È finito il “non expedit” di Bergoglio, si riparte da Sturzo ma senza partito

È durata esattamente un lustro la stagione del non expedit (“non conviene”) bergogliano, chiamiamolo pure così, sulla politica italiana. Del resto, il “ritiro” del Vaticano e della Cei – la conferenza dei vescovi del nostro Paese – dalla partecipazione attiva alla contesa partitica era uno dei pilastri del “programma” che portò all’elezione del pontefice argentino nel Conclave del 2013.

Tra gli scandali della degenerazione curiale sotto il regno ratzingeriano c’era infatti anche il potere mondano coltivato dall’ambizioso segretario di Stato Tarcisio Bertone, erede della lunga stagione del ruinismo bipartisan ma con un’evidente predilizione per il centrodestra affarista e a luci rosse di Silvio Berlusconi e dell’andreottiano Gianni Letta. Accantonato dunque il bertonismo, a distanza di cinque anni i vescovi italiani (attaccati ieri ancora una volta dal “tradizionalista” Matteo Salvini) si occuperanno di nuovo di politica come raccontato lunedì scorso sul Fatto da Carlo Tecce ed Ettore Boffano.

In teoria, secondo il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, dovrebbe nascere una cabina di regia per formare i laici cattolici, liberi poi di organizzarsi come vogliono. Non quindi un invito esplicito a fondare un nuovo partito come superficialmente scritto da molti. E nemmeno un’ostilità a prescindere contro il populismo, almeno quello di colore giallo, ché sono tanti gli elettori grillini tra i fedeli della Chiesa. In ogni caso il rinnovato impegno dei cattolici in politica coinciderà nel 2019 con il centenario dell’Appello ai liberi e forti di don Luigi Sturzo (nella foto), fondatore del Partito popolare italiano, che cade il 18 gennaio. Il primo appuntamento sarà appunto in quella data a Roma, dove il cardinale Bassetti celebrerà una messa nella Basilica dei Santi XII Apostoli per il centenario dell’Appello ma anche per il sessantesimo anniversario della morte di don Sturzo.

Qualche giorno fa, a una cena natalizia, un ex ministro berlusconiano ha rivelato che l’attivismo della Cei ha rimesso in moto riunioni e manovre per rifondare la Democrazia cristiana. Allo stato è difficile immaginarlo. Ma un eventuale fallimento di Cinquestelle e Lega aprirebbe un vuoto enorme. E in politica, si sa, il vuoto non esiste.

Ho guardato e mi sono stupito grazie ad Arbore e compagnia

Caro Coen è Natale. Sorridiamo. Per una volta, ma solo per stavolta, fottiamocene di Salvini e dei suoi incontri con imbarazzanti ultrà, del governo e della manovra, del cambiamento che non cambia proprio un tubo, e sorridiamo. Impariamo da Napoli città che sa piangere e ridere, dove canto e chianto, per dirla con Marino Niola, si fondono nella loro traduzione dialettale. Ce lo dimostra Guarda… stupisci, la trasmissione di Rai2 che Renzo Arbore, con la complicità di Nino Frassica e Andrea Delogu, ha dedicato alla canzone del doppio senso, dell’allusione, del dire e non dire, la canzone della macchietta. Arte pura. Nicola Maldace, inventore del genere e macchiettista con orgoglio, la definiva così: “Come un disegnatore, mi ripromettevo di dare al pubblico un’impressione immediata schizzando il tipo, segnandolo rapidamente, rendendone i tratti salienti. Da ciò l’origine della parola macchietta, che è propria dell’arte figurativa: schizzo frettoloso, che renda con poche pennellate un luogo o una persona in modo da darne un’impressione efficace con la massima spontaneità caricaturale”.

Lo scherzo, lo sberleffo, la presa in giro, sono cose serie. E così Arbore ha fatto giocare con la canzone della macchietta una serie di grandi artisti, in una atmosfera a cavallo tra cafè chantant e festa goliardica d’altri tempi. “Oggi – dice il Maestro – in tv si fa ridere a senso unico. A me piacciono i doppi sensi”. Che alludono, ma non sono mai espliciti e volgari. Prendi Vittorio Marsiglia, ultimo grande rappresentante del genere, quando canta Cosimo Pellecchia. È la storia di una donna giovane sposata ad un uomo molto anziano con i suoi “settant’anni e forse più”. L’aitante dirimpettaio, pronto a colmare vuoti affettivi e non solo, si chiede: “…Signò scusate, una curiosità chi ve lo dà, chi ve lo dà ’o curaggio ’e suppurtà nu’ marito ’e chella età”. Si capisce tutto, l’ironia è geniale, la volgarità azzerata. E la gente ride.

Il Trump del Giambellino e la realtà di chi sopravvive

Caro Fierro, domani è Natale. Dunque, auguri! Ho una buona notizia: giovedì scorso Mimmo Lucano, sindaco di Riace scacciato dal potere xenofobo e costretto all’esilio – una vergogna istituzionale – è diventato cittadino onorario milanese: “Ha dimostrato come le migrazioni se gestite nel modo corretto possano essere una risorsa per il rilascio e la rinascita delle comunità locali”, questa la motivazione approvata dal Consiglio comunale di Milano, città accerchiata ormai dalle sfrenate brame di un leghismo sempre più becero e sempre più illiberale. Un sondaggio dice che Milano è la prima città per la qualità della vita. Non credere a questa baggianata. L’aria fa schifo. Il traffico è in certe ore allucinante. Si vive bene se si hanno un sacco di soldi in tasca. Altrimenti la metropoli ti espelle.

