M5S su Eni, la fine dell’età dell’innocenza

La perdita dell’innocenza del M5S va in scena alla conferenza stampa del premier Giuseppe Conte, ieri, a Palazzo Chigi. Con a fianco Matteo Salvini, Conte proclama: “È stato compiuto un passaggio importante molto significativo dal punto di vista politico”. Conte ha ragione. Solo che il passaggio non è la maggiore autonomia concessa alle Regioni (argomento della conferenza) ma il mutato atteggiamento del M5S nei confronti dell’Eni e più in generale degli scandali che riguardano società pubbliche.

Il 12 settembre 2014, l’allora deputato Alessandro Di Battista scrive un post: “Il M5S condanna la scelta di Descalzi perché rappresenta la continuità con la scelta berlusconiana di Scaroni. Nel luglio 2014 finisce nel registro degli indagati l’Eni per corruzione internazionale. Ecco a voi lo scandalo Opl245(…) il M5S chiede di nuovo le dimissioni di Descalzi perché lo ritiene coinvolto nell’inchiesta (dal punto di vista operativo e morale, non giuridico). L’11 settembre 2014 Descalzi, Scaroni e Bisignani finiscono nel registro degli indagati per una maxi-tangente per la concessione Opl 245. Renzi difende Descalzi: ‘lo risceglierei’. Questi sono fatti nudi e crudi. Che Italia volete? (…) La questione non è politica ma morale. A riveder le stelle!”.

Dopo quel post, Descalzi è stato confermato dal governo Conte anche dopo che i giornali hanno pubblicato notizie importanti sulla moglie dell’amministratore dell’Eni, Madeleine Ingoba. Secondo i Panama Papers pubblicati da L’espresso la società Petro Service Congo, che aveva rapporti commerciali con Eni, era domiciliata a Point Noire, presso la stessa casella postale dove era domiciliata la Elengui Ltd, società offshore di Marie Magdalene Ingoba.

Ieri il Corriere ha aggiunto che la Procura di Milano ha chiesto a Eni i contratti con Petro Service Congo e un’altra decina di società, tutte possedute dalla olandese Petro Serve Holding BV. Per i pm “evidenze investigative” mostrano che la società olandese è posseduta a sua volta da una lussemburghese, la Cardon Investments Sa., che ha come beneficiario Alexander Haley. Il manager beneficiario della Petro Service però secondo l’ipotesi dei pm “l’8 aprile 2014 ha comprato le quote della Cardon Investments Sa dalla signora Descalzi”.

Il punto politico quindi è che il gruppo Petro Service, che faceva capo fino al 2014 alla moglie di Descalzi, avrebbe affittato navi e logistica dal 2012 al 2017 per 105 milioni di dollari al gruppo Eni del quale Descalzi era numero due fino al 2014 e oggi è numero uno.

La moglie di Descalzi nega tutto. Eni fa sapere che sta facendo verifiche interne. E il governo? E il M5S? E Di Battista?

Il caso Eni certifica la mutazione genetica del M5S. Quando Descalzi non era nemmeno indagato e sugli affari della moglie non era uscito nulla, Di Battista chiedeva le dimissioni. Ora preferisce il silenzio. Il Fatto non ha cambiato idea. Come con Renzi, ieri ha chiesto in conferenza stampa al presidente del Consiglio Conte cosa intenda fare di fronte alle notizie del Corriere su Lady Descalzi. La risposta è davvero imbarazzante per il M5S. Al nostro Manolo Lanaro, Conte replica: “Lei mi parla di vicende personali della moglie di Claudio Descalzi, io credo che la responsabilità penale sia personale e fino a quando non verranno accertati fatti penalmente rilevanti nei confronti dell’amministratore dell’Eni, Descalzi avrà la mia fiducia”. Conte confonde la responsabilità penale con quella politica e il conflitto di interessi con i reati. Descalzi si deve dimettere perché si sospetta che la sua azienda abbia pagato dal 2012 al 2017 ben 105 milioni di dollari a un gruppo che era controllato – secondo atti pubblicati dal Corriere ma smentiti dalla moglie – fino al 2014 dalla signora Descalzi. Non sappiamo se questo sia vero, ma sostenere che sia una questione personale della signora Descalzi è una boiata pazzesca.

