Troppi commi, poco tempo. Ragioneria e Tesoro in tilt

Il premier Giuseppe Conte dà la colpa al negoziato con Bruxelles, chiuso all’ultimo. Poi reagisce stizzito a chi chiede spiegazioni: “Non controllo il Parlamento…”. Prova a rassicurare: entro oggi “confidiamo” che arrivi il maxi-emendamento da votare in serata con la fiducia per chiudere tutto alla Camera giovedì. Ma il testo finale resta fantasma, continuamente modificato tra la Ragioneria e il Tesoro, con discussioni, pare, anche accese. A microfoni spenti nessuno dà per certo che si faccia in tempo.

Il testo, che riscrive per intero la legge di Bilancio con le mille norme settoriali infilate dagli alleati e recepisce l’intesa con l’Ue di mercoledì, era atteso ieri alle 14 nell’aula del Senato. Alle 13 circolano già le prime bozze, tutte sbagliate, perfino sui saldi finali. I tempi slittano ancora: escono nuovi testi, nuovi errori. Diverse norme annunciate non compaiono. “Le stanno rivedendo”, filtra dagli uffici del ministero. Si cerca pure di infilarci modifiche all’ultimo secondo. Nel caos sbotta la sottosegretaria Laura Castelli (M5S): “Sono seriamente costernata per la continua fuoriuscita dei documenti riservati del Tesoro. Non è la prima volta. Circolano versioni del testo in lavorazione. Una assoluta mancanza di rispetto verso i tecnici, gli uffici, il Parlamento e il governo”.

Le realtà è, come al solito, più complessa. Riscrivere la manovra richiede tempo. Servono passaggi tecnici, stime sulle coperture. Un lavoro di coordinamento difficile da fare in pochi giorni. Anche perché, diversamente dal passato, non c’è più tempo per correggere errori rilevanti (il passaggio alla Camera è blindato). Vanno ricontrollate tutte le cifre. Alla Ragioneria “sono troppo fiscali”, e “si impuntano sui tecnicismi”, si lamentano i grillini più vicini al dossier a via XX Settembre. Il lavoro dei tecnici guidati dall’odiato (dai pentastellati) Daniele Franco, a cui spetta di controllare le coperture, è però complicato dal fatto che gli alleati litigano sui contenuti, continuano fino all’ultimo a chiedere modifiche, nuove norme.

Il malumore della Castelli, per dire, nasce dallo stop a un suo tentativo di inserire una modifica al regime di tassazione dei tabacchi. “Uno scudo fiscale per le multinazionali”, lo descrivono le agenzie. In realtà bloccava la possibilità che il Tesoro potesse aumentare l’onere fiscale minimo, uguale per tutte le marche di sigarette. A beneficiarne sarebbero state quelle della fascia di prezzo bassa. Una modifica, che sarebbe stata chiesta dalla British american tobacco (già finanziatrice della renziana fondazione Open), che ne ha più di tutte. Il tentativo, in ogni caso, è stato stoppato.

È però solo uno dei tanti episodi accaduti nelle ultime ore. I litigi riguardano sia norme rilevanti che di piccolo o piccolissimo cabotaggio. La Lega ha chiesto e ottenuto di far saltare la riduzione dell’aggio ai tabaccai per la vendita del “gratta e vinci”; i 5Stelle hanno fatto pressione per i soldi (e l’intervento dell’esercito) per le riparare le buche di Roma (60 milioni). La Lega voleva venire incontro agli Ncc (il noleggio con conducente usato anche da Uber) in rivolta per le norme su limiti e deroghe all’obbligo di tornare in rimessa per accettare la chiamata. M5S si è impuntato per tenere i tagli ai fondi per l’editoria e l’ecobonus per le auto elettriche. È battaglia pure per gli appalti senza gara sotto i 200mila euro, invisi ai 5Stelle.

