La Lega (con Pd e Forza Italia) salva la senatrice dal processo

La Giunta per le autorizzazioni a procedere di Palazzo Madama ha detto no al Tribunale di Verona, che invece avrebbe voluto tanto processare la senatrice della Lega Cinzia Bonfrisco, accusata di aver favorito un amico imprenditore con la sua attività parlamentare in cambio di utilità varie, tra cui il pagamento di una vacanza in Sardegna. Un gesto di “cavalleresca cortesia” si è difesa Bonfrisco. “Salvata” da un vasto fronte di senatori, da quelli della Lega a Forza Italia, passando dal Pd, che in particolare in Giunta ha ritenuto sussistente il fumus persecutionis ai danni della senatrice. Semaforo verde ai magistrati solo dai parlamentari del Movimento 5 Stelle, finiti però in minoranza.

Ma di cosa era accusata la senatrice del Carroccio? Di aver favorito con interventi legislativi e attraverso l’organizzazione di incontri con vertici istituzionali l’imprenditore Gaetano Zoccatelli, direttore generale del Consorzio Energia Veneto (CEV). “Con tale condotta – secondo i magistrati di Verona che contestano i reati di associazione a delinquere e corruzione per atto d’ufficio – la senatrice promuoveva il sodalizio criminoso fornendo un contributo decisivo allo sviluppo del CEV e alla sua espansione”. Grazie al “concreto interessamento” all’iter legislativo che consentiva al Consorzio di rientrare tra le 35 grandi stazioni appaltanti, “presentando un emendamento a sua firma” e “parlando personalmente con la relatrice del disegno di legge in questione (Raffaella Mariani, ndr) al fine di garantire le modifiche favorevoli al CEV” e alle società Global Power Spa e E-Global Service Spa, riconducibili sempre a Zocatelli.

Dal suo benefattore (già condannato per turbativa d’asta nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti assegnati dal CEV proprio alle due società), la Bonfrisco “indebitamente riceveva”, sempre secondo gli inquirenti, il pagamento del famoso soggiorno estivo in Costa Smeralda presso il Villaggio Tanca Manna per lei, la madre, il nipote e una sua amica dal 10 al 23 agosto del 2015; ma anche l’assunzione di una persona “dietro sua richiesta presso la E-Global Service Spa il cui legale rappresentante era Zocatelli”; la corresponsione sempre dietro sua richiesta di un bonifico pari a 4.000 euro disposto il 26 maggio 2015 dall’imprenditore amico per finanziare la campagna elettorale di Davide Bendinelli, il “delfino” della parlamentare candidato alle amministrative per il Consiglio regionale del Veneto.

Argomenti che non sono bastati a convincere la Giunta del Senato. Dove serpeggiava il timore che il caso Bonfrisco e il suo interessamento nei confronti del CEV, potesse offrire ai magistrati il grimaldello per scardinare lo scudo dell’insindacabilità delle “opinioni” garantita ai parlamentari dall’articolo 68 della Costituzione. Già nella scorsa legislatura, del resto, a favore della senatrice era stata messa in campo l’artiglieria pesante: non solo era stato sollevato il conflitto di attribuzione di fronte alla Corte Costituzionale rispetto alle istanze dei magistrati. Ma era stata rievocata persino la buonanima di Giuliano Vassalli.

Che nel 1971, in Giunta, ma a Montecitorio, era stato relatore di una pratica sul caso di un deputato balzato agli onori delle cronache perché accusato dalla Procura di Roma di aver accettato la promessa di una ingente somma di denaro: 275 milioni di vecchie lire, se fosse riuscito a far approvare due proposte di legge che avevano a che fare con gli apparecchi di gioco. Vassalli riusci a convincere tutti salvando il deputato dalle grinfie dei magistrati con un parere citato anche nel caso Bonfrisco. E in cui si legge: l’esercizio delle funzioni parlamentari “è sempre obiettivamente lecito e non può essere oggetto di giudizi diversi da quelli di natura politica rimessi al Parlamento e al corpo elettorale”.

