La vita è fatta di “Amati enigmi”

“Questa commedia è una droga”, prima o poi uccide: è sempre più difficile reggerla, e recitarla. Parla di arte e di vita, entrambe agli sgoccioli, Amati enigmi dell’obliata Clotilde Marghieri, che con questo romanzo vinse il Premio Viareggio nel 1974: l’opera torna ora – in versione palcoscenico – grazie a Licia Maglietta, che ne cura la riscrittura e la regia, oltre a esserne unica interprete, accompagnata all’arpa da Diane Peters.

In replica al Piccolo Eliseo di Roma fino a fine anno, Amati enigmi è un piccolo, delizioso pezzo di teatro: spiace vedere così poca gente in sala, anche se l’atmosfera da salotto per pochi intimi aiuta la primattrice a cementare il legame col pubblico: “Anche se qualche volta m’incupiscono, io amo i suoi silenzi, ci sento un infinito rispetto per la parola”, sussurra Maglietta alla platea. “Da Lei l’aspetto sempre, io ritrovo il senso di quell’amato enigma tra attore e spettatore”.

L’anno volge al termine: lo ricordano con insistenza i botti e i fuochi d’artificio fuori dall’appartamento di Clotilde, così si chiama la protagonista. È sola, non più giovane, bella forse ancora, ma ex avvenente: sul divano, accoccolata accanto a un braciere, si lascia andare ai ricordi, agli appunti, ai pensieri sparsi su decine di diari e quaderni, alle riflessioni, alle confessioni. Ce l’ha con un certo Jacques, omonimo del melanconico personaggio shakespeariano di As You Like It, e così vita e letteratura si confondono, e sempre metateatro è – ma in fondo tutta l’arte è un parlare di arte.

Filo rosso, anzi cruccio, della trama è la vecchiaia, eufemisticamente ribattezzata “grande età”: “Dopo i 40 anni ognuno ha il volto che si merita” e non si fa che cianciare di morte ché è “più facile”. I compagni di strada si sfoltiscono, avanzano il disfacimento, la solitudine, le rovine, gli abbandoni, gli addii: “Da bambina non aspettavo che le partenze”. Allegria. Non per ridere: Clotilde/Maglietta hanno sufficiente ironia per buttarla sul ridere e prendersi in giro con grazia. Sono “anime che avrebbero bisogno di tre corpi”, loro, ma forse un po’ tutti, senza snobismi o gare di sensibilità; sono intolleranti ai dittatori, ai maestri, ai possessivi, agli ossessi, ma solo quando dittatori, maestri, possessivi e ossessi sono gli altri, gli odiati-amati “enigmi” del titolo, ovvero i volti delle persone incontrate, incrociate, sfiorate lungo l’esistenza. “Tasto le persone come fossero porcellane per sentirne l’autenticità”, ammette Clotilde, e con lei la magnetica, ipnotica e sempre sensualissima Maglietta.

Mentre il mondo là fuori festeggia e spara per il futuro, la donna rimugina sul passato, rincantucciata in salotto: legge e rilegge i suoi diari, salvo poi, alla fine, accorgersi che “la vita non è una questione di parole”. La letteratura, questa “orgia di chiacchiere”, non ha presa sul mondo, gli scivola addosso. Ben poca cosa rimane – dell’amore, dell’arte, del blablabla –, se non un mucchietto di pagine scritte, buone per la stufa e il riscaldamento d’inverno.

Roma, Piccolo Eliseo, fino al 30 dicembre – Amati enigmi, Licia Maglietta, Testo di Clotilde Marghieri

La Guerra Fredda non è mai stata così struggente – Cold War

Che non si muore per amore è una gran bella verità? Comunque la pensiate, in sala c’è un film che fa per voi, Cold War del polacco Pawel Pawlikowski. All’ultimo Festival di Cannes ha conquistato il premio per la migliore regia; ai recenti European Film Awards ha trionfato con cinque statuette: film, regia, sceneggiatura, attrice e montaggio; ai prossimi Oscar è l’unico a poter impensierire Roma di Alfonso Cuarón nella categoria film in lingua straniera. Entrambi in bianco e nero, entrambi girati splendidamente, ma uno solo empatico, romantico, dolente: Cold War, che della Guerra Fredda offre la prospettiva meno glaciale, più appassionata.

