Diminuiscono le interazioni

I conti li ha fatti il sito Tpi News (www.tpi.it), il risultato è sorprendente: sugli amati social network Matteo Salvini è in calo. Non nei numeri assoluti (i follower crescono) ma nella qualità della sua comunicazione. Mentre negli ultimi 6 mesi il guru Luca Morisi e la sua squadra hanno aumentato sensibilmente la quantità di contenuti condivisi sulle pagine del Capitano, le reazioni degli utenti invece sono diminuite sensibilmente. Si chiamano “interazioni”: da giugno a novembre sono più che dimezzate. All’inizio dell’estate il ministro faceva registrare 17 milioni e 298mila azioni ai propri post, a novembre sono state “solo” 8 milioni e 876mila. Una riduzione del 51 per cento. Gli utenti che hanno interagito sulle sue pagine erano l’1,96 per cento della platea dei suoi follower, oggi sono lo 0,67.

Salvini, sotto i migranti niente. Ora ne sbaglia una dietro l’altra

Dopo lunghi mesi con il vento in poppa, per il Capitano sono arrivati i giorni della bonaccia. La misura del consenso di Matteo Salvini la daranno i sondaggi, e ancora di più le scadenze elettorali. Per ora è solo una sensazione, ma nitida: il capo della Lega sembra aver esaurito le cartucce.

Esaurita la martellante campagna sull’immigrazione e sulla legittima difesa, portato a casa il “decreto Salvini” e incardinata “quota 100” nella manovra, il Capitano è a corto di argomenti. E mostra la corda dove sembrava infallibile: la comunicazione sui social è diventata ipertrofica, ma meno efficace; da giugno i profili di Salvini hanno aumentato la quantità dei contenuti ma dimezzato le interazioni (i numeri che misurano la partecipazione degli utenti).

Adesso Salvini sbaglia. Spesso. E gli errori non sono sottolineati solo dall’opposizione militante, ma iniziano a disorientare anche il suo pubblico di riferimento.

La toga sotto scorta

L’ultima bravata su Facebook non è finita bene. Sabato scorso il ministro dell’Interno ha criticato il giudice che ha assolto 26 militanti dei centri sociali, a processo per una manifestazione contro il segretario della Lega nel 2015 a Viareggio. “Evidentemente aggredire e lanciare sassi per qualcuno non è reato. Evviva la ‘giustizia’ italiana, io tiro dritto!”, scrive il Capitano.

Il magistrato si chiama Gerardo Boragine, è stato rapidamente individuato dai fan di Salvini che hanno iniziato a insultarlo e minacciarlo nei commenti. Risultato: il giudice è finito sotto scorta. L’ha deciso il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica di Lucca. Un fatto paradossale: un organo che dipende dal ministero dell’Interno è costretto da un’uscita superficiale del ministro dell’Interno a disporre la protezione per un altro rappresentante dello Stato. Non proprio una medaglia di cui andare fieri, soprattutto per chi aveva promesso di tagliare le scorte.

Antimafia spoiler

Il 4 dicembre, nel quotidiano bollettino sulle operazioni di polizia, il ministro ha anticipato degli arresti che non erano ancora stati portati a termine (quelli dei famigerati “15 mafiosi nigeriani”). Un’imprudenza criticata immediatamente dal procuratore capo di Torino, Armando Spataro: il tweet – secondo il magistrato – ha fatto sorgere “rischi di danni al buon esito dell’operazione che è tuttora in corso”. Agli agenti che lavorano contro la criminalità sul campo, fuori dai social network, non deve aver fatto piacere. Il Capitano non ha tradito alcun imbarazzo, anzi ha augurato a Spataro “un futuro da pensionato”. La polemica è arrivata al Csm, dove Giuseppe Cascini (capogruppo della corrente di sinistra Area) ha attaccato il ministro: “Non possiamo trascinare questo Paese e le sue istituzioni nel mondo dei social. Non siamo ragazzini”.

La foto con l’ultrà

La stessa polizia che Salvini non manca di omaggiare quotidianamente negli slogan e sulle felpe non deve aver gradito nemmeno l’immagine del ministro dell’Interno a braccetto con un pregiudicato. È successo domenica scorsa durante la festa per i 50 anni della Curva Sud del Milan. Salvini non si è fatto mancare la photo opportunity con Luca Lucci, 37 anni, da poco uscito dal carcere dopo una condanna per traffico di droga, già noto alla giustizia per un’aggressione a un tifoso interista che nella rissa perse un occhio, nel 2009.

