Risparmi per 1,6 miliardi di euro in tre anni dal 2019 al 2021 nella gestione dei centri di accoglienza per migranti e richiedenti asilo sono contenuti nel maxi-emendamento alla manovra. Al comma 435 del provvedimento si legge che il ministero dell’Interno, “in conseguenza della contrazione del fenomeno migratorio”, pone in essere “processi di revisione e contrazione della spesa” per la gestione dei centri, “nonché per la riduzione del costo giornaliero per l’accoglienza dei migranti”. Come è noto, Salvini ha limitato l’accoglienza nei centri Sprar ai soli stranieri che hanno già ottenuto l’asilo o la protezione internazionale, escludendo i titolari della protezione umanitaria che nel frattempo è stata abolita. Le nuove linee guida del Viminale per i bandi mirano a ridurre da 35 a 20 euro la spesa giornaliera pro capite: man mano che scadranno le vecchie convenzioni, sempre che i bandi non vadano deserti, i centri non potranno più assicurare corsi di italiano, formazione professionale e assistenza sanitaria come prima. L’ammontare dei risparmi, a partire dal 2,8 milioni spesi nel 2017, è stimato in 400 milioni di euro per il 2019, in 550 milioni per il 2020 e in 650 a decorrere dal 2021.
Soccorsi in 313 nel mare gelido. Li accoglie Madrid
Niente Re Magi. Quest’anno il bambino è arrivato dal mare della Libia: Sam era nato poche ore prima su una spiaggia. Giusto il tempo di proteggerlo con una coperta e imbarcarlo su un gommone per raggiungere l’Europa, poi è stato soccorso dalla nave della Ong spagnola Open Arms. Ma, invece di oro, incenso e mirra, Sam ha trovato a malapena un porto dove essere accolto. Mentre i suoi 311 compagni di viaggio vagano per il Mediterraneo e l’Europa gli sbatte le porte in faccia. Solo la Spagna, dopo lunghe trattative, gli ha concesso un approdo ad Algeciras, in Andalusia. La traversata è più lunga: 800 miglia contro 200 per arrivare in Sicilia.
“I porti italiani sono chiusi! Per i trafficanti di esseri umani e per chi li aiuta. La pacchia è finita”, parole di Matteo Salvini. “Chi aiuta i trafficanti” non sono altro che i volontari della ong catalana Proactiva Open Arms. E la “pacchia” sono 313 persone sopravvissute alla traversata tra Libia e Italia e adesso sono stipate sulla nave della ong. Speravano, a pochi giorni dal Natale, di essere accolti in Europa.
Racconta Riccardo Gatti, capo missione di Open Arms: “Venerdì abbiamo ricevuto un sos da un gommone che si trovava in acque internazionali, a 47 miglia dalle coste libiche. Siamo accorsi e abbiamo portato in salvo 111 persone. Accanto a noi, in contatto radio, c’era una motovedetta libica”. Ma appena imbarcati i naufraghi hanno raccontato di altri due gommoni alla deriva. Le condizioni del mare erano discrete, ma l’acqua in questa stagione è gelata: in pochi minuti sei assiderato. E su quei gommoni c’erano bambini piccoli e tante donne. “Così – prosegue Gatti – ci siamo messi alla ricerca delle altre imbarcazioni. Ne abbiamo trovato un’altra con 106 persone”. A questo punto la motovedetta libica ha fatto perdere le proprie tracce. Finché per fortuna alle nove di sera ecco che nel buio si scorgono delle luci, forse i lampi di torce o di telefonini. È il terzo gommone con altre 85 persone. “A quel punto”, racconta Open Arms, “Abbiamo compiuto tutti i passi previsti. Abbiamo contattato le autorità libiche, ma ci hanno risposto inviandoci l’indirizzo mail della Guardia Costiera italiana. Poi è toccato a Italia, Malta, Francia, Spagna e perfino Grecia. Nessuno ha concesso i propri porti. Soltanto Malta ha mandato un elicottero per prelevare la madre (23 anni) e Sam”. Ormai la sua temperatura era scesa a 34 gradi, rischiava di morire. Gli altri no, restano a bordo. Uomini e donne di mille provenienze: Siria e Palestina, ma anche tanti paesi africani. Niente da fare, non vengono forniti nemmeno cibo e coperte.