Serve a ricordarci qual è il grande rimosso del Terzo millennio, ovvero a testimoniare che cos’è, che cosa dovrebbe essere l’amore, che Pawlikowski mutua dai propri genitori, Wiktor e Zula come i protagonisti, morti nel 1989 prima della caduta del Muro, per 40 anni insieme a prendersi, mollarsi e riprendersi da una parta all’altra della Cortina di Ferro. Ha rammentato il regista, “erano tutti e due persone forti e meravigliose, ma come coppia un disastro totale”. Ecco, amori e altri disastri, senza melassa e con mistero, aggrappati a un’idea, “che tu veda qualcuno e il resto del mondo scompaia, oggi impossibile da sostenere”. Il pianista Wiktor (Tomasz Kot, bravo) e la cantante e danzatrice Zula (Joanna Kulig, superba) travalicano epoche e confini, con un passo a due disperato e ispirato, accorato e straziato: dalla fine degli anni ’40 ai primi anni ’60, dalla Polonia stalinista alla Berlino divisa, dalla Parigi bohémien alla Jugoslavia titina, si prendono e si perdono, e noi appesi alle loro bocche, ai loro occhi. Vi potrà tornare in mente The Artist, più probabile Casablanca, pressoché certo Ida, con cui Pawel ha vinto l’Academy Award nel 2015: sempre bianco e nero, sempre rapporto d’aspetto 4:3 (Academy format), e c’era sempre Joanna Kulig. Questo è più fascinoso, forse non ti identifichi, ma ti immedesimi: due come noi, più di noi, due vuoti a perdere pieni di aneliti e desii, inversioni e testacoda. Materia bollente, e ancor più infida, se non fosse che dietro la macchina da presa non si negozia e si tira dritto: il volemose bene è pericolo scampato; il comunismo non è un luogo comune; la compagnia Mazowsze, ingaggiata dal regime quale strumento di propaganda, non scade nel folklore posticcio; e la musica, jazz, non solo accompagna, ma dice quel che i dialoghi e le immagini non dicono. Un film perfetto? Quasi, e ancor più eroico: dopo il successo di Ida era facile ripetersi, viceversa, Pawlikowski (Varsavia, 1957) rimane solo fedele a se stesso, facendo del film premio Oscar un punto di partenza, non di approdo. Possono avere amanti, mariti e mogli, possono tessere altri rapporti, ma il tempo non può nulla, la lontananza non è niente: sono Zula e Wiktor e “l’amore è amore, punto e basta”. E quando ci ricapita, di fare l’amore con il cinema?

 

Dai mobili ai dolci, dal treno al muro: i 10 (veri) segreti ancora da svelare della serie record

Non tutti sanno che Elisa del Genio (Lenù bambina) ha pianto davvero nella scena del trasloco della famiglia Sarratore. Nè che lo stesso ha fatto Margherita Mazzucco (Lenù adolescente) per la violenza: partiamo da qui per raccontare dieci curiosità sulla serie L’Amica Geniale che, siamo sicuri, ancora non avete letto

1) Le riprese della seconda stagione inizieranno il 20 marzo 2019 e dureranno dai 6 agli 8 mesi.

2) Nella piazza del set che riproduce il rione Luzzatti di Napoli, 60mila metri quadrati in una ex fabbrica del casertano, c’è una targa: “Largo Giancarlo Basili”. Ma chi è costui? Nessun altro che lo scenografo della serie, che prima di progettare il set ha vissuto per una settimana nel quartiere.

3) Il mobilio degli interni viene da vere cantine stipate di oggetti.

4) Gran parte dei prodotti in vendita nella salumeria della famiglia Carracci sono marchi rinventati: i barattoli, i biscotti, le conserve hanno nomi assurdi (tipo “Basilichino”)

5) Anche i dolci esposti nel bar dei Solara sono finti e riprodotti fedelmente.

6) Per dipingere il quartiere sono state usate 25 gradazioni di grigio.

7) Le mattonelle del bagno della casa in cui abiteranno Lila e Stefano, nella prossima stagione, sono bianche e nere

8) La facciata della chiesa del rione Luzzatti è stata riprodotta fedelmente

9) Il treno che passa attorno al quartiere è realizzato con effetti speciali

10) Su un muro del quartiere c’è un vecchio manifesto mortuario: “Questa notte è venuta a mancare Antonietta Izzo”. Ma non c’è traccia della data delle esequie.

