“La mia legge in versi per i nuovi proletari”

Il decreto Sicurezza redatto in versi alessandrini; la legittima difesa in italico settenario, per poi dirla col Poeta: “Caina attende chi a vita ci spense”.

Ecco Il commissario Magrelli, edizioni Einaudi.

È il libro di poesia in guerra contro la repugnante indulgenza plenaria, “dalla parte di Arianna e sempre contro il Minotauro”. Sarebbe piaciuto ad Achille Campanile.

Dal Commissario Maigret al Commissario Magrelli…

“…Tartarino di Tarascona piuttosto, la parodia!”.

Il progetto poetico di Valerio Magrelli – Accademico d’Italia – è presto detto.

Mettere in sicurezza la società, al riparo del lupo.

Salvini sarà in sollucchero.

Palazzeschi, Palazzeschi! (invoca Magrelli, per sua stessa definizione “poligrafo brancolante”).

Ecco Il commissario Magrelli che brancola nel buio.

Il brancolare del quando non si sa dove si vada a parare, mi affascina il mistero dell’incipit, quell’iniziare a scrivere per andare dove s’ignora la direzione.

E così, per come scrive Camillo Langone su Il Giornale, lei esce dai ranghi posati del perbenismo e si ritrova nel giustizialismo Law & Order, è così.

Non gliela perdono a Langone…

Ecco, rientra nella rispettabilità?

Non posso consentirgli di dare del soporifero, per come ha scritto, a Mallarmé, a Valèry… per il resto, invece, io sono sempre io: sono un elettore di Potere al Popolo, sono di sinistra, resto critico rispetto al Pd di Renzi ma ancora prima con quello di Letta. Le larghe intese generano sempre le larghe offese e questo mio libro nasce da litigate con amici carissimi che la pensano come me senza mai dirlo apertamente per poi darmi ragione di nascosto; sapesse quante ne ho fatte togliere di pagine del Commissario, qualcuna anche perché suonava ingiuriosa verso una città e non si tratta di Roma verso cui pratico ben volentieri l’offesa…

L’Italia nella sua interezza.

L’Itaglia fa rima con marmaglia!

I suoi amici comunque praticano la sapiente dissimulazione degli intellettuali italiani, Torquato Accetto docet.

C’è come un ritorno al grado zero dell’abiezione. Ma come si può consentire che vadano assolti cinque ragazzi colpevoli di stupro su una bambina che, a sua volta, s’è suicidata? In questo libro ci sono Regeni, Cucchi, i ciclisti che portano la pizza, gli oppressi, i soppressi, ci sono – possiamo dirlo, torturati? – gli studenti del G8 a Genova…

Ma non Carlo Giuliani, “ragazzo”, cui è intitolata una sala a Montecitorio. Il Commissario non ne parla.

No, Carlo Giuliani, no. Per me è un problema. Nel mio libro non c’è.

A proposito di gialli, il genere da lei canzonato a colpi di poesia, il rivoluzionario Cesare Battisti – l’ormai ricercato dalla polizia in Brasile per riconsegnarlo all’Italia – è un celebrato autore di polizieschi nonché Minotauro, se vale il paragone…

I suoi delitti precedono l’impegno politico. La generazione delle Brigate Rosse – giustamente stroncata – come oggi i foreign fighters che seminano il terrore, sono figure dell’entusiasmo; quando andiamo a studiare il destino dei ragazzini del Risorgimento, tutti compresi in un’età tra i quattordici o i sedici anni, scopriamo che credono in qualcosa e ci meravigliamo perché oggi non riusciremmo a concepire di vedere i nostri figli, trentenni, correre dietro a un Garibaldi…

Ma è un bel vantaggio che l’ideologismo si dilegui dal nostro orizzonte, credere in quel qualcosa – Diocenescampi nel terrore – è destinarsi alla morte, è farsi Minotauro.

Certo, io poi di mio sono per la “legge del soprataglione”. Non dente per dente, piuttosto tutti i denti per un solo dente, il Commissario Magrelli se la prende perfino con Mosè, troppo blando con i castighi. Il moderatismo biblico alimenta l’ossessione che porta alla rimozione della vittima, alla cancellazione del suo volto, della sua voce, della sua storia; dell’agnello sbranato non se ne occupa nessuno, è l’ultimo anello…

Azzarderemmo una semplificazione: la vittima è il nuovo proletario.

Perfettamente d’accordo.

E il commissario Magrelli e il celerino di Pierpaolo Pasolini, in punto di poesia, s’incontrano.

Non ci avevo mai pensato e…

(E c’è un passaggio di consegne tra questi due proletari, figli di operai e di contadini, umiliati dai ricchi borghesi la cui barbagianna solennità di sepolcri imbiancati più che al mistero dell’incipit porta al solito finale: l’impunità).

Di Cesare Battisti, diceva?

È una spina.

