Confermatoil regalo ai big delle frequenze televisive (da Mediaset a Tim e Cairo, ma anche Rai) e aumentato il fondo destinato al cambio dei televisori: sono le misure della manovra che erano state già raccontate dal Fatto Quotidiano e ripresentate nel maxi-emendamento di ieri. Per lo spettro di frequenze da assegnare, anziché organizzare un’asta al rialzo e prevedere condizioni paritarie per monopolisti e debuttanti, viene prevista una “procedura onerosa senza rilanci competitivi”: insomma una gara in cui vince chi – a scatola chiusa – offre di più rispetto a un prezzo di partenza. Inoltre i criteri per assegnare le frequenze premiano anche chi opera già nel mercato: “Garantire continuità del servizio”, “valorizzare le esperienze maturate”, “tenere conto dei contenuti diffusi”. Quindi Rai, Tim, Cairo e, ovviamente, Mediaset. Sale invece a 151 milioni il contributo alle famiglie che, a partire dal prossimo anno e fino al 2022, cambieranno tv o decoder per adeguarsi al nuovo standard DVB-T2 in vista dello switch off del digitale terrestre attualmente in uso, dovuto al trasferimento delle frequenze per il servizio di telefonia mobile 5G. Incentivo simile a quello del passaggio al digitale nel 2012.
Caos sulla norma per gli Ncc: tassisti in rivolta
Il maxi-emendamentopassato ieri all’ora di pranzo aveva scontentato tutti, tassisti e noleggiatori, che da giorni avevano dato vita a un braccio di ferro col governo per rivendicare ciascuno i propri diritti. Poi con lo stralcio della norma sugli Ncc che avevano promesso di “fare come i gilet gialli”, lo scontento è stato solo dei tassisti che in serata hanno bloccato il servizio a Roma, alla stazione Termini e all’aeroporto di Fiumicino, tuonando: “La parola di Salvini e Di Maio vale zero”. In mattinata a prendersela col governo, con tanto di bandiere della Lega e M5S bruciate, erano stati gli Ncc contro l’obbligo di entrata in rimessa dei conducenti dopo ogni servizio (salvo alcune specifiche eccezioni come un contratto con un cliente di almeno 30 giorni), che per molti di loro comporterebbe spostarsi di diverse centinaia di chilometri. In serata, poi, tutto in discussione: “Da un’analisi sul comma 160 bis, il governo ha fatto una valutazione: potrebbe comportare costi aggiuntivi e quindi una scopertura. Per questi motivi il governo ne chiede uno stralcio”, ha annunciato il sottosegretario Massimo Garavaglia prima che fosse annunciata la rimodulazione della norma con un decreto “ad hoc” nella notte.
Nuova destinazione d’uso illimitata per gli immobili venduti. Verdi: ‘Vergogna’
Tra gli emendamenti della manovra c’è un articolo che serve a semplificare e velocizzare la cessione degli immobili pubblici (con i quali lo Stato conta di fare cassa per circa un miliardo all’anno nel prossimo triennio). La norma consentirà a chi acquista immobili statali di cambiarne la destinazione d’uso e compiere interventi edilizi attraverso procedure rapide e meno controllate. “Al fine di favorire la valorizzazione degli immobili pubblici, nonché il rilancio degli investimenti nel settore – si legge – per gli immobili oggetto di tali provvedimenti sono ammissibili anche le destinazioni d’uso e gli interventi edilizi consentiti, per le zone territoriali omogenee all’interno delle quali ricadono, dagli strumenti urbanistici generali e particolareggiati vigenti. Gli interventi edilizi sono assentibili in via diretta”. Significa che sarà più semplice convertire gli edifici dismessi dallo Stato in uffici, strutture ricettive o attività commerciali. Anche nei centri storici. Una misura che dovrebbe rendere più appetibili gli immobili pubblici per gli investitori immobiliari. La criticano fortemente i Verdi con Angelo Bonelli: “M5S e la Lega hanno deciso di sfasciare e vendere alla speculazione edilizia i centri storici delle nostre città. Con questa norma si potrà demolire e ricostruire, con buona pace della conservazione dell’antico tessuto edilizio. Si consentirà ogni cambio destinazione d’uso possibile, infilando ovunque attività commerciali senza alcun limite, con autorizzazioni ‘in via diretta’ ovvero anche con sistemi di autocertificazione”.
