La Società editoriale. Il Fatto replica alle scorrettezze di Davide Serra

In merito alle affermazioni fatte dal signor Davide Serra in un simpatico tweet e riportate da Dagospia, la Società Editoriale Il Fatto segnala diverse gravi imprecisioni e scorrettezze che denotano la volontà di screditare gratuitamente la nostra Società proprio in una fase delicata di roadshow, utilizzando materiale in possesso solo a investitori come Algebris che dovrebbero tutelare le emittenti che incontrano.

La Società Editoriale Il Fatto, su consiglio del Global coordinator, ha incontrato fra i tanti investitori anche Algebris in perfetta buona fede, evidentemente non reciproca. Dai nostri bilanci, di facile lettura per un uomo del mestiere quale il signor Serra, si può leggere chiaramente che la Società accantona ogni anno un fondo cospicuo per querele e risarcimenti. Dunque i risarcimenti citati (peraltro frutto di sentenze soltanto di primo grado) non impattano sul risultato di esercizio, ma solo sulla liquidità.

È inoltre errato anche il dato dell’80%, in quanto solo il primo risarcimento è in capo alla Società Editoriale Il Fatto, mentre il secondo è in capo a Marco Travaglio per dichiarazioni rilasciate in una trasmissione televisiva. Dal materiale presentato in roadshow, infine, si può chiaramente evincere lo sforzo importante di investimenti che la nostra Società sta compiendo per svilupparsi ancor prima della raccolta di capitale in Borsa ed è l’ammortamento degli investimenti a pesare sui risultati di esercizio. Quest’ultimo aspetto un investitore dovrebbe sottolineare come elemento distintivo e positivo, piuttosto che sfruttare una sentenza provvisoria per sentenziare il falso.

Se il signor Serra è felice della momentanea vittoria di Tiziano Renzi contro il Fatto, scriva che è felice. Ma non confonda la sua professione con le sue simpatie politiche manipolando dati in suo possesso e rischiando di arrecare un danno economico a una florida società emittente.

“Ora si dimetta” La raccolta firme su Change.org

“È ora che il ministro Giovanni Tria e il governo chiedano le dimissioni dell’Ad dell’Eni”. Claudio Gatti, autore del libro Enigate (edito dalla casa editrice del Fatto Quotidiano, Paper First) lancia sul sito Change.org una raccolta firme per chiedere le dimissioni di Claudio Descalzi, dopo che sua moglie è stata chiamata in causa nell’inchiesta sul petrolio del Congo. “Il libro-inchiesta Enigate – è scritto nella petizione – dimostra che la gestione dell’attuale ad Claudio Descalzi e quella del suo predecessore Paolo Scaroni sono state contrassegnate da intermediazioni occulte, interessi privati in atti aziendali e inadeguatezza di governance”. E ancora: “Descalzi e Scaroni sono sotto processo a Milano per corruzione internazionale legata all’acquisizione dei diritti esplorativi del giacimento petrolifero nigeriano Opl-245, ma nella sentenza di condanna ai due imputati della stessa vicenda che hanno scelto il rito abbreviato si legge che la procedura di acquisto dell’Opl 245 ‘è stata costellata da un’impressionante sequenza di anomalie, che necessariamente devono essere state avallate dai vertici della società e non trovano alcuna logica giustificazione se non negli illeciti accordi spartitori“.

L’Eni nell’intrigo congolese. Ma Conte: “Descalzi resti”

Conte non molla Descalzi. Il premier ieri ha ribadito la sua fiducia nonostante nell’inchiesta sul petrolio del Congo appaia il nome di sua moglie che però non è indagata. A ilfattoquotidiano.it ieri in conferenza stampa Conte ha risposto: “Fino a quando non verranno accertati fatti penalmente rilevanti nei confronti di Claudio Descalzi, avrà la mia fiducia. Mi parla di vicende personali della moglie di Descalzi e per me la responsabilità penale è personale”.

