La Francia alle prese con gilet e recessione

Giornate complicate per Emmanuel Macron. La vicenda dei Gilet gialli non si è ancora conclusa e ieri il governo ha reso note le misure che il presidente della Repubblica aveva annunciato nel suo discorso televisivo del 10 dicembre. Il problema più rilevante, però, è che secondo i dati resi noti dall’Istituto di statistica, l’Insee, l’economia francese è in forte rallentamento. La crescita al 2,13% avuta nel 2017 è ormai un ricordo visto che le previsioni per il 2018 vedono una progressione del Pil dell’1,5% e dell’1% per il 2019. Al momento l’Insee non offre alcuna stima sull’impatto che le misure fiscali e i nuovi provvedimenti presi per placare la piazza, e che costeranno alla Francia lo sforamento della soglia del 3%, avranno sulla crescita.

Con queste prospettive, dunque, Parigi deve rimodulare il suo programma di governo anche perché le elezioni europee inquietano non poco il partito di Macron, La Republique en Marche (Lrem). I deputati macroniani stanno cercando di capire meglio in cosa consiste e come li possa riguardare il “dibattito nazionale” sulla crisi sociale che Macron ha promesso in tv. Dibattito di cui ancora oggi non si conoscono i termini e che rischia di essere solo un ballon d’essai

degli umori dell’elettorato. Annunciato il 10 dicembre ora si dice che prenderà le mosse a metà gennaio, ma in termini di piccole riunioni nelle prefetture oppure, è un’altra delle ipotesi che il governo fa circolare, come ascolto dell’elettorato da parte dei sindaci. La confusione è evidente.

I sondaggi delle Europee, infine, non sono positivi. Secondo una stima Ipsos di qualche giorno fa, Marine Le Pen è l’unica a superare il 20% contro il 18% di Lrem, l’11% di Les Republicains (i gollisti) e il 9% de La France Insoumise di Jean Luc Mélenchon. Sotto la soglia del 5%, per eleggere eurodeputati, il Partito socialista, al limite della scomparsa. Un quadro di grande frammentazione in cui Macron sembra solo e assediato.

 

Macron-Benalla: niente sesso. Dietro l’affaire la mafia russa

L’affaire Benalla torna a turbare le giornate di Emmanuel Macron. Rubricato da retroscena e vignette umoristiche come un affare “di sesso”, il legame con l’ex responsabile sicurezza del presidente della Repubblica, reso celebre dalle immagini di violenze e pestaggi compiuti contro i manifestanti del 1º maggio 2018, torna alla ribalta per possibili legami con la mafia russa. Il quotidiano online Mediapart, infatti, ha reso pubblico un pagamento da parte dell’oligarca russo, Iskander Makhmudov, a uno dei sodali di Alexandre Benalla, Vincent Crase, anch’egli nello staff presidenziale. Il pagamento via bonifico fa riferimento al nome “Jupiter”, soprannome di Macron.

La società Mars. Il bonifico, di 294 mila euro, è datato 28 giugno 2018, periodo in cui Crase si trovava ancora alle dipendenze dell’Eliseo, come responsabile della sicurezza. Quei soldi sono stati versati a beneficio della società Mars e una parte è stata poi dirottata a Crase, mentre un’altra parte è andata a remunerare la società Velours di cui, tra il 2013 e il 2015, è stato socio anche Benalla. Il versamento a Mars evidenzia nel riferimento il nome “Jupiter” che è il soprannome utilizzato da Emmanuel Macron. Mars, curiosamente, è stata fondata nel 2017 subito dopo la vittoria di Macron alle Presidenziali e poco prima che Crase fosse assoldato dalla sicurezza dell’Eliseo. La vicenda non ha dato luogo finora a nessuna inchiesta, ma la domanda sui rapporti tra i due francesi che hanno avuto un sodalizio professionale al servizio del presidente della Repubblica e un uomo di affari russo dal profilo inquietante restano.

