La tessera sanitaria si fa in 4. Oltre il codice fiscale c’è di più

Non solo è composta da due fronti con funzioni diverse, ma ha anche altri due usi che la maggior parte degli italiani ignora. Stiamo parlano della tessera sanitaria (Ts), il documento che ha sostituito il tesserino plastificato del codice fiscale e che viene rilasciato a tutti i cittadini italiani che hanno diritto alle prestazioni fornite dal Servizio sanitario nazionale, facendo inoltre scattare all’estero una sorta di assicurazione malattia (Team). Ma dal 2011 la card ha subito un’ulteriore trasformazione, diventando una Carta nazionale dei servizi (Ts-Cns). Il microchip presente sulla tessera permette, infatti, l’accesso ad alcuni servizi della Pubblica amministrazione. Almeno in teoria. Vale la pena fare il punto della situazione.

Da gennaio 2004, la tessera sanitaria nella sua funzione di codice fiscale consente, ad esempio, di comprare le sigarette in un distributore automatico, di giocare alle slot machine, di richiedere un prestito come quello per l’acquisto dell’auto. Negli ultimi 14 anni, le Entrate hanno emesso quasi 188 milioni di tessere; 15 milioni solo nell’ultimo anno e mezzo, oltre 10 milioni nel 2017 e poco più di 4,5 milioni nei primi 6 mesi del 2018. Ogni anno circa 640mila cittadini chiedono un duplicato (per farlo bisogna comunicare il reddito dell’anno precedente) a seguito di furto o smarrimento (quasi 1,3 milioni dal 2015 ad oggi), il mancato recapito (con 680.000 casi) o la rottura (circa 167mila casi). La tessera, che viene inviata automaticamente a tutti i nuovi nati incrocia i dati delle Entrate, del Comune di residenza e dell’Asl. Del resto il secondo scopo del card è questo: l’accesso alle prestazioni del Servizio sanitario nazionale ogni volta che ci si reca dal medico, si acquista un medicinale in farmacia, si beneficia di una visita specialistica registrando anche i dati relativi alle ricevute di pagamento. Funzione ormai collaudata con la dichiarazione dei redditi precompilata. Tanto che lo scorso anno sono stati 720 i milioni di dati delle spese sanitarie sostenute dai cittadini e comunicati all’Agenzia da farmacie, studi medici, cliniche o ospedali. Un bonus che costa allo Stato 3,1 miliardi consentendo a 17,5 milioni di persone di risparmiare dalle tasse in media 178 euro.

È, invece, nel retro della card che si trova il suo terzo uso: la Tessera europea assistenza malattia che dà diritto all’assistenza sanitaria pubblica nell’Unione Europea. Ma attenzione ai costi. Anche se l’assistenza è in forma diretta e pertanto nulla è dovuto, eccetto il pagamento di un eventuale ticket, determinati servizi che in Italia sono gratuiti potrebbero non esserlo in un altro Stato. È il caso della Francia o della Svizzera dove è richiesto il pagamento immediato delle prestazioni. Il rimborso potrà poi essere richiesto alla propria Asl solo al rientro in Italia, presentando le ricevute e la documentazione sanitaria. Come regola quando si viaggia, meglio portare sempre la tessera. La sua mancanza renderebbe più complicata la procedura di rimborso dovendo pagare le cure anticipatamente.

Quarta e ultima funzione: la Carta nazionale dei servizi che consente ai possessori di verificare sul sito dell’Inps il proprio modello Isee, i certificati medici, l’estratto conto contributivo; su quello di Equitalia di vedere l’estratto conto, i debiti rateizzati e i pagamenti; sul sito dell’Agenzia delle Entrate di scaricare il 730 o l’Unico precompilato. Ma per farlo è necessaria un lettore di smart card (costa circa 5 euro) che permette un’autenticazione personale garantita per accedere ai servizi online della Pa. L’aspetto più problematico è che mentre la tessera sanitaria può essere utilizzata così come viene consegnata, la Cns richiede anche una specifica attivazione. Il cittadino deve recarsi di persona presso uno degli sportelli abilitati, ma solo dopo aver ricevuto i codici Pin, Puk e Cip. Poi, una volta in possesso di tutti i dati, si inserisce la tessera nel lettore e ci si collega al sito della Pa. In altre parole, la tessera si trasforma in documento digitale al pari della nuova carta d’identità elettronica (Cie). Quella che posseggono solo 6 milioni di italiani, uno su dieci, arrivata dopo mille peripezie fra il caos delle anagrafi e il blocco dei sistemi. Del resto è partita 10 anni fa l’idea di unificare in un’unica tessera le due card, che di fatto sono parzialmente sovrapponibili. Ma non solo la proposta è naufragata e la funzione Csn non è mai decollata (seppur non esistano dati precisi, le attivazioni sono bassissime), nel frattempo si è anche aggiunto un terzo sistema di accesso ai servizi online della pubblica amministrazione: lo Spid. Il cui scopo, mal riuscito, è distribuire identità digitali: fino ad oggi però ne son state assegnate 3 milioni per utilizzare 4.200 servizi in 4mila pubbliche amministrazioni. Praticamente un’inezia, dal momento che a richiederla sono stati gli insegnanti per il bonus di formazione, i neo 18enni per quello cultura e le mamme per i servizi di welfare.

