Calcinacci e carriole fuori posto: indagato il padre di Di Maio

Antonio Di Maio, padre del vicepremier Luigi, è indagato dalla Procura di Nola per deposito incontrollato di rifiuti. Come ha riferito ieri il quotidiano Il Mattino, l’iscrizione è avvenuta dopo che la polizia municipale ha ritrovato alcuni rifiuti inerti nell’appezzamento di terreno accanto alla vecchia masseria di famiglia nel Comune di Mariglianella, in provincia di Napoli. Oggetto dell’accusa, secondo quanto emerge da decreto di sequestro firmato qualche giorno fa dal gip Daniela Critelli del Tribunale di Nola, sarebbero alcuni vecchi secchi non smaltiti, dei calcinacci e una carriola. Ieri Antonio Di Maio ha preferito non commentare la vicenda, lasciando al suo legale Saverio Campana il compito di riferire che le novità sono state accolte “con la massima serenità”: “Preferisco non rilasciare dichiarazioni, – ha spiegato l’avvocato – si tratta di una vicenda particolare e delicata rispetto alla quale ritengo opportuno mantenere riserbo professionale”. L’area dove sarebbero depositati i rifiuti è sotto sequestro da inizio dicembre, da quando le forze dell’ordine hanno voluto avviare verifiche su alcuni manufatti ritenuti abusivi.

Appalti e balneari, rabbia dentro il Movimento

Certi occhi sono rassegnati, ma certi gesti sono il barometro. Come quello di un grillino di rango, che porta le mani alla bocca per serrarla. “Se potessi parlare” concede. Se potessero parlare, tutti i Cinque Stelle che leggono la legge di bilancio come un patto con il Diavolo, o come la perdita dell’innocenza.

Perché certo, di giovedì sera la manovra è ancora un ectoplasma, e gli eletti rimbalzano vagano come anime in pena tra sedute surreali in commissione Bilancio e in Aula, compulsando gli smartphone con gli sms dei capi che li precettano “fino alle 23”. Però sul testo circolano bozze e indiscrezioni. Micce di una rabbia densa. Perché la manovra del cambiamento proroga di 15 anni le concessioni sulle spiagge ai balneari, e già sono mal di pancia. E taglia: per esempio i fondi di coesione e gli investimenti per le Ferrovie, con il Sud assetato di infrastrutture, il granaio di voti del M5S, che pagherà il dazio più alto. E soprattutto c’è la norma sugli appalti per i Comuni, liberi di affidare in via diretta lavori per un massimo di 200mila euro, rispetto al tetto attuale di 40mila.

Quella soglia di 200mila la raccontava una bozza del maxiemendamento. Ma in mattinata i 5Stelle confermano quanto scritto dal Fatto ieri: “Scenderemo a 150mila euro”. Comunque troppi, per tanti parlamentari: “Non possiamo farlo noi, abbiamo appena varato la legge anticorruzione”. E allora protestano. E in particolare si fa sentire il presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra. Anche perché lo hanno chiamato esperti e qualche magistrato, di quelli che sanno quanti pesino per le mafie gli appalti a livello locale. E figurarsi quelli senza bando.

Per questo il Movimento prova a limitare i danni: il tetto rimane 150mila euro, ma solo per il 2019, e ci sarà comunque l’obbligo di valutare almeno tre offerte. Di più non si poteva fare, dicono. “Dobbiamo far nascere cantieri sui territori in fretta, far muovere il Pil, o tra qualche mese saranno guai” ammettono. Ma l’identità di un tempo scolora. Non basta il reddito di cittadinanza, il totem celebrato ovunque, perché già fa paura (“come lo realizzeremo?”). E non aiuta il nuovo caso sugli F35. Proprio quegli aerei militari di cui il M5S d’opposizione giurava di voler fermare l’acquisto, ma che ieri il sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo celebrava con un’abiura: “Abbiamo parlato di questi aerei spesso in maniera distorta, quando invece hanno un’ottima tecnologia, forse la migliore al mondo. E non possiamo rinunciare a una grande capacità tecnica per l’Aeronautica”. Sillabe che incendiano la base e fanno infuriare diversi big. Ma Luigi Di Maio, il capo, può al massimo tamponare. “Sul programma di acquisto continuiamo a restare molto perplessi” dice nel programma radio Circo Massimo.

Così tocca al ministero delle Difesa assicurare che il programma verrà limato nel 2019. Di Maio invece celebra su Facebook l’elenco dei punti realizzati con la manovra che ancora non c’è, ed è un paradosso. Ma c’è pure l’autogol, perché la sfilza di risultati con accanto la scritta “fatto” è un numero del Silvio Berlusconi d’annata, quello del 1994. Ma nel Movimento di governo nessuno se l’è ricordato. Come nessuno ha notato la stonatura nella telefonata di congratulazioni per il capo da Davide Casaleggio. Partita, raccontano, “da Dubai, dove Casaleggio è atterrato per il The Global Blockchain Congress”.

E la spina è sempre quella Blockchain che interessa molto al Casaleggio imprenditore e su cui il Di Maio ministro dello Sviluppo economico dovrebbe legiferare. Nel frattempo, assicurano, al capo politico arriva anche la chiamata di Beppe Grillo: “Il reddito di cittadinanza lo voglio anch’io”. Ma i parlamentari pensano ad altro. “Se cediamo pure sul Tav andiamo a casa” riassumono due eletti. Intanto i 5Stelle annunciano che domani celebreranno la legge anticorruzione, “nelle piazze italiane”. E Di Maio insiste: “Sul balcone di Palazzo Chigi salirei ancora per festeggiare il reddito”. In Senato invece aspettano ancora: la manovra.

