Europee, Di Maio vuole capilista esterni. E gli eletti protestano

La partita, cioè la decisione, non è ancora chiusa. Ma l’idea di Luigi Di Maio è sul tavolo e non è piaciuta affatto agli europarlamentari uscenti del Movimento. Perché l’orientamento del capo politico, spiegato ai primi di dicembre agli eletti in Europa del M5S, è quello di candidare esterni come capilista per le prossime elezioni europee.

Esponenti della società civile, professori e professionisti da mescolare a nomi più noti. Figure “che ci potrebbero far prendere più voti, anche fuori del nostro bacino abituale”, come ha sostenuto Di Maio nella riunione con gli 11 eurodeputati (12, con l’autosospeso Marco Valli).

Preoccupati, anche perché gli esterni sarebbero sottratti alle parlamentarie, cioè alla selezione sul web, venendo inseriti d’ufficio nelle liste. Ossia, non dovrebbero neanche sudarsi la posizione di capolista: preziosa anche in elezioni come quelle Europee, basate sulle preferenze. E questo non può che irritare gli uscenti rimasti (il gruppo originario, prima di espulsioni e addii, era di 17 eletti). Decisi tutti a ricandidarsi, quindi già al lavoro da settimane per organizzare la campagna elettorale. “Noi siamo il Movimento, lavoriamo da anni con gli attivisti e le associazioni, e ora dall’alto ci calano chissà chi”, è la lamentela che rimbalza da Bruxelles. Parole che ricordano quelle di tanti iscritti e diversi parlamentari italiani, quando sempre Di Maio, in accordo con Davide Casaleggio, candidò nelle Politiche decine di esterni nei collegi uninominali. E fu un’innovazione epocale, rispetto ai codici del Movimento: fatta sin troppo in fretta, tanto che nelle liste i 5Stelle si ritrovarono anche un drappello di massoni più o meno in attività, e qualche indagato. Però alla fine nelle urne del 4 marzo Di Maio e il M5S pescarono il 32,5 per cento, più forte dei mal di pancia.

Diversi mesi dopo, il capo politico vorrebbe proseguire sulla linea dell’apertura agli esterni. Una scelta di cui ha parlato a Beppe Grillo un paio di settimane di fa, pranzando con lui a Roma. E il garante, dicono, avrebbe preso atto, chiedendo però di essere informato preventivamente sull’identità degli esterni. E d’altronde i nomi non sono ancora certi, come non lo è la decisione sulle liste. Però anche tra gli eurodeputati sono circolate voci su una candidatura dell’ex leader dei Verdi e ministro, Alfonso Pecoraro Scanio. In ottimi rapporti con tanti maggiorenti del Movimento, tra cui il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Vincenzo Spadafora, vicinissimo a Di Maio. Ma dal M5S finora hanno sempre smentito di voler presentare Pecoraro Scanio. Anche perché sarebbe un ulteriore strappo con le regole originarie, vista la sua storia in altri partiti (ma per qualche uninominale è già stato chiuso un occhio).

Ma di certo il tema delle liste per Bruxelles cresce. Soprattutto ora che Salvini ha annunciato che si candiderà per le Europee. E non stupisce, visto che le urne di maggio saranno anche un derby tra i due partiti di governo, nel quale il Movimento punta al 30 per cento, per portare a Bruxelles tra i 25 e i 28 eletti e guidare così un nuovo gruppo, equidistante da socialisti e conservatori come dall’estrema destra di Marine Le Pen. E per riuscirci vanno bene anche gli esterni.

Morani si scusa, trafitta dal Fake

E dire che in più di un’occasione Matteo Renzi e i suoi boys si erano eretti a paladini della democrazia, evocando task force (e leggi) contro le fake news. Chissà, forse Alessia Morani non ha pensato che in questa categoria rientrassero pure le fake photo. E così, ci è caduta in pieno. La vigilia di Natale ha postato su Twitter una foto di Conte che suona la chitarra per i piccoli pazienti dell’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma. Sul manico della chitarra c’è il capotasto, ma posizionato dopo la mano con la quale il premier sta facendo l’accordo. Impossibile, quindi, suonare. L’immagine è un fotomontaggio e fa il giro dei social. Sul profilo del premier c’è quella vera, con il capotasto al punto giusto. Ma alla Morani sfugge la tastiera: “È tutto meravigliosamente finto. D’altronde #Conte finge di fare il presidente del Consiglio e può fingersi anche chitarrista”. Il Blog delle Stelle non perdona: “Il Pd è passato dalle fake news alle fake photo”. Puntuale l’hashtag: #Moranichiediscusa. A lei non resta altro che cospargersi il capo di cenere: “Ho eliminato il tweet su Conte dove c’era una foto che avevo preso sui social: voleva essere un tweet ironico sull’operato del presidente del Consiglio ma mi è uscito evidentemente male. Mi spiace se si è creato un equivoco. Non era mia intenzione e me ne scuso”. Chi di fake ferisce, di fake perisce.

