Sarà il narcisismo a seppellirci: il caso Garofoli svela l’Italia

Lo storico Giovanni Orsina ha dedicato un interessantissimo saggio alla deriva narcisista della società italiana (La democrazia del narcisismo, Marsilio, 2018). “La specificità del narcisista – spiega per distinguerlo dall’egoista – consiste nel fatto che la sua ossessione di sé è fondata su una distorsione cognitiva: l’incapacità di percepire la propria persona e la realtà come due entità separate e autonome l’una dall’altra”. Diamo per letta la lista dei leader politici ammalati di narcisismo, convinti che le proprie sconfitte personali siano una tragedia per tutta la nazione. Colpisce però che il narcisismo stia pervadendo tutti i settori della classe dirigente. Illuminante a questo proposito il caso di Roberto Garofoli, presidente di sezione del Consiglio di Stato che quattro giorni fa si è dimesso da capo di gabinetto, la più alta carica burocratica del ministero dell’Economia. Garofoli ha affidato a una primaria società di comunicazione la sua vicenda, trasformandola in un caso di storytelling paradossale. Per spiegare il passo indietro, Garofoli dichiara al Messaggero: “È stata una campagna continua e martellante che mirava a scalfire, in modo studiato e sistematico, la mia immagine di integrità”. Il Corriere della Sera riporta la stessa frase come confidata “ai più stretti collaboratori”. La Stampa cita le stesse parole “affidate ai suoi collaboratori”. Nessuno immagina che Garofoli sia circondato da deficienti che corrono a riferire alle principali testate ogni suo sospiro. C’è semplicemente uno spin doctor che elabora le frasi per giornalisti gratificati dall’illusione di sembrare, pur pubblicando tutti la stessa indiscrezione, provetti retroscenisti.

Tra storytelling egoriferito e realtà, come spiega Orsina, ampia è la distanza. La realtà è che Garofoli è stato mandato via. È vero che tre mesi fa fu attaccato dal portavoce di Palazzo Chigi Rocco Casalino insieme ai “pezzi di merda” accusati di sabotare il governo non facendo saltare fuori quei “dieci miliardi del cazzo” necessari a far quadrare la manovra. È vero che Casalino non ha mai detto se i “dieci miliardi del cazzo” li hanno poi trovati (parrebbe di no). Però è spericolato sostenere che Garofoli si sia dimesso per una “campagna martellante”, peraltro inesistente se non negli articoli del Fatto, non “mirati a scalfire” ma a riportare i fatti. L’intemerata di Casalino fu vigorosamente respinta dagli amici pro tempore del capo di gabinetto (politici, editorialisti, padri della patria e amministrativisti) al grido “giù le mani dai burocrati, baluardo della democrazia”. Quando però Thomas Mackinson ha raccontato sul Fatto i rapporti tra la Croce Rossa e Garofoli (ritenuto la “manina” che aveva inserito nella legge di Bilancio un finanziamento alla Cri all’insaputa del premier Giuseppe Conte) e gli affari privati del consigliere di Stato con sua moglie nei corsi per aspiranti magistrati, i fedeli del “burocrate santo subito” hanno taciuto. Quando Stefano Feltri ha scritto sul Fatto che proprio Conte aveva chiesto a Giovanni Tria la testa di Garofoli, nessuno ha smentito. L’hanno mollato i suoi, e Conte ha obbedito all’oligarchia del Consiglio di Stato che difende la propria immagine di “integrità” abbandonando i membri indifendibili. Anche Mario Nava giustificò le sue dimissioni dalla Consob con gli attacchi M5S dopo che l’aveva mollato il suo mondo, con Conte discreto esecutore materiale.

In un momento difficilissimo per il Paese, ai politici narcisi, guitti, bugiardi e mitomani si aggiunge l’oligarchia dei burocrati. Con un potere ormai illimitato (causa collasso della politica) tentano di difendere la propria carriera a suon di balle, come i politici. Il narcisismo ci seppellirà.

 

È Gesù la lieta notizia che scardina la storia. Il Natale il vero augurio

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto” (Luca 1,39-45).

“Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”. In Maria si compiono le promesse divine, l’ora è vicina, il tempo è maturo. Il profeta Michèa stesso indica come luogo dell’avvenimento il povero e umile villaggio di Betlemme, in Giudea. Lo sguardo dell’Onnipotente, con infinita gratuità, con verginale tenerezza creatrice, nella fedeltà dell’Antica Promessa si posa su di una ragazza di Nàzaret, per ottenere da lei il sì indispensabile onde mettere al mondo, dare un corpo, un volto all’Emmanuele, il Dio-con-noi, il Salvatore annunciato.

Nell’incontro di Maria ed Elisabetta, due donne che portano nel loro grembo la vita e che si accolgono reciprocamente riconoscendosi credenti nell’opera di Dio, il racconto evangelico ci fa fare l’esperienza di come la Parola di Dio agisca e, con forza nuova, trasformi in casa la vita di chi sa ascoltare per portare frutto.