I 5 Stelle e il dissenso inibito: troppi silenzi sui falli della Lega

Come certi allenatori in crisi di punti, ma convinti di recuperare nel girone di ritorno, Luigi Di Maio, nel recente forum con il Fatto, si è detto sicuro che “vedendo i risultati il nostro elettorato ci premierà”. Però, a guardare i sondaggi, il vantaggio di Matteo Salvini sul M5S sembra aumentare di giorno in giorno, con il rischio che quando gli elettori 5stelle “vedranno i risultati” del governo gialloverde, il campionato (le elezioni europee) sia già compromesso. Poiché sarà pur possibile che l’attuale 25-26% (era il 32,7% il 4 marzo) attribuito ai grillini possa ricrescere nel fuoco della campagna elettorale. Ma quell’exploit senza precedenti della Lega, che nello stesso periodo ha quasi raddoppiato i consensi (dal 17,4% a più del 32%) dovrebbe lo stesso fare risuonare nel Movimento non uno ma dieci allarmi rossi. Tanto più che un così clamoroso ribaltamento di forze è avvenuto nei sei mesi del Contratto di governo: per il Carroccio, si direbbe, un formidabile ricostituente, mentre per il socio di maggioranza quasi una palla al piede.

Forse una prima spiegazione di questo up e down è in un paio di righe del medesimo Contratto, là dove è scritto (male) che “i contraenti competono in modo corretto nelle varie competizioni elettorali”. Come se la “competizione” fra forze politiche così diverse e per certi versi quasi contrapposte – per cultura politica, progetto strategico, blocco sociale rappresentato – comportasse il non fare mai cenno alle reciproche differenze. E rinunciare così all’esercizio critico-polemico e alla sua manifestazione pubblica, ovvero alla sostanza stessa del fare politica. Con almeno tre conseguenze.

L’inibizione permanente del dissenso, in entrambe le direzioni, che finisce inevitabilmente per trovare sfogo nei malumori e nei falli da frustrazione, puntualmente registrati dai giornali nei densi retroscena di palazzo. La comunicazione invasiva di Salvini, che finisce per occupare l’intero campo di gioco tenendo i 5stelle in panchina. L’atteggiamento cauto, impacciato, perfino intimidito dei 5stelle di fronte alla sconfinata arroganza salviniana. Sintesi esemplare di tutto ciò, la vicenda del ministro degli Interni che fraternizza, in nome della comune fede rossonera, con un condannato per lesioni e spaccio di droga.

Conta poco che il “ministro” dopo avere, sulle prime, menato vanto di tali frequentazioni (“lo rifarei”), abbia fatto la solita parziale, tardiva retromarcia (“se avessi saputo chi era…”). Forse, speriamo, toccato dall’indignazione di quelle stesse forze dell’ordine che lui pensa di onorare stringendo la mano ai lestofanti ma indossando un giubbotto con le stellette.

Mentre le foto di questo episodio abbastanza infame apparivano in ogni dove, alto e forte risuonava il silenzio del premier Conte, del vicepremier Di Maio e della pletora di ministri, viceministri e sottoministri del governo stellato della legalità. Da quella parte del Contratto non si sentiva volare una mosca finché il ministro della Sanità, Giulia Grillo (non a caso una donna), ha definito il gesto “totalmente da evitare”.

Spesso, punti sul vivo dall’avanzata salviniana, gli allievi di Grillo (Beppe) si rifugiano nella classica giustificazione dei perdenti: facciamo cose buone ma le comunichiamo male. Può darsi. Basterebbe alzare la voce.

Altre tre dimissioni all’Istituto di Sanità: “Nessuna polemica”

Ancora dimissioni all’Istituto superiore di sanità (Iss): dopo la decisione di lasciare l’incarico da parte del presidente Walter Ricciardi, ieri è toccato ad altri tre. Si tratta di Giuseppe Remuzzi, componente del Cda, Armando Santoro, membro del Comitato scientifico e Francesco Vitale, membro del comitato tecnico scientifico. In un primo momento la decisione di lasciare gli incarichi sembrava essere stata dettata dal timore che fosse a rischi la piena garanzia dell’indipendenza scientifica dell’ente, ma i dimissionari hanno precisato che non vi fosse polemica o pressione. Netta la posizione del ministro della Salute Giulia Grillo: “Mai alcun atto di questo governo, a partire da quelli del mio ministero, ha interferito nelle attività dell’Iss, né condizionato l’indirizzo programmatico o scientifico”. Stessa reazione dai direttori delle strutture tecnico-scientifiche dell’Iss (Centri e Dipartimenti): “È sempre stato e continua ad essere un organo scientificamente indipendente a supporto del Servizio Sanitario e non ha mai ricevuto, né prima né in questa fase, interferenze da parte dei governi. Le dimissioni non possono pertanto essere collegate in alcun modo alla sua indipendenza e autonomia”.

Energia, dall’Ue possibile stop al mercato libero

Arriva dall’Europa una notizia indigesta per i big italiani dell’energia: il passaggio obbligato al mercato libero, attualmente previsto nel luglio 2020, potrebbe essere ulteriormente rinviato al 2025. Il Trilogo Europeo sulla riforma del mercato elettrico, ovvero i negoziati tra Parlamento, Consiglio e Commissione Ue che si sono conclusi ieri approvando l’ultimo step del Pacchetto per l’energia pulita, hanno previsto anche un rafforzamento della maggior tutela per le famiglie e le piccole imprese imponendo agli Stati membri di mantenere prezzi regolati per tutti e non solo per i clienti a rischio povertà. Fermo restando che l’accordo dovrà essere sottoposto all’approvazione della commissione Industria del Parlamento e, successivamente, al Consiglio Ue, entro il 2025 la Commissione dovrà pubblicare un report in cui avrà la facoltà di proporre la fine dei prezzi regolati.