Alessandro Di Battista, contattato dal Fatto, preferisce non commentare. Nel 2014, quando era all’opposizione, aveva chiesto le dimissioni di Descalzi per l’inchiesta sul petrolio nigeriano. Oggi è di scena il Congo.

Come ha riferito il Corriere della Sera, giovedì i pm di Milano hanno acquisito all’Eni i contratti con società fornitrici straniere. Agli inquirenti interessa la Petro Service Congo, controllata come un’altra decina di società dalla olandese Petro Serve Holding BV. Dal sito www.petro-services.com si scopre che questo colosso opera in Nigeria, Gabon, Angola, Mozambico e possiede una grande flotta navale. Lavora con Eni e altri grandi gruppi. Dal 2012 al 2017 il gruppo secondo gli inquirenti ha affittato a Eni Congo Sa navi e servizi per 105 milioni di dollari. Ecco il punto: nel 2014, sempre secondo gli inquirenti, Marie Magdalena Ingoba, la moglie congolese di Descalzi, avrebbe controllato la Petro Service Congo attraverso una società lussemburghese: la Cardon Investments Sa. La circostanza, se confermata, solleverebbe almeno un conflitto di interessi per il numero uno Eni.

“Non ne ho mai sentito parlare e non ho mai avuto a che fare con questa società”, è la risposta di lady Ingoba-Descalzi. Eppure, per gli inquirenti milanesi, la documentazione sulle imprese lussemburghesi confermerebbe che l’8 aprile 2014 – una settimana prima che il governo Renzi designasse Descalzi alla guida dell’Eni – Ingoba avrebbe venduto le sue quote di Cardon Investments sa ad Alexander Anthony Haly. Sul sito internet del gruppo Petro-Services il giovane manager inglese con base a Montecarlo figura come amministratore delegato del gruppo. Lo scorso 5 aprile è stato perquisito a Monaco dai pm milanesi. Come Roberto Casula (ex numero tre dell’Eni) e Maria Paduano (manager ambientale della società). L’inchiesta puntava allora su altre società. Ora la Procura ha trovato nuove “evidenze investigative” secondo le quali l’8 aprile 2014 Haly avrebbe comprato le quote della Cardon Investments Sa dalla moglie di Descalzi. Per capire qualcosa di più il Fatto ha visionato i documenti camerali delle società. La piramide è così composta: in basso troviamo Petro Service Congo e le altre consorelle africane, tutte controllate da Petroserve Holding Bv, società di diritto olandese fondata nel 2000 con un capitale di 18 mila euro e sede a Capelle aan den IJssel, Olanda Meridionale. Ma è solo l’inizio: per capire chi c’è dietro bisogna andare in Lussemburgo dove si trova la Cardon. Oltre alla Petro Service Congo, controlla anche quella del Ghana, nonché società petrolifere operanti in Nigeria. E appunto la Petroserve olandese. Tra gli amministratori c’è a Haly.

La Cardon risulta costituita dalla JMCPS, una fiduciaria lussemburghese a sua volta costituita un’ultima fiduciaria che si chiama Bureau d’Ecosse. Da capogiro.

Dall’Eni affermano: “La nostra società conferma la correttezza del proprio operato e l’estraneità a qualsiasi condotta illecita. In relazioni alle indagini della Procura di Milano, Eni ha già avviato le opportune verifiche interne anche con il coinvolgimento di uno studio legale indipendente e sta prestando piena collaborazione all’autorità giudiziaria. Per quanto riguarda il ruolo ipotizzato per la Signora Ingoba in relazione alla società Petro Service Congo, Eni fa riferimento alla smentita esplicita data dalla Signora sul proprio presunto coinvolgimento come detentrice di quote di proprietà tramite la società Cardon Investments”.

