Il Pd minaccia il ricorso alla Corte: “Impraticabile”

La gestione della manovra – che il Senato ha approvato senza poterla leggere, studiare e discutere – è decisamente contromano rispetto a prassi e sostanza della vita parlamentare. Ma la via della Consulta minacciata dal Pd è molto probabilmente impraticabile. Il capogruppo dem a Palazzo Madama Andrea Marcucci ha annunciato venerdì un ricorso alla Corte Costituzionale perché “si pronunci sulle enormità che si sono compiute sotto i nostri occhi e sotto quelli del Paese da parte di questo governo violento che se ne frega dei diritti del Parlamento”. “Concordo pienamente con il senatore Marcucci circa l’enormità delle violazioni procedimentali”, spiega Gaetano Azzariti, ordinario di Diritto costituzionale alla Sapienza. “Purtroppo però i precedenti, anche recenti, della Corte non fanno ben sperare circa l’ammissibilità del ricorso se presentato da singoli parlamentari. Sia nel caso della legge elettorale (ordinanza 277 del 2017) sia nel caso del memorandum d’intesa con la Libia (ordinanza 163 del 2018), la Consulta ha ritenuto che non fosse nei poteri dei singoli parlamentari sollevare conflitto. In caso potrebbe essere la Commissione bilancio, espropriata delle sue funzioni, a tentare la strada del ricorso con maggiori possibilità di successo ovvero il Senato nel suo complesso a rivendicare la propria autonomia. Sarebbe uno scatto d’orgoglio e di difesa delle proprie prerogative istituzionali di straordinario valore, in grado di ristabilire gli equilibri costituzionali violati. Ci dovrebbe però essere un alto senso delle istituzioni. Il Parlamento in questo momento rischia l’eutanasia”.

Monti, senti chi parla. Sempre sul tema, ieri sul Corriere della Sera il senatore a vita Mario Monti ha firmato un durissimo editoriale intitolato “Bivacco in Aula”, citazione di un famoso discorso di Benito Mussolini del 1922. Il governo “ha preso Palazzo Madama e ha fatto di quell’aula – che per fortuna non è finora né sorda né grigia – un bivacco di senatori esautorati”. Ora come abbiamo già sottolineato, non si intende sottovalutare né far passare sotto silenzio la gravità della cosa, ma forse è il caso di non esagerare, tanto più che – come ripetiamo da giorni – le prerogative del Parlamento sono calpestate da diversi lustri, grazie all’uso scriteriato della decretazione d’urgenza, delle scorciatoie parlamentari e dell’abuso delle questioni di fiducia. Questo governo, ad esempio, ha scelto la scappatoia della fiducia – dati Openpolis del 15 dicembre – molto spesso (31,6%): una percentuale maggiore dei governi Letta (27,8) e Renzi (26,7) ma inferiore a quella degli esecutivi Gentiloni (33) e soprattutto Monti (45,1%), il quale oltretutto era sostenuto praticamente dall’intero Parlamento e aveva una maggioranza bulgara. Il senatore Monti, peraltro in ottima compagnia di ex premier e ministri, ha da dire anche sul rapporto con l’Unione europea. “Nessuna manovra ha mai subito una dettatura del genere da Bruxelles”, ha detto al Foglio con enfasi diremmo eccessiva. In realtà, come lo stesso ex premier sa benissimo, ci sono state dettature assai più pervasive nella recente storia italiana. Com’è noto le manovre di agosto e dicembre 2011 – la prima a firma Berlusconi, la seconda Monti – furono originate nel dettaglio dalla lettera “strettamente confidenziale” (ma pubblicata dal Corriere a fine settembre) della Bce al governo italiano in cui venne delineato il programma politico seguito, di fatto, finora: tagli alle pensioni, libertà di licenziamento, privatizzazioni, liberalizzazioni (in particolare nei servizi pubblici locali), oltre ovviamente al pareggio di bilancio in Costituzione, da realizzare “attraverso tagli di spesa” ma anche “riducendo gli stipendi” del pubblico impiego.

Le altre lettere. Continua a essere poco sottolineato come questa impostazione – mortificando la crescita (la recessione causata dal “Salva Italia” di Monti fu assai più ampia del previsto, a proposito di stime accurate) – si sia rivelata fallimentare facendo aumentare il debito in rapporto al Pil di circa 16 punti in un amen: la tesi del senatore Monti è che se nel 2011 non avessimo obbedito, la Bce non avrebbe poi potuto attivare le politiche monetarie espansive che hanno tenuto in piedi finora la baracca. Assunto che non si vuole contestare, ma la domanda è un’altra: quanto conta il Parlamento, quanto bivacca, quanto si umilia, se non può decidere – stabilito altrove l’obiettivo finale – neanche il modo di raggiungerlo? Al di là delle inaccettabili forzature sui tempi di Conte e soci, la lettera con cui la Commissione Ue impose a Pier Carlo Padoan e Matteo Renzi nel 2014 di riscrivere la manovra fu meno umiliante per il Parlamento perché gli interessati obbedirono in una settimana a inizio novembre anziché in un mese e mezzo? E, in generale, limitarsi ad applicare politiche necessitate dal ricatto dei mercati (spread) non è forse svilente per le Camere? Quel che è umiliante oggi – e lo è in maniera così plastica grazie al dilettantismo del governo, che ci ha messo due mesi ad accordarsi con l’Ue – lo era anche ieri: a meno che la centralità del Parlamento non sia un tema da agitare solo dall’opposizione.