Mediapart, infatti, ha ricostruito la storia di Makhmudov.

I legami con la mafia. Arricchitosi in seguito alle privatizzazioni post-sovietiche, l’oligarca vanta un patrimonio di 6,5 miliardi di euro, ed è proprietario di numerosi possedimenti in Francia e di industrie in Russia. Ma Makhmudov è anche sospettato da molto tempo di essere personalmente legato al gruppo criminale moscovita Ismajlovskaya. Secondo i documenti recuperati da Mediapart, l’uomo d’affari uzbeko appare in diverse inchieste in giro per l’Europa, in particolare in Spagna dove vige un’inchiesta su una sua azienda accusata di riciclaggio di denaro proveniente da attività criminali.

Secondo l’atto di accusa spagnolo del 2009 Makhmudov è accusato di “associazione illecita” con il gruppo criminale Ismajilovsky e di riciclaggio di capitali. Un altro atto di accusa, del 2015, lo definisce in “legame diretto” con Guennadi Petrov, presunto capo di Tambovskaya-Malychevskaya, il più importante gruppo criminale russo. Il legame è comprovato da numerose intercettazioni telefoniche in cui, l’oligarca, con il soprannome di “Cinese”, viene tirato in causa da Petrov dicendo che ora “comincerà a pagare”.

Interpellato da Mediapart, José Grinda, il procuratore anticorruzione spagnolo, dice che “esistono abbastanza prove per incolpare Makhmudov”, ma il giudice Fernando Andreu ha preso la decisione “di trasmettere il dossier al tribunale russo nel quadro della Convenzione europea sulla trasmissione delle procedure repressive. Ma dopo il suo trasferimento in Russia l’inchiesta è stata insabbiata.

Benalla si conferma dunque come un personaggio “oscuro” nella vita politica di Macron, elemento che viene confermato anche dalla notizia pubblicata ieri ancora da Mediapart sui contatti tra l’ex collaboratore del presidente della Repubblica e il braccio destro di Nicolas Sarkozy, Alexandre Djouhri, anch’egli indagato per il dossier sui finanziamenti alla Libia e che ha confermato ieri i suoi incontri a Londra con Benalla. Incontri contemporanei al riavvicinamento in atto tra Macron e Sarkozy, che sta facendo discutere ampiamente la stampa francese.