Usa via dalla Siria (ma salvate i Curdi)

La decisione di Trump di ritirare il contingente americano (2.000 uomini) dislocato in Siria è double face. Quella positiva è il ritorno, che sotto Trump ha già qualche precedente con la pace con la Corea del Nord, al tradizionale isolazionismo repubblicano che era stato rotto dai due Bush. Con Trump non ci saranno più guerre sciagurate e questo dipende proprio dal nucleo centrale della sua dottrina, quell’“America first” che ha come credo la supremazia dell’economia sulla politica. Perché è proprio per l’economia che i ceti medi americani lo hanno votato facendo piazza pulita degli ipocriti snob, dalla Clinton allo star system di Hollywood.

Ci saranno solo, e sono già in atto da quando The Donald è al potere, guerre commerciali (con la Cina, con l’Europa e con qualsiasi altro concorrente). Trump da buon imprenditore è molto attento al quattrino e per lui la geopolitica è solo in funzione dell’economia (avrebbe potuto essere la parte di Berlusconi se non si fosse poi rivelato un delinquente comune, cosa che Trump non è). È quindi comprensibile che Trump non voglia buttar via soldi mantenendo 2.000 uomini sul terreno in Siria, quando l’obiettivo principale, o almeno quello dichiarato, era l’Isis. L’Isis combattente – e qui Trump ha perfettamente ragione – in Medio Oriente non esiste praticamente più, si è spostato in Pakistan, in Afghanistan, in Cecenia. Questo atteggiamento di Trump può dare anche qualche speranza all’Afghanistan dove gli americani mantengono 14 mila uomini e basi che gli costano 45 miliardi di dollari l’anno. E infatti è proprio di queste ore l’annuncio di Trump di voler ritirare 7 mila uomini dall’Afghanistan, inoltre a Doha ci sono trattative fra emissari talebani e americani con lo scopo di porre fine a una guerra che si trascina, senza risultato, da 18 anni.

Infine, nonostante tutte le sciocchezze sul Russiagate, i rapporti fra Trump e Putin appaiono ottimi. I due hanno preso atto che, dopo il collasso dell’Urss del 1989, i tempi della “guerra fredda”, intesa in modo tradizionale, sono finiti. E questo per chi ha vissuto l’epoca dell’“equilibrio del terrore” è un grande sollievo (si veda il recentissimo film Cold War diretto dal regista polacco Pawel Pawlikowski).

La faccia negativa è il consueto sacrificio dei curdi lasciati in balia della Turchia che certo non si farà sfuggire l’occasione. Già nel lontano 1991 il giornalista americano William Safire scriveva sul New York Times: “Svendere i curdi… è una specialità del Dipartimento di Stato americano”. E se mi è permesso nel 1990 durante la guerra del Golfo avevo scritto un pezzo per l’Europeo intitolato “Chi si ricorda dei poveri curdi”, poi “Perché l’Onu non aiuta i curdi?” (Europeo, 26.4.1991) e in seguito ho scritto decine di pezzi, anche sul Fatto, a favore dell’indipendentismo curdo. La popolazione curda, che è l’unica legittimata a occupare un territorio che non a caso si chiama Kurdistan, è divisa arbitrariamente fra quattro Stati, Iraq, Iran, Siria e Turchia. Quest’ultima ha sempre condotto una guerra spietata all’indipendentismo curdo perché nel Paese ora governato in modo dittatoriale da Erdogan, i curdi sono circa 14 milioni e la Turchia ha sempre temuto che l’indipendentismo curdo sparso nei vari Stati si potesse unire. Nel 1988 la Turchia siglò un patto leonino con Saddam Hussein che prevedeva che gli eserciti turchi e iracheni potessero uscire dai propri confini dando la caccia ai guerriglieri curdi la cui debolezza è sempre stata quella di essere divisi fra il PDK di Barzani e il PKK di ispirazione comunista guidato sino alla fine degli anni 90 da Ocalan che poi, rifugiatosi in Italia, fu vergognosamente consegnato alla Turchia dal governo D’Alema. Con i curdi si è sempre fatta la politica dell’“usa e getta”. Nella guerra all’Isis, in cui sono stati determinanti perdendo nei combattimenti contro i feroci guerriglieri di Al Baghdadi, forse oggi i migliori del mondo perché a loro nulla importa di morire, 10 mila uomini.

Attualmente i curdi hanno nelle loro mani dai 3.000 ai 5.000 prigionieri dell’Isis, perché i guerriglieri del Califfato hanno preferito consegnarsi a loro, riconoscendosi in qualche modo negli stessi valori tradizionali, piuttosto che agli iracheni o agli americani per non finire come gli afghani a Guantanamo. In quanto agli Usa hanno sempre sorvolato sulle infinite violenze fatte dal governo turco sugli indipendentisti curdi dentro e fuori il proprio Paese. L’appoggio degli Usa all’alleato turco, anche se oggi questa alleanza è un po’ traballante, è sempre stata una costante americana e non si può quindi accusare solo Donald Trump se continua questa politica, moralmente ripugnante ma di lunghissimo corso.