Nonostante gli indici di benessere e di “buona amministrazione”, i clochard muoiono di freddo: quattro dal 18 novembre. Ogni giorno migliaia di persone fanno la fila per ricevere assistenza alimentare. Cinquecento dei 2336 ospiti dei centri di accoglienza diocesani, grazie al famigerato decreto legge 113/2018 noto come “di Salvini”, in vigore dal 5 ottobre, sono a rischio di emarginazione. Per fortuna ci sono persone come l’arcivescovo Mario Delpini che a Radio Marconi ha detto: “Nella Chiesa non ci sono stranieri…”. Ma non posso dimenticare che il Trump del Giambellino ha esibito nei suoi comizi elettorali il vangelo e il rosario. La Fondazione Cariplo ha stanziato 5 milioni di euro destinati a 23 progetti per l’inclusione di 21mila bambini poveri e le loro famiglie (in totale, 60mila milanesi): sono coinvolte 557 organizzazioni. Ma le “povertà nascoste” sono assai di più, purtroppo. Altro che Milano “da vivere”. C’è ancora tanta Milano da sopravvivere. Tra gli immigrati, c’è poi chi si arrangia. Come i due che sono andati a parlare in un liceo di Vigevano e hanno detto: “Salvini è l’unico politico italiano a mantenere la parola”. Gli studenti li hanno subissati di risate.

Vincere? No, conta insegnare il calcio

Insegnare il calcio. Farlo amare ai bambini e ai ragazzini, inculcare in loro il piacere del gioco in se stesso: divertimento e disciplina, per le vittorie se ne riparlerà più avanti. C’è un motivo, nemmeno tanto nascosto, se Real Madrid e Barcellona, 8 Champions vinte (4+4) nelle ultime 13 edizioni disputate, sono da tempo le incontrastate regine del calcio europeo (quindi mondiale): e questa ragione è la loro scuola-calcio, leggasi cantera, che nel tempo ha trasformato questi due club nella Harvard e nella Oxford del mondo del pallone.

Se cresci lì, o ci arrivi, respiri un’aria diversa: l’aria del Grande Calcio, l’aria dei Grandi del Calcio. Che alla fine si tramuta in bellezza (leggi spettacolo) e riconoscimenti (leggi trionfi). Fiore all’occhiello, certo, ma non solo.

Mentre il Natale 2018 batte alle porte, la notizia è che il Cies Football Observatory, con sede a Neuchatel, in Svizzera, ha stilato la classifica dei migliori settori giovanili d’Europa andando in cerca dei vivai che sono stati capaci di portare il maggior numero di giovani calciatori a diventare professionisti nei cinque campionati-top europei, quelli di Inghilterra, Spagna Germania, Italia e Francia. La condizione: il calciatore deve aver fatto parte almeno 3 anni del vivaio di un club tra i 15 e i 21 anni. Ebbene, il club che ha allevato più giocatori professionisti presenti oggi nei cinque campionati che contano è il Real Madrid con 36.

Segue il Lione (35) e al terzo posto l’altro colosso del calcio spagnolo, il Barcellona, con 34. Per la Spagna l’insegnamento del calcio è in tutta evidenza il primo, sacro e irrinunciabile comandamento; nei primi 10 posti, oltre a Real e Barça, troviamo infatti anche Atletico Bilbao (4° con 26), Real Sociedad (ottava con 23) e Atletico Madrid (10° con 21), mentre alle spalle della Spagna è la Francia la nazione più produttiva: oltre al Lione (2°), nella top-ten troviamo il Psg e il Rennes (quinti ex aequo con 24) e il Bordeaux e il Monaco (decimi con 21 a pari merito con Atletico Madrid). Vi domanderete: e i club italiani? Che ne è di loro, e soprattutto della Juventus che nel 2015 è stata sconfitta in finale-Champions dal Barcellona (3-1) e nel 2017 dal Real Madrid (4-1)? La risposta è sconfortante. Per scovare la Juventus bisogna scendere infatti al 37° posto dove i bianconeri sono a braccetto della Fiorentina con 13 calciatori affermatisi dopo essere cresciuti nel vivaio.

Lontanissima da Real e Barça, la Juve è quasi doppiata dall’Inter (decima con 21) e fa peggio anche di Roma (diciannovesima con 17), Milan e Atalanta (venticinquesimi con 15). Anche circoscrivendo il raffronto con gli altri 15 club rimasti in lizza in Champions, il risultato non cambia: la Juve è tredicesima su 16, preceduta, oltre che da Real, Lione e Barça, anche da Psg, Manchester United, Atletico Madrid, Valencia, Roma, Bayern, Tottenham, Manchester City e Ajax. Solo Liverpool, Schalke 04e Porto hanno fatto peggio. Ricapitolando: il Real Madrid e il Barcellona sono i club che vincono di più e che insegnano meglio il gioco del calcio; o forse, sono i club che vincono di più perchè insegnano meglio il gioco del calcio. Alla faccia di chi va in giro a dire che vincere è l’unica cosa che conta: no, conta moltissimo anche educare e insegnare. Meditate gente, meditate!

Abusi, la svolta di Francesco deve arrivare nei seminari

Il tema centrale del discorso prenatalizio del papa alla curia romana è stato quest’anno quello degli abusi sessuali commessi dal clero. Una scelta comprensibile: l’anno che si chiude è stato molto difficile per la Chiesa su questo fronte. Gli scandali e le rivelazioni clamorose si sono succeduti senza posa. Il vertice della Chiesa Cattolica è stato quasi ininterrottamente sotto attacco e la lotta agli abusi sessuali è diventata addirittura un’arma per i conflitti intestini, come quello avviato contro Francesco dall’ex nunzio apostolico Carlo Maria Viganò.

Nel discorso del papa si è intravisto un cambiamento di accenti rispetto al passato. L’uomo che solo l’anno scorso, giunto in Cile, tagliava corto sulle enormi responsabilità del vescovo Barros nella copertura degli abusi commessi dal famigerato Fernando Karadima, oggi sembra finalmente consapevole del fatto che quella delle violenze e degli abusi clericali è per l’organizzazione che dirige la questione più spinosa, dolorosa e urgente.

Il cambiamento di linea è da accogliere positivamente e consiste soprattutto nel fatto che la Chiesa si dichiara intenzionata a smettere di proteggere quei suoi sacerdoti che si macchiano di reati odiosi come gli abusi e le violenze sessuali. Vedremo se alle parole seguiranno i fatti, se le autorità ecclesiastiche saranno così solerti nel denunciare il proprio clero e nel collaborare con le autorità civili e con la stampa nella repressione degli abusatori.

