Freccero sovranista Il verbale segreto sulla nuova Raidue

Carlo Freccero ricorda Dorian Gray. Nonostante l’età (è del 1947), il neo direttore di Rai2 sembra non invecchiare mai. Ciuffo ribelle non troppo incanutito, vulcano d’idee e parole, abbigliamento sbadato ma in realtà curatissimo, sempre sintonizzato sulle ultime tendenze della tv e della comunicazione. A differenza del personaggio di Oscar Wilde, i diavoli con cui Freccero ha stretto un patto non sono ultraterreni e rispondono al nome di Luigi Di Maio e Matteo Salvini. È anche grazie al loro benestare – oltre a quello dell’ad Rai Fabrizio Salini, suo maggiore sponsor – che Freccero si ritrova oggi, dopo 22 anni, di nuovo al comando di Rai2. Traendo da ciò nuova linfa vitale che lo fa apparire ringiovanito nell’anima e nel corpo.

E Freccero è piombato su Rai2 come un uragano. Con passo svelto, la mattina percorre le poche decine di metri che dividono l’abitazione dove vive, nel quartiere Prati a Roma, dall’ingresso di Viale Mazzini, da cui uscirà solo a tarda sera. Le sue prime giornate di lavoro sono state scandite dallo studio dei palinsesti, da riunioni continue (tutte verbalizzate) e da decine di email spedite ai suoi capistruttura. Coi quali, si racconta, gli scontri sono continui. Freccero, si sa, respira televisione da più di trent’anni e quando si trova di fronte a qualcuno che non ritiene alla sua altezza (quasi tutti), si irrita. “Errore, errore, errore…!”. “I miei studenti ne sanno di più…!”, gli è stato sentito dire. Non rilascia interviste, nonostante le richieste, ma dissemina innumerevoli tracce nei corridoi aziendali. E qualche briciola, grazie a una manina interna alla Rai, è arrivata anche a noi. Un verbale di una delle sue riunioni in cui emerge l’identikit della Rai2 che verrà.

La rete che Freccero ha in mente sarà un canale generalista e sovranista, fortemente italiano. Per questo dalla prima serata spariranno alcune serie tv americane, come NCIS, che verranno relegate al day time. Banditi anche titoli ed espressioni in inglese. I programmi d’informazione dovranno avere contenuti legati alla realtà del nostro Paese perché, si legge nel documento, “una tv generalista nasce dalla sua memoria storica”. Per questo motivo ha stabilito un filo diretto e continuo con la direttrice di Rai Fiction, Tinny Andreatta. Col direttore del Tg2 Gennaro Sangiuliano, poi, dicono si sia preso al volo. Perché, gli è stato sentire dire, “tra irregolari, io di sinistra e lui di destra, ci s’intende”. Così ci sarà spazio a dirette di cronaca gestite dal Tg perché, scrive Freccero, “l’informazione, quando racconta la storia, vince sulla programmazione”.

Così come andranno in diretta i grandi eventi sportivi. Il rapporto col direttore di Raisport, Auro Bulbarelli, viene definito “fraterno”. Freccero ha però chiesto lo slittamento della Domenica sportiva alle 23 perché altrimenti, si legge nel documento, “si fa un danno al prime time della domenica e alla stessa Ds”.

Ma la rivoluzione non si ferma qui. Ci sono programmi da cambiare e altri da tagliare. Punto di vista, finestra informativa del Tg2, sparirà perché, secondo quanto scritto dal neo direttore in più di una email, “fluttua nel palinsesto del venerdì sera senza motivazione, né giustificazione”. Su Nemo, nessuno escluso, invece, l’intenzione è di trasformarlo in un nuovo programma, I Duellanti, dove – come nel film di Ridley Scott – due esponenti politici di opposta fazione si affronteranno su un tema che sarà presentato con servizi alternativi rispetto al mainstream ricorrente.

Night Tabloid, l’appuntamento condotto da Annalisa Bruchi, sarà probabilmente ribattezzato Povera Italia e affronterà il rapporto tra economia e politica, con spostamento dal lunedì al mercoledì sera (23.20). Cambiamenti in vista anche per i palinsesti mattutini e notturni, perché “è inseguendo una buona programmazione all’alba e nelle ore piccole che si può recuperare uno 0,25% di share giornaliero”, scrive Freccero ai suoi collaboratori. Nuovi programmi d’informazione in prima serata per ora non ce ne saranno. Sull’intrattenimento, invece, il neo direttore si sta battendo per avere una nuova edizione di The Voice a marzo.

È una ricetta complessa quella che Freccero ha in serbo per Rai2, dove i temi cari al governo gialloverde saranno l’ingrediente comune delle diverse pietanze, dall’informazione allo show time. Con tempi necessariamente stretti, perché il suo contratto, in quanto già pensionato, dura un anno e non contempla nemmeno una retribuzione: ha solo un rimborso spese. Ma volete mettere il balsamo giornaliero di essere tornato, ancora una volta, al centro della scena? Non assicura l’eterna giovinezza, ma poco ci manca.