da 420 a 15 mila euro: Il mercato è unico ma le soglie all’uso del contante no

Il contante è la benzina che alimenta l’infiltrazione delle organizzazioni criminali nell’economia pulita, specialmente attraverso le false fatturazioni. Il denaro sporco è sempre cash e se nel ripulirlo non deve cambiare forma, si semplifica la vita ai criminali. “In un mercato unico come quello europeo, coesistono soglie di contante diverse”, spiega Michele Riccardi, uno degli autori dello studio MORE dell’Università Cattolica, finanziato dalla Commissione europea. “Si va dai 420 euro in Slovenia ai 15 mila in Slovacchia. Aiuterebbe averne una unica per due motivi: il contante aiuta il riciclaggio e ha un effetto distorsivo su tutta l’economia”, aggiunge. Il contante che circola senza freni attrae investimenti che vengono dall’economia sommersa, che resta esentasse (dai pagamenti in nero alle mazzette). Così accade che i criminali da tutta Europa scelgono di comprare un’auto di grossa cilindrata in Germania, oppure un orologio d’oro a Malta, dove non esistono limiti ai pagamenti cash. Alla lista si aggiungono Gran Bretagna, Cipro, Estonia, Finlandia, Svezia, Irlanda, Lituania e Paesi Bassi. “Non è una mappa Europa del Sud contro Europa del Nord, è una situazione più complessa”, prosegue Riccardi. “Anche Paesi ‘virtuosi’, come la Svezia, mostrano schemi di infiltrazione molto simili a quelli delle mafie italiane, anche se con diversi attori criminali”. La situazione si aggrava se si aggiunge una consistente economia sommersa. Le analisi di Transcrime indicano che il 55% delle transazioni europee – legittime e illegittime – avvengono in contanti, mentre ci sono Paesi come Romania e Bulgaria, i più esposti su questo fronte, dove la percentuale arriva all’85-86%. Tra i casi giudiziari analizzati nella ricerca, ce ne sono due esemplari per il nesso contante-economia criminale. Il primo riguarda una gang di motociclisti di Stoccolma. Nel 2014 il loro obiettivo era costruire una rete di aziende nei settori di costruzione e trasporti attorno a una società di fatto vuota. Il sistema apparentemente legale sarebbe stata una mega-lavatrice di denaro sporco con cui ripagare i membri della gang. Per metterlo in piedi, l’organizzazione ha assoldato un primo prestanome (a bassissimo costo) dall’estero: sono bastati 40 euro e un viaggio pagato. La “sua” società non ha mai erogato davvero alcun servizio, ma continuava a emettere false fatture per pagamenti di forniture e personale. In tutto hanno fatto circolare circa 6,3 milioni di euro, in una rete di quasi 50 società, comprese alcune che si sono aggiudicate subcontratti in appalti pubblici. Una storia che suona familiare, anche alle nostre latitudini. L’altro caso riguarda la presunta infiltrazione del clan Laudani (Cosa Nostra) a Milano. Secondo l’analisi di Transcrime, l’organizzazione aveva costruito un complesso sistema di società e consorzi di cooperative. Il sistema era alimentato da società colluse che emettevano false fatture per ripulire il denaro destinato agli stipendi agli affiliati e alle famiglie dei mafiosi in prigione. Di recente il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha detto che le mafie italiane possono “tenere duro qualche mese o qualche anno”. Una sua vecchia proposta, in realtà, parrebbe invece favorire il contagio tra economia legale e criminale: “Sono contro ogni tipo di coercizione – affermava all’incontro di Confesercenti la scorsa settimana –. Fosse per me, sarei per abolire il limite alla spesa in denaro contante perché ognuno è libero di spendere il denaro del suo conto corrente come vuole, dove vuole, pagando quello che vuole”. Quella proposta un effetto l’ha avuto: la legge di Bilancio, pur non cambiando il limite dei pagamenti a 3 mila euro, ha aumentato da 10 a 15 mila la soglia per i beni legati al turismo.

Criminali di tutti i paesi Ue, unitevi!

Giurisdizioni opache, segreto bancario, marcato uso di denaro contante, strutture societarie complesse. Sono solo alcune delle vulnerabilità presenti nei Paesi dell’Unione europea che vengono sfruttate al massimo da mafie e criminalità organizzata del Vecchio continente, non solo italiane. Lo scopo è sempre il solito: fatturare e far sembrare che l’origine dei soldi sia legittima. Il rapporto MORE di Transcrime, il centro interuniversitario dell’Università Cattolica, è un’istantanea su un continente dalle marcate differenze nei sistemi economici che, a seconda del Paese coinvolto, rappresentano terreno fertile per le mafie. Tra gli insospettabili, un ruolo di primo piano è ricoperto dalla Germania. Il motore economico dell’Unione europea è infatti descritto come “luogo ideale per persone giuridiche utilizzate dalla criminalità per nascondere proventi illeciti”. “Nel Paese c’è una consapevolezza crescente dell’infiltrazione criminale”, afferma Michele Riccardi, uno dei ricercatori del centro, “ma restano alcune vulnerabilità, come l’assenza di limiti ai pagamenti cash e alcune opacità sul lato della struttura proprietaria delle imprese”. Questo lo rende storicamente un luogo attrattivo soprattutto per le mafie italiane: una presenza quindi non solo fisica, ma anche economica. La Germania è anche uno dei sei Paesi europei con la maggiore “esposizione offshore”: il 19% degli azionisti di aziende tedesche proviene infatti da Paesi elencati dalla Ue nella ‘lista grigia’ dei paradisi fiscali. Ci sono 65 giurisdizioni, tra cui Panama, l’Isola di Man oppure Jersey.