Riconosciuto questo, non si può però tacere il fatto che dal discorso di Francesco emerga una visione del problema che rende di fatto impossibile il contenimento e la prevenzione di questi reati.

A giudizio di Francesco infatti, i preti che abusano sessualmente dei minori sono semplicemente dei pervertiti, dei corrotti, degli ipocriti che, in modo subdolo e colpevole, approfittano della tonaca e di tutti i privilegi simbolici che essa conferisce loro per compiere le loro azioni abbiette. Nel ritratto che ne fa Bergoglio gli abusatori sono dei mostri, delle cellule patogene e cancerose infiltratesi con l’inganno nel corpo sano e robusto della Chiesa Cattolica. Quest’ultima è in sé esentata da ogni responsabilità, ed è anzi quasi una vittima della malvagità di costoro, “lupi atroci pronti a divorare le anime innocenti”. Nessun cambiamento è dunque necessario, per Francesco, a livello ecclesiale, nessuna riforma organizzativa è indispensabile. É sufficiente che la Chiesa cambi atteggiamento, che i suoi dirigenti diventino più vigili e attenti nello scovare e annientare i parassiti che si annidano al suo interno.

Una simile concezione è sbagliata e dannosa. Le falsità che il papa denuncia sono in buona misura un prodotto della stessa vita istituzionale, un effetto diretto e centrale della formazione clericale. Già da seminaristi infatti, i sacerdoti cattolici vengono sistematicamente educati a coltivare la doppiezza, a condurre l’intera propria esistenza affettiva in solitudine e dietro le quinte, al riparo da sguardi indiscreti, nel segno della menzogna e del segreto. L’istituzione si mostra generosa e protettiva, ma pretende in cambio dai suoi funzionari un amore assoluto ed esclusivo; il desiderio carnale e le pulsioni amorose vanno rimosse (almeno dalla vista) insieme al desiderio di autonomia intellettuale e morale, alla volontà di far di testa propria, alla tentazione della disobbedienza.

Il prete ideale agli occhi dei vertici ecclesiastici diventa perciò proprio colui che si annulla nel ruolo, ovvero chi ha smarrito completamente se stesso e la sua dignità personale, divenendo un campione dell’obbedienza e dell’anaffettività, un esecutore seriale di riti perfettamente plasmato dall’istituzione, un esaltato adoratore del potere ecclesiastico in tutte le sue manifestazioni. Il sogno dell’istituzione totale è insomma quello di produrre tanti piccoli Eichmann, capaci di servire la Chiesa con entusiasmo e cieca adesione.

Ma è proprio tra le fila dei burocrati perfetti, tra i funzionari migliori, che spesso si annidano gli abusatori e i violentatori. La ragione è semplice: la sessualità e l’affettività che l’istituzione censura e reprime riemerge inevitabilmente in una doppia vita del tutto clandestina e segreta. In tanti casi, la doppia vita genera addirittura una doppia personalità che conduce ad una doppia esistenza: l’una edificante e solenne, l’altra oscura e violenta. Il pretino in talare che coscienzioso e modesto si impegna, col plauso di superiori e fedeli, nei riti diurni della devozione si trasforma, una volta lasciati i locali della parrocchia o talvolta anche al suo interno, nel celebrante di riti di tutt’altro genere e talvolta nell’attore di una sessualità compulsiva e violenta.

Se anche la Chiesa si rivelasse (ed è tutto ma proprio tutto da dimostrare) spietata nell’individuazione e nella denuncia degli abusi e delle violenze commessa dal clero, pure essa non potrebbe considerarsi esente dalla responsabilità gravissima di aver dato a vita a molte delle condizioni che hanno reso quei reati possibili e concreti. Di questo bisognerebbe avere il coraggio di discutere se alla piaga tristissima delle violenze sessuali dei preti si vorrà davvero prima o poi porre un freno.

Il presepio è il Baobab di Roma

Negli spazi pubblici delle nostre città si moltiplicano in questi giorni i presepi. Nella mia Firenze, il presidente del consiglio regionale della Toscana, Eugenio Giani (Pd), ne ha fatto realizzare una mostra nella sede del Consiglio, e ha teorizzato: “Con la mostra dei presepi in Consiglio regionale lanciamo un messaggio politico istituzionale, perché il presepe è al centro della nostra tradizione e deve caratterizzare gli spazi pubblici”. D’altra parte, l’esempio viene dal vertice della Repubblica: il 12 dicembre il presidente Sergio Mattarella ha inaugurato al Quirinale, la casa di tutti gli italiani, un grandioso presepe materano. E durante il discorso alla nazione del 2015, alle spalle di Mattarella era stato disposto a favore di telecamera un presepe napoletano sotto una campana di vetro.

Ebbene, sia come cittadino di uno Stato laico sia come cristiano credente e praticante credo sia un errore grave. Naturalmente nella propria casa ognuno si comporterà come crede, e molti non credenti sceglieranno magari di farlo, il presepe: per celebrare la propria umanità attraverso un segno carico di significati connessi alla storia familiare e all’infanzia, come spiega con grazia ed erudizione Maurizio Bettini nel suo delizioso Il Presepio. Antropologia e storia della cultura, appena uscito da Einaudi. Ma gli spazi pubblici, le parole e i gesti dei responsabili delle istituzioni e soprattutto le scuole (le scuole, dove si diventa cittadini della Repubblica) sono un’altra cosa: dove di sacro c’è la laicità dello Stato, delle sue sedi, dei suoi rappresentanti. L’ultima discussione dell’assemblea Costituente (sotto Natale: il 22 dicembre 1947) riguardò l’opportunità di menzionare Dio nella Costituzione. Ma nemmeno il cattolicissimo Giorgio La Pira, che aveva avanzato quella proposta e poi la ritirò con encomiabile senso dello Stato, pensava a una formula cristiana: “L’importante è di non fare una specifica affermazione di fede, come è nella Costituzione irlandese: ‘In nome della Santissima Trinità’”.