La manovra lo certifica: è il governo del cambiamento

Ora che è finita bisogna riconoscerlo: questo è davvero il governo del cambiamento. Si parla della manovra di finanza pubblica 2019-2021 e, per apprezzare l’ardita novità che è insieme ideologica e costituzionale dell’esecutivo, bisogna prima mettere in fila i fatti. Si era partiti dalla sfida moderata al Fiscal Compact: deficit 2019 al 2,4% per piazzare due bandierine elettorali (reddito di cittadinanza a metà prezzo e quota 100 tenendo intatta la legge Fornero), è finita con l’invenzione del centesimo di Pil (2,04%), la rinuncia a 37 miliardi di spese nel triennio in parte garantita, andasse male, da aumenti dell’Iva. L’abituale “pareggetto” con la Commissione modello Renzi: quelli chiedevano un calo del disavanzo strutturale dello 0,6%, i gialloverdi un aumento dello 0,8%, ci si accorda per lo zero e ognuno se la canta come crede. Pure le previsioni di crescita sono state riportate a un più potabile 1% per l’anno prossimo: tutto giusto, condiviso, più piddino del Pd. Qual è la novità allora? Si chiederà il lettore. Questa: negli anni scorsi questa pantomima avveniva tra settembre e ottobre e poi il Parlamento faceva finta di legiferare, adesso invece la manovra arriva direttamente in aula da Bruxelles e i rappresentanti della nazione, come al Colosseo, possono solo alzare il pollice a comando. È o non è un grande cambiamento? Finalmente tutti sanno quanto contano i Parlamenti se delocalizzi la politica monetaria e quella fiscale. Però tra un po’, se ti entra un ladro in casa, potrai sforacchiarlo come al tirassegno. Son soddisfazioni.

“Settemonnezze”, Il marcio Capitale

“E sur trono/ trema la gran reggina/ settemonnezze”. Roma, dunque. Monnezze e buche stradali, fra tragedia e farsa, ora tradotta dal dibattito sull’esercito da impiegare o meno in sede di fori stradali. Sempre Roma, allora: buche e bucone, ma pure le villette di orrido gusto nonché abusive (da oltre vent’anni) dei Casamonica, la povera Desirée Mariottini nella “monnezza” di San Lorenzo, le bande di Mafia Capitale, l’Ostia del clan Spada.

Comunque la Roma di oggi, ovvero la “gran reggina settemonnezze” come nei versi di Mauro Marè (1935-1993), considerato il maggiore poeta romanesco dell’ultimo Novecento. Roma di oggi, violenta, regina di “monnezza”, che è la scena principe dei romanzi di Mario Quattrucci, classe 1936, uno dei nostri migliori e assai misconosciuti narratori di Roma e dell’ex Bel Paese. Perché Roma, scrive nell’ultimo libro che si intitola Troppo cuore ed è pubblicato da Robin, “si può abbellire e ripulire quanto vuoi, puoi levà le croste e il nerofumo dai muri delle chiese e delle case, cambià persiane, riscialbare intonaci, buttà li stracci e vestitte da signore ma come fu al tempo di Augusto Imperatore, così è oggi: sotto i profumi di Gucci e gli aromi di curry di kebab e di supplì, tra sushi e happy hour, Roma puzza. Puzza de monnezza umana e materiale, alita macuba, cocaina, sturba d’odor de fogna come il fiume: sangue e merda. Roma settemonnezze…, come dice il Poeta”.

Ignorato dai critici/recensori per amici dei cosiddetti giornaloni, e lontano da accademie & società letterarie, Quattrucci racconta la Roma del crimine privato e pubblico e anticipa i giorni odierni, in molti casi; lo fa a partire dalla fine degli anni Novanta, quando cominciò a scrivere i suoi romanzi. Una Roma nuda e cruda, ritratta nel marciume, ma pure in qualche lampo di non morta (ma disperata, agonizzante) bellezza. A lungo dirigente del Pci , “autorottamato” nel 1991, come ama dire, e giornalista, narratore, poeta, ha fatto della Capitale il teatro amato e odiato dei suoi libri. Attraverso il personaggio di Gigi Marè, commissario amaro e disilluso, poi pensionato inquietissimo, di democratico sentire e agire, ripercorre il romanzo criminale di Roma e dell’Italia. Tutto ciò tra stragi e mafie, politici corrotti e servizi segreti deviati, massonerie, poteri occulti e palesi, alti prelati amici dei fascisti (come il croato Stepinac); e spacciatori di droga e giustizieri, belle (e belli) di giorno e di notte, i migranti e i loro sfruttatori, la mala albanese e la nostra della Magliana, i tangentisti della sanità e dei rifiuti, gli investigatori onesti e gli investigatori servitori di più padrini. I suoi gialli letterari ambientati in rioni, borgate e quartieri svariati della città, da Monti a San Saba, dal Latino-Metronio a Testaccio, di forte impegno civile e politico, fanno incontrare Georges Simenon, o Leo Malet, con il Carlo Emilio Gadda di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, passando per i sonetti di Giuseppe Gioachino Belli e per le poesie di Mauro Marè, il non casuale omonimo del commissario. Quattrucci svela fatti e misfatti di una Città Eterna, “gran reggina settemonnezze”, appunto, che però è nel contempo lo specchio e la capitale dell’Italia delle mafie, della corruzione politica e delle stragi di Stato. “Se però si deve guardare”, scrive in È normale, commissario Marè, “al male più grande, al crimine più vasto e odioso, a ciò che di più terribile è stato generato in Italia – e cioè il crimine contro lo Stato Repubblicano, contro la Costituzione, contro la Democrazia – allora bisogna, ahinoi, proprio a Roma guardare”. E in una intervista di qualche tempo fa, alla rivista Vivavoce, aveva detto: “Nei miei romanzi, dunque, narrando storie particolari, vicende private, delitti domestici o per così dire al minuto, non posso fare a meno di rivelarne il legame e la contiguità con la storia del nostro amatissimo Bel Paese e con il marciume e i delitti che cela. O, quantomeno, con la dissipatio vitae e, cadute certezze e ideali, il decadimento sociale e umano che stiamo vivendo. Ecco perché, nelle avvertenze redazionali, uso dire che nei miei romanzi la storia narrata è di totale invenzione ma il resto è tutto vero”.