Mail box

 

Tanti tipi di inquinamento: cambiamo il nostro stile di vita

Arriva il freddo e puntualmente si torna a parlare di un problema lontano dall’essere risolto: l’allarme smog. L’emergenza delle polveri sottili perdura incessantemente da diverso tempo a causa delle emissioni degli impianti di riscaldamento a cui si sommano l’inquinamento delle industrie e del traffico stradale (nonostante le campagne delle targhe alterne). Ma non sono gli unici due fattori di rischio per la nostra salute.

Come rivela uno studio pubblicato su una rivista scientifica, l’Italia è uno dei Paesi più colpiti dall’inquinamento luminoso, tanto che le aree del nostro paese su cui il cielo stellato si stende ancora sul paesaggio rappresentano l’eccezione mentre la Pianura Padana è piena di lampadine accese. Siamo avvolti dalle luci artificiali, un inquinamento silenzioso tanto da sembrare senza conseguenze ma che invece disturba e altera i nostri sensi, incidendo negativamente sul nostro vivere quotidiano. Conseguenza logica di scelte sbagliate e noncuranza oltre a uno spreco di energia e denaro. Il rimedio è possibile e ci sono diverse soluzioni. Tanto per cominciare, sarebbe una buona idea assumere un comportamento più responsabile, limitando il riscaldamento e l’illuminazione allo stretto necessario negli uffici pubblici come nei negozi e nelle nostre case.

Silvano Lorenzon

 

Sui prodotti made in Italy servono tutela e promozione

Il pericolo della risoluzione delle Nazioni unite sul tema nutrizione, che interessa da vicino il made in Italy con la minaccia dell’etichetta a semaforo per i prodotti tradizionali della dieta mediterranea, per il momento sembra sventato.

Il ministro delle Politiche agricole, alimentari, forestali e del turismo Gian Marco Centinaio ha infatti annunciato che finalmente l’Onu ha fatto un passo indietro e ha dovuto ammettere che i nostri prodotti, le eccellenze del made in Italy, non sono dannose per la salute, che l’enogastronomia italiana è sana e di qualità. Sui nostri alimenti non ci sarà quindi nessun bollino nero: infatti l’etichetta a semaforo è senz’altro pericolosa per i cibi italiani.

Casomai sarebbe opportuno introdurre un’icona a batteria che indichi la percentuale di nutrienti e che consenta di visualizzare le componenti nutrizionali quali calorie, grassi, zuccheri e sale. Il ministro ha così sventato quello che sembrava un vero e proprio attacco per mettere in difficoltà i prodotti tipici nostrani, perché indicazioni ingannevoli e fuorvianti danneggiano l’economia di un paese.

Sempre il ministro ha giustamente fatto presente bisogno puntare sulla promozione, la tutela e tutto ciò che possa aiutare concretamente il settore.

Con occhio vigile affinché i prodotti italiani siano tutelati e salvaguardati in tutto il mondo.

Maurizio Pulimanti

 

Il clima d’incertezza è generato anche dai giornali e dalla tv

La fabbrica degli attacchi al governo gialloverde funziona così: i “giornaloni” nazionali, letti sì e no da tre milioni di italiani, costruiscono titoloni su spaccature interne ai partiti, liti tra i Salvini e Di Maio, varie bocciature della manovra, minacce di dimissioni di ministri e via dicendo. Poi le televisioni la mattina dopo alla lettura dei giornali diffondono a macchia d’olio i titoloni a decine di milioni di cittadini. Si crea così un clima di incertezza per quella parte della popolazione che s’informa principalmente alla televisione. E si agita il fantasma dello spread, per cui ogni cittadino usciva di casa convinto di essere alla vigilia di una crisi finanziaria senza precedenti.

Dopo sei mesi di questa strategia, studiata a tavolino, i maghi dell’informazione un risultato lo hanno ottenuto: il fermo dei consumi, sintomo della diminuita fiducia nel futuro dei cittadini.