Oggi non solo il discorso pubblico è lontano anni luce da quella grazia, ma il presepe e il crocifisso vengono branditi come simboli identitari – simboli “italiani”, che dunque devono venire “prima” – da seminatori di paura e d’odio. Matteo Salvini pochi giorni fa ha dichiarato: “Chi tiene Gesù Bambino fuori della porta della classe, non è un educatore”. Ecco il punto: il ricatto politico, la strumentalizzazione bieca, il ribaltamento di ogni più elementare evidenza. Come si fa a educare mancando di rispetto ai bambini che si vorrebbero educare? Qualche anno fa, un meraviglioso ristoratore fiorentino fece rimuovere i suoi mirabili prosciutti dal soffitto dalla stanza in cui un suo amico ebreo avrebbe festeggiato la sua laurea: senza che nessuno glielo chiedesse, come atto di accoglienza, rispetto e amore verso chi considera il maiale un animale impuro. Sono gli stessi altissimi moventi che dovrebbero indurci a togliere ogni simbolo religioso dai luoghi che appartengono anche agli italiani non cristiani: che non sono ospiti, ma padroni di casa quanto lo sono i cristiani. Fin qua gli elementari rudimenti di una laicità mai imparata a praticare e ad amare.

Ma per un cristiano c’è dell’altro. Quando don Lorenzo Milani toglieva il crocifisso dall’aula in cui faceva lezione, spiegava: “Se uno mi vede eliminare un crocifisso non mi darà dell’eretico, ma si porrà piuttosto la domanda affettuosa del come questo atto debba essere cattolicissimamente interpretato perché da un cattolico è posto” (1953). Quando il Consiglio di Stato francese ha detto che l’esposizione del presepe in luoghi civici non lede la laicità dello Stato (2016), l’ha motivato constatando che non si tratta di un simbolo religioso, ma di un puro arredo tradizionale. Parole che ricordando quelle con cui la Conferenza episcopale italiana difese a spada tratta l’esposizione nelle aule del crocifisso, definito dai vescovi “non solo simbolo religioso, ma anche segno culturale” e “parte del patrimonio storico del popolo italiano”. Davvero il Dio fattosi carne, debolezza e povertà per vivere e morire con gli uomini si può ridurre a un segno culturale e identitario, tra il made in Italy e la pizza? E come si può degradare la scandalosa follia d’amore universale della Croce a valori come cultura, storia e identità di un singolo popolo?

Francesco inventa il presepe a Greccio, nella notte di Natale del 1223: e, come ha argomentato Chiara Frugoni, la creazione di una nuova Betlemme in Italia equivaleva ad una presa di distanza dalle crociate per “liberare” la vera Betlemme. Il presepe nasce come programma di pace, apertura e amore che nega alla radice l’idea che un’identità religiosa possa essere usata per definire un “noi” contro gli “altri”.

Salvini che brandisce il presepe come strumento di odio è una bestemmia. Un italiano che creda al Vangelo e nella Costituzione non può che far sue le parole del Baobab di Roma, luogo di accoglienza per migranti che vagano in cerca di un albergo proprio come la Sacra Famiglia nella notte di Betlemme. Pochi giorni fa, Baobab ha raccontato l’incontro con 5 migranti: “Due donne in attesa, una al sesto mese. Avvolti nelle coperte che siamo riusciti a recuperare, riescono a raccontarci qualcosa della loro vita. Sul pavimento freddo, ghiacciato della stazione Tiburtina queste 5 anime hanno voluto raccontarci, felici, che ce l’hanno fatta. Noi non facciamo il Presepe, noi siamo il presepe”.

L’acqua è di Cosa nostra: Agrigento sempre a secco

Le acque della provincia di Agrigento si fanno sempre più torbide. Ad un anno dall’indagine che ha scoperchiato il vaso di Pandora chiamato Girgenti Acque, svelando un presunto sistema di assunzioni in cambio di favori che ha coinvolto sindaci, forze dell’Ordine, politici e l’ex prefetto di Agrigento, adesso è la commissione Antimafia regionale che vuole vederci chiaro.

Seppur presentata come una visita di routine, infatti, il tema dell’azienda che gestisce gran parte della rete idrica è stato uno dei primi ad essere trattato dalla commissione qualche giorno fa ad Agrigento, dopo l’interdittiva antimafia ricevuta da Girgenti Acque dal nuovo prefetto Dario Caputo, arrivato dopo l’estromissione di Nicola Diomede, indagato nella vicenda assunzioni. Nelle 36 pagine del documento, il velo nero della mafia cala sull’affare acqua, e sui suoi protagonisti, a partire da Marco Campione, ex numero uno dimessosi poco prima del commissariamento. A suo carico infatti si rilevano “frequentazioni con soggetti appartenenti o comunque legati all’organizzazione mafiosa Cosa nostra, che, almeno in alcuni casi risultano provate e assunte a fondamento di decisioni della magistratura”, si legge nell’interdittiva.

Ad acuire la grave situazione in cui si trova oggi la società, per ultima, c’è la vicenda De Lipsis, ex presidente del Cga di Palermo, poi assunto nell’azienda gestita da Campione, oggi indagato per aver pilotato i giudizi del Consiglio e del Tar di Palermo e Catania a favore di Girgenti Acque. Se la storia passata della società non è delle migliori, Gervasio Venuti, il nuovo commissario che ha ereditato la gestione di Girgenti Acque, per trasportarla al raggiungimento della tanto agognata “acqua pubblica”, non avrà un compito semplice. Non appena insediatosi infatti Venuti ha subito incontrato i sindacati facendo un quadro della situazione poco felice: enormi debiti dai Comuni e difficoltà a recuperare i crediti. Oltre alle criticità che coinvolgono le casse della società, quelle maggiori si riscontrano nella gestione dell’acqua. Nel documento si evidenziano le ripetute interruzioni del servizio di acquedotto in numerosi Comuni: in molti paesi, ad esempio Favara, non pochi cittadini hanno dovuto ricorrere alle autobotti per approvvigionare l’acqua dopo periodi lunghi anche 10 giorni senza acqua.