Addio a Sandra Verusio, l’anti-Angiolillo

Sostiene Umberto Pizzi, che di salotti del potere, a Roma, ne ha immortalati a decine e decine: “Quello di Sandra Verusio era il più esclusivo di tutti, l’unico dove andava Massimo D’Alema o dove, prima ancora, trovavi Gianni Agnelli e Ted Kennedy. Era un salotto riservato a pochissimi. Ricordo che quando la Verusio seppe di Piero Fassino e la moglie dalla Angiolillo si arrabbiò molto”.

Sandra Verusio era infatti la regina dei salotti romani della sinistra, ovviamente chic, come usa in questi casi. È morta nel giorno di Natale. Aveva una villa sull’Appia e un attico nel centro di Roma. Barbara Palombelli nel suo ricordo su Dagospia ha scritto che dalla sua amica “Sandra” venne preparato invano “il prequel del Patto del Nazareno”: il tentativo di eleggere D’Alema al Quirinale nel 2006.

L’ampio consenso ai gialloverdi spiegato dalla fiducia nello Stato

Questo diario nutre una radicata antipatia per il partito del partito preso. Che oggi si compone di due insopportabili sottopartiti, opposti e uguali. Da una parte gli agit-prop del governo gialloverde: quelli che davanti alle frequenti smarronate della premiata ditta SalviMaio difendono l’indifendibile. I soci del fanclub Toninelli, che quando non sanno a che santo votarsi (l’indecorosa farsa del Senato costretto ad approvare la manovra a scatola chiusa), o sorvolano, o chiamano in causa il complotto plutogiudaicomassonico della stampa pagata da Soros, oppure accusano “quelli di prima”.

Poi ci sono “quelli di prima”, inquadrati in ciò che resta del Pd, convinti di aver perso le elezioni a causa delle fake news fabbricate nei sotterranei del Cremlino, che pur di negare l’evidenza del proprio fallimento sperano nell’Apocalisse. Queste psicofazioni, urlanti e preponderanti nei talk show, rappresentano un’infima minoranza tra le persone normali, come apprendiamo dal Rapporto Demos sugli italiani e le istituzioni, pubblicato lunedì scorso su Repubblica. Dove si registra una inaspettata crescita di fiducia nello Stato e nella politica, dopo anni e anni di arrembante antipolitica.

“Un clima diverso, più positivo nel Paese, nei confronti delle istituzioni”, spiega Ilvo Diamanti, “che ha origine nella svolta politica avvenuta in marzo, alle elezioni politiche, quando si sono affermati il M5S e la Lega”. I due partiti che “più degli altri, nel recente passato, avevano intercettato e alimentato l’insoddisfazione verso la democrazia e i principali partiti della Seconda Repubblica, Pd e Forza Italia”. La ricerca di Diamanti è lo specchio della maggioranza di circa il 60 per cento degli italiani che, secondo i sondaggi, si dichiara costantemente favorevole al governo Conte. Ma ne rappresenta anche la spiegazione. È un consenso, infatti, che va molto oltre l’adesione partitica (e il partito preso) e si riconosce nella ritrovata adesione ai valori dello Stato (salito di 10 punti), inteso come comunità a cui tutti apparteniamo. Non è un caso che a essere premiato, in questa ritrovata condivisione, sia il presidente della Repubblica. Inteso come l’istituzione e come la persona di Sergio Mattarella, cresciuto di 10 punti nell’ultimo anno. Che comprende il periodo che ha visto il Quirinale protagonista nella nascita del Contratto di governo.

