Un “Rigoletto” come Verdi comanda

Ho già scritto su queste colonne delle assurde messinscene di due capolavori di Verdi, l’Attila per inaugurare la stagione della Scala, il Rigoletto per aprire quella dell’Opera di Roma. Verdi, finché visse, fu implacabile nell’esigere il rispetto della sua didascalia, sia perché credeva nella sua capacità di creare attraverso la musica l’ambiente del passato, sia perché, il più conciso dei compositori di teatro, riesce al miracolo di far coincidere la forma musicale con una vera e propria minutissima regia. Ora è indifeso. Ho ascoltato solo un’intervista di Daniele Gatti, che ha concertato il Rigoletto romano; le fini e apprezzabili osservazioni ch’egli fa sul ripristino dell’autentica lezione musicale dell’Autore sono in troppo palese contrasto con il suo accettare il trasporto dell’Opera sotto la Repubblica sociale, col Duca in camicia nera e Rigoletto non più gobbo né col berretto a sonagli del pazzo-buffone.

Ho invece assistito a un Rigoletto semplicemente meraviglioso in questi giorni in scena (fino al 23) al Teatro Lirico di Cagliari. Il regista Pier Francesco Maestrini e lo scenografo e autore delle proiezioni Juan Guillermo Nova si spingono sino alla citazione elegantemente dotta nel ricreare una Mantova cinquecentesca adoperando affreschi di Giulio Romano che ornano il Palazzo Te. Il Mincio, di che il padano Verdi ti fa addirittura sentire l’odore portato dal vento della finale tempesta, è lì, e il buffone, divenuto terribile vendicatore, giunge sull’onda alla casa di Sparafucile, sita sulla riva. Un particolare mi ha particolarmente colpito. Il libertino Duca è attirato a casa della prostituta Maddalena, la quale esercita protetta dal fratello – e questa è storia eterna, sono spessissimo fratelli e mariti i “ricottari”. L’Opera presuppone ch’egli la possegga: ma il “tempo” del rapporto, dopo il quale il Duca, stanco, s’addormenta, dove s’infila nella musica? Maestrini ha l’idea di farlo consumare all’aperto, davanti a tutti, durante il Quartetto Bella figlia dell’amore: Rigoletto vi assiste con cupa gioia, Gilda con disperazione.

Ancor più interessante la concertazione di Elio Boncompagni, un grande Maestro che forse sta dando il meglio di sé dopo gli ottant’anni. Il suo assolutistico ritorno alla partitura originale – ch’è ancora, di questi tempi, rarissimo – nasce dalla convinzione radicata che in Verdi la forma musicale e il fatto drammatico si compenetrano come in alcun altro creatore. Perciò non parlo solo dell’aver egli eliminato tutte le note false sostituite alle autentiche da una “tradizione” significante tradimento, le pause aggiunte, i “rallentando” e gli “accelerando” arbitrarî, gli effettacci di “parlando”, e altro. Boncompagni stabilisce, unendo arte e scienza, relazioni fra i tempi musicali dei singoli brani di che il capolavoro è fatto che mettono in rilievo l’unità strutturale dell’Opera come mai non è avvenuto. La trasparenza e la leggerezza del suono rivelano la natura squisitamente cameristica del Rigoletto. Le prospettive polifoniche sono mirabilmente delineate. Il soggetto più anticlassico, l’apparizione in musica della categoria del laido, è trasposto in opera intimamente classica. Verdi è un vero genio latino, e Boncompagni lo dimostra coi fatti.

Delle due compagnie ricorderò gli eccellenti baritoni Marco Caria e David Cecconi, gli ottimi tenori Stefano Secco e Alessandro Scotto di Luzio, il bravissimo Monterone di Cristian Saitta, una brava Gilda, Marigona Qerkezi, una discreta Gilda, Desirée Rancatore. Ma tutti, e gli altri, attenti e disciplinati.