La reazione del Capitano è confusa. Prima ha fatto finta di nulla: “Ero un indagato tra gli indagati”, che male c’è? Poi ha abbozzato una timida retromarcia: “Se avessi saputo chi era, avrei evitato”.

La fede per il Milan rende il ministro distratto: la scorsa settimana, in piena bagarre per la trattativa con Bruxelles sulla manovra, era volato ad Atene per seguire la sfortunata trasferta di Europa League. Aveva accreditato la sua immagine pop volando con Ryanair, omettendo però un fatto: a seguirlo in Grecia, come gli obblighi di sicurezza impongono, s’è dovuto portare dietro anche due agenti di scorta (che volano a spese del Viminale).

La circolare ai prefetti

Dal ministero dell’Interno sono stati costretti ad ammettere che la prima reazione dei prefetti alle norme del decreto Sicurezza sui migranti è stata fin troppo zelante: in sostanza i funzionari hanno interpretato la legge di Salvini in un modo considerato eccessivo (ne sono una prova gli ospiti del Cara di Crotone finiti per strada a inizio dicembre). Il Viminale ha dovuto quindi inviare una circolare per spiegare meglio la legge. E per sottolineare che non si applica in maniera retroattiva: chi è beneficiario di protezione umanitaria nei centri e negli Sprar non deve essere mandato via.

Hezbollah e i soldati

L’imprudenza twittarola del ministro l’ha accompagnato anche nella missione a Gerusalemme. Martedì 12 dicembre ha pubblicato uno status in cui definiva “terroristi islamici” i miliziani di Hezbollah, il gruppo radicale libanese nemico di Israele. Un’affermazione che ha creato tensioni con il ministero della Difesa, che ha criticato il Capitano: le sue parole avrebbero potuto mettere a rischio la sicurezza dei soldati italiani che si trovano in Libano nella missione di pace delle Nazioni Unite. Dopo la polizia, le forze armate: gli svarioni del ministro imbarazzano quelli a cui dice di volere più bene.

Esulta Zaia: “Da qui a due mesi il popolo veneto sarà libero”

“Mai regalodi Natale più bello i veneti avrebbero potuto trovare sotto l’albero. E anche per me sarà probabilmente il Natale più bello della mia vita. Finalmente quella che qualcuno definiva un’utopia, una folle idea, una cosa irrealizzabile sta diventando realtà”.

Lo ha detto il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, dopo il Consiglio dei ministri sul percorso per arrivare alla bozza di intesa sull’autonomia differenziata in base all’articolo 116 della Costituzione. “Per la prima volta nella storia della Repubblica – sottolinea il governatore – entra nel Cdm il progetto per l’autonomia del Veneto, viene analizzato e addirittura viene annunciata dal premier, dal vicepremier Salvini e dal ministro degli Affari regionali Stefani, una road map per l’intesa sull’autonomia da qui al 15 febbraio, indicata come data ultima per la firma. È una giornata stupenda, sorridente”. Per questo “ringrazio il presidente del Consiglio, tutti i ministri della coalizione per questo ulteriore slancio nei confronti del popolo veneto. C’è davvero da giubilare pensando che da qui ai prossimi due mesi la partita sarà chiusa e l’autonomia sarà realtà”.

“Siamo alla secessione dei diritti: il M5S al Sud rischia di pagarla cara”

Un tempo erano tutti federalisti, oggi tira l’autonomia: dopo i referendum consultivi di Lombardia e Veneto del 2017, ieri una prima bozza di accordo con le Regioni (c’è anche l’Emilia Romagna) è arrivata in Consiglio dei ministri e il governo conta di chiudere il tutto per metà febbraio. Massimo Villone, costituzionalista ed ex senatore, è tra le poche voci contrarie presenti nel dibattito: forse anche per la buona ragione che il dibattito sull’autonomia non c’è.

Professore, ieri è iniziata la discussione: di testi, però, neanche l’ombra.

