La neve qui, in questa tormentata terra, cade senza sosta da giorni, sulle casette d’emergenza e le temperature sotto zero rafforzano il lamento di chi, dopo essere stato sfollato, credeva di aver trovato finalmente un po’ di pace. Una pace durata fino a quando dai pavimenti sono iniziati a venir fuori funghi e muffa, i tetti hanno ceduto, i boiler sono scoppiati con il gelo, le porte d’ingresso hanno iniziato a fare la condensa. E si è ritrovato a dover rivivere la condizione di sfollato. “Sono entrata qui il 10 febbraio 2017, dopo aver vissuto per un anno e mezzo nei container degli operai della superstrada Serravalle e mangiato alla mensa del Comune –, racconta Antonella Venanzangeli di Muccia, vedova e madre di due figli di 14 e 25 anni –. Forse ha lavato il pavimento con troppa acqua, oppure non ha attivato la cappa in cucina. Insomma la colpa della muffa era mia”.
Muccia, Norcia e Cascia, la morìa dei prefabbricati
A Muccia su 45 Sae (Soluzioni abitative di emergenza) del Cns (Consorzio Nazionale Servizi) realizzate in struttura metallica, se ne sono salvate solo cinque. Dal Cns spiegano di essere in attesa della perizia del Politecnico di Milano per appurare le possibili cause, visto che “questi problemi su 1.900 Sae si sono verificati solo a Muccia, Norcia e Cascia”. I pavimenti sono in rifacimento, ma Antonella vive con la paura che il problema possa ripresentarsi. A Polverina, frazione di Fiastra, invece, non si poteva stare per il forte odore di fogna. A Pieve Torina, Visso e Ussita (Consorzio Arcale, strutture in legno) in almeno 250 Sae le porte d’ingresso hanno fatto condensa. Il consorzio Arcale è stato denunciato dalla Regione Marche: “Problemi inaccettabili – spiega l’assessore alla Protezione civile Angelo Sciapichetti – soprattutto dopo aver atteso oltre il tempo dovuto”. Ma Arcale, a detta dell’ingegnere Cristiano Costanzo, non ci sta: “Il contratto di accordo quadro prevedeva che le opere di urbanizzazione fossero già eseguite per permettere il montaggio, ma così non è stato. A Petriolo abbiamo consegnato quasi tre mesi fa, molte opere non sono ancora terminate e non possiamo fare i collaudi degli impianti”. Intanto, la Procura di Macerata ha aperto un’indagine. “Stiamo verificando se il progetto abbia avuto corretta esecuzione e se vi siano inadempimenti di contratti di pubbliche forniture e frode”, spiega il Procuratore capo, Giovanni Giorgio.
Il nostro viaggio continua. Ad Accumoli (Rieti), a 15 km da Arquata nelle Marche, raso al suolo dal sisma, gli assegnatari di Sae si sono visti recapitare bollette del gas da 580 euro. Qui il metano non arriva, non ci sono né camini né stufe a legna o a pellet, ci si riscalda con un unico bombolone di gas Gpl. “Da noi tutti usavano la legna, siamo in montagna, ne abbiamo a volontà”, sbotta il sindaco di Arquata, Alessandro Petrucci. Sae non adatte al territorio? Una domanda a cui l’ingegnere Roberto Di Girolamo di Camerino, autore di numerosi studi, risponde così: “Il problema è che è stato adattato il terreno al progetto, mentre bisognava adattare il progetto al terreno, ma siccome occorreva fare in fretta, il ‘come’ e il ‘dove’ erano secondari e questo ha fatto lievitare i costi di urbanizzazione e creato problemi legati alla non adattabilità delle Sae a certe zone”.
L’appalto della centrale acquisti e la battaglia dei piani
Un esempio sono quelle installate a Valfornace e Pieve Bovigliana dentro a un fosso. “Inoltre – continua Di Girolamo – sarebbero potute essere a due piani risparmiando molto sulle opere di urbanizzazione, ma così costavano meno”. “Non mi risulta, non esiste, per l’emergenza le Sae possono essere solo a un piano – afferma perentorio Domenico Casalino, allora ad di Consip, che nel 2014 ha realizzato il bando su commissione della Protezione civile –. È una materia che abbiamo studiato molto, io personalmente avendo esperienza all’estero nella Croce Rossa, ed è alla base della convenzione che abbiamo stipulato con il prefetto Gabrielli”.
