“La nazione arcobaleno esiste soltanto sui media occidentali”. Le parole amare sono di Pieter, giovane neolaureato in ingegneria, figlio di una famiglia afrikaner di Pretoria che lui definisce “progressista”. A 23 anni, Pieter fa parte della generazione born free, i “nati liberi”: liberi dai sensi di colpa, i bianchi; liberi dal risentimento, i neri. Liberi tutti quanti da quello stato di polizia che era il Sudafrica dell’apartheid. Eppure, il presidente Ramaphosa, nero, ha lanciato la campagna “Police anti-gang unite” e Pieter non pensa di farsi una famiglia qui, non vuole che i figli crescano in un paese “dove non c’è nessuna prospettiva per i bianchi”. Si lamenta delle esclusioni decise dal governo per portare avanti imprenditori, funzionari, progetti black, una serie di affermative actions che stanno producendo avanzamenti di persone anche incompetenti, a partire dall’infornata di nuovi insegnanti, che escludono sistematicamente i bianchi come lui.
Le circostanze dello sfogo di Pieter sono emblematiche. Siamo a Pretoria, capitale legale del Sudafrica, decisamente più a misura d’uomo rispetto a Johannesburg: perché Johannesburg, la capitale morale, molto più di Città del Capo (considerata troppo “bianca” e conservatrice), a soli 46 chilometri da qui, non è una città, ma una tangenziale (a sei corsie) che collega cittadine-quartieri altrimenti separatissimi. Pieter ci ha offerto gentilmente un passaggio con la sua macchina in una città priva dei classici mezzi pubblici (bus, tram, metropolitane), e dove, ai pochi taxi, tutti (i bianchi) preferiscono Uber (che si paga solo con carte di credito). “Per motivi di sicurezza”, dicono. Ma la loro preoccupazione sembra davvero eccessiva, alla luce di quello che abbiamo vissuto usando in lungo e in largo il mezzo alternativo, cioè i classici pulmini che suonano il clacson caricando e scaricando persone ad ogni angolo della città : mai avuto nessun problema; anzi, è bello collaborare con tutti passeggeri (neri) al pagamento del driver, alla restituzione del resto, coi soldi che passano di mano in mano, e aiutare ad aprire e chiudere la porta scorrevole o fare posto alle persone che salgono lungo la strada.
Volendo, il problema della convivenza si può “visualizzare” anche così: da un lato, villette in quartieri residenziali, o splendide farm nella splendida campagna sudafricana, o quartieri comunque “gentrificati”, telecamere e fili elettrici dovunque; macchine private; carte di credito. Dall’altro, palazzoni popolari, o minuscole casette nelle township o vere baracche; bus collettivi, biciclette; e contanti (pochi). Il Sudafrica “che sembra Europa”, come si trovano a dire tutti i visitatori al primo impatto, si mescola fisicamente solo salendo la scala sociale, come si vede a Sandton, quartiere top di Johannesburg, con le foto di bianchi, neri, meticci, indiani, cinesi, proprio sotto la statua di Nelson Mandela. “Sì, la Rainbow Nation è più una creazione mediatica che una realtà”: Keinelwe Chuene, 21 anni, volontaria in un’associazione giovanile di arte africana, conferma le parole di Pieter. Ma lo fa dal lato opposto dell’arcobaleno. Quello della maggioranza nera. Che non ha smesso di soffrire, ed è altrettanto stanca, ma con più ragioni, dell’immagine positiva a tutti i costi del Sudafrica, quella secondo cui almeno i giovani, i born free, hanno superato gli steccati e vivono insieme senza problemi di colore della pelle.
Keilwenie è un esempio perfetto per illustrare questa doppia dimensione: parla lo stesso inglese di Pieter (che lui fra l’altro ha studiato in scuole pubbliche non di lingua afrikaner, con una maggioranza di compagni neri), ascolta la stessa musica, guarda gli stessi video, e usa gli stessi social network; ma la sua critica alla “Nazione Arcobaleno” va in direzione opposta. Keilwenie, come per spiegarsi meglio, mi regala un libro scritto da un docente sudafricano bianco, David Theo Goldberg, nel 2015 (la data è importante: il testo infatti sembra anticipare l’era di Trump, e, per noi italiani, di Salvini) :“Are we all post racial yet?” (“Siamo già tutti post-razziali?”) . La risposta alla domanda è no, o, almeno, non ancora. Goldberg vive e insegna da diversi anni negli Stati Uniti; ma il libro nasce da un viaggio di ricerca fatto insieme ad un’équipe di intellettuali di varie nazionalità in Sudafrica. Il tema della post-razzialità è in fase di dibattito aperto negli Usa (un dibattito spesso “banale”, lo definisce Goldberg); è ancora a livello di aspirazione in Sudafrica; ed è rimosso quasi completamente in Brasile. Tre grandi nazioni “miste”. Tutte con grandi cambiamenti politici in atto. Per Goldberg, infatti, le figure dei grandi presidenti, prima Mandela e poi Obama negli Usa (ma potremmo aggiungere Lula in Brasile), hanno regalato l’illusione che vivessimo tutti in società ormai post-razziali. E cioè, in particolare, con la falsa certezza che “le persone avrebbero possibilità di vita simili a prescindere dalla razza di origine in paesi come il Sudafrica e gli Usa”.