Lo strano condono per i più poveri: senza soglia, aiuta chi occulta i redditi
È una norma assai curiosa, l’ultima versione del condono chiesto dalla Lega sulle cartelle esattoriali. La misura, in teoria prevista per i piccoli contribuenti in crisi, è formulata in un modo tale che apre la porta anche a quanti hanno occultato i propri redditi o patrimoni. E potrebbe essere usata anche dal papà di Luigi Di Maio, titolare di 33 cartelle per oltre 170 mila euro. Il Pd già lo chiama “Condono Di Maio”.
Il testo è entrato in manovra per volere di Matteo Salvini dopo che dal decreto fiscale era uscita “l’integrativa”, la possibilità di integrare i redditi pagando solo il 20%. Prevede il “saldo e stralcio” delle cartelle tra il 2000 e il 2017 per chi è “in grave e comprovata situazione di difficoltà economica” calcolata in base all’Indicatore della situazione economica equivalente. Riguarda persone fisiche e ditte individuali. Potranno essere estinti i debiti per omessi versamenti di tasse e contributi Inps pagando il 16% con Isee sotto 8.500 euro, il 20% con Isee fino a 12.500 euro e 35% con Isee oltre i 12.500 euro e fino a 20mila euro. Può accedere anche chi ha aperta una procedura di liquidazione, pagando il 10%. Il dovuto si paga in 5 anni, senza sanzioni e interessi di mora (ma con il 100% dell’aggio) e interessi di rateizzazione pari al 2%.
È un condono, ma più coerente con gli annunci del contratto di governo, limitando il “saldo e stralcio” a chi ha dichiarato ma poi non versato, magari perché in difficoltà (escludendo chi non ha dichiarato, se è stato accertato). Problema: il testo non ha soglie massime per i debiti fiscali da sanare. Così potrà essere usato anche dai finti poveri che hanno redditi nascosti o intestati a prestanome. Per fare un esempio, una persona con Isee di 15 mila euro e cartelle per 200 mila potrà chiudere tutto pagando 70 mila euro in 5 anni. In teoria c’è il rischio di subire un accertamento dell’Agenzia delle Entrate, ma la macchina dei controlli non è sempre efficace. La norma serve alla Lega per parlare a quel vasto mondo di partite Iva e ditte individuali che hanno accumulato debiti fiscali perché in difficoltà o per risparmiare per poi spogliarsi di redditi e beni.
In teoria potrebbe essere usato anche da Antonio Di Maio, che ha un reddito di soli 88 euro (e terreni cointestati che impattano solo il 20% sull’Isee) e accumulato cartelle per 176mila euro prima di liquidare la ditta individuale di costruzioni. Il figlio ha detto che il padre non avrebbe aderito alla rottamazione Ter. Si vedrà se rifiuterà anche questo condono.
Il Parlamento va difeso, ma sempre
Il presidente emerito Giorgio Napolitano condivide l’allarme della senatrice Bonino per l’umiliante condizione riservata al Parlamento in occasione dell’esame della legge di bilancio. Ha ragione: come abbiamo scritto tre giorni fa, è il primo caso nella storia della Repubblica di manovra “extraparlamentare” (copy, Andrea Marcucci, Pd). Il tempo è tiranno, specie se è in gran parte occupato da una lunga (e a sua volta umiliante) negoziazione europea (una specie di educazione siberiana, più educata). Il premier Conte ha provato a difendersi, “non per colpa del governo”. E invece è sempre, in una democrazia parlamentare, responsabilità delle maggioranze la tutela del ruolo delle minoranze. In sintesi, il rispetto delle regole della democrazia parlamentare. Questa legislatura è iniziata con un assai condivisibile discorso del presidente della Camera Fico, sulla centralità del Parlamento. Ora ci ritroviamo, in prossimità del panettone, davanti alla solita minestra: il Parlamento ridotto a convalidare le decisioni del governo. Siamo nell’era degli esecutivi (Zagrebelsky) in cui va di moda la democrazia di ratifica (il compianto professor Rodotà). Da decenni ormai siamo ostaggio del metodo “prendere o lasciare: il contrario della riflessione, della discussione, della condivisione. Cioè della democrazia parlamentare. Aiuterebbe un po’ di coerenza degli attori del dibattito pubblico: le procedure del dibattito parlamentare non vanno d’accordo con la fretta, con il “Fate presto” di certi titoli che ai tempi sollecitavano i governi tecnici e oggi sottolineano, non senza compiacimento, le impennate dello spread.
