Quelli che nascono europarlamentari e muoiono lobbisti

Se in Italia si nasce incendiari e si muore pompieri, a Bruxelles si nasce invece eurodeputati (o euroburocrati) e si muore lobbisti. A raccontarcelo è una bella ricerca di Transparency International che spiega come il 50 per cento degli ex commissari europei usciti di scena con le elezioni del 2014 lavori ora per gruppi economici portatori d’interessi. E come lo stesso faccia il 30 per cento dei 171 ex parlamentari che con la nuova legislatura hanno dovuto trovarsi un impiego. Il fenomeno che, come vedremo, coinvolge pure centinaia e centinaia di ex funzionari dell’Unione europea, spiega bene perché nel corso degli anni la fiducia nelle decisioni prese dall’Europa sia verticalmente calata. Accanto alla crisi economica, gli elettori devono fare i conti con un problema di credibilità personale degli uomini e delle donne che rappresentano le istituzioni Ue. Il caso più clamoroso, come scrive Sofia Basso sul numero di FQ Millennium in edicola, riguarda José Manuel Barroso, il predecessore di Jean Claude Juncker alla testa della Commissione, che a soli 20 mesi dalla fine del suo incarico ha accettato la presidenza non esecutiva della filiale europea di Goldman Sachs. E nel 2017 si è ritrovato a incontrare nelle vesti di lobbista della banca d’affari americana, il vicepresidente della Commissione, Jyrki Katanen. Un episodio opaco che, al di là delle giustificazioni dei protagonisti, ha mandato su tutte le furie Kelly O’Reilli, l’Ombudsman europeo.

Nulla però al confronto di quanto ha combinato Neelie Kroes, ex Commissario per la Concorrenza e per l’Agenda digitale. Oggi fa la consulente per Bank of America e Uber, mentre i Bahamas Leaks hanno svelato come Kroes avesse interessi (non dichiarati, come invece prevedevano le norme) in una società energetica off shore. Ha cambiato mestiere anche Jonathan Hill, già Commissario per la Stabilità finanziaria dell’esecutivo Juncker. Da qualche mese, dopo il voto sulla Brexit, il barone inglese ha molti incarichi in multinazionali, comprese consulenze per Ubs (proprio per gestire l’uscita del Regno Unito dall’Unione) e la società di revisione Deloitte. Una coalizione di 200 diverse Ong, l’Alliance for lobbying transparency, ha invece lavorato sulle carriere dei funzionari della Ue e ha scoperto che dal 2008 a oggi, quattro ex direttori della Stabilità finanziaria sono stati messi sotto contratto dalle aziende che dovevano controllare, mentre circa mille esperti dell’Ema, l’Agenzia del farmaco europea, hanno interessi diretti o indiretti nell’industria farmaceutica. Ma non basta. Perché su 33 lobbisti arruolati dalle prime dieci aziende produttrici di armi, un terzo risulta aver prima lavorato per un’istituzione Ue. Ora, al di là dei dati statistici e delle norme che rendono perfettamente legale il fenomeno (nei corridoi della Ue si aggirano 30 mila lobbisti pagati per influenzare la politica), c’è da chiedersi se tutto questo sia compatibile con la democrazia. Questa rubrica ha sempre sostenuto con forza la necessità di regolamentare con rigore il fenomeno. E bisogna pure ammettere che negli ultimi anni a Bruxelles qualche passo avanti è stato fatto. La verità, però, è che in questo campo, l’unica garanzia per i cittadini è rappresentata dall’informazione. Finché i grandi gruppi editoriali non seguiranno le vicende Ue con lo stesso livello di approfondimento riservato ai rispettivi Parlamenti nazionali, nell’oscurità si muoverà di tutto. E, come accade oggi, molte decisioni verranno prese in favore delle lobby più forti (e più ricche) a scapito degli elettori.