Non mancano infatti rotture alla vetusta condotta idrica dei paesi agrigentini, che presenta perdite che superano il 50% dell’acqua immessa in rete: più della metà dell’acqua che dovrebbe arrivare ai cittadini si disperde. Eppure l’appalto per rinnovare una condotta che presenta sistematicamente rotture e interruzioni, è presente: su questo però, che solo per Agrigento era di 31 milioni, (107 milioni per il resto dei territori) sta indagando la magistratura in quanto a non convincere è l’affidamento diretto dei lavori proprio a Girgenti Acque, senza alcuna gara.

Con una condotta idrica mai aggiustata, una dispersione d’acqua cui si uniscono le scarse piogge e le dighe chiuse, i cittadini, a fronte di bollette idriche salate rispetto alla media nazionale, devono fare i conti con l’acqua che nell’Agrigentino arriva due volte a settimana. Mentre il sogno dell’acqua 24 ore rimane un’illusione, Agrigento deve fare i conti anche con i depuratori che non depurano: la sentenza storica, che fa seguito al sequestro di 5 depuratori in provincia, è arrivata pochi giorni fa e dà ragione ad un cliente del gestore che ha richiesto indietro i soldi in bolletta riguardanti la depurazione in quanto questa non avveniva. Secondo il giudice infatti il pennello a mare di San Leone (frazione balneare di Agrigento) “scarica reflui senza trattamento adeguato di depurazione”.

Il “padrino” di Trapani, i camorristi e il boss dell’anomina sequestri

Latitanti di casa nostra. Nella lista ufficiale e accessibile, oggi ve ne sono iscritti quattro. Il primo, naturalmente, è Matteo Messina Denaro. La primula rossa di Cosa nostra, considerato l’ultimo capo dell’ala stragista ancora in fuga, e accusato delle bombe del 1993. Soprannominato u Seccu o Diabolik. L’ultima indagine palermitana ha portato all’arresto del gioielliere Settimino Mineo, che nel frattempo avrebbe conquistato il “trono” di Capo della Cupola. Ma Messina Denaro risulta latitante dal 1993. Ricercato dal 1998 è invece Giovanni Motisi, classe ’59. Per alcuni pentiti è il reggente del mandamento di Pagliarelli: è ritenuto dagli inquirenti killer di fiducia di Totò Riina e deve scontare l’ergastolo per l’omicidio del commissario Giuseppe Montana ammazzato il 28 luglio 1985. Sul fronte camorra, il ricercato più pericoloso è Marco Di Lauro. Classe ’80, è il quarto figlio del boss Paolo Di Lauro. Ha una condanna in appello per l’omicidio di Attilio Romanò, vittima innocente durante la prima guerra di Scampia. Da qualche anno anche la Dea lo sta seguendo, ritenendo Di Lauro impegnato in affari a New York. Tra il 2016 e il 2017 il giovane erede della camorra sfugge a due distinti blitz delle forze dell’ordine. Infine c’è Attilio Cubeddu, figura storica dell’anonima sequestri. Originario di Nuoro, Cubeddu, al quale solo pochi mesi fa è stata sequestrata una casa di famiglia, negli anni 80 partecipa a una paio di sequestri al nord. Arrestato, nel gennaio 1997 ottiene un permesso. Non farà più rientro nel carcere di Badu ’e Carros. Latitante lo è da allora. Nello stesso anno partecipa al sequestro dell’imprenditore bresciano Giuseppe Soffiantini. Sarà per questo condannato. Nel sequestro, per i giudici, ebbe il ruolo di custode dell’ostaggio. Coinvolto poi nella morte del carabiniere Samuele Donatoni, per questa accusa sarà assolto in modo definitivo nel 2017.

Dai narcos ai nazisti: i ricercati imprendibili

Vita da fuggiasco o da contumace. Condannati in patria ma protetti in altri Paesi. E poi ricercati e latitanti, primule rosse dei narcos, mujahed del jihad simili a fantasmi, hacker internazionali, personaggi da spy story, e ancora terroristi interni, bombaroli e animalisti, vecchi gerarchi del nazismo. Le liste sono tante, i nomi pure. Storie una dopo l’altra. Foto segnaletiche inserite nei database dell’Fbi, dell’Europol, della Dea americana, dell’Interpol. Tutti ufficialmente: most wanted. Ultimo caso quello di Cesare Battisti, fiche rossa per lui da parte dell’Interpol, allerta massima, formalmente latitante per la polizia di mezzo mondo, e per quella brasiliana prima di tutto. Negli anni Settanta stava nei Pac, Proletari armati per il comunismo. E come membro di quella formazione commise quattro omicidi, due materialmente e altri due in concorso: quello del maresciallo degli agenti di custodia Antonio Santoro, ucciso a Udine il 6 giugno 1978, quello del gioielliere Pierluigi Torreggiani e del commerciante Lino Sabbadin, che militava nell’Msi: uccisi entrambi da gruppi dei Pac il 16 febbraio 1979, il primo a Milano e il secondo a Mestre; e quello dell’agente della Digos Andrea Campagna, assassinato a Milano il 19 aprile 1978. I giudici condannano, lui si dichiara innocente. Ma fugge. Approdo finale Brasile. Protetto, ma fino a pochi giorni fa. Jair Bolsonaro prima di essere eletto presidente aveva promesso e il Tribunale federale, ora, ordina l’arresto per il pericolo di fuga. Estradizione verso l’Italia più vicina, ma Battisti si rimette in fuga. Forse in Bolivia, forse altrove.

