. Ma poi Maurizio Landini ha saputo pazientare: lasciata la segreteria della Fiom, è passato in direzione della Cgil e con silenziosa discrezione è diventato il candidato ufficiale dell’uscente Susanna Camusso. La sfida è aperta, con Vincenzo Colla, ma Landini ha dimostrato capacità tattica. Dovesse andar male, lui resta sempre l’unico possibile Corbyn italiano, se a sinistra dovesse rinascere un po’ di fermento.

 

Marco Bentivogli

Categoria: Prezzemolino

Voto: 6,5

Nel deserto di idee nell’area di centrosinistra, Marco Bentivogli è diventato un protagonista del dibattito.
È il segretario dei metalmeccanici della Cisl, ma è ormai un opinionista navigato (spazia dal Sole 24 Ore alle previsioni del tempo) e un quasi-politico: prima il tandem con Carlo Calenda, poi – pare – il corteggiamento di vari partiti in vista delle Europee. Finora ha resistito. Con la sua bulimia mediatica ha ottenuto una visibilità paragonabile a quella del suo ex rivale Landini (Fiom), ma l’eccesso di esposizione non sempre paga.

 

Amos Genish

Categoria: Meteore

Voto: 5

Arrivato circondato da grandi aspettative, il manager israeliano Amos Genish sarà ricordato soltanto per un paio di dettagli. È diventato amministratore delegato di Telecom su indicazione della Vivendi di Vincent Bolloré. Quando il fondo Elliott ha dichiarato guerra a Vivendi e l’ha messa in maggioranza, come ad ha confermato sempre lui, Genish. Che come risultati brillanti può giusto annoverare gli scontri a mezzo stampa con tutto il cda, il licenziamento in contumacia (era in aereo) e di aver scontentato tutti ma proprio tutti gli azionisti.

 

Claudio Descalzi

Categoria: Inquisiti

Voto: 4

Che anno imbarazzante per Claudio Descalzi, ad dell’Eni. Non tanto per i risultati finanziari del gruppo – quelli vanno bene – quanto per le sue vicende giudiziarie. La Procura di Milano prima ha mandato a processo Descalzi per la sospetta maxi-tangente nigeriana da 1 miliardo, poi ha smontato il depistaggio che pezzi dell’azienda, con l’aiuto di magistrati e avvocati, avevano messo in piedi per infangare i nemici interni di Descalzi e, pare, ostacolare l’inchiesta sulla Nigeria. Ora si scopre da una rogatoria che la moglie congolese di Descalzi era la vera proprietaria di una società che è stata fornitrice dell’Eni per anni. Lei nega, lui, però, forse dovrebbe spiegare.

 

Vincenzo Boccia

Categoria: questuanti

Voto: 4

Il tipografo Vincenzo Boccia ha praticamente visto esplodere la Confindustria sotto la sua poltrona da presidente: i conti disastrati del Sole 24 Ore, l’inchiesta giudiziaria su Antonino Montante, un tempo simbolo della legalità, le risse tra fazioni, le previsioni sballate sull’apocalisse post-referendum 2016. Per cercare di ritrovare centralità, Boccia si è auto-proclamato leader del “partito del Pil”, come priorità ha scelto un tema tra i meno sentiti nel Paese: il Tav Torino-Lione. Al bisogno di risposte di un ceto produttivo confuso e senza rappresentanza, Boccia offre solo la solita ricetta: la lamentazione permanente e la richiesta di incontrare il governo a Palazzo Chigi.

 

Sergio Marchionne

Categoria: Scomparsi

Voto: N. C.

Sul suo bilancio da amministratore delegato della Fiat-Fca è stato scritto molto: Sergio Marchionne ha salvato l’azienda ma non quello che l’azienda rappresentava per l’Italia. La sua morte quasi improvvisa, il 25 luglio, ha reso evidente la piccolezza della classe dirigente italiana che Marchionne aveva maltrattato per un decennio, uscendo da salotti, Confindustria e partecipazioni incrociate. Tutti questi rottamati si sono messi in fila a omaggiare il rottamatore (quello più efficace). La morte del manager ha anche rivelato i limiti di una stampa così ossequiosa da silenziare ogni notizia sulle condizioni di salute (gli scoop li ha fatti solo Lettera43.it).