La questione della società lussemburghese e del rapporto presunto tra Ingoba e Haly si inserisce nel filone emerso già il 5 aprile: la Guardia di Finanza aveva eseguito una serie di perquisizioni a Milano, Roma e Montecarlo, gli indagati sarebbero seii. Oggetto: le concessioni petrolifere in Congo, del valore di almeno 350 milioni di euro. L’ipotesi è che, per ottenere il rinnovo della concessione, l’Eni abbia pagato un sovrapprezzo di circa il 10 per cento, preteso dalle autorità congolesi per promuovere l’economia del Paese.

Un altro possibile caso di corruzione internazionale, come quello nigeriano. I benefici sarebbero andati a politici e amministratori del Congo. Per l’accusa non ci sarebbero mazzette ma benefici sullo sfruttamento dei giacimenti. La vicenda sarebbe ruotata intorno alla Aogc (Africa Oil and Gas Corporation), controllata di fatto da Denis Gokana, consigliere del dittatore locale Denis Sassou Nguesso. Il decreto di perquisizione di aprile, firmato dai pm Paolo Storari e Sergio Spadaro, spiega che nel 2013 entra in scena anche un’altra società che acquista il 23 per cento di un importante permesso estrattivo, il Marine XI: la Wnr, World Natural Resources. È “una società di comodo” con sede a Londra – scrivono i magistrati – controllata da alcune società schermo, Sceplum e Oligo. Tra i directors che si sono succeduti alla guida di Wnr c’ il solito Haly. Solo le indagini diranno se Haly è stato davvero il compratore delle quote lussemburghesi di Cardon dalla moglie di Descalzi.

Sciopero all’Ansa: “Equilibrio raggiunto, ora le assunzioni”

Ventiquattro ore di sciopero. L’Ansa , fino alle sette di questa mattina, ha protestato contro le scelte aziendali. E in sciopero, ma da due giorni, sono anche i colleghi di Askanews. “Il Cdr dell’Ansa – è la nota dei giornalisti dell’agenzia di stampa – prende atto della volontà dei vertici aziendali di non procedere con un reintegro dell’organico redazionale al termine del piano di crisi che ha consentito il raggiungimento dell’equilibrio di bilancio. Il Cdr, consapevole della gravità del quadro generale del mondo dell’editoria, ritiene comunque imprescindibile che il tema dell’organico venga urgentemente affrontato. Il Cdr, dopo anni di sacrifici che hanno decimato il corpo redazionale, rigetta inoltre la logica dei soci editori, improntata al mero contenimento dei propri costi”. E hanno proclamato uno sciopero anche i giornalisti dell’agenzia Askanews “per protestare – si legge in una nota – contro l’ipotesi di ricorso al concordato preventivo. (…) L’assemblea di Askanews condanna e respinge questa ipotesi, (…) e rimanda al mittente le minacce di ulteriori 27 esuberi”. I giornalisti chiedono un incontro con il premier Giuseppe Conte e con i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

Delrio: “L’allarme per il Morandi? Non sapevo, toccava ai tecnici”

Genova

Due interrogazioni parlamentari del senatore ligure Maurizio Rossi che nel 2015 e nel 2016 si rivolgeva all’allora ministro Graziano Delrio parlando di “preoccupante cedimento dei giunti” del ponte Morandi, poi crollato il 14 agosto con 43 vittime. Anche di questo si è parlato ieri quando Delrio si è presentato davanti ai pm di Genova. Non è indagato, i pm hanno ritenuto utile sentirlo come persona informata dei fatti, innanzitutto, per capire se governo e ministero fossero a conoscenza delle condizioni del ponte. Delrio è stato netto: “Esistono due livelli, quello politico e quello tecnico. Io nella mia azione politica ho sempre indicato come priorità, e posso dimostrarlo, la sicurezza e la manutenzione, anche a scapito del completamento delle opere”.

