Ultimo saluto ad Antonio: “Il mondo che volevi raccontare ora parla di te”

“Dicevi che non volevi fare il vip ma il giornalista – ricorda un’amica, senza riuscire a trattenere le lacrime –. Vedi Antonio, ora hai proprio fatto un casino: tutto il mondo parla di te, ma dovevi essere tu a parlare del mondo”. Trento si è fermata ieri per il funerale di Antonio Megalizzi, il giovane reporter ucciso a Strasburgo dal terrorista Chérif Chekatt. La basilica del Duomo si è riempita e molti sono rimasti fuori, al gelo, per seguire la cerimonia su un megaschermo. Quando nella chiesa è risuonato l’Inno alla gioia dell’Unione europea, fra i banchi alcuni ragazzi hanno indossato la bandiera blu con le stelle gialle, come se fosse un mantello: la stessa bandiera che in questi giorni ha sempre avvolto il feretro.

I genitori di Antonio, Anna Maria e Domenico, la sorella Federica e la fidanzata Luana hanno raggiunto il Duomo tenendosi per mano, accolti da un lungo applauso. Poco dopo sono arrivati anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il primo ministro Giuseppe Conte, il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, mentre nella basilica risuonavano le note di Robbie Williams e dei Coldplay. “Antonio sarebbe il primo a stemperare la tensione, a dirci di buttare via il foglio e di improvvisare – dice uno speaker di Europhonica, la radio universitaria alla quale Antonio prestava la voce – Il nostro progetto è come un don Chisciotte che va contro i mulini a vento dell’indifferenza nei confronti delle istituzioni europee. E Antonio era il primo a guidare la carica contro i mulini, con una dote naturale che gli permetteva di rendere semplice ciò che non lo era”. In piazza Duomo a Trento mercoledì sera, a pochi giorni dal Natale, si sono spente tutte le luci delle feste: su palazzo Pretorio hanno proiettato l’immagine di Megalizzi e la scritta: “Antonio, l’europeo”. Ieri è stato proclamato il lutto cittadino, si sono abbassate le serrande dei negozi e hanno chiuso le casette dei mercatini di Natale. Passato il funerale, oggi Trento sarà di nuovo una città normale. Ancora piena, però, dei piccoli segni in ricordo di Antonio: come quello alla biblioteca universitaria, nel quartiere delle Albere disegnato da Renzo Piano. Vicino all’ingresso c’è una sua foto e sparpagliati su un tavolo decine di libri, tutti sull’Unione europea. Più della sfilata delle autorità e più delle tante parole scritte in questi giorni, a Trento vogliono ricordare Antonio così. Seguendo il suo esempio, cercando di studiare, approfondire e capire, dando nuova linfa ai suoi progetti.

“Non fermiamo questa voce”, secondo il titolo di una maratona radiofonica di 48 ore, iniziata ieri dalle radio universitarie di tutta Italia. La voce è quella di Antonio Megalizzi, di anni 29, ucciso dalla follia jihadista mentre seguiva i suoi sogni nel cuore dell’Europa. Nel suo necrologio le parole scelte dalla famiglia sono semplici, ma piene di significato: “È venuto a mancare un ragazzo intelligente e competente. Vicino alle persone. Vicino alle emozioni”.

Laganà nominato a Venezia, c’è accordo Csm-Consiglio di Stato

Csm e Consiglio di Statod’accordo sulla modifica di una nomina di vertice giudiziario. Non accade praticamente mai. Ieri, il plenum ha votato per il cambio di presidente del Tribunale di Venezia: al posto di Manuela Farini ha nominato, con la sola astensione di Braggion e Cascini, Salvatore Laganà, oggi presidente di sezione di Corte d’appello di Venezia. La proposta di nomina è della Quinta commissione, che il 22 novembre all’unanimità aveva ritenuto valide le ragioni del ricorso amministrativo di Laganà. A dargli ragione, il Consiglio di Stato che ha chiesto a Palazzo dei Marescialli di rivalutare i criteri adottati per quella nomina, deliberata dal Consiglio precedente. Risultato: Laganà davanti a Farini sia per la Commissione sia per il Plenum che, come sempre, ha la parola definitiva. Farini ora dovrebbe tornare alla sua funzione precedente, ovvero presidente di sezione del tribunale di Venezia. Avrebbe cioè come “capo” proprio il collega che ha vinto il ricorso contro la sua nomina. La voce che circola, però, è che chiederà di andare in pensione, essendo stata nominata magistrato 40 anni fa.