 

Mario Draghi

Categoria: Tecnici

Voto: 7

Mario Draghi sta arrivando alla fine del suo mandato da presidente della Bce e sente tutta la responsabilità di gestire al meglio l’uscita. Ha avviato la riduzione del Quantitative easing, gli acquisti di titoli di Stato, ma senza scossoni nei mercati, quasi un miracolo. E poi ha iniziato ad assumere sempre più esplicitamente il ruolo di difensore del progetto europeo e degli ideali che lo sostengono (come nell’ultimo discorso a Pisa, il 15 dicembre), con la premessa dell’orgoglio per “essere italiano”. Una missione in cui Draghi è sempre più solo.

Lavoro, assunti meno di 16 precari su cento nel 2017

Meno di 16 precari ogni cento sono stati stabilizzati nel 2017. L’Istat, nel rapporto Bes 2018, segnala “un calo significativo” delle trasformazioni dai lavori temporanei a quelli permanenti, che passano dal 21,3% al 15,8%. Le differenze territoriali, anche in questo campo, sono ampie, e a svantaggio del Sud Italia. Mentre al Centro le stabilizzazioni sono il 17,9% e al Nord il 17,8%, nel Mezzogiorno si fermano all’11,7%. La regione dove più spesso il sogno di un posto fisso diventa realtà è l’Umbria, con il 21,8% di stabilizzazioni nel corso dell’anno, seguono la Lombardia e il Lazio. Agli ultimi posti ci sono, invece, la Calabria (in fondo alla classifica con il 6,7%), la Basilicata e la Valle d’Aosta. Succede così che, in particolare nelle regioni del Sud, gli anni di precariato si allungano. Ha più di cinque anni di anzianità sul lavoro il 35,7% dei precari della Sicilia e il 31,3% di quelli della Calabria, un livello tre volte superiore a quello della Lombardia (10,7%) e in peggioramento. Si tratta di livello molto più elevato anche della media nazionale, che è del 17,8% (oltre un lavoratore con contratto a termine su sei).

Quando il regalo di Natale è il licenziamento

Ieri il ministro Luigi Di Maio è andato a trovare i lavoratori della Treofan di Battipaglia, azienda che produce rivestimenti in polipropilene. A ottobre, il colosso indiano Jindal ha acquisito la fabbrica dalla M&C – società fondata da Carlo De Benedetti – ma ancora non ha riattivato la produzione. I 78 dipendenti sono da giorni in presidio per chiedere di rimettere in moto le linee. Di Maio aprirà un tavolo al ministero, intanto gli addetti continuano a trascorrere le feste natalizie in protesta.

Proprio come i 40 lavoratori della Hammond Power Solutions di Marnate (Varese). Il 18 dicembre, poco dopo aver regalato loro i tradizionali cestini di natale, la proprietà canadese ha comunicato che saranno tutti licenziati. Al rientro partiranno incontri con i sindacati per cercare una soluzione che scongiuri gli allontanamenti previsti per l’inizio di febbraio. “Avevano appena assunto a tempo indeterminato un addetto dell’area commerciale – spiega Rino Pezone della Fiom di Varese – poi martedì alle 14 hanno distribuito i panettoni e alle 16 ci hanno detto che dal Canada hanno deciso di cessare l’attività a Marnate”. Il motivo, stando a quanto riferito ai sindacalisti dai vertici del gruppo, sarebbe il peso fiscale che in quello stabilimento supererebbe i ricavi, insostenibile per una società quotata in Borsa. Il sito del Varesotto – dove si producono trasformatori elettrici – è della Hammond Power Solutions dal 2013, quando la multinazionale ha prima acquisito un’azienda vicentina e poi si è appropriata della Marnate Trasformatori. Da allora ha sempre mantenuto l’attuale assetto di 40 dipendenti, fino a quando a settembre ha promesso nuovi investimenti e assunzioni. Nel frattempo ha chiesto un po’ di cassa integrazione ordinaria per cautelarsi da eventuali cali degli ordini. Nulla poteva far pensare a un epilogo così drastico.