Il grosso dei nodi, però, è sui temi più rilevanti. Salvini sarebbe riuscito a far rientrare il condono sulle cartelle fino al 2017 per i redditi bassi che ieri sembrava saltato per mancanza di coperture. Nelle bozze spariscono poi le misure più delicate, dalla web tax al blocco parziale della rivalutazione delle pensioni sopra i 1500 euro mensili. Entrambe sono state assicurate all’Ue e dovrebbero rimanere nel testo finale, ma gli uffici lavorano per limarle. La prima (una tassa del 3% sulle transazioni digitali), ieri è stata attaccata da Federazione degli editori e Confindustria, anche se riguarda solo i grossi gruppi (oltre 750 milioni di fatturato). La seconda è assai impopolare e si è cercato di spostarne il peso sugli assegni più alti. Un tira e molla che continua ad allungare i tempi.

La manovra non si vede ancora: il Senato attende di approvarla alla cieca

La manovra che non c’è non è una commedia surrealista. Perché il Senato dove è tutto un rinvio e dove perfino Pd e Forza Italia ritrovano un po’ di voce non è (solo) un teatro. Casomai è lo specchio di un governo con l’affanno e le certezze intaccate. Erano partiti incendiari, i gialloverdi, poi si sono mutati in bravi bambini, proprio come li voleva l’Europa. Però correndo a perdifiato per evitare l’esercizio provvisorio, quello che scatta dopo il 31 dicembre, Lega e Cinque Stelle si sono lasciati dietro la legge di bilancio.

Ieri non hanno avuto la capacità e la fortuna di ripresentare a Palazzo Madama la nuova versione riscritta con Bruxelles, come avevano promesso. Avrebbero dovuto depositarla e votarsela tutta d’un sorso con la fiducia, più o meno a mezzanotte, e poi schizzare alla Camera per chiudere entro l’anno. Ma emendamenti, coperture e idee ieri non tornavano, tra veti incrociati ed enormi problemi tecnici. Troppe modifiche, troppi nodi da sciogliere, troppe voci da spostare.

E così ecco uno, due, tre rinvii, con i parlamentari smarriti e preoccupati per le mogli furenti (“dovevamo partire”) e i giornalisti a rincorrere precedenti storici di stalli del genere. Fino all’ultima promessa del governo: il maxiemendamento che riassume la manovra arriverà oggi alle 14, e poi sarà corsa per farcela entro la notte. Si vedrà oggi se sarà mantenuta, dopo una notte infinita di calcoli e riscritture.

Nell’attesa, è saltata la conferenza di fine anno fissata dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte per oggi, proprio in Senato. E a risuonare sono certe parole dell’avvocato del popolo, che ha ricucito a suon di rinunce e buone maniere con i commissari europei, ma che sullo slittamento del maxiemendamento replica così: “Il presidente del Consiglio non controlla il Parlamento”. Però l’emendamento è affare dell’esecutivo, non delle Camere, dove peraltro regna la maggioranza che lo ha portato a Palazzo Chigi. E comunque suona come una presa di distanza, la precisazione di Conte. Sempre più al centro del gioco, tanto che nella maggioranza è già malessere, con le vocine di dentro che lo accusano di “voler giocare una sua partita”. Intanto lui rivendica tutto e non si pente per nulla: “Siamo in zona Cesarini ma non abbiamo imbarazzi né sensi di colpa, il negoziato (con la Ue, ndr) si conduce tra due parti e se fosse dipeso da me lo avrei concluso il giorno dopo: non devo giustificarmi”.

E neanche i 5 Stelle si giustificano, piuttosto a microfoni spenti puntano il dito contro i soliti avversari, i tecnici che “remano contro”. Ossia alcuni del ministero dell’Economia e alcuni della Ragioneria dello Stato, che in queste ore stanno riscrivendo col governo la legge di bilancio. Ma nonostante mille smentite, Carroccio e grillini discutono anche tra loro. Perché per il M5S era e resta un sacrificio, la norma che permette ai sindaci di affidare lavori fino a 150mila euro senza gara. “La stiamo rivedendo”, assicura non a caso in mattinata Luigi Di Maio. Ma i paletti ad occhio restano quelli: norma valida solo per il 2019, e che non vale per servizi e forniture, “sul modello spagnolo” come dice in Aula il sottosegretario leghista Massimo Garavaglia.

