Indonesia, il nuovo tsunami: almeno 222 morti e 843 feriti

Un’eruzione ad Anak Krakatau, un’isola vulcanica emersa 90 anni fa attorno al vulcano Krakatoa (“il bambino”, in indonesiano), ha scatenato un inferno d’acqua, verso le 21.30 locali di sabato 22 dicembre. In sostanza, uno tsunami.

E così nello stretto della Sonda, tra le isole di Giava e Sumatra, il mare ha sommerso tutto il possibile, con onde anomale fino a 20 metri di altezza e un bilancio (molto) provvisorio che recita 222 morti e 843 feriti, e decine di dispersi. Non si ha notizia di stranieri tra le vittime, ma nelle aree colpite ci sono spiagge molto popolari meta di un turismo internazionale. Danneggiati molti alberghi e altre costruzioni lungo le coste. Le autorità hanno invitato le popolazioni delle aree colpite a stare lontano dalla costa perché non sono escluse altre onde anomale. “L’Indonesia è ancora sconvolta dallo tsunami e dal terremoto che ha colpito Sulawesi tre mesi fa”, sottolinea in una nota Fransisca Fitri, Country Director di ActionAid Indonesia spiegando che “il numero delle vittime e dei feriti sono in aumento: sappiamo che, anche se le famiglie sono riuscite a fuggire o sopravvivere alle maree, le loro case e i loro mezzi di sussistenza sono stati spazzati via. Si dice che il numero di case gravemente danneggiate superi le 400 finora e ci aspettiamo che questo numero aumenti sempre di più”.

Non solo, il Paese è una delle nazioni a più alto rischio sismico del mondo, perché si trova sopra la cosiddetta “cintura di fuoco” del Pacifico, dove si scontrano le placche tettoniche. Eppure, nonostante questo, il portavoce dell’agenzia di protezione nazionale (Bnpb) ha spiegato che non vi è stato nessun allarme prima dell’arrivo dell’enorme onda nello stretto di Sunda perché l’Indonesia non ha ancora sviluppato un sistema di allarme per eventi provocati da frane sottomarine o eruzioni vulcaniche. Insomma, nonostante le diverse devastazioni territoriali, il Paese non si è munito per limitare le tragedie.

“Al momento, non ci risultano vittime tra gli stranieri, tantomeno australiani”, ha detto il premier australiano Scott Morrison, mentre l’Unità di crisi della Farnesina e l’ambasciata d’Italia a Giacarta “sono attive per prestare ogni assistenza necessaria ai connazionali sul posto”.

“Basta inseguire i social, la Fornero buca il video”

Sono undici anni che intorno alle nove di sera si sente la sua voce in televisione. Gli serve per cucire ai bordi di un fatto un pensiero nobile, un punto di vista trascurato. Ingiustamente trascurato. E trascinarlo alla ribalta, portarlo agli occhi nostri. Come il sarto di paese alle prese con la piega di un pantalone già liso. Paolo Pagliaro fa la tv con l’inchiostro e la carta. Non solo non buca il video, ma se ne tiene alla larga. In questo modo, lasciando che le immagini di repertorio facciano il loro corso, ha costruito le sue fortunate note serali all’interno del programma di Lilli Gruber, Otto e Mezzo su La7. Il conto dice che sono duemilaseicento le note scritte, titolate “Il punto”, della durata di due minuti ciascuno (duemila battute su tastiera).

Siete di Bolzano, tu e lei. Quasi tedeschi con una vocazione genetica alla pignoleria.

Ci conosciamo da ragazzini, abbiamo esperienze professionali comuni e a Lilli venne di chiamarmi quando le fu offerta la conduzione.

Hai diretto giornali, l’Adige e altri quotidiani veneti, sei passato per Repubblica e l’Espresso, hai fondato e tuttora dirigi 9Colonne, agenzia di servizi giornalistici. Con la televisione hai poco da spartire.

Mi tengo tuttora a distanza di sicurezza. Tento, per quel che posso, di dare un pensiero a frammenti quotidiani che in qualche modo si concilino con il tema che Lilli tratta.

Fare una trasmissione quotidiana è dura.