Anni di Piombo che ritornano. Non solo Battisti. Decine i nomi inseriti nella lista dei cosiddetti ricercandi. Allo stato circa una trentina coloro che salirono sul palcoscenico insanguinato della lotta armata e pur condannati non hanno espiato la loro condanna. Italiani e quasi tutto sul fronte “rosso”. Alvaro Lojacono, ad esempio, 63 anni, killer delle Br, cecchino infallibile, condannato per la strage di via Fani (5 morti) quando fu rapito il presidente della Dc Aldo Moro, era il 16 marzo 1978. Ma anche per l’assassinio dello studente di destra Miki Mantakis. Figlio dell’economista del Pci Giuseppe Lojacono, oggi vive in Svizzera. È ufficialmente cittadino elvetico e ha preso il cognome della madre Ornella Baragiola. Come lui per l’eccidio di via Fani è stato condannato Alessio Casimirri, altro ex brigatista che vive in Nicaragua, ed è sostanzialmente cittadino di quel Paese avendo sposato una donna del posto. Oggi per lui niente più lotta armata, ma un paio di ristoranti noti da gestire a Managua. In Italia è stato condannato all’ergastolo. Vecchie e nuove Brigate rosse. A far da ponte due primule “rosa” come Simonetta Giorgieri e Carla Vendetti. Secondo le indagini sono legate alle Br-Pcc, nuovo fronte brigatista che uccise il giuslavorista Marco Biagi (2002) e il giurista Massimo D’Antona (1999). Entrambe si trovano in Francia. C’è chi fugge e c’è chi viene dichiarato “assente”. È il caso, incredibile, di Maurizio Baldasseroni da San Donato Milanese. Nel 1978 entra in Prima linea grazie a Oscar Tagliaferri. In via Adige a Milano uccide tre persone per le loro simpatie di destra. Fucili a canne mozze caricati con pallettoni per la caccia al cinghiale. Poi fugge in Sudamerica. Nel 2013 un nipote chiede alla giustizia italiana di dichiararne la “morte presunta” per poter vendere un appartamento a Milano. Il Tribunale respinge la domanda. Baldasseroni è un fantasma.

Italia e non solo. Terrorismo non di casa nostra, ma internazionale, con fiche islamica. Nella lista del Federal bureau of investigation (Fbi) sono 44 i nomi iscritti come i maggior ricercati. Non manca, naturalmente, il capo di Daesh (o Isis) Abu Bakr al Baghdadi. Nella lista nomi meno mediatici, ma altrettanto interessanti come Abu Muhammad al Julani, più famoso come “lo sceicco conquistatore”. Il suo volto è poco noto, di abitudine si mostra con il viso coperto anche davanti ai suoi combattenti. Un’abitudine mutuata da al Qaeda in Iraq (Aqi). Da qui i suoi legami con Abu Musab al-Zarqawi, fondatore di Aqi, e vero predecessore del Califfato. Lo sceicco dopo un periodo di detenzione a camp Bucca in Kuwait (vera palestra del nuovo jihad) tornerà in Siria. Mokhtar Belmokhtar lo chiamano invece il guercio o Marlboro man. Su di lui una taglia da 5 milioni di dollari. Tra i primi nelle liste di tutte le intelligence. Algerino, già compagno di battaglia di Osam bin Laden in Afghanistan. Nasce predone e tale resta. Più simile a un boss mafioso, mette gli affari davanti a tutto. Ma è il fondatore di Aqim, ovvero la saldatura di al Qaeda con il Marghreb islamico. Gira il Sahara a bordo di un pick up, scortato dai suoi miliziani. Dopo i principi neri del jihad, gli Stati uniti temono i cosiddetti eco-terroristi. Daniel Andreas San Diego, californiano classe ’78 è il primo nella lista dei dieci most wanted dell’Fbi. Una lista che fu ideata negli anni Cinquanta dal leggendario capo del Bureau J. Edgar Hoover. Andreas, figlio di un manager di San Francisco, buoni studi, presto diventa vegetariano, poi vegano. Le lotte animaliste diventano il suo mantra. Mentre lavora nella cittadina di Shelville prepara il suo primo attacco. Ha 25 anni e due pip bomb esplodono alla Chiron Corporation, una società di biotecnologie con sede a Emeryville, in California. Il secondo ordigno doveva esplodere in ritardo per colpire le forze dell’ordine intervenute. È il 28 agosto 2003.

Un mese dopo si replica, ordigni simili ma imbottiti di chiodi per moltiplicare gli effetti. Nel mirino la Shakleee Corporation. Entrambe le azioni vengono rivendicate dalla Brigata di liberazione degli animali. Ma la caccia continua. Sul fronte narcos, in prima linea la Drug enforcment agency (Dea). Qui tra i dieci most wanted spiccano certamente due nomi, entrambi legati ai cartelli messicani.

Su tutti El Mayo, al secolo Ismael Zambada Garcia. Data di nascita incerta, probabilmente il 1948. El Mayo si forma all’interno del cartello di Guadalajara. Assieme a El Chapo crea il cartello di Sinaloa. Vive con un profilo basso, e riesce a gestire buona parte della droga che dalla Colombia arriva negli Usa e in Canada. Uno dei suoi tre figli recentemente si è dato pentito in cambio di protezione. Subito dopo El Mayo, c’è Rafael Caro Quintero, a capo della più grande lavanderia al mondo di narcodollari. Il re dell’eroina è invece We Hseuh-Kang, boss del Myammar, 63 anni, a capo della Wa State Army, cartello che gestisce la brown sugar del Triangolo d’oro. Ai suoi ordini circa 30mila uomini. La Dea gli dà la caccia dal 1990 e su di lui ha posto una taglia da 5milioni di dollari.