Quello della Hps è uno dei fronti caldi del lavoro che non ha conosciuto tregua durante le feste. Un po’ come succede da anni ne i centri commerciali d’Italia durante i giorni segnati in rosso sul calendario. Anche ieri, molti punti vendita hanno alzato le serrande sperando nello shopping di Santo Stefano. E non è mancata la risposta dei sindacati Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs, che hanno proclamato lo sciopero in Toscana, Umbria, Lazio, Puglia e Sardegna mentre in Piemonte, Liguria, Veneto, Emilia Romagna e nelle Marche i lavoratori sono stati invitati ad astenersi dal servizio. Il tema resta all’ordine del giorno della politica: è da tempo un cavallo di battaglia del M5S, che da quando è al governo ha promesso di restituire a commessi e cassieri il riposo di domenica e festivi (Natale, Pasqua e Ferragosto). Tuttavia, l’esecutivo ha scelto di non prendere iniziativa, lasciando che la proposta di legge presentata al Senato segua il fisiologico (e non velocissimo) iter parlamentare. L’idea è permettere l’apertura a rotazione al massimo del 25% degli esercizi commerciali. I sindacati chiedono il divieto assoluto di aprire nelle 12 festività, tra le quali il 26 dicembre e il 6 gennaio.

Anche gli addetti dei call center sono spesso costretti al lavoro festivo. Questo ha creato malumore tra i somministrati del centralino Teleperformance di Fiumicino, dove si fa assistenza ai clienti di Apple e Iliad. Ai lavoratori è stato imposto un allungamento dell’orario di lavoro per il 24 e il 31 dicembre: non più dalle 10 alle 18 ma dalle 8 alle 20. Quelle ore in più di riposo se le sono dovute riprendere con uno sciopero. “In quelle giornate – dice Fabio De Mattia della Nidil Cgil – la maggiorazione riconosciuta non è nemmeno adeguata”.

L’agenzia di Abete verso il concordato: lui non mette 1 euro

A ottobre presiedeva la giuria del premio Anima “per il sociale nei valori d’impresa”. Un mese fa da presidente Febaf (Federazione banche, assicurazioni e finanza) ammoniva il governo a proseguire “il percorso di risanamento delle finanze pubbliche”. Sabato sera, da presidente Bnl esibiva, in diretta su Rai1, un assegno per Telethon. Lunedì il cda della sua agenzia di stampa Askanews autorizzava la richiesta di concordato preventivo in continuità al Tribunale, mentre al ministero del Lavoro è già depositata la richiesta per 27 esuberi su 93 giornalisti a meno che Palazzo Chigi non sganci parecchi soldini per sanare una vecchia questione. Chissà cosa penserebbe di questo modo di condurre gli affari il presidente della Luiss Business School – che poi è lo stesso di Bnl, Febaf eccetera – Luigi Abete.

In realtà il “capitalismo senza capitali” (ma con parecchie relazioni) di Abete raggiunge con la vicenda di Askanews – particolarmente delicata trattandosi di informazione primaria – vette di plastica perfezione. La controparte, che sarebbero poi gli ultimi due governi, brilla invece per incapacità, dilettantismo e disinteresse. Un breve riassunto. Questa vicenda si inquadra nel terremoto innescato nel settore delle agenzie di stampa – una decina di realtà nazionali dall’Ansa in giù – dalla sciagurata scelta dell’allora sottosegretario Luca Lotti di assegnare i fondi di Palazzo Chigi attraverso una gara d’appalto “europea” divisa in 10 lotti che, tra ricorsi e incertezze, è durata un anno e mezzo. L’ultimo atto è di agosto 2018 con l’assegnazione proprio alla società di Abete di un lotto lasciato libero da Adnkronos del valore di 4,2 milioni l’anno che sembrava aver risolto gli ultimi problemi.