E c’è anche altro, forse. Perché dal Movimento raccontano di un emendamento del Carroccio che concederebbe incentivi agli inceneritori, il Diavolo per il M5S. E chissà se è solo guerriglia. Però nel frattempo ci sarebbe il dibattito in Senato, cioè una forma di democrazia.

C’era un tempo in cui erano i 5Stelle a strepitare contro fiducie e forzature regolamentari che relegavano gli eletti a pigiabottoni. Ma tutto cambia e ora a difendere l’autonomia delle Camere è (anche) il senatore Mario Monti, già premier: “Questo è disprezzo del Parlamento, dal 1° gennaio parte un esercizio ricattatorio”. Pare una nemesi e infatti il Movimento, toccato, gli risponde con una nota di fuoco. Lì nei pressi c’è anche Matteo Renzi, che ride a favore di telecamere e poi ringhia contro “gli incapaci”, ma tanto “la serietà tornerà di moda”.

Nel frattempo la legge di bilancio diventa una matassa inestricabile e per capirlo basta guardare i volti dei graduati di Lega e M5S, atterriti dagli sms sui telefonini. Così la capigruppo convocata subito dopo le 16 si dilata, perché la maggioranza non ha un orario di caduta. I capigruppo di Movimento e Lega, Stefano Patanuelli e Massimiliano Romeo, devono chiedere un’interruzione di 15 minuti, così da riunirsi con il ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro e ragionare su un loro calendario dei lavori, prima di portarlo al tavolo con gli altri gruppi.

Ma le opposizioni possono finalmente urlare. E il Pd, con l’ancora renziano Andrea Marcucci, annuncia l’occupazione dell’Aula, mentre il maxiemendamento continua a scivolare. Invece che alle 8 di stamattina si passa allo sbarco in Senato della manovra per le 14. E in Aula il clima si fa ovviamente torrido, con le opposizioni che rumoreggiano quando la presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati legge il calendario frutto di mille correzioni e tante speranze: maxiemendamento in Aula alle 14, poi quattro ore di discussione generale e quindi voto. Naturalmente con la fiducia, su un testo ignoto a tutti.

Casellati rimbrotta per ciò che può Casellati: “Esorto la maggioranza e il governo ad avere un percorso legislativo più regolare e non con questa tempistica a singhiozzo”. Invito cortese, che cortesemente è stato già ignorato.

Il Coniglio Superiore

Che la Spazzacorrotti del ministro Alfonso Bonafede, appena approvata dal Parlamento, non piaccia all’avvocatura associata è quasi ovvio, per una questione di sopravvivenza. Gli imputati colpevoli, senza più la speranza di strappare la prescrizione al posto della condanna, non avranno più alcun interesse a far durare i processi in eterno, non foss’altro che risparmiare sulla parcella del difensore. Dunque eviteranno inutili e pretestuose impugnazioni in appello e in Cassazione. Anzi, molti preferiranno non andare proprio a processo, patteggiando a fine indagini in cambio dello sconto di un terzo della pena. Così si faranno molti meno processi, e quelli che si faranno dureranno molto meno. Dunque gli avvocati perderanno anni di parcelle e molti di loro rischieranno la disoccupazione. Non quelli bravi, che continueranno a svolgere una funzione decisiva per la democrazia e lo Stato di diritto. Ma i “parafangari”, quelli che consigliano i loro clienti ad avventurarsi in cause perse e in ricorsi infondati pur di spremere qualche spicciolo dall’infinito contenzioso italiota. A metà degli anni 80 gli avvocati italiani iscritti all’albo erano 48 mila: oggi sono 243 mila, il 500% in più di 30 anni fa. Quattro ogni mille abitanti, il triplo del resto d’Europa. Il confronto con gli altri Paesi è sconfortante: in Francia gli avvocati sono 60 mila (meno del totale di Lazio e Campania), in Germania 160 mila, in Gran Bretagna 188 mila e solo la Spagna ne ha più di noi (253 mila).