“L’amica geniale è nella testa. Il pericolo? Il melodramma”

Il rischio, a Napoli, è di essere impopolari e Saverio Costanzo sembra saperlo. Ma è un fatto: L’amica Geniale non è Napoli. O almeno, non solo. “Lo spirito della città è negli attori e nel cast. È nel romanzo di Elena Ferrante”. I luoghi, però, vanno oltre. Rendono la serie universale e specifica al tempo stesso. La prima stagione della serie tratta dalla quadrilogia di Elena Ferrante nei quattro appuntamenti su Rai1 ha registrato il 30% di share di media e tenuto incollati alla tv circa sette milioni di spettatori come forse solo il primo Montalbano. A marzo si inizierà a girare la seconda stagione, ancora una volta nel set da 60 mila metri quadrati costruito dal nulla in un ex fabbrica del Casertano. “Un luogo ricostruito è per me più reale del luogo reale – spiega Costanzo -. È un luogo della mente”.

Costanzo, L’amica geniale è un’opera che ha diffusione mondiale: come è stato possibile rendere universale una storia così locale?

Bisogna cercare l’archetipo. La città immaginata, ad esempio, è più reale perché permette allo spettatore di sollecitare qualcosa che ha dentro e quindi sentirla più vera. Per farlo abbiamo cercato un luogo coerente e una immagine coerente. Anche se richiama fortemente il rione Luzzatti, in cui è ambientato il romanzo, ho voluto che ogni spettatore avesse la sensazione di non guardare qualcosa di finito ma di infinito. La vera difficoltà nel racconto di Napoli, infatti, era il rischio di cadere nello stereotipo. Ho colto, nei libri, un punto di vista quasi nordeuropeo. L’ho fatto mio. Mi ha permesso di arrivare al confine con lo stereotipo senza caderci dentro.

C’è Napoli senza esserci, un’autrice senza esserci. È l’elogio dell’assenza che diventa universalità?

Si dice che più una storia è locale e più è globale. Io ci credo. Più è piccola e racconta sentimenti unici, più è universale. Il primo giorno ero sul set, giravamo la scena delle bambole. Mi guardavo intorno, le scenografie, l’immenso set, e pensavo: “Guarda un po’ che abbiamo messo su per due bambine che giovano con le bambole”. Però credo che sia il segreto del libro di Ferrante, il segreto del suo successo e di conseguenza anche di questa serie.

Un successo incontestabile e carico di aspettative. Non la spaventa?

Si arriva a un punto, nella vita di un regista o di un artista, in cui ci si trova a proprio agio nelle cose che gli appartengono. E non è per presunzione che dico che non ho mai avuto dubbi nè paura: quando la Ferrante mi ha coinvolto mi sono sentito a casa.

Che intende?

Era una drammaturgia già presente nel mio lavoro. Il modo in cui sono costruiti i personaggi, la loro messa in scena, la storia che raccontano: unsentimental dicono gli inglesi. Io mi sento un regista di melodramma, mi sento così da sempre e mi sembra di aver fatto solo melodrammi. Eppure non riesco mai ad aderire completamente al melodramma, pur sentendo che c’è sempre un pericolo (di melodramma, ndr) in agguato. E la Ferrante incarna perfettamente sia il melodramma che quel pericolo.

Il romanzo, nel suo sviluppo, ha un background storico molto solido. Non teme che si perda il carattere universale che lo ha fatto amare anche a Tokyo e New York?

Il libro è una traccia fondamentale da seguire e riesce a parlare di storia e di politica sempre attraverso i sentimenti dei protagonisti. Non è mai un manifesto, tutto è filtrato dai sentimenti. Quindi non credo. Ma si vedrà al termine delle quattro stagioni.

Cosa rappresenta l’Amica Geniale per la sua carriera?

È presto per saperlo. Da come la vedo io, finora ho girato solo un quarto di un film. È come correre una maratona: devi dosare le energie, nella testa quanto nel corpo. Perciò è difficile per me oggi godere del fatto che mi si dica “che è bello”. Sono proiettato sul futuro, sul fatto che dovrà essere bello anche domani. Ci sono buone fondamenta, vediamo se riusciamo a costruire tutti i piani delle quattro stagioni allo stesso modo.

Artemidoro. L’accusa: il papiro è una patacca

Nel 2004, la Compagnia di San Paolo acquista per 2,7 milioni il Papiro di Artemidoro datato Primo secolo dopo Cristo. Il professor Salvatore Settis lo considera autentico e ne consiglia l’acquisto. Ma nel 2013, lo storico Luciano Canfora presenta un esposto alla Procura di Torino sostenendo che è un falso. Si occupa dell’inchiesta per truffa direttamente il procuratore Armando Spataro. Pochi giorni prima di andare in pensione, Spataro chiede l’archiviazione: i possibili reati sono ormai prescritti ma, scrive Spataro, è accertato che il papiro è falso. Risponde sul Fatto

Salvatore Settis e osserva che la valutazione di Spataro si basa solo sulla denuncia di Canfora senza perizie di esperti terzi e che molti esperti internazionali hanno riconosciuto l’autenticità del papiro del Primo secolo. Settis non è stato ascoltato nell’inchiesta. Spataro e Canfora replicano qui sotto.