Pur di arrivare a Putin va bene persino Al Bano

Immaginate di essere un regista e di dover creare un raccordo tra alcune scene che si svolgono nello stesso periodo storico. Da una parte c’è Giuseppe Conte. Ci sono giornate cupe, faticose a Bruxelles. Negoziati, notti insonni, trattative a oltranza e infine l’accordo con l’Ue. Dalla stessa parte ci sono anche il presidente Mattarella che accoglie la salma di Megalizzi, Mattarella al funerale di Megalizzi, Di Maio che fissa le scadenze del reddito di cittadinanza. Dalla parte opposta, in una bolla trasparente, c’è Matteo Salvini.

Con Al Bano. Col capo ultrà. Con la crespella al formaggio. Con la divisa da Poncharello. Capite bene che perfino un regista distopico come Lanthimos preferirebbe dedicarsi al prossimo cinepanettone piuttosto che tentare di incollare due realtà così discordanti. Intendiamoci. Non che Salvini ci abbia abituati a una comunicazione politica che vada molto oltre un meme di Luca Morisi, ma le polaroid di quest’ultimo periodo cominciano ad essere più grottesche che parodistiche. Il grande comunicatore perde colpi. Mentre Conte evita la procedura di infrazione, lui commette un’infrazione dopo l’altra e per la prima volta riconosce perfino – timidamente – di aver quasi sbagliato. E addirittura i suoi social, da sempre considerati termometro del suo successo, registrano un netto calo. Si parla del 51% in meno di interazioni sul suo Fb dal mese di giugno a oggi.

In pratica, se un suo selfie con una caciotta di pecora sei mesi fa scatenava 10 mila follower, oggi un suo selfie con la felpa Bari e un luccio al cartoccio ne attira meno di 5 mila. Sarà per questo che ci ha tenuto parecchio, nei giorni delle trattative con Bruxelles, ad acquisire autorevolezza, a posizionarsi anche lui nel segmento rapporti con l’estero, ad incontrare al Viminale anche lui un pezzo grosso a livello internazionale: Al Bano. Le foto del cantante pugliese seduto sul divano chester col panama bianco e la pashmina blu accanto a lui sono esattamente quello che serviva all’Europa per fidarsi di quel 2,4 di deficit. È chiaro, soprattutto, che Salvini conta sull’amico di Putin Al Bano per rafforzare l’asse con la Russia dopo le sanzioni ed essere invitato pure lui, finalmente, alle gare di rutti con la vodka a casa di Vladimir. Non è improbabile che le sue performance canore da Costanzo di un mese fa fossero le prove generali per il suo debutto nel mondo della musica al posto di Romina, nella prossima tournée in Russia con il re di Cellino. Un tentativo diplomatico, tra l’altro, che ha portato fortuna: ieri Putin ha minacciato una guerra atomica contro l’Occidente. Ma in fondo, tra le operazioni-credibilità, l’incontro con Al Bano negli ultimi tempi è stata pure la più felice. Sicuramente più felice del tweet in cui il ministro si congratulava con i carabinieri per gli arresti di stranieri grazie a un blitz. Peccato che il blitz fosse ancora in corso. E poi la foto con l’ultras pregiudicato che alle prima critiche ha commentato con la sua consueta spavalderia (“Sono un indagato tra indagati”), per poi, dopo tre giorni, accennare delle mezze scuse: “Se avessi saputo avrei evitato”. Della serie: se fai il ministro degli Interni e non ti viene il dubbio che un capo ultras non sia un volontario di Emergency, forse è meglio se ti dai alle gare di scacchi magnetici. Ma soprattutto, se impieghi tre giorni ad ammettere che abbracciare un tizio che ha reso cieco a un occhio un povero cristo poi morto suicida, sia stato opportuno quanto intitolare una sala doppiaggio a Mario Giordano, forse cominci a perdere colpi. Anche ieri, intanto, la comunicazione di Salvini ha dato suoi frutti: il marocchino accusato di stupro di cui mesi fa scrisse su Fb “nel Decreto sicurezza che ho in testa bestie come lui saranno prontamente rimandate al loro Paese”, è stato scagionato da ogni accusa e rischia invece un processo chi l’ha accusato, ovvero un ragazzo brasiliano. Ora sappiamo che grazie al suo decreto sicurezza manderemo aulicamente a fanculo nel loro Paese gli stranieri innocenti e ci terremo i colpevoli. In mezzo a tutto questo, negli ultimi due giorni, un tripudio di foto riparatorie: la foto della recita della figlia per ispirare tenerezza, quella della notizia del gatto lanciato dalla finestra durante una lite per raccattare due like dagli animalisti, le foto vestito direttamente da poliziotto per farsi perdonare l’abbraccio all’ultrà. Gli manca solo la foto in accappatoio con Putin, ma siamo sereni. Al Bano ci sta lavorando. Felicità.