Il nostro record, che continua ad aumentare in maniera esponenziale, si regge prevalentemente sull’inefficienza della giustizia: più i processi sono lunghi, numerosi e farraginosi, più avvocati ci campano. E la prescrizione, checché ne dicano, non riduce il numero e la durata dei processi, ma moltiplica l’uno e l’altra. Perciò i loro sindacati si oppongono alla sua abolizione dopo la prima sentenza, con scioperi tragicomici e appelli farseschi a Mattarella perché non firmi la Spazzacorrotti. Ma anche per un altro motivo: a molti, i peggiori, piace vincere facile. Gabellare per processi vinti non solo quelli finiti in assoluzione, ma pure in prescrizione. Celebre la pantomima di Giulia Bongiorno (ora ministra, per fortuna non della Giustizia) che, mentre il suo cliente Andreotti veniva dichiarato colpevole di associazione per delinquere con Cosa Nostra fino al 1980, reato “commesso” ma “estinto per prescrizione”, strillava giuliva “Assolto! Assolto assolto!”. E l’intera stampa italiana se la beveva. Scorriamo la lista dei 100 giuristi (quasi tutti avvocati) che han firmato l’appello delle Camere penali a Mattarella.

E troviamo decine di artefici di prescrizione eccellenti. Compresi gli esimi professori Amodio e Pecorella (vedi alla voce Berlusconi, 8 volte prescritto). Intendiamoci: il difensore deve fare di tutto per salvare il cliente dall’arresto, dalla condanna e dagli altri effetti collaterali del processo. Anche usando le mille tecniche dilatorie consentite dal nostro Codice di procedura. Anche propiziando la prescrizione, quando proprio non si può sperare nell’assoluzione. Sono pagati apposta e, se non fanno fino in fondo gli interessi del cliente, anche quando magari la loro coscienza si ribella, rischiano l’infrazione disciplinare. Spetta al legislatore levarli da questo imbarazzo (almeno quelli che lo provano) e disegnare il processo a misura non più dei colpevoli, ma degli innocenti e delle vittime, oltreché dell’interesse dello Stato a dare giustizia. È quel che ha fatto il ministro Bonafede con la legge Anticorruzione, raccogliendo il meglio delle esperienze estere e delle proposte avanzate per trent’anni da magistrati e giuristi (inclusi diversi avvocati). Eppure, sorpresa: sulle barricate, accanto ai sindacati avvocateschi, tuonano l’Associazione magistrati e la gran parte del Csm (eccetto i togati davvero indipendenti Davigo e Ardita e i tre laici in quota M5S). Dopo aver chiesto, implorato, reclamato, invocato per vent’anni questi strumenti di puro buonsenso contro la corruzione, peraltro vigenti in tutti i Paesi più avanzati, ora che a vararli è il governo gialloverde fanno la faccia malmostosa e rinnegano tutte le loro battaglie. In questo, sono il perfetto specchio di una classe dirigente e intellettuale marcia e decrepita che non s’è ancora riavuta dalle elezioni e non giudica sul merito, ma sul partito preso.

Quante interviste abbiamo letto di magistrati frustrati perché il loro lavoro e quello della polizia giudiziaria andava in fumo per la prescrizione, perché le vittime restavano senza giustizia, perché nessun colletto bianco pagava mai per i propri delitti, perché i condannati per tangenti tornavano regolarmente a lavorare per lo Stato, perché mancavano gli strumenti per scoprire le corruzioni, perché non esistevano incentivi alla collaborazione di corrotti e corruttori, perché non potevano usare agenti sotto copertura (diversamente che per i reati di droga) o il Troyan per intercettare, per la scarsa trasparenza sulle donazioni e i finanziamenti a partiti e società collegate? È dal settembre 1994, quando il pool Mani Pulite presentò a Cernobbio le sue proposte anti-mazzette (insieme ad alcuni grandi avvocati), fra gli applausi dell’Anm, del Csm, del centrosinistra e di pezzi del centrodestra, che si parla di norme come queste. Poi destra e sinistra hanno sempre fatto il contrario, incorrendo nei fulmini delle autorità europee (soprattutto per il demenziale sistema di prescrizione). E ora che finalmente, dopo mille leggi Procorruzione, ne arriva una Anti, sono tutti contro. Salvo, naturalmente, i due terzi abbondanti degli italiani che – secondo Openpolis – la apprezzano più di tutte le altre leggi approvate nell’ultimo anno. Devono essere quelli che non rubano.