Se il faro non è il fare presto, ma il fare insieme (così dovrebbe essere nel nostro sistema), allora bisogna dire con sincerità che il parlamentarismo viene umiliato da anni (purtroppo). È accaduto così spesso che non basterebbe un libro: in episodi grotteschi (il reclutamento forzato di ministri e parlamentari per il voto in Senato su Ruby nipote di Mubarak); in altri non meno offensivi per la sovranità (si può ancora pronunciare questa parola nel suo senso costituzionale?) delle Camere; nelle degenerazioni zoofile durante passaggi fondamentali, con canguri e supercanguri che hanno sequestrato la discussione parlamentare su leggi elettorali e di revisione costituzionale (quelle che maggiormente incidono nel patto sociale e nel rapporto tra cittadini e istituzioni). Al tempo della riforma Boschi-Renzi il mantra futurista era la velocità e non risultano alti lai in difesa della discussione parlamentare. Correva l’anno 2015 e ai pochissimi che sollevavano obiezioni, i governanti di allora rispondevano: ma quale fretta, sono settant’anni che aspettiamo la fine del bicameralismo perfetto! Lo aspettavano addirittura da prima dell’entrata in vigore della Costituzione e del medesimo bicameralismo perfetto. E questo non lo si ricorda per sottolineare l’incultura dei predecessori (e allora il Pd?) ma per spiegare quanto il dibattito pubblico sia ostaggio di parole d’ordine tanto urgenti quanto deficienti. Cosa manca? La cultura costituzionale. E manca in primis
a deputati e senatori che per responsabilità pubbliche vengono prima degli editorialisti a giorni alterni. Altrimenti non avremmo dovuto assistere alla pietosa scena di un Parlamento che applaude inebetito – anno 2013 – al discorso di re-insediamento di un Presidente della Repubblica che sculacciava le Camere, tacciate d’inconcludenza perché lo sforzo riformatore per il quale lui si era speso non aveva dato frutti. Era Giorgio Napolitano, il presidente che aveva pensato (è successo, ma non si ricordano pianti in Aula) di scassinare l’articolo architrave della Costituzione, il 138. La democrazia parlamentare è morente: bisognerebbe avere l’onestà di restare vigili sempre, senza nascondersi dietro alibi (il più frequente, ce lo chiede l’Europa).
Reddito e Quota 100 a caro prezzo: tagli e meno investimenti
Quella che dovrebbe essere stata approvata nella notte è una manovra assai diversa da quella con cui il governo aveva sfidato Bruxelles. L’idea che sarebbe stata la crescita – aiutata dalla spesa pubblica – a consolidare il bilancio viene ridimensionata. Per garantire le misure chiave e rispettare il Fiscal compact ne fanno le spese le principali leve anti-cicliche: dagli investimenti pubblici alle spese per ricerca, università e infrastrutture. Reddito e Quota 100 restano, insomma, ma a caro prezzo.
Clausole salvaguardia. Per far scendere il deficit salgono gli aumenti automatici Iva: nel 2020 arrivano a 23 miliardi, nel 2021 a 28 miliardi.
Crescita. Il taglio del deficit (dal 2,4 al 2% nel 2019) comporta un minor effetto espansivo (quanto aumenta il Pil per ogni euro speso) rispetto alla versione originale. Il Pil del 2019 scende dal +1,5 a +1%, nel 2020 da +1,6 a +1,1%.
Meno investimenti. Il nuovo testo contiene tagli per quasi 9 miliardi: 3,5 arrivano da tagli agli investimenti, la componente con maggior effetto espansivo. Tutte spese (dalle Ferrovie ai co-finanziamenti dei fondi Ue) in gran parte destinate al Sud, che risulta il più penalizzato. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, nel 2019 l’effetto sulla spesa per investimenti e contributi “passa da un aumento di 1,4 miliardi a un calo di 1 miliardo”. Va meglio negli anni successivi, anche se il maxi-fondo per gli investimenti da 9 miliardi in tre anni a sorpresa all’ultimo si riduce a 3,6. Secondo Palazzo Chigi, però, il taglio vero è di 2,1 miliardi, mentre il resto dei soldi è stato appostato su capitoli immediatamente spendibili (soldi ai Comuni, fondo dissesto idrogeologico etc.). Per sveltire gli affidamenti e far crescere il Pil vengono istituite due strutture a Palazzo Chigi per aiutare Comuni e Regioni a progettare e realizzare le opere. M5S e Lega si sono poi accordati per eliminare l’obbligo di gara sotto i 150 mila euro per il solo 2019: basta valutare 3 offerte (cinque fino a 350 mila euro).
Meno spese. Circa 5 miliardi vengono tagliati a Quota 100 (2,9) e Reddito di cittadinanza (2). Per la prima usando le finestre temporali per le uscite (a marzo il privato, ottobre il pubblico); per il secondo facendolo partire da aprile. Ora valgono in tutto 11 miliardi.
