Nel 2015 la Guardia di Finanza propose alla Procura di Roma di intercettare i protagonisti della presunta “soffiata” di Matteo Renzi a Carlo De Benedetti. Quella che consentì all’Ingegnere di guadagnare 600mila euro acquistando le azioni delle banche popolari a pochi giorni dalla riforma.
La proposta di intercettazioni avanzata dalla Gdf non era “nominativa” e quindi, se ritenuto necessario ai fini dell’indagine, si sarebbe valutato di intercettare lo stesso ex presidente del Consiglio per il quale, non essendo parlamentare, non era necessario chiedere alcuna autorizzazione. Negli uffici del Nucleo valutario della Gdf erano giunte le comunicazioni Consob sulla presunta “soffiata” e le stesse informazioni erano nelle mani della Procura di Roma che stava aprendo un fascicolo d’inchiesta. La Gdf proponeva anche di disporre la trascrizione di tutte le conversazioni registrate – avviene regolarmente durante le transazioni finanziarie – dalla Consob in merito al presunto “insider trading”: era questo infatti il reato ipotizzato dai finanzieri. Le intercettazioni sarebbero servite a verificare l’esistenza della “soffiata” e del reato ipotizzato.
Ma l’annotazione della Finanza rimase lettera morta. Dalla Procura non arrivò mai una risposta, tantomeno una delega: i pm decisero di non intercettare nessuno e, invece di affidare l’inchiesta al gruppo di investigatori più esperti del settore, affidarono gli accertamenti a periti privati.
Quell’annotazione è stata poi acquisita nel fascicolo aperto dalla Procura di Perugia che, dopo un esposto dell’Adusbef, è stata chiamata a valutare se i colleghi capitolini avessero agito correttamente quando, avviando l’indagine, scelsero di aprire un fascicolo utilizzando il “modello 45”, ovvero quello delle notizie che non costituiscono reato. Prassi vietata, sostiene l’Adusbef, sia dal codice di procedura penale sia da una circolare del ministero della Giustizia. La Procura di Perugia sul punto ha archiviato: i pm di Roma non hanno commesso alcun reato nella gestione del fascicolo.
Il dettaglio dell’annotazione della Finanza inviata, nel gennaio 2015, ai magistrati capitolini è però interessante per un altro motivo. È interessante alla luce dell’ordinanza firmata pochi giorni fa dal gip Gaspare sturzo che, bocciando la conduzione e gli esiti dell’inchiesta, ordina di chiedere il processo per il broker Gianluca Bolengo che la Procura di Roma, invece, aveva chiesto di archiviare. I concetti chiave dell’annotazione – ovvero la proposta operativa per le indagini – che la Gdf aveva inviato alla Procura di Roma erano tre: indagare per il reato di insider trading; intercettare i protagonisti della vicenda; trascrivere ogni conversazione registrata e in possesso della Consob. Il che avrebbe consentito al pm Stefano Pesci di scoprire in tempo utile quelle conversazioni che, invece, il gip Gaspare Sturzo ora gli contesta di non aver mai utilizzato.
Nel giugno 2016 il pm Pesci chiede l’archiviazione per Gianluca Bolengo (unico indagato per ostacolo alla vigilanza). Per due volte il gip Sturzo la respinge, prima chiedendo di fare nuove indagini, poi con l’imputazione coatta del broker.
Nella propria ordinanza, il gip riepiloga le contestazioni mosse a Bolengo: “Si ipotizza un’attività di ostacolo alla vigilanza per non aver prontamente” segnalato il “contenuto di una conversazione, nel corso della quale” Carlo De Benedetti “suggeriva un investimento in titoli di Banche Popolari in quanto, a suo dire, si prospettava imminente un serio intervento di riforma delle Popolari da parte del Governo”.
Quando chiede l’archiviazione, il pm Pesci spiega che non si può parlare di “informazione privilegiata”: insomma al telefono con De Benedetti, i due parlano di una riforma di cui si era già scritto sui giornali e Bolengo usa il termine “decreto” in modo generico per indicare il futuro intervento del governo. Inoltre l’Ingegnere non aveva notizie precise, non conosceva neanche la data del futuro decreto. Il gip Sturzo non solo demolisce questa tesi, ma bacchetta ripetutamente il pm e anche la Consob.
Il magistrato secondo il gip addirittura confonde “effetto price sensitive” e “informazione privilegiata” con “una ricostruzione che finisce per confondere tra effetto e causa”. E ancora: il fascicolo riceve dalla Consob una “messe abbondante di atti… molti dei quali inseriti… su cd contenenti centinaia di file, senza alcuna chiara rubrica e senza alcun indice”, il che “generava una impossibilità di comprendere in modo chiaro la ricostruzione degli eventi”.
E infatti il gip valorizza una conversazione tra De Benedetti e Bolengo, in un primo momento neanche trascritta. Insomma per il giudice l’inchiesta è stata condotta facendo confusione persino nella interpretazione dei reati e nell’acquisizione dei documenti.