Il sogno del Papa: mai più preti gay

Il papato di Francesco, iniziato nel 2013, è entrato da tempo in una fase di completa paralisi, quasi scomparendo dalle cronache. Anche i suoi tanti apologeti sono ormai, dinanzi all’evidenza palmare del tramonto di ogni ipotesi riformatrice, sempre più spesso costretti ad un imbarazzante silenzio. La lettura del libro-intervista La forza della vocazione (conversazione con Francesco Prado, pubblicato da EDB) da pochi giorni in libreria conferma appieno la sensazione che da Santa Marta non ci si possa aspettare più nulla di buono.

Il cambiamento della disciplina dei ministeri ecclesiastici è il punto più importante dell’agenda riformatrice, dal momento che riguarda sia il ruolo delle donne nella Chiesa che il regime del celibato obbligatorio del clero. Su tutto questo, nell’intervista del papa, si trova solo una stanca conferma della concezione tradizionale del sacerdozio cattolico e cioè di un modello anacronistico e ipocrita che pretende di fare di ogni maschio sacerdote un piccolo martire: totalmente dedito alla sua altissima missione, incorruttibile e gioiosamente capace di castrare ogni desiderio di affettività e di amore concreto per il prossimo.

Se avesse voluto pronunciare delle parole di verità, il papa avrebbe dovuto fare almeno un cenno alle gravi sofferenze psicologiche di tantissima parte del clero cattolico e aggiungere che, come ormai documentato dall’enorme quantità di inchieste, documenti, reportage giornalistici e scientifici, la realtà del celibato ecclesiastico è ben diversa dall’ideale irraggiungibile e disumano disegnato dalla dottrina cattolica in tempi molto lontani dal nostro. Avrebbe dovuto il papa almeno menzionare tra i problemi legati alla condizione dei sacerdoti cattolici quello dei gravissimi e numerosi abusi commessi ai danni di minori e non solo.

Questo avrebbe dovuto dire il papa. E invece l’unico riferimento alla sessualità che troviamo nelle pagine della “forza della vocazione” è dedicato all’ennesima e sconsolante stigmatizzazione dell’omosessualità. A questo proposito, il papa ribadisce che, indipendentemente dal loro comportamento, nelle file del clero gli omosessuali non dovrebbero essere ammessi. “La chiesa raccomanda che le persone con questa tendenza radicata non siano accettate al ministero né alla vita consacrata. Il ministero o la vita consacrata non sono il loro posto”, ha detto perentoriamente il papa a chi lo intervistava. Ma Jorge Mario Bergoglio non si è limitato a questo e ha accennato al fatto che l’omosessualità è, sono sue parole, una “mentalità” divenuta “di moda”. L’omosessualità sarebbe cioè oggi per il pontefice, più che un orientamento sessuale, una sorta di ideologia o almeno uno stile di vita che, dal suo punto di vista, rischia di diffondersi pericolosamente anche nella Chiesa, una sorta di malattia contagiosa che minaccia di farsi strada anche nella comunità ecclesiale.

L’elemento implicito nel ragionamento del papa è che gli omosessuali non siano in grado, per loro natura, di tenere a freno i loro impulsi sessuali, che siano più distanti degli altri da una piena condizione umana, che siano meno capaci, a causa della loro condotta irresponsabile, di evitare scandali e clamori.

