Parla il procuratore De Raho: “Qualcosa non ha funzionato”

Qualcosa potrebbe non avere funzionato. Questa è la sensazione del procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, fino al 2017 capo della Procura di Reggio Calabria.

Procuratore De Raho, come è stato possibile uccidere in pieno centro di Pesaro un uomo protetto dallo Stato?

Le modalità dell’omicidio fanno pensare a una vera e propria esecuzione di stampo mafioso, programmata e portata a segno da un gruppo di killer. I familiari dei collaboratori sono trasferiti in località lontane per impedire che siano colpiti. Qui l’informazione sul luogo di residenza è giunta ai killer che hanno avuto modo e tempo di programmare l’omicidio. Qualcosa potrebbe non avere funzionato.

Cosa potrebbe essere accaduto?

Bisognerà scandagliare i comportamenti precedenti della vittima per capire se effettivamente siamo di fronte a una morte evitabile e se quindi la responsabilità vada attribuita al meccanismo di protezione non adeguato, ovvero se la persona sottoposta a protezione si è esposta da sola. Bisognerà verificare se siano state osservate le regole del contratto di protezione.

Perché la vittima non aveva cambiato le generalità. Non è obbligatorio?

Non sempre. Quando il rischio del familiare non è considerato troppo alto si può ritenere sufficiente spostarlo dal luogo in cui agisce tipicamente l’organizzazione.

Bruzzese aveva il cognome sul campanello. Il sindaco di Pesaro e i vicini non ne sapevano nulla e ora hanno paura, chiedono se ci siano altri collaboratori in città.

Le province come Pesaro sono scelte perché sembrano meno colpite dal fenomeno delle mafie. Il fatto che il sindaco e i vicini non sapessero nulla della presenza di Bruzzese fa pensare che il sistema almeno in questo abbia funzionato. Il punto è capire come siano arrivati all’alloggio. La casa viene acquisita sempre mediante circuiti che assicurano la segretezza. Il familiare dovrebbe essere seguito con contatti frequenti dal Nucleo operativo protezione provinciale. La commissione centrale presieduta dal sottosegretario all’Interno Luigi Gaetti, composta da appartenenti alle forze dell’ordine e anche da due magistrati del mio ufficio, sulla famiglia Bruzzese non aveva ricevuto segnalazioni di sospetti.

Marcello Bruzzese, già nel 1995, era stato ferito in un agguato nel quale era stato ucciso il padre Domenico. Il fratello di Marcello, Girolamo Biagio, non è un pentito qualsiasi. Si costituì nel 2003 subito dopo avere sparato alla testa al boss Teodoro Crea, ferito gravemente ma sopravvissuto, poi condannato anche per le sue dichiarazioni e finito all’isolamento del 41-bis.

La cosca Crea è radicata e antica, e vanta anche esponenti sanguinari. Girolamo Bruzzese è collaboratore di giustizia da 15 anni, ma ha reso dichiarazioni anche di recente. Per esempio nel processo che si è chiuso con una sentenza di condanna in appello, ora all’esame della Cassazione, con pene dure nei confronti di Teodoro e Giuseppe Crea. Quindi anche il fratello di Girolamo era soggetto all’attenzione del servizio di protezione. Però, le ripeto, non era stato segnalato alcunché. La Direzione Nazionale Antimafia dopodomani (domani per chi legge, ndr) farà una riunione con la Procura di Ancona, competente sull’omicidio, e la Procura di Reggio Calabria, che detiene le conoscenze utili per agevolare l’investigazione.

Sarebbe meglio obbligare i soggetti protetti dallo Stato a cambiare il cognome?

I figli piccoli sarebbero costretti a cambiare cognome durante un corso scolastico. All’appello dovrebbero rispondere con un cognome di verso in un’età in cui non hanno la capacità di gestire un cambio di generalità. Oltre al disagio si produrrebbe anche un effetto opposto sulla segretezza della presenza di un collaboratore in città.