 

Bologna, un database su trent’anni di stragi e misteri

Il primo passo per un database completo dei misteri italiani a portata di clic è stato fatto a Bologna con la digitalizzazione di un milione di atti di dei 18 processi su stragi, terrorismo ed eversione giudicati dalla Corte d’assise di Bologna dal 1971. È durato otto anni il passaggio dal cartaceo al digitale dei mille e più faldoni portato avanti dall’Archivio di Stato di Bologna e dal Tribunale di Bologna. Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione 2 agosto 1980, lo ha definito “un passo concreto verso la verità” e già guarda ai futuri risultati: “Questa operazione è una di quelle che sono servite anche per riaprire un’indagine sui mandanti della strage di Bologna. Probabilmente permetterà di riaprire il processo sulla strage dell’Italicus. L’archivio digitale non è ancora aperto a tutti i cittadini, ma sarà utile per i magistrati al lavoro sulle nuove indagini sull’attentato del 2 agosto. Il presidente della Regione Stefano Bonaccini auspica che anche il resto d’Italia prenda esempio: “Spero porti alla completa digitalizzazione di questi documenti nel Paese. E un’operazione che rafforza la democrazia e tutela i diritti dei cittadini”. E a breve arriveranno anche i faldoni sull’assassinio di Marco Biagi.

Anas, alla guida Simonini: dopo lunghe meditazioni una figura di quarta fila

Si sono scervellati per settimane intorno al quesito se per sostituire Gianni Armani come amministratore Anas fosse più opportuno privilegiare la discontinuità pescando un manager fuori dall’azienda. Oppure se fosse opportuno privilegiare la continuità promuovendo qualche rodato dirigente interno. Alla fine il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, e Gianfranco Battisti, amministratore delle Fs e azionista unico Anas, hanno imboccato una terza via pescando tra le quarte file Anas un funzionario con un curriculum di profilo modesto: Massimo Simonini, 55 anni. Ieri il nome di Simonini è stato formalmente indicato come amministratore dall’assemblea degli azionisti, cioè le Fs, mentre per la carica di presidente è stato scelto Claudio Andrea Gemme, il professionista genovese che il ministro Toninelli avrebbe voluto commissario dopo il crollo del Ponte Morandi, ma che fu messo da parte perché in potenziale conflitto di interessi.

La doppia designatura per la guida dell’Anas sarà comunicata al ministero dell’Economia prima della formalizzazione definitiva con un passaggio che alle Fs giudicano di routine. Ma che in questo caso tanto di routine potrebbe non essere. Perché la scelta di Simonini potrebbe confliggere con quanto stabilito dalla legge Madia (numero 296 del 2006) a proposito della individuazione degli amministratori per le aziende pubbliche. In base a quella norma può essere designato chi è stato alla guida di una società pubblica o privata con un bilancio non in perdita nei 5 anni precedenti la nomina. E dal curriculum pubblicato sul sito Anas non risulta che Simonini abbia questi requisiti.

L’incarico che riveste è quello di Dirigente responsabile di ponti, viadotti e gallerie e in termini aziendali è un “quarto riporto” rispetto al capo azienda. Sopra di lui c’è il Responsabile della rete, al di sopra del quale c’è un direttore Operazioni e coordinamento del territorio che è il riporto diretto rispetto all’amministratore delegato. Simonini entrò in Anas nel 1996 quando il padre Luigi era capo di Compartimento Anas; la sorella Stefania è avvocato del prestigioso studio legale Cancrini e Piselli, specializzato in appalti pubblici. L’Anas è la più grande stazione appaltante d’Italia gravata da un contenzioso legale di ben 9 miliardi con le aziende fornitrici.