Le parole di Francesco confermano che il papa argentino, al pari di quanto fanno da sempre i cattolici reazionari, è pronto a identificare negli omosessuali il principale capro espiatorio di tutti i malanni che affliggono il celibato ecclesiastico. Basterebbe cacciare gli omosessuali dal clero (o meglio non ammetterli tra i suoi ranghi), questo sembra suggerire il papa, per risolvere come d’incanto i problemi legati alla disciplina del celibato. E dunque riportare la chiesa nella giusta carreggiata.

Con questo ragionamento, Francesco ha preso due piccioni con una fava: da un lato, ha fatto un’importante concessione alla destra interna, che di lui ha a lungo diffidato e che sul tasto dell’omofobia preme da sempre, dall’altro, ha fatto mostra di adoperarsi in una difesa a oltranza del tradizionale modello clericale tridentino, ovvero di una struttura ecclesiale basata sull’eterna supremazia di una casta di maschi celibi e la perenne esclusione delle donne dai ruoli di comando.

Le conseguenze sul piano pratico del nuovo messaggio papale non sono difficili da intuire: tutti (e sono moltissimi) i seminaristi e i preti gay dovranno moltiplicare le cautele e aumentare gli sforzi per tenere segreta la loro vera identità sessuale. Dato che il mondo non cambia a seguito delle minacciose esortazioni di un anziano pontefice, costoro sono stati di fatto invitati a raddoppiare le dosi di ipocrisia necessarie per castigare con severità i costumi altrui e a proclamare solennemente dal pulpito, anche a propria discolpa, la condanna definitiva dell’omosessualità in tutte le sue forme. Almeno fino al prossimo scandalo.

Mail box

 

Sulla manovra ha vinto Conte, l’opposizione non lo digerisce

Panettone di Natale amaro per gli oppositori del governo Conte, che ha portato a termine il dialogo con l’Unione europea respingendo le richieste di austerity. Conte ha evitato la procedura di infrazione mantenendo dritto il sestante della manovra, concepita per rilanciare l’economia del nostro Paese in una fase recessiva. Le opposizioni non sapendo più che pesci prendere ringhiano affermando che si tratta di una manovra scritta a Bruxelles. Spicca su tutti l’ex compassato premier Gentiloni (peraltro esperto copista di manovre scritte a Bruxelles). Ma come non citare fra i guru dell’opposizione anche Massimo Giannini che con espressione serafica appare nei talk show in cui continua a dir male del governo Conte, il quale sarebbe responsabile del disastro economico italiano e che avrebbe fatto meglio a evitare il braccio di ferro con l’Europa. Evidentemente lui ha nostalgia dei governi precedenti che si inginocchiavano subito ai diktat europei. Orbene, gli andrebbe ricordato che dal dopo Berlusconi non si era mai corso il rischio di una procedura di infrazione, proprio perché i governi in carica, ivi incluso quello dell’ex gentil Gentiloni, si erano subito arresi. Addirittura si analizza anche l’assenza di Di Maio e Salvini all’annuncio di Conte in Senato della accettazione della manovra da parte degli eurocommissari. Avranno litigato con Conte? O i vicepremiere fra di loro? Certo è una cosa a dir loro incresciosa. Ma perché non ipotizzare invece che hanno lasciato a Conte il merito della vittoria?

Luca Ferlazzo Natoli

 

Le nostre passioni giovanili non restano uguali per sempre

In merito al film Moschettieri del re che durante le festività natalizie sarà nelle sale, vorrei dire che nessun film potrà mai restituirci fedelmente i miti del passato. Durante le nostre vite sono esistite innumerevoli cose che ci hanno affascinato o addirittura conquistato completamente, e che col tempo sono diventate nel nostro immaginario qualcosa di inarrivabile, persino se rivissute in età adulta. I tre moschettieri è un romanzo di formazione senza tempo, ma una volta catturata la mente di un ragazzo che inizia a leggere la vera letteratura, essa non può essere gettata in pasto al consumismo sperando che, di remake in remake, faccia sempre lo stesso effetto. Sebbene di tanto in tanto lo rilegga, sebbene vorrei poter scrivere come Dumas, a 32 anni so che non può funzionare di nuovo come quando di anni ne avevo 12. Certi miti sono come le pietre preziose, non ne esistono due uguali e il resto sono solamente imitazioni, più belle o meno belle non conta, sono solo pallide imitazioni dell’originale.

