Lo storico Giovanni Orsina ha dedicato un interessantissimo saggio alla deriva narcisista della società italiana (La democrazia del narcisismo, Marsilio, 2018). “La specificità del narcisista – spiega per distinguerlo dall’egoista – consiste nel fatto che la sua ossessione di sé è fondata su una distorsione cognitiva: l’incapacità di percepire la propria persona e la realtà come due entità separate e autonome l’una dall’altra”. Diamo per letta la lista dei leader politici ammalati di narcisismo, convinti che le proprie sconfitte personali siano una tragedia per tutta la nazione. Colpisce però che il narcisismo stia pervadendo tutti i settori della classe dirigente. Illuminante a questo proposito il caso di Roberto Garofoli, presidente di sezione del Consiglio di Stato che quattro giorni fa si è dimesso da capo di gabinetto, la più alta carica burocratica del ministero dell’Economia. Garofoli ha affidato a una primaria società di comunicazione la sua vicenda, trasformandola in un caso di storytelling paradossale. Per spiegare il passo indietro, Garofoli dichiara al Messaggero: “È stata una campagna continua e martellante che mirava a scalfire, in modo studiato e sistematico, la mia immagine di integrità”. Il Corriere della Sera riporta la stessa frase come confidata “ai più stretti collaboratori”. La Stampa cita le stesse parole “affidate ai suoi collaboratori”. Nessuno immagina che Garofoli sia circondato da deficienti che corrono a riferire alle principali testate ogni suo sospiro. C’è semplicemente uno spin doctor che elabora le frasi per giornalisti gratificati dall’illusione di sembrare, pur pubblicando tutti la stessa indiscrezione, provetti retroscenisti.
Tra storytelling egoriferito e realtà, come spiega Orsina, ampia è la distanza. La realtà è che Garofoli è stato mandato via. È vero che tre mesi fa fu attaccato dal portavoce di Palazzo Chigi Rocco Casalino insieme ai “pezzi di merda” accusati di sabotare il governo non facendo saltare fuori quei “dieci miliardi del cazzo” necessari a far quadrare la manovra. È vero che Casalino non ha mai detto se i “dieci miliardi del cazzo” li hanno poi trovati (parrebbe di no). Però è spericolato sostenere che Garofoli si sia dimesso per una “campagna martellante”, peraltro inesistente se non negli articoli del Fatto, non “mirati a scalfire” ma a riportare i fatti. L’intemerata di Casalino fu vigorosamente respinta dagli amici pro tempore del capo di gabinetto (politici, editorialisti, padri della patria e amministrativisti) al grido “giù le mani dai burocrati, baluardo della democrazia”. Quando però Thomas Mackinson ha raccontato sul Fatto i rapporti tra la Croce Rossa e Garofoli (ritenuto la “manina” che aveva inserito nella legge di Bilancio un finanziamento alla Cri all’insaputa del premier Giuseppe Conte) e gli affari privati del consigliere di Stato con sua moglie nei corsi per aspiranti magistrati, i fedeli del “burocrate santo subito” hanno taciuto. Quando Stefano Feltri ha scritto sul Fatto che proprio Conte aveva chiesto a Giovanni Tria la testa di Garofoli, nessuno ha smentito. L’hanno mollato i suoi, e Conte ha obbedito all’oligarchia del Consiglio di Stato che difende la propria immagine di “integrità” abbandonando i membri indifendibili. Anche Mario Nava giustificò le sue dimissioni dalla Consob con gli attacchi M5S dopo che l’aveva mollato il suo mondo, con Conte discreto esecutore materiale.
In un momento difficilissimo per il Paese, ai politici narcisi, guitti, bugiardi e mitomani si aggiunge l’oligarchia dei burocrati. Con un potere ormai illimitato (causa collasso della politica) tentano di difendere la propria carriera a suon di balle, come i politici. Il narcisismo ci seppellirà.