Pensioni. Sulla previdenza viene fatta cassa per 3 miliardi nel prossimo triennio. Quasi tutti vengono dal taglio dell’adeguamento all’inflazione delle pensioni oltre i 1.522 euro lordi al mese (3 volte il minimo), che sono il 58% del totale, con sei fasce di tagli a salire: l’adeguamento sarà al 97% per quelle tra tre e quattro volte il minimo; al 77% tra quattro e cinque volte il minimo; al 52% tra cinque e sei volte il minimo fino ad arrivare al 40% di recupero dell’inflazione sopra nove volte il minimo. I sindacati sono in rivolta. Lo Spi Cgil, che farà presidi in tutta Italia il 28 dicembre, ha calcolato la perdita in tre anni per i pensionati: 211 euro per pensioni da 2.500 euro lordi; 538 per assegni da 3 mila euro, 700 tra 3.500 e 4 mila. Vale invece 240 milioni il taglio quinquennale alle “pensioni di platino” (sic) sopra i 100 mila euro (26 mila persone): si va dal 15% fino a 130 mila euro al 40% per la parte eccedente i 500 mila.
Blocco fondi. A garanzia dei conti, come chiesto da Bruxelles, il governo congela 2 miliardi. Il monitoraggio avverrà a luglio: se i conti non tornano resteranno congelati. Vengono tutti da fondi bloccati ai ministeri. Gran parte dal Tesoro (481 milioni destinati a competitività e sviluppo delle imprese); Infrastrutture (300 milioni della mobilità locale) e Sviluppo economico (159 milioni). Università e ricerca perdono 100 milioni.
Blocco statali. Per fare cassa il governo ha bloccato pure le assunzioni nella P.A. centrale (comprese agenzie fiscali, Università, Inps e Inail) fino a novembre. In questo modo vengono rinviate al 2020 e dimezzate rispetto alle previsioni. Per il rinnovo del contratto, bloccato da anni, al momento i fondi garantiscono 20 euro in più al mese nel triennio.
Tasse alle imprese. Vengono rinnovati diversi incentivi agli investimenti, alzata al 40% la deducibilità Imu per i capannoni industriali, ma vengono abolite nuove agevolazioni, dopo Ace e Iri. Risultato: 6 miliardi in più di tasse (soprattutto sulle banche).
Un altro giorno di liti e rinvii. Poi la manovra passa al buio
La manovra che si era persa vien di notte fonda (forse). Come Babbo Natale e certe leggi nate in fretta e finite in qualche modo, litigando. Perché dopo il rosario di rinvii di venerdì, il sabato pre-natalizio della maggioranza gialloverde, si trasforma in un rosario di ritardi, correzioni e figuracce, con corredo di insulti incrociati e presunte zuffe.
E allora M5S e Lega non riescono a celare l’imbarazzo mentre il Pd, guidato da un ridanciano Matteo Renzi con cravatta viola (“La Fiorentina ha vinto”) annuncia un ricorso alla Consulta “contro questo scempio”. Così il voto finale, con fiducia di sicurezza, inizia alle 23.30. E se non saranno successi ulteriori psicodrammi nella notte, impossibili da raccontare visti gli orari, stamattina l’Italia si risveglierà con la manovra approvata almeno a Palazzo Madama. Poi toccherà alla Camera, che dovrebbe concludere tutto per il 29 dicembre. Ma il condizionale è d’obbligo, viste le paure e le fragilità della maggioranza. “Qui se non stiamo attenti finisce che ci mandano in esercizio provvisorio” sibilano diversi gialloverdi nel Senato che pare un bivacco. E quel “ci mandano” è in parte una recriminazione contro gli uomini e donne di governo addetti ai conti, in parte uno strale contro i soliti nemici, i tecnici del ministero dell’Economia.
Ossia quelli contro cui il Movimento ha inveito per mesi. “È ovvio che ora ci presentino il conto” ringhia un senatore, mentre narrano di un duro scontro tra la sottosegretaria al Mef del Movimento Laura Castelli e il Ragioniere generale dello Stato, Daniele Franco. Però la maggioranza sa litigare perfettamente da sola, fino all’ultimo. Già in nottata si era discusso forte, e infatti dal fronte grillino spurgano accuse: “La Lega voleva inserire in manovra incentivi per 20 anni agli inceneritori e permettere la pubblicità sulle scommesse sportive, derogando al decreto Dignità”. E la faccia di certi big conferma l’aria pesante. Non a caso, Matteo Salvini annulla una conferenza stampa in Trentino Alto Adige e plana in Senato, dove in giornata raduna i suoi in commissione Difesa per fare il punto e tenere i ranghi. Visto che c’è, il vicepremier fa sapere che si candiderà alle Europee, “vedremo se come capolista”. E questo parlare del derby nelle urne in un momento del genere colpisce, tanto che un suo senatore non si trattiene e in corridoio glielo chiede: “Matteo, ma vuoi staccare la spina al governo?”. E lui è fulmineo: “Ma sei scemo?”. Intanto però il maxi-emendamento traballa sul filo dei calcoli e delle coperture. “Devono correggere altri errori” ammette sconsolato un leghista.