Per raccontare una Roma e un’Italia del genere ci voleva una lingua non banale, un barocco popolare postmoderno adeguato a fatti e misfatti. Quattrucci la declina in un linguaggio, in una struttura sostanza-forma, che s’inserisce nella tradizione plurilinguistica cara a Gianfranco Contini, che va da Teofilo Folengo e dal Ruzante al Belli e al Gadda del Pasticciaccio. Lingua colta e dialetto, la “favella di Roma”, pertanto, e gerghi, neologismi, fusione di scorie dei parlati odierni dal burocratese resistente ai social, che innervano l’anema e core, la testa e la pancia, dei romanzi, tutti editi da Robin: da Hai perso, commissario Marè a Fattacci brutti a via del Boschetto, da Una vedova per Marèa Nelle immediate vicinanze.

La “favella di Roma”, tuttavia, non è soltanto lingua e narrazione del marciume. Quattrucci se ne serve per dare voce all’altra città, l’altra Roma che non dimentica la Resistenza a Porta San Paolo e il luglio del 1960. Dà voce accorata e non rassegnata a quanti, ha ricordato più volte, “praticano come Marè la virtù più difficile, la montaliana virtù della decenza, e di fronte al crimine e al delitto cercano caparbiamente e umanamente semplicemente la verità”. Ossia “quella grande parte di romani che sempre si oppose e si oppone all’affarismo e alle trame, alla viltà e al tradimento di forze politiche dominanti e di settori deviati dello Stato, i cui nomi e cognomi quasi mai sono romani e molto spesso, invece, del Nord”. Non è tutto perduto. Anche se, dixit Marè-Quattrucci, “le molte collusioni, corruzioni, deviazioni, distrazioni, infiltrazioni massoniche, riscontratesi nei vari corpi dello Stato (polizia, carabinieri, guardia di finanza, servizi segreti) ci dicono che la lotta è sempre aperta e non ancora vinta. A Roma, poi, più che altrove”. La vicenda di Stefano Cucchi insegna qualcosa, no?

Inno di Mameli il riscatto di un precario

Giuseppe Prezzolini (1882-1992) diceva che “in Italia non c’è nulla di più definitivo del provvisorio e nulla di più provvisorio del definitivo”. Parole, queste, che spesso e volentieri hanno trovano fondamento. Ma c’è qualche eccezione. Non a caso Umberto D’Ottavio, già sindaco di Collegno (Torino) e deputato del Pd, ha scelto la citazione prezzoliniana come filo conduttore della battaglia parlamentare con cui ha contribuito a fare sì che il Canto degli Italiani, o Inno di Mameli, sia diventato nel dicembre del 2017, con la legge numero 181 approvata all’unanimità, l’inno nazionale. D’Ottavio ha affidato a un piccolo libro – L’Inno di Mameli. Una storia lunga 170 anni per diventare ufficiale (Neos Edizioni, pagine, 100, euro 12) – il racconto di come Prezzolini, una volta tanto, sia stato smentito. Anche se ci sono voluti quasi due secoli.

Fu nel 1847 che il patriota sardo-ligure Goffredo Mameli, morto giovanissimo (non aveva ancora compiuto 22 anni) nella difesa della Repubblica Romana, scrisse le parole del canto, facendole musicare dal genovese Michele Novaro, maestro dei cori dei teatri Regio e Carignano di Torino. Lo scrittore Anton Giulio Barrili ricordò che, una sera di novembre del 1847, venne raggiunto nell’abitazione torinese del patriota Lorenzo Valerio dal pittore Ulisse Borzino. Quest’ultimo gli consegnò un componimento di Mameli. Novaro lo lesse, abbozzò un tema, e poi, a casa sua, compose l’inno. Il battesimo avvenne a Genova il 10 dicembre 1847, quando lo eseguirono sul piazzale del santuario della Nostra Signora di Loreto, a Oregina.

