Consip, le telefonate di Bianchi per arcale

La Consip alla fine del 2016 è protagonista dell’emergenza post-sisma, ma anche dell’inchiesta della Procura di Napoli che registra in diretta i movimenti frenetici del Giglio magico. Quando il 24 agosto 2016 il terremoto colpisce il Centro Italia, la gara per le casette è aggiudicata da un anno. La gara del 2014 (l’ad era ancora Domenico Casalino, nominato da Berlusconi e confermato da Monti) era divisa in tre aree: nord, centro e sud, e ciascun lotto valeva 396 milioni. I vincitori si aggiudicavano il diritto a fornire le casette, in caso di sisma. Così, dopo il sisma, la coop rossa Cns si aggiudica automaticamente le prime 850. Solo in caso di necessità sarebbe subentrata la seconda di quel lotto, il consorzio Arcale di Firenze, per altre 780. A più di due anni dal terremoto, il bilancio del “modello Consip” è negativo: le casette scelte con un bando astratto sono poco funzionali al territorio, sono costate troppo e sono state consegnate tardi.

Val la pena rileggere oggi da qui, sotto la neve dell’Appennino, le intercettazioni di allora. Alberto Bianchi, presidente della Fondazione Open di Renzi, era un consulente legale di Consip ben pagato. Il 7 settembre 2016 contatta l’ad Luigi Marroni per dirgli che lui ha visto personalmente il proprietario di Arcale, che sarebbe pronto a fornire le casette subito. Marroni verifica e gli spiega che non ha vinto lui perché è secondo. Al momento della telefonata non c’è ancora stata la seconda scossa e Bianchi sa che Arcale rischia di restare a bocca asciutta. Allora spinge per dividere subito il lotto con questa giustificazione: “Mi dicono che il primo non è in grado”. Marroni risponde che durante la gara dimostrò di poterlo fare e Bianchi insiste: “Verifica bene. Il mio dice che il primo gli ha chiesto aiuto perché non in grado”. Un’ora dopo Marroni si lamenta con Filippo Vannoni, amico di Renzi, e allora consulente alla Presidenza del Consiglio perché una persona “si è permessa di andare dal ‘grande capo’ a dire che i primi non ce la fanno”. Vannoni definisce il secondo classificato “un suo amichetto”. I pm di Napoli chiesero e ottennero dal gip Dario Gallo le intercettazioni di Bianchi “rilevato che, dagli accertamenti svolti, è emerso che Bianchi sta sponsorizzando presso il Marroni un’azienda (Consorzio Arcale) classificatasi seconda”. I magistrati napoletani erano interessati all’“anomalo interesse del Bianchi nella vicenda (…) e anomalo appare anche il comportamento del Marroni che, come emerge dalle captazioni, asseconda il Bianchi”. Poi ci sarà la seconda scossa e Arcale avrà la sua parte. I pm sia a Napoli sia a Roma poi non hanno dato alcun seguito alla questione.

Nelle carte Consip è finita anche un’email del settembre 2016 in cui Luigi Marroni invia al sottosegretario alla Presidenza Luca Lotti le foto dei moduli da 40 metri quadrati e garantisce: “Abbiamo chiesto alcune modifiche al rivestimento esterno, alla fine sembreranno case in muratura”. A rileggere oggi, sotto la neve, quel “sembreranno case in muratura” assume un senso quasi beffardo.

Boom dei costi, funghi e muffe: le casette dello scandalo

La neve qui, in questa tormentata terra, cade senza sosta da giorni, sulle casette d’emergenza e le temperature sotto zero rafforzano il lamento di chi, dopo essere stato sfollato, credeva di aver trovato finalmente un po’ di pace. Una pace durata fino a quando dai pavimenti sono iniziati a venir fuori funghi e muffa, i tetti hanno ceduto, i boiler sono scoppiati con il gelo, le porte d’ingresso hanno iniziato a fare la condensa. E si è ritrovato a dover rivivere la condizione di sfollato. “Sono entrata qui il 10 febbraio 2017, dopo aver vissuto per un anno e mezzo nei container degli operai della superstrada Serravalle e mangiato alla mensa del Comune –, racconta Antonella Venanzangeli di Muccia, vedova e madre di due figli di 14 e 25 anni –. Forse ha lavato il pavimento con troppa acqua, oppure non ha attivato la cappa in cucina. Insomma la colpa della muffa era mia”.