Sanità, salta un altro vertice Ricciardi si dimette dall’Iss

Il presidente dell’Iss, l’Istituto Superiore di Sanità, ieri si è dimesso. Walter Ricciardi lascia dopo poco più di tre anni alla guida dell’istituto, prima come commissario e poi come presidente. Il suo mandato sarebbe scaduto naturalmente ad agosto, le sue funzioni termineranno il 1 gennaio. L’Iss sarà commissariato fino alla nuova nomina. La notizia arriva dopo una lunga serie di cambiamenti ai vertici della Sanità Italiana, dall’Aifa al Consiglio superiore della Sanità.

Ufficialmente, Ricciardi lascia la sua posizione per tornare a fare ricerca e insegnare. “Da gennaio – ha detto ieri – potrò dedicarmi con più tempo e maggiore intensità al mio ruolo di professore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e di presidente della World Federation of Public Health Associations, che mi consentirà di portare la nostra tradizione di sanità pubblica in tutto il mondo e di promuovere all’estero l’immagine e la qualità della ricerca del nostro Paese”. Non c’è polemica formale. Durante la giornata trapela solo l’assenza di affinità con le politiche del governo gialloverde, dai vaccini ai migranti. D’altronde, Ricciardi è uomo dell’ex ministro Lorenzin, che ha introdotto l’obbligatorietà di dieci vaccini e che ha sempre potuto contare sull’ appoggio quasi totale del presidente dell’Istituto.

I rapporti tra il ministro pentastellato Giulia Grillo e Ricciardi sono stati invece civili, cordiali, istituzionali. “Nel rispetto delle differenze” è la frase che circola. La Grillo gli ha chiesto di rimanere nell’Executive Board dell’Oms, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’intenzione di dimettersi – spiegano dall’Iss – era già nell’aria da un paio di mesi, prima dell’ultima ondata di polemica sui suoi conflitti d’interesse. La decisione arriva, infatti, a circa una settimana dalla messa in onda di un servizio de Le Iene e dalla pubblicazione da parte del Codacons, l’associazione a difesa dei consumatori, di un documento sulle relazioni di Walter Ricciardi con aziende farmaceutiche – produttrici anche di vaccini, ma non solo – prima e durante il suo incarico istituzionale. In parte, si tratta di collaborazioni già raccontate più volte in passato, mai dichiarate sul curriculum italiano pubblicato sul sito dell’Istituto superiore di sanità, ma presenti in almeno tre “declaration of interests” pubblicate sul sito della Commissione Europea dove è obbligatorio dichiarare eventuali consulenze, connessioni e sponsorizzazioni quando si fa parte, come nel caso di Ricciardi, di pannelli di esperti sui temi sanitari. Nel suo caso, fino al 2012, ce ne erano state circa 15.

Tra queste, quella per il vaccino del Meningococco B, incluso l’anno scorso tra gli obbligatori. Nessun conflitto d’interesse, ha spiegato l’Anticorruzione perché la collaborazione con la casa farmaceutica era cessata due anni prima del suo ruolo. “Trasparente e in osservanza delle leggi” si è sempre difeso Ricciardi.

Un’altra accusa riguarda invece quanto scritto un anno fa dalla giornalista Giulia Innocenzi nel suo libro Vacci-Nazioneche raccontava i ruoli ricoperti da Ricciardi nel comitato scientifico e come editore scientifico di alcune riviste riconducibili ad Altis Ops srl, azienda che svolgeva anche attività di lobbying. Il problema, in questo caso, è che la collaborazione di Ricciardi era proseguita fino a metà 2015, quando era già commissario – e poi presidente – dell’Iss. Ricciardi si è difeso sostenendo di essere nel comitato scientifico di moltissime riviste e di non fare la radiografia a tutte. Di sicuro, ha asserito, non sapeva che la Altis Ops facesse anche attività di lobbying. Altro punto, invece, le segnalazioni che il Codacons ha inserito in un esposto di qualche giorno fa all’Anac – riprese dal British Journal of Medicine- riportando le dichiarazioni dei membri delle aziende farmaceutiche che avrebbero sponsorizzato alcune attività di Ricciardi prima del suo ingresso all’Iss e, poi, alcuni progetti dell’Università Cattolica o legati alla sua cattedra.