A suonare fu la Filarmonica di Sestri Ponente, in occasione della celebrazione della rivolta contro gli austriaci di un secolo prima. Divenuto popolare durante il Risorgimento, ma messo in un angolo nell’Italia unita dall’inno sabaudo, cioè la Marcia Reale, il Canto degli Italiani poté essere l’emblema musicale della nazione, sia pure provvisorio, solo nel 1946. Il consiglio dei ministri del 12 ottobre, presieduto da Alcide De Gasperi, ne acconsentì l’utilizzo come inno nazionale della Repubblica. “Su proposta del ministro della Guerra”, venne annunciato, “si è stabilito che il giuramento delle Forze Armate alla Repubblica e al suo Capo si effettui il 4 novembre p.v. e che, provvisoriamente, si adotti come inno nazionale l’inno di Mameli”.

E provvisorio rimase, per antico vizio italico, o italiota, fino al 2017. Restò tale, nota il professore Paolo Bianchini nel libro di D’Ottavio, “come l’esame di maturità, le case per i terremotati, i precari delle scuole pubbliche”, anche “perché nessuna componente politica aveva davvero interesse a sostenere le ragioni e, quindi, a farsi carico del suo triste stato di incompiuto”. Non solo. Dagli anni Cinquanta in avanti si è cercato di fare fuori l’inno scritto da Mameli, per sostituirlo; dalla proposte di nazionalizzare il Va’ pensiero di Verdi alla volontà di cambiarlo comunque, che vide tra gli alfieri Bettino Craxi e Umberto Bossi, fino all’ideona di Michele Serra, rammenta D’Ottavio, di rivedere il testo del povero Mameli “in italiano moderno”.

Finalmente D’Ottavio, deputato nella XVII legislatura, si è fatto promotore della legge. Scoprendo che i suoi colleghi, in molti casi, erano del tutto ignoranti sulla precarietà del Canto degli Italiani, e che in altri, come per l’onorevole Gian Luigi Gigli (già con Scelta Civica e poi con Stefano Parisi), il Risorgimento fu operazione “mazziniano-massonica”. “Raccogliendo le firme per presentare la legge”, racconta D’Ottavio, “ho capito che moltissimi parlamentari non sapevano che l’inno, nella sua imponenza, fosse in realtà provvisorio”.

A Milano si vive benissimo: in centro e con 3 mila euro

Milano è il posto migliore in cui vivere, spiegano i nuovi Pangloss ai Candidi che, con nonchalance, abbozzano, fanno l’ape e vivono al calduccio, lontani dai concerti di Sfera Ebbasta. Mostra di saperla lunga, Pangloss, ma non sa nulla di geolocalizzazione: così non sta a sottilizzare, Montenapo e il Corvetto per lui pari sono. Milano è la città prima in Italia per qualità della vita, dice la classifica stilata dal Sole 24 Ore. Solo un mese fa era stata resa nota un’altra classifica, compilata dall’Università Sapienza e da Italia Oggi, secondo cui Milano era invece al 55esimo posto. Silenzio sulla classifica di novembre, trombe e tamburi per quella in cui è prima: Milano gode di buona stampa e, patria delle pierre, sa vendersi benissimo.

Confrontando le due classifiche si capisce che i risultati dipendono dai criteri utilizzati, dagli indicatori impiegati. Intendiamoci: Milano è una città dove si vive benissimo, dove i trasporti funzionano, dove è facile intessere relazioni e vivere esperienze culturalmente interessanti. È l’unica metropoli europea in Italia, e per di più di dimensioni così ridotte da non essere strangolata dall’estensione che rende difficile governare una struttura urbana troppo vasta. Chi poi come me a Milano ci è nato e cresciuto l’ama incondizionatamente, tanto che la difendeva dai detrattori quando, tanti anni fa, non era di moda incensarla, ma era anzi normale biascicare che era una città brutta e grigia. L’amore vero, unito a uno sguardo intelligente, permette di vedere le contraddizioni e fa scattare il rigetto per la melassa retorica con cui Milano viene raccontata oggi, peggio che ai tempi della “Milano da bere”.

Milano è bella, in centro. A Milano si vive bene, se si abita non troppo in periferia e non troppo lontano dalle linee del metrò. A Milano si sta benissimo, se si ha una casa di proprietà e uno stipendio di almeno 3 o 4 mila euro al mese. Altrimenti si sente che è una delle metropoli più care d’Europa. È vero che le statistiche dicono che i prezzi qui sono in linea con quelli delle altre grandi città europee e che Londra è più cara di Milano; ma è vero anche che – lo provano le ricerche internazionali – a Milano (e in Italia) gli stipendi sono di molto inferiori alla media internazionale.