Psicodrammi e demagogia di fine anno: avanti così…

L’Europa mostra i muscoli e decide tagli che metteranno in difficoltà i produttori di automobili in nome della lotta alla CO2, ma pure in Italia ultimamente sono andati in scena psicodrammi niente male. Prima la guerra al diesel, con fermi nelle domeniche ecologiche anche di quelli allo stato dell’arte, dunque i più puliti. Poi il balletto degli ultimi giorni, con provvedimenti che dimostrano quanta confusione regni nelle menti di chi deve prendere decisioni: la montagna, seppur volenterosa perché per la prima volta sono contemplati bonus per veicoli a basse emissioni, ha partorito l’ennesimo topolino. Come altro definire un’ecotassa che, se confermata, inciderà su non più del 5% del mercato? E che non va a toccare alla radice il problema, ovvero l’eliminazione dei tanti veicoli vecchi e inquinanti in circolazione che rendono l’aria irrespirabile?

Dicevamo all’inizio della presunta lotta alla CO2, quella responsabile del riscaldamento globale. Demagogia spicciola, in questo caso. Il trasporto privato non pesa più del 12% sulle emissioni complessive dell’UE, e nel mondo quello su gomma in generale non supera il 19%. Se poi consideriamo i PM10, le famose polveri sottili, scopriamo che secondo gli ultimi dati dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) nel nostro Paese queste sono generate per quasi i due terzi dagli impianti di riscaldamento. Preoccuparsi dell’ambiente è sacrosanto, farlo nella maniera corretta dovrebbe esserlo altrettanto.

Babbo Natale? Lo “geolocalizzano” i militari

“Esiste Babbo Natale?”, chiese nel 1897 Virginia, 8 anni, di Manhattan. A rassicurarla fu il New York Sun, con un editoriale storico. Se Virginia fosse una bimba dei nostri giorni, invece, potrebbe porre il quesito alla Chevrolet di famiglia, collegata col Norad (North American Aerospace Defense Command): a rispondere sarebbe il quartier generale delle operazioni militari aeronautiche americane, che svelerebbe alla piccola quale parte del globo sta sorvolando il vecchio canuto in abito rosso e quanto tempo arriverebbe a farle visita. A compiere la magia il sistema di assistenza OnStar, che GM propone sui modelli Chevrolet venduti negli Usa: tra i numeri di emergenza, il dispositivo prevede pure quello del Norad, che da anni geolocalizza Santa Claus. Era il 1955 quando un negozio della catena Serars, in Colorado, fece pubblicare un’inserzione su un quotidiano con su scritto il numero di telefono di Babbo Natale: per errore il numero riportato non apparteneva al negozio, bensì al Norad. Una tradizione nata per caso, quindi, ma che da quel momento ha reso i volontari della Difesa i più fidi aiutanti di Babbo Natale. Le telefonate, effettuabili tra le 6 del mattino di oggi e le 5 di domani, hanno anche uno scopo benefico: per ciascuna in arrivo dal servizio OnStar, viene donato un dollaro alla American Red Cross. Flotte di Chevrolet collegate al cervellone dell’esercito: ecco cosa succede a mettere in crisi le certezze dei bambini. Ma GM si prepara a tranquillizzarli, proprio come fece il New York Sun: “Yes, there is a Santa Claus!”.