Il progetto, co-finanziato dalla Commissione europea, si pone l’obiettivo di quantificare la distanza tra criminalità organizzata e i crimini dei cosiddetti “colletti bianchi”, esperti del settore economico-finanziario come notai, commercialisti, avvocati. Nel loro operare, le mafie europee sembrano prediligere Paesi onshore, geograficamente più a portata di mano. La ricerca infatti ridimensiona il mito secondo cui vi sia una concentrazione di flussi verso paradisi nei Caraibi o in Estremo Oriente. In Europa c’è l’imbarazzo della scelta. Romania, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Cipro, Malta, Regno Unito non sono solo facili da raggiungere ma anche più vicini culturalmente, utilizzano la stessa valuta e le lingue e le regole sono simili.

“Ci sono Paesi ancora molto indietro in materia di antiriciclaggio e altri ancora troppo opachi per quanto riguarda i registri delle imprese”, sostiene Ernesto Savona, direttore di Transcrime. Malta, Olanda e Lussemburgo, per esempio, sono in cima alla lista dei Paesi con strutture societarie complesse. Un criterio che se preso da solo non costituisce un allarme, ma quando è accompagnato a una forte segretezza nel settore finanziario costituisce una fragilità di cui approfittare. Nascondere i veri beneficiari di un’azienda nonché i capitali generati è prioritario per la criminalità organizzata. Quanto un Paese sia particolarmente appetibile per la criminalità economica lo si intuisce anche dal numero di azionisti stranieri nelle sue aziende. Transcrime utilizza questo e altri criteri per creare un indice secondo il quale a ciascun Paese viene assegnato un punteggio in base al proprio livello di segretezza. Il FSS (Financial Secrecy Score) mette in testa il Regno Unito, seguito da Olanda, Romania, Cipro e Malta. L’Italia figura al 23º posto in Europa e al 107º nel mondo.

Il rapporto indica poi due tendenze che convivono, per quanto opposte. Vengono definite sommersione e frammentazione. La prima è tipica delle organizzazioni che infiltrano politica ed economia. La seconda invece delle organizzazioni violente, capaci di controllare pezzi di territorio. “In Italia coesistono, come dimostrano casi come il processo Aemilia o quello sulla presunta infiltrazione nella Fiera di Milano dove è molto chiaro il fenomeno della sommersione. Le mafie entrano in affari con imprenditori compiacenti ed entrambi ne traggono vantaggi”, prosegue Savona.

L’apparenza di legalità, tipica della sommersione, che riduce anche il tasso di violenza della criminalità, contribuisce ad aumentare la zona grigia e ad accorciare le distanze tra criminalità organizzata ed economia legale. Il fenomeno non è però funzionale a soli fini economici e di riciclaggio, ha anche una valenza sociale. Aiuta i criminali ad apparire legittimi e a ottenere consenso, offrendo lavoro e creando opportunità per la popolazione. Una pratica nota in Italia ma ormai diffusa anche nel resto dell’Europa. Così le mafie cinesi, tra le più attive quanto a infiltrazione nell’economia pulita in Italia Francia e Spagna, si concentrano nei settori della ristorazione, del commercio all’ingrosso e nei locali di massaggi. I gruppi criminali dell’Est Europa prediligono invece locali notturni e l’industria dei trasporti. In quelle russofone, i dati raccolti raccontano di forti investimenti nel settore immobiliare in Francia, Spagna, Portogallo, Italia e Germania di cui però è spesso impossibile risalire ai veri beneficiari.