Milano è una città bellissima. Ma è – specchio dei tempi – una metropoli in cui le disuguaglianze sono cresciute e l’ascensore sociale si è bloccato. È la città di via Montenapoleone, del centro, dell’Isola, dei Navigli, di piazza Gae Aulenti, di Citylight e dei nuovi distretti pieni di locali per l’aperitivo e di ristoranti per ottime cene. Ma è anche il Corvetto e il “bosco della droga” di Rogoredo, le periferie dimenticate e gli edifici abbandonati e degradati in cui trovano riparo centinaia di fantasmi, di uomini invisibili, immigrati o senza tetto. È la città in cui le code alle mense dei poveri si allungano ogni anno per la presenza di italiani senza lavoro e senza reddito. È, infine, l’aria più inquinata d’Italia.

Il primo posto in classifica ha scatenato la soddisfazione dei politici locali e del ceto sociale che li sostiene e li vota. “Vedete? I gufi che sanno solo criticare sono smentiti”. Non si rendono conto del disagio che cresce nelle periferie, della rabbia che cova tra gli esclusi. Pensano che sia una buona idea buttare soldi per riaprire i Navigli, dopo aver bloccato per anni parti di città per costruire una linea metropolitana (la M4) che peserà sui bilanci comunali per decenni ed è sostanzialmente inutile (almeno nel tratto che passa in piazza San Babila, la zona più servita di Milano). Ballano sul Titanic, felici del primo posto in classifica. Speriamo che la disillusione non arrivi troppo presto e che il risveglio non sia troppo brusco.

Il Csm smemorato sull’anticorruzione

Come ho già espresso in più sedi, ritengo che questa riforma non sia sufficiente a risolvere i problemi della giustizia, eppure non sono affatto d’accordo su alcune critiche al ddl Anticorruzione, che vengono espresse nel parere del Csm.

1) Richiamando il documento della Commissione ministeriale Fiorella, il Csm finisce per sostenere che l’istituto della prescrizione sarebbe un fattore di accelerazione dei processi, perché induce i giudici a celebrarli più in fretta per non farli prescrivere. Ne consegue che la nuova legge, secondo questa tesi, li allungherebbe. Ora non si può dimenticare che la durata del processo è legata anche e soprattutto all’esercizio di diritti e facoltà dell’imputato. Dimenticando di scrivere che è l’imputato ad avere l’interesse e gli strumenti per arrivare alla prescrizione, indirettamente si fa affermare al Csm che la durata dei processi è esclusiva responsabilità dei magistrati. Che è ciò che sostengono taluni detrattori: mi sembra una forma di autolesionismo gratuito.

2) Si sostiene che siccome una rilevante parte dei processi si prescrive in fase di indagini, questa riforma non incidendo su quella fase, ma dalla sentenza di primo grado, sarebbe inutile.

Il dato numerico delle prescrizioni durante le indagini è vero, ma va precisato. Non si dice nel parere che una enorme quantità di notizie di reato giungono quando stanno già per prescriversi. Immaginiamo che l’Inps mandi un blocco di 500 denunce di illeciti relativi all’anno 2012. In un caso del genere non avrebbe senso mandare avanti questi processi con i costi che ciò comporterebbe: si preferirà farli prescrivere prima, piuttosto che procedere a inutili udienze e notifiche. Se si utilizza in modo acritico questo argomento, ancora una volta, in modo indiretto, si fa riconoscere al Csm che la responsabilità di queste prescrizioni è colpa dei pubblici ministeri.

Appare singolare infine che non si dia alcun giudizio sulla efficacia della precedente riforma sulla prescrizione (la cd riforma Orlando) – affermandosi che 2 anni sono un termine troppo breve per dare un giudizio – mentre della riforma che deve ancora nascere si dà un giudizio negativo sulla base di valutazioni piuttosto opinabili.

Occorre perciò interrogarsi su quale sia il ruolo del Csm con riguardo a questi pareri: il suo compito è quello di dare valutazioni che riguardano il corretto funzionamento della giustizia, non certo di dare i voti a governi e parlamenti. Sotto questo aspetto appare ancor più singolare il contenuto critico del parere di Csm, se esso viene messo in relazione a come il Csm ebbe a esprimersi rispetto ad altre riforme di cui appare quantomeno discutibile l’apporto al buon funzionamento dei processi. Per richiamare la memoria sarà utile leggere i precedenti pareri del Csm sulla riforma Orlando che pure conteneva alcune norme che avevano fatto molto discutere in tema di funzionalità della giustizia. Il 20 maggio e 11 novembre 2015 il Csm si espresse così. Sulla prescrizione aveva detto: “In sostanza, la modifica auspicata avrebbe senz’altro un rilevante immediato effetto di deflazione del numero di processi penali in primo grado ed in sede di impugnazione, così offrendo spazi e risorse maggiori per la loro generalizzata più rapida e tempestiva definizione”.