“Da Quirinale e Csm telefonate per me? Non ne sapevo nulla”

Preciso come un computer nonostante i suoi 87 anni, Bruno Contrada risponde a tutte le domande. Sulle questioni più delicate, come l’intervento del presidente Napolitano in suo favore, chiede di consultare i documenti. Fino a mezzanotte ci intrattiene sulla sua versione. Oggi però con tutta probabilità non sarà a Caltanissetta per rendere dichiarazioni al processo per il depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio che vede alla sbarra tre poliziotti del “gruppo stragi” di Arnaldo La Barbera: “Mi hanno convocato i giudici ma non sto bene. Non riesco ad andare a testimoniare”.

La Commissione regionale antimafia presieduta da Claudio Fava ha raccolto la testimonianza dell’ex presidente del Tribunale di Sorveglianza di Napoli Angelica Di Giovanni: il presidente Napolitano, tramite il suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, intervenne per chiedere un’anticipazione dell’udienza prevista dopo Natale del 2007 per decidere sulla sua scarcerazione

Si ma ce ne sono state sei o sette di richieste e sono state tutte rigettate, fino al 26 luglio 2008. Solo allora sono uscito e ho completato la pena in detenzione domiciliare.

La Di Giovanni ha ricevuto telefonate di sollecitazione dal Quirinale il 24 dicembre e dal segretario di Nicola Mancino, allora vicepresidente Csm, il 31 dicembre 2007. Lei lo ha mai saputo?

No. Lei è la prima persona che me ne parla. Aspetti che controllo i documenti e la richiamo (richiama alle 23 e 30 e parla fino a quando non si scarica il telefono a mezzanotte e 10 minuti, ndr).

Come è andata questa storia del 2007?

Il 17 dicembre 2007 il mio avvocato Giuseppe Lipera chiede al Tribunale il differimento della mia pena o la scarcerazione ai domiciliari. Poi il 20 scrive a Napolitano un’implorazione: “Contrada sta morendo” e gli chiede la grazia ma a mia insaputa. Io ho qui il fax del Quirinale del 24 dicembre del 2007 che è la risposta. Non sapevo nulla invece delle telefonate dei collaboratori di Mancino e Napolitano. Comunque l’udienza fu spostata dal 24 al 10 gennaio ma comunque respinsero l’istanza e restai detenuto.

Cosa c’è scritto nella lettera del suo avvocato a Napolitano?

I toni sono patetici: “Contrada sta morendo consumato da patologie terribili mentre fuori si festeggia” ecco io non avrei permesso al mio avvocato di scrivere così, se l’avessi saputo. Si dice in sostanza che io stavo per morire.

Per fortuna sono passati 11 anni e lei è qui con noi…

Certo, faccio le corna. Anche se non mi resta molto da vivere.

Cosa c’è scritto nel fax di Loris D’Ambrosio?

“Illustre avvocato, su incarico del Presidente della Repubblica vi informo che la lettera (…) ‘Implorazione e supplica di Bruno Contrada’ è stata trasmessa sia al presidente del tribunale di sorveglianza di Napoli perché valuti possibilità di anticipare l’udienza sulla richiesta di rinvio della esecuzione della pena, sia al ministro della giustizia per quanto di sua competenza ai sensi dell’articolo 681 del codice di procedura penale. Con i migliori saluti, Loris D’Ambrosio”. Questa lettera è del 24 dicembre 2007. Protocollata. Quindi avranno detto: ‘Intanto mandiamo al ministro della giustizia e al tribunale di sorveglianza in maniera che se questo nel frattempo muore noi stiamo a posto perchè ci siamo attivati’.

Napolitano e Mancino l’avevano conosciuta quando era al servizio segreto civile?

Mai avuto rapporti con Napolitano e con Mancino. Una sola volta ho visto Mancino quando era Ministro dell’Interno ma non nell’occasione che ha raccontato il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo. Lui dice il giorno dell’insediamento di Mancino al ministero dell’Interno, il primo luglio del 1992. Invece io dico che l’ho visto pochi giorni prima del mio arresto, a dicembre del 1992.