La battaglia della Co2. Taglio del 37,5% entro il 2030

L’automobile abbandona il 2018 con uno slogan rassicurante che si trasforma nel più serio dei problemi. Le espressioni “basso impatto ambientale” e “lotta all’inquinamento” ora rischiano seriamente di travolgere le logiche industriali. Dicembre si chiude con un tweet festante di Miguel Arias Cañete, commissario europeo per il clima, che dopo una riunione durata 13 ore racconta dell’accordo raggiunto sui nuovi limiti alle emissioni della Co2 imposti dall’Unione ai costruttori auto per il periodo 2025-2030. Un taglio secco del 37,5% rispetto a quelli già introdotti dal 2021, ovvero 95 grammi di anidride carbonica per chilometro. Le nuove regole significano uno standard che dal 2030 imporrà emissioni pari a 59 g/km sulla media della gamma. All’inizio della trattativa, il Parlamento mirava al taglio del 40% mentre le case automobilistiche puntavano al 30%.

Capire chi ha vinto è brutale. Il basso impatto ambientale diventa adesso per l’auto una matassa industriale complicatissima da gestire, e infatti l’associazione continentale dei costruttori Acea va dritta al sodo, al limite del ricatto. “Queste misure saranno estremamente impegnative e avranno l’effetto di un terremoto sull’occupazione in tutto il settore, che oggi impiega oltre 13 milioni di persone”, ha detto il segretario generale Erik Jonnaert. Arriveranno pressioni da parte dei potenti sindacati dei lavoratori tedeschi e francesi, i primi a rendersi conto di quanto questo provvedimento abbia colto di sorpresa i datori di lavoro. Già recapitata invece la reazione di Herbert Diess, numero uno del gruppo Vw, per il quale i 30 miliardi di euro già destinati dalla sua azienda alle auto a batterie non saranno sufficienti. “Significa che il nostro attuale programma di riconversione non è ancora abbastanza”, ha dichiarato. Lui sa bene che quel limite imposto dal 2030 significa poter mantenere in gamma vetture tradizionali a più alte emissioni solo bilanciandole, riuscendo cioè a vendere almeno il 40% di auto elettriche sul totale di ogni marchio. E naturalmente andare a caccia di un numero equivalente di clienti, senza per altro che l’Unione abbia minimamente previsto un sistema di incentivi economici, ma solo generiche agevolazioni per i Paesi membri dove le auto a batteria rappresentino meno del 5% dell’immatricolato. Tutti saranno costretti prendere il passo in un valzer delle alleanze che a questo punto diventa fin troppo necessario. Stando alla più recente analisi rilasciata dagli esperti di PA consulting, “Volkswagen, Ford, Fca, Psa, Bmw, Daimler, Mazda e Hyundai-Kia mancheranno gli obiettivi di 95 grammi della Co2 già imposti per il 2021 e comunque bisognerà aspettare fino al 2028 prima che il costo dei veicoli a batteria sia inferiore di quello dei veicoli convenzionali a benzina”. Siamo all’impatto ambientale, e non è basso.

“Io, da ciclista dilettante a gregario del mito Coppi”

“Ho saputo della morte di Fausto Coppi quella mattina stessa del 2 gennaio 1960. Mi chiamarono da Novi Ligure, dove da ragazzo ero stato a lungo nel pensionato di Biagio Cavanna, l’allenatore e massaggiatore di Costante Girardengo e di Coppi, e avevo ancora tanti amici. Mi dissero soltanto che era morto”. Giuseppe “Pino” Favero, 87 anni festeggiati il 20 dicembre scorso, nato a Settimo Torinese, è l’ultimo gregario di Fausto Coppi, il Grande Airone del ciclismo che chiuse le sue ali straordinarie all’ospedale di Tortona alle 8.45 del 2 gennaio del 1960. “Nessuno ha capito”, scrisse Gianni Brera, “e capisce perché sia morto”. Poi gli fanno l’autopsia. E “l’analisi del sangue”, aggiunse Brera, “conferma la malaria perniciosa”.

Della razza di Sandrino Carrea, di Michele Gismondi, di Ettore Milano, gli angeli, o gregari, del Grande Airone, e in seguito direttore sportivo, Favero si affaccia al 2019, l’anno in cui cade la ricorrenza del centenario della nascita del Campionissimo (il 15 settembre del 1919 a Castellania, in provincia di Alessandria), con una memoria intatta di quell’epoca favolosa. Dopo avere corso e vinto molto da dilettante, nel 1953 venne ingaggiato come professionista dalla leggendaria squadra di Coppi, la Bianchi, e vi rimase per tre stagioni, fino al 1955.