Dal Consiglio di Stato italiano arriva, invece, uno stop al rimborso per le bollette a 28 giorni che avrebbero fatti felici 10 milioni di utenti. Per i giudici la questione va congelata fino a quando non saranno note le motivazioni della sentenza del Tar di novembre che ha dato ragione alle compagnie.

Modifiche, ancora liti tra alleati Rischia il condono caro a Salvini

Arriverà oggi il maxiemendamento alla manovra che inserisce le modifiche concordate con Bruxelles. M5S e Lega, però, litigano ancora sui contenuti, dal rinvio della direttiva Bolkestein per gli ambulanti e balneari agli appalti senza gara nei Comuni, al “saldo e stralcio” delle cartelle Equitalia voluto da Matteo Salvini. La norma è nella bozza del maxiemendamento ed è stata presentata dal sottosegretario leghista Armando Siri. Prevede il “saldo e stralcio” delle cartelle tra il 2000 e il 2017 per chi è “in grave e comprovata situazione di difficoltà economica”. Potranno essere estinti i debiti per omessi versamenti di tasse e contributi pagando il 16% con Isee non superiore a 8.500 euro, il 20% con Isee fino a 12.500 euro e 35% con Isee oltre i 12.500 euro e fino a un massimo di 20mila euro. Può accedere anche chi ha aperta una procedura di liquidazione, pagando il 10%. La misura, a quanto filtra, rischia perché invisa ai 5Stelle e anche perché apre un buco nei conti. Tanto che l’arrivo del testo è slittato a oggi e nella “riscrittura” si segnalano tensioni e litigi tra gli alleati. Il nuovo condono, per dire, avrebbe dovuto già essere nel decreto fiscale. Sembra invece raggiunta un’intesa sull’intervento dell’esercito per riparare le buche di Roma: sarà solo per le emergenze.

Non c’è il testo, ma l’autonomia regionale va in Consiglio dei ministri per lo spot di Natale

La manovra è in dirittura d’arrivo, ma da festeggiare c’è poco: la retromarcia sul deficit e i tagli e le tasse imposte dall’Ue per il prossimo triennio non sono un buon viatico per un sereno Natale. E allora oggi in Consiglio dei ministri arriva la bozza delle autonomie regionali per Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna: la Lega ha bisogno di portare a casa qualcosa da vendere al suo bacino elettorale e ai suoi nervosi amministratori locali. Non è un caso, dunque, che sia stato proprio Matteo Salvini ieri a dare la “notizia”: “L’autonomia arriva in Consiglio dei ministri a ore.”

I governatori delle tre Regioni più ricche del Paese (due della Lega e uno del Pd) già ieri festeggiavano l’annuncio. Il veneto Luca Zaia non risparmia in retorica: “Si sta scrivendo una pagina di storia del Veneto e di questo Paese: questo governo verrà ricordato come il governo della vera riforma storica”. Attilio Fontana, da buon lombardo, va di fretta: “Io penso che sarà un percorso non lunghissimo”. Per Salvini, invece, “l’auspicio è che ci sia un modello fondato sulle autonomie e sul merito che permetta per esempio ai cittadini di curarsi a Palermo o a Lamezia Terme senza fare i viaggi della speranza”, un modello che è “un’idea di Paese rispettoso delle sue identità che premia chi merita e chi meriterà”.

Il merito, però, è un concetto scivoloso e che prevederebbe, in astratto, che chi non merita poi non potrà curarsi o potrà farlo peggio di ora. Cosa succederà di preciso, in realtà, nessuno lo sa perché nessuno ha visto cosa hanno pattuito la ministra competente, cioè la leghista Erika Stefani, e le sue controparti regionali: quattro giorni fa, però, la stessa Stefani faceva sapere che i ministeri di Salute, Ambiente, Giustizia, Sviluppo e Lavoro – tutti grillini – non avevano risposto alla sua richiesta di collaborare; evidentemente lo hanno fatto in gran fretta questa settimana, nonostante la manovra, tanto è vero che oggi si va in Consiglio dei ministri per la prima discussione sull’autonomia. O più probabilmente, come spiegano al Fatto fonti di governo, non c’è alcun testo pronto e si va in Cdm solo per avere qualcosa da rivendersi nei prossimi giorni: i grillini punteranno sull’anti-corruzione, i leghisti sull’autonomia.

Quanto al M5S sulla “secessione dolce” rischia assai: per ora festeggia in Veneto e Lombardia, fischietta a Roma, prega e spera nel Mezzogiorno, ma i suoi spazi di manovra sul tema sono esauriti, come ha chiarito ieri il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti: “Ora va in Consiglio dei ministri la bozza di autonomia di Lombardia e Veneto e per noi è questione di esistenza del governo stesso. Come noi votiamo il reddito di cittadinanza, da loro ci aspettiamo che votino questa norma”. Partito avvisato, mezzo salvato: tanto più che il Parlamento potrà solo dire sì o no a maggioranza assoluta, ma non entrare nel merito o emendare.

Ma di cosa si parla? Dato per scontato che non si conoscono i dettagli del testo, cioè quei piccoli posti in cui s’annida il diavolo, si può dire questo: le tre Regioni, due dopo un referendum consultivo, hanno chiesto allo Stato maggiori poteri, come le autorizza a fare per 23 materie l’articolo 116 della Costituzione nella pessima versione voluta dal centrosinistra nel 2001. Cosette come scuola, sanità, infrastrutture, beni culturali, persino la previdenza complementare. Le Regioni per occuparsi di queste materie chiedono però, in prospettiva, anche più soldi di quanti ne spendano attualmente: il Veneto ha addirittura ipotizzato di parametrare i trasferimenti dallo Stato centrale al gettito fiscale.