 

18App: con la cultura mangia Sfera Ebbasta

Ebbasta. Non se ne può più delle polemiche sulla scarsa cultura della musica trap, sulla diseducazione dei testi di Sfera Ebbasta, Ghali e compagnia cantante: fanno cultura ebbasta, quale non si sa, ma sono i più venduti su Amazon tramite 18App, il bonus-mancetta per neo-maggiorenni, introdotto da Renzi e confermato da questo governo, per incentivare i consumi culturali tra i giovani.

“Sono una rockstar, rockstar/ A uccidermi no, non sarà una stronza, ehi/ Pusher sul mio iPhone, pute sul mio iPad”: è il testo di Rockstar, primo nella top ten dei dischi più gettonati dai 18enni (classe 1999) sulla piattaforma di Jeff Bezos, seguito da Faccio un Casino di Coez, ÷ di Ed Sheeran, Album di Ghali e Sfera Ebbasta dell’omonimo, egoriferito trapper, tristemente famoso anche per la recente tragedia della discoteca di Corinaldo. Vengono poi Enemy di Noyz Narcos; Ultimo: Peter Pan di Ultimo; Midnite di Salmo; Davide (Edizione autografata) di Gemitaiz e Mr Simpatia di Fabri Fibra.

Per paradosso, il ministero dei Beni culturali incentiva proprio il business di artisti che si vantano di essere anti-sistema: “Ma che politica è questa?/ Qual è la differenza tra sinistra e destra?/ Cambiano i ministri ma non la minestra/ Il cesso è qui a sinistra, il bagno è in fondo a destra”, © Ghali. Dopodiché il Sistema – va bene anche quello dei finanziamenti pubblici alla cultura – rientra dalla finestra: “Anche alcuni autori di opere liriche, ai loro tempi, creavano scandalo o non erano compresi o passavano per sovversivi”, si smarca il sottosegretario del Mibac Gianluca Vacca. “Non voglio azzardare paragoni, però non possiamo tracciare un discrimine tra chi fa arte chi no. Anche il pop è cultura. Certo dobbiamo monitorare”.

Un dato preoccupante è che molti ragazzi spendono il buono per l’acquisto di “libri scolastici o testi consigliati per la lettura”: il buono diventa quindi un supporto, seppur spurio (ma menomale), allo studio. Non si spiega altrimenti l’interesse per la monumentale e logorroica Interpretazione dei sogni di Freud, primo nella classifica Amazon nel settore editoriale. O forse hanno tutti il complesso di Edipo, come confermato dall’ottavo posto di Ossessioni, fobie e paranoia sempre del viennese… Alla psicoanalisi seguono Origin di Dan Brown; 1984 di George Orwell; La coscienza di Zeno di Italo Svevo; L’arte di essere fragili di Alessandro D’Avenia; Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello; Dragon Ball Super: 3 di Akira Toriyama (un manga); Quando tutto inizia di Fabio Volo; Ogni storia è una storia d’amore del succitato D’Avenia.

18App è sfruttata soprattutto per l’acquisto di libri cartacei e digitali (80%), per cinema e concerti (17%), per teatro e danza (1%), mentre il restante 2% va in musei, mostre e parchi archeologici. Molti ragazzi, però, non ne conoscono nemmeno l’esistenza o non la sfruttano: nella prima tornata di diciottenni (nati nel 1998), cui è stata regalata, 18App è stata usata solo dal 60%, salito all’80% per la seconda tornata (nati nel 1999).

I soldi avanzati, rispetto a quelli a bilancio, dovrebbero confluire in altre iniziative culturali: nel 2019 si prevede di recuperare 40 milioni di passati inutilizzi, ed ecco saltar fuori gli 8 milioni di euro in più al Fondo unico per lo spettacolo e i 12,5 milioni per le Fondazioni lirico-sinfoniche. Pochi spiccioli, considerato il peso complessivo del bonus per diciottenni, che riguarda 570-590 mila ragazzi. 18App vale 230 milioni, ovvero l’8,5% del risicato bilancio del Mibac: appena 2,7 miliardi. Ebbasta.

