Giovanni Castellucci
Categoria: Casta italiana
Voto: 2
Giovanni Castellucci si è abituato per oltre un decennio a poter fare tutto quello che voleva da ad di Autostrade per l’Italia, uomo di fiducia dei Benetton (la prova? Oltre agli aumenti dei pedaggi, contate quanti articoli di giornale sui 40 morti di Avellino per i quali Castellucci è a processo). Ha continuato come se nulla fosse anche dopo il disastro del ponte Morandi a Genova, ha promesso di collaborare con i giudici, poi si è avvalso della facoltà di non rispondere, ha tenuto segreti i piani finanziari fino a un secondo prima che il governo li pubblicasse. E ora, visto che si mette male, prepara il trasloco nella holding Atlantia, la controllante di Autostrade.
Mario Nava
Categoria: Casta Ue
Voto:4
Nessuno ha mai discusso la competenza di Mario Nava, sarebbe potuto essere un ottimo presidente della Consob. Ma invece di mettersi in aspettativa da funzionario della Commissione europea o dimettersi, come la legge prevede, ha scelto la formula del distacco. Per salvare gli scatti di carriera? Per qualche (misero) privilegio fiscale? Per arroganza da tecnocrate che è stato troppo nella bolla di Bruxelles? Non si è mai degnato di spiegarlo. Dopo aver cercato di difendere l’indifendibile per mesi – non si può guidare un’autorità indipendente se si è dipendenti di altra istituzione – si è dimesso. E invece di scusarsi, ha cercato di farsi passare da perseguitato politico
Giuseppe Pisauro
Categoria: Arbitri
Voto: 7
In un Paese dove le autorità indipendenti sono troppo spesso catturate dai vigilati, c’è un’eccezione: l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), il controllore dei conti pubblici guidato da Giuseppe Pisauro. Nel caos di numeri e polemiche sulla manovra, l’Upb si è sempre dimostrato una bussola autorevole: ha bocciato le previsioni di crescita del governo sul 2019, difese anche dal Tesoro, e poi il governo ha dovuto adeguarle. E ha offerto le stime affidabili degli effetti delle misure in discussione mentre il governo presentava solo conti a spanne impossibili da valutare. Da quando la Banca d’Italia non è più credibile come guardiano della politica economica, l’Upb è ancora più prezioso.
Maurizio Ladini
Categoria: In sospeso
Voto: 7
Quando era ospite fisso in tv, davano anche a lui del populista, per le sue invettive contro il Jobs Act e le politiche del governo Renzi. Ma poi Maurizio Landini ha saputo pazientare: lasciata la segreteria della Fiom, è passato in direzione della Cgil e con silenziosa discrezione è diventato il candidato ufficiale dell’uscente Susanna Camusso. La sfida è aperta, con Vincenzo Colla, ma Landini ha dimostrato capacità tattica. Dovesse andar male, lui resta sempre l’unico possibile Corbyn italiano, se a sinistra dovesse rinascere un po’ di fermento.
Marco Bentivogli
Categoria: Prezzemolino
Voto: 6,5
Nel deserto di idee nell’area di centrosinistra, Marco Bentivogli è diventato un protagonista del dibattito.
È il segretario dei metalmeccanici della Cisl, ma è ormai un opinionista navigato (spazia dal Sole 24 Ore alle previsioni del tempo) e un quasi-politico: prima il tandem con Carlo Calenda, poi – pare – il corteggiamento di vari partiti in vista delle Europee. Finora ha resistito. Con la sua bulimia mediatica ha ottenuto una visibilità paragonabile a quella del suo ex rivale Landini (Fiom), ma l’eccesso di esposizione non sempre paga.
Amos Genish
Categoria: Meteore
Voto: 5
Arrivato circondato da grandi aspettative, il manager israeliano Amos Genish sarà ricordato soltanto per un paio di dettagli. È diventato amministratore delegato di Telecom su indicazione della Vivendi di Vincent Bolloré. Quando il fondo Elliott ha dichiarato guerra a Vivendi e l’ha messa in maggioranza, come ad ha confermato sempre lui, Genish. Che come risultati brillanti può giusto annoverare gli scontri a mezzo stampa con tutto il cda, il licenziamento in contumacia (era in aereo) e di aver scontentato tutti ma proprio tutti gli azionisti.
Claudio Descalzi
Categoria: Inquisiti
Voto: 4
Che anno imbarazzante per Claudio Descalzi, ad dell’Eni. Non tanto per i risultati finanziari del gruppo – quelli vanno bene – quanto per le sue vicende giudiziarie. La Procura di Milano prima ha mandato a processo Descalzi per la sospetta maxi-tangente nigeriana da 1 miliardo, poi ha smontato il depistaggio che pezzi dell’azienda, con l’aiuto di magistrati e avvocati, avevano messo in piedi per infangare i nemici interni di Descalzi e, pare, ostacolare l’inchiesta sulla Nigeria. Ora si scopre da una rogatoria che la moglie congolese di Descalzi era la vera proprietaria di una società che è stata fornitrice dell’Eni per anni. Lei nega, lui, però, forse dovrebbe spiegare.
Vincenzo Boccia
Categoria: questuanti
Voto: 4
Il tipografo Vincenzo Boccia ha praticamente visto esplodere la Confindustria sotto la sua poltrona da presidente: i conti disastrati del Sole 24 Ore, l’inchiesta giudiziaria su Antonino Montante, un tempo simbolo della legalità, le risse tra fazioni, le previsioni sballate sull’apocalisse post-referendum 2016. Per cercare di ritrovare centralità, Boccia si è auto-proclamato leader del “partito del Pil”, come priorità ha scelto un tema tra i meno sentiti nel Paese: il Tav Torino-Lione. Al bisogno di risposte di un ceto produttivo confuso e senza rappresentanza, Boccia offre solo la solita ricetta: la lamentazione permanente e la richiesta di incontrare il governo a Palazzo Chigi.
Sergio Marchionne
Categoria: Scomparsi
Voto: N. C.
Sul suo bilancio da amministratore delegato della Fiat-Fca è stato scritto molto: Sergio Marchionne ha salvato l’azienda ma non quello che l’azienda rappresentava per l’Italia. La sua morte quasi improvvisa, il 25 luglio, ha reso evidente la piccolezza della classe dirigente italiana che Marchionne aveva maltrattato per un decennio, uscendo da salotti, Confindustria e partecipazioni incrociate. Tutti questi rottamati si sono messi in fila a omaggiare il rottamatore (quello più efficace). La morte del manager ha anche rivelato i limiti di una stampa così ossequiosa da silenziare ogni notizia sulle condizioni di salute (gli scoop li ha fatti solo Lettera43.it).
Mario Draghi
Categoria: Tecnici
Voto: 7
Mario Draghi sta arrivando alla fine del suo mandato da presidente della Bce e sente tutta la responsabilità di gestire al meglio l’uscita. Ha avviato la riduzione del Quantitative easing, gli acquisti di titoli di Stato, ma senza scossoni nei mercati, quasi un miracolo. E poi ha iniziato ad assumere sempre più esplicitamente il ruolo di difensore del progetto europeo e degli ideali che lo sostengono (come nell’ultimo discorso a Pisa, il 15 dicembre), con la premessa dell’orgoglio per “essere italiano”. Una missione in cui Draghi è sempre più solo.