In quel periodo succede un altro fatto stigmatizzato dalla relazione della Commissione Regionale: un pranzo a Caltanissetta tra i vertici del Sisde e i vertici della Procura di Caltanissetta all’hotel San Michele. Poco dopo lei è stato arrestato dai pm di Palermo.

Il pranzo secondo me è precedente, direi di ottobre mentre l’incontro con Mancino è poco prima dell’arresto. Mi feci ricevere dal ministro perchè avevo capito che le cose si mettevano male e volevo spiegargli. Mi salutò così: “Dottor Contrada, si affidi alla giustizia”.

Cosa faceva lei a pranzo con i vertici del Sisde e con il procuratore Tinebra?

Tinebra il giorno dopo la strage mi aveva chiesto una mano per le indagini. Era stato nominato da poco e si era trovato a fare un’inchiesta grande con un piccolo ufficio che non conosceva la mafia di Palermo.

Ma voi non potevate indagare, lei non stava alla polizia ma ai servizi segreti.

Gli dissi che ero disposto ma precisai che potevo dare solo un contributo sul piano informativo e volevo il via libera dei capi. Così feci venire giù a Caltanissetta il numero due del servizio Fausto Gianni e andammo a pranzo insieme con il capo del Sisde di Caltanissetta, Tinebra e alcuni sostituti .

Infront batte Sky, De Siervo nuovo ad della Lega Serie A

La serie A ha una nuova guida: i club hanno eletto amministratore delegato Luigi De Siervo. Fiorentino classe ’69, un passato in Rai (e nella cerchia renziana), De Siervo è soprattutto il n.1 di Infront, storico advisor che adesso lascerà per il salto in Lega calcio. Dopo sei mesi di trattative non si poteva più aspettare, visto l’addio di Marco Brunelli, colonna di via Rosellini pronto a traslocare in Figc (farà il segretario generale di Gravina): la Lega sarebbe rimasta allo sbando. Adesso invece ha finalmente completato la governance, con De Siervo al fianco del presidente Gaetano Miccichè. La nomina si può leggere anche come una vittoria di Infront su Sky (battuto in volata Matteo Mammì, ex direttore della pay-tv, nonché nipote del fu ministro e compagno di Diletta Leotta). E soprattutto significa tornare a parlare del famoso “canale della Lega”: con la sua esperienza sui diritti, De Siervo a partire da gennaio 2019 (inizio del contratto) lavorerà specialmente sul futuro della Serie A in tv. Ma il caos degli ultimi bandi si è appena concluso con la spartizione Sky-Dazn, sono discorsi ancora prematuri. O forse no.

Si spacca anche la Cgil: come la sinistra

Anche la Cgil finisce nel tritacarne delle divisioni della sinistra. Dopo la candidatura a segretario generale di Maurizio Landini, avanzata personalmente da Susanna Camusso, ieri è stata ufficializzata quella alternativa di Vincenzo Colla, già segretario dell’Emilia Romagna, una delle regioni più importanti e radicate del sindacato “rosso”.

L’annuncio è stato fatto al direttivo nazionale assicurando che, comunque vada, alla fine ci sarà un solo segretario e sarà salvaguardata l’unità interna.

Ma così non è. La candidatura era già stata avanzata informalmente nei mesi scorsi e poi era sembrata sfumare. I sostenitori di Colla, a cominciare dal sindacato Pensionati, passando, appunto, per l’Emilia Romagna, hanno preferito mettere la sordina allo scontro interno concentrandosi sui risultati dei congressi di base. Anche perché la candidatura di Landini è apparsa subito una novità: sia perché chiude il conflitto durato anni con Camusso, sia per il ruolo mediatico del personaggio e anche per la popolarità tra la base e i lavoratori in generale.

Mentre in superficie andava in onda la “tregua armata”, però, nei congressi di base e in quelli nazionali, entrambi gli schieramenti sono stati molto attenti a fare incetta di delegati per il congresso nazionale. In quella sede, infatti, sarà eletta l’assemblea nazionale a cui spetta il compito di eleggere il segretario generale.