Elisabetta dice a Maria: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento”. Si tratta della beatitudine di coloro che fanno poggiare la propria vita sulla fedeltà di Dio alla sua promessa. Così, il Signore vive oggi nel credente che lo ascolta, nella profezia amorosa che si compie nel ventre di due Donne. Il colloquio e l’incontro tra le due cugine vengono vissuti alla luce della Parola, che permette una profonda e chiara comprensione dei segni di cui esse sono benedette portatrici. E questi segni dell’onnipotenza di Dio, nascosti nell’annuncio dell’Antico Testamento acquistano chiarezza nel loro compimento evangelico del Natale.

Non si tratta della gioiosa commozione psicologica che investe due donne in maternità, che facendosi visita s’abbracciano! Qui, cambia l’umano, la lieta notizia investe il mondo e ne capovolge la mentalità. Il saluto di Maria produce un effetto speciale: Elisabetta fu colmata di Spirito Santo, mentre il bambino sussultò di gioia nel suo grembo. La gioia è frutto dello Spirito Santo, dono tipicamente messianico: segno autentico della presenza e dell’incontro con il Signore che visita il suo popolo, dona speranza a tutti.

Viene da domandarci: qual è il luogo in cui questi doni vengono comunicati? Appena ebbe udito il saluto di Maria; appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi: appena è l’ascolto, diventa il luogo in cui si riconosce la voce di Dio, che produce benedizione e comunica letizia agli uomini.

Maria diviene portatrice dello Spirito di Dio e lo comunica agli altri. Sembra quasi un anticipo della Pentecoste (At 1,13-14; 2,1-4). Elisabetta e Giovanni, con la visita della credente Maria, passano dall’economia dell’Antica Alleanza a quella dello Spirito, della Chiesa. La gioia viene dall’Alto ed è viscerale, perché pervade anche Giovanni e Gesù, i due bambini che dicono con la loro vita, ancora contenuta nel grembo delle madri, sia fatta la tua volontà e si compia in me la tua parola.

Il dono di Dio è la gioia e la libertà dello Spirito Santo. È Gesù la lieta notizia che scardina la storia. Il suo Natale, il vero augurio dell’autentico bene per ogni uomo.

 

Ecco perché il voto di vendetta durerà

Mi è capitato di trovarmi in Paesi in cui stava per avvenire un colpo di Stato.

Grecia, 1967, Perù 1990. Vedi soldati di certi reparti speciali (divise e dotazioni diverse) presidiare certi punti ritenuti cruciali, vedi masse di soldati in silenzio e in ordine in strade laterali. Vedi i carri armati, a volte in lunghe file, come per occupare un Paese straniero. Questo ti colpisce se ti accade di vedere il Paese in cui sta per compiersi un colpo di Stato: quel Paese è diventato nemico di se stesso. O, se volete, quel Paese ha generato un comportamento così intollerabile che bisogna rimuoverlo con le armi, come un invasore.

Da quel momento (se il colpo ha successo) nasce l’ossessione per la sicurezza. Per esempio in Italia i porti sono chiusi, e le famiglie si dotano di spray urticante. Ogni persona, parola, comportamento e oggetto, d’ora in poi sarà controllato e soggetto a limitazione o eliminazione. Questa alterazione del comportamento politico, umano e sociale non va via da sola. Tanto più quando uno dei suoi sintomi è di mettere a tacere il Parlamento decidendo e annunciando altrove ogni evento che conta. Deve accadere qualcosa di drammatico, con qualcuno che si sacrifica (anche se poi si darà tutto il merito al popolo e alla sua voglia di libertà) per rovesciare il governo del colpo. In Venezuela, per esempio, non è ancora riuscito, e neppure in Ungheria, nonostante mobilitazioni accanite e atti di ribellione che indicano disperazione.

Avete notato che gli ultimi due Paesi citati (Venezuela e Ungheria) ci raccontano una storia diversa dai carri armati, una storia che ci riguarda. Tutti e due questi governi, e partiti e apparati e burocrazie e giornalisti al seguito, occupano e dominano il loro Paese come se lo avessero espugnato, in base al voto popolare.

Possono dunque entrare in azione sbandieratori in grado di gridare a ogni oppositore, per quanto legittimo che, se vuole parlare, deve prima farsi eleggere. Lo dicono sapendo che, da un lato, la macchina elettorale è già nelle mani di un tipo di consenso bloccato (ora tenterò di dire perché). E, dall’altra, sono appena entrati in funzione i meccanismi, studiati con cura (Cinque Stelle) o improvvisati con impetuosa bravura (Lega) che puntano a obiettivi essenziali: spaccatura del Paese ed esclusione di qualunque opposizione.

Perché ho detto che “il consenso è bloccato”? La ragione è negli ingredienti che sono stati usati per ottenere un consenso largo che tende ad allargarsi. Uno degli ingredienti è la dichiarazione di infamia per tutti (tutti) coloro che a qualsiasi titolo esistevano e agivano “prima” (da Previti a Gino Strada, da Dell’Utri a Saviano).