Ci vuole fisico per un talk quotidiano e una fatica che non si può dire. La Gruber tiene magnificamente testa alla prova di resistenza e mi pare anche con qualche soddisfazione visto che ormai abbiamo una media di due milioni di spettatori. Una meta imprevista, una quota davvero molto alta.

Ma si può ogni sera essere originali, puntuti, interessanti? Ogni sera essere fortunati con gli ospiti in studio, fargli illustrare pensieri che già non siano stati ascoltati?

Fare domande, mediamente intelligenti, è un esercizio che necessita di cura preventiva. Quest’anno abbiamo evitato di invitare politici, tranne i pochissimi di prima linea che accettano di esserci (Di Maio, per esempio, non ha grande voglia di stare con noi). La scelta si è rivelata assai felice. Puntiamo sui commentatori, su chi abbia opinioni e le sappia dire.

La televisione aiuta e viene aiutata spesso dai battutisti. La battuta, magari scema, è il colpo di karate.

Da noi i battutisti non hanno grande considerazione. Poi, è vero, la televisione premia chi sa dire con chiarezza nel tempo concesso. Premia la chiarezza alla profondità dell’esposizione.

Il linguaggio televisivo costruisce un network di persone abili davanti alla telecamenera. Un circolo chiuso che a volte se la canta e se la suona. Ma ne esclude altre, parimenti in gamba, magari perchè sottostimate dallo share.

Però, per dirne una, la professoressa Elsa Fornero è molto apprezzata dai telespettatori. Eppure è stata lungamente vilipesa e non è propriamente espressione dello spirito del tempo. Facciamo ottimi ascolti con la Fornero. Meglio di lei solo Marco Travaglio. Sotto di lei Massimo Cacciari. Poi è vero che ci sono ospiti non adatti alla tv. Giorgio Bocca non riusciva a farsi capire. Non parliamo di Buzzati. Ma naturalmente erano dei grandi. Mi piacerebbe che la televisione ospitasse anche chi è in difficoltà con questo mezzo. Fosse per me…

Adesso è il tempo dei social. Non pensieri, ma parole come pallottole.

Abbiamo consentito che questo falso territorio di libertà detenuto da multinazionali sottraesse senso al nostro mestiere. Accettiamo che il potere si proponga con dichiarazioni unilaterali, senza che esista il contraddittorio, senza lo spazio per le nostre domande, per le nostre osservazioni o contestazioni.

Abbiamo consumato la nostra reputazione, privilegiando relazioni nel nome di ambizioni ben curate.

Dovremmo stringere un patto per negare visibilità alle dichiarazioni immesse nei social come abbiamo fatto con la Carta di Treviso per la tutela dei minori. Un impegno a non considerare né amplificare né commentare dichiarazioni non sostenute da un contraddittorio. È la pigrizia che ci frega. Sui social si parla delle cose viste in televisione. E la tv analizza e commenta le notizie lette sui giornali.

Ah, i giornali.

L’esperienza ci mostra che le testate che affrontano con più coraggio e con più successo la crisi sono quelle che hanno ben chiaro in testa che le idee non sono i fatti. Il giornale non deve divenire uno strumento di lotta politica.

Il giornalismo però non è solo tecnica, ha il senso di un dovere civile. Prende parte, e se lo fa con trasparenza, illustrando le ragioni delle proprie opinioni, non ha di che chiedere scusa.

Non discuto, e non vorrei essere frainteso. Deve esistere quel tipo di giornalismo, ma in Italia tutti sono saltati negli anni scorsi, per mera convenienza, nella cosiddetta battaglia anticasta. Era battaglia civile? Era giornalismo? Oppure salto della quaglia?

La televisione è stata regina di questo sport.

Bisogna riconquistare la curiosità di approfondire anche fatti minuti, e poi scavare e scavare ancora. Dentro ci trovi grandi questioni. Ricordo che un giorno mi impelagai in una piccola notizia: la Regione Lombardia aveva stanziato un milione di euro per finanziare l’acquisto di profilattici da inviare in Africa. Il tema del controllo delle nascite nei Paesi del terzo e quarto mondo a grave rischio di fame è da sempre nei programmi delle organizzazioni internazionali. Approfondendo la notizia mi imbattei in due tesi opposte. La prima dice: la riduzione delle nascite contribuisce ad alleviare la povertà. Meno bocche da sfamare, meno pugni di riso servono. La seconda tesi invece teorizza che fare figli, altri figli, quando i primi ti muoiono, è l’unico modo per sperare che ci siano altre braccia che ti aiutino a combattere la tua fame. Non si è poveri perché si fanno molti figli. Ma le famiglie numerose, magari decimate dalle morti per fame, esistono perché si è poveri. Non ti sembra che questo sia un tema che necessiti, per fare il primo esempio venuto in mente, un qualche approfondimento?