Il tentativo, insomma, è tenersi più soldi a danno dei trasferimenti perequativi con cui lo Stato finanzia i territori più poveri (consentendo, tra le altre cose, alle imprese delle zone più dinamiche di venderci i loro prodotti): per questo i critici la chiamano “la secessione dei ricchi”. La nuova Lega sarà pure nazionale, ma rischia di fare più danni ora che con la devolution di Bossi.

È una manovra mai vista (almeno non dalle Camere)

Succedono cose bizzarre in questa manovra: “Esclusione degli ambulanti dalla direttiva Bolkestein: fatto!”, scrive su Facebook Luigi Di Maio. E dà una notizia in primo luogo al Parlamento, che tale norma non solo non ha mai discusso, ma neanche visto: la possibilità di non mettere a gara gli spazi delle “bancarelle” è stata paracadutata direttamente nel maxi-emendamento. Una piccola (ma neanche tanto) plastica rappresentazione di cos’è stata quella che il capogruppo del Pd in Senato, Andrea Marcucci, ha giustamente ribattezzato “la prima manovra extraparlamentare della storia repubblicana”.

Per capire che non si tratta di una forzatura propagandistica, ma di una sobria descrizione degli eventi basta ripercorrere i fatti. Il ddl “Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021” risulta presentato alla Camera il 31 ottobre, cioè undici giorni dopo i termini di legge (una pessima prassi ormai abituale), ma effettivamente nella disponibilità della commissione Bilancio solo una settimana dopo, il 6 novembre, la discussione vera inizia addirittura due settimane dopo, il 13 novembre. Per l’approdo nell’Aula di Montecitorio ci vogliono un mese tondo e una quindicina di sedute: il 5 dicembre inizia la discussione generale, tre giorni dopo la Camera approva la manovra, ovviamente non prima di un voto di fiducia. Molto lavoro per quasi nulla visto che – dopo un inizio sfrontato tra abolizioni della povertà e stentorei “me ne frego dello spread” – il confronto con l’Europa sui saldi di finanza pubblica nel mese di dicembre prende un profilo decisamente più incline alla mediazione: in attesa dell’accordo con Bruxelles – o, se si vuole, del cedimento del governo italiano alla Commissione europea – il Senato aspetta, spera e dibatte attorno ai cotton fioc ecologici e altre bellurie.

Media che ti rimedia, la faccenda è andata per le lunghe e il via libera di Bruxelles alla finanziaria che scopre il centesimo di Pil (deficit al 2,04%) è arrivato solo mercoledì mattina: e così nella commissione Bilancio di Palazzo Madama in dieci giorni di lavori (dal 10 dicembre) e nonostante un doppio round di emendamenti di governo e relatori non si è riusciti a votare nulla di nulla. Sarebbe stata in gran parte fatica sprecata visto che la versione definitiva del Bilancio dello Stato bollinato dalla Commissione europea nella versione “maxiemendamento” arriverà solo oggi pomeriggio alle 16 in Senato, giusto in tempo per porre la questione di fiducia e votarla entro la fine della giornata e mandare tutti in vacanza. L’opposizione, che aveva già abbandonato i lavori, ha chiesto di poter tornare in commissione Bilancio per esaminare il testo e poi votare in Aula il 26 dicembre: la risposta è stata no.

Dopo l’approvazione lampo in Senato, la Camera farà lo stesso (2 giorni in commissione, in Aula giovedì 27, pare) e così si raggiungerà lo storico risultato: nessuno dei due rami del Parlamento avrà esaminato nel dettaglio la manovra, nessuno avrà avuto modo di emendarla, o di esaminare con attenzione un testo da centinaia di commi assemblato dalle odiate tecnostrutture del Tesoro all’ultimo minuto. Passeranno giorni o settimane prima che – facile previsione – si scopra il solito comma un po’ disdicevole infilato non si sa come da non si sa chi. La Repubblica parlamentare al suo meglio.

Statali furiosi e fondi bloccati: tutti i tagli messi nel bilancio

Magari sarà vero, come dice Giuseppe Conte, che “il governo non è arretrato” sulle misure chiave della manovra. Ma la legge di Bilancio 2019, che sarà votata oggi con la fiducia senza che sia mai stata discussa dal Parlamento, contiene diversi cedimenti negoziati per chiudere l’accordo con Bruxelles ed evitare la procedura di infrazione. Roba assai spiacevole, non solo per gli effetti di compressione dei servizi, specie nel pubblico impiego, ma anche per la limitazione delle capacità di spesa dello Stato.

Andiamo con ordine. Lo sforzo da 10,2 miliardi per portare nel 2019 il deficit dal 2,7% reale (in manovra si fermava a 2,4%) è dovuto per quasi 9 miliardi a tagli di spesa. Si va dai 4,6 tolti a Reddito di cittadinanza e Quota 100 (la mini riforma della legge Fornero) ai 2 miliardi e dispari di investimenti “rimodulati” (rinviati agli anni successivi). Ne fanno le spese Ferrovie, il co-finanziamento dei fondi Ue, il Fondo di sviluppo e coesione e quello per gli investimenti della Pubblica amministrazione centrale. Viene poi fatta cassa con il parziale blocco triennale delle rivalutazioni delle pensioni sopra i 1.500 euro mensili (risparmi per 2,2 miliardi nel triennio) e il prelievo quinquennale sugli assegni oltre i 100 mila euro annui (240 milioni in tre anni).