Nei mari profondi di Aquatlantic, il ritorno al fumetto di Giorgio Carpinteri

Tra i molti meriti della casa editrice Oblomov, nel gruppo La Nave di Teseo, c’è quello di aver riportato in libreria con il giusto risalto alcuni autori che erano scomparsi da tempo dagli scaffali. Nel 2017 Oblomov ha ripubblicato Polsi sottili, di Giorgio Carpinteri, e ora Aquatlantic che segna il suo ritorno al fumetto dopo oltre 30 anni. Carpinteri era infatti uno dei membri di quell’eclettico collettivo artistico famoso come “Valvoline” che ha animato l’ultima stagione davvero effervescente del fumetto italiano, gli anni Ottanta, soprattutto a Bologna. Carpinteri ha questo strano stile che lui definisce “geometrico e meccanomorfo”, sembra un po’ un cubista ma senza astrazione, il suo è un mondo fatto di volumi che si incastrano, macchie di colore che seguono un ordine preciso anche quando devono rappresentare il caos, tutto è allucinato ma nel mondo in cui lo è la letteratura cyberpunk, non quella prodotta sotto effetto di stimoli chimici. Dietro questo stile c’è, ha spiegato Carpinteri, “un’esigenza di ricostruzione del mondo attraverso forme meccaniche, con un alfabeto mentale, umano, prevalentemente razionale“, che è quello delle forme geometriche, che consentono il controllo di traiettorie, gesti e movimento”. Aquatlantic ha una trama che evoca un po’ troppo la Sirenetta Disney: un mondo sottomarino quasi idilliaco pieno di equivoci sugli abitanti della superficie, un po’ di buoni sentimenti, apologia della libertà individuale ma anche del senso di comunità. Ma filtrato attraverso il disegno “meccanomorfo” di Carpinteri questa favola diventa a tratti inquietante, a tratti spensierata, come fosse il sogno di un bambino cresciuto. Carpinteri recupera lo spirito dei suoi anni Ottanta: non è più così innovativo come allora, ma conserva una sua originalità.

 

 

Monaco, le indagini esistenziali di Franck: poliziotto che entra nel mondo dei morti

A Monaco, l’ex commissario Jakob Franck è un fedele amico di Sorella Morte, al punto di rimetterci il matrimonio con Marion, con cui comunque si rivede spesso: “Da che aveva preso a entrare e uscire dal mondo dei morti in quanto commissario capo della squadra omicidi, Franck aveva poco a poco dimenticato la tenerezza”. Il poliziotto, anche adesso che è in pensione, ha l’immane compito di “comunicare ai familiari le brutte notizie”. E stavolta la missione è la più tragica di tutte: riferire a una mamma il ritrovamento del corpicino del figlio undicenne, scomparso 34 giorni prima, all’uscita della scuola. Una sera di novembre battuta da un nubifragio. Lennard è stato ucciso con un colpo alla testa: frattura cranica con emorragia interna.

La “catastrofe esistenziale” della famiglia Grabbe, la madre Tanja e il papà Stephan, gestore di un caffè, arriva a ridosso di Capodanno, in una straziante atmosfera festiva. E Franck si mette alla ricerca, d’intesa con i suoi ex colleghi, del dettaglio, meglio del “fossile” che contiene la “matrice” dell’omicidio.