Sulle impugnazioni (ricordo solo che era stata votata l’abolizione dell’appello incidentale del pm, ultimo deterrente al ricorso strumentale dell’appello dell’imputato) aveva scritto: “Tanto premesso, la filosofia di fondo che anima la riforma merita sicuro apprezzamento nella misura in cui la medesima dovrebbe, con adeguata organicità e razionalità, riallineare le norme processuali allo scopo primario della celerità della risposta giudiziaria”.

Sulle intercettazioni: “La norma è chiaramente volta a realizzare una migliore conformazione della disciplina vigente in tema d’intercettazioni telefoniche rispetto alla libertà di cui all’art. 15 Cost., quale ampliamento e precisazione del fondamentale principio di inviolabilità della persona umana”. Per non parlare dell’incredibile riforma sull’obbligo di definizione dei procedimenti da parte del pm entro tre mesi dalla conclusione delle indagini con possibile avocazione del procuratore generale. Una disposizione il cui unico effetto sarebbe stato quello di paralizzare gli uffici, che prevedeva un avvitamento interno con trasferimenti delle medesime competenze da un ufficio organicamente più dotato (la Procura della Repubblica) a uno meno dotato (la Procura generale). Ho cercato il parere del Csm sul punto, ma non l’ho trovato. Certamente avrò cercato male. Ma quel che è certo è che per ovviare ai danni che avrebbe prodotto quella specifica riforma, poi entrata in vigore, il Csm ha dovuto adottare una risoluzione il 16 maggio 2018, con cui si è dovuto arrampicare sugli specchi per evitare che tutti i pm italiani si trovassero nelle condizioni di subire un procedimento disciplinare per non aver realizzato ciò che una legge dello Stato imponeva.

Mail box

 

Salvini non sa fare il ministro, Mattarella ripensi alla nomina

Era evidente sin dall’inizio che Salvini era del tutto inadeguato a ricoprire il ruolo di ministro dell’Interno, che richiede equilibrio e riservatezza, doti a lui del tutto sconosciute, essendo l’intolleranza e la propaganda i caratteri distintivi della sua ascesa politica. Ciò è stato ampiamente confermato in tutti i suoi comportamenti da ministro, talvolta ai limiti della legge, utilizzati per incrementare il consenso elettorale anche a rischio di compromettere delicate operazioni giudiziarie. La sua totale inconsapevolezza di quel che il suo incarico richiederebbe è ben rappresentato dalle cordiali esternazioni con il capo di una tifoseria calcistica, condannato per gravi reati. Non si può poi tralasciare il fatto che egli continua a rivestire i panni di segretario della Lega, ruolo che esercita in modo disinvolto anche nei palazzi istituzionali. Un partito, che al di là dei cambiamenti di nome, è stato definitivamente giudicato colpevole di aver distratto soldi dello Stato per ben 49 milioni di euro, senza dimostrare tra l’altro di volerli restituire, anzi prendendo in giro magistrati e cittadini con il proponimento di farlo in circa ottant’anni. A questo punto il Capo dello Stato, che ritenne inopportuno l’incarico a un certo dicastero di una nota personalità del mondo accademico, dovrebbe porsi seriamente anche il problema di Salvini.

Loris Parpinel

 

Il Pd difende il Parlamento, ma per primo lo ha svuotato

Il Partito democratico lamenta che il parlamento è stato esautorato, ma è il sistema che il Pd ha inaugurato anni fa con i suoi governi. Ora si lamenta che questo sistema è ingiusto, truffaldino e irrispettoso di eletti e elettori. Il Pd ha ragione ma quando si apre il vaso di Pandora non si sa dove si finisce. Anzi, sì: si finisce male. E chi sono questi che fanno i duri twittando e insultando quando sarebbe meglio tacere e si genuflettono quando invece sarebbe l’ora della fermezza? Sono quelli che abbiamo votato ma non so se lo hanno capito. Devono buttare i telefoni, devono fuggire dai giornalisti e dalle telecamere e devono andate a lavorare che sono ben pagati.

Vareno Boreatti

 

Berlusconi farà sempre danni In troppi, però, lo rimpiangono

Quadro perfetto di B. e del berlusconismo quello di ieri sul Fatto scritto da Massimo Fini. Coincide perfettamente con quello che ho pensato anch’io per 25 anni dell’imbonitore di Arcore, lanciato da Craxi Bettino e sponsorizzato/controllato da Cosa Nostra tramite Dell’Utri. Difficile trovare un personaggio così nella nostra storia recente. Continuerà a produrre effetti nefasti, anche se marginalizzato, per ancora una o due generazioni di teleutenti delle sue televisioni infettate dal suo “stile” corruttivo. Riesce ancora a imbonire e farsi votare, come un male minore! dai soliti interessati a difendere i loro privilegi. Ho almeno la soddisfazione di poter dire che ho sempre rifiutato a sua televisione. Vedere oggi Scalfari o altri opinionisti famosi considerarlo come il male minore rispetto ai Cinquestelle per la democrazia e l’ economia fa davvero cadere le braccia (o solo compatire la senescenza) a riprova del berlusconismo interiorizzato. Almeno il Fatto mantiene il suo anti-berlusconismo.