Lettera non firmata

 

Si additano Salvini e Di Maio quando su B. c’è solo silenzio

Tutti giustamente criticano Matteo Salvini per aver stretto la mano nella foto a un ultras plurinquisito per droga e violenza. Si accenna anche all’avviso di garanzia ricevuto dal padre di Luigi Di Maio per rifiuti lasciati in maniera illegale nei suoi terreni. Poi leggo l’articolo di oggi del direttore su Berlusconi e le sue condanne definitive, sia quelle prescritte che in corso. Di queste invece nessuno ne parla, addirittura viene ricevuto al Quirinale senza che nessuno alzi un sopracciglio o dica qualcosa.

Michele Lenti

 

Testamento biologico: una battaglia da continuare

Ho letto sul sito l’articolo in cui si segnala che purtroppo la legge sul testamento biologico (e non solo perchè ci sono contenuti molti altri aspetti) rischi di restare lettera morta. L’istituzione non ti segue, talvolta ti ostacola e il cittadino non sa nulla dei suoi diritti. Sono più di tre anni che lavoro, con tante difficoltà, in questo settore e cerco di diffondere questa cultura avendo orientato la mia professione in questo settore e siamo in molti, con medici ed alcuni enti volenterose e sensibili, a provare a creare una struttura per rendere accessibile un servizio che prova ad essere virtuoso. Sarebbe bello far conoscere i risultati raggiunti per l’applicazione di questa legge e sarebbe un messaggio di speranza sia per tutte le persone e le famiglie che si trovano in situazione di fragilità sia per quelle che semplicemente vogliono avere uno sguardo lucido, laico e il più possibile sereno sul proprio futuro.

Chiara Guastalli

 

Buona fortuna a Giachetti. Ma quando farete autocritica?

Ho letto con un certo divertimento l’articolo di Scanzi su Roberto Giachetti e su tanti altri radicali che si sono accasati ora a destra ora a sinistra sicuramente per rappresentare in quelle aree i principi radicali (o forse come penso io per avere un posto in Parlamento). Al Partito radicale dobbiamo tante battaglie sui diritti civili e sulla libera informazione ma direi che da molti anni s’è persa traccia di questa matrice. Mi piacerebbe ascoltare da Giachetti l’analisi del voto del 4 marzo per vedere se ha capito perchè tanta parte dell’elettorato di sinistra e forse anche radicale ha abbandonato tale partito ma forse il renzismo che si è impadronito di lui affermerebbe che sono gli elettori che hanno sbagliato e che rifarebbe tutto come prima. In bocca al lupo quindi Giachetti e speriamo che abbia un piano b per il suo futuro.

Leonardo Gentile

Cancro, Alzheimer e ictus: sicuri che per guarire basti soltanto una dieta?

Non sono d’accordo con il vostro articolo sulla dieta di Adriano Panzironi. Già da un anno alcuni amici mi parlavano di questo nuovo stile di vita e di come loro avessero avuto grossi benefici. Io con la dieta mediterranea non stavo bene! Pressione alta, mal di pancia, reflusso gastrico, dolori articolari, mal di testa e molto altro. Da sei anni prendevo quotidianamente pastiglie per la pressione e circa ogni anno il medico mi aumentava il dosaggio. Per il resto una vita di antidolorifici, pomate, antibiotici ecc… Ebbene, dopo un mese e mezzo senza carboidrati, legumi e cereali sto bene, ho sospeso i farmaci per la pressione d’accordo anche col medico. Da quando seguo questo modo di alimentarmi tutto è tornato a posto: trigliceridi, acidi, colesterolo. So che può sembrare impossibile, neanche io ci volevo credere e così anche molti amici. In farmacia spendevo più di 200 euro al mese, ora spendo meno con Panzironi e sono integratori che non sono altro che spezie senza effetti collaterali. La realtà è questa, poi ognuno deciderà per sé.