Com’è la situazione a bordo? “Stabile – riferisce Gatti –. Ma abbiamo ancora 311 persone con cibo sufficiente per una manciata di giorni. Dalla Spagna sta arrivando la nostra nave Astral per portarci viveri e assistenza”.
Dall’Italia piuttosto arrivano i tweet del ministro Salvini: “La nave Open Arms ha chiesto un porto italiano per farli sbarcare. La mia risposta è chiara: i porti italiani sono chiusi! Per i trafficanti di esseri umani e per chi li aiuta la pacchia è finita”. I dati della ong Proactiva Open Arms non sono esattamente quelli di un’associazione di trafficanti: 3,5 milioni di bilancio l’anno, il 90% provenienti dalle donazioni di 51 mila persone. Il 95% del denaro viene speso per la missione nel Mediterraneo.
Twitta anche il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli: “Sul caso #OpenArms l’Italia non ha coordinato i soccorsi in acque Sar libiche, esattamente come non lo hanno fatto Francia, Spagna o altri. Allora cosa vuole fare la Ue? Serve una risposta dell’intera Europa all’emergenza #migranti”.
Intanto 311 persone restano in mare, appese alle speranze che arrivano dalla Spagna. Oscar Camps, fondatore della ong, punta il dito sul vicepremier leghista: “Matteo Salvini, la tua retorica e il tuo messaggio, come tutto in questa vita finirà. Però sappi che tra qualche decennio i tuoi discendenti si vergogneranno di ciò che fai e che dici. Con 311 persone a bordo, Open Arms non ha porto di attracco e Malta nega anche l’approvvigionamento”.
“Chiudere i porti a Natale è un sacrilegio”, sostiene padre Alex Zanotelli. Nicola Fratoianni (Leu) è amaro: “Questo governo è il campione della guerra alla solidarietà. Stanno trascinando l’Italia e gli italiani nel disonore”.
Eppure gli sbarchi in Italia ormai non sembrano più un’emergenza: in tutto il 2018 (dati del ministero dell’Interno) sono arrivate 23.187 persone, la maggior parte già passate in altri paesi europei. Soprattutto Francia e Germania. A dicembre gli immigrati accolti sono stati appena 176.
In compenso, secondo l’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni associata all’Onu, in dodici mesi nel Mediterraneo sono morte duemila persone.
Eni e quei documenti segreti dei pm contro il consigliere scomodo
L’intrigo che nel luglio del 2016 coinvolge l’Eni e la magistratura è una vera spy story. Sulla quale non soltanto la Procura di Milano, che già indaga sulla vicenda, ma anche il governo dovrebbe far luce il prima possibile. Il Fatto è in grado di rivelare un episodio determinante nella ricostruzione di questo intrigo che ha visto – secondo la ricostruzione della Procura di Milano – l’ufficio legale Eni e un pm della Procura di Siracusa ordire un vero e proprio depistaggio per indebolire il processo milanese sulla maxi-tangente pagata da Eni per il giacimento Opl 245 in Nigeria. Una fonte rivela al Fatto che l’Eni era in possesso di documenti dell’inchiesta di Siracusa, che non avrebbe dovuto avere. Ma è necessario riepilogare. Il pm Giancarlo Longo, che ha già patteggiato una pena di 5 anni, è accusato di aver confezionato a Siracusa un’inchiesta farlocca, insieme con l’avvocato Piero Amara (ex legale di Eni) e il suo socio Giuseppe Calafiore, per condizionare il fascicolo milanese sulla tangente nigeriana, poi sfociato in un processo che vede l’ad di Eni, Claudio Descalzi, accusato di corruzione internazionale. L’inchiesta farlocca ipotizzava un complotto ordito ai danni di Descalzi – rivelatosi inesistente – e Il Fatto ne dà notizia già nel 2016 evidenziando, sin dal primo articolo, la seria probabilità che si trattasse di un depistaggio.