Non è il primo caso: a maggio un commercialista emiliano, collaboratore di giustizia nell’inchiesta sulla cosca Grande Aracri, è stato picchiato a sangue in un domicilio che doveva essere segreto. La ’ndrangheta ha deciso una campagna contro i pentiti?

La ’ndrangheta è certamente l’organizzazione più pericolosa per la sua ricchezza e anche per la capacità organizzativa che le permette di operare in molte zone d’Italia. Però non mi sembra una novità. Ci sono stati episodi in passato anche in Calabria. Per questo è importante la capacità di reazione del dispositivo di protezione. Un anno e mezzo fa, proprio grazie alla continuità del rapporto con il nucleo operativo di protezione, un collaboratore calabrese è sfuggito a una possibile minaccia e il suo domicilio è stato immediatamente cambiato.

Ucciso il fratello di un pentito. Aveva il nome sul campanello

Sono bastati pochi minuti per i vicini per capire che non si era trattato di ragazzi che sparavano i petardi ma di colpi di pistola quelli che hanno sentito rimbombare nella lunga e stretta via Bovio. Erano le 18.30 di un Natale che a Pesaro era trascorso tranquillo, quando due killer incappucciati hanno atteso che Marcello Bruzzese, 51 anni, di Rizziconi (Reggio Calabria), entrasse con la sua auto nel garage di casa, zona residenziale alle spalle del centro storico ancora affollato dal passeggio festivo, per scaricargli sulla schiena e sulla testa 20 colpi di pistola calibro nove.

Marcello Bruzzese viveva a Pesaro con la famiglia, moglie e due figli, di cui uno frequenta l’ultimo anno delle superiori, da tre anni. Era arrivato nel capoluogo marchigiano nel 2008, inserito nel sistema di protezione, tant’è che la casa era stata affittata dal Viminale. Dopo il delitto i familiari sono stati trasferiti altrove. Fratello del boss Girolamo Biagio, divenuto collaboratore di giustizia dopo aver tentato di uccidere il capo della cosca Crea di Rizzicoli, nel 1995 era miracolosamente scampato all’agguato in cui morirono il padre Domenico e il marito della sorella.

Per questo la pista della vendetta mafiosa è apparsa fin da subito quella più accreditata dagli investigatori per cui le indagini sono passate dalla Procura di Pesaro, diretta dalla dottoressa Tedeschini, ai pm Daniele Paci e Paolo Gubinelli della Direzione distrettuale antimafia di Ancona, diretta dalla dottoressa Monica Garulli. Ce lo conferma il procuratore generale, Sergio Sottani: “Dopo il comitato per l’ordine pubblico – che si svolgerà oggi alla presenza del ministro Matteo Salvini –, avremo la certezza se verrà confermato l’omicidio con l’aggravante mafiosa, che ad ora sembra l’ipotesi più accreditata. Poi la Dda di Ancona oltre a individuare i responsabili materiali dell’agguato dovrà anche capire se ci saranno state violazioni a livello del sistema di protezione, se c’è stata una tutela minore rispetto a quella stabilita e così via”.

Ieri, intanto, sono stati sentiti i familiari dell’uomo, compreso il fratello collaboratore di giustizia.

A Pesaro, Marcello Bruzzese usava il proprio cognome che era scritto anche sul campanello di casa e sulla buca delle lettere. L’abitazione peraltro era in pieno centro, in una via particolarmente angusta. Anche suo figlio era iscritto a scuola con il suo cognome. Il cambio di generalità, spesso previsto per i familiari dei collaboratori di giustizia, non era stato attivato. A vigilare su Bruzzese erano i carabinieri, che assicuravano una forma di tutela dinamica. Nella città marchigiana l’uomo, secondo fonti investigative, non aveva frequentazioni “sospette”, era incensurato. Viveva con le risorse garantite dal Servizio centrale di protezione, era disoccupato ma faceva lavoretti saltuari. Ben pochi lo conoscevano, neppure il sindaco, il renziano Matteo Ricci che abita a 100 metri dalla casa della vittima, sapeva chi fosse. Ma evidentemente, la segretezza non era poi così granitica o, comunque, non è stata sufficiente a garantire l’incolumità del protetto, mettendo a repentaglio anche quella dei passanti e dei vicini che, per fortuna, erano tutti in casa a festeggiare il Natale.