Gli operatori sanitari potranno continuare a esercitare anche senza titoli

Fisioterapisti, tecnici di laboratorio ma anche logopedisti e ostetriche senza laurea potranno continuare a svolgere la propria attività, sia nel caso di lavoro dipendente sia in quello autonomo, purché abbiano svolto un’attività professionale per un periodo minimo di 36 mesi, anche non continuativi, negli ultimi 10 anni. Ad allentare la stretta sulle professioni sanitarie senza titolo, perché non obbligatorio prima dell’entrata in vigore della legge Lorenzin, è un emendamento voluto da M5S e inserito nella manovra che modifica la legge 42/99. Questi professionisti potranno così continuare a esercitare “iscrivendosi entro il 31 dicembre 2019 in appositi elenchi speciali ad esaurimento (da costituire entro 60 giorni con decreto del ministero della Salute), fermo restando che tale iscrizione non si tradurrà in un’equiparazione”. Il provvedimento ha suscitato diverse polemiche fra le associazioni di categoria. Prima fra tutte la posizione della Federazione nazionale degli ordini della professione di ostetrica: “Leggiamo con seria preoccupazione la notizia della sanatoria”. Sulla stessa linea anche l’Associazione italiana fisioterapisti, che già prima dell’approvazione da parte del Senato aveva attaccato l’emendamento. Ma il ministero della Salute difende il provvedimento ricordando che tutela numerosi lavoratori che prima del decreto Lorenzin hanno esercitato per anni e che oggi rischiano la perdita dell’attività professionale o il licenziamento.

Stati Uniti, per la Difesa un ministro provvisorio

La furia di Donald Trump si è scatenata contro Jim Mattis. La copertura mediatica positiva ricevuta dal capo del Pentagono, che si è dimesso in aperto disaccordo con la politica estera della Casa Bianca e il ritiro dalla Siria, ha generato l’ira del presidente statunitense: in un gesto a sorpresa, Trump ha cacciato Mattis dall’amministrazione due mesi prima del previsto “addio” e nominato il suo vice, Patrick Shanahan, facente funzioni dal primo gennaio del 2019.

27 enne veronese trovata senza vita in Messico

Una donna italiana, Anna Ruzzenenti, è stata trovata senza vita in Messico: per ora la causa del decesso è ancora da chiarire, in attesa degli esiti dell’autopsia. Il corpo è stato individuato a Playa del Carmen, lungo la linea costiera caraibica della Riviera Maya, nella penisola dello Yucatán. La giovane, 27enne di Bardolino, provincia di Verona, era una esperta istruttrice subacquea, partita per una vacanza nel Paese latinoamericano poche settimane fa, il 13 dicembre.

Circoncisione in casa: muore bimbo di 2 anni

Un bambino di due anni è morto e il suo gemello è ricoverato in gravi condizioni in ospedale: i due sono stati sottoposti a una circoncisione in casa. È accaduto a Monterotondo, paese vicino a Roma. Entrampi, di origine nigeriana, erano ospiti di un centro d’accoglienza. La procura di Tivoli ha disposto l’arresto di un cittadino americano di origine libiche, ritenuto responsabile della circoncisione. I pm gli contestano i reati di omicidio preterintenzionale, lesioni gravissime ed esercizio abusivo della professione medica.

Morra: “Preoccupato dagli appalti senza gara”

“Con appalti senza gara a 150mila euro si sottovaluta il rischio di favorire le organizzazioni mafiose. Non posso che esprimere grave preoccupazione”. Poche ore dopo l’approvazione della manovra, il presidente M5s della commissione Antimafia Nicola Morra è intervenuto per criticare la norma inserita nel provvedimento che fa passare da 40mila a 150mila euro la soglia per l’affidamento diretto degli appalti. Una preoccupazione condivisa anche dal presidente dell’Anac, Raffaele Cantone.