“Ricordo una delle prime uscite in bicicletta, in allenamento, che feci con lui – racconta Favero – andammo verso Ovada. Al ritorno, a un certo punto, Fausto mi domandò se, passando, avevo visto una bottega con dei giornali appesi fuori. Gli dissi dì sì. E Fausto mi fece: ‘Hai letto i titoli che c’erano sui giornali?’. Risposi che non ci avevo fatto caso. Lui mi guardò e disse: ‘Dovevi leggerli. Bisogna allenarsi ad avere gli occhi sempre allerta’. Anche questo era Coppi: uno che una sera telefonò a un cinema di Chivasso, dove ero andato, per dirmi di partire subito per Torino e di portare la bici, dovevamo prendere il treno di notte per Parigi per partecipare a una gara”.

Era quel Coppi, rammenta l’ultimo angelo di Fausto, “che mi aveva preso in simpatia, al pensionato di Cavanna, forse perché ero l’unico che osava rispondergli e che non gli dava sempre ragione. La prima volta che lo incontrai, al pensionato di Cavanna, a Novi Ligure, io stavo mangiando con gli altri a una lunga tavolata. Coppi venne verso di me, piantò una forchetta nel riso che avevo nel piatto e lo divise in due parti. ‘Una la mangi per andare in bici, l’altra la conservi e la porti con te per quando sarai in salita’, mi disse allora”.

Coppi era pure il grande campione, tuttavia, che alla Milano-Sanremo del 1954 non lo difese dopo che Lorenzo Petrucci, vincitore delle due edizioni precedenti, accusò Pino, classificatosi poi terzo, di essersi aggrappato ai suoi pantaloncini, su istigazione di Fausto, per impedirgli di vincere. “Sono tutte favole – rievoca adesso Favero – non avrei potuto farlo dato che ero impegnato a tirare la volata a Fausto. Ci sono le fotografie che lo dimostrano. Anzi: io avrei potuto vincere quella Milano-Sanremo se avessi avuto la possibilità di usare un altro rapporto, che però non avevo sul cambio di quella bicicletta”. Un rimpianto che brucia ancora, perché Favero ha nel palmares tanti successi da dilettante, tra cui la prestigiosa Milano-Busseto, e uno solo da professionista: una tappa della Parigi-Nizza.

Ciclismo eroico, in ogni caso. Ciclismo di Coppi, “uomo solo al comando”; ciclismo di quel Tour de France del 1949 che vedeva Fausto in ritardo di oltre trentasei minuti sulla maglia gialla Marinelli, a Saint Malo, e che chiuse invece al primo posto, con più di venticinque minuti di vantaggio sul medesimo Marinelli. Pino Favero ricorda, racconta, non nasconde le vecchie amarezze e i risentimenti mai sopiti. Come quelli per l’irrompere di Giulia Occhini, la famosa Dama Bianca, nella vita del suo capitano: “Con lei cambiò tutto. Per me, per gli altri gregari, l’arrivo della Dama non fu bene accetto. Lei era superba, arrogante. Quando ci incontrava, diceva a Fausto: ‘Ecco i morti di fame’. Temeva che volessimo dei soldi, lei era molto attaccata al denaro. Ma io non ho mai avuto una paga. Da Coppi ho ricevuto due soli regali; un vecchio fucile da caccia e un cane”. E Coppi che cosa sarebbe stato senza la Dama Bianca? Pino Favero non lo sa, ma è sicuro di un’altra cosa: “Se Serse Coppi, il fratello di Fausto, uno che aveva molta testa, non fosse morto il 29 giugno del 1951, per Fausto la vita sarebbe andata diversamente”.