Il genio di Vinci fa 500. Tutti pazzi per Leonardo

Nel mondo dell’arte la certezza è una: il 2019 sarà l’anno di Leonardo con grandi e piccole mostre (tra Italia, Francia, Spagna) con tanto di irrinunciabili polemiche scioviniste. Ma si proceda con ordine: contrariamente a quanto possa sembrare, l’Italia ha aperto le danze. Gli Uffizi, dove è stata testé allestita una Sala Leonardo per i tre capolavori L’Adorazione dei Magi, l’Annunciazione e Il Battesimo del Cristo, il 30 ottobre hanno inaugurato Il Codice Leicester di Leonardo da Vinci. L’acqua microscopio della Natura a cura di Paolo Galluzzi, che espone il Leicester, un’opera fitta di annotazioni geniali e di disegni di Leonardo vergati tra il 1504 e il 1508. A 40 chilometri dal capoluogo toscano, Vinci, il borgo natale del genio. Qui, il Museo Leonardiano propone stabilmente macchine e modelli presentati con precisi riferimenti agli schizzi e alle annotazioni dell’artista, macchine da cantiere, tessili, orologi meccanici.

Uscendo dal Castello dei Conti Guidi che ospita il Museo e attraversando la piazza centrale del paese da cui svetta L’uomo di Vinci – la scultura di Mario Ceroli ispirata all’Uomo vitruviano –, si trova il nascente Centro della Fondazione Rossana & Carlo Pedretti che merita una speciale attenzione per la peculiare mostra Leonardo disegnato da Hollar, che svela un Leonardo grafico (designer si dice oggi) e lo impone come padre del genere della caricatura. La curatrice e direttrice del centro, Annalisa Perissa Torrini, non ha dubbi: “Le caricature sono un genere artistico del tutto nuovo, che Leonardo esplora per primo”. Il gioco di specchi è intelligentissimo: attraverso le raffinate incisioni seicentesche del praghese Wenceslaus Hollar, messe a confronto con le riproduzioni delle caricature disegnate da Leonardo, si invera un aspetto del maestro poco noto, già rintracciato dal Vasari: la sua fascinazione per il monstrum, l’eccezionale bruttezza al pari dell’eccezionale bellezza. Imperdibile la mostra lo è anche per due originali caricature di Leonardo e due di Francesco Melzi (1491-1570) pupillo e custode della memoria di Leonardo per i posteri.

Al borgo natale di Vinci fa eco Amboise in Francia, dove Leonardo trascorse gli ultimi tre anni di vita e morì nel 1519: dalle pagine de La Nouvelle Republique, Valérie Collet (assessore alla cultura) annuncia il prestito de L’ultima cena che uscirà per la prima volta dall’Italia. Anche la città di Tours ospiterà un’interessante esposizione sulle invenzioni musicali di Leonardo. La grandeur francese trova il culmine nella grande esposizione monografica al Louvre, che a settembre 2019 concluderà i festeggiamenti ma che ha già sollevato polemiche.

Nel 2017, l’Italia stipula con il museo parigino un accordo: il prestito della totalità dei dipinti di proprietà dello Stato italiano. A parte l’Adorazione dei magi che è inamovibile, si tratta (tra gli altri) de l’Uomo vitruviano dell’Accademia di Venezia, la Scapigliata dalla Galleria Nazionale di Parma, il Musico e il Codice Atlantico della Biblioteca Ambrosiana, il San Girolamo dai Musei Vaticani e l’Annunciazione dagli Uffizi. Ed è proprio Eike Schmidt da Firenze a spiegare che non daranno nessun quadro ma sono aperti al prestito di disegni, adottando la stessa regola del Louvre per La Gioconda. A lui fanno eco le vigorose dichiarazioni di Lucia Bergonzoni, sottosegretaria ai Beni culturali, che ricorda l’italianità di Leonardo e della sua opera e capta il rischio di mettere l’Italia al margine di un tale evento con questi prestiti. A Bergonzoni, su France24, lo storico dell’arte Pascal Brioist ricorda che “tutti i quadri in possesso della Francia sono stati venduti nel XVI secolo da Leonardo stesso”. A nome della Fondazione Pedretti (il professor Carlo Pedretti fu il massimo specialista di Leonardo, ndr) interviene anche Perissa Torrini: “I quadri italiani devono essere valorizzati dai musei che li custodiscono, specie in occasioni così importanti per un artista italiano. E ancor di più i disegni per la fragilità del supporto cartaceo”.