Francesco Degni

 

Le belle parole si sprecano. Persino in Vaticano

Vorrei vedere il nostro ricco papato meno lussuoso e più aperto ad aiutare gli italiani più poveri e i migranti abbandonati a se stessi che girano a vuoto per le strade senza un lavoro né un letto. Sento un fiume di chiacchiere per l’accoglienza di chi fugge in cerca di un futuro, ma poi nei fatti non vedo nessuna assistenza concreta da parte del Vaticano e dei politici. Mai che all’arrivo dei barconi ci fossero tra i volontari preti e suore, politici o scrittori che parlano tanto di accoglienza in modo sterile e fatuo. Basta con questo parlare a vuoto, con tutte queste battaglie d’opinione, che mi sembrano sempre più battaglie ideologiche, per offendere gli altri senza ragione.

I parlamentari Cinquestelle, sia italiani sia europei, si sono decurtati gli stipendi per creare fondi di garanzia e aiutare piccole e medie imprese, dunque per creare posti di lavoro a chi non ne ha. Ma tutti gli altri chi aiutano veramente? Il Pd, non avendo più né un segretario né un programma, si aggrappa ai migranti come ultimo alibi. Ma anche questo è solo uno schermo che copre il vuoto, e se si guarda cosa produce, non produce nulla.

Le parole, se non sono seguite dai fatti sono un’offesa alla miseria. E se quelle parole sono dette da persone che finora hanno fatto regali solo alle banche, ai ricchi e alle multinazionali o a se stessi, quelle parole diventano bestemmie.

Viviana Vivarelli

Ecobonus per la casa. Imprigionati nella ragnatela della burocrazia

Nel 2009 ristrutturo la casa intestata a mio figlio, e avendo utilizzato materiali a risparmio energetico (infissi), sfrutto la legge che prevede un defalcamento di quote annuali per un totale di cinque anni sulla dichiarazione dei redditi. Peraltro un iter laboriosissimo che coinvolge più enti, financo Pescara. Il commercialista mi dà istruzioni su come riempire il modulo bancario evitando di farlo lui, quando invece avrebbe dovuto. In banca chiedo al cassiere di darmi quel modulo preciso, ma mi risponde che conosce poco la procedura. Mi fa così utilizzare il modulo ordinario, dicendomi comunque di stare tranquillo. Mal me ne incolse. Mio figlio nel 2015 si vede arrivare una richiesta di rimborso di 5.000 euro. Morale: la banca ha fatto un’errata comunicazione all’Agenzia delle Entrate che ha poi passato la pratica di riscossione a Equitalia, con la quale mio figlio ha patteggiato una rateizzazione pur non avendo commesso alcuna evasione. In questi giorni avrebbe potuto usufruire della rottamazione risparmiando, quindi, 700 euro. Ma, ahimé, avendo saltato per svista il pagamento di una rata pregressa è risultato escluso dall’agevolazione. Si tratta, insomma, di piccole tegolette quotidiane che cadono sulla nostra testolina impattando non tanto da tramortire, quanto lasciando qualche bel bernoccolo su cui riflettere.

Maurizio Dickmann

Gentile Dickmann, non ci sono spiragli: la nostra vita sembra imprigionata nella ragnatela della burocrazia. Una macchina che, mentre impone le sue regole asfissianti, blocca ogni possibilità di riscatto. Tutti protestano da anni per l’eccesso di burocratizzazione, ma nessuno riesce a fare niente per limitarla. A ogni passo che viene fatto per semplificare, ne seguono dieci che ricomplicano di nuovo tutto. E lo stesso copione è stato seguito per le agevolazioni sugli interventi di riqualificazione energetica, una voce che nel 2017 ha fatto risparmiare 1,6 miliardi di euro di tasse. Nell’ultimo decennio, però, il bonus ha subìto numerose modifiche (rate, aliquote, documenti da presentare) che hanno generato confusione e fatto commettere degli errori. Così se da anni è saltato l’obbligo della comunicazione al Centro Operativo di Pescara, a farci compagnia è rimasto il bonifico parlante, proprio quello che non ha compilato suo figlio. Meglio, però, precisare: non è parlante perché stimola il dialogo con il fisco; serve solo a riportare tutte le voci necessarie a dimostrare di avere effettuato i lavori che godono dello sgravio fiscale.

Patrizia De Rubertis

La sinistra a cinque Stelle

Con la sua bella prosa levigata Ezio Mauro è tornato a offrire, su Repubblica di mercoledì scorso, la propria visione dei tempi che corrono e del ruolo che dovrebbe giocarvi la sinistra.