La Befana vien di notte ed è sarda

Chi si nasconde dietro i mille Babbi Natali che girano durante le feste? Disoccupati? Attori a corto di scritture? Agenti in borghese? Borseggiatori? Non è un lavoro come un altro fare il Babbo Natale, ci devi essere portato e devi avere il physic du role. Un vero Babbo per essere credibile deve avere almeno più di 60 anni e soprattutto deve amare i bambini. Moltissimo. Anche se ti si aggrappano come koala alla casacca, anche se ti tirano l’elastico della barba finta, anche se ti prendono a sassate pensando che tu sia finto. Succede di tutto mi racconta un Babbo che ho incontrato nel supermercato sotto casa: “Io sono innamorato di questo personaggio, amo interpretarlo. Mi piacerebbe essere scritturato dalla pubblicità del panettone, quello che fa… ma chi sono io Babbo Natale? Sa me ne intendo, vengo dal teatro di prosa, facevo il maggiordomo con Calindri e l’alabardiere con Lavia, ma Babbo Natale è un’altra cosa, è meglio. Ho più battute ora, sono libero e posso improvvisare, la mia fortuna è che sono di Bitonto…”. Lo guardo perplessa: “Babbo Natale… ovvero Santa Klaus, o Nicolaus… praticamente è San Nicola, il patrono di Bari che poi era nato in Turchia”. “E io che pensavo che fosse lappone”. “ Noo, quella è l’invidia, al nord ci hanno sempre fregato le cose migliori per dire che sono le loro…”. Comunque, gli dico: “…o lappone, o turco, non può avere l’accento pugliese Babbo Natale!”. “ E che significa – mi risponde – Pensi che mia moglie fa la Befana con l’accento sardo, è della provincia di Cagliari, lavora come una pazza, guadagna più di me, se la Befana è sarda perchè io non posso fare Babbo in barese! Sa anche lei è attrice, l’ho conosciuta anni fa nella compagnia di Carmelo Bene, nel Pinocchio, facevamo i pupazzi, muti, neanche una battuta, ma che tournée…”.

 

Non c’è Ottaviano e neppure Antonio, ma è notte fonda

In una lettera all’amico Attico, Cicerone descriveva l’esplosivo clima politico di Roma un mese dopo le Idi di marzo del 44 a.C.: guardie del corpo, veterani minacciosi, condizioni di pericolo per i cesaricidi, bande scorazzanti per le vie della città, pesanti condizionamenti della vita politica istituzionale (Lettere ad Attico 14.5). Il 14 maggio, sempre Cicerone rivelava all’amico di essere stato destinatario di inquietanti esortazioni a non recarsi alle sedute senatorie (Lettere ad Attico 14.22). Correvano voci di importanti manovre politiche, su cui gravava l’ombra di Antonio che avrebbe disposto l’arrivo segreto di militari per blindare il Senato e per giungere rapidamente all’obiettivo della permutatio provinciarum al fine di sottrarre le province già attribuite a Bruto e Cassio. Nei giorni scorsi, al Parlamento italiano – alla Camera e innanzitutto al Senato – non è stato concesso né di discutere la manovra né di votare emendamenti. Una situazione davvero senza precedenti nella storia repubblicana italiana. Non si è trattato affatto del malcostume del ricorso massiccio alla fiducia, vizio di cui nessuno schieramento è stato immune, ma di un’assai più grave invasione di campo, se non di un’autentica espropriazione, dell’Esecutivo ai danni del Legislativo. La maggioranza gialloverde, contrariamente a precedenti e a prassi consolidate, ha impedito al Parlamento, detentore del potere legislativo, di discutere l’atto politico più assorbente di un anno di legislatura, cioè la legge di bilancio. Nessun omicidio politico si è consumato, né un nuovo Antonio o Ottaviano si staglia all’orizzonte, certo si è assistito a un grave strappo istituzionale foriero di conseguenze nella vita politica.

L’Italia è cambiata con il rock. Ma dov’è finito quello spirito?

Un poderoso volume (430 pagine), compilato con scrupolosa competenza e personale esperienza da Giordano Casiraghi, mette in ordine e commenta con rapidità ed efficacia vari decenni in cui la cultura italiana attraversa le vaste pianure della musica rock, e la racconta attraverso i fortini delle “radio libere”. Comincia così a cambiare la comunicazione di un intero Paese. Il libro di cui sto parlando è Anni 70, Generazione Rock, dai raduni Pop alle radio libere (Arcana Editore), si avvale del miglior talento disponibile (Toni Jop scrive una indimenticabile pagina su Elton John) e appare come il manuale utile e attendibile di un sicuro intenditore. Eppure questo libro propone alcune domande fondamentali sulle evoluzioni e i cambiamenti della società italiana, non solo i suoi ragazzi di allora e gli adulti infastiditi di adesso, ma scuola, famiglia, istituzioni, politica. Basti pensare alla campagna elettorale di Prodi del 1996 vinta (contro Berlusconi) con La canzone popolare di Ivano Fossati. Non sto dicendo che questo (svelare i passaggi di un immenso cambiamento) sia il progetto del libro. Sto dicendo che il libro provoca per forza alcune domande.