Gentile Maria Rosa,la ringrazio per la sua testimonianza, ideale per chiarire ancor meglio il contenuto dell’articolo. Nessuno (neanche le industrie farmaceutiche) nega che uno stile di vita sano possa avere benefici sulla salute e questo giustifica in parte i presupposti della dieta Panzironi. In altre parole, non metto in dubbio che lei si senta meglio da quando ha cambiato dieta, anche perché rinunciare agli zuccheri significa rinunciare anche a molte porcherie quotidiane (dolci, caramelle, patatine fritte…). Altre persone provano lo stesso sollievo rinunciando alla carne, altri ancora credono che la soluzione ai propri acciacchi sia il macrobiotico, e così via. Tutto legittimo, ci mancherebbe altro. Il problema è quando si inizia a dire che attraverso accorgimenti dietetici si curano il cancro, l’Alzheimer, il diabete o il morbo di Crohn e si prevengono decine di malattie e disgrazie varie (ictus, artrosi, gotta ecc…). Con l’ausilio di pillole che lei stessa definisce una miscela di spezie comuni, vendute a peso d’oro. Per non parlare della chicca finale, ovvero che il metodo Panzironi riesca a prolungare la vita fino a 120 anni (120!). Auguro a tutti i “seguaci” di questa dieta di vivere abbastanza a lungo da potermi smentire, ma credo sia un po’ troppo.

Addio Pinketts, il cantore della Milano nera muore a 57 anni

Adesso che hanno dato un nome reale al Rick Blaine-Humphrey Bogart del film Casablanca, cioè il proprietario di night Bill Rose, si può anche identificare il vero duro dal cuore tenero e il vero cantore della Milano nera dagli anni Novanta al nuovo millennio, tra echi dell’hard boiled di Chandler & Hammett e suggestioni del vecchio Fred Buscaglione. Si chiamava Andrea G. Pinketts (Andrea Giovanni Pinchetti). Professione scrittore di gialli, nonché fumatore di sigari e frequentatore di bar (il Trottoir) nella città di corso Garibaldi e largo La Foppa, quella città con le memorie delle cannonate del 1898 (proprio lì) di Bava Beccaris, il vecchio cineclub Obraz, la libreria anarchica e la realtà dei nuovi mostri della Milano che fu da bere. È morto a 57 anni all’ospedale Niguarda. Malato di tumore, qualche settimana fa, durante la manifestazione Book City, aveva tenuto un reading nella clinica dove era ricoverato. “Parlo da un altro pianeta”, aveva detto, “sto lottando per tornare nel vostro”. Personaggio fino in fondo con i suoi cappelli a larga tesa, i gessati estrosi, il vezzo di scrivere i suoi libri nei caffè tra una birra e l’altra, aveva dato vita all’investigatore per caso Lazzaro Santandrea, il suo alter ego, sogno ironico di un Sam Spade dei Navigli. Cominciò nel 1991, quando c’era la Milano craxiana della rucola e delle modelle piene di “coca” nei residence di Porta Nuova. Al primo romanzo, Lazzaro vieni fuori (edito da Metropolis), seguirono Il vizio dell’agnello, Il senso della frase, Il vangelo secondo lo zombie, L’assenza dell’assenzio (Feltrinelli), e poi Il conto dell’ultima cena (Mondadori). Nel ’93 aveva fondato anche una “Scuola dei duri”, per riunire i giovani giallisti che volevano raccontare Milano con gli stilemi dei polizieschi americani, ma sulla scia del maestro dei maestri: Giorgio Scerbanenco. Scrisse infatti Pinketts nella prefazione a un suo romanzo: “E, a proposito, Giorgio, se ho la fortuna di scrivere, grazie di tutto. Anche se non ci siamo mai visti ci siamo conosciuti”.