Ma mi faccia il piacere

Vattene e resisti. “Ecco perché Virginia Raggi deve dimettersi” (Sergio Rizzo, Repubblica, 13.6). “Bus in centro, Raggi resista” (Sergio Rizzo, Repubblica, 21.12). Fortuna che non ha dato retta al Rizzo-1, sennò come farebbe a dare retta al Rizzo-2?

Severa autocritica. “Continuità. Tornare alle riforme costituzionali. Rivendicare i risultati dei cinque anni di governo del centrosinistra. Se anche noi abbiamo fatto degli errori, non abbiamo però sbagliato politiche e riforme. Hanno sbagliato gli italiani” (Roberto Giachetti, deputato e candidato alla segreteria Pd, Repubblica, 21.12). Ideona: aboliamo gli italiani.

Coloriture. “Il video con cui io e Giachetti abbiamo lanciato la nostra candidatura l’abbiamo definito anche noi, con un gergo colorito, una cagata” (Anna Ascani, deputata Pd, Un giorno da Pecora, Radio1, 18.12). Colorito di che colore?

Europeista a targhe alterne. “Un governo pericoloso. Un governo che rischia di mandarci a schiantare e ci vuole isolare dall’Europa” (Maurizio Martina, candidato alla segreteria Pd, 24.9). “Il governo progetta e prepara l’uscita dall’Europa e dall’euro” (Martina, 13.10). “L’Europa è la ragione del nostro essere” (Martina, 17.11). “I giallo-verdi dicono di essere sovranisti, ‘padroni a casa nostra’, ma hanno fatto riscrivere la manovra a Bruxelles come mai era accaduto prima” (Martina, il Foglio, 20.12). Provaci ancora, Mauri.

Lotta Continua. “Ieri guardavo l’albero di Natale romano, povero albero imbragato perché rischia di perdere i propri rami inchiodati al tronco, e rimpiangevo Giovenale. Finisce il 2018, l’anno in cui perdemmo gli alberi” (Adriano Sofri, condannato a 22 anni per omicidio, 20.12). Sempre meglio del 1972, l’anno in cui perdemmo il commissario Luigi Calabresi.

Cicciobomba cannoniere. “Perché l’Italia non è la Francia”, “La Francia… ha un peso politico che noi non abbiamo: ha avuto un impero coloniale in terre su cui esercita ancora un ruolo; ha un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, ha la bomba atomica… Non condivido il sentimento antifrancese oggi molto diffuso in Italia; se non altro perchè senza l’esercito francese, vittorioso a Magenta e a Solferino, l’Italia non ci sarebbe” (Aldo Cazzullo, Corriere della sera, 18.12). E Asterix e Obelix, allora, dove li mettiamo?

Gelosone. “Tronchetti Provera e l’Europa in crisi: ‘L’Italia non è amica delle imprese’” (Repubblica, 17.12). Sperava di distruggerle tutte lui da solo?

L’esodo biblico. “La confidenza di Renzi a Juncker: ‘Gli elettori? Li prenderò a Berlusconi’” (La Stampa, 17.12). Gli altri tre per lo scopone scientifico dovrebbe trovarli.

Chi ben comincia. “Per la scelta definitiva sul ‘partito di Renzi’ bisognerà attendere il nuovo libro, all’inizio del 2019” (ibidem). Le disgrazie, com’è noto, non vengono mai sole.

Un pesce di nome Zanda. “Un’alleanza Pd-5S sarebbe contro natura” (Repubblica, 20.12). Quella con Berlusconi, Alfano e Verdini invece era naturale.

Da una lacrima sul viso. “Emma Bonino: ‘Vi spiego perché ho pianto’”, “Parole accorate, che hanno colpito dritto il centro del Paese. E che si sono chiuse con una forte commozione, lacrime che Emma Bonino non è riuscita a trattenere. Perché, come ci ha spiegato al telefono, ‘non è facile restare indifferente davanti a quest’atmosfera cupa’…” (Vanityfair.it, 21.12). “Ma quali lacrime? Emma Bonino smentisce di essersi lasciata andare al pianto: ‘Questa cosa che mi sarei messa a piangere è una vera e propria fake news. Non ho pianto proprio per niente’…” (Adnkronos, 21.12). Magari piangeva perché le è tornata in mente la Bonino alleata di Berlusconi e Bossi.

Giusto processo. “Lo stop alla prescrizione è contro il giusto processo” (David Ermini, Pd, vicepresidente Csm, Il Messaggero, 22.12). Giusto: un sacco di criminali rischiano di non farla più franca.

Il titolo della settimana/1. “Napolitano: ‘Parlamento umiliato’” (Corriere della sera, 22.12). “‘Mai visto un tale ruolo di dettature da parte di Bruxelles’, ci dice Monti” (Il Foglio, 21.12). Devono avere abolito gli specchi.

Il titolo della settimana/2. “La lobby omosessuale comanda ovunque” (Luigi Bisignani, Libero, 22.12). Lui preferisce le logge.

Il titolo della settimana/3. “Il caso del mancato bilancio della società di famiglia. Gli effetti del ‘metodo Di Battista’: con la sua legge ora sarebbe in carcere” (il Giornale, 20.12). Uahahahahahah.