Le consultazioni con i tecnici del Mef, anche via telefono, sono continue. E la discussione in aula, fissata per le 16, slitta. Così le opposizioni in commissione alzano la voce. E la benzina che cercavano arriva anche dalla norma sugli Ncc, gli autisti a noleggio, che vorrebbe migliorarne un po’ la condizione. La invoca la Lega, dicono i 5Stelle, che però fanno muro. Tanto che la norma viene tolta. “C’erano dubbi sulle coperture” è la ragione ufficiale. Ma Pd e opposizioni varie insorgono, contro il presidente di commissione Daniele Pesco che corregge e chiude il testo senza ripassare dalla commissione. “Fatecelo vedere” urlano. Davanti e dentro la Bilancio è caos, e Pesco non può leggere il parere sul testo. Pausa, poi i lavori riprendono e il 5Stelle chiude, mandando il maxiemendamento all’Aula. Nell’attesa Renzi intrattiene i cronisti: “Questi sono riusciti a farsi accusare di essere europeisti da Mario Monti. Prima le manovre le facevamo io e Padoan in modo molto centralista, ma lasciavo uno spazio ai miei parlamentari: ora invece si voterà un testo mai visto”. Ha nostalgia, il conduttore televisivo, che parla fitto con il presidente della commissione Finanze, il leghista Alberto Bagnai. Nei pressi sfilano anche i dissidenti a 5Stelle. “Questa è l’ultima fiducia che voto, basta” giura Elena Fattori. E anche Paola Nugnes pare assai perplessa.
Si va in Aula, con dem e Fi che però pretendono una capigruppo prima della discussione. “Bisogna tornare in commissione” ripetono. In Aula il governo chiede il voto di fiducia tra i boati, e per tamponare la presidente del Senato Casellati concede la capigruppo. Ma la maggioranza non vuole rinviare alla mattina seguente. Bisogna chiudere in nottata, è la consegna. Anche se pure la diretta sulla Rai in prima serata deve saltare. Si riprende, e qualcuno del Pd occupa i banchi del governo. Con la dem Simona Malpezzi che accusa: “Il questore Laura Bottici (del M5S, ndr) mi ha messo le mani addosso”. Intanto alle 22 inoltrate non c’è traccia di Di Maio e Salvini. A naso, poco vogliosi di esporsi. Mentre trapela un pensierino di Silvio Berlusconi: “Pensavo di aver visto tutto nella vita…”. Mente: ma mica è una novità.
Chi scende dalle Stelle
Ora che, col fiatone e la lingua di fuori, i giallo-verdi hanno finalmente partorito la legge di Bilancio per approvarla entro San Silvestro in un Parlamento strozzato dai tempi contingentati e dalla mannaia della fiducia, si spera che l’Italia tornerà fra qualche giorno alla normalità. Che non può essere lo spettacolo inverecondo di questi giorni. Gli elettori leghisti sono di bocca buona e digeriscono tutto quel che gli propina il loro Capitano, anche quando li frega sui 600 mila clandestini espulsi, o incontra malavitosi, o avverte criminali nigeriani degli imminenti arresti, o mette in pericolo l’incolumità di un magistrato che poi la sua polizia è costretta a scortare. Gli elettori dei 5Stelle invece sono più esigenti e chiedono conto. Non di quel che fanno i genitori di Di Maio e Di Battista, né del compromesso con l’Europa (che farà bene alla nostra economia). Ma di alcune sconcertanti giravolte che, anche se fossero giustificate, andrebbero almeno spiegate. Ne parliamo solo noi perché ai 5Stelle vengono sempre rimproverati i loro meriti (il no al Tav, la Spazzacorrotti, lo stop ai vitalizi e la gran parte delle cose fatte elencate nell’ormai celebre appunto di Di Maio), mentre i loro demeriti piacciono a tutti.