Questo espediente, oltre a salvare il peggio facendolo uguale al meglio, crea un vasto spazio libero per i nuovi venuti. Infatti elimina le domande sulla preparazione, grado di cultura e competenza. Essere nuovi è l’unico criterio anche a costo del ridicolo provocato dalle inesperte prestazioni.

Il secondo ingrediente è la libertà di disprezzo e dunque di vendetta per tutto quello che “gli altri” hanno fatto prima. Liste anche grandi di legittima protesta e denuncia politica si saldano con immense liste private di ingiustizie patite a qualsiasi titolo e per qualsiasi ragione, incluse le mancate assunzioni, i pagamenti ingiusti, i fallimenti scolastici, le cure mediche mal riuscite, il tutto immerso in un mare di disonestà globale, che è l’intero pianeta del “prima”.

Ecco perché il voto di vendetta durerà a lungo. Il cuore del dramma però non sta nel disputare quanto sia fondata la rabbia. Il dramma dipende dall’uso apocalittico e totale che è diventato il gioco di governo, tra piazze e balconi, con il ministro dell’Interno che si esibisce con le stellette militari sulla maglietta o con la giacca della polizia, due trovate che inducono a credere che la politica sia la polizia e che la polizia sia la politica.

Come sappiamo questo governo, senza carri armati, ma ricco di trovate estranee alla Costituzione e alla legge, è formato da due partiti disuguali e diversi. E se uno ama comparire in divisa, l’altro preferisce annunciare le sue vittorie (che non sono dell’Italia ma del partito) dal balcone del palazzo di governo, che a Roma ha una sua storia.

Diciamo che si tratta di una grande imitazione del potere assoluto, che sta al fascismo come il circo al teatro.

Ma è evidente che non finirà tanto presto.

Mail box

 

La manovra si vota al buio ma il “Fatto” usa toni “soft”

Da assiduo lettore del Fatto son rimasto sorpreso in negativo dal poco rilievo dato a una manovra portata in aula sotto Natale, da votare a scatola chiusa e con solo due ore di tempo perché le opposizioni la possano valutare. Per carità, se ne parla sul giornale, ma senza il clamore e il risalto dei voti di fiducia con cui andava avanti il governo Renzi, dove si gridava allo scandalo a tutta pagina. È scandaloso il comportamento attuale così come quello del governo precedente, è irrispettoso del Parlamento.

Ma vedo che non si tratta la situazione allo stesso modo.

Che quelli di prima facessero altrettanto, o peggio, non giustifica e non assolve.

Alessandro Bianchi

Caro Bianchi, il Fatto è stato il primo quotidiano a denunciare la strozzatura dei tempi parlamentari per la discussione della legge di Bilancio fin da venerdì (quando ancora gli altri quotidiani dovevano arrivare). Prima pagina: “Manovra infinita: voto entro stanotte, ma a scatola chiusa”, “Prendere o lasciare: Camere aggirate”. Pagina 3: “È una manovra mai vista (almeno non dalle Camere)”, “Il Parlamento è stato esautorato”. Idem ieri. Prima pagina: “Al buio. Il maxi-emendamento (forse) arriva oggi”, “In Parlamento non ci sarà occasione di modificare numeri e norme, bisogna preparare un testo blindato prima di mandarlo in aula”. Pagina 2: “La manovra non si vede ancora: il Senato attende di approvarla alla cieca”. Che altro avremmo dovuto scrivere di più? Abbiamo denunciato il ricorso smodato alla fiducia dei precedenti governi (per ora vince Monti, col 45,13% delle leggi imposte con la fiducia, seguito da Gentiloni col 32,99 e poi da Conte col 31,58). E continueremo a farlo anche con l’attuale, tenendo presente che questa fiducia con tempi assurdi sulla manovra non dipende tanto dal timore di non avere i numeri per approvarla (la maggioranza giallo-verde è ampia sia alla Camera sia al Senato), quanto dalle solite divisioni interne alla coalizione e soprattutto dal ritardo accumulato nella trattativa con la Commissione europea.

(m.trav.)

 

Lotta all’evasione nel cassetto, cosa rimane dell’onestà?

Sono piuttosto deluso dai primi sei mesi di governo Lega Nord e Movimento 5 Stelle perché la prima cosa da fare era la lotta all’evasione fiscale, inasprendo le sanzioni e le pene. Si potrebbe far cassa con poco, ma evidentemente non interessa a questa coalizione di governo. Dove è finito lo slogan “Onestà! Onestà!”? I mezzi per scovare e punire gli evasori fiscali, ci sono. E allora che cosa ostacola una seria lotta all’evasione fiscale?