I bimbi fantasma del sindaco Sala

Inizialmente, chissà, forse ci avevano creduto un po’ anche loro al sindaco dei “diritti per tutti”. Era il 30 aprile 2016 quando l’allora candidato Giuseppe Sala fece capolino, in piena campagna elettorale, in mezzo ai figli delle famiglie arcobaleno, bambini con due padri e con due madri che in quel giorno di primavera sfilavano a Milano per l’annuale festa dell’associazione dei genitori omosessuali. “È la società che ci guida e ci indica quella che è la strada – diceva Sala – certo dobbiamo favorire in una città come Milano il fatto che tutti possano avere gli stessi diritti, quindi dobbiamo difenderli. Delle conquiste sono state fatte, ce ne saranno altre: Milano è una città evoluta e nel suo essere evoluta sarà una città campionessa di diritti”. Due anni e mezzo dopo, Luigi e Giovanni (nomi di fantasia) si chiedono se non sia stato soltanto un gigantesco abbaglio. E da Milano hanno anche pensato di andarsene, per trasferirsi in un Comune vicino che, nei confronti dei papà gay, possa essere più aperto: “Sarebbe un grosso disagio, ma per noi questa situazione sta diventando insopportabile: per lo Stato italiano nostro figlio Alessandro non esiste, è un extracomunitario, un cittadino americano senza permesso di soggiorno nel nostro Paese. Ogni cosa, dall’assistenza sanitaria all’iscrizione all’asilo, è un problema”.

Bisogna ascoltarla la storia di Luigi e Giovanni per capire quanto sia difficile la vita delle famiglie omogenitoriali oggi in Italia, senza una legge che li riconosca e i diritti conquistati a pezzi, a seconda delle scelte di ogni Comune e delle sentenze dei Tribunali che si susseguono, spesso in maniera contraddittoria. A volte anche all’interno dello stesso Comune. Succede proprio a Milano, per esempio. Tutti ricordano le foto – era il giugno 2018 – che immortalavano il sindaco Sala all’atto della prima registrazione dei figli di quattro famiglie arcobaleno: nove bambini in tutto, figli di quattro coppie di donne. “In questa città, nel rispetto di tutti, si può essere tutti uguali” disse il sindaco. Ma è davvero così?

Luigi e Giovanni hanno due figli, entrambi nati negli Stati Uniti grazie alla gestazione per altri, ovvero la tecnica di fecondazione assistita a cui ricorrono coppie omosessuali (ma anche eterosessuali) che diventano genitori grazie a una donna che si offre di portare avanti la gravidanza. I due bambini sono stati partoriti dalla stessa donna ma mentre uno, Marco, è riconosciuto anche in Italia come figlio di due padri, Alessandro, poco più di un anno di età, non è iscritto all’anagrafe e, di fatto, per le amministrazione pubbliche non esiste: è un bambino fantasma. “E quando sei padre ovviamente le pensi tutte: e se da grandi litigano e si mettono uno contro l’altro, sfruttando anche questa disparità di riconoscimenti?” si chiede Luigi. Il mancato riconoscimento di Alessandro è uno degli “effetti collaterali” della battaglia politica milanese (ma vicende simili riguardano anche altre città) che una eterogenea alleanza tra alcuni consiglieri cattolici di centrosinistra, centrodestra e una frangia del mondo femminista e lesbico, in aperta rottura con il resto del movimento Lgbt, sta portando avanti contro la gestazione per altri, chiedendo (e in parte ottenendo) che la discussione sul riconoscimento delle famiglie si polarizzi sul come questi bambini siano venuti alla luce. “Bambini comprati”, tuonano da quelle parti usando spregiativamente il termine “utero in affitto”. Poco importa che, nel caso di Luigi e Giovanni, Elizabeth, la donna che ha partorito i loro due figli, sia di fatto un pezzo della loro famiglia allargata. “Con lei ci sentiamo quotidianamente: è parte della nostra vita. Appena dopo la nascita di Marco, io e Giovanni ci siamo sposati in America, e lei era la mia testimone. Il nostro primo figlio sa di essere nato dalla sua pancia, la conosce e lei è venuta a trovarci in Italia”.

Con Luigi e Giovanni, in situazioni simili, si trovano decine di famiglie. Milano non è un caso isolato: quello che sta succedendo qui è il riflesso di una battaglia per i diritti che procede a strappi. Sindaci come Chiara Appendino a Torino o Luigi De Magistris a Napoli hanno scelto di procedere al riconoscimento dell’omogenitorialità autonomamente. Altre amministrazioni che si erano rifiutate sono state obbligate a farlo dai Tribunali, come Pistoia, o Trento. Ma esistono anche i casi inversi: Comuni cioè le cui decisioni a favore delle famiglie arcobaleno sono state impugnate dalla Procura (ad esempio a Roma, o nel piccolo comune veneto di Mel, su intervento della Procura di Belluno). E poi c’è Milano, che sta andando avanti sulle coppie di madri lesbiche, ma frena sulle coppie di padri gay per via della gestazione per altri.