La prima è se e quale ruolo abbia avuto la musica giovane nello spostare in modo così clamoroso l’intero spazio pubblico della vita italiana da un punto benevolo a luoghi di rabbia. La seconda è la ricerca (un bel “puzzle”) di un nesso fra una esplosione prolungata di libertà, di allegria, di predominio giovane, e uno sbarco così brusco e totale sulla spiaggia triste di uno squallore rancoroso e vendicativo che investe cittadini, partiti, istituzioni, governo.

La terza domanda è la più difficile: possibile che una rivoluzione giovane come è stata tutta la musica rock e le sue radio per almeno tre decenni, porti a un clamoroso arretramento di tutto un Paese – memoria, desideri, aspettative – e sostituisca ogni sogno con l’immaginazione di un futuro di persecuzione e di morte (vedi i “campi di accoglienza libici” sponsorizzati da una Italia e dall’altra)? Qui comincia un processo alle scienze sociali, prima ancora che alla politica. Come è possibile che non un filo di fumo di avvertimento si sia levato dagli accampamenti accademici della sociologia, della psicologia, delle scienze sociali? Un buon consiglio, l’unico possibile adesso, è tornare al libro di Casiraghi e rivivere i ricordi di tempo più lieto, popolato di cittadini normali che non avrebbero mai arrestato il sindaco di Riace, e lasciato al suo posto la sindaca di Lodi.

“La sinistra italiana, da Magri a Natta, ha mangiato da me”

“Ma noi come la pensiamo?”. L’interrogativo è affidato al telefono alle sette e mezzo di ogni mattino, o quasi. E in quel “noi” sta un intero romanzo politico. Grande e doloroso. Quello della sinistra in cerca d’autore. Perché a usare il pronome magico è una anziana signora da tempo oltre gli ottanta, che la vicenda della sinistra italiana l’ha vissuta tutta da un paese calabrese. Da un grappolo di case in cima a un pizzo, la meraviglia di vedere il Tirreno da un lato e lo Ionio dall’altro. Si chiama Tiriolo, provincia di Catanzaro, ed è speciale sia per la posizione geografica sia per essere sempre stato una delle roccaforti della sinistra calabrese, un sindaco socialista già nel 1913 e gli scioperi alla rovescia per rimboscare la collina.

La signora, di nome Maria Puccio, quella storia la conosce per essere stata la sua vita. La madre, anche lei Maria, fu candidata alle prime libere elezioni repubblicane nel 1946 nella lista comunista. “C’erano i democristiani, noi e i repubblicani. Nella nostra lista le donne erano tre. Ma fu un’idea di mio padre, quella di candidarla, lei me lo disse sempre”. Poi il marito, Giuseppe Forgione, è stato vicesindaco socialista del paese. Pino, come lo chiamavano i compagni, se ne è andato tanto tempo fa, nel ’91. Faceva il commerciante, vendeva prodotti per l’edilizia, ma anche prodotti per le imprese di onoranze funebri, a cui procurava le bare (“mio figlio ci giocava in mezzo”, ride…). E insieme faceva il rappresentante del Fernet Branca per Calabria e Lucania. Un personaggio amato, che cercava di aiutare tutti, anche i giovani che emigravano. “A ogni elezione lui si assicurava che io votassi giusto, e io sempre a dirgli che votavo socialista. E invece in segreto votavo comunista, come faceva mio padre. Io i socialisti non li ho mai votati”. Poi ci si è messo il figlio, Francesco, prima giovane funzionario del Pdup, poi Pci e infine Rifondazione comunista, nelle cui file è entrato in parlamento diventando anche presidente della commissione antimafia. Sigle del passato, anche se il cuore ha mantenuto lo stesso colore.