Non si sa ancora se la Veneranda Biblioteca Ambrosiana presterà o meno il Codice Atlantico, la superba raccolta di scritture e disegni ottimamente conservati universalmente riconosciuta come “La verità di Leonardo”, ciò che è certo è che il 18 dicembre ha inaugurato una mostra immancabile: I segreti del Codice Atlantico. Leonardo all’Ambrosiana che si declinerà per tutto il 2019 in quattro eclettiche sezioni.

Le polemiche, però, non sono mancate nemmeno in Spagna. La mostra Los rostros del genio (I volti del genio) inaugurata il 29 novembre alla Biblioteca Nacional de España che espone i codici Madrid I e Madrid II ha registrato un inaspettato successo e subito il curatore, il presentatore tv, Christian Gálvez, è stato accusato sulle colonne di El Pais dal Comitaté Español del Arte di mancanza di rigore e abuso della sua immagine professionale, cosa che avrebbe ridotto la mostra a “uno spettacolo vuoto”. A 500 anni dalla sua morte, Leonardo seguita a smuovere gli animi di tutti.

Facebook “spiava” gli utenti anche per Netflix e Amazon

Per anni Facebook ha consentito a circa 150 aziende, alcune di primissimo piano, di accedere ai dati dei suoi utenti. Lo scrive il New York Times in un articolo che pone il social, creato da Mark Zuckerberg, sul banco degli imputati. I partner hanno acquisito informazioni utili per rendere i propri prodotti più appetibili. Facebook, secondo il New York Times, avrebbe permesso a Bing – motore di ricerca di Microsoft – di accedere ai nomi degli amici degli utenti del social network senza alcuna autorizzazione. Netflix e Spotify, invece, sarebbero addirittura riusciti a leggere messaggi privati degli user. Ad Amazon – afferma il Nyt – sarebbe stato consentito di ottenere nominativi e altre informazioni.

Il dossier a cui fa riferimento il New York Times comprende documenti – elaborati all’interno di Facebook nel 2017- e interviste con circa 50 ex dipendenti del colosso di Zuckerberg.

Il quotidiano riporta anche le parole di Steve Satterfield, responsabile del settore privacy e public policy di Facebook per cui nessuno, tra gli accordi di partnership, ha violato la privacy degli utenti. Facebook, inoltre, non ha individuato alcun abuso attribuibile ai suoi partner.

Fuksas, la moglie e il premio “diviso”