L’altroieri Giuseppe Conte, in conferenza stampa, ha risposto a una domanda del nostro Manolo Lanaro su Claudio Descalzi, l’ad di Eni – primo gruppo italiano per fatturato – imputato per corruzione internazionale e sospettato di gravi conflitti d’interessi con la moglie Madeleine Ingoba. Roba che in un altro paese, ma anche in questo in altre epoche, avrebbe fatto scattare, se non le manette, almeno le dimissioni o la destituzione. Invece Conte ha ricordato che “la responsabilità penale è personale e Descalzi avrà la mia fiducia finché non saranno accertati fatti penalmente rilevanti su di lui”. Il premier è un giurista e conosce bene la responsabilità politica ed etica, che obbediscono a regole diverse da quella penale. Infatti le ha applicate facendo dimettere il boiardo del Mef Roberto Garofoli, non indagato ma coinvolto in una rete di conflitti d’interessi scoperta dal Fatto. Lo stesso ha fatto con Autostrade dopo il crollo del Ponte Morandi, dichiarando che “non possiamo attendere i tempi dei processi” e annunciando misure immediate, non penali ma amministrative: la ventilata revoca della concessione e l’estromissione dalla ricostruzione. Sapete quanti giornali, ieri, hanno non dico criticato, ma almeno registrato la sua difesa di Descalzi? Nessuno. Certo, cacciare il n. 1 dell’Eni non è una decisione che si prende a cuor leggero.
Né che si annuncia in conferenza stampa. Forse la prudenza di Conte è comprensibile. Tantopiù che Salvini difende a spada tratta Descalzi: per i leghisti le accuse di corruzione fanno curriculum, altrimenti la Lega non avrebbe appena salvato (con Pd& FI) la sua senatrice Bonfrisco da un processo per corruzione e associazione a delinquere. Ma il M5S non ha nulla da dichiarare? Nel 2014 – come ricordava ieri Marco Lillo – Di Battista chiese le dimissioni di Descalzi quando era solo indagato: ora è a giudizio per le tangenti in Nigeria e la Procura di Milano ritiene che l’Eni abbia pagato dal 2012 al 2017 ben 105 milioni di dollari (soldi nostri) alla Petro Service Congo, controllata – secondo l’accusa, smentita dall’interessata – da lady Descalzi fino al 2014. Dibba ora fa un altro mestiere, ma al M5S non mancano i parlamentari in grado di valutare il caso, magari leggendosi il libro di Claudio Gatti Enigate (PaperFirst), e trarne le conclusioni: tipo che, se quegli atti saranno confermati, Descalzi se ne dovrà andare ipso facto.
Poi c’è Angelo Tofalo, sottosegretario 5Stelle alla Difesa, quello che ogni tanto si crede Superman e smette giacca, cravatta e pantaloni per indossare mimetica, basco e anfibi. Se fosse solo folklore, si potrebbe pure sorvolare e archiviare il tutto alla voce “infanzia problematica”. Invece il Tofalo, purtroppo, parla. L’altro giorno s’è lanciato, in Parlamento, in un’appassionata difesa degli F-35, i cacciabombardieri Lockheed che i 5Stelle avevano chiesto ai tre governi precedenti di non acquistare perché inutili, mal funzionanti e simboli di politiche guerrafondaie. Chissà dov’era allora il nostro Sturmtruppen. Ora sventuratamente è al governo e dice: “Il programma F-35 va avanti da oltre vent’anni e, a differenza di quanto spesso qualcuno ha detto (il suo Movimento all’unanimità, ndr) ha un’ottima tecnologia, forse la migliore del mondo. Non possiamo rinunciare a una grande capacità aerea per la nostra aeronautica che ancora oggi ci mette avanti a tanti altri Paesi”. Naturalmente non è vero niente: quel progetto di cooperazione tecnologico-militare coinvolgeva 9 Paesi, ma se ne sono già sfilati in varie forme Gran Bretagna, Olanda, Danimarca, Australia e Turchia. Secondo gli stessi esperti del Pentagono, gli F-35 presentano vari difetti di fabbricazione: se colpiti da un fulmine potrebbero persino esplodere in volo. Nel 2013 5Stelle e Sel fecero approvare una mozione che ne sospendeva l’acquisto (roba da 15 miliardi, il doppio del reddito di cittadinanza). Provvide poi Napolitano – che oggi scopre la sacralità del Parlamento – a neutralizzarla, ammonendo le Camere a non immischiarsi in cose che le riguardavano. Fra gli strepiti dei 5Stelle contro Re Giorgio che “esautora il Parlamento”. Quello stesso Parlamento che ora assiste ai peana del maresciallo Tofalo agli F-35. Di Maio ha opportunamente invitato i suoi a registrare le prove della compravendita berlusconiana, per denunciare il compratore ed espellere gli eventuali venduti. Per cacciare Tofalo non c’è neppure bisogno di intercettarlo: basta farlo parlare.