Alcuni Comuni hanno scelto di trascrivere, altri si sono rifiutati: ora si aspetta la pronuncia della Cassazione a gennaio

Una giungla in cui, adesso, dovrebbe mettere un po’ di ordine una pronuncia della Cassazione a sezioni unite, attesa per i primi mesi del 2019. La vicenda, seguita dall’avvocato Alexander Schuster, è quella di una coppia gay di Trento i cui figli sono nati da gestazione per altri in Canada: una storia simile a quella di Luigi e Giovanni e dei loro figli. Il Comune, che si era rifiutato di iscrivere i bambini all’anagrafe con due padri, è stato smentito dalla Corte d’Appello. Successivamente la Procura generale ha presentato ricorso in Cassazione, che a breve si esprimerà. Finora, tra i giudici che si sono espressi su casi analoghi, è stato maggioritario l’orientamento per cui a prevalere è sempre l’interesse del bambino a vedere riconosciuta la propria famiglia, indipendentemente dal fatto che le leggi nazionali non prevedano la Gpa-gestazione per altri o, per le coppie di donne, l’accesso alla fecondazione eterologa (che invece è permesso alle coppie eterosessuali e comunque, anche quando non lo era, non ha mai impedito il riconoscimento delle famiglie che avessero fatto ricorso a questa tecnica all’estero).

“Mi aspetto che i giudici tengano conto del fatto che la gestazione per altri può avvenire in molti modi – spiega l’avvocato Schuster – e che, in Paesi come il Canada, è regolata in maniera tale da essere assolutamente compatibile con i principi costituzionali italiani”. Oltre alle tutele per le famiglie arcobaleno c’è in gioco un principio importante in un mondo globalizzato: ovvero il riconoscimento in Italia di diritti acquisiti all’estero e che, pur se non esplicitamente previsti nelle nostre leggi, non entrino in conflitto con la nostra Carta.

Per Luigi e Giovanni tutto è iniziato negli Usa. Ma i loro due figli, per il Comune, non hanno né gli stessi genitori né diritti

Dopo il matrimonio negli States, Luigi e Giovanni tornano in Italia col figlio Marco in braccio e in valigia due certificati di nascita compilati dalle autorità statunitensi: in uno, compaiono entrambi i padri, mentre nel secondo, fornito esplicitamente per la trascrizione in Italia (dove al tempo non era in nessun modo possibile il riconoscimento della genitorialità omosessuale), si indica solo il genitore biologico: un padre. Inizialmente, così, Marco viene iscritto all’anagrafe italiana come figlio di un padre single. Non è così nella realtà, ma si era riusciti a far riconoscere almeno Marco come cittadino italiano. Solo successivamente, Luigi e Giovanni ottengono il riconoscimento pure del secondo genitore, come ordinato anche dal Tribunale. Forti delle sentenze e delle decisioni che nel corso degli anni provenivano da diversi Comuni italiani sempre più favorevoli alle trascrizioni, nel 2017 quando nasce Alessandro, il secondo figlio, i due padri chiedono il riconoscimento diretto di entrambi i genitori, senza dotarsi di quel certificato “ponte” – quello che riportava solo il genitore biologico – utilizzato la prima volta, per la trascrizione del figlio più grande Marco. È allora che iniziano i problemi perché il Comune di Milano, che pure in un primo momento aveva aperto alle trascrizioni, decide di fermarsi. Nei confronti di Luigi e Giovanni così come di altre famiglie. Ma il piccolo Alessandro, questa volta, non ha nemmeno il certificato “ponte” come suo fratello: di fatto, quindi, non esiste. Un bambino fantasma.

Due coppie di padri milanesi, in una situazione simile a quella di Luigi e Giovanni, hanno fatto ricorso e hanno ottenuto ragione dai giudici: si deve trascrivere perché, ha spiegato il Tribunale, è prevalente l’interesse dei bambini a vedersi riconosciuta la propria identità familiare. E allora, perché il Comune non va avanti anche con le altre coppie? Ufficialmente in attesa di un parere dell’Avvocatura dello Stato. Ma, quando fu pubblicata la prima sentenza, Sala aveva ammesso che “in giunta esistono sensibilità diverse”. Pierfrancesco Majorino, suo assessore e già sfidante alle primarie, preme per andare avanti: “In diversi casi, se non si procede a trascrivere, semplicemente i bambini diventano totalmente invisibili per i Comuni” ha spiegato. Tra i contrari ci sarebbe in prima fila la vicesindaca Anna Scavuzzo, cresciuta nell’ambiente scout dell’Agesci. Enrico Marcora, esponente cattolico della lista civica nata a sostegno di Sala “Beppe Sala sindaco – Noi, Milano”, di fronte alle timide aperture del primo cittadino aveva sbottato: “Da cattolico impegnato in politica mi dissocio radicalmente”.

La settimana scorsa si attendeva la decisione del Consiglio comunale, ma il dibattito si è spostato su altro…

La vicenda si trascina da mesi e ogni volta è attesa una svolta che non arriva mai. La settimana scorsa sembrava fosse la volta buona. In Consiglio comunale, su richiesta di Arcilesbica – appoggiata, tra gli altri, da Luigi Amicone, ex direttore ciellino di Tempi, oggi consigliere comunale – si è tenuta, aperta al pubblico, una riunione delle commissioni congiunte “Affari Istituzionali” e “Innovazione, Trasparenza, Agenda digitale, Stato Civile” con a tema proprio i riconoscimenti all’anagrafe dei padri gay. Ma, in realtà, si è discusso di gestazione per altri. Tra il pubblico, c’erano i due papà Luigi e Giovanni, insieme ad altri esponenti dell’associazione famiglie arcobaleno, con le loro felpe rosa. Ma c’erano anche le femministe anti-Gpa, con l’attivista e giornalista Marina Terragni. Da una parte, una battaglia per la messa al bando della gestazione per altri – che vuol dire molte cose diverse, a seconda di come e dove è portata avanti, in alcuni casi sfruttando il corpo femminile, in altri con il pieno consenso delle donne – dall’altra, i diritti dei figli di vedersi riconoscere il proprio nucleo familiare.