E invece no. I fatti. Askanews – nata nel 2014 dalla fusione tra la cattolica Asca e TmNews (ex Telecom) – è controllata al 90% circa da Luigi Abete attraverso News Holding e A.be.te. ed è in crisi da quando è nata: contratti di solidarietà, poi prepensionamenti e la Cassa integrazione al 50% che ha fatto risparmiare all’azienda nel solo 2018 stipendi per 1,8 milioni di euro. Come detto Askanews non si era aggiudicata nessuno dei “lotti di Lotti”, ma da settembre 2017 ad agosto 2018 ha continuato a fornire il suo notiziario alle istituzioni nonostante una disdetta del Dipartimento Editoria del settembre 2017: disdetta contestata dall’azienda con la buona ragione che l’assegnazione dei lotti non era ancora terminata, tanto è vero che l’ultimo è finito proprio ad Askanews quasi un anno dopo.

Ora il punto è sanare il pregresso: nel cosiddetto “allegato D” con cui dichiara di avere 27 esuberi su 93 giornalisti l’agenzia di Abete quantifica in 4,7 milioni totali i mancati introiti del “pregresso” e dichiara che con le perdite 2018 “il capitale sociale si riduce di oltre un terzo” rendendo necessario andare in tribunale a meno che Palazzo Chigi non paghi e il ministero del Lavoro non conceda nuovi ammortizzatori per il 2019. C’è un problema: il governo gialloverde (la delega è del sottosegretario grillino Vito Crimi) non vuole pagare tutta la cifra e, al termine di una lunga trattativa, ha ridotto a sorpresa la sua “offerta” – a quanto risulta al Fatto – a circa 1,5 milioni di euro. La reazione dell’azienda è la minaccia di concordato. In mezzo, stanno i 100 lavoratori che ora rischiano di non vedersi accreditare lo stipendio.

Per impedire alla società la via del Tribunale (che scarica su lavoro e creditori lo sbilancio) a Palazzo Chigi sarebbe bastato mettere sul piatto meno di 2,5 milioni di euro, la metà delle richieste dell’azienda e neanche un milione più della sua offerta. Il capolavoro di Abete, invece, è che nessuno si aspetta che i soldi li metta lui, neanche in parte, nonostante stimi per l’agenzia ricavi da 10,5 milioni l’anno prossimo. È sempre più un peccato, stante la situazione, che a marzo 2017 la Askanews controllata da Abete – che aveva un credito da 2,3 milioni con la News Holding di Abete passatole dalla A.be.te. di Abete – abbia deciso di acquistare proprio dalla Holding di Abete azioni di altre società di Abete per oltre 2,2 milioni pagandole con quel vecchio credito. Soldi che oggi avrebbero fatto comodo, ma il capitalismo senza capitali ha le sue regole.

New York Times: che scoop l’Italia

Il rapporto provinciale del giornalismo italico verso il New York Times genera mostri. Il corrispondete da Roma, James Horowitz, si avventura in una grande inchiesta: a Roma ci sono i rifiuti, i gabbiani e i graffiti, anche nei quartieri che piacciono a lui come Monti. La sua Gola profonda è il curatore di un sito che tutti i giornalisti italiani conoscono, Roma fa schifo (difficile che indichi le bellezze della Capitale), ma se lo cita il New York Times allora diventa una notizia da prima pagina: “Roma rischia di diventare una discarica”. Horowitz è uno che sa come farsi riprendere dalla stampa italica, anche a prezzo di una certa spregiudicatezza per gli standard del Times. Come quando sollevò un polverone per l’emergenza fake news in Italia che tirava la volata ai populisti di Lega e M5S. La fonte? Il report del socio di un amico di Matteo Renzi. Ma se lo dice il New York Times… Quando il corrispondente del NYT pubblicò uno scoop vero, con i documenti del coinvolgimento dell’opinionista e scrittore Alan Friedman e dell’ex premier Romano Prodi in attività di propaganda filorussa, i giornali che si indignano per i cassonetti romani non pubblicarono una sola riga. Forse il problema non è tanto Horowitz, ma il giornalismo italiano.