La via a quell’ora era pressoché deserta, i negozi chiusi come la rinomata Trattoria di pesce, “Da Sante”, tanto che gli spari dalle tapparelle abbassate erano sembrati petardi e i due killer, che sarebbero stati visti ma non riconosciuti perché avevano il viso coperto da passamontagna, sono potuti fuggire a piedi imboccando via Cairoli per poi dileguarsi fra le stradine del centro e magari raggiungere dei complici che li attendevano in auto.

Dai primi riscontri investigativi emerge, infatti, che i due, per preparare l’esecuzione, abbiano stazionato a Pesaro per una settimana contando su basisti, informatori, considerando anche che la vittima era uscita dal garage di casa pochi minuti prima. “Lo conoscevo di vista, era sempre molto gentile, salutava ma non dava confidenza, era una persona riservata”, racconta una vicina di casa che ci chiede l’anonimato e aggiunge: “Lo incontravo spesso al mattino quando andavo a prendere il caffè nella gelateria del corso ma non mi sono mai chiesta chi fosse fino a ieri, quando ho saputo che era uno legato alla ’ndrangheta e mi sono venuti i brividi al pensiero di quello che sarebbe potuto accadere se solo le mie bambine fossero state in strada a giocare”. Un timore che riapre un’antica polemica sui collaboratori di giustizia.

Il ritorno degli zombie

Per qualcuno è un’ottima notizia, per altri pessima. Ma nel 2019 torna il Pd. Certo, ridimensionato dalle elezioni (che comunque ne fecero ancora il secondo gruppo parlamentare dopo i 5Stelle) e dalla successiva emorragia di consensi dovuta alla doppia scelta demenziale dell’Aventino e della rissa intestina quotidiana. Ma con un nuovo segretario (o Zingaretti o Martina) e una nuova identità, che nasceranno dalle primarie del 3 marzo. Un appuntamento importante per tutti: sia per i 5-6 milioni di italiani di centrosinistra che non si sentono rappresentati dai giallo-verdi, sia per chiunque abbia a cuore la democrazia e quindi la normale dialettica fra maggioranza e opposizione. La maggioranza c’è e ha superato, con tutti i pasticci e i ritardi che sappiamo, il giro di boa della prima manovra di Bilancio. È l’opposizione che non c’è: a destra c’è B. che non sa proprio cosa sia, abituato com’è – quando perde – a inciuciare con i vincitori oppure, le rare volte in cui non ci riesce, a comprarseli; e a sinistra c’è il campo di Agramante che vediamo da 9 mesi. Tra poco, almeno nel centrosinistra, ci saranno un leader e un gruppo dirigente in grado di giocare la partita. E di scegliere fra tre opzioni.

1) Il Fronte Repubblicano, ultimo travestimento del Partito della Nazione renziano, cioè l’ammucchiata sognata dall’Ancien Régime (non a caso evocata da Calenda, l’enfant gaté confindustrial-salottiero che ha appena fatto pace con Renzi e potrebbe seguirlo nel suo nuovo-vecchio partito), che dipinge la maggioranza giallo-verde come la reincarnazione del fascismo, senza distinguere fra Salvini e Di Maio, per giustificare un’union sacrée di quel che resta del Pd e di FI con la parte meno trucida della Lega (Maroni, Zaia, Fontana, Giorgetti), agitando il santino ormai logoro di Macron.