Perciò quel “noi” ha perfino qualcosa di struggente, nelle telefonate scambiate con il figlio dopo il giornale radio del mattino. “Ma noi stiamo con Mattarella, vero? Ma perché Nichi Vendola ha detto così, noi che ne pensiamo?”. Casalinga, quinta elementare, la signora segue la politica come nemmeno un professionista. Autodidatta, non sbaglia un congiuntivo, e non capisci se il merito vada alla scuola o alla politica di una volta, o a tutt’e due. Lei in ogni caso il problema dell’identità se l’è risolto a modo suo. Sul balcone di casa in una data simbolica, il primo maggio. Quel giorno da decenni sventola dalla ringhiera verso la strada una bandiera rossa. Prima con un simbolo, quello del Pci, poi con un altro meno glorioso, quello di Rifondazione. Qualche anno fa la signora si è decisa e ha ordinato una federa di due metri per un metro e mezzo. Color rosso, senza simboli. E ne ha fatto una bandiera. Che il 30 aprile viene tolta dal cassetto, il primo maggio garrisce sui passanti, e il 2 maggio viene dismessa, lavata e infine riposta amorevolmente nel cassetto.

In piena vigilia di Natale la signora Maria se ne sta in cucina con una vestaglia viola. Non esce di casa da dieci anni, spiega affabile che ha perso in parte il dono della vista. Riceve donne di ogni condizione in visita, perché è davvero donna di popolo. È cuoca eccelsa, pura gastronomia contadina. Racconta la ricetta favolosa della sua pasta ripiena: rigatoni, sugo di maiale, polpettine fritte, provola, uovo sodo, soppressata, a tre strati. In qualsiasi posto sarebbe un piatto unico da schiantare. Per lei è il primo che precede il cosciotto di agnello ripieno, iniettato di auricchio, soppressata, aglio e origano. Ne ha offerto a Lucio Magri e Luciana Castellina, a Luca Cafiero e Giacomo Mancini, ad Alessandro Natta e Armando Cossutta, perché la storia della sinistra è passata anche dalla sua cucina. È solo disperata di non potere più fare con le sue mani i cudurieddi, una speciale pasta fritta salata, anche se tante sono le donne che gliene portano in dono (“ci stiamo riprendendo quel che abbiamo dato”, scherza). L’hanno chiamata per decenni Maria d’a fresa, perché suo padre andava a un frantoio a farsi mettere l’olio sulle frese per insaporirle. La fresa e il Pci, la sua identità. Ora è qui a mescolare mandorle e zucchero, e a chiedere al figlio, di passaggio da casa, “e noi che diciamo?”.

L’influenza per 30 euro. “Costrette al gelo bolognese per lavorare al concerto”

Ciao Selvaggia, ti scrivo tremante di rabbia e di freddo, sono sotto le coperte ma non riesco a smettere di tremare. Circa un mese fa mi è arrivata per email una proposta per lavorare come hostess durante il concerto degli Stadio per una data a Bologna. La paga consisteva in 30 euro pagati a fine serata per 5 ore di lavoro (dalle 18 alle 23). Pur sapendo che lo stipendio era poco, essendo una studentessa tendo ad accettare molti lavori anche sottopagati pur di mantenermi, e inoltre o pensato “ma sì alla fine è come se andassi a un concerto”. Quindi accetto il lavoro. Mi contatta l’agenzia e mi invia il contratto da firmare e rispedire. Arriva il fatidico giorno (oggi) e arrivo sul luogo di lavoro con un quarto d’ora d’anticipo e con l’abbigliamento espressamente richiesto, ossia una gonna nera con camicia bianca e giacca nera, calze sottili velate nere e décolleté. Fin qua tutto ok, ho lavorato spesso con questo abbigliamento, non ci vedevo niente di strano. Poi assegnano i ruoli, e a me e altre sei ragazze tocca di stare all’ingresso ad accogliere i visitatori. A quel punto io e le altre ragazze siamo un attimo confuse, noi con le calze trasparenti, le scarpe aperte e in camicia dobbiamo stare con le porte spalancate e una temperatura di -2 gradi? Anche perché a Bologna in questi giorni è nevicato, giusto per far capire che stagione sia. Quindi chiediamo gentilmente se possiamo metterci la giacca, ma la richiesta viene negata con la risposta che questo è il nostro abbigliamento da lavoro. Alla nostra protesta “ma è troppo freddo!” è seguita la risposta: ah si è molto freddo oggi.