Carige nella tempesta, tra Bce e liti interne

Dita incrociate. Stamattina alla riapertura della Borsa molti occhi saranno puntati su Carige. Rimbalzerà o scenderà ancora (oggi siamo ad appena 0,0016 euro)? Negli ultimi giorni la banca di Genova è tornata in acque agitate, dopo che a novembre pareva che la tempesta fosse finita: il Fondo Interbancario ha sottoscritto un bond da 320 milioni (interesse del 16%) in vista di un aumento di capitale da 400. Ma ecco che la famiglia Malacalza – principale azionista con il 28% – non ha votato l’aumento. Non solo: si sono dimessi due membri del cda (Letizia Reichlin e Raffaele Mincione). Sotto la superficie, però, gli scogli sono anche altri: la richiesta pressante da parte di soci e consiglieri di sapere come siano stati utilizzati i 550 milioni del precedente aumento, più 300 milioni di cessioni e realizzi (novembre 2017). E la rettifica di bilancio avanzata dalla Bce: 250 milioni che rischiano da soli di mangiarsi gran parte del nuovo aumento (soprattutto se la Sorveglianza, dopo aver chiesto di svalutare alcune voci di bilancio, pretendesse che fossero cedute). Una rettifica, è l’accusa di alcuni consiglieri, su cui il passato cda ad agosto non sarebbe stato adeguatamente informato. Intanto incombe l’inchiesta della Procura che sta ricostruendo gli ultimi due anni di Carige.

Ma partiamo dall’astensione dei Malacalza. Nel mondo finanziario c’è chi ha visto la decisione come il primo scricchiolio nel rapporto tra gli imprenditori liguri e il nuovo cda, a meno di due mesi dall’insediamento. Vero, non c’è stata la sintonia che si sperava. C’è, però, altro: “A preoccupare i Malacalza”, sostengono fonti interne alla banca, “è il fatto che il voto sull’aumento di capitale sia arrivato prima del piano industriale. E la dichiarata intenzione di varare un aumento diluitivo”. Il Fondo Interbancario con 320 milioni arriverebbe a detenere quasi il 98% delle quote. Una prospettiva che non va giù ai soci – grandi e piccoli – che negli anni scorsi hanno sottoscritto i precedenti aumenti: 800 milioni nel 2014, 850 nel 2015 e 540 nel 2017. Oltre due miliardi che oggi valgono un pugno di mosche. Il Fondo, in caso di mancanza di sottoscrizioni, con 320 milioni si porterebbe invece a casa una banca che ha un patrimonio netto di 1,7 miliardi. Difficile dire cosa succederà ora. L’astensione dei Malacalza potrebbe essere una rottura o una presa di tempo. Si vedrà nell’assemblea di febbraio.

“La banca è in sicurezza”, ha dichiarato il presidente Pietro Modiano. Ed è vero che i fondamentali Carige sono diversi da quelli delle banche italiane travolte dalla crisi. Ma restano la difficile governabilità e le incertezze sul futuro: la Bce preme per una fusione, mentre i soci temono che la banca possa essere mangiata. C’è chi ipotizza che se Carige finisse sotto il controllo del Fondo potrebbe poi essere legata a Mps. E c’è chi ipotizza che i Malacalza, che già hanno investito 420 milioni, potrebbero tentare un’opa. L’assemblea ha fotografato una situazione instabile. E non sono mancati episodi singolari: ad esempio l’intervento di Carlo Pavesi e Francesco Gatti, due tra i più noti avvocati italiani, che in un recente passato sono stati consulenti di Carige per “l’emissione di un bond subordinato Tier2 da 320 milioni e nella strutturazione di operazione con delega al Consiglio di Amministrazione della Banca per un aumento di capitale da 400 milioni”.

Come ha raccontato Repubblica sono intervenuti in assemblea, ma, a sorpresa, in veste di azionisti a sostegno della linea dei vertici del cda. Legittimo, ma sorprendente. Anche se in Carige nessuno si sorprende più di niente.

Sanità, è una vera sanatoria? Fisioterapisti vs massaggiatori

Nella manovra approvato dal Senato è stata inserita, in extremis, anche la deroga per l’iscrizione agli ordini per chi ha svolto professioni sanitarie senza il possesso di un titolo abilitante per l’iscrizione all’albo. E che ora potranno continuare a svolgere l’attività professionale iscrivendosi in appositi elenchi speciali, se hanno lavorato per un periodo minimo di 36 mesi, anche non continuativi, negli ultimi 10 anni. Un condono che ha scatenato le critiche dell’Associazione italiana fisioterapisti: “Sanatoria globale per tutti gli abusivi in sanità”.