Predatori fregati dal tempo: sono radioattivi i fossili di dinosauro

Novemila chilometri dall’Italia, a 40 gradi sotto il sole nell’arido deserto del Gobi in Mongolia. Gli unici colori sono il marrone ferroso della polvere delle rocce e l’azzurro del cielo. In questa dimensione sospesa nello spazio e nel tempo, può capitare d’inciampare o di sedersi sopra lo scheletro di un lucertolone. Perché il Gobi è il più grande giacimento di fossili di dinosauro del pianeta. Si estende per un’area assai vasta che va dalle Montagne dell’Altai, attraversa il deserto del Nemegt, fino a Gurliin Tsaav, il cuore della paleontologia del paese. E lo scheletro su cui ci si può sedere o su cui si corre il rischio d’inciampare è radioattivo. Sotto i piedi, tutt’intorno, nelle pareti dei pendii, ci sono disseminati i resti di animali di ere geologiche antichissime che hanno livelli di radioattività fino a 700 volte superiore al normale. Questo è il luogo dove viaggiano gli esploratori di National Geographic , come si racconta nel documentario di produzione italiana Il cacciatore di dinosauri in onda martedì 25 dicembre alle 20.55 su Sky. La spedizione è guidata da un giovane docente e ricercatore dell’università di Bologna, Federico Fanti, l’unico italiano tra gli esploratori emergenti premiati nel 2017 da National Geographic, riconoscimento che va a scienziati e divulgatori di particolare talento. Fanti nel 2014 ha coordinato il team di ricercatori dell’università bolognese che in Tunisia ha scoperto il più grande “coccodrillo” mai esistito tra il Giurassico e il Cretaceo, il Machimosaurus rex. Dieci metri e 3 tonnellate di predatore acquatico. La nuova avventura del geologo e paleontologo italiano, che studia l’evoluzione osservando gli effetti dei cambiamenti climatici e ecologici, e del team è trovare una soluzione al contrabbando di fossili di dinosauro. Un mercato nero che genera un giro d’affari da decine di milioni di dollari all’anno ma causa perdite e danni irrimediabili per la scienza, perché i predatori di reperti potrebbero trovare e portare via una specie sconosciuta che tale resterebbe per molto tempo ancora, forse per sempre. È un danno per la stessa Mongolia, a cui viene sottratto dal suo patrimonio un tesoro inestimabile. Una soluzione efficace per contrastare i tombaroli è stato trovata, e il gruppo di paleontologi è lì per metterlo in pratica. È una tecnica sviluppata da una scoperta fatta – come tutte le grandi scoperte – casualmente. Nei primi Anni 60 un medico che partecipava alla spedizioni paleontologiche nel deserto della Mongolia ha visto che le lastre da radiografia che aveva con sé erano completamente bruciate. L’unica spiegazione era che fossero state a contatto con del materiale radioattivo, ma non ci si capacitava quale fosse. Poi ecco l’illuminazione: le lastre erano state a contatto con i fossili per diversi mesi, per cui erano questi ultimi a essere radioattivi. Grazie alla radioattività si possono tracciare i dinosauri. A questo si aggiungono le nuove mappe che vengono stese con l’aiuto delle immagini scattate dai droni e le campionature delle rocce. Nasce così l’ “impronta digitale” di quel reperto, così quando si troverà un fossile al mercato nero, si potrà riportare nel luogo del suo ritrovamento. Fanti conduce lo spettatore per il Nemegt portandolo alle pendici delle Red Walls, dove sono ancora ben visibili le grandi impronte lasciate dai dinosauri in cammino, con il profilo delle zampe e degli artigli perfettamente conservate nei sedimenti di argilla. “C’è una regola non scritta: non importa quanto tempo dura la missione, l’ultimo giorno succede sempre qualcosa d’importante” avvisa, “anch’io ho avuto la fortuna di rispettare questa regola proprio qui nel Nemegt, nel 2016”.

Passo indietro. Cinquant’ anni prima durante uno scavo venne rinvenuto il cranio di un dinosauro, quello del primo sauropode – un gigantesco erbivoro dal collo lungo – del deserto del Nemegt. Gli scienziati annotarono il ritrovamento su una mappa di bassa qualità con un semplice puntino. Per anni i paleontologi hanno cercato quel puntino basandosi su quell’indicazione, ma la mappa dello scavo era di molto fuori scala. Quel puntino in realtà rappresentava un’area grande come tre campi da calcio. E qui entra in gioco Fanti. “Sono capitato quasi per caso in questo canyon e ho trovato un artiglio simile a quello della specie che stavamo cercando” racconta “ho alzato gli occhi e ho visto il femore e la gamba, che è ancora dentro la roccia, del Nemegtosauro, una delle creature più importanti della Mongolia”. L’importanza di fermare il mercato nero che mette all’asta i dinosauri rubati e la ricerca sul campo non sono però solo la realizzazione del sogno un bambino affascinato dai dinosauri, ma la ricerca di rispondere alla domanda “Come funziona il pianeta?”. Nella lotta per la sopravvivenza contro le avversità naturali i dinosauri sono stati combattenti tenaci, scomparsi in seguito a un evento straordinario. Capire come si sono adattati può essere la chiave per affrontare i cambiamenti per quegli esseri viventi che oggi camminano sulla Terra, gli uomini.

“I moschettieri? Potevo girarlo solo con 4 amici. Abatantuono, mi manchi”

Ad Aramis ruba l’attitudine al ragionamento, non la dedizione alla Chiesa; ad Athos le sfumature intellettuali, mascherato da leggerezza; a Porthos il piacere del vino, un tempo eccessivo, oggi moderato; a D’Artagnan il resto: l’atteggiamento un po’ guascone, l’intraprendenza, l’irritazione se avverte odore d’ingiustizia, e la salvaguardia dell’animo fanciullesco, lo stesso che ha portato Giovanni Veronesi, regista di 56 anni, a confrontarsi con il libro dell’infanzia: I tre moschettieri, diventato I moschettieri del re, dal 27 dicembre al cinema.

Romanzo di formazione.