A suo avviso, per sopravvivere e assumere la leadership, un partito di sinistra deve attingere al suo deposito di valori e ideali, deve rappresentare interessi legittimi, deve interpretare il Paese che intende guidare, deve avere la forza e la visione per aggiornarne con coraggio l’identità politica e culturale, deve offrire al suo elettorato potenziale un progetto, un gruppo dirigente e una leadership capaci di proporre alternative alla visione e al progetto del governo avversario.

Ma qui sta il problema. Chi possiede, oggi giorno, questa visone e questo progetto? Nella lunga storia dell’umanità, la nostra società postindustriale è la prima a essere sorta senza un preventivo modello teorico. Il Sacro Romano Impero nacque sul modello della città di Dio disegnato dai Vangeli e dai padri della Chiesa; gli Stati protestanti del Seicento derivarono dal modello disegnato da Lutero e Calvino; quelli liberali e industriali dell’Ottocento furono realizzati in base alle idee di Smith e Montesquieu; l’Italia di Cavour sulle idee di Gioberti, Mazzini e Cattaneo; la Russia sovietica sulle idee di Marx, Engels e Lenin. Nell’ultimo secolo alcuni Paesi hanno imitato il modello americano, epigono terminale del liberismo, e altri il modello sovietico, epigono terminale del comunismo, ma ora che questi due modelli sono in crisi, tutti ripiegano su un confuso collage di idee e di personaggi, scontando la mancanza di una visione e di un progetto in base al quale definire le differenze tra vero e falso, bene e male, destra e sinistra. Non sapendo dove andare, nessun vento ci è favorevole. Qualche anno fa fece scalpore la dichiarazione di Fabrizio Barca a quelli della Zanzara: “Dietro il governo di Matteo Renzi non c’è un’idea”. Ma che idee ci sono dietro Trump, Putin, May o Merkel?

I modelli di società non sono elaborati dai politici ma dagli intellettuali e, se oggi la società è priva di paradigmi, visioni e progetti, sono gli intellettuali che – a differenza di quanto fecero ai loro tempi, Voltaire e Diderot – hanno tradito il loro compito lasciando la politica in balia dell’economia, della finanza e delle agenzie di rating.

Dopo il New Deal, il liberismo, riconoscendosi inadeguato, dette mano a una revisione radicale del suo paradigma e le scuole di Vienna e Chicago apprestarono una ricetta neo-liberista destinata a diventare pensiero unico. Invece il marxismo, dopo la caduta del Muro di Berlino, non ha fatto nulla per produrre un serio neo-marxismo. Nel vuoto di idee, i più spregiudicati, snob e sguarniti tra i teorici di sinistra arrivarono ad adottare e spacciare le idee neo-liberiste come forma avanzata di marxismo.

La parabola del Partito comunista italiano e del suo nome resta esemplare: da Gramsci a Berlinguer, passando per Togliatti, il Pci rappresentò il punto di riferimento del proletariato, sempre più autonomo dall’Unione Sovietica. A partire dal 1991 il Pds, capeggiato da Achille Occhetto e Massimo D’Alema, virò verso una socialdemocrazia che amava definirsi post-comunismo. A partire dal 1998 il Pds, diretto da D’Alema, Veltroni e Fassino, si colorò di “liberalismo sociale”. A partire dal 2007 il Pd, guidato da Veltroni, Franceschini, Bersani ed Epifani, virò ancora inquinandosi, oltre che di “liberalisno sociale”, anche di “cristianesimo sociale”. In tutta questa metamorfosi il ruolo ispiratore di Repubblica non fu secondario.

A questo punto, il Pd era pronto alle scorribande di un qualche Matteo Renzi che lo blindasse in una formazione politica compiutamente neo-liberista. A certificare questa avvenuta ultima mutazione, il Pd si sarebbe chiamato Partito della Nazione. “Alla fine – come ha scritto Luciano Canfora – non resta più nessuno, e quella larva di formazione politica, che viene chiamata con modo insapore ‘partito democratico’ è abitata da figure della più diversa o nulla provenienza, pervase da pulsioni e rivalità di tipo meramente personalistico”.

Ora Ezio Mauro, proseguendo nella scia dell’azione pedagogica di Repubblica, mette in guardia il Pd dalla tentazione di aprire un dialogo con i 5Stelle per due motivi: per ora il Pd è privo di un’identità forte, risolta, capace di dare coscienza compiuta di sé, e sicurezza nella rotta; in questa prima fase di governo Salvini-Di Maio, il Movimento 5 Stelle è complice della discesa sul Paese, fino a cambiarne l’anima, dell’egemonia di una nuova destra sovranista, antieuropea, razzista.