Non basta. L’impianto della manovra si basa su stime fragili, specie sulla crescita. Per questo il governo ha concordato con Bruxelles di “congelare” altri 2 miliardi a garanzia del buon andamento dei conti. Il “monitoraggio” per certificare che non si sfori il 2% del deficit promesso a Bruxelles sarà fatto ad aprile e settembre, con il Documento di economia e finanza e la Nota di aggiornamento. A luglio è però prevista la verifica determinante per “scongelare” i fondi. Che peraltro avverrà “al netto delle entrate dalle dismissioni immobiliari”, da cui il governo conta di incassare 950 milioni il prossimo anno (cifra mai raggiunta finora). Se il monitoraggio risultasse negativo, i fondi resterebbero congelati fino a settembre o oltre per ridurre il disavanzo. Bruxelles ha già fatto sapere che l’Italia sarà sorvegliata per tutto il primo semestre del 2019.

I fondi congelati arrivano tutti dai ministeri, su cui già si sono abbattuti tagli per 600 milioni nel decreto fiscale. Per più della metà pesano sul ministero dell’Economia: il Tesoro congela 1,18 miliardi, di cui 481 milioni di fondi per competitività e sviluppo delle imprese, 10 milioni per giovani e sport, 1 milione per la privacy. Altre cifre ingenti verranno dal ministero delle Infrastrutture (300 milioni “bloccati” sulla mobilità locale) e poi da Sviluppo economico (159 milioni), Difesa (158 milioni che si aggiungono ai 400 già tagliati da decreto fiscale), Esteri, (40 milioni dei fondi per la cooperazione allo sviluppo). Vale poi 100 milioni il blocco per il ministero dell’Istruzione, di cui 30 alla ricerca 70 milioni all’università: 40 saranno tolti al diritto allo studio, altri 30 alla formazione post-universitaria.

Fino a luglio non si rischiano tagli, perché il fondo di finanziamento ordinario per le università è decretato nel secondo semestre. Viceversa, sarebbe una sforbiciata pesante al settore, già definanziato negli anni scorsi.

Da ieri s’è aperto anche il delicato fronte “statali”. Per far cassa, il governo ha deciso infatti di ritardare a novembre 2019 l’entrata in servizio degli assunti a tempo indeterminato in base ai piani di fabbisogno delle amministrazioni centrali (comprese Inps, Inail, agenzie fiscali e università) che vanno consegnati entro il 31 dicembre: un risparmio per 100 milioni di euro. Il presidente dell’Inps Tito Boeri ha denunciato ieri che così non potrà assumere 1.500 giovani in base a un concorso bandito due anni fa.

Nei prossimi quattro anni andranno in congedo 450 mila statali, a cui si potrebbero aggiungere, nel 2019, i 146 mila potenziali beneficiari di Quota 100. Un esodo enorme. Mercoledì il ministro dell’Economia Tria ha detto che quota 100 partirà a ottobre per il pubblico, invece che a luglio come annunciato prima. I sindacati sono furiosi. E preparano mobilitazioni già da gennaio. “Le assunzioni partiranno di fatto nel 2020, e saranno molte meno di quante potevano essere con l’avvio da gennaio 2019 – spiega Serena Sorrentino, segretaria generale della Fp Cgil – in questo modo ogni due uscite entrerà un solo statale. Così i servizi pubblici verranno ridotti e il governo sta facendo cassa col comparto pubblico”. Comparto a cui l’esecutivo, dopo il blocco degli anni scorsi, ha concesso un aumento calcolabile, stando ai fondi in manovra, in soli 20 euro al mese nel prossimo triennio.

Le cassandre del Cigno Nero e della manovra “infettiva”. Apocalisse addio

Ora che l’Apocalisse è rinviata a data da destinarsi causa maltempo, possiamo serenamente salutare i profeti del disastro, i cantori della catastrofe, le cassandre dell’uscita dall’euro, i trombettieri del Cigno Nero, le pizie della fine della Grecia, i vati dello spread, gli aedi della procedura d’infrazione, i teorizzatori della finta trattativa di Conte per la vera guerra gialloverde all’Europa finalizzata a farci sbattere fuori o a montarci la campagna elettorale, i sadomasochisti che chiedevano alla Commissione di punirci, mi raccomando ragazzi non fate scherzi, ohhh sìììì, daiiii, ancoraaaaa, frustateci di piùùùùù! Invece è andata come doveva andare ed era prevedibile che andasse. 5 Stelle e Lega han fatto un bel bagno di umiltà e di realtà, sono scesi dal balcone e dalla ruspa, han dato retta a Conte (il Signor Nessuno, la marionetta dei suoi due vice). Ma hanno pure costretto l’Ue a ritirare il diktat del deficit-Pil all’1,6% (0,8 senza la clausola di salvaguardia dell’Iva), a ingoiare il triplo rospo del 2,04 e di due misure – reddito di cittadinanza e quota 100 sulle pensioni – che mai lorsignori avrebbero voluto vedere neppure in cartolina. Un compromesso a metà strada, anzi un pelino più verso la soglia fissata dall’Italia. Certo, governo italiano e governo europeo avrebbero potuto incontrarsi prima, risparmiandoci tutto quello spread. Ma forse, senza quel braccio di ferro partendo dal 2,4 e senza l’irruzione dei Gilet gialli nelle piazze e nelle strade di Parigi, il tributo di sangue sull’altare di Bruxelles sarebbe stato ancor più esoso. Diceva Pertini: “A brigante, brigante e mezzo”.

Unni e visigoti. “Roma apre le porte ai moderni barbari” (Financial Times, 15.5).

Terrore. “L’Italia spaventa la Ue e Wall Street. Bufera sul contratto fra Lega e M5S”, “Boccia: aumentare ancora il deficit porterebbe il Paese allo schianto”, “Wall Street teme lo choc del ‘governo inaffidabile’” (La Stampa, 16.5).

Massacro. “Gioco al massacro. Se il governo passa, poi sarà bocciato dall’Europa” (Libero, 17.5).