Le liste internazionali, in particolare quella dell’Fbi tengono nel mirino anche i cosiddetti “criminali informatici”. Attualmente sono 63 i nomi su cui si concentra l’intelligence americana. Nella lista sono finiti così i sette hacker russi accusati di cyber-attacchi all’Occidente. Tutti avrebbero fatto parte di un’agenzia d’intelligence militare e avrebbero coordinato, attraverso furti di dati e riciclaggio di denaro, attività di spionaggio nei confronti di strutture inquirenti che indagavano sul sistema di doping messo in piedi dal governo di Putin per far brillare i propri atleti alle Olimpiadi invernali di Sochi del 2014. In fatto di cyber attacchi, il più ricercato da parte dell’Fbi è la spia nord coreana Park Jin Hek. Su di lui gli 007 hanno recentemente messo a punto un dossier di 179 pagine. L’agente al servizio di Kim Jong-un è stato addestrato alla cyber guerra e secondo gli analisti, attraverso l’uso di phishing e malaware, avrebbe danneggiato l’economia mondiale, infiltrandosi anche nel Servizio sanitario britannico. Nel 2014 ha attaccato per conto del regime il colosso della Sony che produceva un film satirico sull’omicidio dello stesso Kim Jong-nu. C’è, poi, Ahmed Al Agha nato nel 1994 a Damasco in Siria, conosciuto in Rete con il nome di Th3 Pro. È ricercato dagli Stati Uniti perché accusato di far parte della Syrian Electronic Army, una sorta di cyber Spectre che opera per conto del regime di Assad. Spie in carne ed ossa sono, invece, quelle ricercate dall’Europol per il tentato omicidio dell’ex 007 russo Sergei Skripal e di sua figlia. Azione avvenuta il 4 marzo scorso a Salisbury in Inghilterra attraverso l’uso di Novichok, agente nervino sviluppato negli anni ’90. I due ricercati sono entrambi cittadini russi. E nella lista compaiono coi loro nomi trovati sui documenti: Yevgenievich Petrov e Ruslan Timurovich Boshirov. L’identità resta incerta. Anche per questo le notizie rilanciate dai quotidiani inglesi di una loro presenza a Milano prima dell’azione non sono state confermate dalla nostra intelligence.

Non solo il presente. Le liste riguardano anche il passato. Ogni anno il centro Simon Wiesenthal stila un elenco dei criminali nazisti ancora a piede libero. Alcuni condannati in Italia, vivono tranquillamente in Germania. Per loro nessuna estradizione. Tra questi oltre a Johann Riss, sergente dell’esercito tedesco condannato per l’eccidio di 174 persone a Padule di Fucecchio in Toscana il 23 agosto 1944, c’è Gerhard Sommer condannato in due gradi di giudizio per la morte di 560 persone a Sant’Anna di Stazzema. Fu processato assieme ad altri nove. Oggi ha 97 anni e vive in Germania, dove i tribunali locali lo hanno dichiarato non processabile.

Il Sudafrica dei piccoli e violenti apartheid

“La nazione arcobaleno esiste soltanto sui media occidentali”. Le parole amare sono di Pieter, giovane neolaureato in ingegneria, figlio di una famiglia afrikaner di Pretoria che lui definisce “progressista”. A 23 anni, Pieter fa parte della generazione born free, i “nati liberi”: liberi dai sensi di colpa, i bianchi; liberi dal risentimento, i neri. Liberi tutti quanti da quello stato di polizia che era il Sudafrica dell’apartheid. Eppure, il presidente Ramaphosa, nero, ha lanciato la campagna “Police anti-gang unite” e Pieter non pensa di farsi una famiglia qui, non vuole che i figli crescano in un paese “dove non c’è nessuna prospettiva per i bianchi”. Si lamenta delle esclusioni decise dal governo per portare avanti imprenditori, funzionari, progetti black, una serie di affermative actions che stanno producendo avanzamenti di persone anche incompetenti, a partire dall’infornata di nuovi insegnanti, che escludono sistematicamente i bianchi come lui.

Le circostanze dello sfogo di Pieter sono emblematiche. Siamo a Pretoria, capitale legale del Sudafrica, decisamente più a misura d’uomo rispetto a Johannesburg: perché Johannesburg, la capitale morale, molto più di Città del Capo (considerata troppo “bianca” e conservatrice), a soli 46 chilometri da qui, non è una città, ma una tangenziale (a sei corsie) che collega cittadine-quartieri altrimenti separatissimi. Pieter ci ha offerto gentilmente un passaggio con la sua macchina in una città priva dei classici mezzi pubblici (bus, tram, metropolitane), e dove, ai pochi taxi, tutti (i bianchi) preferiscono Uber (che si paga solo con carte di credito). “Per motivi di sicurezza”, dicono. Ma la loro preoccupazione sembra davvero eccessiva, alla luce di quello che abbiamo vissuto usando in lungo e in largo il mezzo alternativo, cioè i classici pulmini che suonano il clacson caricando e scaricando persone ad ogni angolo della città : mai avuto nessun problema; anzi, è bello collaborare con tutti passeggeri (neri) al pagamento del driver, alla restituzione del resto, coi soldi che passano di mano in mano, e aiutare ad aprire e chiudere la porta scorrevole o fare posto alle persone che salgono lungo la strada.

Volendo, il problema della convivenza si può “visualizzare” anche così: da un lato, villette in quartieri residenziali, o splendide farm nella splendida campagna sudafricana, o quartieri comunque “gentrificati”, telecamere e fili elettrici dovunque; macchine private; carte di credito. Dall’altro, palazzoni popolari, o minuscole casette nelle township o vere baracche; bus collettivi, biciclette; e contanti (pochi). Il Sudafrica “che sembra Europa”, come si trovano a dire tutti i visitatori al primo impatto, si mescola fisicamente solo salendo la scala sociale, come si vede a Sandton, quartiere top di Johannesburg, con le foto di bianchi, neri, meticci, indiani, cinesi, proprio sotto la statua di Nelson Mandela. “Sì, la Rainbow Nation è più una creazione mediatica che una realtà”: Keinelwe Chuene, 21 anni, volontaria in un’associazione giovanile di arte africana, conferma le parole di Pieter. Ma lo fa dal lato opposto dell’arcobaleno. Quello della maggioranza nera. Che non ha smesso di soffrire, ed è altrettanto stanca, ma con più ragioni, dell’immagine positiva a tutti i costi del Sudafrica, quella secondo cui almeno i giovani, i born free, hanno superato gli steccati e vivono insieme senza problemi di colore della pelle.