Non un testo semplice per uno di 12 anni, in particolare per le sfumature politiche.

Cosa l’affascinava?

A quel tempo prendevo la scia di mio fratello maggiore (Sandro, lo scrittore), e i suggerimenti di papà: grazie a loro, agli strumenti che mi hanno donato, capivo ciò che leggevo.

In Italia sono molti anni che non si gira un film del genere in costume.

Più o meno da Non ci resta che piangere.

Anno 1984.

Per affrontare un’avventura del genere, bisogna essere un po’ pazzi, dal regista al produttore.

E Vittorio Cecchi Gori la definisce “un po’ pazzo”.

(Ride) Parla lui? Con me ha realizzato dei bei successi, non si può lamentare.

Cecchi Gori.

Come tutti i produttori cinematografici ha un lato di incoscienza e di infantilismo: una persona “sana” di testa oggi non investe nel cinema, è quasi sempre a rimessa.

Incoscienza e infantilismo.

I produttori sono dei bambini cresciuti, non sono calati nella realtà a tal punto da sapere come districarsi: vivono dentro un cartone animato, e ognuno ha il suo sfogatoio, il suo giocattolo da adulto: per Aurelio De Laurentiis è il pallone.

Li conosce oltre il lavoro.

Sono stato varie volte in vacanza con De Lurentiis o Cecchi Gori ed era come vivere dentro quel cartone, con la presunta realtà colorata dalle loro bizzarrie.

Un esempio.

Un giorno, su una barca, ho visto Vittorio prendere in pieno, con il mignolo del piede, una vite mal posizionata: una botta micidiale, al posto suo avrei urlato da folle.

E invece?

Lui niente, neanche si è toccato il piede, ha proseguito tranquillo mentre il mignolo cresceva.

Una scena alla Fantozzi.

No, il ragionier Ugo avrebbe gridato in disparte, mentre Vittorio prese in mano un bicchiere di champagne.

Spesso paragona il mondo del cinema ai cartoon.

Infatti ho amato e amo un film come Roger Rabbit, perché rappresenta alla perfezione Hollywood: i cartoni sono delle reali maschere hollywoodiane; Jessica Rabbit è l’essenza della diva e il coniglio è il perfetto sceneggiatore vigliacco.

Secondo Verdone, “con Sorrentino, Lucchetti, Virzì e Veronesi, raccontiamo il passato per ritrovare una carezza, e farci curare dalla memoria”.

Intanto lo ringrazio per la cinquina nella quale mi ha inserito, ma in realtà non guardo quasi mai al passato, lo affronto solo se ci sono dei collegamenti con il presente, altrimenti non mi stimola.

In questo film non c’è Abatantuono: tempo fa si è lamentato perché non vi vedete quasi più.

Anche a me manca tanto, però il nostro è un mestiere così (ci pensa). Secondo lui è colpa mia, e forse ha ragione…

Però…

Lavorare con lui è stato uno dei periodi migliori della mia vita, perché è un attore di pancia, uno che improvvisa, e ne I moschettieri del re sarebbe stato un bel Porthos e me lo ha detto.

Il cinema è centrale nella sua vita.

Le stagioni le inquadro e le sviluppo a seconda del film che ho girato, quelli sono i miei veri punti cardine, altrimenti non sono in grado di collegare nulla; amo il mio mestiere, amo definirmi un uomo da “cestino del pranzo”, amo la precarietà, amo la roulotte sul set, amo arrivare la mattina e scoprire cosa ha combinato lo scenografo.

Condividere.

Tantissimo e non sono un solitario, non avrei mai potuto affrontare una carriera come quella di mio fratello, chiuso in una stanza a scrivere; ho la necessità di confrontarmi sulla quotidianità.

La sua casa ha un salotto molto frequentato.

Metto insieme le persone che mi piacciono, magari distanti tra loro, non importa, proseguo, e lo stesso accade con la mia trasmissione radiofonica: l’altro giorno ho abbinato Nanni Moretti a Raffaella Carrà.

Qual è il ruolo di Moretti nel cinema italiano?

Il faro.

Non poco.

Ha aperto le porte a un tipo di comicità molto nevrile ed efficace: da anni esprime quello che le persone pensano, ma non hanno il coraggio di esporre; prima di lui i comici si sono sempre basati sul processo di causa ed effetto, mentre nei suoi film è lui a generare le situazioni ed è sempre lui a commentarle, come nella scena de La messa è finita quando urla “palla”.

Siete amici?

Non siamo in estrema confidenza, ma ci vediamo e abitiamo vicini.

Uomo complicato.

È Nanni Moretti.

Suo fratello ha dichiarato: “Visto il governo attuale, rimpiango Berlusconi”.

Premesso: siamo tutti e due dei rompicoglioni di natura, e per tradizioni famigliari, quindi amiamo tutto ciò che può creare un dibattito; detto questo non trovo la sua provocazione stupida, e la situazione è complicata.

I gialloverdi ci sono anche per i vent’anni di berlusconismo.

Berlusconi non ha mai avuto opposizione: erano di destra pure quelli di sinistra; l’unico suo nemico era lui stesso e la debolezza per le donne.

Lo ha conosciuto?

No, ci siamo incontrati una sola volta e mi ha scambiato per il maître.

Quando?

Al compleanno di Vittorio Cecchi Gori mi piazzo all’entrata del locale, in attesa di Marco Risi; all’improvviso vedo dei flash e dietro quei lampi proprio Berlusconi avvicinarsi a me.

Lei?