Tra le famiglie arcobaleno, c’è chi ha visto avvicinarsi il fantasma della sconfitta subita, a loro modo di vedere, nella discussione sulla Legge Cirinnà per le unioni di fatto. “Quando è stata approvata la legge sulle unioni civili – ci ha raccontato Marilena Grassadonia, presidente dell’associazione dei genitori omosessuali – noi chiedevamo il riconoscimento dei nostri figli con una legge chiara, ma questo non è stato possibile per una battaglia strumentale che oggi come ieri si ripete. Il Comune non deve decidere sulla Gpa, che a oggi è e resta vietata in Italia, ma su bambini i cui diritti non possono dipendere da come sono nati”.

Era sembrata andare meglio del previsto. L’assessora alla trasformazione digitale e servizi civici del Comune Roberta Cocco e, più tardi, Filippo Barberis, capogruppo del Pd in consiglio comunale, hanno spiegato la posizione di giunta e maggioranza: negare i certificati con due padri è discriminatorio, e il Comune non ha titolo per decidere sulla gestazione per altri. I giornali locali hanno subito titolato: “Via libera definitivo alla trascrizione, Arcilesbica sconfitta”. Ma non è ancora così: prima di procedere con le trascrizioni e quindi il riconoscimento all’anagrafe, Sala vuole che a pronunciarsi sia l’intero Consiglio comunale (la convocazione delle due commissioni non basta). Una nuova doccia fredda, e nuovi mesi di attesa: si va a febbraio. L’esito del voto dovrebbe essere favorevole ai riconoscimenti – poche le defezioni attese nella maggioranza, e inoltre potrebbero convergere i voti dei consiglieri Cinque Stelle – ma rimane la preoccupazione, e la delusione. “Da questo sindaco ci aspettavamo qualcosa di diverso”. E, intanto, Alessandro e Marco rimangono due fratelli per lo Stato italiano senza gli stessi genitori, e senza gli stessi diritti. Per la burocrazia, Alessandro nemmeno esiste. La carta d’identità, per lui, è un regalo che è ancora da ricevere.

Indipendentisti contro il governo

Da una parte, l’unità della Spagna prima di tutto, dall’altra il riconoscimento della diversità culturale, oltre che delle ragioni economiche della Catalogna. Ma in questo 21 dicembre (anniversario delle elezioni nella Regione), il conflitto indipendentista si concentra su una questione prioritaria.

“Llibertat presos polítics i exiliais”: lo striscione con la scritta in catalano (e in inglese) per chiedere “libertà per i prigionieri politici e gli esiliati” campeggia sul Palazzo della Generalitat, nonostante le proteste in città da parte di chi non si riconosce nella causa indipendentista. Da 14 mesi, ci sono 9 leader catalani in carcere e 7 in esilio, nonostante i dubbi sulla legittimità del carcere preventivo. Identità, minoranze, multiculturalità: anche quella catalana è una storia europea, diventata drammatica oltre le previsioni degli stessi protagonisti. Alcuni membri dell’allora governo catalano, Jordi Turull, Jordi Sànchez, Joaquim Forn, rischiano fino a 25 anni, con accuse pesanti che nessuno si aspettava, come ribellione e malversazione. L’anno scorso, la polizia spagnola intervenne con la forza per impedire lo svolgimento del referendum di indipendenza del primo ottobre. Ieri Barcellona era di nuovo in strada, mentre le proteste hanno le strade: il presidio di omnia protesta fuori dal Consiglio dei ministri che il governo ha scelto di fare qui. Per i catalani, una provocazione, sottolineata dal rumore dell’elicottero. Il faccia a faccia giovedì tra Pedro Sanchez e il presidente della Generalitat, Quim Torra, si è concluso con un nulla di fatto, ma un impegno comune verso il dialogo. Dopo la sconfitta del Psoe in Andalusia, il premier spagnolo è più che prudente. Nel frattempo, al corteo dei Comités de Defensa de la República non mancano gli scontri. I manifestanti bloccano gli infiltrati di estrema destra. Una troupe tv di un programma spagnolo viene accolta con l’epiteto “Manipolatori”. “Libertà per i prigionieri politici” è lo slogan che risuona per tutta la città. Definizione tutt’altro che pacifica: il governo di Madrid non li considera tali. Eppure, dopo il referendum, l’esilio dell’allora presidente della Generalitat, Puigdemont, un’indipendenza quasi dichiarata, e una serie di competenze richieste (da una polizia in proprio alla gestione delle risorse economiche), lo stallo politico si rispecchia in un processo che di fatto inizia a gennaio. Un movimento trasversale di giuristi contesta il fatto che si tratti di un processo giusto. Non ci sarebbero gli estremi di pericolo di fuga e di ritorno a delinquere per il carcere preventivo. I “presos politicos” hanno appena smesso uno sciopero della fame, dopo che il Tribunale costituzionale di Madrid ha iniziato a esaminare dei ricorsi. Contestata la competenza al Tribunale di Madrid perché i reati sarebbero stati commessi in Catalogna. Quel che è certo è che non è stato possibile rivolgersi alla Corte europea di Strasburgo, perché prima tocca a Madrid pronunciarsi. Alle sei della sera la città si mobilita in un grande corteo unitario a Passeig de gracia. Un fiume di gente. “Ormai siamo considerati quelli che mangiano i bambini. Eppure qui non c’è mai stato un problema di convivenza”.