Come già con la saga di Tabor Süden, anche con Jacob Franck, il bavarese Friedrich Ani conferma di essere uno dei migliori giallisti tedeschi in circolazione. Il suo stile è letterario e personaggi, luoghi e fatti sono tratteggiati con una cupezza poetica, in cui il dramma di una morte violenta risucchia le altre sofferenze della routine quotidiana. I paragoni sono sempre banali e scomodi, ma il settimanale teutonico Die Zeit ha scritto di Ani come del “legittimo successore di Dürrenmatt”. In ogni caso è bravo e nei suoi romanzi qualcosa del grande svizzero si riesce a cogliere.

 

Indovina perché il gufo si chiama “orecchia del bosco”

Tutti lo conoscono per Il sergente della neve ma Mario Rigoni Stern dopo aver scritto della sua esperienza di guerra in Russia, è stato uno dei più grandi cantori della montagna. Il libro degli animali (Einaudi Ragazzi), pubblicato per la prima volta nel 1990, è un piccolo manuale della natura: diciannove storie di cani, caprioli, gufi e lepri che l’autore narra senza tempo, raccontandoci spesso di aneddoti vissuti personalmente. E così scopriamo Marte, il cane che nei giorni di scuola ogni mattina si fa trovare davanti alla casa di uno scolaro; l’urogallo e il fagiano di monte. Rigoni Stern attraverso la scrittura bussa alle porte della nostra coscienza con interrogativi che non possono lasciar in pace nessuno: “Cosa sta accadendo tra gli insetti, dopo che in quest’ultimi trent’anni gli interventi fatti dall’uomo per combatterli hanno provocato profondi cambiamenti nel loro mondo?”. Un libro che ci svela attraverso minuziosi racconti il rapporto tra l’uomo e l’animale: “I nostri vecchi chiamavano il gufo ‘Orecchia del bosco’ forse per gli evidenti ciuffi di piume che fanno sul capo da padiglioni auricolari o, meglio, perché nel bosco sanno tutto ascoltando attentamente, più che vedendo”.

 

Jean Dubuffet, il graffio lascia ancora il segno

La strada è chiara, pochi fronzoli, niente scorciatoie; chiara come la saggezza di un bambino, con l’esperienza di un adulto. Non è un ossimoro, è Jean Dubuffet: “Mi piace realizzare rapidamente le idee che mi vengono; se si perde del tempo a valutare il pro e il contro non si fa mai niente, la vita fugge al galoppo, bisogna spicciarsi”. Ecco qui, la chiave è dentro tutto quell’avverbio, quel “rapidamente” che sfreccia dentro la ricerca prima mentale, e poi artistica di uno dei grandi del Novecento, un vero influencer ante litteram, uno in grado di entusiasmare o suscitare raccapriccio; magari incuriosire o finire derubricato a semplice follia “graffiata”.

Eppure ha attraversato il secolo breve con una lucidità rara, uno dei pochi ad aver interpretato il secondo dopoguerra come mera ricerca delle origini, ha puntato la sua ricerca verso l’essenza, ha tolto dal suo pennello o spatola ogni frivolezza, ogni leziosità; ha grattato nella coscienza, ha puntato su una sfera onirica molto più vicina all’ingenuità dei ragazzi o alle scarse difese dei malati di mente.

È lui a innalzare tutto questo, ad accreditarla attraverso la teoria dell’Art brut, totalmente esterna alle norme estetiche convenzionali (ovvio, molto più allora di oggi), senza pretese culturali, senza grandi sovrastrutture. il desiderio di arrivare a tutti. L’esigenza di non escludere nessuno da significato e significante. Tutto ciò appare plasticamente nella mostra “L’arte in gioco – Materia e spirito 1943-1985” dedicata allo stesso Dubuffet a Reggio Emilia (Palazzo Magnani fino al 3 marzo). Scrive Martina Mazzotta, una delle curatrici: “Nelle sue indagini la prospettiva iconologica avviata da Warburg adotta un metodo indiziario molto preciso che non scarta alcun documento espressivo come indegno di essere valutato in relazione alla sua intima connessione con la ‘vita’. Si tratta allora di rinunciare a una visione evolutiva della storia dell’arte, e di abbracciarne un sintetico-sinottica che ne rintracci paradigmi e principi costanti i quali attraversino lo spazio e il tempo e si ripresentino, anche inaspettatamente, in diversi contesti e culture”.