Di Maio e Salvini insieme: “Troppe palle” Sindacati, comuni e dem pronti alla piazza

È tutta una questione di attributi il day-after della manovra. Dopo le urla, le risse e gli scontri durissimi che hanno segnato la lunga maratona notturna in Senato, la giornata di antivigilia si gioca tutta sulle “palle” (non quelle che decorano gli alberi di Natale, ndr) che il governo rivendica di possedere dopo aver incassato la fiducia.

A tirare per primo in ballo la virilità è il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che nella solita diretta Facebook, sfoggiando la giacca della polizia, commenta la manovra del cambiamento targata Lega-M5s: “Non siamo geni, non abbiamo fatto miracoli, ma siamo persone coerenti e di parola. Non sono Batman e non sono Gesù Bambino, ma finalmente c’è un governo con le palle. In sei mesi abbiamo fatto più noi che altri chiacchieroni in 6 anni . Alla manovra le do un 7”. Anche l’altro vicepremier M5s, in una diretta Facebook con un albero addobbato con numerose palle rosse, snocciola i punti salienti della manovra e accusa: “Ci sono troppe balle di Natale che stanno girando”. Così, convinto dal successo e dall’effetto informativo ottenuti dal fact checking postato nei giorni passati, Di Maio fa il bis e pubblica su Instagram una tabella con il vero e il falso che è stato detto e raccontato sulla legge di bilancio. E così si legge: “Aumento dell’Iva: falso; taglio pensioni: falso; taglio pensioni d’oro: vero; riduzione degli investimenti: falso; si supera la Fornero: vero; riduciamo platea reddito cittadinanza: falso; più tasse per assicurazioni e banche: vero; taglio spese militari: vero; aumento della tassazione del gioco d’azzardo: vero; blocco delle assunzioni dei ricercatori: falso”.

Gli attributi si trasformano ben presto in “balle” attraverso un profluvio di tweet e post sui social da parte dell’opposizione. “Non era mai successo prima che il Parlamento venisse esautorato del suo ruolo costituzionale”, scrive su Facebook la senatrice del Pd Simona Malpezzi. “A cosa si riferiscono quando parlano di manovra con le palle? Al gioco delle tre palle?”, rincara la forzista Mara Carfagna. Che aggiunge: “È un illusionismo che punta a distrarre gli italiani da una realtà fatta di nuove tasse, maggiori spese per coprire misure assistenziali e di zero investimenti per creare lavoro e sviluppo”. Un giramento di dichiarazioni che esplode con il dem Andrea Marcucci che annuncia il ricorso del Partito democratico alla Corte Costituzionale. Mentre i sindacati si preparano a una mobilitazione generale nei primi giorni dell’anno prossimo. Cgil, Cisl, e Uil si ricompattano e bollano la manovra come “sbagliata, miope, recessiva”. Le tre sigle, trovando sponda nel Pd, si dicono pronte a scendere in piazza in gennaio, probabilmente il 12. Rincara la dose Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio e tra i candidati nella corsa alla segreteria dem, che chiama a raccolta “l’Italia migliore”, invitandola a preparare “una strada nuova per un Paese vicino alle persone e contro l’arroganza di questi nuovi potenti”. Il Pd potrebbe ricompattarsi con tutti i candidati alla guida del Pd e scendere in piazza a gennaio. “Mobilitiamoci!”, si legge sull’account Twitter del segretario uscente Maurizio Martina, che assieme al presidente del Pd, Matteo Orfini convoca una “prova generale” della mobilitazione già il 29 dicembre, quando la manovra avrà il via libera finale, in terza lettura, alla Camera.

In serata, a bocce ferme, arriva anche il commento del presidente dell’Anci e sindaco di Bari, Antonio Decaro: “Quella venuta fuori dal maxiemendamento è una manovra punitiva per i Comuni. Nonostante si affrontino spese in molti settori statali, si privano gli enti locali di fondi dati per certi e di manovrabilità sulla spesa corrente. Una scelta incomprensibile, non lenita dagli sforzi pur fatti per la parte degli investimenti, una scelta alla quale ci auguriamo si possa porre rimedio da subito, già a gennaio”.