Spari in centro a Vienna: un morto e un ferito. “Escluso il terrorismo”

“Si tratta di un criminemirato”. Secondo gli inquirenti l’uomo – fermato nel giro di poche ore – che ieri verso le 13:30 ha aperto il fuoco nel centro della capitale austriaca – cercava proprio le vittime. Per questo ha sparato e ucciso una persona e ne ha ferita un’altra. Poco dopo, il centro della città è stato riaperto al traffico e la polizia ha escluso che si sia trattato di un attacco terroristico.

“La ‘legge della schiavitù’ ha svelato il bluff di Orbán”

Sono ormai pochi i media indipendenti sopravvissuti al repulisti dell’era Orbán attraverso l’acquisto delle società editoriali da parte di persone dell’entourage del primo ministro sovranista-populista nonché ammiratore di Putin. Tra quelli di formazione recente c’è il sito investigativo Ataltszo formato da giornalisti che hanno abbandonato i propri posti di lavoro pur di evitare la censura e impegnarsi in questo progetto in costante crescita. “Grazie al fatto che siamo un sito piccolo, finanziato da donazioni di pochi euro fatte da cittadini ungheresi di ogni categoria, fino ad ora siamo stati ritenuti dal governo innocui e quindi siamo riusciti a fare il nostro lavoro senza finire nelle maglie della censura o dell’acquisto allo scopo di farci cambiare natura. Ma da quando abbiamo pubblicato un’inchiesta sulla vita lussuosa di Orbán, che ha sempre tentato di spacciarsi per uno del popolo, siamo stati oggetto di critiche feroci da parte dell’establishment”, dice Anita Komuves. La giornalista investigativa sta seguendo le proteste che da una decina di giorni si stanno tenendo non solo a Budapest davanti al Parlamento, ma anche in molte altre città ungheresi.

Prevede che continueranno?

Se il governo non ritirerà quella che la gente ha definito ‘legge della schiavitù’ penso che continueranno. Un segnale della forza di questa protesta è il fatto che a scendere in piazza siano cittadini di ogni età e orientamento politico. Un altro elemento è il coinvolgimento di tutto il paese. Per la prima volta nella storia recente le proteste si tengono in molte città, non solo nella capitale.

Perché la riforma del codice del lavoro che ha alzato il tetto degli straordinari legali da 250 ore a 400 ha fatto infuriare gli ungheresi?

Nonostante siano già passate altre leggi capestro per la democrazia, questa impatta in modo rovinoso sulla vita quotidiana dei lavoratori.

Visto che l’economia è in crescita perché i lavoratori non sono contenti di poter lavorare di più e quindi guadagnare di più?

Proprio perché l’economia va bene, c’è bisogno di nuova manodopera, non di caricare chi è già impiegato con nuovi straordinari. Non si può pretendere per esempio che le mamme lavorino 6 giorni su 7, da mattina a sera, vedendo i figli sempre meno o i lavoratori anziani che stanno per andare in pensione. Il problema è che con la propaganda anti-immigrati diffusa da Orbán, il lavoro in più non genera nuova occupazione e salari più alti. Per questo protestano tutti, anche coloro che hanno votato per il partito del primo ministro o per gli altri ancora più a destra come Jobbik.

Perché i deputati del partito di Orbán hanno votato una legge così impopolare? Non se lo immaginavano ?

Sì, lo sapevano, ma hanno preferito ubbidire alla richiesta del premier. L’aumento degli straordinari da pagarsi in tre anni – sempre che al termine non siano cambiate le condizioni delle imprese o i datori di lavoro non trovino cavilli per evitare i pagamenti – va a tutto vantaggio degli imprenditori.

Forse Orbán non immaginava che anche gli elettori di destra o i nazionalisti avrebbero protestato?

O forse pensava che ormai la gente fosse plagiata dalla sua retorica dell’Ungheria first e già soddisfatta per il blocco dell’immigrazione. O forse credeva che nessuno avrebbe sfidato il freddo dell’inverno per radunarsi dopo il lavoro davanti al Parlamento e starci tutta la notte. Ma è stato miope.

Pochi milioni per un caccia. Ma “nudo” costa 100 milioni

Riassumere la vicenda F-35 come è stata finora raccontata dai 5Stelle è relativamente semplice: strumento di morte, pieno di difetti, estremamente costoso. Da non comperare assolutamente, tanto che appena al governo annulleremo tutti i contratti in essere. Su questo c’era praticamente unanimità dentro il movimento. Di Battista, parlando alla Camera il 26 giugno 2013, dice “gli F-35 sono uno strumento di morte, molti deputati Pd lo hanno dichiarato in campagna elettorale e su questo hanno preso i voti e adesso votano una mozione ridicola” (supercazzola la definisce). Roberto Fico, attuale presidente della Camera, afferma, sempre nel giugno 2013, “sono dei caccia bombardieri e quindi sono anticostituzionali in un momento in cui questo Paese sta soffrendo così tanto, dove imprese stanno chiudendo, dove i cittadini non riescono ad arrivare a fine mese è completamente illogico e senza senso mettere in preventivo miliardi per acquistarli”. Ma il più deciso è Luigi Di Maio che il 24 giugno 2013 scrive su Facebook: “Il Movimento chiederà la sospensione del progetto che ci costerà almeno 10 miliardi di euro… Prendiamo i 10 miliardi di euro e diamoli direttamente ai cittadini con un vero reddito di cittadinanza senza passare per questa costosissima farsa”.