In novembre, a Palazzo Taverna a Roma, tutto si era svolto per il meglio. L’architetto Massimiliano Fuksas, in compagnia della moglie Doriana Fuksas, aveva ricevuto il Premio alla Carriera dall’Istituto Nazionale di Architettura. Lectio magistralisdell’archistar sulla sua vita professionale, poi baci e sorrisi e tutto era finito lì. Ma il destino voleva che, proprio mentre Fuksas riceveva il premio, il gruppo di attiviste RebelArchitette, insieme al collettivo VOW Architects, facesse partire la campagna #timefor50, tempo di parità, con una ricerca che verificava la pietosa presenza delle architette donne agli eventi di settore. Una protesta a favore delle professioniste sconosciute perché prive di un cognome importante? Non proprio. Le “ribelli” decidono di lanciare una curiosa petizione, indirizzata ad Amedeo Schiattarella, Presidente dell’Istituto, “per conto di Doriana Fuksas”. La moglie dell’archistar, socia dello studio, sarebbe stata discriminata e sottovalutata, il premio avrebbe dovuto essere assegnato a entrambi. Sottoscrivono in parecchi, ad oggi circa 500. Tra loro, oltre alla figlia, anche gli stessi Massimiliano Fuksas e Doriana Fuksas, che firmano contro il premio che pure hanno ricevuto (e che non risulta essere stato restituito). Quando apprende la notizia, il povero Schiattarella sbianca. E giustamente si difende, facendo notare, intervistato da ArtTribune, che entrambi erano alla cerimonia di premiazione. “C’è un equivoco di fondo: noi non abbiamo dato un premio allo studio Fuksas. Abbiamo assegnato un riconoscimento personale, alla carriera di un architetto che, individualmente, celebra cinquant’anni di professione”. Raggiunta dal “Fatto”, Francesca Perani di VOW Architects spiega “che 25 anni di attività Fuksas li ha portati avanti con Doriana Fuksas” e che la stessa petizione era stata fatta nel 2013 a favore dell’architetta statunitense Denise Scott Brown, moglie di Robert Venturi. Dal canto loro, i due architetti ci rispondono che “la questione non deve essere focalizzata sul Premio”, perché “il problema è più ampio è complesso”. E non c’è dubbio che lo sia. Non si capisce infatti come mai le “ribelli” abbiano scelto come simbolo della loro (giusta) protesta una donna che ha preso il cognome del marito ultranoto. Né come non abbiano rivendicato il premio anche per la prima moglie di Fuksas, anche lei architetta. Né infine come non abbiamo dato un’occhiata – anche se è arduo trovare un vero e proprio cv vitae di Doriana Mandrelli in rete – ai titoli dell’archistar rosa. Dopo una prima laurea presso altra Facoltà, la laurea in Architettura, come recita il database dell’Ordine nazionale, arriva solo nel 2008 all’ESA di Parigi, l’iscrizione all’Albo nel 2011. Forse il premio alla carriera può aspettare?

Non solo pubblicità, il trucco di Chiara per spennare i fan

“Ma questa non può andare a lavorare come tutti?”. “Cosa sa fare nella vita?”. “Qual è il talento della tizia? Non me lo spiego!”. Tutti coloro che continuano a domandare sarcasticamente quale sia l’abilità di Chiara Ferragni oltre a quella di fingere di commuoversi quando ascolta l’ultimo singolo del marito, dovrebbero darsi una risposta semplice, sintetica, esaustiva: fare soldi. Capitalizzare tutto, guadagnare su ogni singolo frammento della sua attività ed esistenza. La Ferragni, da bambina, doveva essere quella che aveva il camper di Barbie e si faceva pagare il leasing da Skipper per poi subaffittarlo a Ken per le vacanze in Corsica a Ferragosto.

Ora, dopo aver pubblicizzato pannolini per il neonato, essere andata al parco con passeggino griffato, essersi fatta sponsorizzare il matrimonio da Alitalia e altre 20 aziende, aver pubblicizzato il nuovo disco del marito con i gratta e vinci con in palio una cena con i due, ha deciso che è arrivato il momento di diventare “docente”. Si dà ai corsi.

Esclusi quelli di filologia romanza e di fisica delle particelle per evidenti ragioni, ha deciso di radunare folle di aspiranti allieve per insegnare i segreti del suo make-up. Naturalmente non da sola – anche perché ha chi la trucca pure per andare a buttare l’umido sotto casa e credo che scambi i pennelli del trucco per delle Bic – ma in compagnia del suo truccatore di fiducia, tale Mameli, eroe del risorgimento del blush glitterato. L’appuntamento è il 9 febbraio, dalle 16 alle 20 al teatro Vetra a Milano. Per la cronaca, sono 500 posti a sedere. Ma soprattutto, per la cronaca, i biglietti hanno un costo compreso tra i 350 e i 650 euro. Roba che il concerto di Capodanno a Venezia alla Fenice con direttore d’orchestra Myung-Whun Chung costa 220 euro. Certo, nessuno lì ti insegna a fare dritta la riga dell’eye-liner, questo va detto. Morale: 500 posti moltiplicati per una media di 500 euro a biglietto sono 250.000 euro.