Muccia, Norcia e Cascia, la morìa dei prefabbricati

A Muccia su 45 Sae (Soluzioni abitative di emergenza) del Cns (Consorzio Nazionale Servizi) realizzate in struttura metallica, se ne sono salvate solo cinque. Dal Cns spiegano di essere in attesa della perizia del Politecnico di Milano per appurare le possibili cause, visto che “questi problemi su 1.900 Sae si sono verificati solo a Muccia, Norcia e Cascia”. I pavimenti sono in rifacimento, ma Antonella vive con la paura che il problema possa ripresentarsi. A Polverina, frazione di Fiastra, invece, non si poteva stare per il forte odore di fogna. A Pieve Torina, Visso e Ussita (Consorzio Arcale, strutture in legno) in almeno 250 Sae le porte d’ingresso hanno fatto condensa. Il consorzio Arcale è stato denunciato dalla Regione Marche: “Problemi inaccettabili – spiega l’assessore alla Protezione civile Angelo Sciapichetti – soprattutto dopo aver atteso oltre il tempo dovuto”. Ma Arcale, a detta dell’ingegnere Cristiano Costanzo, non ci sta: “Il contratto di accordo quadro prevedeva che le opere di urbanizzazione fossero già eseguite per permettere il montaggio, ma così non è stato. A Petriolo abbiamo consegnato quasi tre mesi fa, molte opere non sono ancora terminate e non possiamo fare i collaudi degli impianti”. Intanto, la Procura di Macerata ha aperto un’indagine. “Stiamo verificando se il progetto abbia avuto corretta esecuzione e se vi siano inadempimenti di contratti di pubbliche forniture e frode”, spiega il Procuratore capo, Giovanni Giorgio.

Il nostro viaggio continua. Ad Accumoli (Rieti), a 15 km da Arquata nelle Marche, raso al suolo dal sisma, gli assegnatari di Sae si sono visti recapitare bollette del gas da 580 euro. Qui il metano non arriva, non ci sono né camini né stufe a legna o a pellet, ci si riscalda con un unico bombolone di gas Gpl. “Da noi tutti usavano la legna, siamo in montagna, ne abbiamo a volontà”, sbotta il sindaco di Arquata, Alessandro Petrucci. Sae non adatte al territorio? Una domanda a cui l’ingegnere Roberto Di Girolamo di Camerino, autore di numerosi studi, risponde così: “Il problema è che è stato adattato il terreno al progetto, mentre bisognava adattare il progetto al terreno, ma siccome occorreva fare in fretta, il ‘come’ e il ‘dove’ erano secondari e questo ha fatto lievitare i costi di urbanizzazione e creato problemi legati alla non adattabilità delle Sae a certe zone”.

L’appalto della centrale acquisti e la battaglia dei piani

Un esempio sono quelle installate a Valfornace e Pieve Bovigliana dentro a un fosso. “Inoltre – continua Di Girolamo – sarebbero potute essere a due piani risparmiando molto sulle opere di urbanizzazione, ma così costavano meno”. “Non mi risulta, non esiste, per l’emergenza le Sae possono essere solo a un piano – afferma perentorio Domenico Casalino, allora ad di Consip, che nel 2014 ha realizzato il bando su commissione della Protezione civile –. È una materia che abbiamo studiato molto, io personalmente avendo esperienza all’estero nella Croce Rossa, ed è alla base della convenzione che abbiamo stipulato con il prefetto Gabrielli”.