Due anni dopo, l’ipotesi del Fatto viene confermata dalla Procura di Milano, con il procuratore aggiunto Laura Pedio, che indaga Massimo Mantovani, all’epoca manager dell’ufficio legale Eni, sostenendo che abbia partecipato al depistaggio ordito con la falsa inchiesta di Siracusa. L’inchiesta di Siracusa produce però due conseguenze concrete: il pm Longo iscrive nel registro degli indagati, accusandoli di diffamazione nei confronti dell’Eni, due consiglieri indipendenti dell’ente petrolifero – Katrina Litvak e Luigi Zingales – che, proprio per la loro indipendenza, come dimostrato da ulteriori atti d’indagine, risultavano poco graditi all’interno di Eni. Zingales aveva già lasciato il cda Eni. Litvak invece andrà via, salvo poi rientrare, proprio a causa di quell’accusa e della sua divulgazione.
Il falso complotto contro Descalzi, stando agli atti d’indagine di Milano, era in realtà un complotto contro Zingales e Litvak. Dice Litvak alla Procura di Milano: “Il 14 luglio 2016 fui raggiunta a Londra da una telefonata con la quale Alessandro Lorenzi (membro del comitato di controllo interno di Eni, ndr) mi avvisava che la vicenda Siracusa era andata avanti… che… all’Ufficio legale dell’Eni era pervenuta una copia dell’informazione di garanzia notificata a Umberto Vergine (manager Eni, anch’egli indagato a Siracusa e poi archiviato, ndr) e nella quale era contestato un reato che coinvolgeva anche me e Zingales. Aggiunse che sarebbe stato pubblicato un articolo di stampa nel quale mi avrebbero indicata come responsabile di un complotto contro l’azienda e l’ad insieme a Vergine e Zingales, articolo poi effettivamente pubblicato sul Fatto Quotidiano dal giornalista Massari il 22 luglio… Lorenzi non mi disse come era venuto a conoscenza della prossima pubblicazione dell’articolo. Mi disse che mi chiamava a nome della presidente che in quel momento era in Cina”. Il Fatto, che non ebbe la notizia da Eni, ha chiesto all’ente petrolifero di spiegare come poteva ipotizzare la pubblicazione di un articolo e su quali basi: “Il 14 luglio 2016 – risponde Eni attraverso il suo portavoce –, Umberto Vergine informò la società di aver ricevuto notifica formale di un avviso di garanzia da parte della Procura di Siracusa per l’indagine sull’asserito complotto. Dall’atto notificato a Umberto Vergine si evinceva che analogamente la Procura stava procedendo nei confronti di Zingales e Litvack. Sulla base di questi fatti, la presidente Marcegaglia, trovandosi in Cina e occupata da una serie importante di impegni, chiese a Lorenzi di informare la Litvack. Questo perché, già in precedenza (a maggio), un’agenzia di stampa aveva pubblicato i dettagli della presunta vicenda, descrivendo anche il presunto ruolo di Litvack all’interno di questa. Era normale aspettarsi che, alla luce degli avvisi di garanzia, qualche testata se ne sarebbe occupata”. Ma Eni – chiediamo – era in possesso anche degli avvisi di garanzia di Litvack e Zingales? “No”, rispondono da Eni, “erano però menzionati in quello di Vergine”. Il Fatto invece scrisse proprio dopo aver letto una copia dell’avviso di garanzia indirizzato a Zingales. Documento che in quel momento – si scoprirà – non era in possesso dell’indagato.