Non c’è dubbio che negli ultimi nove mesi abbiamo conosciuto un’Italia sovranista, antieuropea, razzista che esisteva fin da prima, ma che ci ostinavamo a minimizzare. E non c’è dubbio che l’unico merito di Matteo Salvini sta nell’averla evocata e convocata in tutta la sua portata, svelandola ai sociologi come me e ai giornalisti come Mauro, che per dovere professionale avrebbero dovuto soppesarla e denunziarla per proprio conto e con maggiore tempestività.

Mauro conviene sul fatto che 5Stelle e Lega sono due formazioni politiche distinte nelle loro basi sociali, portatrici di “due idee del Paese concorrenti e diffidenti, con interessi divaricati e rappresentanze contrapposte”. Deve dunque ammettere che se la Lega – come è sotto gli occhi di tutti – rappresenta una compagine decisamente sovranista, antieuropea e razzista (io direi pre-fascista), dunque il Movimento 5 Stelle, avendo interessi divaricati e rappresentanze a essa contrapposte, non può avere come sua strategia quella di attirare “cittadini e istanze di sinistra, per poi convertirli a una politica apertamente di destra, marchiata dall’ossessione contro i migranti”.

Volesse Iddio che i 5Stelle perseguissero una strategia! Il fatto è che essi sono un “movimento”, cioè un mucchio di sabbia, volatile rispetto alla Lega che è un solido mattone. In quel mucchio di sabbia convivono granelli di destra e di sinistra: secondo uno studio dell’Istituto Cattaneo, al momento delle elezioni il 45% del suo elettorato era di sinistra; il 25% di destra e il 30% fluttuante. Sempre secondo il Cattaneo, il 4 marzo ha votato per i 5Stelle il 37% degli insegnanti, il 37% degli operai, il 38% dei disoccupati e il 41% dei dipendenti della Pubblica amministrazione. Hanno votato 5Stelle un iscritto alla Cgil su tre e 1,8 milioni di ex votanti per il Pd.

Si tratta di un movimento dichiaratamente populista che ha capito prima degli altri come si gestisce il populismo in un universo politico in cui, dopo l’avvento di Internet, ogni formazione politica è costretta a fare i conti con il populismo e dal populismo può uscire o come forza democratica o come strumento di autoritarismo. Spingere i 5Stelle a considerarsi fratelli siamesi della Lega, dotati di un istinto di destra che li destina a essere antieuropei e xenofobi irriducibili, rappresenta un azzardo intellettuale troppo rozzo per un intellettuale come Ezio Mauro, aduso alla raffinatezza delle sfumature.

Il Comune di Lodi cancella le norme discriminatorie

Il Comune ha cancellato le modifiche al regolamento che rendeva più difficile ai cittadini extracomunitari l’accesso ai servizi agevolati come la mensa scolastica: una scelta non spontanea, quella della sindaca leghista di Lodi Sara Casanova e della sua maggioranza, ma dovuta al fatto che il Tribunale di Milano ha giudicato quel regolamento “discriminatorio” e ne ha imposto la modifica. “Con una votazione terminata quasi all’alba il Consiglio Comunale di Lodi ha dato adempimento all’ordine del tribunale di Milano e azzerato le modifiche al regolamento che imponevano ai cittadini stranieri la presentazione di documentazione aggiuntiva dei Paesi di origine per accedere alle tariffe agevolate per le prestazioni sociali”, spiegano le associazioni che hanno seguito la vicenda fin dal primo momento. Le modifiche introdotte nell’ottobre 2017 sono state integralmente cancellate e la situazione è quindi tornata a essere quella che è sempre stata: ciascun cittadino di Lodi potrà accedere alle tariffe sulla base del proprio Isee e italiani e stranieri tornano a essere trattati in maniera uguale, nel dovere di fornire notizie sui loro redditi e patrimoni e uguali prima nel diritto di accedere alle prestazioni sociali.

“Denuncia i razzisti”, campagna su tram e bus dell’Appendino

“Le razze non esistono. I razzisti sì. E puoi denunciarli”. Tra pochi giorni sui mezzi pubblici di Torino e negli spazi pubblicitari comparirà questa frase affiancata dall’immagine di un paio di manette. È la campagna lanciata dall’amministrazione di Chiara Appendino contro l’intolleranza, voluta per arginare episodi accaduti in città, come ad esempio gli insulti alla giovane giocatrice di basket afroitaliana a bordo di un autobus o l’aggressione subita da un richiedente asilo la scorsa estate nei pressi di una chiesa in periferia. L’ultimo episodio è avvenuto in pieno centro domenica scorsa, quando un uomo italiano ha insultato (usando epiteti razzisti) una venditrice ambulante della Costa d’Avorio.