O non hanno le carte o le tengono nascoste: io propendo per la prima ipotesi. E questo è già un enorme problema: non si sanno i contenuti, non c’è un’analisi dei costi e dei benefici, non si sa qual è il modello di devoluzione dei poteri, ma una riforma di questa portata dovrebbe avvenire di fronte al Paese e con la discussione più larga possibile.

Di che parliamo?

È una rivisitazione drastica del rapporto tra Stato e Regioni ed è pure una vicenda che nasce male: la Consulta ha lasciato passare i referendum di Lombardia e Veneto, mentre in altri anni – io ricordo una sentenza del 1992 – disse che le consultazioni locali non dovevano condizionare la volontà di organi costituzionali, che invece è esattamente quel che è successo.

E ora la Lega è al governo.

Prima però c’è stato lo sciagurato pre-accordo firmato dal sottosegretario Bessa del governo Gentiloni a Camere ormai sciolte. Ma come si fa a firmare una cosa del genere a pochi giorni dal voto? Da lì l’autonomia entra nel contratto di governo Lega-5 Stelle senza alcun approfondimento. Una cosa così, però, non si mette in piedi senza capire prima l’impatto sul Paese, impatto che per me è certo e negativo.

Perché?

Veneto e Lombardia hanno chiesto poteri su 23 materie, tutte quelle possibili, e che i trasferimenti legati alle nuove funzioni siano parametrati al gettito. È chiaro che si vuole non solo un Paese spaccato, già lo è, ma senza neanche la speranza di un cambiamento: è un fatto drammatico.

Ora che succede?

Il procedimento prevede l’intesa Stato-Regioni, poi una legge rinforzata da approvare in Parlamento a maggioranza assoluta sempre d’intesa con le Regioni interessate: insomma, nessuna modifica senza l’accordo del potere locale. Non solo: una volta approvata quella legge, fatta salva la solita intesa della Regione, non può essere più cambiata, nemeno con un referendum. Quella che si sta per prendere è una decisione irrevocabile. Questo è il meccanismo infernale dell’articolo 116 venuto fuori dalla riforma del 2001.

L’economista Gianfranco Viesti ha parlato di “secessione dei ricchi.”

L’aggancio ai proventi tributari in sostanza lega l’esercizio delle funzioni alla ricchezza del territorio. Si pensi a una scuola o una sanità regionalizzata in queste condizioni: sarebbe la secessione dei diritti.

Che però sarebbe incostituzionale.

Certo, ma i conflitti tra norme costituzionali sono un bell’argomento per seminari e monografie…

E quindi?

Io spero che una battaglia politica alla luce del sole impedisca la secessione, altrimenti non resta che la Corte costituzionale: una sentenza del 2005, ad esempio, rigettò un referendum che proponeva di lasciare sui territori l’80% dei tributi perché “lede l’unità del Paese”. Se ne deduce, insomma, che esistono forme di particolare autonomia che possono ledere l’unità della nazione e quindi spazio per un ricorso potrebbe esserci.

La battaglia politica, invece, chi dovrebbe farla?

Mi scusi, ma i danni dell’autonomia differenziata sarebbero tutti per il Mezzogiorno, che perderebbe risorse. E il Movimento 5 Stelle, che sta a Palazzo Chigi grazie al Sud, che fa? Ci prepara il pacco?

Pure la Lega adesso vuole i voti del Sud.

Sì, ma Salvini è messo meglio di Di Maio perché il suo zoccolo duro è al Nord, dove anzi aumenterà i voti, e comunque può sempre puntare sui temi della sicurezza che qualcosa gli portano. Ripeto: chi rischia sono i 5 Stelle e già dalle Europee di maggio.

Anche molti amministratori del Sud si sono dichiarati a favore dell’autonomia differenziata.

Sperano in qualche risorsa in più da gestire direttamente. Io, per i politici del Sud che dicono che l’autonomia va bene, tornerei alle vecchie tradizioni: qui a Napoli, a piazza Mercato, c’erano due patiboli e un cippo per le decapitazioni che proporrei di ripristinare.

“Non ne posso più”: vince Giorgetti “l’autonomista”

Giancarlo Giorgetti è il nemico indispensabile: per Matteo Salvini, che molto gli deve delegare, e per i Cinque Stelle, che molto gli devono concedere. E se va dritto di solito si prende il suo bottino.