I sostenitori di Landini si dicono certi di avere la maggioranza, mentre quelli di Colla sono convinti che la platea sarà divisa a metà. Potrebbe finire 60 a 40 e si tratterebbe comunque di una rottura importante, tra l’altro all’interno dello stesso documento congressuale che così avrebbe due “interpretazioni”: più tradizionale la versione di Colla, attento ai movimenti dei partiti di sinistra oltre che all’unità con Cisl e Uil; più movimentista quello di Landini con un profilo in linea con il suo passato, pur con le necessarie mediazioni interne. Colla sostiene il Tav e avversa il welfare aziendale, Landini il contrario.

Le due “interpretazioni”, però, non sono state esplicitate agli iscritti che hanno fatto un congresso al buio. E non è un caso se rispetto allo scorso congresso stavolta hanno partecipato di meno. Segno di una crisi di fondo che la spaccatura in corso potrebbe rendere ancora più profonda. A meno che alla fine non si trovi la soluzione unitaria con il ritiro di uno dei due contendenti, probabilmente Colla, la cui candidatura sarebbe però servita a consolidare un ruolo forte all’interno del sindacato.

È una ipotesi che i sostenitori di Landini sostengono ma quelli di Colla smentiscono. Ma è comunque una situazione che mette la Cgil in una condizione di divisione interna e di conta sanguinosa. Ricorda quello che è accaduto per anni nei partiti della sinistra. L’esito potrebbe essere lo stesso.

“L’analisi costi-benefici boccia il Tav”, ma Toninelli smentisce: “Non è finita”

L’analisi costi-benefici boccia il Tav, anzi no. Almeno non ancora. Ieri l’agenzia di stampa Bloomberg ha lanciato la notizia: la commissione che deve valutare l’opportunità economica di portare a compimento la Torino-Lione ha prodotto il suo documento: ed è una bocciatura. I costi superano i benefici, la ferrovia non deve essere costruita.

Bloomberg cita “due fonti vicine al dossier”, aggiungendo che si tratta di una grossa vittoria per il Movimento Cinque Stelle”. Ma la smentita arriva in tempi piuttosto rapidi direttamente dal ministro dei Trasporti Danilo Toninelli (che quella commissione l’ha istituita) : “Di fronte alle indiscrezioni di stampa odierne – dichiara il 5Stelle – smentisco che sia stata completata l’analisi costi-benefici sul Tav Torino-Lione. Quando sarà effettivamente portata a termine e sarà stata condivisa con gli interlocutori interessati, sarà naturalmente pubblicata, in ossequio a quel principio di trasparenza che abbiamo sempre osservato”.

Anche il presidente della commissione costi-benefici Marco Ponti smentisce che il lavoro sia ultimato: “Se fatta bene e non da mascalzoni, l’analisi costi-benefici è un lavoro infernale – ha detto in un’intervista a Radio Capital – Contiamo di terminare entro la fine dell’anno, ma non è certo perché i conti sono straordinariamente complicati”. Il documento non è pronto, dunque, ma lo sarà a giorni. E insieme al giudizio sul Tav arriveranno anche quelli sulla Gronda di Genova e sul collegamento tra Genova e Padova, sempre ad opera della commissione guidata da Ponti. Un gruppo di lavoro che è finito nel mirino di Repubblica, perché 5 dei 6 tecnici individuati da Toninelli in passato hanno già espresso analisi e lavori contrari alla linea Torino-Lione.

Al ministero inizia a circolare l’idea che anche l’indiscrezione di Bloomberg sia una forma di “sabotaggio” di quegli stessi ambienti favorevoli alla grande opera. Lo stesso Ponti alla radio non ha nascosto il suo fastidio: “Se è stato uno del mio gruppo a parlare (con l’agenzia di stampa, ndr) lo ammazzo”. Intanto per la Lega ha parlato Giancarlo Giorgetti: “Io tifo affinché l’opera vada avanti ma prenderemo atto dei risultati di questo tipo di analisi”.

Autostrade va alla guerra: denunciati 50 giornalisti

Autostrade dichiara guerra ai cronisti. Circa cinquanta giornalisti delle principali testate italiane – tra cui il Fatto, La Stampa, Il Secolo XIX e Repubblica – risultano essere stati denunciati per violazione del segreto istruttorio. L’accusa è di aver divulgato informazioni riservate. Nel mirino sono finiti articoli scritti dal 14 agosto scorso, il giorno del crollo, fino all’inizio di dicembre. Un’iniziativa con pochi precedenti che lancia un messaggio alla stampa e anche a chi conduce l’inchiesta sul ponte. La rivelazione di segreto istruttorio infatti è compiuta da un pubblico ufficiale, quindi da magistrati o investigatori. I giornalisti sono denunciati per aver compiuto il reato in concorso.