Peccato che il capitolato tecnico (allegato n.5 della Protezione civile) lo smentisca alle pagine 25-26: “Sono ovviamente possibili studi di progetto che indichino configurazioni distributive differenti rispetto a quelle sopra menzionate (a schiera). Nel caso di Sae costituite da due unità abitative sovrapposte, occorrerà prevedere una scala esterna e un ballatoio per l’accesso al piano superiore…”.
Lo dimostra il Campus Universitario di Camerino donato dalle Province autonome di Trento e Bolzano e il land del Tirolo: 20 edifici in legno, ognuno su due piani diviso in 4 appartamenti di 100 metri al costo 1.175 euro al metro quadro, incluse le opere di urbanizzazione, per un totale di 9.400.000 euro. Mentre una Sae di un piano, in media, è costata al metro quadro più del doppio e talvolta anche cinque volte. Inoltre l’ex ad di Consip Casalino ci consegna una notizia, di cui non si ha traccia sul bando: “Il prefabbricato ha una vita utile di massimo 6 anni. Il ciclo dell’emergenza prevede entro un anno la tenda, il prefabbricato per sei, quindi la sistemazione definitiva”. Eppure quelli in legno del sisma del 1997 a Serravalle sono ancora in ottimo stato, tanto da essere stati acquistati come seconde case.
Comunque, se la vita delle Sae dovesse essere così breve e martoriata dopo poco tempo, il problema è enorme, visto che le case devastate dal sisma non saranno né ristrutturate né ricostruite entro i sei anni: la consegna dei progetti, a cui segue l’affidamento alle imprese è stata prorogata rispettivamente, per fine 2019 e fine 2020, mentre devono essere ancora affidati gli incarichi per i piani attuativi dei maggiori centri storici. Allora dove andranno gli sfollati quando le Sae “moriranno”? L’ex ad di Consip rivendica “la giustezza del bando” per evitare che i costi lievitassero sotto la scure dell’emergenza, e conclude: “Il nostro compito lo abbiamo svolto raggiungendo il risultato migliore possibile”.
Opere di urbanizzazione, la variabile impazzita
I costi vanno da circa 800 euro a oltre 4 mila euro al metro quadrato, come nel caso di Bolognola, dove hanno sfiorato i 5 mila euro al metro quadrato perché è stata sbancata mezza montagna. Se la fretta non avesse fatto da padrona nella scelta delle aree, influenzata anche da logiche clientelari, si sarebbe potuto optare per altre soluzioni a partire dalla costruzione di case popolari, con costi inferiori. “Basti pensare al risparmio che si sarebbe ottenuto se a tutti gli sfollati si fosse erogato il Cas (Contributo di autonoma sistemazione) solo a chi rinunciava alle Sae”, spiega, calcoli alla mano l’ingegnere Di Girolamo: “Un nucleo familiare di 2 persone riceve 500 euro, fino a un massimo di 800 euro per 4 persone. Una casetta di 40 metri quadri è venuta a costare in media 118 mila euro a cui va aggiunto il costo per ristabilire il terreno alle condizioni originarie al termine dell’occupazione temporanea. Moltiplicando 500 euro per 18 anni, tempo massimo previsto, si ha un totale inferiore”.
Altra soluzione: “Costruire case popolari il cui costo, terreno incluso, è di 1.600 euro al metro quadrato contro i 2.800 della Sae”. Con il vantaggio, in entrambi i casi, di evitare la devastazione del territorio. Le Sae, secondo il rapporto Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) hanno fatto conquistare al Parco Nazionale dei Sibillini, in cui ricade la maggior parte dei Comuni del cratere, la “maglia nera” per consumo di suolo. Due le parole mancanti: pianificazione e programmazione per evitare sperpero di denaro pubblico e garantire efficienza, ma il bando Consip era già stato assegnato e, se è vero che rinunciarvi avrebbe comportato il pagamento delle penali, si sarebbe dovuta avere la forza politica per ricontrattare la fornitura.