Incubo. “La maschera calma di Conte nasconde un progetto da incubo” (rag. Claudio Cerasa, Il Foglio, 6.6).

L’infezione. “Verso la resa dei conti… Il cordone sanitario che in Europa si sta stringendo contro l’infezione italiana potrebbe scattare con grande anticipo” (Andrea Bonanni, Repubblica, 23.6).

Dai, su, bocciateci! “Appuntamento a fine mese, quando le agenzie di rating inizieranno a esprimersi sul tema dei temi: se l’Italia sia diventata o no una nazione da classificare a un passo dal livello spazzatura” (rag. Cerasa, Il Foglio, 7.8).

Merda, non ci hanno bocciati. “L’Italia sfiora la bocciatura. Fitch: rating confermato ma prospettive negative” (Repubblica, 1.9).

A picco. “Ottimi segnali, andiamo a picco” (Sebastiano Messina, Rep, 2.9).

Mario, facci il culo! “Perché la Bce non può cedere al ricatto” (Ferdinando Giugliano, Rep, 14.9).

Bancarotta. “Rischio bancarotta” (Giornale, 27.9).

Crimini. “La manovra criminogena… rischia di essere per il Paese un bagno di sangue” (Massimo Giannini, Rep, 27.9).

Sulle montagne. “La manovra è devastante. Ora faremo resistenza civile” (Matteo Renzi, Pd, Corriere della sera, 29.9).

Cigno nero. “Il cigno nero che nessuno vuole vedere e cambia la storia”, “Con la manovra del popolo… Di Maio e Salvini hanno dato una prima, consistente mano di pece a quel ‘cigno nero’ che, secondo il ministro Paolo Savona, potrebbe portare l’Italia fuori dall’euro… Se quel cigno dipinto di nero arriverà, sapremo almeno chi gli ha aperto la porta… Di Maio si è subito precipitato a spiegare che ‘noi non abbiamo alcuna intenzione di entrare in conflitto con l’Europa o con i mercati’. Non è vero, ovviamente… Le potenziali conseguenze, fra cui quella di un possibile default, del debito che ci porterebbe fuori dalla moneta unica, sono qualcosa di cui il governo giallo-verde disconosce preventivamente ogni responsabilità. Tutto quello che si farà nei prossimi mesi per sganciare ulteriormente l’economia italiana dal contesto europeo, sarà solo, per dirla con Savona, un modo di ‘prepararsi’ ad una catastrofe ‘voluta da altri’. L’eventuale sanzione per le scelte dissennate del governo non partirà da Bruxelles: a decidere saranno i mercati e la catastrofe sarà l’effetto di un disegno politico preciso” (Bonanni, Rep, 29.9)

Terroristi. “Non lasceremo il Paese in mano a terroristi, per giunta kamikaze… E parlo di lei, signor Di Maio” (Sallusti, Giorn, 1.10).

Slavina e valanga. “L’urgenza di un’alternativa anti-default. Il punto non è se la slavina diventerà valanga, ma quando lo diventerà” (rag. Cerasa, Fog, 10.10).

Titanic. “Governo Titanic. La ciurma gialloverde va dritta contro un iceberg che nessuno sposterà” (Fog, 10.10).

Eddai, menateci! “Con l’Italia l’Europa andrà fino in fondo” (Fog, 12.10).

Distruzione. “L’impressione è che qualcuno stia lavorando per distruggere i risparmi degli italiani con tutto ciò che ne seguirebbe” (Angelo Panebianco, Cor, 15.10).

Il mondo contro/1. “Se l’Italia fa paura al mondo” (Christian Rocca, Stampa, 22.9).

Il mondo contro/2. “L’Italia gialloverde diventa un allarme mondiale”, “L’Italia è sull’orlo del baratro, ma il governo fa spallucce” (Gior, 17.10).

Crollo. “Crolla tutto, Governo in crisi. L’Europa: manovra spazzatura. Peggio che buffoni” (Alessandro Sallusti, Gior, 19.10).

Virus. “Il virus chiamato Italia” (Giugliano, Rep, 20.10).

Rischio. “Banche a rischio” (Stam, 26.10).

Ladri. “I ladri del futuro. Troppo grandi per essere salvati” (Carlo Stagnaro, Fog, 22.10).

Lo fanno apposta/1. “Distruggere l’Italia per danneggiare l’Europa: a questo si riduce il contratto di governo tra Lega e 5S” (Bonanni, Rep, 16.5).

Lo fanno apposta/2. “A questo serve la manovra: non certo a mettere in salvo i conti pubblici, e nemmeno a far crescere l’economia: semmai a comprare consenso… Se poi l’Europa, come probabile, la boccerà, sarà tutto combustibile per i motori elettorali” (Aldo Cazzullo, Cor, 5.10).

Lo fanno apposta/3. “Vogliono distruggere l’Europa. Vogliono distruggere l’euro. Vogliono distruggere Schengen. Vogliono distruggere lo Stato di diritto. Vogliono distruggere la democrazia rappresentativa” (rag. Cerasa, Fog, 5.10).

Lo fanno apposta/4. “La manovra economica apre la strada a una sicura bocciatura già oggi da parte della Commissione Ue e a un procedimento che metterà in contrasto frontale il governo di Roma con l’esecutivo comunitario. La strada è segnata e anche se Conte e Tria hanno lanciato timidi messaggi di apertura a Bruxelles, tutti hanno ben capito che non sono certo loro che comandano; purtroppo sui loro impegni non si può contare. Conte e Tria stanno in scena da comparse… Lo scontro con l’Europa non solo è inevitabile. È voluto… un disegno politico lucido e cinico che fa capo principalmente alla Lega lucido… ma è altrettanto cinico… può aiutare Salvini a conquistare ancora consensi in vista delle elezioni europee” (Francesco Manacorda, Rep, 23.10).