Le cose non stanno così. Se effettivamente le nuove generazioni appaiono molto più libere dagli stereotipi legati alla razza, al colore della pelle, è altrettanto vero che le percezioni, negli Usa, si distanziano nettamente quando si considerano questioni più specifiche: i giovani di origine europea tendono a pensare, per esempio, che il governo si occupi troppo delle minoranze (neri e latini); al contrario, i giovani neri continuano a ritenere di aver molte meno possibilità dei coetanei bianchi.
I dati dimostrano che la percezione più vicina alla realtà è di gran lunga quella dei neri (che in Sudafrica sono la maggioranza). A partire dalle statistiche sul reddito, in entrambi i paesi. Se in termini di accesso all’acqua, all’elettricità, all’istruzione, agli standard di base, la situazione generale in Sudafrica è notevolmente migliorata, ed è aumentata la percentuale di neri laureati e la loro presenza nei consigli di amministrazione, il gap nei redditi invece di ridursi è andato crescendo, e questo è ancora più evidente negli Stati Uniti: secondo Nicholas Kristof del New York Times (dati 2014) il reddito medio Usa di un bianco è 18 volte quello di un nero, una differenza peggiore che in Sudafrica ai tempi dell’apartheid (1970) e negli stessi Usa nel 1967.
In Sudafrica l’uno per cento della popolazione dispone di quasi metà della ricchezza nazionale; e in particolare, le tre persone più ricche hanno un patrimonio equivalente a quello di metà della popolazione, cioè 23 milioni di persone. Non solo: se è vero che in Sudafrica si è sviluppata una borghesia nera, una classe media prima quasi inesistente, è anche vero che è aumentato il numero delle persone in condizioni di povertà estrema; il fatto che per la prima volta il problema riguardi anche una piccola percentuale di bianchi, non cambia certo l’ingiustizia di base: ha solo mescolato un po’ le carte. Lo squilibrio più sentito riguarda la proprietà della terra, anche e soprattutto per la sua enorme valenza simbolica. Si può dire infatti che l’atto costitutivo dell’ingiustizia a sfondo razzista è il Natives Land Act del 1913, che sanciva la proprietà dei coloni bianchi sulla quasi totalità delle terre, lasciando ai neri solo il 10 per cento, poi portato al 13 (la parte meno fertile), e vietando ai neri l’acquisizione e la gestione delle terre di proprietà dei bianchi.
È una ferita che non è mai stata sanata. Nonostante le tante dichiarazioni, l’impatto dei governi post apartheid è stato davvero modesto: il 70 per cento della terra è ancora in mano ai farmers di discendenza europea. “La restituzione della terra era il primo punto del programma del Pan African Congress (Pac)”, sostiene Dineo Mashabela-Mathatho, esponente del Forum di arte e cultura della township di Mamelody. “L’African National Congress ha monopolizzato l’eredità della lotta contro l’apartheid; ma la verità è che molti leader del partito di Mandela erano all’estero, nei tempi più duri; e tanti altri sono saliti sul carro dei vincitori, senza aver dato un vero contributo alla causa. Ci siamo stancati di sentire parlare solo di Mandela”. In effetti, quasi nessuno conosce la storia del Pan African Congress, che era più radicale rispetto al partito di “Madiba”. La divisione fra le due fazioni avvenne nel 1959, sulla “Carta della Libertà”, che fin dai primi articoli dichiara che il Sudafrica appartiene a tutti quelli che ci vivono; e che la lotta contro l’apartheid non vuole costruire un dominio dei neri sui bianchi.
Per gli “africanisti” del Pac, invece, gli interessi degli indigeni devono prevalere su quello degli stranieri (richiamo al nazionalismo); gli interessi dei lavoratori su quelli degli imprenditori (richiamo al socialismo); gli interessi della maggioranza su quelli della minoranza (richiamo alla democrazia). Il radicalismo del Pac, dilaniato dalle divisioni interne, non ha avuto epigoni, nel Sudafrica post apartheid, che in pratica è una nazione a partito unico o quasi. Ma certe istanze di giustizia, di riparazione sono andate acuendosi. E c’è sempre chi è pronto ad approfittarne, come Julius Malema, un arruffapopolo piuttosto spregiudicato e spesso violento nei toni, con i suoi Economic Freedom Fighters (Eff), che partendo dal 6 per cento raccolto alle elezioni del 2014, sembrano ancora ben lontani dal poter sfidare l’Anc nel maggio 2019; ma riescono in qualche modo a dettare l’agenda politica.
“L’insediamento del nuovo presidente Cyril Ramaphosa nel febbraio scorso è stato accolto molto positivamente da tutte le parti politiche”, si dice all’ambasciata italiana. Il cambio della guardia con Zuma, presidente controverso e percepito ormai dall’opinione pubblica come corrotto e inadeguato, è stato un sollievo per tutti, anche in ambiente diplomatico. Ma problemi, tensioni, disparità e ingiustizie permangono. Forse ha ragione Keilwenie, classe 1997: “Il capitalismo non è africano”.