E allora basta spaziare, guardare intorno a noi, valutare con un occhio non prevenuto alcuni dei nostri artisti di strada (ne esistono di straordinari), oppure andare a ripercorrere i vari passaggi della pop art, dalle origini fino al pluri esaltato Basquiat, e allora tracce di Dubuffet appariranno chiare e semplici; semplici e dirette come lui avrebbe desiderato.

Jean Dubuffet “L’arte in gioco”, Reggio Emilia Fino al 3 marzo

Da lettori a testimoni dell’orrore di Amburgo

Nel suo Storia naturale della distruzione, Winfried G. Sebald affrontò uno dei tabù della storia tedesca e cioè i bombardamenti angloamericani che, nel disegno di vincere la resistenza del Terzo Reich, annientarono sul finire della Seconda guerra mondiale svariate città della Germania lasciando in eredità macerie e migliaia di morti (sovvengono le immagini di devastazione in Germania anno zero di Rossellini).

Marco Lupo, classe 1982, figlio di emigrati pugliesi nato a Heidelberg e oggi libraio a Torino, ha inteso vivificare la lezione del compianto autore bavarese e ripercorrere in Hamburg, suo romanzo di esordio, gli orrori di quella stagione. In pagine di crudo realismo, Lupo ci costringe a perlustrare in retrospettiva la città di Amburgo rasa al suolo nel 1943, espropriata dai britannici guidati da Churchill financo della sua identità, tra madri che custodiscono nelle borse i loro bambini carbonizzati e rimedi estremi di sopravvivenza.

È un mosaico di voci tra sconfitti e anime arrese, in una pluralità di sguardi che ricorda la scansione di destini privati nell’affresco del Novecento tedesco che immortala il regista Reitz in Heimat e il diagramma di salti temporali di Mattatoio n. 5 di Vonnegut (radiografia del bombardamento di Dresda). Il perimetro affabulatorio dentro il quale converge il documento storico Lupo lo prende a prestito da un altro suo autore feticcio, il cileno Bolaño. Il pretesto è un gruppo di esuli italiani a Parigi che si ritrovano in uno scenario da Decameron per leggersi a vicenda i loro scritti. Un giorno uno di loro porta con sé frammenti di romanzi di un autore misterioso: M.D. Proprio questo fantasma letterario, in virtù di una bibliografia finzionale, li fa precipitare nel buco nero della memoria mutilata dei vinti. Viene in mente il von Arcimboldi di 2666, non a caso pseudonimo di uno scrittore tedesco che tra le altre cose è soldato durante la guerra. Lupo eleva quindi una cattedrale citazionista a un trauma sommerso e lo fa per due motivi precisi: ribadire la centralità della traccia scritta per il recupero del passato e celebrare la lettura come forma di conoscenza per i lettori “nel” romanzo e per noi lettori “del” romanzo.

Ma la vera inquietudine che Lupo rinnova e che l’artificio letterario non scherma mai è tutta morale. Lupo muove da una tensione etica che non pretende risarcimenti dalla verità ma che vuole garantirsi il diritto a interrogarla. I tedeschi hanno rimosso dal loro passato l’infamia subita perché chiedere conto delle ragioni della tempesta di fuoco sui civili avrebbe significato relativizzare l’abominio dei campi di sterminio. Un senso di dolorosa espiazione? Lupo con Hamburg chiede alla letteratura di restare in un permanente conflitto dialettico con i soprusi della storia perché per dirla con la stessa Christa Wolf citata nel romanzo, la memoria “è un atto morale che si ripete”.