Così ieri il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il “regista” di Palazzo Chigi, voleva a tutti i costi l’avvio dell’iter per l’autonomia per Lombardia e Veneto i feudi del Carroccio, “altrimenti ne va dell’esistenza stessa del governo”, come aveva minacciato su vari giornali. E il Consiglio dei ministri ha avviato l’iter. “Abbiamo avviato il percorso per l’autonomia riconosciuta a Veneto, Lombardia e Emilia Romagna, si concluderà il 15 febbraio” ha annunciato il premier Giuseppe Conte, mentre tutti cercavano la manovra. Ferma chissà dove, magari anche ad aspettare l’accordo in Cdm sull’autonomia. Perché per la Lega era il lasciapassare finale per il reddito di cittadinanza, quella misura fatta per “l’Italia che non ci piace” come aveva scandito proprio lui, Giorgetti, venerdì scorso. E allora ecco i 5Stelle a protestare infuriati e Salvini a tamponare con comunicati.

Invece il sottosegretario si è limitato a saltare il vertice a Chigi di domenica, ufficialmente perché era il suo compleanno. E d’altronde Giorgetti non si scusa, casomai rilancia. Mercoledì, nel ricevimento per gli auguri di Natale al Quirinale, ha parlato molto, ad alta voce. “Non ne posso più, un governo non può andare avanti in questo modo” l’hanno sentito gemere. E fa il paio con una lamentela ripetuta più volte in questi mesi: “Matteo spara, poi a me tocca riparare e mettere tutto in ordine”. Ma sull’autonomia ha fatto di più, ovvero ha chiuso il primo tempo di una partita essenziale per il suo mondo di riferimento, di cui fanno parte a pieno titolo due governatori: Luca Zaia, il dominus del Veneto, e il lombardo Attilio Fontana. L’unica rete di potere che coesiste con quella di Salvini nella Lega.

E muove dalle due regioni che pretendendo di gestire in autonomia 23 materie, tenendo per sè gran parte del gettito. Però se Giorgetti ora ha portato a casa un primo scalpo simbolico, poi c’è la vera posta, ossia le norme nero su bianco. Ed è lì che lo aspettano i 5Stelle. Perché i tempi saranno lunghi, visto che come dice Conte “a metà febbraio si potrà sottoscrivere l’intesa con Veneto e Lombardia o avviare il percorso per farlo”. Ma poi servirà una legge, e non sarà uno scherzo. Perché è al Sud che il M5S ha il suo granaio di voti, quindi la maggior parte dei suoi parlamentari. Convincerli a votare un’autonomia favorevole per il Nord sarà complicato: e pazienza per il contratto di governo. E poi anche ai piani alti hanno dubbi. “Il Mef ci ha prospettato gravi conseguenze per i conti” sibilava giorni fa un ministro. E ieri sera un big a 5Stelle ghignava: “Alla Lega abbiamo dato un contentino. Poi vedremo cosa fare”. Anche con Giorgetti.

“L’Ue ha dimostrato diritto di veto, ma si può resistere”

Barbara Spinelli, giornalista, è in rotta con le politiche dell’Unione: si è candidata alle Europee nel 2014 per cambiarle, nella lista Tsipras. Ma ora, a pochi mesi dalla fine di quest’esperienza (“un mandato basta”), vede pochi segnali di speranza: qualche politica sociale in Portogallo, la sinistra di Corbyn in Gran Bretagna, forse il governo Sanchez in Spagna.

Barbara Spinelli, il governo si è fatto dettare la manovra o la Commissione ha ceduto?

La Commissione ha confermato il potere di veto che sin dal governo Monti esercita sulle politiche decise dai governi. Abbiamo programmi ed elezioni nazionali, e poi c’è un secondo turno a Bruxelles. Ma l’Unione era partita con richieste più restrittive: voleva un deficit all’1,6 per cento del Pil e si opponeva alle politiche espansive e di solidarietà volute dal governo.

E poi c’è stata la Francia: il commissario Pierre Moscovici ha subito approvato l’annuncio di un deficit al 3,5% per rispondere alla rivolta dei Gilet gialli.

La Commissione non poteva applicare due standard diversi. Ma davanti ai Gilet gialli, Moscovici ha avuto una reazione politica, non tecnica.

E come se la spiega?