Marzio Campanini

 

CdB mente consapevolmente: servono controlli più severi

La scusa di Carlo de Benedetti che se avesse avuto la soffiata giusta avrebbe investito molto di più dei 5 milioni è la più grande bufala che anche un investitore principiante capirebbe come tale. Il mercato delle banche popolari è sempre stato un mercato asfittico con pochissimi titoli trattati per cui i 5 milioni già dovevano fungere da campanello d’allarme. Mi meraviglia, invece, che a oggi nessuno abbia pensato di mettere i riflettori su quelli che viene menzionato nell’editoriale del direttore di ieri, anche se la Consob non è la Sec americana.

Lettera firmata

 

Caso Battisti: la fuga di notizie complica l’arresto

Appena dal Brasile è arrivata la notizia che il presidente neoeletto avrebbe concesso l’estradizione, il signor Battisti si è dileguato, forse espatriato anche se il territorio è decisamente vasto . Questa volta potrebbe aver fatto tutto da solo, nessun appoggio da parte di presidenti europei. Possibile quindi che non si sia proceduto all’arresto o al fermo preventivo di Cesare Battisti prima di dare la notizia? Avremmo evitato di mandare un aereo militare che ora è fermo in attesa di imbarcare un passeggero che probabilmente non arriverà mai.

Andrea Bucci

 

I NOSTRI ERRORI

Nell’edizione di ieri, a pag. 11, in uno degli articoli sul caso di Matteo Salvini che dà la mano all’ultrà Luca Lucci (“Anche gli agenti attaccano: ‘È inammissibile’”), abbiamo fatto confusione sulla vicenda di Ciro Esposito, il tifoso napoletano ucciso il 3 maggio 2014 a Roma dove si giocava la finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina. Per l’omicidio è stato condannato in via definitiva l’ultrà romanista Daniele De Santis. Gennaro De Tommaso detto “Genny ’a carogna” non c’entra nulla. Ce ne scusiamo con gli interessati e con i lettori.

F. Q.

Un uomo solo al comando dell’occhiuta “Smart City” orwelliana

Si apprende da alcuni quotidiani che il sindaco di Firenze potrà presto accedere a un programma elaborato dalla locale università, che dovrebbe fornirgli in tempo reale un’enorme mole d’informazioni sugli avvenimenti urbani: dalle strade intasate alla situazione dei parcheggi e persino sugli umori dei cittadini-utenti di Facebook, Twitter e Instagram. Una specie di grande occhio sulla città di orwelliana memoria, però – attenzione – consultabile solo dal sindaco in persona. Si compie così un altro gradino verso quella forma di organizzazione amministrativa, che prende il nome di Smart City e che offre la possibilità di scavalcare la delicata rete di pesi e contrappesi che è alla base dell’istituzione comunale. Ci chiediamo a questo punto a cosa serviranno Giunta e Consiglio comunale quando un sindaco, in perfetta solitudine, sarà l’unico ad avere accesso a informazioni di prima mano? Il problema in gioco, infatti, è il concetto stesso di rappresentanza… Chi controllerà il sindaco? E soprattutto come e quanto lui si lascerà influenzare dall’umore degli internauti cambiando e ricambiando la decisione per andare incontro al piacere del popolo del web, o per influenzarlo? Il marchio di una città d’arte vale miliardi: uno dei tanti prodotti dell’avventura globale della mercificazione del territorio. Il consumo sopra ogni altra opportunità. Orwell diceva che “l’Ortodossia è inconsapevolezza”, non vorremmo che il futuro fosse proprio quello dell’uomo solo al comando.

Quella delle telecamere è un’ossessione, per i sindaci di Firenze. Ma a giudicare dal disastro di “Firenze secondo ME”, è decisamente più pericoloso stare davanti che dietro a queste famose telecamere. Per i sindaci, o ex sindaci, intendo: per tutti gli altri è decisamente preoccupante l’idea del Grande Occhio che vede “tutto”. Intendiamoci: è in gran parte (pessima) propaganda, perché né Dario Nardella né i suoi successori avranno molto tempo da passare a guardare le vite degli altri cittadini. Tuttavia, l’idea è profondamente sbagliata, e la sua analisi, caro Lensi, è perfetta: da una parte c’è la retorica post-democratica dell’uomo solo al comando, legittimata una legge (quella dell’elezione diretta dei sindaci) che bisognerebbe avere il coraggio di contestare dalle fondamenta. E dall’altra c’è l’orrenda convinzione che il decoro urbano si identifichi con la monetizzazione di un brand che non tollera i diversi: poveri, rom, migranti. Sorvegliare e punire, avrebbe detto Foucault. Fortuna che ci sono gli hacker…