C’è poi il lato più visibile, fatto di traffici e violenza. L’Europol contava 3.600 gruppi criminali organizzati nel 2013. Nel 2017 sono diventati 5.000. “È dovuto all’emergere di network criminali più piccoli, micro-gang che non entrano in attività quali, per esempio, la gestione di appalti ma preferiscono il cybercrime, le frodi o trafficare in beni di consumo”, evidenzia Riccardi. Sono grandi consumatori di beni di lusso, poiché utili a riciclare denaro e a ostentare ricchezza. Le evidenze maggiori in questo frangente si sono registrate a Londra, Parigi e Napoli.

In Italia emerge anche un’altra nuova tendenza, legata al ruolo delle donne nelle imprese criminali. Secondo il rapporto MORE, quelle proprietarie di aziende sono il doppio nelle società confiscate per mafia che in quelle dell’economia legale. Sono donne anche un terzo degli azionisti di aziende legate alle mafie. Di queste, soltanto il 2,5% è stato condannato per reati di associazione mafiosa.

De Caprio vince al Tar: “Ultimo” riavrà la scorta cancellata

Il Tar del Lazio “restituisce” la scorta al colonnello Sergio De Caprio, il Capitano Ultimo che arrestò Totò Riina. Il Tribunale amministrativo regionale ha infatti accolto il ricorso di De Caprio contro il ministero dell’Interno per l’annullamento, previa sospensiva, di tutti gli atti relativi alla revoca della misura di protezione, disposta il 3 settembre scorso. Il ricorso verrà trattato nel merito l’11 giugno prossimo. Secondo i giudici amministrativi “al sommario esame proprio della presente fase” di giudizio, “si ravvisano i presupposti per l’accoglimento dell’istanza cautelare, dovendosi assegnare preminenza, allo stato, nel bilanciamento degli opposti interessi, al mantenimento del dispositivo di tutela in favore” del Capitano Ultimo, “nelle more della decisione sul merito del ricorso”. Proprio martedì la questione della scorta di Ultimo era tornata alla ribalta: a ridosso della casa famiglia fondata dal colonnello, che ospita attualmente nove minori in località Tenuta della Mistica alla periferia est di Roma, è stata infatti incendiata un’autovettura risultata rubata. Secondo alcuni si è trattato di un avvertimento, considerate le numerose minacce ricevute da De Caprio negli anni da parte di Cosa Nostra.

Per il perito può stare in carcere ma è ai domiciliari in convento. Le vittime si appellano al Papa

“Imploriamo il Santo Padre e le istituzioni italiane a nome delle vittime di don Conti, che ancora aspettano sia fatta giustizia. Dalla Chiesa e dallo Stato arrivi conforto e sostegno in maniera concreta a questi giovani e alle loro famiglie che tanto hanno sofferto”. A lanciare l’appello Roberto Mirabile e l’avvocato Nino Marazzita, rispettivamente presidente e presidente onorario de la Caramella Buona, Associazione riconosciuta Parte Civile nel processo a carico del prete pedofilo don Ruggero Conti, attualmente ai domiciliari in un istituto religioso nonostante la condanna subita in giudicato a 14 anni e due mesi di carcere per violenze accertate su sette ragazzini (più altri casi prescritti).

La Chiesa non si è mai pronunciata ufficialmente su questo caso giudiziario ormai chiuso che però ancora fa gridare allo scandalo, perché all’ex parroco per sfuggire la galera è bastato scappare nel settembre del 2017 in taxi da una clinica psichiatrica dove si trovava ricoverato vicino Roma: era stato emesso infatti nei suoi confronti un mandato di cattura a seguito di una perizia psichiatrica che non riconosceva al prete la presunta grave depressione in base alla quale gli erano stati concessi i domiciliari, ma dal momento che la sua fuga era terminata a Milano il caso è diventato di competenza territoriale del tribunale del capoluogo lombardo, che ha di nuovo scarcerato il pedofilo. “Abbiamo appreso dal libro La Preda, della giornalista Angela Camuso (editore Castelvecchi, ndr) – continuano Mirabile e Marazzita – che l’ultima perizia psichiatrica aveva definito il sacerdote un simulatore e manipolatore in condizioni di salute compatibili con i centri clinici interni dei penitenziari. Chiediamo una risposta chiara e univoca anche da parte delle istituzioni italiane e ricordiamo che i ragazzi abusati da don Conti non hanno mai ottenuto né dal sacerdote, né dalla Curia, né dalla Santa Sede il dovuto risarcimento”. La nuova edizione de La Preda è stata presentata ieri a Roma nella sede della Fnsi, il sindacato dei giornalisti italiani.