Il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione anomala sul codice di comportamento della Commissione: ha accettato che i commissari si candidino alle elezioni europee mantenendo la carica. Io ho votato contro. Ne abbiamo già parecchi: Pierre Moscovici, Frans Timmermans, forse Margrethe Vestager. Moscovici è in campagna elettorale in Francia: non ha smentito la sua possibile candidatura. Si è non poco screditato.

Si poteva approvare la manovra senza il via libera della Commissione?

La procedura di infrazione sarebbe stata molto punitiva per gli italiani. È un bene averla evitata, senza però eliminare dalla manovra le misure cruciali. Queste politiche europee hanno prodotto una miseria che non si vedeva dal dopoguerra.

Non abbiamo alleati in questa sfida alle regole. Solo i Gilet gialli.

La Grecia non poté contare neppure sulle rivolte di piazza in altri Paesi. Juncker stesso ha ammesso che la dignità del popolo greco è stata calpestata dall’Unione. L’Italia ha potuto far tesoro di proteste ormai diffuse contro politiche che non producono crescita ma rivolta sociale, come i Gilet gialli o la Brexit che non è un capriccio nazionalista ma un voto popolare, anche se del tutto illusorio, contro l’austerità. Questa è un’Unione disgregata e l’Italia prova a fare qualcosa. Non entro nei dettagli della legge di Bilancio, ma a chi si scandalizza perché Di Maio vuole ‘abolire la povertà’, ricordo che Ernesto Rossi scrisse il libro Abolire la miseria, mentre lavorava al Manifesto di Ventotene.

Perché Macron, campione dell’europeismo, sta finendo così male?

L’europeismo è un guscio vuoto in cui puoi mettere quello che vuoi: il federalismo di Hayek per azzerare il peso dello Stato in economia o il Manifesto di Ventotene. Il prestigio di Macron è crollato in Francia ben prima che in Europa. Quel che difende è una dottrina economica confutata dagli studiosi sin dagli anni Settanta, secondo cui aiutare i ricchi sarebbe nell’interesse di tutti: il benessere “sgocciolerebbe” verso i non abbienti. La prima cosa che ha fatto è tagliare le tasse ai ricchi. E non ha funzionato.

La lezione dei Gilet gialli è che per cambiare politica economica serve la rivolta?

Solo politiche di bilancio più egualitarie possono prevenire insurrezioni. Dicono che il governo italiano è populista, ma il M5S è l’espressione parlamentare di quella protesta, il famoso ‘Vaffa’ equivale allo slogan dei Gilet: si autodefiniscono dégagiste, vogliono mandare ‘tutti fuori’. La democrazia rappresentativa come è fatta oggi non è in grado di fornire veri rappresentanti delle volontà popolari. Non a caso tutti questi movimenti chiedono strumenti di democrazia diretta.

E questa crisi della democrazia rappresentativa la preoccupa?

Sì. Ma è stato fatto di tutto per arrivare a questo esito. Oggi serve una riscrittura sociale delle regole, ma l’Unione punta i piedi. Draghi parla del pericolo del nazionalismo e del populismo e annuncia che ‘a piccoli passi si rientra nella storia’. Che vuol dire? Che il Fiscal compact, privo com’è di qualsiasi vincolo sociale, permette una felice uscita dalla storia, e di questo dovremmo esser grati?

Draghi ha spiegato anche che il mercato unico, l’euro, l’Unione sono legami che servono a prevenire nuovi disastri.

Ma quali legami? L’Europa si sta sfasciando, con l’Est che va da una parte, la Francia dall’altra, il Regno Unito fuori. Si discute di deficit eccessivo in vari Paesi, ma da anni il surplus commerciale in Germania supera il tetto consentito del 6 per cento, permettendole di drenare ricchezza dal resto dell’Unione, e nessuno dice niente.

Nella campagna elettorale per le Europee si parlerà di temi sociali o di migranti?

Spero che il punto forte sia il tema sociale da cui discende tutto il resto, inclusa la cosiddetta questione della migrazione. Sbagliava il ministro Minniti quando fece capire che sarebbe scoppiata una bomba sociale se non si fermavano gli arrivi e le operazioni di Ricerca e Salvataggio. È la bomba sociale che ha creato questa percezione del pericolo migranti.