Ma adesso qualcosa sembra essersi inceppato nella sicurezza del Movimento se le dichiarazioni dei giorni scorsi del sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo hanno suscitato tante reazioni negative, soprattutto tra i militanti del movimento. Di Maio ha preso prudentemente le distanze dalle frasi possibiliste di Tofalo ma ha rinviato una parola definitiva ai prossimi mesi.

L’F-35 si conferma così l’aereo della discordia. Dicono sia un velivolo stealth, una parola che qualcuno traduce esagerando con il termine “invisibile”, altri più correttamente con “furtivo”. In Italia è avvolto nel mistero. Ministri della Difesa, sottosegretari, capi di Stato maggiore sull’argomento, quando non hanno detto bugie, hanno contribuito a costruire una cortina di disinformazione quasi impenetrabile. A oggi non si sa quanti aerei siano stati effettivamente ordinati: chi dice 16, chi 26. Non si sa quanti ne siano stati consegnati. L’unico numero certo è quello degli aerei che l’Italia dovrebbe ricevere: 60 F-35A a decollo convenzionale e 30 F-35B a decollo corto e atterraggio verticale. Metà di questi ultimi destinati all’Aeronautica, l’altra metà alla Marina. La disinformacija comincia da un’audizione del 2009 dell’allora sottosegretario alla Difesa Forcieri che, per far ingoiare il rospo F-35 al Parlamento, già allora molto critico, sostenne che i 131 F-35 previsti (fu il governo Monti che ne ridusse il numero a 90) avrebbero sostituito ben 260 aerei. Bugia che viene ripetuta ancora oggi dai fan dell’aereo della Lockheed perché quel numero iniziale comprendeva aerei che erano già stati ritirati dal servizio, quelli incidentati e i fuori uso. Se il programma F-35 dovesse essere portato a termine l’Aeronautica italiana si troverebbe ad avere un numero di aerei come mai era successo in anni recenti, tra Eurofighter (96) e F-35 (75 oltre ai 15 della Marina), ma i caccia da sostituire sono una trentina di Tornado del 6° Stormo di Ghedi in provincia di Brescia e altrettanti AMX del 51° Stormo di Istrana in provincia di Treviso. Una sessantina dunque, molti meno degli F-35 che si comprerebbero. L’impossibilità di sapere esattamente quanti aerei siano stati effettivamente ordinati (i contratti sono sottratti all’opinione pubblica) dipende dal meccanismo di acquisto: si comprano prima i cosiddetti long-lead item (le parti che devono essere realizzate con molto anticipo sull’aereo vero e proprio) e solo successivamente attraverso il governo statunitense si ordina l’aereo in lotti. Finora ufficialmente i lotti sono 12 o 13 ma sono già in corso le attività precontrattuali per altri. Ogni lotto comprende aerei per clienti diversi. Tre mesi fa la ministra Trenta ha detto che il suo governo non aveva fatto nessun nuovo ordine mentre Gentiloni, prima di togliere il disturbo, ne avrebbe ordinato otto in un solo colpo. Ma non ci sono conferme: per provarlo la ministra, anziché fornire i riferimenti contrattuali di cui è in possesso, ha citato un comunicato stampa della US Navy che riferiva di alcuni contratti riguardanti anche aerei italiani, ma per importi di pochi milioni di dollari quando un solo F-35 costa “nudo” attorno ai 100 milioni.

Per l’Italia è arrivato il momento di uscirne

La decisione di Donald Trump sancisce un fallimento storico. L’Afghanistan, infatti, rappresenta la guerra più lunga mai combattuta dagli Stati Uniti. Nata a seguito dell’attentato alle Torri gemelle, avrebbe dovuto portare all’abbattimento del regime dei talebani e al ristabilimento della democrazia a Kabul.

A fine 2017 i talebani occupavano il 40% del territorio afghano mentre nel 2015 erano ancora fermi al 28%. Dopo 17 anni di conflitto, a parte una riduzione dell’analfabetismo dal 68% al 62%, l’Afghanistan ha ancora il più elevato tasso di mortalità infantile e le aspettative di vita più basse del pianeta (dati dell’Osservatorio sulle spese militari italiane).

La classifica di Transparency International colloca il Paese al 169° posto su 176 e lo Stato di diritto è ancora una chimera lontana. Secondo i dati della Unhcr, l’Afghanistan è il secondo Paese al mondo, dopo la Siria, per numero di rifugiati in fuga: 2,6 milioni di persone nel 2017, gran parte delle quali in Europa.