Lo fanno apposta/5. “La ricerca del nemico perfetto”, “La manovra è una minestrina tiepida che… Salvini e Di Maio usano per rompere con Bruxelles. Nella corsa alle elezioni la Ue è l’avversario che diventerà il loro alibi” (Giannini. Rep, 14.11).

Lo fanno apposta/6. “Una bocciatura ‘chiamata’ dal governo” (Massimo Franco, Cor, 24.10).

Espulsi. “Governo extracomunitario” (Gior, 24.10).

Nemmeno un euro. “Bruxelles non mostra comprensione per la scelta del governo italiano di venir meno agli impegni presi. Nessuno pagherà un euro per alleggerire la posizione di Salvini e Di Maio” (Bonanni, Rep, 24.10).

Tempesta. “Rischiamo la tempesta perfetta” (Marcello Sorgi, Stam, 24.10).

Pericolo. “L’Italia mette in pericolo l’Europa” (Stam, 24.10).

Cavallo di Troia. “L’Italia cavallo di Troia di Usa e Russia. Parola d’ordine: indebolire l’Europa” (Federico Rampini, Rep, 27.10).

Untori. “La verità sullo spread. L’Italia vittima nel 2011 oggi diventa l’untore” (Renato Brunetta, FI,Gior, 29.10).

Ci siamo quasi. “Deficit, pronta la procedura Ue. La decisione attesa per il 21 novembre” (Fubini, Cor, 1.11).

Scalpitano. “L’Ue scalpita per punire Roma. Lunedì processo dell’Eurogruppo, poi sanzioni. La Lega Anseatica: ‘I debiti sono i vostri, salvatevi da voi’” (Gior, 3.11).

50 miliardi. “La tempesta sui titoli di Stato costa 50 miliardi” (Mess, 3.9).

100 miliardi. “Un azzardo che costa 100 miliardi in più” (Fubini, Cor, 29.9).

5 miliardi. “Gentiloni: 5S e Lega ci sono già costati più di 5 miliardi” (Stam, 4.7).

55 miliardi. “In 2 mesi di governo Conte via dall’Italia 55 miliardi” (Gior, 7.7).

75 miliardi. “Fuga di capitali dall’Italia. Già spariti 75 miliardi” (Gior, 13.10).

Quasi 50 miliardi. “3 mesi di Luna Park ci son costati quasi 50 mld” (Gior, 14.12).

90 miliardi. “Balzo della spesa e spread ci sono costati 90 miliardi” (Mess, 14.12).

60 miliardi.“Avviso di sfratto. Dovremo pagare 60 miliardi per la manovra kamikaze” (Gior, 2.11). “Lo scontro a muso duro con l’Ue ci costerà 60 miliardi l’anno”, “Un tunnel di sanzioni lungo 5 anni” (Stam, 14.11).

1,5 miliardi. “L’allarme spread di Bankitalia: ‘Persi 1,5 miliardi in sei mesi’” (Gior, 10.11).

145 miliardi. “Spread: cancellati 145 miliardi” (Rep, 24.11).

Commissariati. “Lo spettro degli ispettori Ue al Tesoro” (Fubini, Cor, 10.11).

Non ci salviamo. “Manovra, oggi arriva il no all’Europa. Ma i vescovi: ‘Così non ci si salva’” (Rep, 13.11).

Precipizio. “Siamo sull’orlo del precipizio, ma il governo non sembra avvertirne il pericolo” (Ferruccio de Bortoli, Cor, 18.11).

Mandate l’esercito. “Un esercito Ue contro i sovranisti” (Rep, 20.11).

Il peggio. “Il peggio deve ancora venire” (Cazzullo, Cor, 22.11).

La peste. “Piano Ue per evitare il ‘ricatto’ italiano: 600 miliardi per scongiurare il contagio” (Stam, 22.11).

Banzai. “Banzai!, allora, mentre l’Italia si getta incosciente contro l’Europa sul suo aeroplano di carta tenuto assieme da numeri che non potranno mai convincere nessuno” (Manacorda, Rep, 21.11).

Torna Monti/1. “Va tutto a rotoli. Tra qualche mese tornano i tecnici” (Matteo Renzi, Pd, Gior, 4.11).

Torna Monti/2. “Altro che reddito e pensioni, questo governo ci porterà un altro Monti” (Pier Luigi Bersani, LeU, Rep, 21.11).

I Persiani. “Contro i trumpiani italiani il Pd deve unirsi come i greci contro i persiani” (Giuliano da Empoli, Fog, 19.5).

I Maya. “Dal regime Di Maio alla fine dei Maya” (Paolo Guzzanti, Gior, 14.7).

Lussemburgo. “L’Italia conta meno del Lussemburgo” (Eugenio Scalfari, Rep, 19.8).

Grecia/1. “Cosa vuol dire rischio Grecia. Le assonanze con Atene 2015” (Fog, 24.5).

Grecia/2. “Il governo gialloverde avvicina l’Italia al disastro greco” (Livio Caputo, Gior, 11.8).

Grecia/3. “Tam tam sui venti di crisi. È già psicosi sul contante. Il banchiere: ‘In Ticino c’è la coda di italiani’. Sindrome Grecia: allora fuggirono decine di miliardi” (Gior, 27.10).

Grecia/4. “Finiremo come la Grecia e andremo in ginocchio a chiedere aiuto all’Ue” (Massimo Cacciari, Il Dubbio, 19.12).

Venezuela. “Governo Maduro. Nel contratto di governo di Lega e M5S per l’Italia c’è un futuro venezuelano” (Fog, 16.5). “Il governo ci farà diventare come il Venezuela” (Antonio Tajani, FI, Lib, 30.9).