I cronisti, in realtà, non hanno rivelato segreti istruttori. Piuttosto hanno pubblicato carte e documenti che successivamente – e forse grazie all’attività di giornalismo investigativo – sono stati poi acquisiti agli atti dell’inchiesta. Vale, per esempio, per gli studi sul Morandi compiuti due anni fa: un dossier che indicava elementi di allarme sulla sicurezza. Il Fatto ne diede notizia due giorni dopo il crollo e solo successivamente i pm vi concentrarono l’attenzione. Ma vale ancor di più per lo studio sul ponte commissionato da Autostrade alla società ingegneristica Cesi nel 2015. Un’analisi non priva di spunti problematici. Eppure a mezzanotte e otto minuti del 15 agosto un dirigente di Cesi – non autorizzato dai suoi superiori né dalla società – mandò a Enrico Valeri di Autostrade (non indagato) una mail che pareva riassumere lo studio. E che assolveva completamente Autostrade per il disastro. Quella stessa email, scoprì il Fatto, finì in poche ore sulle scrivanie dei vertici del ministero delle Infrastrutture. Soltanto dopo il materiale venne acquisito da Guardia di Finanza e pm che lo hanno ritenuto interessante per l’inchiesta.

Ma la denuncia contro giornali e giornalisti è soltanto l’ultimo passo di una strategia giudiziaria di Autostrade che pare essere diventata molto più dura. Il cambio di passo era emerso chiaramente nei giorni scorsi quando il cda della società concessionaria aveva abbandonato i modi fino a oggi prudenti annunciando il ricorso contro il decreto del governo che esclude Autostrade dalla ricostruzione del ponte. La proposta di ricorrere sarebbe stata presentata, come ricordano le cronache, dallo stesso Giovanni Castellucci, amministratore delegato di Autostrade per l’Italia (sia il manager che la società figurano nella lista degli indagati della Procura di Genova). Autostrade ha deciso di ricorrere, ma “senza chiedere la sospensiva” dei lavori “per non bloccare in alcun modo la ricostruzione”.

Già nelle prime settimane dopo il disastro, Autostrade e i suoi vertici erano stati criticati per un atteggiamento giudicato “distante” verso una tragedia che ha causato 43 morti. Non solo: come riportò anche il Fatto, le cronache ampezzane riportarono la notizia di due appuntamenti mondani organizzati da membri della famiglia Benetton nelle ore immediatamente successive il disastro.

Un’ondata di rabbia montò sui social e nell’opinione pubblica. Autostrade e i suoi vertici scelsero un approccio più soft. Ma nelle ultime settimane, ora che si decide la partita economica e giudiziaria, la strategia sembra essere cambiata. E diventata molto più aggressiva.

Ora il manager diventa un problema politico

Claudio Descalzi comincia a diventare un problema politico per il governo. E anche grosso. Lo si capisce da una dichiarazione irrituale del vicepremier Matteo Salvini: “Stimo Descalzi e ringrazio lui ed Eni per quello che fanno, un sistema Paese dovrebbe tutelare le sue aziende miglio”. Parole del 18 dicembre, all’indomani delle motivazioni della sentenza di condanna (in primo grado) di Gianluca Di Nardo ed Emeka Obi, due dei protagonisti dell’acquisto nel 2011 del giacimento nigeriano Opl 245 da parte dell’Eni.

Secondo la Procura di Milano, il miliardo e 92 milioni pagato dall’Eni al governo nigeriano era in realtà la più colossale mazzetta della storia, finita poi a politici nigeriani e – sostengono i pm – anche a manager italiani. Di Nardo e Obi hanno scelto il rito abbreviato, ma le carte sulla cui base il giudice Giusy Barbara ha pronunciato la condanna sono le stesse del processo principale, quello che vede imputati tra gli altri l’ad Eni Descalzi e il suo predecessore Paolo Scaroni. Quella sentenza indica che la linea difensiva dell’Eni – il pagamento era a un governo legittimo, l’azienda non può essere responsabile di dove poi finiscono i soldi – inizia a vacillare parecchio.