Peccato che il capitolato tecnico (allegato n.5 della Protezione civile) lo smentisca alle pagine 25-26: “Sono ovviamente possibili studi di progetto che indichino configurazioni distributive differenti rispetto a quelle sopra menzionate (a schiera). Nel caso di Sae costituite da due unità abitative sovrapposte, occorrerà prevedere una scala esterna e un ballatoio per l’accesso al piano superiore…”.

Lo dimostra il Campus Universitario di Camerino donato dalle Province autonome di Trento e Bolzano e il land del Tirolo: 20 edifici in legno, ognuno su due piani diviso in 4 appartamenti di 100 metri al costo 1.175 euro al metro quadro, incluse le opere di urbanizzazione, per un totale di 9.400.000 euro. Mentre una Sae di un piano, in media, è costata al metro quadro più del doppio e talvolta anche cinque volte. Inoltre l’ex ad di Consip Casalino ci consegna una notizia, di cui non si ha traccia sul bando: “Il prefabbricato ha una vita utile di massimo 6 anni. Il ciclo dell’emergenza prevede entro un anno la tenda, il prefabbricato per sei, quindi la sistemazione definitiva”. Eppure quelli in legno del sisma del 1997 a Serravalle sono ancora in ottimo stato, tanto da essere stati acquistati come seconde case.

Comunque, se la vita delle Sae dovesse essere così breve e martoriata dopo poco tempo, il problema è enorme, visto che le case devastate dal sisma non saranno né ristrutturate né ricostruite entro i sei anni: la consegna dei progetti, a cui segue l’affidamento alle imprese è stata prorogata rispettivamente, per fine 2019 e fine 2020, mentre devono essere ancora affidati gli incarichi per i piani attuativi dei maggiori centri storici. Allora dove andranno gli sfollati quando le Sae “moriranno”? L’ex ad di Consip rivendica “la giustezza del bando” per evitare che i costi lievitassero sotto la scure dell’emergenza, e conclude: “Il nostro compito lo abbiamo svolto raggiungendo il risultato migliore possibile”.

Opere di urbanizzazione, la variabile impazzita

I costi vanno da circa 800 euro a oltre 4 mila euro al metro quadrato, come nel caso di Bolognola, dove hanno sfiorato i 5 mila euro al metro quadrato perché è stata sbancata mezza montagna. Se la fretta non avesse fatto da padrona nella scelta delle aree, influenzata anche da logiche clientelari, si sarebbe potuto optare per altre soluzioni a partire dalla costruzione di case popolari, con costi inferiori. “Basti pensare al risparmio che si sarebbe ottenuto se a tutti gli sfollati si fosse erogato il Cas (Contributo di autonoma sistemazione) solo a chi rinunciava alle Sae”, spiega, calcoli alla mano l’ingegnere Di Girolamo: “Un nucleo familiare di 2 persone riceve 500 euro, fino a un massimo di 800 euro per 4 persone. Una casetta di 40 metri quadri è venuta a costare in media 118 mila euro a cui va aggiunto il costo per ristabilire il terreno alle condizioni originarie al termine dell’occupazione temporanea. Moltiplicando 500 euro per 18 anni, tempo massimo previsto, si ha un totale inferiore”.

Altra soluzione: “Costruire case popolari il cui costo, terreno incluso, è di 1.600 euro al metro quadrato contro i 2.800 della Sae”. Con il vantaggio, in entrambi i casi, di evitare la devastazione del territorio. Le Sae, secondo il rapporto Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) hanno fatto conquistare al Parco Nazionale dei Sibillini, in cui ricade la maggior parte dei Comuni del cratere, la “maglia nera” per consumo di suolo. Due le parole mancanti: pianificazione e programmazione per evitare sperpero di denaro pubblico e garantire efficienza, ma il bando Consip era già stato assegnato e, se è vero che rinunciarvi avrebbe comportato il pagamento delle penali, si sarebbe dovuta avere la forza politica per ricontrattare la fornitura.