L’Italia, dopo gli Usa, è il Paese con più soldati sul campo: 978 gli uomini impiegati per una spesa complessiva in questi 17 anni pari a 7,5 miliardi. I militari caduti sul terreno sono 53.

La mossa di Trump è chiaramente fatta per parlare al proprio elettorato e per affermare il principio che gli Stati Uniti preferiscono stare al riparo delle mura domestiche che fare “il poliziotto del Medioriente”. Però costituisce l’occasione per un bilancio serio. La ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, ha parlato nei giorni scorsi di una riduzione del contingente, ma il documento sulle missioni militari è stato approvato due giorni fa dal Parlamento. Forse è venuto il momento, anche per l’Italia, di rimettere in discussione una scelta fatta per accontentare l’alleato americano e rivelatasi nel tempo un fallimento.

2001-2018: 17 anni afghani. Ma la democrazia non c’è

Quando, alle 13 di domenica 7 ottobre 2001, George W. Bush annunciò all’America l’attacco all’Afghanistan, per rovesciare il regime dei talebani, smantellare al Qaeda e catturare Osama bin Laden, negli stadi del football di tutta l’Unione il discorso del presidente venne diffuso in diretta. E dagli spalti, in molti casi, si levò il coro patriottico “U-S-A, U-S-A”. Erano passate neppure quattro settimane dagli attentati dell’11 Settembre: quell’azione militare, che i più credevano sarebbe stata lampo, aveva il sostegno di oltre il 90% dell’opinione pubblica e, pur senza un avallo dell’Onu esplicito, non incontrò grosse opposizioni a livello internazionale.

Dopo 17 anni, Donald Trump s’appresta a dimezzare la presenza militare americana in quel Paese. I “ragazzi” tornano a casa senza però potere sciorinare lo striscione Mission accomplished; e l’ultima vittima americana, finora, del conflitto è il generale James cane pazzo Mattis. Il segretario alla Difesa, in disaccordo con il presidente sul ritiro dalla Siria e neppure informato del ritiro dall’Afghanistan, lascerà l’Amministrazione a febbraio.

Da quella domenica, sono passati più di 6.200 giorni. Tra conflitto e ricostruzione, gli Stati Uniti hanno speso, in Afghanistan, oltre 850 miliardi di dollari – il ritmo attuale è di circa 45 miliardi di dollari l’anno –. Complessivamente, la guerra è costata quasi mille miliardi di dollari di cui otto all’Italia. Combattimenti, bombardamenti, attentati hanno fatto circa 150 mila vittime, di cui almeno 30 mila civili, cui si aggiungono 3.500 militari stranieri caduti – circa 3000 gli americani, 53 gli italiani –, almeno 1700 contractors di varia nazionalità e oltre 300 cooperanti. Uno sforzo e un sacrificio immani, che non hanno portato né il consolidamento della democrazia né l’eradicazione delle coltivazioni d’oppio né la sconfitta dei talebani. Americani e loro alleati non hanno vinto la guerra e non hanno neppure vinto “la battaglia delle menti e dei cuori”, come recitava la retorica dei primi tempi. In tutto questo tempo, i protagonisti si sono avvicendati sulla scena dell’Afghanistan. Tre presidenti Usa: Bush che teorizzò la “lunga guerra” al terrorismo integralista; Barack Obama, che per primo progettò il ritiro, ma, dopo la disastrosa esperienza irachena non lo attuò; e ora Trump. Due presidenti afghani: il fascinoso ed elegante Hamid Karzai, l’uomo della Cia che rientrò in patria dal Pakistan in sella a una motocicletta; e l’inconsistente e impotente Ashraf Ghani. Due capi dei “cattivi”, bin Laden, il fondatore di al Qaeda, scovato e ucciso in Pakistan il 2 maggio 2011, e il mullah Omar, presidente dell’Afghanistan dei talebani e poi capo degli insorti, fino alla morte per tubercolosi nel 2013 – ammesso che sia vero.

L’atteggiamento americano sull’Afghanistan è stato ondivago. Che la guerra non si sarebbe vinta e che lì ci si sarebbe impantanati era definitivamente chiaro fin dal 2004. Eletto con propositi di ritiro, Obama, nel 2009, attuò, invece, un rafforzamento delle presenze militari americana e alleata, con l’obiettivo di creare le condizioni per andarsene. L’operazione fallì: le forze furono ridotte, ma restarono circa 14 mila uomini. Che, adesso, saranno dimezzati, pare nel giro di qualche settimana, parallelamente al ritiro dei circa 2000 militari americani di stanza in Siria. La linea è: “Non voglio essere il poliziotto del Medio Oriente”. Però, sul terreno resteranno 7000 militari e i contractor, i mercenari: pochi per vincere. Le decisioni di Trump e le dimissioni di Mattis, in disaccordo con il presidente sull’Iran, sulla Siria e ora sull’Afghanistan, lasciano il presidente senza generali: tutti quelli che sono entrati nella sua Amministrazione se ne sono andati. Segno che anche gente usa alla disciplina e ad eseguire gli ordini patisce l’imprevedibilità del presidente.

I democratici stanno con Mattis contro Trump, che minaccia la serrata dell’Amministrazione, cioè lo shutdown, se non avrà i soldi per il muro al confine con il Messico. Il presidente è pronto a fare un sacrificio altissimo: se ci sarà lo shutdown, non andrà in vacanza a Mar-a-Lago, in Florida. Quando si dice il senso del dovere.