Come giudica l’opposizione del Pd al governo?

Nefasta. Sventolano l’europeismo e poi s’indignano con chi vuol ricostruire l’Unione partendo dal sociale. E sul tema migranti sono gli ultimi a poter criticare: la politica di Minniti ha prodotto accordi con la Libia messi sotto accusa dal Consiglio d’Europa, dall’Onu. Salvini agisce in violazione delle leggi internazionali che vietano il respingimento di rifugiati, ma Minniti in questo lo ha preceduto.

Però ha funzionato: gli sbarchi sono calati.

Anche i campi di concentramento hanno funzionato. Gli sbarchi sono diminuiti e i morti in mare sono aumentati. Preferirei quasi che dicessero: ‘Li vogliamo morti in mare’. Almeno direbbero la verità.

L’Addio di Garofoli, vergine e martire

Il tecnico,si sa, è buono per definizione. Il tecnico del Tesoro, per i media, è buono due volte. Roberto Garofoli – che si è appena dimesso da capo di gabinetto del ministro Giovanni Tria, ruolo che aveva già con Padoan –, è buonissimo, un santo. Vergine, diremmo, e pure martire, visto che a leggere i giornali pare sia vittima della “megavendetta” di Rocco Casalino perché faceva storie a trovare i soldi per il reddito di cittadinanza. La “megavendetta” è poi passata per l’accusa (falsa, per carità) di aver piazzato alla chetichella nel decreto fiscale un articolo caro alla commissaria della Croce Rossa. Di fronte a questa ingiustizia Garofoli, consigliere di Stato distaccato al governo dai tempi di Monti, s’è limitato alle dimissioni con una lettera ai colleghi che non avrebbe sfigurato tra quelle del libro Cuore. Zero citazioni su giornali e tv sull’accordo, dopo anni di cause, raggiunto proprio con Croce Rossa sulla vendita di un appartamento a Molfetta, niente sul giro di potere e nomine attorno alla casa editrice “Nel diritto”, formalmente di proprietà di sua moglie, niente sui pagamenti in nero ai dipendenti, niente sul fatto che sia stato il premier Conte a imporre a Tria l’addio di Garofoli dopo le notizie che vi abbiamo elencato, uscite sul Fatto e non riprese da alcun giornale o tg. Il tecnico, però, è buono e Garofoli di più. Vergine e martire.

Parisi, l’inventore del “navigator” nominato all’Anpal

Primo passo concreto verso il reddito di cittadinanza versione Cinque Stelle: il governo sostituisce il presidente dell’Anpal, l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro. Esce il professor Maurizio Del Conte, giurista scelto dal governo Renzi che ha guidato l’Anpal in questi anni è si è trovato spiazzato dalla scelta di Renzi di legare le competenze dell’Agenzia al destino del referendum costituzionale. Bocciata la riforma del 2016, Anpal si è trovata con la responsabilità di coordinare a livello nazionale politiche attive (riqualificazione, formazione ecc.) del lavoro che però rimanevano organizzate su base regionale. Al suo posto arriva ora Mimmo Parisi, professore dell’Università del Mississippi dove coordina un gruppo di oltre 150 ricercatori che lavorano con i big data. Parisi ha creato per lo Stato americano quel sistema di incontro tra domanda e offerta che i Cinque Stelle vogliono abbinare al reddito. È lui ad aver spiegato a Luigi Di Maio l’importanza di avere “navigator” che aiutino i disoccupati beneficiari del sussisidio a trovare il loro giusto percorso formativo. Questi “navigator” saranno assunti da Anpal Servizi, società interna ad Anpal (libera dagli obblighi di assumere solo per concorso).

Ora il falco tedesco Oettinger scarica Macron

La politica ha ragioni che le regole di bilancio non capiscono e nemmeno i tedeschi o almeno alcuni. E così anche la Francia rischia la reazione di Bruxelles sui conti pubblici. Dopo l’Italia, tocca infatti a Emmanuel Macron finire nelle mire del falco tedesco della Commissione Ue Guenther Oettinger, che ieri ha chiesto l’avvio di una procedura di infrazione per disavanzo eccessivo nei confronti di Parigi, la cui legge di bilancio per il 2019 prevede un rapporto deficit/Pil del 3,2 per cento.