A difendere il provvedimento ci sono, invece, i massofisioterapisti che accusano i colleghi di aver tentato per anni di “eliminarli” o “limitarli”, perché potenziali concorrenti dal mercato della riabilitazione motoria. E, in mezzo, c’è l’emendamento voluto dal M5S, difeso dalla ministra della Salute, Giulia Grillo: “È servito a evitare che 20 mila persone finissero in mezzo a una strada”. Facciamo un po’ di chiarezza.

La sanatoria. La norma serve a correggere una falla creata dalla legge 13 marzo del 2018 dell’ex ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, che impone da gennaio 2019 a circa 250mila professionisti – dai fisioterapisti ai tecnici di laboratorio, dai logopedisti ai tecnici della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro – di iscriversi a 17 nuovi ordini professionali. Ma per farlo serve un titolo di studio riconosciuto dallo Stato che, però, circa 20 mila di questi operatori non hanno mai conseguito: quando hanno iniziato a lavorare non era previsto. L’emendamento va, quindi, a sanare solo la posizione di specifici professionisti che ora si dovranno iscrivere, entro il 31 dicembre 2019, in appositi elenchi speciali a esaurimento posti.

Senza laurea. Le critiche maggiori poste all’emendamento (“così si aprono le porte della Sanità a chi non ha i titoli”, dice l’Associazione italiana fisioterapisti) non sono del tutto corrette. Migliaia di professionisti prima della legge 43/2006, che ha introdotto l’abilitazione all’esercizio professionale solo dopo il conseguimento della laurea triennale, avevano già frequentato corsi specialistici e regionali, o li hanno iniziati dopo la riforma, ma sempre prima dell’attivazione dei corsi universitari. Così per anni, in migliaia hanno lavorato con un titolo valido, secondo molti. Abusivamente, secondo altri.

A essere chiamati in causa sono i massofisioterapisti, la parte di più numerosa dei professionisti coinvolti nella sanatoria. Che, tuttavia, non ci stanno a considerati come abusivi e danno la colpa alle Regioni “che hanno consentito fino a oggi la formazione professionale, affiancata a quella universitaria”. Ma per l’Associazione italiana fisioterapisti, questa sorta di limbo abusivo continuerà ad esistere visto che nella norma non si fa riferimento a quali titoli di studio si devono possedere per richiedere l’iscrizione all’albo.

Chi è coinvolto. Nella sanatoria sono coinvolte solo le figure dei tecnici di laboratorio biomedico, audiometristi, ortopedici, della prevenzione nei luoghi di lavoro; neurofisiopatologi, dietisti, igienisti dentali, fisioterapisti, logopedisti o podologi. “Pensare che anche infermieri, ostetriche o tecnici di radiologia rientrino nella sanatoria è un errore che sta generando allarmi immotivati”, spiega la Federazione nazionale degli Ordini degli infermieri che apprezza della norma “l’obbligatorietà dell’iscrizione all’albo per tutte le categorie professionali, come grande traguardo nella lotta all’abusivismo”. La stessa linea della ministra Grillo, secondo la quale ora si metterà fine al caos prodotto da una giungla di corsi regionali che negli anni hanno creato abusivi, “eliminando solo l’indeterminatezza del quadro giuridico”.

Manovra, si riparte oggi alla Camera: voto finale il 29

Manovra, oggi si riparte. Dopo la sua approvazione in Senato nella notte del 23 dicembre, questa mattina la commissione Bilancio della Camera comincerà a esaminare la legge di Bilancio. Ma i tempi sono strettissimi, visto che la maggioranza conta di approvare la ex Finanziaria entro il 29 con il voto di fiducia (e ovviamente senza modifiche), che per i regolamenti di Montecitorio andrà chiesta almeno 24 ore prima la votazione finale. Numeri alla mano, la maggioranza non corre alcun rischio, ma il segretario della Lega Matteo Salvini sarà ugualmente a Roma oggi per seguire i lavori da vicino. E proprio Salvini ieri su Facebook ha dichiarato: “Perché approviamo la manovra il 29 dicembre? Perché dopo anni c’è un governo che ha trattato con l’Europa e ha combattuto. In passato le approvavano prima perché tagliavano e Bruxelles era contenta”. Intanto è ufficiale la nuova data della conferenza di fine anno del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, questa volta fissata per le 10 di domani nella sala polifunzionale del governo.