 

 Replica/1 “È impossibile ignorare le prove della sua falsità”

Caro Direttore, ho letto il lungo articolo del prof. Salvatore Settis che, giovandosi di ampio spazio, si è diffuso in “quasi offese” nei confronti di chi scrive, di cui, evidentemente, non conosce il metodo di lavoro. Anzi, mostra di non conoscere neppure come la giustizia procede nell’accertamento dei fatti. Soprattutto, non elenca o non approfondisce, gli elementi posti a base del giudizio di falsità del Papiro Artemidoro.

Il magistrato – è vero – non può sostituirsi allo studioso o allo storico, non avendone capacità e cultura. Ma deve obbligatoriamente, in caso di notizia di reato, approfondire – come è stato fatto nel caso in questione – le conclusioni cui sono pervenuti tutti gli esperti, pur se di diverse opinioni. E deve anche arricchire il quadro delle notizie da valutare, come è stato possibile nella inchiesta torinese, con altri accertamenti e dichiarazioni fuori dalla portata degli studiosi, i quali, insomma, non bastano e non hanno l’ultima parola. Anche loro, infatti, possono essere truffati, ma spesso non se ne accorgono o non lo ammettono se legati a doppio filo alle proprie incrollabili convinzioni. Queste, però, possono fare la fine del ponte Morandi di Genova, se lo studioso dimostra disinteresse per l’iter di accertamento dei fatti: in questi casi, anzi, incorre inevitabilmente in una possibile colposa presunzione.

Non intendo ribattere alle “quasi offese” del Settis, che alla fine mi interessano poco (ne ho ricevute di peggiori in oltre 40 anni di lavoro), né riprodurre la storia delle indagini e l’iter argomentativo del mio Ufficio (cioè di tre pubblici ministeri), peraltro condiviso da un giudice. Voglio invece manifestare la mia sorpresa per come il professore non prenda in considerazione molti argomenti sottoposti al vaglio del giudice: dalla inesistenza di qualsiasi documentazione attestante la provenienza del reperto (il che depone per la sua falsità) agli ammonimenti di competenti Autorità Egiziane che hanno fatto rilevare l’impossibilità di esportare legalmente dall’Egitto, nell’anno dichiarato, un bene autentico di valore culturale (il che avrebbe violato la Convenzione Unesco del 1970 e basterebbe di per sé a configurare la truffa); dalla accertata falsità del fotomontaggio del cosiddetto Konvolut “contenitore” da cui il papiro proverrebbe (affermazione avente il fine di documentare l’origine dell’“Artemidoro” e di sostenerne l’autenticità) al fatto che il reperto è stato tenuto a lungo “in cantina” (sei anni nel Deposito di Venaria Reale), circostanza anomala per un reperto di così alto valore e non altrimenti spiegabile se non con le forti riserve sulla sua autenticità; dalla circostanza che il Museo di Antichità Torinese di via XX Settembre, che dopo averlo “preso in carico” nel 2012 a seguito del rifiuto del Museo Egizio, lo espone con l’avviso che potrebbe trattarsi di un falso, fino all’esito dei primi accertamenti disposti dal Mibact sulla composizione degli inchiostri usati per il papiro Artemidoro risultata decisamente diversa da quella degli inchiostri usati nei papiri egiziani che coprono il periodo dal I al VI secolo.

Il Settis, inoltre, cita l’esito neutro delle indagini dei carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio Culturale di Roma, tacendo del tutto su quelle condotte da altro presidio dei carabinieri di Torino.

Potrei dire molto altro, ma mi limito a un commento sull’irridente chiusura del prof. Settis, il quale dice: “Se il il dr. Spataro, con la sua dissertazione, aspira a una laurea in papirologia, la sentenza è questa: bocciato”. Vero, finirebbe certamente così. Ma io non ho mai pensato a quella laurea, anche perché, talvolta, competenze e conseguenze che ne derivano e che si vedono in giro non mi paiono esaltanti.