Sergio Cannaviello Obradovich

 

Il canale di dialogo Pd-M5S non lo attiva il sindaco Sala

Vorrei commentare il recente intervento di Franco Monaco che esalta il sindaco di Milano Sala come fautore del dialogo M5S-Pd. Non so se un’alleanza di questo tipo, al momento, possa essere vantaggiosa per i Cinquestelle. La Lega ha accettato, magari obtorto collo, lo Spazzacorrotti e il reddito di cittadinanza, il Pd li ha tenacemente avversati. Tornando a Sala, mi sembra che nei fatti in varie circostanze sia andato più a braccetto con la Lega che con il M5S. Parlo di quella che mi sembra un’occasione molto indicativa: la candidatura alle Olimpiadi invernali del 2026. Se Sala avesse rinunciato a rivendicazioni di primati e di “brand” per Milano, se avesse sostenuto le richieste dell’Appendino, in termini di costi e sostenibilità, se avesse accolto una prospettiva di condivisione paritetica, avrebbe forse potuto avviare un laboratorio politico. Un fronte comune Milano-Torino, le due principali città del Nord avrebbe potuto avere interessanti ripercussioni a livello nazionale. Se mai dovesse nascere questo ponte tra il Movimento e il Partito democratico, mi sembra molto improbabile che passi per il capoluogo lombardo.

Antonio Maldera

 

Dl Salvini come leggi razziali: toglie i diritti alle minoranze

Il decreto Sicurezza, per quanto riguarda gli immigrati, assomiglia tanto alle leggi razziali del 1938. La questione migranti ha ovviamente delle differenze con quella ebraica, ma sostanzialmente si tratta delle stessa cosa: chi è minoranza non ha diritti. La bella trovata va a lavare qualche coscienza da poco mentre ha molta più consistenza l’incapacità di gestire un fenomeno tutto sommato contenuto. La gente deve campare e non esiste che per legge un innocente senza mezzi debba scappare oppure morire di fame per Salvini. Un provvedimento del genere dimostra la mancanza di rispetto per i diritti umani.

Dario Lodi

 

La Bonino rispettava il Paese quando andava con B.?

L’altroieri l’onorevole Bonino è scoppiata in lacrime per l’attacco, che secondo lei, mette in serio pericolo le istituzioni. Non ricordo sue lacrime quando venivano massacrati i diritti dei lavoratori e dei pensionati dai governi passati dei quali ha fatto parte, o che ha sempre difeso e appoggiato. Attacco, come da prassi consolidata, soprattutto contro i Cinquestelle, perchè la Lega, sta dalla parte giusta che tanto le piace. La signora non ha avuto problemi ad andare a braccetto con Berlusconi per anni.

Paolo Sanna

 

Gli italiani piangono miseria ma cedono al consumismo

A decine hanno fatto la fila di notte e al gelo a Milano per acquistare un noto paio di scarpe al prezzo lancio di 170 euro. E c’è stata anche un’aggressione, tutto ciò per un paio di scarpe. Alla faccia della crisi.

Gabriele Salini

Stefano, Eleonora e Antonio: (sono) italiani come noi

“Ogni uomo deve decidere da se stesso qual è la via giusta da seguire; le storie che si raccontano sul coraggio degli altri ci insegnano molte cose, possono offrirci una speranza, possono farci da modello, ma non possono sostituire il nostro coraggio… per quello ogni uomo deve guardare nella propria anima”.

John Fitzgerald Kennedy. “Ritratti del coraggio”

Stefano Colasanti andava da Rieti a Monterotondo per far revisionare un camion dei Vigili del fuoco. Ma quando sulla Salaria ha visto l’incendio si è fermato e ha fatto quello che era abituato a fare: il vigile del fuoco. Non era nella squadra accorsa dopo l’incendio divampato al distributore di benzina. Passava di lì, ha cercato di aiutare, ha dato l’allarme. È stato investito dall’onda d’urto della deflagrazione. Era il 5 dicembre 2018. Aveva 50 anni. Lascia una figlia.

Eleonora Girolimini aveva accompagnato Gemma di 11 anni nella discoteca “Lanterna Azzurra” di Corinaldo. Che poi racconterà: “Quando siamo finiti in mezzo alla folla lei urlava ‘c’è la piccola, c’è la piccola’. Cercava di farmi spazio col suo corpo per non farmi schiacciare, poi è caduta giù in basso”. Era l’8 dicembre. Aveva 39 anni. Lascia quattro figli.

Antonio Megalizzi è stato assassinato a Strasburgo dal terrorista Chérif Chekatt. Voleva fare il giornalista, lavorava a Europhonica, il progetto delle radio universitarie. Dice un collega: “Siamo stati come un don Chisciotte che lotta contro l’indifferenza dell’Europa”. Era l’11 dicembre. Aveva 29 anni.