Ma cosa offrono in cambio di questa cifra la Ferragni e il suo incipriatore? Perché non so voi, ma se io pagassi un corso di trucco di 4 ore 650 euro, vorrei che qualcuno mi insegnasse come usare il fondotinta per uniformarmi l’incarnato, ok, ma pure per stuccare il cartongesso del bagno di servizio. E soprattutto, se io pagassi 650 euro, non dovresti insegnarmi a valorizzare i miei punti di forza. Dovresti polverizzare quelli di sfiga. Dovrei entrare al teatro Vetra col naso di Fiona di Shrek e grazie al sapiente gioco di luci e ombre realizzato con le ciprie di Mameli, dovrei uscire di lì col naso di Miriam Leone.

Comunque, i biglietti hanno tre fasce di prezzo: 350, 450 e 650 euro. Con quello da 350 euro si ha: a) una beauty bag con dei trucchi in omaggio. b) un posto a sedere in fondo al teatro perché i poveri, Chiara, devono guardarla da lontano c) l’accesso al “Californian buffet”, che se è ispirato alla dieta di Chiara tocca portarsi un panino prosciutto e formaggio da casa o alle otto di sera si finisce per succhiare il pennello del mascara. d) un attestato di partecipazione alla Masterclass così che tu possa appenderlo al muro e ricordare quanto sei stata minchiona a spendere 350 euro per continuare a truccarti da spogliarellista dell’est negli anni 80.

Poi c’è il biglietto da 450 euro che garantisce le stesse cose ma con un posto a sedere nel settore centrale del teatro che ti permette di accertarti che Chiara sia proprio Chiara e non una delle sorelle con la parrucca perché sei un po’ meno povera. Infine, c’è il biglietto da 650 euro che permette di entrare – pensate – fin dalle 14 in teatro (anziché dalle 16), di farsi truccare da una professionista Lancome (Mameli non infetta rossetti e matite-occhi destinati a Chiara con liquidi organici di ragazze povere), di sedersi nelle prime file e infine, udite udite, di avere una foto con Chiara e il suo truccatore. Una foto con la Ferragni alla modica cifra di 650 euro. Roba che costa meno il rullino fotografico originale “India 1978” di Steve McCurry. Va detto che il format è stato inventato da Kim Kardashian e dal suo truccatore che in America hanno realizzato vari tutorial-show dal vivo proprio sul mondo del make-up. “Vabbè ma chi ci va!”, direte voi. Martedì c’erano 37.000 persone in coda sul sito per l’acquisto dei biglietti.

C’è gente capace di vendere frigoriferi in Alaska. E poi c’è Chiara Ferragni, che il frigo in Alaska te lo vende con il set “pareo/infradito” dentro.

Permessi di lavoro limitati a un anno dopo l’uscita dall’Ue

Mentre Jeremy Corbyn si accapiglia con Theresa May – il leader laburista le avrebbe dato della “stupida”, ma poi rettifica – il governo si sta preparando al post-Brexit Londra limitando ai cittadini Ue un accesso preferenziale al mercato del lavoro britannico. È quanto sarebbe contenuto nel libro bianco sull’immigrazione post-Brexit che il governo britannico si appresta a presentare. In sostanza sarebbe introdotto un nuovo percorso per l’accesso ai visti di lavoro la cui durata sarebbe limitata a un anno. Per i lavoratori altamente specializzati, che dimostreranno un salario garantito di minimo 30 mila sterline all’anno, la durata del visto sarà invece di 5 anni. Anche la Commissione europea sta predisponendo una serie di misure per fronteggiare la Brexit. Una serie di 14 disposizioni che regoleranno trasporti, servizi finanziari e altri temi delicati.