Eppure ci sono le due interrogazioni di Rossi che dicevano: “Il Morandi è stato oggetto di un preoccupante cedimento dei giunti che hanno reso necessaria un’opera straordinaria di manutenzione senza la quale è concreto il rischio di una sua chiusura”. Delrio non cerca giri di parole: “Quelle interrogazioni non le conoscevo, non le ho viste prima del disastro. Ogni ministro riceve centinaia di interrogazioni e non c’è il tempo materiale per seguirle tutte. Anche se io sono stato uno dei ministri che ha risposto di più: il 40% delle interrogazioni”. Ma Delrio aggiunge: “Le interrogazioni, se le leggete bene, parlavano della Gronda e dei problemi infrastrutturali di Genova. Per il Ponte riferivano di lavori eseguiti ipotizzando al massimo la chiusura”. Ma l’interesse dei pm, che non attribuiscono responsabilità a Delrio, era anche un altro: capire se governo e livello politico del ministero venissero informati dei documenti sulla salute del ponte: dalle preoccupanti relazioni del Politecnico di Milano al progetto di retrofitting per mettere in sicurezza il Morandi: “Tutti questi documenti sono rimasti a livello tecnico, quindi io non riesco a dare informazioni perché non ne ero a conoscenza. Come al solito i progetti rimangono a livello della direzione di vigilanza”.

Il secondo punto era capire se il livello tecnico del ministero potesse vigilare e se lo abbia fatto: “La convenzione con il concessionario e il codice della strada attribuiscono al concedente pubblico il potere di vigilanza sul lavoro del concessionario. Senza chiedere il permesso”. Ma i controlli sono stati svolti? “Ho detto che, come in tutte le strutture ministeriali, vi è sicuramente una difficoltà di personale. Noi abbiamo ottenuto 270 assunzioni tra il 2015, quando sono arrivato, fino allo sblocco delle assunzioni: 130 sono state fatte e altre verranno”.

Non è stato toccato invece il tema dei termini della concessione concordata con Autostrade: Delrio all’epoca non era ministro.

La Gdf voleva intercettare De Benedetti (e forse Renzi)

Nel 2015 la Guardia di Finanza propose alla Procura di Roma di intercettare i protagonisti della presunta “soffiata” di Matteo Renzi a Carlo De Benedetti. Quella che consentì all’Ingegnere di guadagnare 600mila euro acquistando le azioni delle banche popolari a pochi giorni dalla riforma.

La proposta di intercettazioni avanzata dalla Gdf non era “nominativa” e quindi, se ritenuto necessario ai fini dell’indagine, si sarebbe valutato di intercettare lo stesso ex presidente del Consiglio per il quale, non essendo parlamentare, non era necessario chiedere alcuna autorizzazione. Negli uffici del Nucleo valutario della Gdf erano giunte le comunicazioni Consob sulla presunta “soffiata” e le stesse informazioni erano nelle mani della Procura di Roma che stava aprendo un fascicolo d’inchiesta. La Gdf proponeva anche di disporre la trascrizione di tutte le conversazioni registrate – avviene regolarmente durante le transazioni finanziarie – dalla Consob in merito al presunto “insider trading”: era questo infatti il reato ipotizzato dai finanzieri. Le intercettazioni sarebbero servite a verificare l’esistenza della “soffiata” e del reato ipotizzato.

Ma l’annotazione della Finanza rimase lettera morta. Dalla Procura non arrivò mai una risposta, tantomeno una delega: i pm decisero di non intercettare nessuno e, invece di affidare l’inchiesta al gruppo di investigatori più esperti del settore, affidarono gli accertamenti a periti privati.

Quell’annotazione è stata poi acquisita nel fascicolo aperto dalla Procura di Perugia che, dopo un esposto dell’Adusbef, è stata chiamata a valutare se i colleghi capitolini avessero agito correttamente quando, avviando l’indagine, scelsero di aprire un fascicolo utilizzando il “modello 45”, ovvero quello delle notizie che non costituiscono reato. Prassi vietata, sostiene l’Adusbef, sia dal codice di procedura penale sia da una circolare del ministero della Giustizia. La Procura di Perugia sul punto ha archiviato: i pm di Roma non hanno commesso alcun reato nella gestione del fascicolo.