Abbiamo chiesto alla nostra fonte di liberarci dal vincolo della riservatezza e rivelare il suo nome: ha accettato. Il suo nome è Vincenzo Armanna, ex manager Eni sotto processo a Milano per corruzione internazionale insieme con Descalzi, nonché testimone nell’inchiesta di Siracusa e conoscente (“non lo frequento più da anni”, tiene a precisare) di Piero Amara, altro legale Eni indagato per il depistaggio in questione. Nel luglio 2016, quando circola la notizia che Zingales e Litvak potrebbero essere indagati, lo contattiamo per capire se ne sappia qualcosa. Il 20 luglio ci inoltra una copia dei loro avvisi di garanzia. Il Fatto chiama gli indagati e i loro avvocati e scopre che loro in mano non hanno nulla. Come può, Armanna, avere invece copia del documento che li riguarda? “Quando Il Fatto mi contattò – è la spiegazione – provai a chiedere a un mio conoscente in Eni che aveva contatti con il loro ufficio legale. Fu lui a passarmi gli atti che poi vi ho inoltrato”. Eni smentisce di aver mai avuto quei documenti. Ricontattiamo Armanna: lui conferma. Non sappiamo chi dei due stia dicendo la verità. Ma una copia di quel documento, il 20 luglio, poteva essere in due soli luoghi: nella Procura di Siracusa e nelle mani degli indagati. Poiché non era nella disponibilità di Zingales, poteva arrivare da un solo luogo: la Procura di Siracusa che, come sappiamo, è accusata di aver ordito il depistaggio. Finisce poi invece nelle mani di Armanna. Che lo consegna al Fatto e al giornalista del Sole 24 Ore Claudio Gatti (l’autore lo rivela nel libro Enigate edito da PaperFirst pochi mesi fa). Ma come arriva ad Armanna? I casi sono due: o dall’Eni, come sostiene; o da ambienti legati alla Procura di Siracusa. In entrambi i casi, uno scenario inquietante.
Cagliari, i 5 Stelle riammessi alle Suppletive
Si terranno il 20 gennaio le elezioni suppletive per assegnare il collegio uninominale di Cagliari dopo le dimissioni del deputato M5S, il velista Andrea Mura. E anche i grillini potranno partecipare alla corsa. Lo ha deciso ieri la Corte di Cassazione che ha riammesso la candidatura di Luca Caschili, esponente del Movimento che l’altroieri era stato escluso per questioni procedurali: il contrassegno non era stato depositato in tempo alla cancelleria della Corte d’appello di Cagliari.
La Corte, in pratica, riconosce valide le motivazioni contenute nel ricorso presentato dal candidato governatore Francesco Desogus e dal consigliere comunale di Cagliari Pino Calledda: “Avendo il Movimento 5 Stelle già partecipato all’elezione per la Camera dei deputati, svoltasi il 4 marzo 2018, non risultava necessario il rinnovato deposito del contrassegno”, è scritto nella decisione della Cassazione.
Sarà dunque una corsa a quattro. Oltre a Caschili, gli altri tre in gara sono la psicoterapeuta Daniela Noli (centrodestra), il giornalista Andrea Frailis (centrosinistra) ed Enrico Balletto (CasaPound).
Di Maio e quella fotografia del 2017 con un condannato per droga
Luigi Di Maio non è fortunato coi selfie insieme ai sostenitori. Nel 2016 si fece ritrarre a fianco del fratello dell’ex boss dei rifiuti Gaetano Vassallo, l’anno dopo con il nipote dell’ex boss di Mondragone Augusto La Torre e fioccarono polemiche. Quella a lato è una foto del giugno 2017. Il futuro vicepremier si trova a Misano Adriatico (Rimini) a una gara automobilistica GT3, e il signore a sinistra è Umberto Belmonte. Al momento dello scatto Belmonte ha patteggiato tre anni dopo essere stato arrestato nel 2011 dalla Dda di Salerno per traffico internazionale di droga. L’uomo non è lì per caso: lavora con il figlio, Marco Belmonte, che ha un’azienda specializzata in allestimenti per gare di auto. Marco Belmonte, estraneo alle inchieste sul padre, è in felpa rossa ed è un’attivista del M5S, Di Maio è lì per lui: nel 2014 si è candidato alle Comunali di Altavilla Silentina (Sa), prese solo 40 voti. “Ma da un po’ mi sono disimpegnato – dice al Fatto – e mio padre non ha mai partecipato a iniziative M5S. Dispiace che ricordiate vicende che sto cercando con fatica di dimenticare”. Dallo staff di Di Maio nessun commento.