Via libera del Csm: la Finocchiaro va in pensione

Il Consiglio superiore della magistratura ha deciso di accogliere la richiesta di Anna Finocchiaro di andare in pensione. Si chiude con il collocamento a riposo, il caso dell’ex senatrice dem che sarebbe dovuta rientrare in magistratura dopo che il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede aveva deciso di non avvalersi della sua collaborazione con funzioni amministrative al Dipartimento per gli affari di giustizia di via Arenula. Dove la Finocchiaro era stata destinata a giugno da Palazzo dei Marescialli su sollecitazione dell’ex Guardasigilli, Andrea Orlando e senza attendere il placet del nuovo ministro pentastellato. Per settimane al Csm ci si era interrogati sul che fare e in particolare sulla questione del suo ricollocamento in ruolo in un ufficio giudiziario. Classe 1955, magistrato dal 1981, aveva abbandonato la toga già nel 1987 per la politica quando era stata eletta alla Camera nelle file del Pci. Da allora non aveva più abbandonato il Parlamento fino alla mancata ricandidatura alle ultime elezioni.

Carceri, si riparte dai “gruppi anti-rivolte”

Si è preso cinque mesi di tempo per capire e poi, il 5 dicembre, Francesco Basentini, da fine giugno capo del Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ha messo nero su bianco le sue critiche al sistema, che ha carceri senza direttori da anni o proposte come quella di istituire squadre speciali. Il Basentini pensiero si legge nel documento riservato, che Il Fatto ha potuto visionare, sulle “linee programmatiche”. La prima cosa che salta all’occhio, a pagina 13, è proprio il progetto di costituire un nucleo speciale anti rivolte carcerarie. Un’iniziativa che fa tornare alla memoria i cinque agenti della polizia penitenziaria feriti nel carcere minorile di Catania il 5 settembre da detenuti furiosi per il trasferimento di un loro compagno.

Il 17 settembre, neppure due settimane dopo, Basentini forma un gruppo di lavoro ad hoc per realizzare la sua idea: “Gruppi di intervento operativo, dotati di equipaggiamento idoneo ad affrontare ogni possibile evento critico, addestrati per l’utilizzo di tecniche operative, che tutelino la propria incolumità e quella dei detenuti”. Inoltre, il 20 settembre, ripristina i corsi di autodifesa “per la polizia penitenziaria impegnata in difficili e spesso rischiosi servizi”. Al nuovo capo Dap non piace l’andazzo delle nomine dei direttori dei penitenziari e dei Provveditorati. Sembra convinto che ci siano stati criteri che non hanno a che fare con il merito né con le reali necessità del Dap e creano vuoti pericolosi. Usa parole diplomatiche, ma il senso è chiaro: “Sono stati seguiti in molti casi criteri particolarmente singolari e non comprensibili. Ad esempio, alcuni istituti sono tuttora privi di comandante come Aosta, Saluzzo, Sondrio, Sassari mentre in altri penitenziari o presso i Provveditorati sono stati destinati diversi Commissari. In questo anomalo contesto generale è altresì accaduto che alcuni Commissari siano stati ‘distaccati’ al Dap o ai Provveditorati o a uffici esterni”. Idem gli Ispettori. Quindi, ci vuole un cambio di rotta “urgente” e un “meccanismo premiale” per le “sedi disagiate”.

Basentini punta il dito pure sui costi sempre crescenti della traduzione dei detenuti in tribunale per l’udienza di convalida e propone le videoconferenze, uno strumento molto caro all’ex Commissione presieduta da Nicola Gratteri (inascoltata) sulla Giustizia. “La previsione per fine anno – denuncia – è che il costo sarà di oltre 20 milioni di euro per circa 30 mila detenuti”. Il cambio di passo riguarda anche la comunicazione interna con la piattaforma “Calliope”: giro di vite sui destinatari perché “spesso è indiscriminata”.

Altro punto dolente sono le cosiddette Rems, nate al posto degli ospedali psichiatrici giudiziari. Sono “insufficienti”, 30 con 600 posti complessivi, distribuite a capocchia. Risultato? Molti detenuti con problemi psichici sono in penitenziari comuni dove “si sono dovute attrezzare (e non sempre ci si è riusciti) articolazioni psichiatriche”. C’era già Basentini quando una detenuta di Rebibbia, il 18 settembre, ha ucciso in carcere i suoi due bimbi. Nella relazione il capo del Dap scrisse che la detenuta “era stata più volte segnalata per alcuni comportamenti sintomatici di una preoccupante intolleranza verso i due piccoli” e il personale aveva sollecitato “accertamenti anche di tipo psichiatrico”. Ma il Dap, spiega oggi, può fare ben poco, dato che le strutture dipendono dalle Regioni: solo “attività di sensibilizzazione” contro “il torpore del sistema”.

A proposito dei detenuti, rivela un fatto poco noto: “Un numero elevato resta in carcere pur avendo i requisiti di legge” per chiedere di uscire. A loro verrà data una “brochure informativa”. Basentini è anche convinto che ci voglia una maggiore rotazione del personale, almeno ogni 7 anni, per garantire “efficienza” e che non debba essere più il direttore del personale ad avere potere di nomina dei dirigenti.