Circolare Capodanno: no a botti, vetro e spray al peperoncino

Niente botti ma via libera ai fuochi d’artificio che “valorizzano i giochi di luce”; e niente bottiglie di vetro, niente spray al peperoncino, metal detector e ingressi a numero chiuso. Il Viminale e i sindaci di mezza Italia mettono a punto le misure per gli eventi previsti per l’ultimo dell’anno e blindano le piazze. Fa eccezione il sindaco di Roma, Virginia Raggi, che sceglie invece di non vietare lo spray al peperoncino: “È uno strumento che ha consentito a tante ragazze di salvarsi”.

Molti sindaci hanno già predisposto nei giorni scorsi le ordinanze con i divieti – ad esempio Dario Nardella a Firenze, Chiara Appendino a Torino e Virginio Merola a Bologna, e lo ha fatto il prefetto di Milano fissando a 20 mila il numero massimo di persone che potranno accedere in piazza Duomo – è partita ieri dal Viminale una circolare a tutti i prefetti proprio per fornire le linee guida sull’utilizzo dei botti.

Il capo di gabinetto di Salvini, Matteo Piantedosi, chiede ai sindaci una forte opera di “sensibilizzazione” invitando i cittadini a preferire ai botti, prodotti “meno invasivi e pericolosi”.

Bimbo morto nella casa popolare: nuove indagini su Merola e altri

Tre mesi per fare nuove indagini e capire come Alessandro Do Rosario, un bambino di nove anni, il 5 agosto 2016 perse la vita a Bologna in un appartamento di edilizia popolare pubblica, tagliandosi con una portafinestra e morendo dissanguato. Così ha disposto il giudice per le indagini preliminari Gianluca Petragnani Gelosi, che ha respinto per la seconda volta la richiesta di archiviazione presentata dal pm Antonello Gustapane per i sette indagati, tra cui anche il sindaco Virginio Merola e disponendo un supplemento di accertamenti. Il padre del piccolo Alessandro, assistito dall’avvocato Giovanni Sacchi Morsiani, si era opposto all’archiviazione.

Il giorno dell’incidente che gli è costato la vita il ragazzino era rimasto a casa da solo insieme al nipotino di tre anni perché la mamma e la sorella, entrambe di Capo Verde erano uscite per fare la spesa. Il nipote di Ayul era rimasto chiuso fuori sul balcone e il bambino, per liberarlo, prese a calci la portafinestra fino a mandare in frantumi i vetri e si ferì mortalmente. Non è ancora stata trovata risposta alla domanda se il vetro andava sostituito e a chi toccava farlo. Una consulenza tecnica era già stata eseguita sul meccanismo di apertura e chiusura della finestra.

Gli indagati sono il sindaco di Bologna Virgilio Merola, l’ex presidente di Acer Claudio Feliciani, l’ex presidente di Acer Promos Chiara Caselgrandi e altre quattro persone, due operai intervernuti per le manutenzione e due consulenti per cui stata ipotizzato il reato di falso. L’inchiesta è a vario titolo per omicidio colposo e falso. In precedenza erano state archiviate le posizioni di madre e sorella, mentre in un altro filone è stato chiesto il rinvio a giudizio per omicidio colposo per il funzionario Acer Vinicio Bertoli, responsabile della manutenzione.