Il dettaglio dell’annotazione della Finanza inviata, nel gennaio 2015, ai magistrati capitolini è però interessante per un altro motivo. È interessante alla luce dell’ordinanza firmata pochi giorni fa dal gip Gaspare sturzo che, bocciando la conduzione e gli esiti dell’inchiesta, ordina di chiedere il processo per il broker Gianluca Bolengo che la Procura di Roma, invece, aveva chiesto di archiviare. I concetti chiave dell’annotazione – ovvero la proposta operativa per le indagini – che la Gdf aveva inviato alla Procura di Roma erano tre: indagare per il reato di insider trading; intercettare i protagonisti della vicenda; trascrivere ogni conversazione registrata e in possesso della Consob. Il che avrebbe consentito al pm Stefano Pesci di scoprire in tempo utile quelle conversazioni che, invece, il gip Gaspare Sturzo ora gli contesta di non aver mai utilizzato.

Nel giugno 2016 il pm Pesci chiede l’archiviazione per Gianluca Bolengo (unico indagato per ostacolo alla vigilanza). Per due volte il gip Sturzo la respinge, prima chiedendo di fare nuove indagini, poi con l’imputazione coatta del broker.

Nella propria ordinanza, il gip riepiloga le contestazioni mosse a Bolengo: “Si ipotizza un’attività di ostacolo alla vigilanza per non aver prontamente” segnalato il “contenuto di una conversazione, nel corso della quale” Carlo De Benedetti “suggeriva un investimento in titoli di Banche Popolari in quanto, a suo dire, si prospettava imminente un serio intervento di riforma delle Popolari da parte del Governo”.

Quando chiede l’archiviazione, il pm Pesci spiega che non si può parlare di “informazione privilegiata”: insomma al telefono con De Benedetti, i due parlano di una riforma di cui si era già scritto sui giornali e Bolengo usa il termine “decreto” in modo generico per indicare il futuro intervento del governo. Inoltre l’Ingegnere non aveva notizie precise, non conosceva neanche la data del futuro decreto. Il gip Sturzo non solo demolisce questa tesi, ma bacchetta ripetutamente il pm e anche la Consob.

Il magistrato secondo il gip addirittura confonde “effetto price sensitive” e “informazione privilegiata” con “una ricostruzione che finisce per confondere tra effetto e causa”. E ancora: il fascicolo riceve dalla Consob una “messe abbondante di atti… molti dei quali inseriti… su cd contenenti centinaia di file, senza alcuna chiara rubrica e senza alcun indice”, il che “generava una impossibilità di comprendere in modo chiaro la ricostruzione degli eventi”.

E infatti il gip valorizza una conversazione tra De Benedetti e Bolengo, in un primo momento neanche trascritta. Insomma per il giudice l’inchiesta è stata condotta facendo confusione persino nella interpretazione dei reati e nell’acquisizione dei documenti.

 

La giovane dem delusa e pessimista: “Usati per i selfie”

“Noi under 30 del Pdspesso serviamo come bandierine nei selfie e nient’altro. Ma nel frattempo la mia generazione è emigrata. Al Nord quando va bene, ma sempre più spesso all’estero per non tornare mai più in questo Paese. Il Pd dovrebbe offrire prospettive reali perché la vita non funziona come gli algoritmi di Facebook”. Lo sostiene la segretaria regionale campana dei giovani dem Ilaria Esposito, 26 anni, in un’intervista pubblicata ieri sul Mattino. Un’analisi che è un concentrato di delusione e di rammarico per la deriva “di un partito ormai autoreferenziale” dove i giovani “non vengono ascoltati” e non esiste una classe dirigente “capace di raccontare l’Europa come un’opportunità e non come una minaccia secondo la declinazione di grillini e leghisti”. Esposito, area Zingaretti, è segretaria da un anno e mezzo. E guarda al congresso senza ottimismo. “La maggior parte di noi si aspettava altro: un congresso sui temi dopo una collezione interminabile di sconfitte. Invece continuiamo a parlare di noi stessi e se non mettiamo in campo proposte serie scompariamo”.