Un ruolo preminente riconosciuto pubblicamente da Luigi Di Maio che giorni fa ha definito Mattarella, nientemeno, “l’angelo custode di questo governo” e “attore fondamentale della partita della legge di Bilancio”. Forse mai nella storia repubblicana un capo politico e di governo si era spinto a vedere nel capo dello Stato la figura salvifica di un essere celeste. Espressione del divino che accompagna ogni persona nella vita, aiutandolo nelle difficoltà e guidandolo verso Dio. Sicuramente, il pur devoto Di Maio avrà inteso limitare l’apporto presidenziale alla funzione terrena di Mattarella. Anche perché soltanto a maggio, nelle more del caso Savona, ne aveva chiesto l’impeachment e la cacciata agli inferi. Sindrome bipolare (e del partito preso) di cui troppo spesso i Cinque stelle sono stati focolaio di contagio. Febbre che il Paese rifiuta, tanto più nelle difficoltà che ha di fronte. Bisognoso di vedere nelle istituzioni un riparo. Non il campo di battaglia di insulsi protagonismi.

Morto Carlo Maria Maggi: fu il mandante di Piazza della Loggia

L’attentato di Piazza della Loggia a Brescia, due processi (il primo annullato, il secondo concluso con una condanna all’ergastolo), una lunga malattia che gli aveva evitato il carcere: è morto ieri a 82 anni Carlo Maria Maggi, noto per essere uno dei mandanti della strage del 1974. Responsabile – secondo lunghe vicende giudiziarie – della cellula veneta di Ordine Nuovo, è stato membro del Movimento sociale italiano (Msi) da cui fu espulso a fine anni 60 proprio per i suoi presunti legami col “terrorismo nero”. Più volte colpito da ordine d’arresto, era stato condannato a 12 anni di carcere per reato associativo nel processo per la strage di Peteano del ‘72, e poi a 9 anni per il reato di ricostituzione del partito fascista. È stato invece assolto sia per la strage di piazza Fontana a Milano del ‘69, sia per quella di piazza della Loggia a Brescia, ma quest’ultimo processo è stato annullato in Cassazione nel 2014. Nel rifacimento dell’appello, è stato condannato all’ergastolo come mandante nel 2015. Da tempo però in precarie condizioni di salute per una neuropatia congenita che di recente lo aveva costretto anche sulla sedia a rotelle, Maggi risiedeva ai domiciliari a Venezia, dove è morto ieri.

Da Moretti al buonismo di Veltroni. Ora il barattolo diventa sovranista

E ora la Nutella si sposterà a destra? Diventerà sovranista? Ieri mattina, ore 9, Matteo Salvini ha avuto la bella pensata di iniziare la sua giornata social citando la crema alla nocciola più amata dagli italiani. “Il mio Santo Stefano comincia con pane e Nutella. Il vostro?”, ha postato su Twitter e Facebook, con relative seguenti polemiche.

Al lungo elenco di prodotti citati dal leader leghista per mostrare la sua presunta normalità – così da far scattare quel processo d’immedesimazione con gli elettori che porta consensi – non poteva mancare la Nutella. Che peraltro aveva già citato, a novembre, mostrandosi mentre la gustava con delle crêpes. Un classico. Peccato, però, che in età contemporanea la Nutella sia stata considerata un’icona di sinistra. Grazie soprattutto a Nanni Moretti, nel film Bianca, anno 1984: insonne, tormentato dalla storia d’amore con Laura Morante, Nanni si alza di notte e, nudo, si fa un epico panino pescando la crema da un contenitore gigante. In realtà la scena sembra più riguardare la passione di Moretti per i dolci – dalla Sachertorte

in giù – che un voler assoggettare la crema a una parte politica. Anche perché non si è mai sentito nessuno, a destra, rifiutarla. Ma tant’è: è diventata di sinistra. Pure Giorgio Gaber ci mette del suo. “Se la cioccolata svizzera è di destra, la Nutella è ancora di sinistra…”, cantava nel ’95.

La consacrazione della Nutella come dolce sinistrorso arriva però circa 12 anni dopo, grazie a Walter Veltroni che, mentre si affaccia alla leadership del neonato Pd, la inserisce nel suo pantheon personale accanto all’America dei Kennedy, alla Juve di Omar Sivori, alle canzoni di De Gregori, alle figurine Panini, alle camicie Brooks Brothers. E a quel punto la crema alla nocciola divenne il sapore ufficiale del buonismo veltroniano. Anche se il connubio era già in atto da tempo. “Veltroni si conferma un Clinton alla Nutella”, Maurizio Gasparri a La Stampa, agosto 1996. “Basta con questo buonismo alla Nutella”, Gianfranco Fini a Porta a porta nel 2000. Veltroni replicò: “La mia Nutella vale quanto le tue cravatte…”.