Reddito: il decreto dopo l’8 gennaio, assegno a fine aprile

Passata la manovra, ora i Cinque Stelle si giocano tutto con il reddito di cittadinanza e la tabella di marcia fissata da Luigi Di Maio è impegnativa: decreto legge l’8 gennaio o al più tardi il 15, dal 1° marzo si presentano le domande sul portale web tramite gli uffici delle Poste, poi l’Inps valuta i requisiti, ad aprile il sussidio parte e deve essere erogato, come gli stipendi, il giorno 27. Appena un mese prima delle elezioni europee. Il secondo assegno, con questo schema, arriverà giusto il giorno dopo il voto (che si deve tenere tra giovedì 23 e domenica 26 maggio).

Dopo una breve pausa natalizia, la squadra di Di Maio si rimetterà all’opera. Il super consulente del vicepremier, Pasquale Tridico, lavora alla parte normativa. Mimmo Parisi, il professore del Mississippi, si insedierà alla presidenza dell’Anpal, l’Agenzia per le politiche attive del lavoro che gestirà il personale coinvolto. Tramite Anpal Servizi, società interna ad Anpal, partiranno le assunzioni finanziate dalla legge di bilancio. Ci sono soldi per 4 mila persone, Anpal Servizi ne assumerà circa 3 mila entro aprile (questo l’obiettivo), il resto verrà arruolato in tempi più lunghi. Sono i famosi “navigator” che Di Maio ha annunciato in televisione e che ora Parisi dovrà selezionare: laureati, già competenti sulle politiche attive, possibilmente con un passato (da precari) nei centri per l’impiego. Il loro compito sarà quello di orientare i disoccupati (devono formarsi come camerieri o come muratori?), ma soprattutto di fare “scouting” nelle imprese: cioè convincerle a cercare il personale sulla piattaforma anzichè sui soliti canali (conoscenze, selezione diretta).

Ci saranno anche incentivi per le imprese che investono nella formazione dei percettori di reddito di cittadinanza meno qualificati, ma al momento lo staff di Di Maio esclude categoricamente la linea suggerita dalla Lega, con Armando Siri: cioè che le imprese percepiscano alcuni mesi di reddito di cittadinanza in cambio dell’assunzione. Questo, osservano i Cinque Stelle, si chiamerebbe “caporalato”, perché solo i centri per l’impiego o le agenzie accreditate possono essere pagate per incrociare domanda e offerta di lavoro. L’ipotesi a cui sta lavorando l’economista Pasquale Tridico è quella di sgravi sui contributi o sull’Irpef, ma per il M5S è da escludere che l’assegno del reddito vada alle imprese invece che ai lavoratori disoccupati.

Il coinvolgimento di Mimmo Parisi, esperto di politiche attive per il lavoro, e le critiche leghiste all’aspetto assistenziale della misura hanno spinto Di Maio a legare sempre di più il reddito di cittadinanza alla ricerca attiva del lavoro, tanto che l’Alleanza contro la Povertà ha lanciato un appello a non dimenticare la lezione dell’attuale Rei (il reddito di inclusione varato da Gentiloni): una misura universale anti-povertà serve soprattutto ad aiutare chi è povero ma non viene raggiunto dal Welfare.

Lo schema attuale di reddito di cittadinanza che dovrebbe entrare nel decreto legge è tutto sbilanciato sui centri per l’impiego (che fanno capo alle Regioni) e sui “navigator”, mentre il Rei parte dall’assistenza: il primo contatto, di solito tramite i Centri di assistenza fiscale (Caf) gestiti dai sindacati, è quello con i servizi sociali del Comune che, se serve, coinvolgono altri pezzi di Welfare come il servizio sanitario o quello contro le tossicodipendenze. Con il reddito di cittadinanza l’interfaccia sarà quella degli uffici delle Poste. Ma, assicurano fonti vicine a Di Maio, l’algoritmo del portale web saprà distinguere sulla base dei parametri inseriti chi può andare al Centro per l’impiego e chi invece va indirizzato ai servizi sociali. La vera sfida è far funzionare tutto questo in meno di quattro mesi.