“Occhio agli appalti senza gara: rischio boomerang”

In questi giorni sono state varate misure importanti per la Giustizia. Da una parte la legge chiamata “spazza-corrotti”, dall’altra l’innalzamento della soglia sotto la quale i comuni possono fare affidamenti diretti, senza gara, che sale da 40 mila euro a 150 mila.

Che giudizio ne dà un magistrato esperto come Alfredo Robledo?

Capisco il tentativo di rendere più veloce l’affidamento dei lavori pubblici. Ma la strada è sbagliata: bisogna rendere meno burocratiche e più veloci le gare, non annullare le gare e i controlli, consentendo ad alcune amministrazioni di non scegliere per le opere pubbliche i soggetti più meritevoli. Innalzando la soglia degli affidamenti diretti si rischia di innalzare la soglia della modica quantità di corruzione tollerata. Sappiamo che poi la soglia sarà poi resa ancora più elevata spezzettando un appalto in più incarichi sotto i 150 mila euro.

E la “spazza-corrotti”?

L’impianto della legge è certamente apprezzabile, ma si impone qualche riflessione migliorativa. La sospensione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, per esempio, rischia di rallentare i processi, perché tanto non c’è più l’impegno a finirli entro i tempi imposti dalla prescrizione. Sarebbe necessario stabilire almeno dei tempi entro i quali arrivare alla sentenza d’appello e poi della Cassazione, altrimenti gli imputati potrebbero restare imputati per un tempo indeterminato. Così non è più certa la durata del processo, con rischio di incostituzionalità, perché la Carta dice all’articolo 111 che “la legge assicura la ragionevole durata” del processo. La sospensione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado potrebbe anche creare disparità di trattamento tra diversi imputati, perché un ufficio giudiziario efficiente, ben organizzato o con meno processi potrà arrivare velocemente alla sentenza d’appello, mentre un ufficio mal organizzato oppure oberato da tanti processi potrebbe mantenere l’imputato sospeso per anni. Vedo che la nuova norma sulla prescrizione entrerà in vigore nel 2020, nel contesto di una riforma più ampia della Giustizia: ora, quindi, è una mera intenzione dal sapore un po’ demagogico.

Viene introdotto il cosiddetto “daspo” per i condannati per reati di corruzione.

Io sono convinto che l’aumento delle pene non ottenga mai grandi risultati, come del resto avviene per la mancata efficacia dissuasiva della pena di morte. Innalzare le pene è una misura che ottiene grande consenso sociale, ma non è idonea a convincere a non commettere reati. Detto questo, ho dubbi anche sul cosiddetto “daspo” a vita. Non mi pare compatibile con il nostro sistema costituzionale. Un imprenditore che abbia un’azienda con una storia di prevalenti rapporti con la pubblica amministrazione e che ha sbagliato una volta, con il “daspo” a vita non potrà più lavorare, sarà costretto a chiudere o vendere l’azienda. Con riflessi negativi anche sugli incolpevoli lavoratori dell’azienda.

Arriva l’agente sotto copertura.

Funziona bene in Paesi come gli Stati Uniti, dove la giustizia è per ricchi, ma almeno funziona l’etica protestante della responsabilità e ciascuno storicamente gioca al meglio il suo ruolo, magistrato, avvocato, poliziotto. Nel nostro sistema sociale il rischio, molto alto, è che sia strumentalizzato per usi politici o di vendette personali. Se non addirittura peggio, come purtroppo insegna la nostra storia di depistaggi e oscurità.