Da buon provinciale resto impietrito, in soggezione: mi guarda e mi rivolge un sorriso accompagnato dal classico “buonasera”. Ricambio. E dentro di me penso: “Spero abbia visto uno dei miei film”. Macché. Immediatamente aggiunge: “Qual è la sala del ristorante?”.

Sprofondato.

Immediatamente mi sono trasformato in un maître, ho allargato la pianta dei piedi, e l’ho accompagnato per qualche passo e rimediato un “ben gentile”.

Non si è presentato?

Per carità! Comunque, quando vesto bene, le persone mi scambiano per un cameriere, un portiere, uno di servizio. Sì, sto meglio con gli amici.

Emma Marrone narra di cene da lei durante le quali con Verdone affronta delle discussioni sui farmaci.

Se ne intendono, sono due farmacie ambulanti, sarebbero degli sponsor incredibili: trasmettono la passione, e indirettamente ti invogliano a provarli.

Sanno tutto.

Una sera Carlo mi ha parlato di un antibiotico, il giorno dopo volevo andare in farmacia.

“Che bella vita che fo’”, frase sua.

Sono una delle persone più fortunate che conosca e di fortunate ne ho viste poche.

Fortunato, da quando?

Ho scritto il primo film a 23 anni, Tutta colpa del paradiso, ed è stato un successo: da allora sono entrato in serie A, e mai più uscito, senza gavetta e senza infortuni.

Non è scaramantico.

Per niente, mi è capitato solo una volta e la scena l’ho inserita in un film: Lungotevere, passa un gatto nero, una tizia in motorino davanti a me inchioda, e inizia ad assumere atteggiamenti vaghi, come grattarsi la caviglia.

Eh, no…

L’affianco: “Posso anche passare, ma la sfiga toccava a lei”. Scoppia a ridere, cerca complicità: “Aspettiamo il terzo”, insiste. A quel punto passa un anziano in bicicletta: “È una serial killer!”.

Chi parla con lei, teme poi di ritrovarsi in un film?

Quando ascolto non ci penso: gli episodi mi restano dentro ed escono nei modi e nei tempi più improbabili e misteriosi, come ne I moschettieri del re, dove c’è molto di me.

E dei suoi amici.

Persone con le quali riesco a condividere il cestino del pranzo: per me è il parametro; non sono un leopardiano, piuttosto un epicureo, mi piace godere, e poi sono un regista solo perché è il mestiere più bello del mondo, non per un fuoco sacro, per questo cerco di raccontare in chiave ironica pure gli episodi drammatici.

Quanto è presente la scaramanzia nel suo mondo?

Ho visto colleghi spargere il sale intorno al palcoscenico e un altro raccogliere per strada delle manine monche di bambole e tenerle con sé.

Sempre appresso?

Sempre! Ha le tasche piene, e alcune hanno all’interno un’anima di ferro, quando passa al metal detector suona ed è costretto a estrarle, con i presenti che ogni volta sbarrano gli occhi.

La pressano per i ruoli?

Ci sono attori che se non li prendo mi domandano il perché….

Chi?

Uno di loro è Haber: “Ale, non ho una parte, quella che dici è per una donna di 72 anni!”. E lui: “A me va bene”. Farebbe di tutto, è il mio fratello maggiore con un atteggiamento da fratello minore.

Passiamo ai protagonisti del film: Rocco Papaleo.

È il capostipite di una razza, i papalei, che esistono solo a papaleia e il loro obiettivo è conservare la specie.

Un mondo solo suo.

Un microcosmo straordinario, solo accanto a lui puoi avvicinarti e renderti conto.

Valerio Mastandrea.

In apparenza triste, cupo, con una visione della vita pessimistica, ma quando si trova con gli amici estrae un senso ludico clamoroso, con dei tempi comici assoluti.

Pierfrancesco Favino.

Un professore di recitazione, uno di quelli che abbinano talento ad applicazione.

Sergio Rubini.

Una sorta di Pinocchio invecchiato: è dinoccolato, se uno lo spoglia trova le ossa spuntare; lui è perfetto di profilo, mai frontale. Ma è uno dei più grandi in Italia.

La Golino lo definisce “pericoloso”…

Nella sua testa trama, ma non mette in atto.

Chi è un talento sottovalutato?

Massimo Ceccherini e basta entrare in casa sua, sbirciare nella sua videoteca, per capirlo: si scoprono dei titoli importanti, dei cult, dei film sconosciuti alla maggior parte dei registi italiani. Lui è un poeta. È un catalizzatore del dolore altrui, la sofferenza la avverte da lontano e in parte la rende sua, anche a costo di distruggersi.

Rispetto a Monica Bellucci ha parlato di “situazioni assurde”…

È la numero uno in assoluto: se apre una scuola di marketing, mi iscrivo per primo; come lei, non ho mai visto nessuno districarsi nelle situazioni più complicate, e venirne fuori come un fiore appena sbocciato.

Vacanze insieme.

Una volta mi invita sul panfilo di uno sceicco, attraccato in Sardegna per omaggiarla con una festa: trecento ospiti, tra loro James Brown, ingaggiato con 100 mila euro. Monica unica donna a non togliersi i tacchi.

Non li toglie mai.

Lo sceicco a metà serata la porta nella sua stanza per mostrarle un video di lui che nuota con gli squali, e lei, genio, lo smonta: “Sono un’attrice, lavoro nel cinema, so come si realizzano i fotomontaggi”. La gente non lo sa, ma è divertentissima.

Veronesi, a lei la riconoscono in giro?

Ultimamente sì e per via della radio: collegano la voce.

Soddisfazione.

Veramente mi girano un po’ le palle, mi occupo di cinema da trent’anni, mi piacerebbe venir associato ai film.