Il triste primato della “Leonessa”, la città più inquinata d’Italia tra smog, rifiuti e inceneritore

Peggio di così potrebbe ancora andare a Brescia, la città con l’aria più inquinata d’Italia, seguita da Torino (mentre a Viterbo c’è l’aria più pulita), secondo l’ultimo rapporto dell’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale (Ispra). Ma l’aria non è l’unico problema che affligge la città, che rientra tra i 40 siti d’interesse nazionale perché l’industria chimica Caffaro per circa quattro ha sversato nelle falde acquifere PCB e diossine. “La situazione va peggiorando, non fermano le autorizzazioni e si fanno troppo poche bonifiche” sostiene Mara Galanti dell’associazione “Mamme volanti”. Brescia e l’area intorno è piena di cave, discariche più o meno ufficiali, rifiuti interrati, industrie siderurgiche, un inceneritore che brucia rifiuti da 20 anni e due centrali a carbone non ancora dismesse. Un’altra componente dell’associazione, Rosa Cerotti, spiega che il loro comitato riceve poche risposte e spesso negative: “Facciamo parte del tavolo di lavoro “Basta Veleni”, abbiamo incontrato tutte le istituzioni fino al ministro dell’Ambiente Costa a cui abbiamo sottoposto la nostra moratoria per spostare a fra cinque anni l’apertura di un altro impianto per il trattamento dei rifiuti e ci è stato detto che è impossibile. E abbiamo perso un ricorso al Tar”. Alcuni anni fa le donne si fecero questo nome, “volanti”, perché a bordo di un piccolo aereo monitorarono dall’alto quale la fosse la situazione del loro territorio, anche perché alcune di loro hanno visto i proprio figli ammalarsi. “La nostra aria, il nostro suolo e la nostra acqua sono compromessi a livello sostanziale” afferma un’altra “mamma volante”, Raffaella Giubellini. “E adesso si vedono anche aberranti spot in favore degli inceneritori” prosegue “nonostante gli studi epidemiologici non riescano a descrivere in pieno la realtà che si vede andando in certi reparti”. Il dottor Tarcisio Prandelli, socio dell’Isde, elenca quali malattie colpiscano le fascepiù deboli della popolazione. “Patologie del fegato, linfomi, malattie respiratorie. Ma la vera emergenza saranno i neonati che nasceranno da madri già malate per l’inquinamento”.”

Il decreto Sicurezza scioglie la Libera Orchestra Popolare

La musica è finita. Addio concerti. Un giorno i ragazzi della Libera Orchestra Popolare di Marsala si sono guardati intorno e hanno visto mezzo palco vuoto: venti musicisti se n’erano andati. E Mamadou e Keyta con le loro chitarre? Scappati dall’Italia per non essere rispediti in Africa.