Sono i miei, i nostri, ritratti del coraggio. Di ciascuno sappiamo quanto basta. Difficile aggiungere altro. Anche se i loro nomi, le loro storie difficilmente troveranno in futuro altro spazio sui giornali o nelle tv, il segno che hanno lasciato resta indelebile. Così come l’esempio dato da tanti altri coraggiosi che queste tre vicende umane, e di profonda umanità, vorremmo rappresentassero. Se ne scriviamo non c’entra né lo spirito del Natale e neppure il giornalismo dei buoni sentimenti. C’entriamo noi. Il momento che viviamo. Che vive il nostro Paese. Descritto come triste, sfibrato. Attraversato da insicurezza, paura, rabbia. Come se ogni giorno fossimo costretti a sollevare dei macigni insostenibili. Eppure Stefano, Eleonora, Antonio erano (sono) italiani esattamente come noi. E, forse, come noi, sentivano di vivere sotto questa permanente cappa grigia di cattivi pensieri. Poi, quel giorno hanno attraversato di slancio un confine da cui non si ritorna. Lo hanno voluto, come Stefano ed Eleonora che si sono lanciati sacrificando tutto. Senza volerlo come Antonio, vittima dell’odio più cieco che, tuttavia, per la passione che gli bruciava dentro, il giornalismo al servizio della comunità, si diceva disposto a dare tutto. Gli altri: per essi non fastidiose presenze ostili ma meritevoli di un atto definitivo.

Carige, bocciato l’aumento di capitale. Malacalza si astiene

È statoMalacalza Investimenti, socio di Banca Carige con il 27,5%, a far saltare ieri l’aumento di capitale astenendosi dal voto. “Non è una bocciatura per il cda”, ha sottolineato ma astenendosi dalla votazione sull’aumento di capitale con il suo 27,5%, ha fatto mancare il quorum (era presente il 40% del capitale sociale) per rimandare la decisione a dopo la presentazione del piano, a febbraio. È presto per sapere se la bocciatura mette in crisi il piano di risanamento, il bond da 320 milioni sottoscritto dal Fondo Interbancario nell’immediato l’ha messa in sicurezza. “Non c’è tempo, non si può fare a marzo, ci bocciano, ci ammazzano tutti” si è lasciato andare il presidente di Carige Pietro Modiano. Un eventuale futuro aumento di capitale non sarà più garantito e la decisione della Bce e gli outlook migliorati “sono entrambi basati sull’insieme del rafforzamento patrimoniale”. Malacalza dice però che dopo aver investito oltre 400 milioni non intendono impegnarsi oltre senza prima “fare piena luce sulle vicende e l’operato del precedente management”. I soci finora hanno sottoscritto aumenti per 2,2 miliardi, bruciati e “le informazioni disponibili non sono sufficienti per sapere se questo avrà la stessa sorte”.

I pedaggi autostradali salgono pure nel 2019. Ecco tutti i rincari

Anche dopo il crollo del ponte Morandi a Genova, Autostrade per l’Italia avrà il suo aumento annuale delle tariffe. Più basso di quello ottenuto per il 2018 (1,51 per cento), ma comunque quasi pari alle richieste avanzate al ministero dei Trasporti: 0,81 per cento a fronte dello 0,86 domandato.

Il ministero guidato da Danilo Toninelli (M5S) ha appena trasmesso al Tesoro la relazione istruttoria per gli “Adeguamenti delle tariffe di pedaggio autostradali per l’anno 2019”, firmata dal dirigente Felice Morisco (perché il responsabile della direzione generale per la vigilanza sulle concessioni autostradali, Vincenzo Cinelli, è indagato a Genova).

Il documento, visionato dal Fatto, è di duplice interesse. Chiarisce quale ennesimo salasso aspetta gli automobilisti italiani da gennaio, grazie ad aumenti previsti da piani finanziari che premiano sempre i concessionari, e cosa è cambiato dopo la tragedia di Genova.

Sul potere contrattuale del governo, per ora, poco o nulla. Allegato al dossier c’è la lettera di Guido Improta, segretario generale dell’Autorità di regolazione dei trasporti: scrive al ministero dei Trasporti che i nuovi poteri di sorveglianza previsti dal decreto Genova si applicano solo agli “aggiornamenti” o “revisioni” dei rapporti concessori in essere. Non agli aumenti annuali semi-automatici che le concessionarie chiedono entro il 15 ottobre, il ministero dei Trasporti valuta e, se convinto, propone al ministero del Tesoro.

Capire il criterio delle scelte non è semplice: negli anni si sono stratificati sei regimi tariffari diversi, alcune società non hanno diritto a maggiorazioni tariffarie perché hanno la concessione scaduta prima del 2018 (Ativa, Brennero, Sam, Satap A21, Autovie Venete), altre risultano inadempienti rispetto agli impegni di investimento (Consorzio Autostrade Siciliane e Brescia-Padova Spa). Il ministero prende in considerazione tre parametri. Il primo è un “indicatore di qualità” e poi la spesa per investimenti realizzata l’anno precedente, ponderata in modi diversi a seconda del regime tariffario e infine l’inflazione programmata (1,20 per cento) e quella rilevata dall’Istat (0,90).

Molti gruppi riescono a ottenere aumenti ben superiori all’inflazione. Per esempio, Strada dei Parchi Spa. Da mesi c’è in corso uno scontro tra la società concessionaria del gruppo Toto e il ministero dei Trasporti.