Qual è il suo grado di ego?

Non sono narcisista, però credo in me, e parecchio, soprattutto sul terreno del divertimento, della comicità; per il resto mi lascio cullare dall’ego degli altri, che è enorme.

Quali sono le sue basi per la commedia?

La grande guerra: è il film con uno dei finali più belli della storia; il mio Fellini è Monicelli.

Eravate amici?

Per anni è stato fondamentale, mi dispensava dei consigli straordinari sul cinema, fino ad arrivare a una sorta di decalogo del bravo regista.

Enunciamolo.

Prima regola: non portare l’ombrello, il regista si deve bagnare e avvertire il tempo sulla pelle; secondo: mangiare poco, per mantenere un certo nervosismo; terzo: si salgono le scale due a due, per dimostrare più dinamicità degli altri; quarto: mai l’impermeabile, è da cittadino, da chi prevede, il regista si deve immergere; sesto: russare, la gente deve avvertire la tua presenza, anche quando non avverti la loro.

Maestro di vita.

Gli ultimi tempi lo accompagnavo ai festival, e ogni tanto sentenziava: “Non sei male, ma a te preferisco Virzì”.

Provocazione o verità.

La seconda e sono d’accordo; lo diceva perché aveva capito il mio spirito, sapeva che non me la sarei presa, era una forma di rispetto e confidenza.

Lui a volte feroce.

Durante le riprese di un film, un attore definito da lui “cane” non riusciva a infilare due battute, allora chiese al fonico di legare un osso al microfono, “almeno avrebbe tenuto la testa alta”.

Altra lezione…

A un’attrice ho piazzato una scatoletta per cani nel suo cestino del pranzo.

L’ha stupita la decisione finale di Monicelli?

No, però ci ho sperato, non volevo morisse come mio nonno, per lui desideravo una fine da eroe e quando è successo, dentro di me, ho urlato un alè che in qualche modo gli ha reso omaggio.

(E “muoiono solo gli stronzi”, parola di Monicelli)

 

Gilet gialli in calo, ma ancora in piazza

Manifestazioni in ribasso per i Gilet gialli ma, a sorpresa, ancora vive. Alla vigilia di Natale e con oltre cento arresti in tutta la Francia, tra cui uno dei volti più noti della rivolta, Eric Drouet, e purtroppo, anche un morto.

È stato il sesto sabato di mobilitazione. Stavolta i manifestanti sono stati, secondo la polizia, 23.800 contro il picco di 282 mila del 17 novembre e i 166 mila del 24 novembre. A Parigi la Prefettura ne ha contati 2.000 con cortei che dopo la prima convocazione a Versailles, proprio da parte di Drouet, si sono poi sparsi in città fino allo scontro con la polizia che ha utilizzato i lacrimogeni.

Ci sono stati anche i blocchi alle frontiere, a sud, verso il Belgio e anche verso l’Italia. A Perpignan si è verificato l’incidente mortale con un automobilista che si è scontrato con un camion fermo ai blocchi. La Procura di Perpignan ha aperto un’inchiesta per “omicidio involontario aggravato e ostacolo alla circolazione”. Blocco anche alla frontiera belga e poi anche a Ventimiglia al confine con l’Italia, bloccata nei due sensi da circa 200 manifestanti.

Mobilitazioni in calo, in ogni caso, almeno dal punto di vista numerico. Segno che i messaggi inviati da Emmanuel Macron e dal Parlamento, che venerdì ha dato il via libera alle misure d’urgenza proposte dal governo, hanno fatto breccia in una parte del movimento. Tra i provvedimenti si ricordano la defiscalizzazione degli straordinari, l’esonero parziale dall’aumento della Contribuzione sociale generalizzata – una aliquota prelevata dalle pensioni – la defiscalizzazione totale dei premi versati dalle imprese ai lavoratori oltreché l’aumento del salario minimo intercategoriale che interviene su una platea limitata.

Macron ha chiaro che il movimento ha toccato in profondità il suo mandato presidenziale, come dimostra il sondaggio Elabe che porta al 70% la quota dei francesi favorevoli al movimento. In un recente viaggio, il presidente della Repubblica ha potuto toccare con mano il grado di “odio” che lo riguarda, ben rappresentato da uno degli slogan che gli sono stati indirizzati: “Il nostro unico scopo è ghigliottinarti”. Tanto che i viaggi fuori dall’Eliseo sono stati ridotti al minimo.

Un odio sociale che si riversa contro un “Re” contestato da la colère, del popolo in una dinamica sociale che preoccupa non poco i governi del resto d’Europa. Tanto che il “dogma” del 3% è stato tranquillamente lasciato da parte come racconta il quotidiano Le Monde dando conto di un colloquio tra Macron e i suoi collaboratori nei giorni scorsi: “Fate del vostro meglio, se dobbiamo far lievitare il deficit che lieviti. L’importante è dare piena esecutività alle misure decise”.

Trump contro tutti: chiude l’America e minaccia la Fed

Luci accese alla Casa Bianca: un “forzato del Natale” sta lì a lavorare – racconta su Twitter – per sventare la serrata dell’Amministrazione, lo shutdown, che lui stesso ha voluto e ordinato. “Sono alla Casa Bianca e sto lavorando duro”, twitta il presidente. “Sto negoziando con i democratici per ottenere i fondi per la sicurezza al confine”, cioè i soldi per finanziare la costruzione del muro con il Messico.