Martina fa il renziano anti-M5S

Si sta cucendo addosso il vestito del segretario che vuole resuscitare il Partito democratico senza dover bussare alla porta del Movimento 5 Stelle, Maurizio Martina. E lo dice forte e chiaro nelle apparizioni televisive e nelle interviste ai quotidiani, spesso quelli più impegnati nella guerra ai Cinquestelle come gli ex renziani Foglio e Repubblica, teorici di un fronte anti-populista senza se e senza ma. Ha dichiarato, per esempio giovedì scorso: “Se penso alle posizioni dei Cinquestelle sulle riforme istituzionali, sul Parlamento e la democrazia rappresentativa, vedo un pezzo del problema italiano”. E ieri a Omnibus su La7: “Confronto con i Cinquestelle? Lo dico chiaramente: è un’ipotesi impossibile”.

Così cerca di ottenere un doppio risultato: rendersi un candidato con una riconoscibilità forte e contrastare la strategia di Nicola Zingaretti – che di volta in volta viene lasciata affiorare e taciuta – di aprire un canale di dialogo con quelle frange del Movimento che vedono allargarsi le crepe nel rapporto con la Lega. Martina intona la stessa nota dei renziani, convinti oppositori dell’apertura ai Cinquestelle, in modo tale da poter esercitare un certo appeal nei confronti di quelli più spaesati dal “liberi tutti” del senatore di Rignano, pronto ormai per un nuovo partito a gennaio. Non vuole perdere pezzi Martina, la cui notorietà politica dopotutto è molto più recente rispetto a quella di Zingaretti. La sua mozione presentata ieri è intitolata “fianco a fianco – cambiare il Pd per cambiare l’Italia” e cucina la ricetta per una “sinistra riformista radicale e moderna”.

Dentro c’è la lotta alle disuguaglianze “tutte, non solo nel reddito, ma anche generazionali, di genere e territoriali”, seguita dal “rimettere al centro il lavoro” puntando a rafforzare il tempo indeterminato abbattendo il costo del lavoro, la riscoperta di un’anima ecologista e, in campo fiscale, “un’unica imposta veramente progressiva su tutti i redditi”. E sembra essere veramente in grado di tenere insieme gli opposti, come dimostra l’incredibile caso Campania: si sono chiuse ieri le nomine a portavoce delle mozioni dei concorrenti alla segreteria e con Martina si schierano l’ex craxiano Umberto Del Basso De Caro e Pantaleone Annunziata. Il primo è su posizioni decisamente contrarie a Vincenzo De Luca, il secondo invece è sostenitore del presidente della Regione. Forse Martina ha davvero il potere dell’unità.

Ma il lavorìo alla sua “destra” non si ferma nonostante i proclami antigrillini. Come rivelato da Dagospia, si sono visti a pranzo i due grandi nemici Renzi e Carlo Calenda. I due dal 4 marzo in poi non hanno certo evitato di dire apertamente le loro critiche al Pd. Calenda un giorno vuole andare oltre il contenitore Pd e un altro vuole lasciarlo, attratto dalla visione di un partito moderato e centrista alla Macron. La stessa del suo avversario Renzi.

Matteo non cede sul seggio calabrese: “Va ricontato tutto”

Matteo Salvini non ci sta. E minaccia di far annullare le elezioni in Calabria dove è stato eletto senatore il 4 marzo scorso.

Nella memoria presentata alla Giunta per le elezioni al Senato, dove pende il ricorso della forzista Fulvia Michela Caligiuri (nella foto) che rivendica per sé quel seggio, sottolinea che gli errori di trascrizione dei voti già accertati dagli uffici di Palazzo Madama, se confermati, potrebbero portare a “un riconteggio integrale di tutte le schede del collegio interessato” e dunque “non si potrà escludere che un riesame generale possa inficiare gli esiti della consultazione elettorale con il conseguente annullamento dell’intero risultato elettorale in quel collegio”. Insomma Caligiuri dovrà attendere e, a quanto pare a lungo, prima di poter sedere al posto di Salvini. Che comunque rimarrà a Palazzo Madama.

A rischiare è invece la sua collega di partito Cinzia Bonfrisco, che aveva conquistato l’elezione nel collegio plurinominale del Lazio grazie al seggio che si era reso vacante per effetto della plurielezione di Salvini.