2) L’isolazionismo minoritario, settario e inconcludente incarnato da Martina, che non guarda a destra, ma condivide col Fronte Repubblicano la lettura del 4 marzo: un tragico abbaglio degli elettori che avrebbero premiato le due presunte “destre populiste” di M5S e Lega, identiche o speculari fino a diventare un unico monolite con cui non si deve parlare né ora né mai, ragion per cui il Pd sarà minoranza e farà testimonianza in saecula saeculorum.

3) Il timido pragmatismo di Zingaretti, che già quest’estate (con largo anticipo sui Gilet gialli) ha archiviato il mito farlocco di Macron e lanciato prudenti segnali al mondo 5Stelle: cioè si è posto, con tutte le cautele del caso per scansare i manganelli renziani, il problema fondamentale delle alleanze future.

Che dipendono da una seria analisi delle elezioni e dei cinque anni dei governi Pd-centrodestra. Renzi, Calenda, Martina & C. non possono ammettere che il Pd abbia sbagliato tutto, tradendo le politiche sociali, legalitarie e ambientaliste per berlusconizzarsi fuori tempo massimo, perché di quella mutazione genetica sono gli artefici o i complici. Invece Zingaretti, con tutti i suoi limiti, errori, tremori e zavorre, può farlo più credibilmente perché non è mai stato né premier né ministro, ma presidente prima della Provincia di Roma poi della Regione Lazio. E ora, da governatore senza maggioranza, sperimenta il neopragmatismo dei 5Stelle, con cui dialoga su alcuni temi comuni. Chi pensa che, se fosse eletto segretario, Zingaretti porterebbe subito il Pd fra le braccia dei 5Stelle per rimpiazzare la Lega, non sa di che parla (infatti questa è la caricatura che i renziani fanno di lui). In questa legislatura, quale che sia la sua durata, un ribaltone è altamente improbabile. Intanto perché Di Maio e Salvini sembrano aver ritrovato la sintonia perduta in autunno e nel 2019 dovranno mantenere le promesse-bandiera del reddito di cittadinanza e di quota 100. Eppoi perché Salvini tornando con B. perderebbe molti voti di opinione e neppure a Di Maio conviene mollare un partner malfamato ma ben definito per un altro ancora tutto da scoprire. E infine perché, con Zingaretti leader, Renzi&C. se ne andrebbero in un partitucolo che basterebbe a rendere i seggi del Pd insufficienti per una nuova maggioranza con i 5Stelle.

Ma un Pd che scende dall’Aventino e gioca la sua partita non potrà che movimentare una politica finora circoscritta entro il perimetro giallo-verde. Una nuova sinistra che gioca di sponda con la parte della maggioranza meno lontana da sé, s’incunea nelle contraddizioni giallo-verdi, appoggia misure su diritti sociali e civili, ambiente, legalità e beni comuni allargherebbe le crepe fra M5S e Lega e leverebbe a Salvini l’arma di ricatto che lo rende più forte di Di Maio: quella di essere l’unico a disporre di un secondo tavolo da gioco in caso di elezioni anticipate. Che vedranno M5S e Lega l’un contro l’altra armati. E costringeranno gli altri partiti a scegliere con chi allearsi: se non col meglio, almeno col meno peggio, nella logica proporzionale. Con chi andrà FI già lo sappiamo: con Salvini. Quel che non sappiamo ancora è con chi andrà il Pd. A questo servirà il congresso: a decidere se quel partito e i suoi 5-6 milioni di elettori resteranno ibernati nel freezer dell’irrilevanza a cui li ha condannati la linea vendicativa e rosicona di Renzi&C., o se torneranno a contare dopo avere finalmente accettato la realtà. E cioè il nuovo schema bipolare 5Stelle-Lega. Tutto dipenderà da cosa diventeranno: se resteranno il partito delle lobby e delle caste, della Confindustria, del Tav, del precariato e dell’impunità, saranno la stampella perfetta del centrodestra; se invece capiranno perché hanno perso in Italia mentre in Europa crescono i verdi, il giallo dei gilet e il rosso di Corbyn e Mélenchon, potranno persino tornare al governo prima di essere tutti morti.