Quindicenne vittima di bullismo lancia tre molotov a scuola

Si è presentato a scuola vestito con una mimetica. Poi dallo zainetto anziché i libri ha estratto delle molotov e le ha gettate in corridoio creando il panico tra gli studenti dell’Istituto superiore Rosselli, ad Aprilia in provincia di Latina. Un gesto probabilmente nato come risposta a episodi di bullismo al quale il ragazzo, un 15enne, era stato sottoposto dai suoi compagni di classe. L’ultimo, a quanto pare, pochi giorni fa quando non si è presentato in classe nonostante avesse un’interrogazione programmata. I compagni avrebbero attuato una rappresaglia e “vendette” nei confronti del ragazzino. Episodi di bullismo che però erano ultimi di una serie talmente lunga in seguito ai quali, a quanto accertato, lo studente aveva perso un anno scolastico.

L’episodio non ha causato fortunatamente feriti ma tra i ragazzi c’è stata molta paura. Il ragazzino ha lanciato le molotov, in tutto tre, nei corridoi e lungo le scale proprio durante l’entrata a scuola, poco prima delle 8.30. Una quarta molotov è rimasta nello zainetto. I carabinieri ora stanno vagliando la posizione del ragazzo. Appena fermato lo studente appariva sotto choc. Da quanto accertato dai militari da tempo subiva atti di bullismo.

Omicidio-suicidio nel Tevere: morta una mamma 38enne, disperse le sue due gemelline

Quando il marito si è svegliato all’alba di ieri mattina, la porta di casa era socchiusa. E in casa non c’erano né la moglie né le due figlie di appena cinque mesi. Di lì a poco l’orrenda notizia: la moglie, Giuseppina D, di 38 anni, si è gettata nel Tevere. Il suo corpo è stato trovato a mezzogiorno all’altezza di Ponte Marconi, mentre sono ancora in corso le ricerche delle due gemelline, Benedetta e Sara, che sono nate premature in agosto e hanno trascorso un lungo periodo in ospedale, una delle due era stata dimessa appena lo scorso novembre. L’uomo, un ingegnere di 40 anni, si è sentito male mentre era al Commissariato Celio per denunciare la scomparsa della moglie e delle piccole. A dare l’allarme che una persona si era gettata da Ponte Testaccio, sono stati alcuni passanti che hanno visto la donna gettarsi nel Tevere alle 6.15 di ieri mattina e alle 6.20 l’autista di un furgone avrebbe chiamato la polizia per dire di aver visto la donna gettarsi. I racconti sono contraddittori: alcuni dicono che aveva con sé le due bambine, altri non ricordano questa circostanza. Come riporta Il Messaggero, secondo una vicina di casa sarebbe uscita con le bambine in braccio – “le carrozzine sono qui” osserva –. A conferma di questa versione ci sarebbero delle immagini riprese da una telecamera di sorveglianza presente in zona che avrebbe filmato la donna mentre camminava di primissima mattina con le due bambine avvolte in una coperta per proteggerle dal freddo.

Le ricerche sono state estese fino a Fiumicino, ma sono ispezionati anche i cassonetti della zona Testaccio, nella speranza che non si sia buttata tenendo con sé le bambine. Intanto, la Procura di Roma ha aperto un fascicolo per omicidio-suicidio affidato al pm Mario Palazzi: i magistrati stanno cercando di ricostruire il passato della donna, cosa insomma l’abbia spinta al suicidio. Non è da escludere che in questa vicenda c’entri il fatto che la 38enne soffrisse di depressione post partum, forse legata al parto prematuro.