Ora in Sardegna la Lega rischia: Solinas perde pezzi
C’erano praticamente tutti i candidati governatori della Sardegna, al primo confronto pubblico organizzato a Cagliari due giorni fa in vista delle regionali di febbraio. Con un’assenza pesante però: quella di Christian Solinas, impegnato a Roma per il voto sulla legge di Bilancio. Il senatore del Partito Sardo d’Azione – nonché delfino di Matteo Salvini nell’isola – più che il candidato unitario del centrodestra sembra ormai il candidato “fantasma” dell’alleanza che in Sardegna comprende anche Forza Italia e Fratelli d’Italia. Con la macchina elettorale ormai in pieno movimento, infatti, lui sembra quasi sottrarsi agli impegni sul territorio che gli imporrebbe l’investitura formale ottenuta nella convention di novembre a Barumini. Perché?
La scelta unitaria di Solinas, a quanto si apprende, sta vacillando pesantemente a causa degli attacchi di una parte di Forza Italia e della stessa Lega, con accuse che si fondano sull’ipotesi di contiguità massoniche e “riciclaggio” della vecchia politica.
I dubbi sono venuti a galla prima con la candidatura dell’ outsider Ines Pisano, magistrata del Tar del Lazio, originaria di Bosa , che ha sciolto le riserve scendendo in campo forte di un seguito compatto sul web.
Poi è arrivato il fuoco di fila dei “dissidenti” di Forza Italia: nomi di calibro come quelli del deputato Pietro Pittalis, dell’eurodeputato Salvatore Cicu e della consigliera regionale Alessandra Zedda, tutti concordi nel dire che l’ultima parola spetta al Tavolo nazionale del centrodestra, che oltre al via libera di Salvini prevede quello di Berlusconi e Meloni. A Roma sarebbe in atto in queste ore una delicata verifica soprattutto su alcune “criticità” che vanno dal reclutamento dei quadri fino alle scelte di vertice. Un dossier corposo, in mano ai dirigenti della Lega già da quest’estate, che rischia di creare non pochi imbarazzi a Salvini ed alleati. Intorno al nome di Solinas si sarebbero via via coagulati interessi trasversali di gruppi locali, esponenti della vecchia politica e detentori di grandi pacchetti di voti, ma non solo.
Fra le fila dei sostenitori della Lega e del Psd’Az in Sardegna si conterebbero diversi esponenti della massoneria, alcuni in ruoli di primissimo piano. C’è il caso, ad esempio, del vice coordinatore della Lega Sardegna, Giovanni Nurra, iscritto fino all’aprile del 2013 alla loggia “Amor et labor” di Sassari, poi espulso dalla fratellanza locale a seguito di una vicenda di veleni finita in Tribunale. Ma la questione riguarderebbe anche il partito fondato da Emilio Lussu: a denunciare il clima di contiguità sarebbe stavolta un documento, fatto pervenire direttamente nelle mani di Salvini da parte di alcuni attivisti locali, in cui si denuncia “il deterioramento che ha colpito il Psd’az nell’ultimo periodo” con uno stile di reclutamento spregiudicato che “raccoglie personaggi di ogni tipo senza alcuna selezione”. Un problema di non poco conto per la Lega, che all’articolo 29 del suo Statuto vieta l’iscrizione a qualsiasi tipo di loggia considerandolo addirittura motivo di esclusione da candidature ad incarichi di governo.
Abruzzo nei guai: la minaccia forzista di un Nazareno bis
Ancora nessuna convocazione. Nonostante l’imminente scadenza del termine per la presentazione delle liste, il prossimo 12 gennaio, non c’è ancora traccia del tavolo che dovrebbe ufficializzare il nome del candidato governatore in Abruzzo per la coalizione di centrodestra. Che pure i sondaggi danno per favorito. Le parole del presidente di Forza Italia Silvio Berlusconi con la sua benedizione a Marco Marsilio di Fratelli d’Italia, se possibile, hanno alimentato i malumori, anziché placarli: “Non c’è ancora la decisione definitiva, ma ritengo che Marsilio abbia più degli altri candidati le caratteristiche migliori, per competenza, prestigio ed esperienza” ha detto l’ex Cavaliere. Tentando di mettere a tacere i malpancisti forzisti che proprio non sembravano volerne sapere.