Ora, se non fosse che il contratto firmato mi impone il pagamento di una penale in caso di una mancata prestazione di lavoro, io avrei alzato i tacchi e me ne sarei andata. Ma ho stretto i denti e ho pensato: vabbè dai in 20 minuti entrano tutti e possiamo andare al caldo. Ma i 20 minuti passano, così come i 40 e i 60, la gente continua ad arrivare e noi ragazze siamo sempre più congelate (io non mi sentivo più i piedi). Così in un momento in cui c’era poca affluenza, mi sono spostata 30 secondi qualche metro più indietro rispetto alla mia postazione, in un punto che non dava direttamente sulle porte aperte, per poter cercare di scaldarmi un attimo. Appena allontanata mi raggiunge una dipendente dell’agenzia che mi intima di tornare immediatamente alla mia postazione di lavoro, al che io sbotto dicendo che sono pazzi e che lavorare in queste condizioni è da denuncia. Appena pronunciate queste parole, la dipendente va a chiamare la titolare, la quale mi raggiunge e mi chiede se c’è qualche problema. Io le spiego la serie di problemi che ci sono, ovvero l’abbigliamento non consono al luogo di lavoro. A quel punto la titolare mi liquida dicendo alla dipendente di pagarmi e invitandomi ad andarmene. Io le dico che avendo firmato un contratto non avevo problemi a rispettare un impegno di lavoro, cosa che io ritengo serietà professionale, mentre lei in malo modo mi caccia. Sono uscita che tremavo dalla rabbia, dalla rabbia che persone così possano approfittarsi di ragazze che pur di lavorare e prendere due soldi sono disposte a lavorare in condizioni assolutamente non dignitose e sottopagate. Dalla rabbia che nessuna delle ragazze abbia osato lamentarsi, perché pur di prendere 30 euro sono disposte a beccarsi la febbre o anche solo un raffreddore. Per non parlare del cinismo della titolare.

V.

 

Che “grande figli(a) di puttana”. Sto solo citando la canzone più nota degli Stadio, che avete capito.

Selvaggia Lucarelli

“Che senso ha il Natale senza mia madre”

Cara Selvaggia, è il primo Natale senza mia madre. Ne abbiamo passati 76 insieme, tranne quello di 11 anni fa perché lei e mio padre fecero una vacanza senza sapere che sarebbe stata anche l’ultima per una serie di ragioni che non riassumerò. Mi mancherà l’odore del suo sformato – sempre lo stesso, pure se non ne potevano più –, la sua fissa per le lucine ovunque, col terrazzo di casa che pareva Las Vegas e i vicini che ogni anno la guardavano male. Mi mancherà quella sua incapacità cronica di mettere i fagioli sulla cartella della tombola senza farli cadere e costringerci a noiosi riepiloghi dei numeri usciti. Mi mancherà la sua sonnolenza intorno alle dieci di sera, dopo la cena e prima della tombola, quando si metteva sulla poltrona e per un attimo si addormentava. Mi mancheranno i suoi regali orribili, diventati l’incubo di figli e nipoti. L’ultimo un asciugamano da doccia a forma di cigno che neanche Paris Hilton. Mi mancheranno i suoi presepi con le pecore grandi il doppio dei pastori e i nipoti che ogni anno le chiedevano come fosse possibile e se le pecore mangiassero erba magica. Mi mancherà la sua risata fragorosa, con mio padre che le diceva “Lina, non ridere così che sei sguaiata!”. Mi mancheranno le sue domande inopportune a mia sorella che è stata mollata dal marito perché non può avere figli ma mia madre non lo sapeva e le diceva sempre: “Trovati uno con cui fare una famiglia prima che scada il tempo!”, e mia sorella che mi diceva all’orecchio: “Ora la meno col torrone”. Mi mancherà il rumore dei piatti a mezzanotte, “non si va a letto con la cucina in disordine!”. Mi mancherà tutto. Non ho voglia di Natale. A che serve il Natale se manca tutto questo?

Luciano

 

Comprate qualche pecora della taglia giusta, delle cartelle per la tombola con le finestrelle di plastica e lasciate la cucina in disordine, con i piatti da lavare la mattina dopo. Poi chiedetevi che avrebbe detto la mamma, sorridendo di lei e dei Natali che vi ha regalato. Ti abbraccio.

Selvaggia Lucarelli

 

Inviate le vostre lettere a: il Fatto Quotidiano 00184 Roma, via di Sant’Erasmo,2. selvaggialucarelli @gmail.com