Cona, chiusa l’ex base militare che ospitava i richiedenti asilo Salvini: “Dalle parole ai fatti”

È vuoto adesso il centro profughi di Cona, in provincia di Venezia, dopo che gli ultimi 30 migranti sono stati portati via. L’hub, uno dei più grandi della regione insieme a quello di Bagnoli di Sopra nel Padovano, era stato aperto nel 2015 nella base missilistica Silvestri e accoglieva fino a 1.500 persone. ”Dalle parole ai fatti. Abbiamo rispettato gli impegni presi in campagna elettorale”, ha commentato il ministro dell’Interno Salvini, che a metà novembre aveva annunciato l’intenzione di sgomberare il campo prima di Natale. Giubilo tra i leghisti. Il presidente della Regione Luca Zaia ha dichiarato: “Mi complimento con Salvini, ha dato davvero un cambio di passo a tutto il tema delle politiche sull’immigrazione. Sulla stessa lunghezza d’onda il post su Facebook del ministro per la Famiglia Lorenzo Fontana: “Finalmente chiude uno dei simboli della malagestione di questi ultimi anni”. I

l centro per richiedenti asilo di Cona è stato al centro di polemiche e inchieste della magistratura. I migranti avevano più volte protestato, facendo anche lo sciopero della fame, per le cattive condizioni del centro e per i pochi corsi di italiano. Inoltre si sono registrate anche due morti, quella di uno dei ragazzi che stava andando alla manifestazione – investito da un’automobile – quella di Sandrine Bakayoko, trovato senza vita nelle docce del centro forse in seguito a un malore in seguito alle complicazioni di un sospetto aborto di due mesi prima. L’hub era finito al centro nel mirino dei magistrati che indagavano su presunti favori nei confronti di Ecofficina, la coop che gestisce l’accoglienze dei migranti in Veneto. La deputata leghista Ketty Fogliani esulta così per la chiusure del centro: “Si mette la parola fine alla modalità dei governi precedenti di fare accoglienza”. Secondo i criteri dell’accoglienza diffusa, però, adesso il Veneto ospita meno richiedenti asilo di quanto dovrebbe. Sono 1.276 e ne mancano circa un migliaio d: proprio il numero degli ospiti del centro di Cona.

Decine in fila nella notte gelata per comprare un paio di scarpe. Un ragazzo finisce in Questura

Una notte al gelo, imbacuccati in guanti di lana e coperte per proteggersi dal freddo, con il marciapiede per giaciglio e il cielo di Milano come soffitto. Decine di giovani hanno deciso di aspettare così, tanta era l’eccitazione, l’apertura alle dieci di mattina dello store della Nike di via Statuto per poter acquistare il nuovo modellodi sneakers in edizione limitata al prezzo di lancio di 170 euro. Le prime file hanno cominciato a formarsi in serata, a il grande fiume degli appassionati ha continuato a ingrossarsi fino alle 8 del mattino dopo, due ore prima del momento tanto atteso. Il gestore nel negozio ha colto l’occasione, tramite l’account Instagram del suo esercizio commerciale, di dare visibilità ai post dei ragazzi in attesa davanti alle vetrine. Le immagini e le scritte raccolte vanno dall’entusiasmo all’ironia: “I camp, quelli belli…”, “Il degrado di Milano”. C’è pure chi esulta “Dopo una notte infernale” per il suo acquisto nuovo di zecca, che mostra al popoloso mondo dei social. Ma come in tutti i casi in cui ci si trova ad aspettare per lungo tempo, succede che qualcuno si innervosisca. Verso le 7 del mattino un ragazzo di 25 anni ha cominciato a dare segni di nervosismo, per impedire che si creasse ulteriore confusione è intervenuto il personale di vigilanza utilizzato dalla multinazionale statunitense per monitorare la situazione. Gli agenti avrebbero intimato al giovane di non spingere gli altri, per tutti risposta lui avrebbe cominciato ad insultarli. A quel punto i vigilantes hanno chiamato la polizia, che a sua volta ha cercato di calmare il 25enne. Ma lui avrebbe preso a male anche i poliziotti prima di aggredirli scagliandosi contro di loro, finendo poi in questure per resistenza e aggressione a pubblico ufficiale. Più volte il clima di frenesie ed esagitazione nella corsa sfrenata all’acquisto prima di tutti gli altri ha causato tensioni ed incidenti, per fortuna soprattutto all’estero. Lo dimostra il Black Friday Death Count, un sito che raccoglie i numeri dei feriti e anche dei morti durante la corsa allo shopping durante il Venerdì Nero. Il bilancio: dieci morti e 111 feriti.