Turchia. “Il meteo dell’economia segna bufera sull’Italia: ‘Ora è come la Turchia’” (Gior, 9.11).

Fallimento. “Questi struzzi ci fanno fallire” (Minzolini, Gior, 24.11).

Non cedete di un millimetro! “Prendere o lasciare… Per Londra si è trattato di rospi molto difficili da ingoiare… Nessuno dei paletti che l’Europa aveva posto all’indomani del referendum britannico è stato spostato di un solo millimetro… Questo volto fermo dell’Europa dovrebbe far riflettere Salvini e Di Maio… Le prossime sfide che attendono l’Europa sono quella dei populisti polacchi sullo Stato di diritto e quella dei populisti italiani sul mantenimento degli impegni di bilancio. Anche in questo caso, a Varsavia come a Roma, si pronosticava che l’Europa avrebbe lasciato correre, perché uno scontro non conveniva a nessuno. La Polonia è già sotto procedura d’infrazione e rischia di perdere parecchi miliardi Ue. L’Italia, fin che è in tempo, farebbe meglio a riflettere” (Bonanni, Rep, 26.11).

Dai che vanno a sbattere. “All’Ue non bastano i tagli alla manovra promessi dal governo”, “L’Europa non ci sta: ‘Un deficit oltre il 2% non è accettabile’” (Stam, 27.11).

È finito tutto. “Il danno gialloverde è fatto: crolla la fiducia degli italiani” (Gior, 28.11).

Tirate diritto! “Gli sherpa Ecofin bocciano l’Italia. Ora va avanti l’iter per la sanzione” (Messaggero, 30.11).

Caduta balconi. “Equilibrio precario. Traballa pure il balcone dove i grillini festeggiavano. Lavori in corso sotto la terrazza di Palazzo Chigi. Un segnale dello stato di salute del Movimento” (Lib, 2.12).

Forza Ue. “L’Ue: Conte non tocchi le pensioni” (Stam, 2.12).

Zero euro. “Il governo dica la verità: non c’è un euro da spendere” (Lib, 3.12).

Il peggio. “Il peggio deve venire. A fine anno recessione assicurata” (Lib, 4.12).

Non ce la fa. “Conte da Juncker con un buco da 8 miliardi” (Giorna, 6.12).

Non fate scherzi! “La Commissione Ue non deve cedere ai trucchi del governo” (Sandro Gozi, Pd, Die Zeit, 9.12).

Disperati. “La corsa disperata ai tagli per tener lontana la troika” (Gior, 10.12).

Max 1,95! “Deficit all’1,95%: l’ultima offerta Ue all’Italia” (Rep, 11.12).

Puniteci subito! “Manovra, procedura più vicina” (Rep, 12.12).

Ragazzi non mollate! “L’Ue non molla: il deficit va tagliato. Bruxelles continua il pressing” (Rep, 15.12).

Massacrateci! “Italia-Ue, finale di partita. Ma per l’accordo mancano 3,5 miliardi” (Rep, 16.12).

Non ce la fanno. “L’Ue resta scettica e teme l’impatto della legge di Bilancio sui mercati” (Fubini, Cor, 17.12).

Merda, ce la fanno. “Salvini e Di Maio, i piccoli Bonaparte con lo scolapasta in testa… A Bruxelles, al di là della retorica patriottarda, il premier Conte firma un armistizio che sa di resa” (Giannini, Rep, 13.12).

Ah, è stato Sergio. “‘Conti e misure, così si convince la Ue’. La mano di Mattarella dietro la svolta” (Rep, 13.12).

Burrone. “La folle corsa verso il burrone” (Fog, 17.12).

Dai che salta tutto. “L’Ue contesta i conti del governo: ‘Quei tagli non sono credibili’”, “2 miliardi di dubbi. Per la Ue la manovra non è ancora coperta”, “Ma ora i tempi sono strettissimi, l’incubo dell’esercizio provvisorio” (Rep, 18.12).

Dai che non ce la fanno. “Alle Ue non basta ancora: servono altri risparmi per almeno 3 miliardi” (Fubini, Cor, 18.12).

Se ne va Tria. “Manovra, Tria sotto tiro M5S, ma è pronto al passo indietro” (Rep, 13.9). “Tria nel mirino: M5S vuole la sua testa” (Gior, 13.9). “Sfiduciato Tria. Di Maio lo silura” (Gior, 19.9). “L’isolamento di Tria. Più forte la tentazione di dimettersi” (Fubini, Cor, 5.12). “Conte e M5S spingono Tria alle dimissioni” (Stam, 7.12). “Vertice sulla manovra senza Tria. Il ministro sempre più in bilico” (Cor, 7.12).

Se ne va Savona. “Savona non esclude le dimissioni” (Cor, 22.11). “Savona evoca le dimissioni” (Cor, 23.11). “Savona verso le dimissioni” (Lib, 23.11).

Se ne va Conte. “Conte evoca le dimissioni dopo le liti sulla pace fiscale: ira nella notte a Bruxelles” (Cor, 18.12). “Conte allo sbaraglio a Bruxelles minaccia le dimissioni (poi nega)” (Rep, 19.10). “A Bruxelles processo a Conte. Sfogo sul governo: se così lascio” (Mess, 19.10). “Il premier: se continua così pronto a lasciare” (Sole 24 Ore, 19.10). “L’ira nella lunga notte di Bruxelles. Conte evoca le dimissioni” (Cor, 19.10). “Lo sfogo di Conte e la tentazione del passo indietro” (Stam, 19.10).

Cazzo, ce l’han fatta. “La soluzione individuata con il governo italiano ci consente di evitare per ora di aprire una procedura per debito, posto che le misure negoziate siano attuate pienamente” (Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione europea, 19.12).

E vabbè, pazienza, andrà peggio l’anno prossimo.