“Alcuni piloni dei viadotti della A24 e A25, che ho potuto visionare con i miei occhi, sono in condizioni così degradate da risultare allarmanti”, ha detto a ottobre il ministro Danilo Toninelli dopo un’ispezione. La società reclama fondi per gli investimenti in sicurezza, il ministero li nega.

Stessa tensione sulle tariffe: Strada dei Parchi, si legge nel documento ministeriale, “ha presentato una proposta di revisione del rapporto concessorio che contempla la realizzazione di un significativo programma di investimenti di messa in sicurezza dell’infrastruttura”, il piano è ancora “in fase di predisposizione” per “le modifiche normative intervenute”. Insomma, non è pronto. Mentre è già stato approvato un altro piano di interventi urgenti di sicurezza. Risultato: Strada dei Parchi chiede un aumento dei pedaggi del 6,94 per cento e ottiene dal ministero di Toninelli il 5,59.

E torniamo ad Aspi, Autostrade per l’Italia, che ha un vantaggio contrattuale rispetto agli altri concessionari: nel Consiglio di amministrazione siede Antonino Turicchi, dirigente del ministero del Tesoro a capo della direzione Finanza e privatizzazioni (col paradosso che nel contenzioso sulla revoca della concessione Turicchi è controparte di se stesso). Però questa volta non è bastato.

Sat, la Società Autostrada Tirrenica, controllata da Aspi, ha chiesto aumenti in una forchetta tra 36,4 e 27,3 per cento ma ha ottenuto solo l’1,17. La Tangenziale di Napoli, sempre di Aspi, chiede l’1,21 e ottiene addirittura di più: 1,82.

Rav, cioè Raccordo Autostradale Valle d’Aosta Spa, sempre controllata da Aspi, come spesso accade, si aggiudica un discreto primato di rincaro: chiede 6,32 e ottiene 6,32 per cento, dopo l’aumento gigantesco del 52,7 per cento nello scorso anno. O fa investimenti fenomenali, o Aspi scarica sulla piccola Valle d’Aosta quei rincari che su tratte più lunghe non riuscirebbe a farsi autorizzare.

Un Natale di crisi aziendali: tremano 190 mila lavoratori

Il 7 dicembre, circa 40 operai della Dm Elektron di Buja (Udine) hanno bloccato la fabbrica per non permettere ai camion di prelevare i macchinari e portarli nello stabilimento in Romania. Temendo fosse il preludio alla delocalizzazione, sono rimasti in presidio fino a quando l’azienda non ha mandato la polizia. La proprietà si è lamentata per il “danno d’immagine” che sarebbe scaturito dalla mobilitazione, negando l’intento di lasciare l’Italia e licenziare i 130 dipendenti friulani. Ma il piano industriale presentato ai sindacati garantisce la produzione solo fino a giugno 2019, poi non si sa. “I lavoratori sono tornati in servizio – spiega David Bassi della Fiom di Udine – ma ci chiediamo per quale motivo, se non intendono chiudere, non hanno sostituito gli impianti rimossi”. Anche per tutti questi addetti sarà un Natale di ansia per il futuro.

Al ministerodello Sviluppo economico, le crisi aziendali nate da delocalizzazioni sono 31. In totale, i tavoli aperti in via Vittorio Veneto sono 144 e coinvolgono 189 mila lavoratori. Un dato aggiornato a luglio: da allora, l’unica novità rilevante è l’esito positivo della vicenda Ilva, con garanzie per i 13.500 dipendenti (10.700 assunti subito, incentivi alle dimissioni o riassunzione nel 2025 per gli altri). A parte questa, le altre situazioni complicate sono ancora senza soluzione. Il destino di Alitalia, per esempio, è ancora incerto. Ci sono le offerte dell’intercontinentale Delta e della low cost EasyJet, più l’interesse di Lufthansa, e si attendono i dettagli sull’intervento pubblico prospettato dal governo. Oggi i dipendenti sono 11 mila, 1.500 in cassa integrazione. Difficile trovare una strada senza impatto sui posti di lavoro. “Il ministro Di Maio – avverte Fabrizio Cuscito della Filt Cgil – ha detto che farà di tutto per minimizzare l’impatto, ma non ha assicurato zero esuberi”.

A proposito di privatizzazioni finite non benissimo, c’è preoccupazione per il futuro di Tim. Su quasi 50 mila dipendenti, 4.500 sono già oggi di troppo. L’obiettivo è sfoltire con pre-pensionamenti pagati dall’azienda. Intanto, solidarietà fino a giugno 2019, ma ad aggravare lo scenario potrebbe essere la separazione della rete fisica dalla parte commerciale dell’azienda. Un’ipotesi dibattuta tra favorevoli e contrari; tra questi ultimi ci sono i sindacati. “Se separiamo le due anime – dice Marco Del Cimmuto della Slc Cgil – resterebbero quasi in 30 mila solo nell’area commerciale. Impossibile mantenerli tutti senza le economie di scala generate dalle reti. Per noi gli esuberi potrebbero arrivare a 20 mila”.