Armando Spataro

 

Replica/2 “Il testo rivela che è solo l’opera di un burlone”

L’inconsistenza dell’intervento apologetico del professor Settis pubblicato su questo quotidiano traspare già da alcune cifre. Evoca 200 studiosi sostenitori (a suo dire) dell’autenticità dello pseudo-Artemidoro. Ma questo stuolo rassomiglia alla fantomatica armata di 30.000 combattenti pronti a tutto che Alessandro Pavolini garantiva al Duce in fuga essere pronti alla lotta in Valtellina. Basta scorrere le pagine dell’Année Philologique per smentirlo.

Resta comunque in piedi la domanda: da quando in qua i problemi scientifici si risolvono a maggioranza?

L’argomento – se così può definirsi – che scorre monotono da un capo all’altro dell’intervento apologetico è la “chiamata di correo” della cosiddetta “comunità scientifica”: va da sé dislocata tutta “a nord di Chiasso”. Vengono però chiamati per nome soltanto due colleghi purtroppo defunti, i quali – a onor del vero – erano intervenuti prima che la gran parte delle argomentazioni demolitrici dello pseudo-Artemidoro venissero pubblicate. A ogni modo prendiamo atto che, evidentemente, studiosi quali Richard Janko, Germaine Aujac, Peter van Minnen, Herwig Maehler, Daniel Delattre, ecc. – che dallo pseudo-Artemidoro non furono abbagliati – non fanno parte della comunità scientifica (o forse sono nati a sud di Chiasso).

La fabbricazione di un fotomontaggio – il comicissimo Konvolut, che avrebbe dovuto raffigurare lo pseudo-Artemidoro in statu nascenti anzi nella vita prenatale ed è però effigiato su carta fotografica prodotta anni dopo lo smontaggio – resta uno dei punti più alti nella lunghissima storia dei falsi. Fare un falso per salvarne un altro. Un flop, autentico.

Non credo che valga la pena sprecare ancora tempo su di un testo (la colonna 1 dello pseudo-Artemidoro) che comincia con parole che si ritrovano in opere moderne: dalla ottocentesca Geografia di Carl Ritter al manuale settecentesco di pittura sacra di Dionigi di Furnà. Libro prediletto da Costantino Simonidis autore dello pseudo-Artemidoro. Il burlone volle poi anche disseminare qua e là nello pseudo-Artemidoro frasi tratte da suoi scritti.

Insomma, suggerirei al loquace difensore di seguire il consiglio cristianissimo del suo pseudo-Artemidoro: “Soppesare l’anima prima di accingersi alla geografia”, “tenendo ben strette intorno a tutto il corpo tali e tante armi mescolate”. Che mattacchione quello pseudo-Artemidoro, o, come mi scrisse un dotto collega, “un perfetto cretino”.

Luciano Canfora

Mai sottovalutare un’atomica (a Natale)

“La tendenza ad abbassare la soglia del ricorso” alle armi nucleari “è pericolosa e potrebbe causare un disastro nucleare globale”: mittente del monito è il presidente russo Vladimir Putin; destinatario il presidente Usa Donald Trump, che a forza di sganciare gli Stati Uniti dai patti nucleari, con l’Iran o sugli Inf, gli euromissili, sta rendendo il Mondo un posto sempre meno sicuro.

“Credo – dice Putin – che il ‘pericolo’ di un conflitto atomico sia scivolato sullo sfondo: sembra impossibile, ma, se una cosa del genere dovesse accadere, potrebbe causare la morte della civiltà e, forse, dell’intero pianeta”. In una conferenza stampa di fine anno dalle dimensioni tolstoiane – domande e risposte si succedono per quasi quattro ore –, il presidente russo denuncia “lo sfacelo” del sistema di deterrenza internazionale, acuito proprio dalla decisione di Trump di denunciare l’intesa sui missili intermedi: un passo che “aumenta l’incertezza: se arriveranno i missili in Europa – dice Putin –, l’Occidente non squittisca se noi reagiremo”. Non è chiaro se il discorso nasca da un timore sincero o nasconda le preoccupazioni per l’impatto d’un rilancio della corsa agli armamenti sull’economia russa, mascherate, in ogni caso, dietro “grandi progetti” per garantire alla Russia un balzo in avanti nell’innovazione tecnologica.

Putin appare in spolvero: parla, con cautela, di matrimonio; scherza con la reporter che attira l’attenzione agitando un lembo di bandiera russa; si dichiara soddisfatto del lavoro fatto dal governo del suo fido Dmitri Medvedev; innalza il gran pavese per una crescita nei primi tre trimestri 2018 dell’1.7%.