Keilwenie è un esempio perfetto per illustrare questa doppia dimensione: parla lo stesso inglese di Pieter (che lui fra l’altro ha studiato in scuole pubbliche non di lingua afrikaner, con una maggioranza di compagni neri), ascolta la stessa musica, guarda gli stessi video, e usa gli stessi social network; ma la sua critica alla “Nazione Arcobaleno” va in direzione opposta. Keilwenie, come per spiegarsi meglio, mi regala un libro scritto da un docente sudafricano bianco, David Theo Goldberg, nel 2015 (la data è importante: il testo infatti sembra anticipare l’era di Trump, e, per noi italiani, di Salvini) :“Are we all post racial yet?” (“Siamo già tutti post-razziali?”) . La risposta alla domanda è no, o, almeno, non ancora. Goldberg vive e insegna da diversi anni negli Stati Uniti; ma il libro nasce da un viaggio di ricerca fatto insieme ad un’équipe di intellettuali di varie nazionalità in Sudafrica. Il tema della post-razzialità è in fase di dibattito aperto negli Usa (un dibattito spesso “banale”, lo definisce Goldberg); è ancora a livello di aspirazione in Sudafrica; ed è rimosso quasi completamente in Brasile. Tre grandi nazioni “miste”. Tutte con grandi cambiamenti politici in atto. Per Goldberg, infatti, le figure dei grandi presidenti, prima Mandela e poi Obama negli Usa (ma potremmo aggiungere Lula in Brasile), hanno regalato l’illusione che vivessimo tutti in società ormai post-razziali. E cioè, in particolare, con la falsa certezza che “le persone avrebbero possibilità di vita simili a prescindere dalla razza di origine in paesi come il Sudafrica e gli Usa”.

Le cose non stanno così. Se effettivamente le nuove generazioni appaiono molto più libere dagli stereotipi legati alla razza, al colore della pelle, è altrettanto vero che le percezioni, negli Usa, si distanziano nettamente quando si considerano questioni più specifiche: i giovani di origine europea tendono a pensare, per esempio, che il governo si occupi troppo delle minoranze (neri e latini); al contrario, i giovani neri continuano a ritenere di aver molte meno possibilità dei coetanei bianchi.

I dati dimostrano che la percezione più vicina alla realtà è di gran lunga quella dei neri (che in Sudafrica sono la maggioranza). A partire dalle statistiche sul reddito, in entrambi i paesi. Se in termini di accesso all’acqua, all’elettricità, all’istruzione, agli standard di base, la situazione generale in Sudafrica è notevolmente migliorata, ed è aumentata la percentuale di neri laureati e la loro presenza nei consigli di amministrazione, il gap nei redditi invece di ridursi è andato crescendo, e questo è ancora più evidente negli Stati Uniti: secondo Nicholas Kristof del New York Times (dati 2014) il reddito medio Usa di un bianco è 18 volte quello di un nero, una differenza peggiore che in Sudafrica ai tempi dell’apartheid (1970) e negli stessi Usa nel 1967.

In Sudafrica l’uno per cento della popolazione dispone di quasi metà della ricchezza nazionale; e in particolare, le tre persone più ricche hanno un patrimonio equivalente a quello di metà della popolazione, cioè 23 milioni di persone. Non solo: se è vero che in Sudafrica si è sviluppata una borghesia nera, una classe media prima quasi inesistente, è anche vero che è aumentato il numero delle persone in condizioni di povertà estrema; il fatto che per la prima volta il problema riguardi anche una piccola percentuale di bianchi, non cambia certo l’ingiustizia di base: ha solo mescolato un po’ le carte. Lo squilibrio più sentito riguarda la proprietà della terra, anche e soprattutto per la sua enorme valenza simbolica. Si può dire infatti che l’atto costitutivo dell’ingiustizia a sfondo razzista è il Natives Land Act del 1913, che sanciva la proprietà dei coloni bianchi sulla quasi totalità delle terre, lasciando ai neri solo il 10 per cento, poi portato al 13 (la parte meno fertile), e vietando ai neri l’acquisizione e la gestione delle terre di proprietà dei bianchi.

È una ferita che non è mai stata sanata. Nonostante le tante dichiarazioni, l’impatto dei governi post apartheid è stato davvero modesto: il 70 per cento della terra è ancora in mano ai farmers di discendenza europea. “La restituzione della terra era il primo punto del programma del Pan African Congress (Pac)”, sostiene Dineo Mashabela-Mathatho, esponente del Forum di arte e cultura della township di Mamelody. “L’African National Congress ha monopolizzato l’eredità della lotta contro l’apartheid; ma la verità è che molti leader del partito di Mandela erano all’estero, nei tempi più duri; e tanti altri sono saliti sul carro dei vincitori, senza aver dato un vero contributo alla causa. Ci siamo stancati di sentire parlare solo di Mandela”. In effetti, quasi nessuno conosce la storia del Pan African Congress, che era più radicale rispetto al partito di “Madiba”. La divisione fra le due fazioni avvenne nel 1959, sulla “Carta della Libertà”, che fin dai primi articoli dichiara che il Sudafrica appartiene a tutti quelli che ci vivono; e che la lotta contro l’apartheid non vuole costruire un dominio dei neri sui bianchi.

Per gli “africanisti” del Pac, invece, gli interessi degli indigeni devono prevalere su quello degli stranieri (richiamo al nazionalismo); gli interessi dei lavoratori su quelli degli imprenditori (richiamo al socialismo); gli interessi della maggioranza su quelli della minoranza (richiamo alla democrazia). Il radicalismo del Pac, dilaniato dalle divisioni interne, non ha avuto epigoni, nel Sudafrica post apartheid, che in pratica è una nazione a partito unico o quasi. Ma certe istanze di giustizia, di riparazione sono andate acuendosi. E c’è sempre chi è pronto ad approfittarne, come Julius Malema, un arruffapopolo piuttosto spregiudicato e spesso violento nei toni, con i suoi Economic Freedom Fighters (Eff), che partendo dal 6 per cento raccolto alle elezioni del 2014, sembrano ancora ben lontani dal poter sfidare l’Anc nel maggio 2019; ma riescono in qualche modo a dettare l’agenda politica.

“L’insediamento del nuovo presidente Cyril Ramaphosa nel febbraio scorso è stato accolto molto positivamente da tutte le parti politiche”, si dice all’ambasciata italiana. Il cambio della guardia con Zuma, presidente controverso e percepito ormai dall’opinione pubblica come corrotto e inadeguato, è stato un sollievo per tutti, anche in ambiente diplomatico. Ma problemi, tensioni, disparità e ingiustizie permangono. Forse ha ragione Keilwenie, classe 1997: “Il capitalismo non è africano”.