L’industria italiana, a differenza del terziario, non è ancora stata invasa dalla galassia di contratti precari, ma gli scenari di mercato e le delocalizzazioni creano ugualmente incertezza sul futuro di molti addetti. Decine di imprese metalmeccaniche sono in crisi. Alla Bekaert di Figline Valdarno (Firenze) è stata attivata la cassa integrazione per cessazione, di recente reintrodotta dal governo. In 62 hanno già lasciato l’azienda; i 256 rimasti sperano in una reindustrializzazione da parte dei soggetti interessati a subentrare. Una zona molto colpita è la Liguria. Nel Savonese, la Piaggio Aerospace è entrata in amministrazione straordinaria per la mancata conferma, da parte del governo, di una commessa di droni da difesa da 766 milioni. Oggi si ragiona sull’ipotesi di usare quei soldi per acquistare mezzi civili; nel frattempo a tremare sono 1.200 lavoratori.

Poco distante, c’è la Bombardier di Vado Ligure, che produce treni. Qui l’attività è garantita solo da una linea di locomotive merci, ma l’ordine potrebbe saltare per ritardi. “Rischiano in 530 – afferma Andrea Mandraccia della Fiom di Savona – Per salvarli il governo deve sbloccare una commessa sull’alta velocità e favorire un accordo con Hitachi per partecipare alla produzione di treni regionali”.

Il settore automotive è tutto un’incognita. Fca ha presentato il piano industriale, ma partirà almeno tra un anno e mezzo. Nell’immediato, bisogna gestire gli stabilimenti con gli ammortizzatori sociali in scadenza, come Pomigliano e Mirafiori. L’avvento dei veicoli elettrici, poi, rischia di cogliere impreparati i fornitori, spingendo il Lingotto a rivolgersi a imprese straniere e mettere a rischio decine di migliaia di posti in Italia. A Termini Imerese 700 operai aspettano di essere riassorbiti dalla Blutec, che ha promesso un progetto di rilancio finora mai decollato. Situazione simile per l’Industria italiana autobus (tra Avellino e Bologna). L’11 dicembre si attendeva l’ingresso di Ferrovie dello Stato nell’azionariato, ma così non è stato e ora la società è per il 70% in mano a un’azienda turca. I 450 lavoratori passeranno il Natale a sperare che dietro la ricapitalizzazione ci sia la volontà di rimettere in moto la produzione.

Invece è una città che corrompe: il mondo di mezzo

Caro Vittorio, il mio articolo, come si chiariva nella chiusa, si riferiva a un pezzo del 1979. A quei tempi io nella Capitale ci venivo spesso perché Mario Pirani aveva trasferito la redazione dell’Europeo, settimanale tradizionalmente milanese come milanese era la Rizzoli di Angelo senior, a Roma.

A pilotarmi nei ‘salotti romani’ era stata Barbara Alberti. Tutto il mondo intellettuale stanziato a Roma dipendeva dalla Rete Due della Rai diretta a quei tempi da Pio De Berti e prima ancora dal socialista Massimo Fichera. Mi ricordo una scena avvenuta in quei salotti che mi colpì. C’erano Moravia e altri pezzi grossi raccolti intorno all’autore degli Indifferenti. A un certo punto entrò un ometto che io non conoscevo.

Tutti lasciarono Moravia, che era appollaiato su un trespolo, come fosse una merda e si diressero verso il nuovo entrato colmandolo di carezze, attuzzi, moine. “Ma chi è quello?” chiesi, un po’ stupito, a Barbara. “Ma come non lo sai? È Pio De Berti Gambini il direttore di Rai Due. È lui che dà lavoro o elargisce consulenze milionarie, quasi sempre fasulle, a tutti questi qui”.

Non ha alcuna importanza se nel ‘salotto’ ci fossero dei “romani de Roma”. In genere, come tu noti, erano dei provinciali che convergevano a Roma perché a Roma, e non a Milano o a Torino, c’era il Potere, politico, culturale, televisivo. Il problema quindi non sono i romani ma Roma in re ipsa. Roma è una città parassitaria dai tempi dell’Impero romano, con la sua plebs frumentaria che viveva con le elargizioni dello Stato, e i suoi senatori latifondisti e fainéant. È Roma quindi che corrompe perché qui si accentra il Potere. Corrompe anche per ragioni climatiche e direi quasi metafisiche, col suo ponentino e il suo ocra. Non per nulla il primo Bossi aveva imposto ai suoi di vivere in delle foresterie.

Certo, oggi a Roma i ‘salotti’ non esistono più, come non esistono più a Milano. Le persone che vogliono fare affari più o meno leciti si vedono altrove, magari in alcune trattorie specializzate. Ma il risultato non cambia: il salotto è stato sostituito da quel “mondo di mezzo” di cui certo anche tu hai sentito parlare.