È un discorso, anzi uno show, a tutto campo: lo “zar del XXI Secolo” non ha paura di compiere invasioni di campo (sulla Brexit, nel nome della democrazia, è contrario a un nuovo referendum) e di rovesciare frittate (sull’Ucraina, accusa gli Usa di interferire negli affari della Chiesa ortodossa, mettendo zizzania tra Kiev e Mosca, come se ce ne fosse bisogno). L’evento, al World Trade Center di Mosca, sul lungofiume Krasnopresnenskaya, era già record prima di cominciare: 1.702 i reporter russi e stranieri accreditati – mai così tanti nelle 14 edizioni di questo rito mediatico -, armati d’oggetti d’ogni tipo per attirare l’attenzione del portavoce Peskov e del presidente mattatore.

L’affondo sul nucleare è spontaneo, non innescato da domande. La Russia, avverte Putin, sviluppa nuove armi – “in futuro le avranno tutti, ma ora ce le abbiamo solo noi” – per assicurare il rispetto dell’equilibrio strategico, minato dallo scudo missilistico Usa, che Mosca “sa bene” essere collegato agli “apparati offensivi” americani. E per di più c’è lo spettro delle armi nucleari “tattiche”, ovvero a ridotto potenziale, che qualcuno vorrebbe impiegare davvero.

Un’apocalisse. Altro che i 2’ alla mezzanotte dell’Olocausto nucleare dell’orologio degli scienziati che misurano la minaccia atomica. Putin, poi, smorza i toni: è sicuro che “l’umanità avrà abbastanza buon senso” per evitare la catastrofe; e assicura che la Russia non “aspira a dominare il mondo”: “È un luogo comune – sostiene – propinato all’opinione pubblica occidentale perché la Nato ha bisogno di un nemico per ‘fare quadrato’ e questo nemico è la Russia”.

Trump tradisce i curdi. Lo vuole Erdogan (e l’Iran)

La decisione di Trump di riportare a casa gli ultimi duemila militari americani rimasti nell’est della Siria a maggioranza curda ha lasciato gli alleati locali e stranieri basiti e preoccupati. Non solo il Pentagono, il Dipartimento di Stato e i più autorevoli senatori repubblicani ma anche il Regno Unito e la Francia, i partner nella coalizione anti Isis che contano più foreign fighters. Circa 3 mila musulmani di cittadinanza europea arruolati dall’Isis e sopravvissuti alla distruzione di Raqqa sono detenuti nelle carceri dei curdi siriani delle Unità popolari (Ypg), la milizia che costituisce la spina dorsale delle Forze democratiche siriane (Sdf), la compagine militare addestrata e supportata dai soldati americani che comprende anche gruppi di arabi siriani oppositori sia del presidente Assad sia dell’Isis. Grazie soprattutto alla strenua resistenza curda, iniziata nella città di Kobane 4 anni fa, il Califfato Islamico è stato quasi annichilito. Alcune sacche di resistenza al confine tra Siria e Iraq però continuano a preoccupare coloro che vivono in queste zone. Secondo Trump e il presidente turco Erdogan però il pericolo che risorgano è ormai tramontato. I curdi siriani dovranno quindi cavarsela da soli contro un eventuale ritorno in forze nella zona dei jihadisti e contro l’esercito turco che potrebbe varcare a est il fiume Eufrate ed entrare nel Rojava da un momento all’altro, come annunciato dal Sultano nei giorni scorsi. Per Erdogan i curdi siriani sono nemici giurati dato il loro stretto legame con il Pkk di Ocalan. La decisione di The Donald ha mostrato ancora una volta che i curdi vengono usati grazie alla loro conoscenza del terreno e allo spirito di sacrificio, ma quando si tratta di proteggerne l’autonomia vengono abbandonati. Finora a ostacolare l’agenda di Erdogan nel Rojava sono stati proprio gli Usa che hanno fatto dei curdi la propria fanteria. Subito dopo il clamoroso annuncio a sorpresa di Trump via Twitter, il Congresso nazionale del Kurdistan in esilio a Bruxelles ha diramato una nota in cui spiega che l’offensiva turca sarà un bagno di sangue per tutti i curdi del Rojava, civili compresi, come era accaduto ad Afrin, il cantone a ovest del fiume Eufrate, parte del Rojava, invaso dall’esercito turco all’inizio dell’anno. Inoltre si sottolinea che se le prigioni dove sono detenuti i foreign fighter potrebbero essere lasciate sguarnite o attaccate dai turchi e i jihadisti lasciati scappare.