“Questa comunicazione è rivolta anche alle persone che sono a rischio di episodi di razzismo – illustra l’assessore alle Pari opportunità Marco Giusta –. Chi li subisce sa che può contare non solo sul supporto della polizia, carabinieri, polizia municipale, ma anche sulla presenza della questura e della prefettura. L’ex procuratore Armando Spataro aveva già a luglio diramato una circolare per evitare che i crimini a sfondo razzista fossero archiviati, è stato un segnale importantissimo nel cui solco entra questa campagna”.

La campagna, intitolata “Il razzismo non è un’opinione, è un crimine”, ricorda che “se insulti o aggredisci qualcuno per il colore della pelle rischi dai quattro ai cinque mesi di carcere”, come si legge nei manifesti. “l razzismo, al pari del sessismo, della violenza di genere, dell’omofobia e di altre forme di esclusione non hanno alcun posto”, continua l’assessore Giusta.

Ok dei pm al patteggiamento dell’avvocato “pentito”: rivelò le mazzette al Consiglio di Stato

La Procura di Roma ha dato parere positivo alla richiesta di patteggiamento presentata dai legali dell’avvocato Piero Amara e del collega Giuseppe Calafiore, accusati di corruzione in atti giudiziari nel sistema di compravendita di sentenze nei Tribunali amministrativi e al Consiglio di Stato. L’accordo prevede 3 anni per Amara e 2 anni e nove mesi per Calafiore, più 30 mila euro di risarcimento a testa. Adesso sarà il gip a decidere se accettare i patteggiamenti. Intanto è fissata per metà febbraio a Messina l’udienza preliminare sul filone del cosiddetto “Sistema Siracusa”: gli avvocati sono accusati di aver corrotto l’ex pm Giancarlo Longo, che ha patteggiato una pena a 5 anni.

Ma Amara non è un avvocato qualsiasi. È stato lui infatti a rivelare una serie di circostanze sia a Messina che a Roma, portando i magistrati all’interno di un sistema di corruzioni al Consiglio di Stato. È dalle sue parole che nasce la contestazione a Denis Verdini per finanziamento illecito. Per il fondatore di Ala è già arrivata la richiesta di rinvio a giudizio: secondo i pm di Messina avrebbe ricevuto 300 mila euro da Amara per sponsorizzare la nomina dell’ex giudice Giuseppe Mineo al Consiglio di Stato. Quest’ultimo avrebbe favorito a sua volta in alcune sentenze al Consiglio di Giustizia amministrativa in Sicilia i clienti di Amara, ottenendo in cambio un aiuto economico per le cure mediche dell’ex politico Giuseppe Drago. Anche se per non conoscenza diretta, Amara ha raccontato anche di presunti accordi sulla sentenza del Consiglio di Stato nel 2016 sul caso “Mediolanum”. Si tratta del ricorso che diede ragione a Silvio Berlusconi nella disputa con la Banca d’Italia che dopo la condanna definitiva per frode fiscale dell’ex premier, persi dunque i requisiti di onorabilità, gli impone di cedere il 20 per cento di Mediolanum. Per quella sentenza in tre sono indagati, tra questi un giudice del Consiglio di Stato.

“Metodo mafioso”: sette condanne e 50 anni di carcere per il clan Spada di Ostia

Sette condanne con pene complessive di oltre 50 anni di carcere, a conferma della sentenza di primo grado. Si chiude così a Roma il processo d’appello legato al cosiddetto racket delle case popolari del clan Spada di Ostia. Gli imputati rispondevano, a vario titolo, di minacce, violenze, sfratti forzati da alloggi popolari e una gambizzazione. Il tutto aggravato dal metodo mafioso, riconosciuto dai giudici, con cui il gruppo avrebbe tenuto sotto scacco per anni un pezzo di litorale romano. Tensioni in tribunale dopo il verdetto, con uno degli imputati che ha urlato contro i giudici: “Buffoni, quando esco da qui, spacco tutto!”. In aula anche una ventina tra amici e parenti dei condannati, alcuni dei quali hanno gridato contro la Corte: “Vergogna!”