L’eventuale condanna di Descalzi, comunque, non arriverebbe prima del 2020, in primavera, cioè al termine del suo secondo mandato alla guida dell’Eni. Descalzi è stato promosso da numero due a numero uno dal governo Renzi nel 2014 e poi confermato nel 2017 da quello Gentiloni, quando era già indagato.

I Cinque Stelle gli hanno dichiarato guerra nel 2014, Alessandro Di Battista ne chiedeva le dimissioni e denunciava addirittura all’Ordine dei giornalisti i quotidiani che non davano sufficiente rilievo alle indagini di Milano. Appena insediato, in una intervista al Fatto, a luglio scorso il premier Giuseppe Conte ha subito preso le distanze: “Non l’abbiamo nominato noi, al momento del rinnovo ci porremo il problema. Se in futuro un manager fosse imputato di corruzione, ne trarremmo le conseguenze. Lo accompagneremo alla porta”.

Ma chi governa con l’Eni deve pur convivere. Anche senza arrivare a pensarla come Matteo Renzi, che nel 2014 pronunciò la criptica frase “l’Eni è un pezzo fondamentale dei nostri servizi segreti”, è un dato di fatto che ci sia una sovrapposizione tra politica estera italiana e strategie aziendali dell’Eni. Un esempio: il precedente incarico dell’ambasciatore in Qatar, Pasquale Salzano, era quello di responsabile dei rapporti istituzionali internazionali di Eni. Descalzi, poi, è cruciale anche per i rapporti con Paesi difficili come la Libia (dove i proventi dell’estrazione petrolifera di Eni sono una delle poche cose che tiene insieme lo Stato) o l’Egitto di Al Sisi, con cui la diplomazia è complicata dal caso di Giulio Regeni.

Fare la guerra all’amministratore delegato dell’Eni in carica, insomma, può essere un problema. Eppure la convivenza diventa sempre più difficile. In parallelo all’inchiesta sulla Nigeria, ce n’è un’altra a Milano su un depistaggio che, tramite le Procure di Trani e Siracusa e vari faccendieri, i vertici dell’Eni avrebbero organizzato proprio per sabotare il processo Nigeria (è indagato l’ex responsabile legale Massimo Mantovani). E ora emergono nuovi dettagli, rivelati ieri dal Corriere della Sera, sul ruolo della moglie di Descalzi, la congolese Marie Magdalena Ingoba. Nel 2014, secondo documenti delle autorità finanziarie lussemburghesi, era lei a controllare una società che ha affittato navi all’Eni per 105 milioni di dollari. Lei smentisce.

A dispetto delle difese di Salvini – simili a quella che fece l’allora premier Matteo Renzi in Parlamento nel 2014, all’inizio dell’indagine – diventa sempre più difficile esigere standard etici e penali molto stringenti per tutti tranne che per l’imputato Descalzi.

Le accuse di Litvack alla Marcegaglia: “Voleva farmi fuori”

C’è l’amministratore delegato Claudio Descalzi che urla in consiglio d’amministrazione con “espressioni volgari e parolacce”. C’è la presidente Emma Marcegaglia che usa un avviso di garanzia farlocco per far fuori Karina Litvack dal comitato “controllo e rischi” (Ccr). C’è il presidente del comitato, Alessandro Lorenzi, che preme su Litvack “alternando toni gentili a toni minacciosi”. È stata proprio Litvack, due giorni fa al processo per la tangente nigeriana sul giacimento Opl 245 (imputati Descalzi e altri 14), a descrivere il clima in cui vive l’Eni da oltre quattro anni.

Nella primavera del 2014 il nuovo cda nominato da Matteo Renzi con Descalzi al posto di Paolo Scaroni si trova subito alle prese con l’inchiesta sull’Opl 245. La Litvack, espressione dei fondi, e l’economista Luigi Zingales, nominato dal governo, chiedono che il capo dell’ufficio legale Massimo Mantovani non partecipi ai lavori del Ccr sullo scandalo nigeriano perché il suo settore ha lavorato all’operazione. Litvack aveva già consegnato il suo racconto alla procura di Milano mesi fa nell’ambito del procedimento per associazione a delinquere che vede indagato lo stesso Mantovani insieme all’ex pm di Siracusa Giancarlo Longo.