“Per ora non ci sono stati grandi movimenti sul terreno, ma ci aspettiamo che le cose cambino presto e in peggio per noi”, dice Salih Muslim, responsabile delle relazioni diplomatiche del Pyd, il partito dell’Unione democratica curda del Rojava il cui braccio militare è costituito dallo Ypg. In una dichiarazione via internet, il comando generale delle Forze democratiche siriane spiega: “Mentre stiamo ancora combattendo contro il terrorismo nelle ultime roccaforti dell’Isis nel sud-est del paese e contro le sue cellule dormienti che stanno cercando di riorganizzare i suoi ranghi nella regione, la decisione della Casa Bianca di ritirarsi dalla Siria settentrionale e orientale influenzerà negativamente i nostri sforzi. Noi, come Sdf, vogliamo che a livello internazionale si sappia che la sconfitta finale del terrorismo non è ancora arrivata e questa dura fase richiede sforzi da tutte le parti e in particolare della Coalizione internazionale che deve fornire maggiore e continuo sostegno alle truppe sul terreno e non al ritiro dalla regione”. I curdi da tempo lamentato di non avere la capacità di gestire i detenuti dell’Isis e i loro familiari e hanno chiesto alle potenze occidentali di rimpatriarli per processarli in patria. Ma finora nessuno ha risposto. Nemmeno la Russia che ha anch’essa combattenti dell’Isis catturati. Putin ha dato parere positivo alla decisione di Trump. Se potesse lo ringrazierebbe affettuosamente, così come dovrebbe fare il nemico Iran e gli Hezbollah libanesi, alleati del presidente Assad. Il ritiro americano giova a tutti e tre.

“Spiegel” si autodenuncia per falso

“Ha talento per la scrittura, ma non è un giornalista”. La rivista tedesca Der Spiegel licenzia così uno dei suoi cronisti di punta per aver “mischiato realtà e menzogna”. Trentatrè anni, Claas Relotius, “vincitore di vari premi” e famoso per inchieste e reportage – si legge sul sito della storica rivista che vanta la maggiore tiratura in Germania – “impreziosiva i suoi lavori con particolari, a volte completamente falsi”. Eletto giornalista dell’anno dalla Cnn, citato da Forbes come giovane di talento, aveva scritto “55 articoli per Der Spiegel, tre tradotti in inglese e pubblicati sul sito web, oltre ad altri 18 sulla carta”. Di questi, almeno 14 solo verosimili. Lui ammette di aver agito così per “paura di fallire”, cosa che non basta a giustificarlo: è chiamato a “liberare il suo ufficio”.

A far arrivare la voce di falsi in redazione pare sia stata una donna messicana a cui Relotius aveva dedicato una pagina in uno dei suoi reportage alla frontiera. Peccato che la signora giura di non avergli mai parlato. Qualche sospetto nel frattempo pare fosse venuto anche al collega Juan Moreno che con lui aveva cofirmato alcune inchieste. Per mesi passa per calunniatore, finché con un’inchiesta interna non si scopre che “citazioni, luoghi, scene, presunte persone in carne e ossa erano false”. Ma non finisce qui: Spiegel pubblica sul sito i reportage e chiede a chi ravvisasse una menzogna, di segnalarla. Autodenuncia esemplare e tempismo perfetto: su Medium.com nello stesso giorno i blogger Michele Anderson e Jake Krohn hanno accusato di fake Relotius.

Il Belgio senza governo 541 giorni per formarlo l’anti-migranti per finirlo

Migranti fatali pure in Belgio. Oggi re Filippo dovrebbe annunciare se ha accettato o meno le dimissioni del primo ministro Charles Michel presentate martedì scorso: affiderà probabilmente l’ordinaria amministrazione allo stesso Michel e riprenderà le consultazioni per sciogliere la crisi, ma senza fretta. All’orizzonte, le elezioni legislative del 26 maggio.

Nessuno si illude che prima di allora riusciranno a mettersi d’accordo con Michel i socialisti di Elio Di Rupo, il Movimento riformatore francofono, i cristiani-democratici fiamminghi, i liberali fiamminghi, i Verdi o la destra nazionalista di N-Va. Proprio quest’ultima ha innescato la crisi, il 9 dicembre. Pretesto: il Global Compact di Marrakesh.

Michel era andato al summit sull’immigrazione, nonostante il dissenso di N-VA i cui ministri si sono subito dimessi. Michel ha reagito creando un governicchio di minoranza: durato appena dieci giorni, squassato dalle polemiche e dal violento corteo di 5 mila sovranisti anti-immigrati che domenica scorsa hanno messo a soqquadro il centro di Bruxelles. Socialisti e verdi hanno depositato una mozione di sfiducia. Il siluro ha affondato il fragile battellino di Michel.