 

Metti una sera insieme Bowie e Poli, “Santa Rita and The Spiders from Mars”

Maritare David Bowie e Paolo Poli non è così peregrino come sembra e, comunque, niente a che vedere con l’addizione delle mele e delle pere tanto osteggiata dalla maestra delle elementari. L’eccentriche nozze si celebrano, da almeno un anno, in Santa Rita and The Spiders from Mars, un reading scritto e interpretato da Marco Cavalcoli – già membro dei Fanny & Alexander –, in scena al Brancaccino di Roma fino a domenica.

“Ho cercato di far dialogare i due personaggi, montando parole che loro hanno effettivamente detto in un’unica, immaginaria intervista. Ne vengono fuori tutta l’arte, l’eleganza, il coraggio e l’irriverenza con cui questi artisti hanno innovato il mondo. Entrambi sono stati grandi anticipatori, pur celando la loro grandezza dietro la maschera dello scandalo”.

Morti nel 2016, a distanza di due mesi e mezzo l’uno dall’altro (Bowie il 10 gennaio e Poli il 25 marzo, ndr), i due hanno fatto parlare di sé anche per l’irrituale vita privata… “Io non ho voluto spiarli sotto le lenzuola: dopotutto, conosciamo l’omosessualità di Poli e la bisessualità di Bowie. Quello che mi risulta più affascinante è il modo sfrontato, e allo stesso tempo mascherato, che hanno usato entrambi per fare della propria sessualità un fatto pubblico. Poli era così imitativo rispetto al cliché omosessuale da occultarlo, mentre Bowie è stata la prima rockstar a presentarsi sul palco con degli alias, giocando sulla ambiguità anche erotica”.

Vede in giro qualche loro erede? “La differenza come categoria è stata, secondo me, fagocitata dai meccanismi di mercato, per cui non c’è più un paradigma così forte a cui reagire con l’alterità, la diversità, l’eccentricità. Oggi è tutto più parcellizzato: non so quanto senso abbia rimanere attaccati a un’idea rivoluzionaria antica in un mondo così liquido. Vanno inventati nuovi modi di essere alternativi perché – purtroppo – dal punk in poi la rivoluzione è diventata un’etichetta”.

 

Wes Anderson e la passione parigina per i giornalisti

Wes Anderson dirige da qualche giorno tra Parigi e Angoulême, nel Sud-ovest della Francia, le riprese di The French Dispatch, il suo decimo lungometraggio per cui ha scritturato alcuni suoi attori feticcio come Bill Murray, Tilda Swinton e Frances McDormand e le new entry Benicio del Toro, Jeffrey Wright e Timothée Chalamet, insieme ad abituali collaboratori di primo piano come il musicista Alexandre Desplat e la costumista Milena Canonero. Presentato dal regista americano come una “lettera d’amore ai giornalisti”, il film sarà ambientato nella redazione parigina di un giornale americano nel corso di alcuni decenni del secolo scorso e seguirà gli sviluppi di tre diverse linee narrative.

Catherine Deneuve è tornata a recitare insieme a sua figlia Chiara Mastroianni in La dernière folie de Claire Darling, un film di Julie Bertuccelli ambientato a Verderonne, nella regione dell’Oise, dove interpreta un’anziana donna che un giorno perde la memoria e, convinta di vivere il suo ultimo giorno di vita, decide di svendere mobili preziosi e oggetti amatissimi ritrovandosi a contatto con sua figlia che non vede da 20 anni. La svendita sarà l’occasione per le due donne di riaffrontare il passato e il tragico incidente che le aveva separate.

Dal 14 gennaio, Elio Germano e Michela Cescon saranno i protagonisti de L’uomo senza gravità, opera prima di Marco Bonfanti frutto di una coproduzione italo/franco/belga ambientata tra Alto Adige, Milano, Belgio e Roma. Sullo schermo l’incredibile storia di Oscar, un bambino che al momento della nascita vola via fluttuando in aria come un palloncino. La madre e la nonna fuggono insieme con lui tenendolo nascosto agli occhi del mondo per molti anni, ma quel prodigio non potrà essere nascosto troppo a lungo…