Il coordinatore regionale del partito, Nazario Pagano, che pure era parso indispettito dall’annuncio di Marsilio di voler comunicare le sue dimissioni immediate dal Senato per potersi dedicare alla competizione elettorale abruzzese prima ancora che sia stata sciolta la riserva sul suo nome, sembra essersi adeguato dopo l’uscita di Berlusconi. Le cui parole però hanno dato la stura anche alle indiscrezioni e all’ipotesi che più di tutte fa paura. Ossia che alcuni esponenti di peso del partito possano addirittura traslocare armi e bagagli (e soprattutto pacchetti di voti) dalle parti del campo largo, aperto a progressisti e liberali, che sta cercando di coagulare il candidato di centrosinistra, Giovanni Legnini. Che lavora a una costellazione di liste per drenare più voti possibile in questa campagna elettorale difficile, oltre che molto costosa. “Non vi sarà più un partito e satelliti di quel partito” ha detto incontrando centinaia di sindaci, rappresentanti delle professioni, delle imprese, della scuola. “Possono venire tutti, basta che si riconoscano in questa alleanza democratica e nei valori della Costituzione”. Una proposta che potrebbe tentare più d’uno. Fabrizio Di Stefano già da mesi, subodorata l’intenzione di Forza Italia di non spendersi per la sua candidatura a governatore, ha ben pensato di mettersi in cammino autonomamente alla guida di una serie di liste civiche. A chi gli ha chiesto se le porterebbe in dono a Legnini ha risposto sibillino. “La discesa in campo di Legnini alza l’asticella della qualità politica. Lo stimo ma ha un percorso politico molto lontano dal mio. È evidente che io non dovrei starci, però dico anche che chi sostiene che non dovrei appoggiarlo dovrebbe, forse, pensare anche al fatto che la stessa coerenza dovrebbe portarmi, quindi, a non convergere sul centrodestra”. Più che l’annuncio di un cambio di campo, forse l’estremo tentativo di sbarrare la strada a Marsilio. Su cui il sempre esuberante Matteo Salvini della Lega non ha ancora pronunciato mezza parola. “Il tempo è scaduto” dicono quanto sono ben consapevoli che, al netto delle prese di posizione tattiche, qualcosa nella coalizione scricchioli pesantemente. E che la candidata del Movimento 5 Stelle, Sara Marcozzi, possa seriamente potersene avvantaggiare.
Senti chi parla: Bisignani e le lobby
Negli elenchi degli iscritti alla P2 ritrovati a Castiglion Fibocchi, la sua tessera era la numero 1689. Qualifica: reclutatore. E anche se lui ha sempre negato di essere stato massone, si può dire che Luigi Bisignani, di fare il “faccendiere”, da allora non ha praticamente mai smesso. È stato coinvolto nel processo Enimont, lo hanno arrestato nell’inchiesta sulla P4, il suo nome è comparso nella carte di Why Not, l’hanno sentito perfino al processo sulla trattativa Stato-mafia, non ha mancato di comparire nell’inchiesta sullo stadio della Roma. Eppure, almeno fino a oggi, c’è una “lobby” di cui Luigi Bisignani non fa parte: quella gay (semmai esiste). Così, nel dubbio, si diletta a darne conto su Libero. E ci spiega che “comanda ovunque”: e se lo dice lui, c’è da prenderlo in parola. Perché, sostiene Bisignani, non c’è solo il potente portavoce del premier, Rocco Casalino. Si muovono “forti e compatti come guerrieri Maori” anche “nell’industria, nelle istituzioni pubbliche, nelle aziende private”, fino “alla televisione e alla Rai” e poi “ministri e parlamentari insospettabili” che si incontrano “su Grindr”, il social network specializzato in appuntamenti omosex. “Il mondo ormai è loro”, sentenzia Bisignani: se ne farà una ragione?
“Pd e M5S esploderanno: poi si rifà la sinistra”
Roberto Speranza, ecco che si riparla di congressi e liste unitarie. Cosa si muove a sinistra?