Il 18 luglio 2014 Litvack sostiene in cda la richiesta di escludere Mantovani dall’attività del Ccr. “Subito dopo il mio intervento ha parlato Descalzi il quale si è molto arrabbiato, ha reagito in modo molto aggressivo. (…) La tensione è stata così forte che io mi sono messa a piangere; a quel punto Descalzi si è alzato e mi ha abbracciata. Ricordo che qualche tempo dopo mi ha invitato a cena con la moglie, Madeleine, che parla francese, per scusarsi della troppa aggressività. Anche la moglie ha detto che il marito era incline ad essere impulsivo”.

Passano due anni e Longo indaga Litvack e Zingales, insieme al dirigente Eni Umberto Vergine, per diffamazione ai danni dell’Eni, senza querela e dopo che il fascicolo è stato passato a Milano. Forzature oggi all’esame della procura milanese. Il racconto di Litvack è preciso: “Il 14 luglio 2016 fui raggiunta a Londra da una telefonata con la quale Lorenzi mi avvisava che (…) all’ufficio legale dell’Eni era pervenuta una copia dell’informazione di garanzia notificata a Vergine e nella quale era contestato un reato che coinvolgeva anche me e Zingales. Aggiunse che sarebbe stato pubblicato un articolo di stampa nel quale mi avrebbero indicata come responsabile di un complotto contro l’azienda e l’amministratore delegato (articolo poi effettivamente pubblicato su Il Fatto dal giornalista Massari il 22 luglio)”. In quell’articolo Il Fatto ha dato notizia dell’avviso di garanzia avanzando anche l’ipotesi di un depistaggio per colpire Litvack.

Lorenzi dice di parlare a nome di Marcegaglia, ma la presidente chiama Litvack solo nove giorni dopo, le dice “che la cosa era gravissima e che i membri del consiglio di amministrazione avrebbero capito se io avessi deciso di dimettermi. (…) Preciso che già nel mese di maggio dello stesso anno la Marcegaglia mi aveva avvisata che era stato pubblicato un articolo dall’agenzia di stampa Agir, nel quale il mio nome veniva associato ad un gruppo criminale che aveva agito ai danni dell’Eni. Disse che era molto dispiaciuta di questa cosa e che aveva fatto di tutto per impedirne la pubblicazione. Mi chiedete in che modo avrebbe potuto impedire la pubblicazione e dico che non lo so”. L’Eni si procura un parere legale favorevole al siluramento di Litvack ma non può mostrarlo all’interessata “perché Mantovani aveva detto di no”. Notifica anche alla consigliera che l’assicurazione aziendale non coprirà le sue spese legali (450 mila euro), “usando come pretesto che agivo contro gli interessi della società”. Litvack protesta: “Fino a quel momento il cda non aveva esortato a dimettersi amministratori e dirigenti addirittura rinviati a giudizio”.

Il 28 luglio 2016, Marcegaglia invita a pranzo Litvack e fa pressioni perché si dimetta, spalleggiata dai consiglieri Alessandro Profumo e Fabrizio Pagani, braccio destro del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Nel pomeriggio si riunisce il cda. Litvack tiene duro. Marcegaglia la fa uscire dalla sala e il consiglio delibera la sua esclusione dal Ccr. Quando la procura di Milano dimostrerà che le accuse a Litvack e Zingales erano costruite ad arte Litvack riprenderà il suo posto. Siede ancora nel cda Eni con tutti i protagonisti di questa storia edificante. Tra loro Descalzi, amministratore delegato e imputato.

Milano indaga sugli affari di lady Descalzi con l’Eni

Lady Descalzi incombe da anni come un’ombra nera sugli affari africani dell’Eni. Marie Magdalena Ingoba, detta Madò, cittadina congolese, ha sposato molti anni fa Claudio Descalzi, numero uno di Eni che proprio in Congo ha mosso i primi passi della sua carriera. Oggi Madò vive a Parigi e gira il pianeta, ma è ben integrata nel mondo degli affari della Repubblica Democratica del Congo, che ruota tutto attorno agli affari personali del suo eterno presidente, Denis Sassou Nguesso.