Richiesta di archiviazione per il sindaco Palazzi e un consigliere comunale Pd

Seconda richiesta di archiviazione nel giro di un anno per il sindaco di Mantova, Mattia Palazzi, del Partito democratico, dopo quella seguita all’inchiesta su tentata concussione continuata nei confronti di Elisa Nizzoli, vicepresidente dell’associazione “Mantua me genuit”. Oltre che per lui la Procura di Mantova ha chiesto di archiviare anche il fascicolo d’indagine sulla consiglierae comunale del Pd Francesca Andreatta. Per entrambi lipotesi di reato era abuso d’ufficio continuato e in corso nell’erogazione di contributi comunali ad associazioni ed enti. Al centro dell’inchiesta i fondi per la cultura del 2016, circa 2 milioni di euro, e del 2017. Per Palazzi si tratta di un’appendice dell’inchiesta conclusasi con archiviazione il 22 dicembre 2017, vicenda ribattezzata “Sexgate” perché il primo cittadino avrebbe chiesto favori sessuali alla Nizzoli per poter sbloccare i fondi pubblici. Nelle indagini era finita una chat a sfondo dai contenuti espliciti. Ma la donna sotto interrogatorio aveva ammesso di aver modificato lo scambio di messaggi tra lei e il sindaco e di averle poi condivise con altre persone ignare del suo “ritocco”, tra cui la presidente della “Mantua me genuit” Cinzia Goldoni. Dopo la confessione durante il suo primo interrogatorio il 21 dicembre 2017, Nizzoli è stata a sua volta indagata per aver false informazione al pubblico ministero. Il sindaco aveva denunciato sui social il linciaggio mediatico nato dalla vicenda. Più di recente Palazzi era stato querelato per violenza sessuale da parte di Lorena Buzzago, che faceva riferimento a un episodio del 2015. Ma la donna avrebbe ricordato l’accaduto in un sogno sotto l’effetto di un medicinale al litio, prescrittole dal suo psichiatra. La donna, una maestra di 49 anni, è stata condannata per stalking nei confronti di Palazzi lo scorso 18 dicembre.

Addio a Enzo Boschi, lo scienziato dei terremoti. È stato il “padre” dell’Ingv

“Ha atteso che fossero tutti stabilizzati, poi se n’è andato. Questo pensiero ha attraversato molti di noi alla notizia della scomparsa del professor Enzo Boschi”. C’è grande tenerezza nel comunicato con cui l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia annuncia l’addio allo scienziato dei terremoti. “Ieri era stata una giornata straordinaria per l’ente, con la firma di oltre cento contratti di lavoro ai ‘precari’ storici, e lui non poteva scegliere un giorno qualunque per andar via. Il professor Boschi aveva 77 anni ed era stato negli anni 80 il protagonista del rilancio dell’Ingv (Istituto nazionale di geofisica), dopo che il terremoto dell’Irpinia aveva mostrato le gravi lacune del sistema di osservazione dei terremoti in Italia.
Alla fine degli anni 90 fu l’artefice della nascita dell’Ingv, nato dalla fusione dei maggiori Enti di ricerca sismologica, vulcanologica, geofisica e geochimica italiani, uno dei maggiori Istituti di ricerca mondiali.

Nato il 27 febbraio 1942 ad Arezzo, Boschi è stato per un lunghissimo periodo la voce italiana della ricerca in materia di terremoti e vulcani. Laureato in Fisica a Bologna, nel 1983 era diventato membro della Commissione Grandi Rischi e nel 1989 del Consiglio Nazionale Geofisico (Conag). “Non si sono susseguiti che allarmi, senza opere di prevenzione” aveva detto in una intervista all’Ansa, il geofisico e sismologo, parlando delle sue esperienze in eventi che hanno segnato il paese: dall’evacuazione della Garfagnana a scopo cautelativo del 1985 al terremoto de L’Aquila del 2009, che gli erano costati un processo per procurato allarme e uno per sottovalutato pericolo. Lo scienziato era tra i massimi esperti europei di terremoti. “La messa in sicurezza del territorio nazionale richiederebbe fra 20 e 30 anni. Finora non sono state fatte opere di prevenzione, ma ricostruzioni, non sempre peraltro valide. Per cambiare – ha aggiunto – serve una decisione politica con la ‘p’ maiuscola”. I funerali sono previsti il 24 dicembre a Bologna.