La first lady, Melania Trump, non intende “fare uno strappo alla tradizione di famiglia” ed è partita con il figlio Barron per la tenuta di Mar-a-Lago in Florida. Trump pranza con un gruppo di parlamentari che si occupa d’immigrazione: “Le notizie riguardanti lo shutdown e la Siria sono in gran parte FALSE. Stiamo negoziando con i democratici sulla situazione della sicurezza delle frontiere che è disperata (criminalità, traffico di droga, tratta di esseri umani e altro), ma potrebbe essere una cosa lunga”.

Lo shutdown è un incubo, ricorrente, dei cittadini americani. Spesso evocato, raramente concretizzato, è il blocco delle attività governative non essenziali: scatta se il Congresso non riesce ad approvare la “finanziaria”. Stavolta a innescarlo è stato il mancato accordo tra il presidente e i democratici sui fondi per il muro alla frontiera con il Messico: un braccio di ferro in cui la rigidità delle posizioni è stata acuita dal fatto che, da gennaio, i democratici avranno la maggioranza alla Camera e avranno ancora più potere negoziale.

Una bozza d’intesa alla Camera c’era stata, su uno stanziamento per 5,7 miliardi di dollari. Ma al Senato servivano 60 voti su cento e i repubblicani non li hanno.

Il conflitto sul bilancio tra i poteri esecutivo e legislativo non è, però, l’unico elemento conflittuale : dopo avere innescato le dimissioni del segretario alla Difesa James Mattis, annunciando il ritiro delle truppe dalla Siria e – parziale – dall’Afghanistan, Trump sta rimuginando se e come licenziare il presidente della Federal Reserve Jerome “Jay” Powell, che lui stesso ha scelto e nominato dieci mesi or sono: gli contesta gli aumenti dei tassi d’interesse decisi a tre riprese dalla Fed.

E poi, nel pomeriggio, si è dimesso anche l’inviato speciale presso la coalizione internazionale anti Isis, Brett McGurk, in polemica con la decisione di Donald Trump di ritirare le truppe americane dalla Siria.

Con lo shutdown, l’Amministrazione federale chiude i servizi non essenziali: circa 800 mila dipendenti federali rimarranno senza retribuzione, ma 420 mila di essi devono lo stesso recarsi sul posto di lavoro e lavorare gratis perché considerati “essenziali”.

La serrata riguarda agenzie d’una decina di ministeri tra cui Sicurezza nazionale, Trasporti e Giustizia, ma non il Pentagono, il cui bilancio, per altro, è già stato approvato. Lavoratori considerati “essenziali” sono quelli delle forze di sicurezza e le guardie di frontiera. Quasi tre quarti delle Amministrazioni federali, incluso il Dipartimento della Sanità, sono sicure dei fondi loro assegnati e funzionano, dunque, normalmente. Il blocco riguarda il restante 25% delle agenzie federali: la maggior parte dei dipendenti Nasa dovrà rimanere a casa, così come coloro che lavorano nel Dipartimento del Commercio. I parchi nazionali apriranno al pubblico, ma la maggior parte del personale non lavorerà: questa, però, non è la stagione delle visite ai parchi.

Assolutamente incerto, almeno per ora, quanto durerà questa parziale paralisi: le posizioni paiono inconciliabili. Trump, molto attivo su Twitter, auspica che sia breve, ma la leader dei democratici alla Camera Nancy Pelosi non è affatto incoraggiante: “Sfortunatamente l’America è scivolata nel TrumpShutdown, scrive, ricordando che Trump “ha detto oltre 25 volte di volerlo fare e, alla fine, lo ha fatto”. La Pelosi poi assicura che, se lo shutdown dovesse continuare a gennaio, ci penseranno i democratici a mettere le cose a posto: non è affatto sicuro che riescano a farlo e non è certamente automatico.

Libia, la prima volta di Conte

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, sarà oggi in Libia nella sua prima visita ufficiale. Ieri, lo ha preceduto il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, che a Tripoli ha incontrato Fayez Serraj, presidente del governo provvisorio riconosciuto dalla comunità internazionale, ma non dal governo che fa capo al generale Khalifa Haftar.

In questa intensa attività diplomatica si coglie la portata del viaggio di Conte. Perché il presidente del Consiglio italiano non si fermerà solo a Tripoli, ma andrà a Bengasi proprio per incontrare Haftar.

Se la Turchia, dunque, ribadisce i suoi rapporti con il governo di Tripoli, appoggiato dalla Fratellanza musulmana, il governo Conte parla con tutti per raggiungere l’obiettivo della Conferenza nazionale propedeutica a nuove elezioni.

L’altroieri il portavoce dell’Esercito nazionale libico di Haftar, il generale al Mismari, ha chiaramente detto che Bengasi non accetterà una posticipazione delle elezioni oltre il mese di marzo. E in un’intervista concessa ieri al quotidiano online di Bengasi, Address Libya, ribadendo che Serraj non è riconosciuto come presidente unitario, ha insistito di nuovo sulla importanza di un esercito nazionale davvero rappresentativo in cui, ovviamente, Bengasi deve avere un ruolo preminente.

La visita di Conte, quindi, conferma il credito ad Haftar che potrebbe passare anche per la riapertura del consolato italiano nella parte est della Libia dopo la recente nomina del nuovo ambasciatore a Tripoli.

Congo, rinvio elezioni Cina e Usa si dividono un Paese troppo ricco

Spostate di una settimana le elezioni presidenziali nella Repubblica Democratica del Congo: erano previste per oggi, invece si voterà il 30 dicembre. Il ritardo è dovuto a un incendio che ha distrutto 8 mila computer per il voto elettronico in attesa di essere distribuiti ai seggi. La Costituzione prevede un solo turno. In lizza 21 candidati, molti dei quali sconosciuti: prenderanno soltanto i voti della loro tribù.