“Goldoni chiedeva il parere della domestica, Dario il mio”
Pubblichiamo uno stralcio di “Bella ciao”, a cura di Francesca Lorenzetti e in libreria per Kaos: l’articolo proposto è uscito su “Successo” nel 1963.
Quando abbiamo chiesto a Guido Piovene se acconsentiva a incontrarsi con Franca Rame, lo scrittore rispose senza esitazioni: “Ne sono felice. Non potevate fare una scelta che mi fosse più gradita”. La Rame, al contrario, era esitante: “Ho paura. Piovene è troppo importante per me, troppo intelligente, troppo colto. Io sono più che altro un’istintiva e finché non conosco profondamente una persona non so dire una parola”. Invece l’incontro è stato dei più fortunati.
Piovene: Sono felice d’incontrarmi con lei a casa sua, dopo tutte le sciocchezze che ho letto sui giornali. Sembrava che casa vostra fosse piena di cose stravaganti, torbidamente allusive… Perfino la vostra passione per gli orologi e altri oggetti antichi è stata presentata come una specie di mania da degenerati.
Rame: Lo scopo era di coprirci di ridicolo, ma il gioco è andato a danno di chi l’ha condotto con tanta grossolanità.
P: Lei in questo momento non ha trucco in faccia e, come poche donne, sta benissimo anche senza truccatura. Sono convinto che questa qualità esteriore corrisponde anche alle sue doti morali.
R: Quello che mi è sempre dispiaciuto è che la gente mi creda come appaio nei miei personaggi: superficiale, svanita e vamp. Aspetto una parte che mi dia la possibilità di far sentire i miei nervi.
P: Non direi proprio che tutti i suoi personaggi siano privi di nervi.
R: Dario incontra difficoltà a scrivere per le donne.
P: Mi è stato detto che lei, invece, incontra sempre più difficoltà a parlare.
R: È vero: il mio vocabolario corre il rischio di diventare di cinque o sei parole.
P: Non mi stupisce. Anche a me sta accadendo qualcosa di simile. Mi ridurrò anch’io a scrivere romanzi di tre righe… Voglio farle una domanda indiscreta: come ha conosciuto Fo?
R: Ma non è mica indiscreta: lo sanno tutti. Ero appena passata dalla compagnia di mio padre a una compagnia primaria, in cui c’era un tipo magro di una bruttezza estrema: era Dario.
P: Non è mica poi tanto brutto.
R: Perché lei lo vede adesso. Doveva vederlo allora. A furia di stare con me è diventato quasi bello. Con tutto ciò, lui non mi vedeva per niente. La cosa mi toccò nell’onore. Tanto brigai che lo feci innamorare. Ci siamo piantati cento volte e alla fine ci siamo sposati.
P: In questa scelta sono entrate anche le simpatie politiche?
R: Penso proprio di no, perché quando conobbi Dario io non esistevo in nessun modo. Il mio problema era quello di lavorare e di trovare un marito.
P: Non l’avrei mai pensato… E fra di voi, fra lei e Fo, esiste, immagino, un rapporto di collaborazione.
R: Certamente. Io non potrei fare nulla senza Dario, e credo che anche lui si troverebbe molto male senza di me.
P: Che tipo è?
R: Un tipo normalissimo: non fuma, non beve, non prende cocaina, non ha nemmeno amanti.
P: Sicura che non abbia amanti?
R: Glielo auguro: diversamente farei ancora a tempo a essere una splendida vedova.
P: Qual è, oltre che recitare, il suo compito nel lavoro di suo marito?
R: Quello di esprimere il parere se una cosa da lui scritta funzioni o no. Goldoni chiedeva il parere della domestica. Dario, più democratico, si vale del parere della moglie. Fino a questo momento ho sempre avuto ragione. Per questo credo che stia abbastanza bene con me, anche se fa tardi la sera.
Keith, Ozzy & C: vite benedette tra droga, alcool e rock ’n’ roll
Qualche tempo fa, più o meno una ventina d’anni, uno strano personaggio venne intervistato – se la memoria non ci tradisce – da La Stampa. Trattavasi di un tal “scienziato” che sosteneva di aver individuato un algoritmo (concetto, allora, ancora relegato ai manuali di matematica) in grado di calcolare approssimativamente la data di morte dei personaggi famosi sulla base (anche) del loro stile di vita. A sostegno della sua tesi citava alcuni casi in cui ci aveva effettivamente azzeccato. Alla domanda se avesse fatto degli errori la risposta fu lapidaria: “Keith Richards. In base ai miei calcoli doveva morire vent’anni fa”.