Potevano mancare Renzi e Berlusconi? “Privare Fininvest di una rete sarebbe come togliere la Nutella alla Ferrero”, disse l’ex Cavaliere nel ’95, quando temeva lo scippo di Rete 4. Renzi, invece, la usò in polemica con Ségolène Royal, che da ministro accusò la Nutella di essere tra i responsabili della deforestizzazione per l’uso di olio di palma. Subito dopo la moglie Agnese all’Expo di Milano si fece immortalare mentre ordinava crêpes per tutta la famiglia. Insomma, la Nutella ha avuto anche la fase renziana.

Ora arriva Salvini che vuole riportarla a destra. Chissà se avrà più fortuna dell’ex missino Teodoro Buontempo, detto “er Pecora”, che nel 1994, l’anno dello sdoganamento del Msi da parte di Berlusconi, ebbe a dire a Panorama: “La Nutella è di destra. Con la sua solidità dà un’idea di benessere, ma è anche fluida, colpisce la fantasia…”. Basta non confonderla con qualcos’altro.

L’ultima marchetta di Salvini. L’Agcom: “Una falla nella legge”

Un leader politico non può andare in tv e versarsi distrattamente una bionda bavarese, con l’etichetta in bella mostra, ma può postare sui social indisturbato decine di selfie, con qualsiasi tipo di prodotto. Perché non c’è una legge che lo vieta. “C’è una falla enorme sulla questione: non esiste una regolamentazione dei politici nei confronti dei social network”, spiegano dall’Agcom. Matteo Salvini può pubblicare tutti gli scatti che vuole, compreso pane e Nutella, senza che nessuna autorità possa fermarlo: la legge sulla par condicio (n. 28 del 2000), che dovrebbe garantire la parità di trattamento e l’imparzialità dei politici nell’accesso ai mezzi di informazione, non contempla like e cuoricini. Del resto, 20 anni fa non esistevano. Risale al novembre del 2017 l’ultimo tavolo tecnico che il garante delle Comunicazioni ha aperto con gli operatori dell’informazione e i colossi del web, tra cui Google, Instagram e Facebook. Ma c’è stato ben poco da discutere: l’Agcom non ha poteri specifici oltre la tv. E la doppia moral suasion che l’Antitrust (il garante della Concorrenza) ha pubblicato nell’ultimo anno riguarda solo gli influencer, ai quali è vietata la pubblicità. Ovvero chi per professioni e a pagamento sponsorizza i brand.

Così ne approfitta Salvini, che dei social più che un uso ne fa un abuso. Persino l’addio alla Isoardi è avvenuto via Instagram, il social che avanza. Ieri il ministro dell’Interno si è esercitato sulla Nutella: “Il mio Santo Stefano comincia con pane e Nutella, il vostro?”. Polemiche per tutto il giorno, con il Pd in prima linea. “È una giornata difficile con una città colpita da un terremoto e un uomo sotto protezione ucciso a colpi di pistola. Il senso dello Stato dovrebbe venir prima di ogni cosa e invece il ministro degli Interni ci informa che fa colazione con la Nutella”, scrive su Twitter Ettore Rosato. “Caro Ministro Salvini c’è la città di #Pesaro sconvolta per l’omicidio di un uomo sotto protezione, fratello di un collaboratore di giustizia. Quando ha finito pane e Nutella vorremmo avere qualche informazione e rassicurazione”, twitta il sindaco di Pesaro, Matteo Ricci.

Nelle ultime settimane è stato un crescendo. 19 settembre: “Adesso pausa pranzo al volo e il dubbio è: mi faccio un piatto di spaghetti in bianco, al pomodoro o al ragù?”, scrive, Salvini, in primo piano una birra Franziskaner; 22 ottobre: “Yogurt al miele e melissa per Renzi, Boschi e tutti gli amici del Pd, per digerire meglio le storiche sconfitte di Trento e Bolzano”, con immagine di uno Sterzing Vipiteno; 1 dicembre: “Alla vostra salute amici…”, mentre beve un boccale di birra Moretti; 13 novembre: “Si stappa una bottiglia di Nebbiolo (Gianni Gagliardo, La Morra, Cuneo) e la serata assume un sapore diverso”. 4 dicembre: “due etti di bucatini Barilla, un po’ di ragù Star e un bicchiere di Barolo di Gianni Gagliardo, alla faccia della pancia!”, la foto è dei bucatini, i marchi citati sono 3.

Alessio De Giorgi, social media manager del Pd, ideatore di qualche eccesso comunicativo di Renzi, dice: “Salvini usa Instagram come influencer, con autoritratti ‘sporchi’ e aggressivi. Ed è il primo politico su questo social, fa 10 volte più interazioni del secondo, ovvero Di Maio”. Su Instagram, i follower di Salvini sono un milione. Secondo calcoli dello stesso De Giorgi le interazioni di novembre sono state 12 milioni. Ma a dicembre sono in calo. Un segnale da ricordare.