Evitiamo di partire dai vertici, dai leader o dalle sigle: bisogna ricostruire tutto. Abbiamo smesso di difendere la nostra gente, di ascoltarne il bisogno di protezione. Abbiamo smesso di criticare il mercato. Bisogna ricostruire un pensiero. Altrimenti si va dietro alle battute di questo o quel leader: è folklore puro.
Soprattutto alle battute di D’Alema. Col massimo rispetto, possibile che a rifare la sinistra siano Bersani, D’Alema o Cuperlo?
Anche chi ha avuto ruoli di vertice in quest’ultimo e penultimo ciclo della sinistra è consapevole che ora tocca a un’altra generazione. Ma senza un pensiero innovativo, radicale, non si fa strada.
Speranza rottama?
Non è una questione di figurine. La stupidità della rottamazione è nell’idea di cacciare le persone conservando il peggio del pensiero politico.
Parla di pensiero nuovo ma cita il socialismo.
Io penso che sia la parola del futuro, non del passato. Socialismo significa lotta contro le diseguaglianze, lavoro, un nuovo ruolo dello Stato. Meglio ancora eco-socialismo: economia circolare e sostenibilità ambientale.
Avete lanciato “Ricostruzione”, una nuova cosa “rossoverde”.
Si è parlato tanto del convegno di Italianieuropei con D’Alema, Bersani, Cuperlo e gli altri, a cui ho partecipato anche io. E poco della nostra assemblea che è stata bellissima, con tanti volti nuovi e molte energie in movimento.
In movimento verso il Pd post renziano?
Premessa: il nemico è la destra. Non è il Pd, né i 5Stelle.
Però?
Penso che il Pd sia superato. È figlio di una stagione che non c’è più: quella del bipolarismo. E quella in cui la sinistra era subalterna al capitalismo. Il Pd ha esaurito la sua funzione storica.
E quindi che succede?
Nel Pd convivono due anime. Ce n’è una liberaldemocratica alla Macron, o alla Ciudadanos. Penso sia legittimo che faccia il suo percorso.
Sta dicendo che Renzi se ne deve andare…
Sto dicendo che penso sia naturale che le due anime del Pd dividano le proprie strade. Io sono socialista e voglio lavorare a una forza larga della sinistra con tutti quelli che condividono questo pensiero. Per costruire un’alternativa bisogna scomporre i blocchi politici che ci sono oggi.
L’altro blocco è il M5S.
Nel Movimento ci sono spinte molto diverse tra loro. Penso che la faglia sinistra/destra sia destinata a venire fuori. Dobbiamo sfidarli e far emergere questa dinamica. È stato un errore clamoroso, gravissimo aver favorito la saldatura tra Lega e M5S: il Pd li ha messi al servizio di Salvini.
Il dibattito del congresso Pd pare tutto qui: M5S sì o no.
Da Martina e Zingaretti mi aspetterei un po’ di coraggio. Se la linea sui Cinque Stelle è la stessa di Renzi, tanto valeva rimanesse lui. È chiaro che il M5S è sempre più compromesso dal rapporto con la Lega: parlavano di onestà e fanno i condoni, votano contro l’articolo 18, cambiano idea pure sugli F-35. Ma là c’è tanta della nostra gente.
Ora riconosce che è stato un errore andare via dal Pd?
In quel partito non c’erano più le condizioni per difendere le proprie idee.
Oggi lo rifarebbe?
Mi sono dimesso da capogruppo, ho rinunciato a poltrone. Rivendico tutto.
LeU è stata un disastro.
È stata un cartello elettorale. Non si può più immaginare che i leader e le liste siano scelti con patti tra apparati invece che per legittimazione popolare. Non deve più succedere. C’è tanta sinistra fuori dal Parlamento.
Appunto, fuori. Questa gente i partiti non li può più vedere. Come la recuperate?
Con umiltà. Con un vero percorso democratico dal basso: apriamo le porte e nessuno si mette a capotavola.
Torniamo al via: sui giornali ci va D’Alema.
Sono anche i media che vanno sempre sulle stesse figure.
Loro non si sottraggono.