In pole position il delfino del presidente uscente, Joseph Kabila, Emmanuel Ramazani Shadary, cofondatore del Parti du Peuple pour la Reconstruction et la Démocratie (Pprd). Dall’altra parte, Felix Tshisekedi, figlio di Etienne Tshisekedi, leader storico dell’Union pour la démocratie et le progrès social, rimasto all’opposizione prima del dittatore Mobutu Sese Seko e poi di Laurent Kabila e del figlio Joseph, e Martin Fayulu, un uomo d’affari molto conosciuto.

La commissione elettorale indipendente (ovviamente, solo un modo di dire) ha escluso dalla competizione i due candidati più temibili per l’establishment: Jean Pierre Bemba, ex signore della guerra e vicepresidente del Paese, e Moïse Katumbi, ex governatore del Katanga. Katumbi, il cui padre è italiano, ha tentato di rientrare dall’esilio il 5 agosto scorso per poter registrare la sua candidatura entro la scadenza dei termini, l’8 agosto. Fermato alla frontiera gli è stato proibito l’ingresso.

Ma gli attori sul terreno sono solo comparse. I veri protagonisti, dietro le quinte, sono stranieri che guardano con ingordigia alle enormi ricchezze del Paese. In Congo c’è tutto: minerali pregiati, tecnologicamente importanti, diamanti, oro, coltan, cobalto, zinco, rame, uranio e petrolio, solo per citarne alcuni. Le ricchezze, sparse su un territorio grande come l’Europa, potrebbero permettere alla popolazione di vivere a un buon livello di benessere. Invece poche famiglie razziano e saccheggiano tutto. I soldati, i poliziotti, gli impiegati degli uffici pubblici, i maestri e i professori, insomma gli statali in genere ricevono i salari a singhiozzo. Nelle baraccopoli i politici si muovono in giganteschi macchinoni. L’ostentazione di tanta ricchezza genera ammirazione tra la gente. Pochi si curano di sapere da dove viene e come sono state create simili fortune.

Joseph Kabila, il cui mandato è scaduto da un paio d’anni (ha represso nel sangue manifestazioni di protesta) ha designato il suo successore, Emmanuel Ramazani Shadary. Il loro maggiore sponsor è la Cina e i grossi gruppi imprenditoriali capital-comunisti. Ma il giovane presidente intrattiene ottimi rapporti anche con Israele e in particolare con l’imprenditore di diamanti e materie prima in genere, Dan Gertler, suo testimone di nozze qualche anno fa. La critica più feroce che viene addossata a Kabila dai suoi detrattori è di aver venduto il Congo a Pechino.

Martin Fayulu è stato designato da un imprecisato numero di gruppi di opposizione e dai due leader esclusi, Jean Pierre Bemba e Moïse Katumbi che, non potendo partecipare, lo hanno scelto per rappresentarli e rappresentare, soprattutto, gli interessi dei loro sponsor, americani e occidentali in genere.

Gli schieramenti non sono così precisi e distinti. Gli americani giocano su tutti i tavoli dell’opposizione e per esempio l’Eni che ha interessi petroliferi nel bacino del lago Alberto, a cavallo del confine tra Congo e Uganda, tifa per Ramazani. I sudafricani sperano che Kabila e il suo delfino scompaiano dalla scena politica. Sul terreno la partita delle risorse coinvolge anche Russia e India e in campo c’è anche Nursultan Nazerbayev, il dittatore del Kazakistan. Nell’est del Congo, zona di guerra permanente, si aggirano milizie e uomini armati che parlano inglese con accento russo e hanno gli occhi a mandorla. Controllano i luoghi dove ci sono le miniere in concessione ai magnati ex sovietici, tra cui, appunto, Nazarbayev.

L’umiliazione del Parlamento o del valore dell’ipocrisia

Il dilettantismo cialtronesco con cui il governo gialloverde porta a Natale la sua prima manovra in Parlamento, umiliandone anche plasticamente la funzione, non dovrebbe far velo al dovere di comprensione del reale: compito assai difficile dacché, qualche decennio fa, Flaiano ci spiegò che oggi anche il cretino è specializzato. Partiamo da alcune dichiarazioni: “Dal sovranismo il governo è passato alla cessione di sovranità. Il risultato è che la legge di Bilancio viene riscritta a Bruxelles” (Anna Maria Bernini, ministro del governo che ricevette la letterina della Bce); “Il paradosso è che il governo sovranista ha ceduto all’Ue la sovranità del Parlamento” (Mario Monti, che ha più volte detto di aver scritto una manovra sotto minaccia della Troika); “La sovranità di questa manovra è in gran parte a Bruxelles” (Pier Carlo Padoan, che si è fatto dettare a Bruxelles le ultime 4 leggi di Bilancio); “Il governo sovranista fa il copia e incolla dei tecnici Ue” (Matteo Renzi, premier di Padoan); “Per la prima volta la legge di Bilancio viene varata a Bruxelles” (Paolo Gentiloni, idem). Ora, non c’è manovra da quelle del 2011 i cui saldi non siano stati decisi a Bruxelles – negli ultimi anni, compreso il 2019, con qualche “flessibilità” – come spesso pure i modi per raggiungerli. Ne consegue che il Parlamento è umiliato da quel dì: non sceglie la politica economica e si limita a ratificare intese raggiunte altrove. Non saremo noi, però, a negare l’importanza delle forme (parlamentari) essendo l’ipocrisia, com’è noto, se non altro l’omaggio del vizio alla virtù.