Cinepanettone o cinepolpettone: Natale al cinema è una colica

Non ci sono più i Natali di una volta. Di fronte ai pranzi biblici e alla calata del parentado al completo c’era sempre un’uscita di sicurezza: il film di Natale. Conosco gente che non aveva mai staccato un biglietto ma si spacciava per cinefilo di lungo corso pur di sfuggire alle confidenze del cognato e alle imprese del cugino. Ma ora che si fa? Cosa si va a vedere? Forse conviene darsi al cognato, considerata la modestia della programmazione natalizia. È finita l’era del cinepanettone (perfino Boldi e De Sica non ne possono più, ma hanno deciso di farcelo rimpiangere con il loro Amici come prima), ha mollato anche Checco Zalone, che deve avere fatto i suoi calcoli e preferisce uscire a febbraio. L’insieme è malinconico e risicato, il declino della sala addirittura verticale se si pensa che Roma, Leone d’oro a Venezia, bisogna vederlo in streaming su Netflix. Da quella che fu la patria della commedia all’italiana non uno straccio di proposta (come più o meno nel resto dell’anno), perfino Nanni Moretti si è spostato su un documentario dal sapore non esattamente natalizio. L’unico titolo potabile è Capri-Revolution di Mario Martone, regista specializzato nel fotoromanzare la storia: giovane capraia caprese si ribella all’oppressione famigliare per merito di un teosofo paraguru, e scopre che sui faraglioni si può anche fare il bagno nudi. Niente più cinepanettoni, casomai cinepolpettoni. Per fortuna in tv torna Totò, vorrà dire che rideremo insieme ai cugini. Auguri.

Non si può mettere un giornale sotto sequestro

“La libertà di parola e di stampa non sono semplici beni di lusso o un capriccio delle classi benestanti; esse aumentano la possibilità che i governi servano davvero gli interessi della comunità”
(da “Republic.com” di Cass Sunstein – Il Mulino, 2003 – pag. 108)

Con la competenza e l’esperienza dell’ex magistrato, il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, è intervenuto ufficialmente nell’inedita vicenda giudiziaria che ha portato al sequestro-confisca delle azioni di Mario Ciancio Sanfilippo, editore della Gazzetta del Mezzogiorno di Bari e de La Sicilia di Catania, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. In seguito al “grido d’allarme” rivolto al presidente della Repubblica dai giornalisti del quotidiano pugliese, che rischiano di trascorrere le festività natalizie senza stipendio e senza tredicesima, Emiliano ha convocato i due commissari giudiziari per cercare di sbloccare la situazione che incombe sulla Gazzetta, una testata con 130 di storia al servizio della sua regione e della Basilicata. “La normativa sulle misure di prevenzione antimafia – ha ricordato il governatore, in attesa dell’incontro previsto per il 28 dicembre – non deve mai provocare la perdita di valori economici, di posti di lavoro e in questo caso di spazi informativi e democratici sacri per ogni comunità”.

È la prima volta in assoluto che un’azienda editrice di un giornale viene sottoposta a sequestro. Senza entrare qui nel merito del processo, per il quale vale comunque la presunzione di innocenza per l’imputato e su cui il giudizio definitivo spetta ovviamente alla magistratura, non possiamo sottovalutare la straordinarietà del fatto anche in rapporto alla tutela della libertà d’informazione sancita dall’articolo 21 della Carta costituzionale. Un’azienda editoriale non è un’azienda qualsiasi; non produce automobili o computer, bensì notizie, opinioni, commenti; e in quanto tale svolge un servizio pubblico a favore della collettività. Per questi motivi, non appartiene soltanto al suo legittimo proprietario, bensì alla comunità dei lettori. La sua stessa articolazione interna, fra editore, direzione e redazione, rappresenta una condizione di autonomia e indipendenza garantita anche sul piano contrattuale.

Non si può allora sequestrare e confiscare un giornale, abbandonandolo al suo destino quasi fosse una ditta in liquidazione: per paradosso, è come accusare tutti i suoi giornalisti e i suoi lettori di concorso esterno in associazione mafiosa. C’è un patrimonio di storia e di tradizione da salvaguardare. Ma c’è anche un ruolo, una funzione da salvaguardare nell’interesse generale. Se alla crisi dell’editoria si aggiunge un intervento della magistratura che oggettivamente l’aggrava, si rischia di compromettere la sopravvivenza di queste due testate mentre il loro editore è in attesa di giudizio, prima ancora che venga assolto o condannato.

Il presidente Mattarella, come ricordano gli stessi giornalisti della Gazzetta nel loro appello, è intervenuto recentemente in difesa della libertà d’informazione e del suo pluralismo. Quale garante della Costituzione, ha l’alta responsabilità di difendere un principio fondamentale della democrazia che, nel rispetto della legge, deve prevalere anche sull’amministrazione della giustizia e sugli interessi economici. Tanto più perché è in gioco la sorte di due quotidiani che operano nel Mezzogiorno, in tre regioni come la Puglia, la Basilicata e la Sicilia, dove la crisi è più grave che nel resto d’Italia e mette a rischio la convivenza civile.