Forse, non lo so. Ma ripeto: serve un pensiero nuovo, oltre a nuovi protagonisti. Altrimenti è inutile.
Aperitivi, sms e sorrisi. Lo scoiattolo è al Senato
Lo scoiattolo è quasi tutto di plastica, ma ha anche brandelli di carne. Perché è vero, l’operazione lanciata da Silvio Berlusconi per reclutare grillini incerti è innanzitutto un’offensiva di facciata, una sciarada per sfamare telecamere e retroscenisti. Necessaria a chi l’ha lanciata – il Caimano che deve dare segni di esistenza in vita (politica) – ma in fondo utile pure a chi la subisce, al Luigi Di Maio a cui indicare l’antico nemico serve sempre. Però, dietro annunci e luci di scena, c’è anche del concreto nell’operazione scoiattolo, per rosicchiare qualche eletto al Movimento. Perché i parlamentari di Silvio ci provano, ad avvicinare i 5Stelle. E nei racconti che filtrano siamo a metà tra i film dei Vanzina e le trame da condominio. “Caro collega, so che tuo padre era di destra, vorrei conoscerti meglio”, hanno scritto qualche giorno fa a un deputato. E lui lo ha mostrato subito ai piani alti, come hanno fatto altri. Perché di sms e messaggi su WhatsApp ne sono piovuti, eccome. “Arrivano inviti ad aperitivi, messaggi dritti di solito non ne mandano”, spiegano dal Movimento. Ma c’è chi offre più semplicemente un caffè. Un senatore della vecchia guardia a 5Stelle racconta che da qualche tempo riceve inaspettati sorrisi da Mariarosaria Rossi, meglio nota come la “badante” di Silvio B. “È gentilissima”, assicura. E forse è solo un caso, o forse no. Di certo c’è che Berlusconi crede all’operazione, o almeno finge molto bene di crederci. “Controllate le dichiarazioni dei redditi dei grillini”, ha consigliato ai suoi. Ergo, puntate su chi ha meno risorse, e quindi meno voglia di restituire migliaia di euro del suo stipendio (comunque un problema nel M5S, e i diffusi ritardi nei primi pagamenti ne sono lo specchio). Strategie da guerriglia, con gli eletti che devono avvicinare i colleghi di commissione o i grillini che conoscono meglio. Soprattutto a Palazzo Madama, dove la maggioranza ha solo sei voti di margine, e soprattutto quello il ramo del Parlamento con più dissidenti dichiarati (in gran parte però con il cuore molto rosso).
Insomma qualcosa si muove. Tanto che venerdì Di Maio ha emanato l’ordine ai suoi: “Se vi avvicinano da FI registrate tutto, vediamo se c’è materiale per la Procura”. Ovviamente il capo politico lo ha reso noto, soprattutto per intimorire qualcuno dei suoi. “Abbiamo raccolto informazioni importantissime”, ha scandito Di Maio. Ma materiale per una ipotetica denuncia per ora non c’è. C’è invece l’attenzione su qualche uninominale salito all’ultimo minuto sul carro. E in generale sarcasmo, per il Berlusconi “con cui Salvini non tornerà mai” come il capo giura nelle riunioni riservate. Ma se ne parla e se ne sussurra nelle Camere. E c’è chi, a destra, assicura che su questa storia molti forzisti ciurlano nel manico: “Riferiscono a Berlusconi di fare campagna acquisti ma in realtà non fanno proprio nulla, vogliono solo blandirlo”. Scetticismo parente di quello dell’ex 5Stelle Walter Rizzetto, ora in Fratelli d’Italia: “Spesso si cerca di raccontare per fatta una situazione che non è nemmeno iniziata, sono più preoccupato per la fattura elettronica che per i simpaticissimi scoiattoli”. Roditori però poco popolari di questi tempi, tanto che il presidente di Montecitorio Roberto Fico dribbla: “La campagna acquisti di FI? Non mi sto occupando di questo. Però Silvio insiste. E i grillini lo sanno. Al punto che ieri ribaltano il gioco, mostrando in Aula un roditore di pezza alla capogruppo forzista Bernin. Ed è stato situazionismo.