La guerra delle poltrone al Consiglio di Stato

Al Consiglio di Stato, presto, potrebbero esserci un presidente, Filippo Patroni Griffi e il suo vice, che proprio non si sopportano.

A bocce ferme, il favorito tra i candidati a presidente aggiunto, infatti, è il presidente di sezione Sergio Santoro, ovvero colui che ha fatto ricorso contro la nomina di Patroni Griffi. Tra fine gennaio e inizi di febbraio, il plenum del Cpga, il Csm dei giudici amministrativi, dovrà, infatti, scegliere il numero due di Palazzo Spada, la fucina di tutti i governi per capi di gabinetto, consiglieri giuridici e pure ministri “tecnici”. Sarà votata la proposta, che non c’è ancora, della Quarta Commissione presieduta da Oberdan Forlenza, che ha chiuso da poco i termini per le domande nel massimo riserbo.

Sono tre i candidati per il posto lasciato vacante da Patroni Griffi. Come detto, c’è Santoro, che ha pure fatto ricorso per reclamare la presidenza perché, essendo il consigliere di Stato più anziano in ruolo, sostiene di essere stato scavalcato con discutibili criteri di “meriti e attitudini” . Già tre anni fa aveva fatto ricorso e lo stesso Consiglio di Stato gli diede torto, contro le nomine di Alessandro Pajno a presidente e di Patroni Griffi a presidente aggiunto.

Gli altri candidati sono i presidenti di sezione Franco Frattini, l’ex ministro berlusconiano, e Giuseppe Severini, ex consigliere giuridico di vari governi. Fatta eccezione per Patroni Griffi, da sempre, il presidente aggiunto è stato nominato in base al criterio di anzianità, anche se la norma, spiegano da Palazzo Spada, parla di “anzianità e attitudini”. Ma stavolta sembra che l’anzianità torni a essere determinante se – come si dice nei corridoi – Santoro è avanti. Se sarà nominato presidente aggiunto bisognerà vedere se sceglierà di ritirare il ricorso contro Patroni Griffi o se deciderà di andare avanti. Sarà anche interessante sapere, eventualmente, quali deleghe gli darebbe Patroni Griffi.

Presidente della sesta sezione del Consiglio di Stato, Santoro è anche, tra l’altro, presidente della Corte federale d’appello della Federcalcio. A Palazzo Spada dall’81, già dal 1983 e fino al 2008 è stato capo di gabinetto e consigliere giuridico “in varie amministrazioni” si legge nel suo curriculum. Anche di Berlusconi, per “l’attività di monitoraggio e di trasparenza legislativa dell’azione di governo”. Capo di gabinetto del sindaco di Roma Gianni Alemanno, si dimise dopo soli 5 mesi. Gli altri due candidati sono meno anziani in ruolo. Frattini entra nel Consiglio di Stato a fine 1986, attualmente è presidente della seconda sezione, ma anche lui ha una lunga carriera extra. Come noto, fra gli altri incarichi, è stato due volte ministro degli Esteri del governo Berlusconi.

I curriculum di Santoro e di Frattini possono essere definiti “asettici”. Non è così quello di Severini, consigliere di Stato dall’ottobre del 1988. Nel curriculum, il presidente della Quinta sezione, forse per compensare la minore anzianità, prova a differenziarsi dai suoi colleghi concorrenti: sottolinea in neretto che “ininterrottamente dal 2009” è presidente di sezione e che “tolti i 5 anni” di fuori ruolo “ha svolto per 25 anni funzioni effettive di servizio in Consiglio di Stato”. Ma, come lui stesso scrive, ha fatto comunque il consigliere giuridico di quattro ministri della Difesa, tra cui Ignazio La Russa, “dal 2001 al 2013”. Prima ancora, “nel 1994” e nel “1996-98” è stato Consigliere giuridico di altri ministeri. Incarico possibile perché, incredibilmente, prima della legge Severino non c’era incompatibilità con l’attività giurisdizionale al Consiglio di Stato.