Ora il dilemma dei belgi è questo: riusciranno i litigiosi politici a battere il memorabile record del 2010? Una crisi epocale, lunga ben 541 giorni di strenui negoziati fra valloni e fiamminghi che fanno impallidire i due mesi di Di Maio e Salvini. Primato mondiale (omologato dal Guinness). Un anno e mezzo di affari correnti: il Belgio è sopravvissuto alla latitanza di un governo.

Alle divisioni linguistiche e amministrative: il 58 per cento degli abitanti (11 milioni) parla fiammingo, il 32 il francese e il 12 il tedesco. È “la sofferenza del Belgio” (titolo di un arguto saggio di Hugo Claus). Che ha prodotto geni come Magritte e Rubens, ma anche i Puffi e Simenon. In quei giorni d’incertezza istituzionale, l’Europa scoprì, con stupore pari a quello di Tin Tin quando s’inoltra nei misteri delle Ande, come tre quarti dei fiamminghi rifiutassero vigorosamente di vedere spartito il loro Paese: il 42 per cento rigettava “assolutamente” questa idea, il 32 per cento era “sfavorevole”. Nel “reame dei paradossi”, chi era contrario alle secessione aveva votato l’Alleanza Neofiamminga, partito che nell’articolo 1 del suo statuto pone l’indipendenza della sua regione… Il Belgio, dunque, resiste alle tentazioni separatiste. In comune, valloni (francofoni) e fiamminghi (radici in Olanda e Germania) hanno la religione cattolica, l’arte della cioccolata, la birra e gli affari. Nel 1962 è stata ufficializzata la “divisione linguistica”. Il criterio di parità tra valloni e fiamminghi vale al governo federale, nelle rispettive regioni vige l’autonomia. Il che non ha placato i conflitti. Sono due popoli che si detestano e si fronteggiano, armati delle loro differenti culture e separati da un fossato economico che vede un tasso molto basso di disoccupazione nelle Fiandre (4,4 per cento), mentre quello vallone è più del doppio (9,8). Idem per il rischio di povertà, indice ormai fondamentale nelle strategie politiche attuali: 15 per cento nelle Fiandre, 25 per cento in Vallonia. Differenze pesanti. Da anticamera del divorzio. Eppure, il matrimonio regge. Per convenienza.

Insomma, una relazione di odio e amore che si riflette nei governi, la cifra dei versi malinconici di Jacques Brel, quando canta il suo “pays plat”, con le “cattedrali per uniche montagne” e i “campanili neri come alberi della cuccagna”. L’identità lacerata di un Paese condannato a sopravvivere: “Le sue comunità sono come gemelli siamesi, inseparabili perché non hanno che un solo cuore a disposizione: Bruxelles” (Charles Bricman, blogger).

Italian Master, i 33 giri come non li avete ascoltati

C’è stata un’Italia in bianco e nero e un’Italia a colori così come un’Italia analogica e una digitale. Difficile dire da cosa nasca il culto di ritorno per il vinile in un’epoca drogata di refresh, ma ha in sé una nostalgia sorprendente, l’idea che la vera fedeltà non è mai perfetta, e la vita non può ridursi a una serie di file da cliccare. Italian Masters 33 giri (Sky Arte, mercoledì, 21.15) celebra tutto questo rievocando gli album che hanno fatto la storia della musica leggera; alcuni celeberrimi come Il mio canto libero di Lucio Battisti; altri in giusta attesa di consacrazione, come Paris Milonga di Paolo Conte. Alle prese con Paolo Conte in persona, rara avis, la televisione si diverte e si estenua. Ne sono nati 30 minuti quasi perfetti tra spiegazioni tecniche, squisitezze acustiche e gustosi retroscena per raccontare con quanta ostinazione artigianale nacque il microsolco che nel 1981 regalò all’autore di Azzurro una popolarità mai conosciuta prima. Pretend, Via con me, Parigi… laconica nei testi quanto prodiga nei ritmi, la poesia di Conte nasce, come ogni poesia, dalla liberazione del senso dalla consegna del significato. Il resto viene da sé. Col tempo, la voce si è fatta brumosa e assorta come certa campagna piemontese; nei primi piani si notava una certa somiglianza con Bartali, lo stesso naso triste come una salita, e forse la somiglianza non è solo fisica. Quanto devono incazzarsi, i francesi, a pensare che un italiano può essere più francese di loro.