Ignorato l’invito del presidente, la Fed aumenta i tassi dello 0,25%

Due cattive notizie per Donald Trump giungono dalla Fed, la banca centrale statunitense che ieri ha rivisto le stime sul Pil degli Stati Uniti in salita del 2,3% rispetto al 2,5% precedentemente stimato. In compenso viene stimata al ribasso l’inflazione, attesa il prossimo anno all’1,9% contro il 2% previsto in precedenza, mentre resta invariata la disoccupazione, che resta confermata al 3,5% alla fine del 2019. Ma quel che è peggio per il presidente Usa è che la Fed non ha dato retta al suo appello a lasciare invariati i tassi di interesse, mossa orientata a mantenere un vantaggio sul piano della politica monetaria. E così, al suo nono rialzo consecutivo dal 2015, la Fed ha aumentato i tassi di interesse dello 0,5% portandoli al 2,50%. Allo stesso tempo ha assicurato che le prossime “strette” nel 2019 non saranno tre ma soltanto due.

Albania, la rivoltà è studentesca

Julian Zhara è un poeta albanese, la rivoluzione degli studenti a Tirana, arriva in Italia attraverso la sua voce, benché Julian risieda a Venezia. Il movimento pacifico, inclusivo, apartitico che sta occupando il Boulevard dei Caduti per la Patria davanti al Parlamento, nella Capitale, nasce nelle università, il 4 dicembre scorso.

Tutti i dipartimenti delle università albanesi sono stati trascinati in una insurrezione prossima a quella degli anni 90, allora lo scudo eroico erano gli studenti a corpo nudo davanti ai celerini, per dimostrare contro il regime di Ramiz Alia. Stavolta è diverso, non ci sono armi o regimi. Ma c’è un oceano di giovani, uomini e donne, qualcuno arriva a piedi dai paesi vicini, una marcia epocale, ricorda quella dell’eroe nazionale Ismail Qemali (celebrato nei libri di storia), a piedi da Elbasan. Sono 50 mila in piazza. Studenti che rivendicano una piattaforma di otto punti. Ora in trattativa con il primo ministro Edi Rama. Il portavoce del collettivo è Ramzan Kola, è lui che riferisce a Julian, malgrado il tam tam si stia allargando vertiginosamente, grazie a una seconda rivoluzione che agisce sui social, sui blog. Chiediamo a Julian Zhara cosa stia accadendo, perché? “Le ragioni del movimento nascono da una legge ministeriale che prevede la tassazione del recupero degli esami universitari. Una tassa di 670 lek a credito, circa 5 euro – spiega Julian – che, considerando un esame da 12 crediti, equivale a 60 euro. Lo stipendio medio in una famiglia albanese corrisponde all’equivalente di 300 euro. Il potere contrattuale dei professori è enorme. Non sono mancati i tentativi d’infiltrazione di vari partiti, in particolar modo quelli d’opposizione: ma la protesta rimane apolitica, inclusiva. Per confermare la lotta contro un sistema e non contro il governo, non hanno chiesto le dimissioni del ministro dell’Istruzione, ma hanno stilato una lista di otto punti, non negoziabili. Chiedono di abbassare le tasse del 50%, più trasparenza nella gestione dei fondi e nella scelta dei docenti, con i curricula di dominio pubblico, condizioni migliori nelle biblioteche e studentati e un aumento della spesa statale alla voce istruzione”.

C’è da riflettere, un filo rosso sta bruciando alcune piazze europee, non solo Gilet gialli, pensiamo alle piazze romene, se ne parla meno forse, e adesso le casacche di matricole in Albania, nuove generazioni, che nascono in un nuovo tempo. Così in Albania vibrano neonate coraggiosissime rivendicazioni di legalità. “In questi giorni, sono emersi altri scandali, nell’Università di Valona”, prosegue Julian. Gli studenti hanno scoperto che cinque docenti non avevano nemmeno la licenza superiore. È stato denunciato un sistema di tangenti e favori sessuali. Per questo tra gli otto punti compare anche la voce trasparenza, la pubblicazione dei curriculum di ogni professore e così via”.

Intanto, qualche giorno fa, nella piazza della Capitale albanese, davanti il palazzo del governo, gli studenti hanno bruciato le bandiere dei tre partiti politici rappresentativi, Partia demokratie (destra), Partia socialiste, Lsi (Levzja socialiste per integrim).