“Nocciole amare” lungo la via Emilia: sono scomparsi cinque camion di Nutella

Ora che si sa chi l’ha rubata, la vera domanda rimane chi l’ha mangiata. Maxi-truffa ai danni della Ferrero: cinque camion di Nutella consegnati a Bologna e mai pagati per un totale di 500 mila euro. L’operazione, ribattezzata ‘nocciola amara’ dai carabinieri del nucleo investigativo bolognese, ha rintracciato gli autori del colpo che utilizzarono assegni scoperti per saldare un sostanzioso ordine della crema alla nocciola. Quattro le misure di custodia cautelare, tre italiani agli arresti domiciliari e un obbligo di dimora per una donna, sempre italiana. Nel 2016 l’azienda piemontese viene contattata da un rappresentante di una società savonese, Antonello Paoloni, alla ricerca di un incontro con un agente commerciale su Bologna. Sul piatto una fornitura importante di Nutella, dal valore di 100 mila euro: l’acquisto viene regolarmente saldato e la società “rappresentata” da Paoloni fornisce documenti che dimostrano la solidità economica necessaria per i futuri accordi commerciali. Gli atti, falsi, sostengono un attivo di più di tre milioni di euro. Un dolce tira l’altro e segue un secondo ordine da 500 mila euro. Partono cinque camion pieni di Nutella in direzione Bologna, via Zanardi, zona industriale. I preziosi vasetti vengono scaricati ma gli assegni a copertura della fattura risultano scoperti. “Tranquilli che sistemo tutto io” la poco rassicurante spiegazione dell’agente commerciale ai funzionari della multinazionale. Insospettiti, i responsabili piemontesi si sono recati sul posto scoprendo la verità: il capannone di via Zanardi era chiuso e abbandonato da tempo. Di Paoloni, e forse più importante, della Nutella nessuna traccia. I carabinieri sono arrivati ai quattro attraverso la donna, una napoletana di 34 anni, a cui era falsamente intestata la società. Il capannone, secondo la ricostruzione dei militari, è di proprietà di un bolognese che nel 2015 lo dà in gestione a un’agenzia immobiliare per affittarlo: è lui la prima vittima, non riceverà nemmeno un mese del canone concordato.

In contemporanea, la banda truffa anche un distributore di gas lì vicino per circa 8 mila euro. Una volta scaricata la Nutella la sede di via Zanardi viene abbandonata e i quattro aprono una nuova società, con sede legale a Roma, pronti forse per nuove truffe. Le indagini coordinate dalla Pm Gabriella Tavano hanno portato a identificare anche i due titolari, un 47enne di Mogliano Veneto e un 41enne di Napoli, oltre a un magazziniere 33enne.

L’accusa è associazione a delinquere finalizzata a truffa e ricettazione. La dolce refurtiva molto probabilmente è stata spedita in blocco all’estero ma anche se venisse rintracciata la Ferrero non è intenzionata a recuperarla: gli standard di qualità che l’azienda si auto-impone potrebbero non essere stati rispettati e aver pregiudicato il prodotto. Quindi nel caso i carabinieri la ritrovassero, sarebbero costretti a distruggerla, come da prassi, in un inceneritore: un’operazione davvero amara, questa sì.

Rivolta in carcere a Trento: un agente ferito e sei intossicati

Un’accesa protesta dei detenuti si è scatenata ieri nel carcere di Spini di Gardolo a Trento dopo il suicidio di un detenuto nella notte tra venerdì e sabato. Secondo il commissario del governo di Trento, Sandro Lombardi, i detenuti si sono barricati nelle celle e nei corridoi dando fuoco a delle suppellettili. Sul posto sono intervenute le forze dell’ordine con vigili del fuoco e sanitari del 118. Dopo la conclusione della protesta, una delegazione di detenuti ha accettato di incontrare la direttrice della Casa circondariale, il questore e commissario del governo di Trento lamentando problemi relativi ai servizi sanitari e alla richiesta di permessi. Dura denuncia di Donato Capece, segretario del Sappe (Sindacato autonomo polizia penitenziaria) che parla di “un picco di violenze e devastazioni” e “momenti di vera follia e altissima tensione – sostiene Capece – con il carcere devastato e un centinaio di detenuti in rivolta”. Secondo Capece, un agente è rimasto ferito e sei sono intossicati. “Avrebbe potuto sfociare in una evasione di massa – dice ancora il segretario del Sappe – se non fosse stata la grande professionalità dei poliziotti penitenziari a contenere, per quanto possibile, la critica situazione”.