Era nato quasi per scommessa: “Un anno fa nel centro sociale di Marsala ci eravamo trovati con tutti questi ragazzi”, racconta Salvatore Inguì, 55 anni e un barbone brizzolato, che si divide tra il lavoro di assistente sociale per la giustizia minorile e l’impegno per Libera di Luigi Ciotti, “C’erano minori stranieri non accompagnati, ma anche ragazzi di quartiere, ospiti di comunità psichiatriche e giovani in area penale”, espressione tecnica per indicare quei ragazzi che devi decidere se abbandonare al loro destino o provare a salvarli. Difficile, però, trovare qualcosa che li legasse: giovani che parlano lingue diverse, cresciuti in villaggi dell’Africa e in quartieri a volte non meno disperati delle nostre città. Finché qualcuno ha avuto un’idea: le note. Ricorda Salvatore: “Ci siamo detti: proviamo con un corso di musica. Abbiamo lanciato un appello alla gente e in pochi giorni ci siamo ritrovati con trenta chitarre, dieci djembe (i tamburi africani) e una batteria”. All’inizio li hanno messi tutti in una grande stanza ed è stato un bel casino. Ma poi, lezione dopo lezione, è nata un’armonia: le chitarre non andavamo più ognuna per conto suo, i tamburi segnavano davvero il ritmo, la batteria picchiava il giusto. Non erano più soltanto quaranta ragazzi, venti italiani e venti africani, proprio quelli arrivati con i gommoni. Adesso erano un’orchestra. Ed ecco le prime offerte per fare concerti.

Prima tappa a Trappeto (Palermo). Eccoli che suonano, i volti tutti concentrati. Poi un attimo di silenzio aspettando con il cuore in gola la reazione del pubblico. Alla fine il lungo applauso. “Non dimenticherò mai le lacrime sulla faccia di quei ragazzi”, racconta Salvatore. Suonavano reggae, Bob Dylan, musica italiana e africana. Perché, forse ce lo dimentichiamo, anche dall’altra parte del Mediterraneo hanno musiche stupende come le melodie maliane della famiglia Traoré. Anche di là dal mare scrivono libri: avete mai letto Tram 83 di Fiston Mwanza Mujila?

Certo, non è tutto facile in questa Italia divisa in due: i giornali siciliani riportano notizie di giovani migranti cacciati dalle spiagge, di episodi di intolleranza e razzismo. Ma tanti corrono a vedere la Libera Orchestra Popolare.

Finché è arrivato il grande invito: suonare a Milano al teatro Smeraldo (una volta era un tempio della musica, oggi c’è Eataly). Subito sono cominciate le prove, ore e ore a suonare per non mancare all’appuntamento.

Ma un giorno, dopo il decreto Salvini, ecco arrivare la lettera: “Mamadou, che era ospite di un centro di accoglienza, ha ricevuto la comunicazione che entro un mese se ne doveva andare. Altri semplicemente sono stati cacciati. In pochi mesi nella nostra zona da 30 comunità siamo passati a meno di dieci”, spiega Inguì. A ogni prova una sedia in più rimane vuota: se ne va Keyta che era arrivato dal Gambia. Dopo aver rischiato la vita nei lager libici e sul gommone non poteva essere rispedito a casa. È andato in Francia, come Mamadou.

C’erano riusciti, da quaranta ragazzi erano diventati un’orchestra. Ma adesso la musica è finita.

Conflitto di interessi: “È una priorità”. Fico chiede una legge

La leggesul conflitto di interessi “resta una priorità”. A dirlo è Roberto Fico, intervenuto ieri alla cerimonia per gli auguri di Natale alla stampa parlamentare. Il presidente della Camera ha ribadito così un concetto già espresso nel discorso di insediamento, e ripreso più volte anche da altri esponenti del Movimento: “Non può funzionare così. E non è una legge solo riferita a Berlusconi o a Mediaset ma a tutta la vita pubblica del Paese. Serve una legge forte, seria e vera”. Fico è intervenuto anche sul tema dei finanziamenti all’editoria, su cui il sottosegretario 5Stelle Vito Crimi ha promesso notevoli tagli in tempi brevi: “Hanno creato un flusso economico in parte ingiusto e ingiustificato; ma questo non significa che le piccole cooperative e i piccoli giornali non debbano essere aiutati dallo Stato”. Nel corso dell’evento, il presidente della Camera ha anche ripetuto il suo No al Tav: “Benissimo sia le piazze Sì Tav che quelle No Tav, ma non è che da presidente della Camera ho cambiato idea rispetto a quando andavo in piazza nel 2005”.