Ecco, prendendo per buona la delusione dello scienziato, Keith – la vera anima dei Rolling Stones – avrebbe dovuto lasciarci più o meno entro la fine degli Anni 70. E invece, il co-leader (insieme a Mick Jagger) della Greatest rock band in the world di anni ne ha appena compiuti 75 (il 18 dicembre) dimostrando al mondo che la salute, spesso, è anche un po’ questione di culo. Keith sostiene di aver da poco smesso di bere, mentre lo stop alle droghe lo aveva annunciato già un po’ di tempo fa (ma per via della scarsa qualità delle sostanze al giorno d’oggi, s’intende). Pare siano rimasti caffè e ovviamente sigarette. A differenza del suo Glimmer twin Mick, che sempre a 75 anni (fatti a luglio) sfoggia ancora un fisichino da appendiabiti, Keith si è da un po’ concesso una vistosa panza che sfoggia senza remore dietro alla sua chitarra strattonata come una compagna di ballo.
I Rolling Stones si sa – e Keith Richards in particolare – sono da molto tempo il simbolo di una certa immortalità non solo rock. La loro vitalità live negli ultimi tempi (anche se l’ultimo Havana Moon denota evidenti segni di cedimento) è sorprendente (ascoltare per credere Shine A Light, dal doc firmato Martin Scorsese del 2008). E da aprile a giugno saranno in tour negli Usa.
Un’altro semi-immortale (reduce da una pesante infezione, con tanto di ricovero, causata una manicure, così riportano i media) che suonerà dal vivo anche la notte di capodanno è il neo settantenne (8 dicembre) Ozzy Osbourne, padre fondatore dell’hard rock. Un altro soggetto che – con ogni probabilità – avrebbe stupito il nostro fantomatico scienziato. A giudicare però dal numero di concerti in programma dal 31 dicembre a fine luglio la sua salute non è affatto invalidante.
E di certo lo stile di vita non è stato invalidante per Iggy Pop, che – al netto delle inevitabili smagliature – sul palco ancora esibisce (a torso nudo) un fisico che a 71 anni ancora assomiglia ai suoi 20-30.
D’accordo, la spoon river dei defunti del rock (l’ultimo, il 6 dicembre, Pete Shelley, 63enne cantante dei Buzzcocks) è ben più lunga della lista degli “immortali”. Tuttavia è difficile non provare qualcosa di simile alla commozione nel vedere ancora – per fare un esempio – il 77enne Bob Dylan proseguire nel suo Neverending Tour. Dylan, che nel 1993 fu costretto a ri-registrare in studio la sua traccia vocale della sontuosa My Back Pages (suonata e cantata insieme a George Harrison, Neil Young, Tom Petty, Eric Clapton e Roger McGuinn) perché visibilmente ubriaco al concerto per il trentennale della sua carriera al Madison Square Garden (poi pubblicato in doppio cd), ancora non riesce a star lontano dai palchi del mondo.
L’importante è rispettare due semplici regole: un tir come casa e qualunque estraneo rigorosamente a non meno di 100 metri di distanza, come da istruzioni alla security. Il 12 luglio Bob suonerà a Londra a Hyde Park insieme al vecchio amico Neil Young, un giovanotto di 73 anni che sforna ancora dischi deliziosi. Un po’ come l’altro “immortale”, per di più in gran forma (forse perché, come da lisergica leggenda, morì nel 1969) Paul McCartney, che – oltre a girare il mondo basso in mano (a marzo sarà in Sudamerica) – a 76 anni sa ancora regalare pezzi come I Don’t Know che non avrebbero sfigurato nella discografia dei Beatles. E a proposito di Beatles, Ringo Starr, che di anni ne ha già 78, è stato fotografato pochi mesi fa insieme al figlio 53enne Zak. Cercate la foto e traete voi le conclusioni se la vita da rockstar (a volte) non faccia bene alla salute.
L’elenco potrebbe continuare, ma la conclusione la merita un signore senza il quale – forse – non sarebbe sbocciato Eric Clapton. Si chiama John Mayall (leader nei Sixties dei Bluesbreakers) che di anni ne ha appena fatti 85. È in tour. Si esibirà a Roma, Firenze, Ancona, Udine, Genova, Trento e Parma. Sette concerti dal 22 al 29 marzo. Escluso sabato 23, uno a sera. Alla faccia della carta d’identità.