A Madrid si mangia l’uva, ma che festa a Berlino…

Gite. Rapida guida sulle maggiori capitali europee: a Parigi il 31 la festa è sugli Champs-Elysées, con musica, spettacoli e vista sui tradizionali fuochi d’artificio. A Londra si balla a Trafalgar Square, a Madrid a Plaza Puerta del Sol, dove a mezzanotte tutti mangiano 12 chicchi d’uva come segno di buon auspicio. Ma la festa di piazza più grande d’Europa è alla Porta di Brandeburgo, a Berlino, con 2 chilometri di stand e show.

Britti, Venditti e J-Ax: la serata delle altre

Da Nord a sud. Alex Britti suonerà a Siena, Antonello Venditti sarà protagonista a Otranto. A Salerno ci sarà invece il concerto di Max Gazzé, mentre l’ex socio di Ax, Dj Jad, è il nome su cui punta Carrara. A Olbia ecco l’energia dei Maneskin, con Goran Bregovic che sarà a Palermo e la Pfm a Parma. A Reggio Emilia la piazza principale sarà per Daniele Silvestri, con Piero Pelù voce principale del Capodanno di Olbia.

Napoli, Firenze, Riccione Notte in giro per il centro

Itineranti. Non una sola festa, ma tanti eventi per la città. Sono tanti i sindaci ad aver preferito questo tipo di soluzione rispetto a un concertone: a Napoli, per esempio, si ballerà lungo tutto il centro, così come a Pisa e a Riccione, sotto la regia di Rudy Zerbi. A Firenze Francesco Renga e Baby K saranno in Piazzale Michelangelo, mentre in Piazza della Signoria si sentirà musica classica e l’elettronica dominerà la Manifattura Tabacchi.

I Subsonica a Cagliari dopo il tour europeo

Incantevole. Quattro generi musicali in quattro luoghi diversi – Piazza Yenne, Piazza San Giacomo, Bastione di Santa Croce e Parco Ex Vetreria nella Municipalità di Pirri – per una festa diffusa a Cagliari, dove però l’appuntamento clou sarà quello con i Subsonica. La storica band torinese, reduce da un tour europeo, suonerà a Piazza Yenne a partire dalle 22.30, appena prima del dj set con Dj Pille.

Verona fa il colpaccio: sul palco sale Anastasio

Dopo x factor. Il volto musicale del momento se lo è assicurato Verona. Sul palco a fianco all’Arena, da dove a mezzanotte verranno sparati i fuochi d’artificio, salirà Anastasio, fresco vincitore di X Factor. Oltre al rapper, protagonisti della serata anche i deejay di Radio RTL, Angelo Baiguini e Francesca Cheyenne, oltre a tanta altra musica: i Ridillo, il James Taylor Quartet, la cantautrice Silva Fortes e i Novel, cover band veronese.

Moro, Rovazzi, Gue e Ron: Bari è targata Mediaset

Quanti artisti. La lista degli ospiti in piazza Libertà, a Bari, è lunga e quasi tutta musicale, per onorare la diretta su Canale 5 a partire dalle 21. Presentati dal volto Mediaset Federica Panicucci, suoneranno tra gli altri Fabio Rovazzi, Benji e Fede, Luca Carboni, Riccardo Fogli e Roby Facchinetti, Ermal Meta, Fabrizio Moro, Ron, Gue Pequeno e i Tiromancino. Il tutto seguito dal dj set di Max Brigante.

A Torino va in scena una magia da record

Illusionismo. Più della musica, nel Capodanno torinese sarà protagonista la magia. Piazza Castello sarà infatti teatro della tappa piemontese del Masters of Magic World Tour, uno spettacolo di magia a cui partecipano decine di artisti e che coinvolgerà anche il pubblico presente, tanto che le migliaia di persone attese diventeranno parte integrante di un’esibizione da record officiata dal Guinnes dei primati.