I business di Madò sono da tempo sotto osservazione. Spuntano nei Panama Papers. Sono lambiti da un’inchiesta giudiziaria in Francia. E ora se ne stanno occupando anche i pm della Procura di Milano che vogliono vedere chiaro nelle attività di Eni in Congo. Da una rogatoria disposta in Lussemburgo, hanno appena scoperto che Lady Descalzi era fino al 2014 la proprietaria di una società lussemburghese, la Cardon Investments sa, che controlla una serie di società chiamate Petro Service, tra cui la Petro Service Congo, che dal 2012 al 2017 è stata fornitrice di Eni Congo, a cui ha affittato navi e prestato servizi per un valore di 104,8 milioni di dollari. Dunque la compagnia petrolifera di cui Descalzi è ai vertici – fino al 2014 capo del settore Esplorazione e produzione e poi fino a oggi amministratore delegato – avrebbe affidato lavori per molti milioni di dollari a società della moglie di Descalzi. Lo ha scritto ieri il Corriere della Sera, che ha registrato anche la netta smentita della signora Descalzi.

La legale che l’assiste in Italia, Nadia Alecci, conferma al Fatto Quotidiano che Marie Magdalena Ingoba, raggiunta al telefono, ha detto: “Non so proprio nulla di questa società”. Secondo i documenti arrivati in risposta alla rogatoria chiesta in Lussemburgo dai pm Fabio De Pasquale, Sergio Spadaro e Paolo Storari, però, la Cardon Investments è stata venduta l’8 aprile 2014 dalla signora Ingoba. Il compratore è Alexander Haly, uomo d’affari nato nel Regno Unito ma basato a Montecarlo. Sei giorni dopo la vendita, il 14 aprile 2014, l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi indica Descalzi come nuovo amministratore delegato di Eni, ruolo che assume il 9 maggio 2014. Quattro anni dopo, il 5 aprile 2018, De Pasquale, Spadaro e Storari mandano la Guardia di finanza a perquisire abitazioni e uffici di Haly (a Montecarlo), di Roberto Casula (numero tre di Eni) e di Maria Paduano (donna d’affari vicina a Casula). Li ritengono coinvolti “in uno schema corruttivo” che – scrivono i magistrati nel decreto di perquisizione – “ha visto protagonisti Eni spa, da una parte, e agenti pubblici congolesi, dall’altra”. Odore di tangenti per le attività di Eni in Congo, dopo quelle in Nigeria già finite sotto processo. Secondo l’ipotesi d’accusa, Eni a partire dal 2013 “ottiene il rinnovo delle concessioni petrolifere” trasferendo “quote di partecipazione nei permessi di esplorazione a società offshore dietro le quali si celano pubblici ufficiali congolesi, direttamente o indirettamente collegati al presidente Nguesso”. E, per di più, “nelle transazioni illecite è stata individuata anche una sorta di ‘retrocessione’ di una parte della tangente al corruttore” (cioè a Eni). Prima di questa vicenda, i Panama Papers avevano raccontato che Petro Service Congo era domiciliata a Point Noire, capitale economica del Paese africano, presso la casella postale Bp 4801. La stessa dove era domiciliata la Elengui Ltd, società offshore basata nelle Isole Vergini Britanniche di proprietà di Marie Magdalena Descalzi.

A proposito di questi fatti, la presidente di Eni, Emma Marcegaglia, ha mentito, rispondendo in assemblea alle domande di Re: Common (l’associazione che da anni fa inchieste e campagne contro la corruzione e la distruzione dell’ambiente).

Nell’assemblea del 2017 Marcegaglia ha infatti detto che “non esistono in Congo, a oggi, legami contrattuali di Eni con la società Petro Service” (che invece ha prestato servizi per 104,8 milioni di dollari in cinque anni). In quella del 2018, interrogata sulla casella postale comune tra Petro Service ed Elengui, ha risposto: “Per quanto risulta a Eni, essendo in Congo limitato il numero di caselle postali disponibili, la stessa casella postale viene assegnata a numerose persone e/o società”.

In questa storia scorre anche la birra. Secondo le carte dell’inchiesta francese denominata “Bien mal aquis”, infatti, e come scritto dal settimanale L’Espresso, Marie Magdalena Descalzi sarebbe titolare della African Beer Investment Ltd, registrata alle Mauritius, in società con Julienne Sassou Nguesso, una delle figlie del presidente del Congo, e con Hubert Pendino, considerato il gestore dei tesori del dittatore africano. Ora, se le carte arrivate dal Lussemburgo dicono la verità, della signora Descalzi e del bruciante conflitto d’interessi del marito sentiremo molto parlare.