Biagi sotto l’albero, ecco il regalo di Rai3

Rai 3 dedica a Enzo Biagi un programma curato e presentato da Loris Mazzetti che propone al pubblico le più importanti trasmissioni del giornalista realizzate in oltre quarant’anni di carriera. Il primo appuntamento in sei puntate è con Cara Italia del 1998. Biagi volle dedicare Cara Italia ai problemi grandi e piccoli che il Paese avrebbe dovuto affrontare alla vigilia del nuovo millennio, raccontati attraverso confessioni, memorie, interviste a personaggi famosi o semplici protagonisti della cronaca quotidiana.

La prima puntata, in onda domani alle 15:15 su Rai3, è Napoli, panoramica su luci e ombre della capitale del Sud attraverso le parole del cardinale Michele Giordano, di Antonio Bassolino, degli scrittori Michele Prisco e Raffaele La Capria, del giornalista Antonio Ghirelli, di Edoardo Bennato, del maestro elementare Cesare Moreno, di Mirella Baracco, presidente Associazione “Napoli 99”, di Carmela Marzano accusata di aver preso il posto del marito Luigi Giuliano, allora capo indiscusso della camorra, condannato all’ergastolo, del regista e compositore Roberto De Simone e delle donne dei Bassi di Napoli con contributi di Alberto Sordi, Umberto Eco, Francesco Guccini, Franco Battiato e Franco Zeffirelli sul carattere degli italiani.

Seconda puntata (25 dicembre) I Santi e i poeti, in cui Biagi visita i luoghi di culto e della tradizione religiosa italiana.

Terza puntata (26 dicembre), Sud: passione e dolori, inchiesta su mafia e ’ndrangheta con interventi di Andrea Camilleri, del vescovo di Locri Giancarlo Bregantini, di Gian Carlo Caselli e Franco Battiato.

Quarto appuntamento (27 dicembre), Emilia Romagna e Toscana: Avanti Popolo, con Pupi Avati, Sergio Zavoli, Romano Prodi, Luciano Pavarotti, Francesco Guccini, Franco Zeffirelli, Sandra Bonsanti e Andrea Degortes detto Aceto, vincitore per 14 volte del Palio di Siena.

Quinta puntata (31.12), Nord Est, la buona terra, con Giovanni Rana, Renzo Rosso, Mario Rigoni Stern, Claudio Magris, Massimo Cacciari e Arrigo Cipriani.

sesto e ultimo appuntamento, Tre capitali: Milano, Torino, Roma, in onda il primo gennaio, con interventi di Carlo Castellaneta scrittore, Carlo Maria Martini; Giorgio Gaber, Umberto Eco, Giorgio Bocca, Gianni Agnelli; Lorenzo Mondo, Sabrina Ferilli; Vincenzo Cerami, Pietro Garinei e Alberto Sordi.

Il 25 febbraio la seconda parte con Giro del mondo (2001) dove Biagi incontra importanti scrittori: Sepulveda, Le Carré, Günter Grass, Wilbur Smith, Crichton, e altri ancora. Poi la terza parte con le sue grandi interviste.

“Rivogliono i soldi dai militari malati di tumore per l’uranio”

L’ennesimo colpo di scena nell’infinita tragedia dell’uranio impoverito è un drappello di carabinieri che il 21 dicembre si presenta a casa di un caporalmaggiore malato di linfoma non Hodgkin. È un uomo di 40 anni che vive in Toscana e nel 1999 aveva prestato servizio in Bosnia. Congedato per malattia, è stato risarcito con 280 mila euro sulla base di una sentenza del Tribunale civile di Roma del 2012; poi la Cassazione ha stabilito che la materia è di competenza del Tar e quindi il giudizio è ancora in corso davanti ai giudici amministrativi.