Le condanne sono arrivate dopo una camera di consiglio durata poco più di tre ore: 13 anni e 8 mesi di carcere la pena inflitta a Massimiliano Spada, 5 anni a Ottavio Spada, 6 anni e 4 mesi a Davide Cirillo, 6 anni e 4 mesi a Mirko Miserino, 7 anni e 4 mesi a Maria Dora Spada, 11 anni a Massimo Massimiani e 6 anni e sei mesi a Manuel Granato. Nel procedimento, oltre al Comune, la Regione e l’associazione antimafia Libera, erano parte civile, e saranno risarciti, i due collaboratori di giustizia Michael Cardoni e Tamara Ianni, in passato più volte vittima di intimidazioni. L’inchiesta che ha portato al procedimento, partì nel 2015 dopo la gambizzazione di Massimo Cardoni, detto Baficchio, ferito con due colpi di pistola a Ostia. Dalle indagini venne fuori la violenta contrapposizione tra il clan, allora emergente, degli Spada e la perdente compagine dei Baficchio-Galleoni, che aveva portato alla gambizzazione. Una lotta tra clan fatta anche di minacce, intimidazioni, sfratti e occupazioni forzose di case popolari.

Nella città dei Templi è vietato morire. Il cimitero è pieno, le bare in un magazzino

Riposa in pace è un augurio che non vale per i defunti di Agrigento. Nella città dei Templi infatti non c’è quiete dopo la morte per 37 salme che giacciono nel cimitero privato di Piano Gatta, senza ancora avere degna sepoltura semplicemente perché il camposanto è “sold-out”: non c’è più posto. L’emergenza dura dalla scorsa estate e tocca ormai numeri spaventosi. I cimiteri comunali sono infatti pieni e anche quello privato di Piano Gatta, inaugurato vent’anni fa e al centro di diverse controversie legali con il Comune, non ha più posti per accogliere nuovi defunti.

Accade così che quasi 40 salme sono depositate nelle camere dentro a quest’ultima struttura siano addirittura inaccessibili ai parenti a causa delle “norme igienico sanitarie” che vietano l’accesso. Eppure l’emergenza si ripropone ogni anno: all’inizio del 2018 le bare in fila erano decine e chi può ha optato per un “prestito” da parte di persone che hanno già acquistato un loculo. Chi ha preso in affitto questi posti deve però sperare che il proprietario viva più a lungo possibile, almeno fino a quando il Comune troverà una soluzione. L’unica – cui si è arrivati grazie a una raccolta firme dei cittadini – individuata dall’unità di crisi in consiglio comunale, è quella di recuperare spazi nel cimitero pubblico di Bonamorone, ma ci vorrà tempo. In passato l’unica soluzione trovata era stata la requisizione temporanea dei loculi già venduti, una sorta di affitto costata al Comune 7 mila euro. Ora anche quei posti sono esauriti. L’ampliamento del cimitero di Piano Gatta non è invece possibile: per costruire nuovi loculi è necessario infatti bonificare il terreno del sito, in quanto si tratta di una zona piena di ordigni bellici inesplosi della II Seconda guerra mondiale: i lavori erano iniziati nel 2010, ma al ritrovamento degli esplosivi vennero bloccati, per poi ricominciare in seguito ed essere nuovamente stoppati causa nuovi ritrovamenti. Per liberare tutti gli 80 mila metri quadrati di terreno serve un’importante (e troppo costosa) opera di bonifica. Fino a qualche mese fa i nuovi interventi erano bloccati anche dalle vicende giudiziarie tra la Global Service, azienda scelta nel 2016 dalla Europa Costruzioni, in liquidazione coatta, per la cessione del ramo delle costruzioni dei loculi. Questa cessione non fu ben vista dal Comune di Agrigento che bloccò, o almeno tentò di bloccare, l’affare, fino al giudizio del Tar che dichiarò nullo il provvedimento dell’ente perché arrivato fuori tempo massimo. Tra incuria e degrado la gestione del cimitero è quindi passata alla Global Service, società che ha ricevuto un diniego da parte degli uffici comunali all’installazione di loculi prefabbricati. Fallita anche l’ipotesi di spostare nel campo di inumazione le salme degli 86 migranti morti tragicamente nel naufragio del novembre 2013, seppelliti senza alcun nome nei cimiteri della provincia agrigentina, a oggi le poche alternative si limitano alla costruzione in altezza di nuovi loculi nei palazzi già presenti nel cimitero comunale di Bonamorone. Intanto oggi nei cimiteri di Agrigento vige un solo obbligo, “vietato morire”.