La minaccia arriva con un’intervista pubblicata dal settimanale tedesco Focus, in cui Oettinger spiega che dopo l’annuncio di Macron di un piano da 10 miliardi per rispondere alla rivolta dei Gilet gialli, la Francia “violerà per l’undicesimo anno di seguito i parametri di bilancio dell’Ue, con la sola eccezione del 2017”. E che, come l’Italia, “ha fatto troppo poco per ridurre il debito pubblico”. Insomma, un quadro in disaccordo con quello delineato dal commissario europeo agli Affari economici, il francese Pierre Moscovici, che la scorsa settimana aveva invece fatto prevalere a Bruxelles la linea dei due pesi e delle due misure: da un lato la bocciatura dell’Italia; dall’altro la giustificazione dell’aumento del deficit di Parigi, previsto già al 2,8 per cento del Pil, e che andrà ora oltre il tetto del 3 per cento fissato dai trattati europei.

Mentre la prima manovra italiana portava il deficit al 2,4 per cento del Pil, superiore all’1,6 per cento che per Bruxelles era il limite massimo concesso all’Italia. Ma se per Moscovici i casi non erano paragonabili (“le misure annunciate da Macron sono indispensabili per rispondere all’urgenza del potere d’acquisto dei francesi”), l’esponente della Cdu di Angela Merkel e del Ppe sancisce che un pezzo dell’establishment tedesco non gradisce la “svolta” assistenzialista di Macron. “Macron fa della Francia la nuova Italia”, ha scritto qualche giorno fa Die Welt.

“Nonostante gli ultimi sei anni di crescita economica positiva – ha detto invece Oettinger – Francia e Italia hanno un debito pubblico pari rispettivamente al 95 e al 130 per cento del Pil, come nel 2013. Questo significa che entrambi i Paesi non hanno impiegato i tassi di interesse ai minimi storici per ridurre il debito in termini reali”. Per Oettinger, insomma, “non si può usare la mano così leggera con la Francia”, anche se la linea di Parigi è che il disavanzo finale sarà più basso, perché ingloba misure fiscali una tantum che valgono solo per il 2019. Nella sua finanziaria, Macron ha aggiunto il promesso stop agli aumenti delle accise sul carburante (almeno 2 miliardi) nonché l’estensione dei sussidi di integrazione ai redditi bassi. Ai falchi non piace, ma – come ha spiegato una volta Juncker –“la Francia è la Francia”.

Compravendita, Di Maio dice ai 5 Stelle di registrare: “Abbiamo già informazioni”

Dall’operazione scoiattolo all’operazione spionaggio: ieri il vicepremier Luigi Di Maio, ai microfoni di Radio Capital e ad Agorà ha parlato di precise indicazioni ai parlamentari del M5S. “Abbiamo raccolto informazioni importantissime. E vedremo se ce ne saranno altre. Ho detto ai miei di fingersi interessati a Silvio Berlusconi e di registrare, avrete qualche scoop”. È la risposta all’“operazione scoiattolo” che il leader di Forza Italia avrebbe lanciato ai suoi suggerendo loro di avvicinare i pentastellati scontenti. Di Maio ha poi ha ventilato le ipotesi che queste informazioni arrivino in Procura. “Vediamo se nei prossimi giorni avremo altro materiale”.

Immediatele reazioni. “Di Maio dice che è in possesso di informazioni importantissime che è pronto a divulgare? Le renda pubbliche, ma le parole, prima di essere sparate in televisione o sui giornali, andrebbero misurate bene – ha replicato l’ex senatore di FI, Domenico Scilipoti, che fu il promotore, con Iniziativa Responsabile, della nascita del governo Berlusconi IV nel 2010. “Fu una scelta dettata da convinzioni politiche – dice –. Di Maio dimentica la libertà di mandato dei parlamentari. Il vincolo che li lega al partito è solo di natura politica”. Paolo Zangrillo, capogruppo in commissione Lavoro a Montecitorio, ha invece invitato Di Maio a rivolgersi direttamente a lui: “I miei contenuti te li sintetizzo volentieri – si legge in una nota –. Ai grillini chiedo incredulo come possano dar fiducia ad uno come te, che parla per slogan senza approfondire, che fa l’elenco delle cose “fatte”, scambiando le parole per fatti. Di fatti, finora, zero”.