Esiste almeno un precedente: Renzi non restituì la bici Colnago, un dono istituzionale, ma la postò più volte. Pubblicità. Nello staff del ministro dell’Interno negano che Salvini abbia una strategia di tipo commerciale: non ha contatti con le aziende, dicono. La strategia è comunicativa. Parlare di generi alimentari fa tanto “leader della porta accanto”: in realtà un trucco ormai vetusto. E poi utilizzare i brand fa discutere. Dunque è sempre pubblicità. La tattica pare quella di distogliere l’attenzione. Memento: l’eccesso di comunicazione diventa un boomerang, come dimostra il precedente di Renzi. Ma Salvini non ci pensa. Basta leggere la sua difesa: “Se fanno opposizione criticando un ministro che mangia la Nutella, noi governeremo 20 o 30 anni”.

Sono 6.525 le persone sotto protezione: ecco come funziona

Marcello Bruzzese era sotto la tutela dello Stato. Era uno dei 5.170 familiari dei collaboratori o testimoni di giustizia sottoposti al regime di protezione. In totale – sono dati ufficiali del Viminale – tra collabotori, familiari e testimoni, il Servizio centrale di protezione oggi si occupa di 6.525 persone. Tra questi i collaboratori sono 1.277, con annessi 4.915 familiari, ai quali vanno aggiunti 78 testimoni di giustizia con 255 parenti. Il programma di protezione è regolamentato dalla legge 82 del 1991. Nel 2001 è stato parzialmente riformato ed è stata introdotta la distinzione tra collaboratore di giustizia e testimone. Quest’ultimo in estrema sintesi è chi può essere qualificato – rispetto ai fatti sui quali rende dichiarazioni – persona offesa dal reato o testimone, purché nei suoi riguardi non sia già stata disposta una misura di prevenzione. Soprattutto, però, il testimone riceve un trattamento diverso. Si cerca di ridurre al minimo l’impatto della misura, tentando di mantenere il tenore di vita corrente, se possibile di restare nella località di origine, di proseguire la normale attività lavorativa ed evitare lo sradicamento. Per i collaboratori di giustizia invece lo spostamento in località segrete è la regola. E anche per i familiari coinvolti nella misura di protezione. In sostanza, chi accede al programma di protezione deve domiciliare in una nuova località – segreta, appunto – in quella che il Viminale definisce una “cornice di riservatezza e sicurezza” con l’obiettivo di consentire, sia ai collaboratori, sia ai familiari, una vita sociale normale sotto l’aspetto lavorativo e relazionale. Non sempre accade – anzi è predisposto solo quando è ritenuto necessario – che il collaboratore o i familiari siano affidati a un vero e proprio servizio di scorta. Esistono invece servizi di tutela cosiddetta “dinamica”: un’osservazione del luogo di abitazione, per esempio, in vari orari della giornata o altre forme di controllo meno “impegnative” della scorta h24. In tutti gli spostamenti in cui, invece, per motivi contingenti, in caso di spostamento, si ritiene che i requisiti di sicurezza possano venir meno, i fruitori della protezione ricevono un servizio di accompagnamento. Oltre alla disponibilità dell’alloggio è prevista anche un aiuto economico. Ogni misura però – al netto della soglia standard – viene cucita su misura in base alle esigenze di sicurezza personali dei singoli. Con un regolare contratto.

Il mafioso che sparò in testa al “padrino” prima di consegnarsi ai carabinieri

“Era un sanguinario, se lui capiva che io potevo avergli detto una bugia non esitava a colpire me e la mia famiglia. Ho temuto per la vita dei miei fratelli. Se aveva il sospetto che qualcuno poteva collaborare con carabinieri o con magistrati, lui questo non lo mandava giù. Se doveva uccidere anche un bambino lo faceva”.

Il 20 ottobre 2003, nella sala colloqui del carcere di “San Pietro” a Reggio Calabria c’è Girolamo Biagio Bruzzese detto “Mommo”, storico uomo di fiducia della cosca Crea di Rizziconi, oggi collaboratore di giustizia. Sono le 21.45, di fronte a lui c’è il sostituto procuratore della Dda Roberto Di Palma. Fino a poche ore prima, Mommo Bruzzese era latitante ma soprattutto era in compagnia del boss di Rizziconi, Teodoro Crea detto “u Murcu”. Costituitosi dai carabinieri di Taurianova, al magistrato dice di avere ammazzato Crea. Consegna anche l’arma usata. “Con la pistola che io avevo in mio possesso ho ucciso Teodoro Crea – sono le parole del pentito –. L’ho ucciso per il motivo che avevo capito di essere incolumità di vita io e mio fratello Marcello”.