I carabinieri gli hanno notificato un atto di messa in mora a firma del generale di brigata Rolando Sganga, comandante della Brigata paracadutisti Folgore di stanza a Livorno a cui apparteneva prima del congedo. Si fa riferimento alle conclusioni di un’inchiesta amministrativa secondo le quali “non sembrano ravvisarsi comportamenti dolosi e gravemente colposi” a carico dei comandanti, “non si ravvisano elementi di lassismo, indolenza e sprezzante disinteresse per le regole” e “anzi è emerso che i primi provvedimenti cautelativi relativi alla pericolosità dell’uranio impoverito adottati per i teatri dell’area balcanica sono stati emanati nei primi mesi dell’anno 2000”. Per lui vuol dire ben poco visto che in Bosnia c’era stato dal 13 maggio al 30 agosto 1999.

“Io mi sono sentito male, non dormo più, sono andato anche a farmi visitare – dice con un filo di voce il caporalmaggiore –. È un incubo, ho paura, si rende conto? Siamo anche sotto Natale… Sono vent’anni – racconta il militare – che ho perso la mia vita, nulla è più come prima, vado avanti solo grazie a mia moglie e alle mie due figlie. Ho parlato con il generale, mi ha detto che non devo preoccuparmi, ma io dovrò tutelarmi”.

“Siamo all’apoteosi dell’assurdo, questo è un attacco di certi settori delle gerarchie militari al ministro Elisabetta Trenta che si sta occupando delle vittime dell’uranio impoverito”, protesta Domenico Leggiero, ex maresciallo dell’Aviazione dell’esercito, da 20 anni animatore dell’Osservatorio militare che tutela i soldati, già consulente di varie commissioni parlamentari, compresa l’ultima, presieduta da Gian Piero Scanu (Pd), che al termine della scorsa legislatura ha presentato conclusioni durissime contro i vertici militari accusati di non aver protetto i soldati. Secondo l’Osservatorio, nel tempo si sono ammalati 7.500 militari, il conto dei decessi è arrivato a 364.

Leggiero e la ministra Trenta si sono sentiti venerdì scorso, la ministra ha parlato anche con il generale Sganga che però, contattato dal Fatto Quotidiano, ha preferito non parlare e lasciare la faccenda al ministero. Secondo lo staff della Trenta, “la messa in mora non è rivolta al militare ammalato, gli è stata notificata solo per conoscenza. È indirizzata agli ex comandanti a carico dei quali potrebbero emergere responsabilità, serve a interrompere la prescrizione in vista di un’eventuale azione di rivalsa da parte dell’amministrazione”, che ha già pagato i danni al caporalmaggiore. Servirebbe, insomma, solo a interrompere la prescrizione.

“Per il momento è stata notificata al mio assistito – puntualizza l’avvocato Angelo Fiore Tartaglia, legale dell’Osservatorio militare che assiste, tra gli altri, il caporalmaggiore in questione –. Cosa vuol dire? Che il danno l’ha provocato lui perché non si è protetto? Vogliamo vederci chiaro, chiederò innanzitutto gli atti della commissione d’inchiesta che, contrariamente a quanto si legge in questa diffida e messa in mora, non sono mai stati notificati al mio assistito”.

Peraltro, osserva ancora l’avvocato Fiore Tartaglia, se si tratta di un’azione di rivalsa “riguarda solo l’amministrazione, il mio assistito non c’entra”, cioè non era necessario notificare l’atto a lui che non avrebbe interesse a partecipare a quell’eventuale giudizio. Non si ha notizia, a oggi, di altri militari destinatari di atti simili. Potenzialmente gli interessati sono centinaia, l’Osservatorio riferisce di 45 sentenze passate in giudicato e almeno 200 cause pendenti.