I salotti romani? Macché potere, è un chissenefrega

Cene, abboccamenti, favori. Da ultimo la rete – ricostruita dalla Gdf di Arezzo – messa in piedi dall’imprenditore Antonio Moretti (vicino al Giglio magico e finito agli arresti) e da sua moglie. Come commensali invitano uomini di Mps, del Vaticano e pure il n.1 del Dis Pansa. Per non dire dei contatti con Padoan. Ingredienti che Massimo Fini, lo scorso 16 dicembre, descriveva come componenti dell’eterno “salotto” che attovaglia la classe politica e i (più o meno) potenti.

A Massimoooo, ancora co’ salotti romani! Hanno impedito e impediscono la rivoluzione? Ma quale rivoluzione? Nel 1975 il romano Alberto Moravia promosse un libro Contro Roma dove egregi intellettuali accatastarono rimpianti per l’antico dolce villaggio, frustrazioni per gli sviluppi moderni di Roma, e tanti luoghi comuni. Per Mario Soldati, lanciere piemontardo del libro, la città era “la morte”; fuggiva orrificato prima che i suoi figli parlassero con accento romano. Disse cose sensate Dacia Maraini: viviamo in questa città come talpe, e se provassimo a fare qualcosa per lei? Moravia riteneva, bontà sua, che, contro l’invadenza della Chiesa, la sola speranza fosse il Pci, nei quale c’era, invece, un sacrosanto timore reverenziale. Una delle rare analisi serie dei mali di Roma la compirono i cattolici progressisti riuniti attorno a monsignor Clemente Riva (vescovo lombardo, sottolineo). Un passaggio fondamentale che gli intellettuali del Contro Roma non degnarono di una citazione, persi “nel souk”.

Che c’entra Roma coi movimenti “rivoluzionari” (o pretesi) della storia d’Italia? Il fascismo è nato a Milano, coi soldi degli industriali e degli agrari del Nord, e anche dalla sua borghesia piccola piccola (elenco nominale pubblicato dallo storiografo Gerardo Padulo su Le carte e la Storia). A Roma la presunta “rivoluzione” fascista si è corrotta? Mah, Mussolini, d’accordo col Vaticano, ha sfasciato urbanisticamente Roma per farne lo scenario del suo nuovo Impero di cartongesso. Ai romani restava l’ironia: “Co’ ’sto stomaco de fero, magna er pane dell’Impero”, recitava il cartello messo su una statua imperiale negli anni 30. Poi Faccetta nera diventò “Borsetta nera, co’ la farina, con i facioli e la caciotta pecorina”…

“Rivoluzione” leghista? Nata anch’essa e Milano e corrottasi a Roma? Bossi e C. frequentavano trattorie più che salotti e, dopo qualche mese, un po’ bevuti cantavano in via dell’Orso Quanto sei bella Roma! Adieu. Poi si sono corrotti, mi pare, ma in via Bellerio. E il truce Salvini del “tireremo diritto” a ogni passo (e adesso, poveruomo come la mette con Juncker e Moscovici che gli hanno riscritto e salvato la manovra?), chi l’ha corrotto? La tv con la Elisa Isoardi? Ma se la bellona è di Cuneo…

Restano i “rivoluzionari” 5Stelle quelli che dovevano aprire il Parlamento come una scatoletta (in realtà lo hanno messo in frigo): Beppe Grillo è genovese, i Casaleggio sono o erano milanesi, il figlio è un bocconiano. Che c’entra Roma coi loro eventuali impicci? Non mi pare che nessuno, neanche l’inamidato Giggino Di Maio, frequenti salotti. E poi, dove sono finiti a Roma i salotti dopo la scomparsa di Maria Girani vedova Angiolillo nata peraltro a Torrazza Coste sopra Voghera? Forse può saperlo soltanto l’onnipresente Gianni Letta. Che, a dire il vero, è di Avezzano.

Doverosa precisazione storica: il “generone” citato da Massimo è stato creato dai “mercanti di campagna”, arricchitisi alle spalle dei latifondisti e dei preti, ed è durato da metà Ottocento al 1915, creando anche famiglie notabili, come i Tittoni. Così Mario Sanfilippo autore dell’unica storia seria del Generone (Edilazio). Dopo, è soprattutto ceto impiegatizio, borghesia arricchita, palazzinara, ecc.

A Parigi l’allora presidente Hollande gira in scooter con la guardia del corpo (entrambi col casco peraltro) per andare a trovare l’amante di turno. A Londra di storie erotiche, a cominciare da Diana e Carlo, sono stati pieni di giornali. Qualcuno ha attribuito l’una e l’altra vicenda al clima porcellone di Parigi o di Londra? No. Fosse successo a Roma… Solo che essa è diventata, suo malgrado, Capitale, ma di quale Stato? Accentrato, decentrato, regionale, verticale, orizzontale (Titolo V, versione del Prof. Bassanini Franco, meneghino)? Chi ci capisce è bravo. Aveva ragione Federico Fellini, poeta di Roma, quando mi diceva: “Vedi, che Roma sia cosmopolita, lo dice una espressione tipica dei romani: ‘Machissenefrega!’”. Già, ma Capitale è.