Sono passati 15 anni. Mommo Bruzzese è uno dei collaboratori più credibili della ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro. Teodoro Crea non è morto. Sebbene gravemente ferito alla testa, infatti, quel pomeriggio del 2003 il boss era riuscito a salvarsi. Oggi è in carcere, sottoposto al regime del 41bis, e a 79 anni è ancora il boss di Rizziconi.

Marcello Bruzzese, il fratello del pentito, invece, è stato freddato il giorno di Natale a Pesaro. Stava entrando nell’abitazione messa a disposizione dal ministero dell’Interno che aveva inserito lui e la sua famiglia nel programma di protezione previsto per i parenti dei collaboratori di giustizia Se fosse stata la cosca Crea, sarebbe l’ennesima dimostrazione di come la ’ndrangheta non dimentica, aspetta e sceglie un giorno simbolico per presentare il conto agli affiliati che saltano il fosso. Fino al pentimento di Mommo Bruzzese, quest’ultimo e il fratello Marcello erano uomini di fiducia del boss Teodoro Crea. Così come il padre, Domenico Bruzzese, ucciso nel 1995 in un agguato dove morì anche il cognato Antonio Madaffari.

Il pentito era un carpentiere metallico mentre il fratello Marcello gestiva un pantolonificio che, con la famiglia, aveva messo in piedi alla fine degli anni 80. Lavoro e ’ndrangheta. Fino al 2003 quando, per paura di essere ucciso, Mommo Bruzzese prima sparò al boss Teodoro Crea e poi iniziò a collaborare con i pm dell’antimafia. I familiari lo seguirono, ma non il suocero, Giuseppe Femia che fu assassinato pochi mesi dopo, nel febbraio del 2004.

Le dichiarazioni di Bruzzese hanno portato a numerose inchieste contro la cosca di Rizziconi e a una valanga di anni di carcere per il mammasantissima e per i suoi figli Giuseppe (oggi in carcere) e Domenico, ancora latitante. Nel processo “Toro” è emerso che il clan era interessato “alla sistematica eliminazione di ogni possibile ed eventuale ‘concorrente’”. Ma anche “al condizionamento della vita politica dell’amministrazione comunale di quel centro”.

Chi si è messo contro i Crea ha pagato caro. Lo sa bene l’ex vicesindaco e consigliere provinciale Pasquale Inzitari dell’Udc. Anche lui vicino al clan è stato condannato per concorso esterno alla ’ndrangheta. Subì un’estorsione quando, con altri due imprenditori, stava mettendo in piedi un centro commerciale. Per risolvere problemi con i Crea si rivolse alla polizia dopo aver chiesto l’aiuto di un’altra cosca, i Rugolo, e del cognato Antonino Princi. La reazione della famiglia di Rizziconi fu spietata: Princi fu squartato con un’autobomba mentre suo figlio, Francesco, fu prima accoltellato e poi, appena diciottenne, ucciso davanti a una pizzeria a colpi di pistola.

Il tweet Salvini e Nutella? Non è il mio modo di reagire

Luigi Gaetti è sottosegretario M5S all’Interno, presidente della Commissione centrale per la misure di protezione.

Marcello Bruzzese era sotto protezione ma aveva il suo cognome sul campanello di casa. C’è stato qualche errore?

Di questo non intendo parlare. Sono in contatto con la Procura nazionale antimafia e gli inquirenti, ogni valutazione è al momento inopportuna. Certo, è una sconfitta per lo Stato. Ma ovviamente stiamo cercando di capire se e dove è stato commesso un errore. Abbiamo più di 2 mila collaboratori e, con le famiglie, circa 7 mila persone sotto protezione, la gestione è una questione complessa, stiamo lavorando per istituire il cambio di identità a garanzia della massima sicurezza.

Mentre il Paese era scosso per l’agguato di Pesaro e il terremoto a Catania, il ministro Salvini ha postato la sua foto mentre mangiava pane e Nutella, che ne pensa?

Ognuno ha il suo modo di reagire. Questo non è il mio.

Dunque non condivide?

Questo lo aggiunge lei.