Siria, il ritiro di Trump non piace ai generali

James “cane pazzo” Mattis, segretario alla Difesa degli Stati Uniti, è uno dei pochi pezzi da novanta dell’Amministrazione Trump che hanno finora resistito alle bizze e alle mattane del magnate presidente, tenendogli testa in più di un’occasione. Sulla Siria, i due non s’intendono proprio: le due volte che Trump ha ordinato azioni di forza dimostrative, bombardamenti missilistici politicamente immotivati e militarmente insignificanti, Mattis non era d’accordo e s’è sforzato di limitare i danni, scegliendo obiettivi poco sensibili e riuscendo soprattutto a evitare incidenti con i russi.

Adesso, Trump vuole venirsene via dalla Siria, perché – dice – la guerra contro l’Isis, il sedicente Stato islamico, è finita. Mattis, invece, punta i piedi: c’è ancora da fare e, soprattutto, non bisogna abbandonare i curdi, senza i quali gli integralisti sarebbero ancora a Kobane e fors’anche a Raqqa, alla mercé dei turchi, che non vedono l’ora di dare loro una lezione. Trump dà ai curdi il benservito “in trenta giorni”, il tempo del ritiro; e a Washington non si esclude che Mattis, stavolta, dia l’addio a Trump.

Il Wall Street Journal rivela che gli Stati Uniti stanno preparando il ritiro totale delle loro forze – poche migliaia di uomini – dal nord-est della Siria, dove sono concentrate: i funzionari americani hanno già iniziato a informare i partner dell’area del loro piano. Il New York Times racconta che, però, il Pentagono sta cercando di dissuadere la Casa Bianca da un passo giudicato prematuro e inopportuno, ma coerente con la linea di Trump di disimpegno da tutte le aree che non giudica vitali per gli interessi americani.

È vero che la guerra dura ormai da sette anni e mezzo, che l’Isis prima e gli insorti poi l’hanno persa, che il regime controlla di nuovo gran parte del territorio e che le tre potenze vincitrici, Russia, Turchia e Iran, si sono create loro aree d’influenza. Ma il ritiro americano lascerebbe i curdi esposti senza protezione a un’offensiva turca. Fonti militari hanno apertamente dichiarato al Nyt che un ritiro sarebbe “un tradimento” dei curdi i quali, infatti, già denunciano d’essere stati “pugnalati alla schiena”.

Ma Trump fa sempre le cose facili: “Abbiamo sconfitto l’Isis in Siria”, scrive su Twitter, come fosse una sua vittoria, affermando che la lotta al sedicente Stato islamico era “l’unica ragione d’essere lì”. Il Pentagono mette i puntini sulle i: “La lotta all’Isis non è finita (affermazione che pare pretestuosa, ndr), anche se la coalizione ha liberato alcuni territori che erano in mano ai miliziani”, dice Diana White, portavoce del ministero della Difesa, ammettendo però che gli Usa “stanno iniziando il processo di rientro delle truppe”.

Diversa la campana di Mosca, secondo cui la zona di Idlib è ancora sotto il controllo di Al-Nusra, una sigla vicina ad al Qaeda: lo denuncia la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, secondo cui “la cosiddetta amministrazione che hanno creato, un ‘governo di Salvezza’, si sta assicurando che qualunque simbolo di celebrazione del nuovo anno sia escluso dalla vita quotidiana perché offenderebbe i sentimenti religiosi”.

Russia, Iran e Turchia al termine di un incontro a Ginevra tra i ministri degli esteri con l’inviato speciale dell’Onu per la Siria, Staffan de Mistura, hanno espresso la loro determinazione a compiere i necessari sforzi affinché la prima sessione del comitato costituzionale per la Siria possa essere convocata all’inizio dell’anno prossimo. Il comitato costituzionale dovrà dare alla Siria una nuova Costituzione e lavorare in uno spirito d’impegno costruttivo e di compromesso per una soluzione al conflitto, recita la dichiarazione letta dal ministro russo Sergei Lavrov. Lui, il turco Mevlut Cavusoglu e l’iraniano Javad Zarif auspicano l’avvio di un processo politico, “guidato e controllato dai siriani con l’aiuto delle Nazioni Unite”.