Salvini vs. Spataro, Area resta sola: pratica archiviata

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini non ha leso il prestigio e l’indipendenza della magistratura, né di Armando Spataro. È destinata a finire su un binario morto la richiesta di apertura di una pratica a tutela dell’ormai ex procuratore di Torino. Iniziativa sollecitata al Consiglio superiore della magistratura dalla corrente di Area che aveva denunciato i “toni da dileggio” e le “espressioni sgradevoli e delegittimanti” usati dal ministro nei confronti del magistrato. Spataro aveva invitato Salvini a limitare i suoi tweet che avrebbero potuto danneggiare operazioni di polizia giudiziaria in corso. E per tutta risposta era stato invitato dal titolare del Viminale a godersi la pensione. Sullo scontro su cui si sono registrate frizioni all’interno della stessa Associazione nazionale magistrati, il Csm pare orientato a soprassedere: l’archiviazione della pratica a tutela del magistrato diventerà definitiva se entro 10 giorni almeno la metà dei componenti del Consiglio non formalizzerà una richiesta di segno opposto.

“Il Sisde depistò le indagini su via D’Amelio: è una certezza”

Il ruolo del servizio segreto italiano nel depistaggio dell’inchiesta sull’uccisione di Paolo Borsellino e dei cinque componenti della sua scorta non è un sospetto ma una certezza. Questa è la conclusione principale della relazione sul depistaggio dell’indagine sulla strage di via D’Amelio presentata ieri dal presidente della Commissione Antimafia regionale della Sicilia Claudio Fava.

La Commissione arriva a scrivere nero su bianco una frase così: “È certo il ruolo che il SISDE ebbe nell’immediata manomissione del luogo dell’esplosione e nell’altrettanto immediata incursione nelle indagini della Procura di Caltanissetta, procurando le prime note investigative che contribuiranno a orientare le ricerche della verità in una direzione sbagliata”. Ed è la prima volta che una Commissione bacchetta così i magistrati: “certo è il contributo di reticenza che offrirono a garanzia del depistaggio – consapevolmente o inconsapevolmente – non pochi soggetti tra i ranghi della magistratura, delle forze di polizia e delle istituzioni nelle loro funzioni apicali”. Infine c’è l’individuazione di una mano sola dietro stragi e depistaggi, una mano che non può essere solo mafiosa: “’menti raffinatissime’ (…) si affiancarono alla manovalanza di Cosa Nostra sia nell’organizzazione della strage, sia contribuendo al successivo depistaggio”. Talvolta le conclusioni possono essere discutibili ma i fatti al centro degli accertamenti sono importanti.

Napolitano e lo 007

La Commissione tra l’altro annota “l’attenzione che sulle sorti della detenzione di Bruno Contrada manifesteranno, negli anni successivi, altissime cariche dello Stato”. La storia risale al Natale del 2007 e l’ha raccontata alla Commissione Angelica Di Giovanni, allora presidente del Tribunale di Sorveglianza di Santa Maria Capua a Vetere che si doveva pronunciare sull’istanza di differimento pena presentata dall’allora detenuto Bruno Contrada. Il presidente Giorgio Napolitano pensava in quel periodo di concedere la grazia all’agente dei servizi, entrato in carcere a maggio del 2007. L’allora consigliere giuridico del presidente Napoliano, Loris D’Ambrosio, prima telefona e poi scrive una nota alla Di Giovanni che racconta: “arriva in ufficio, datata 24 dicembre, una nota ufficiale in cui mi dice ‘Angelica, ti scrivo su incarico del Presidente della Repubblica se puoi anticipare l’udienza”. La dottoressa Di Giovanni allega la lettera al fascicolo e risponde picche. “Però la cosa non finisce lì”, prosegue il racconto, “il 31 dicembre sera mi telefona Carlo Visconti che allora era il segretario del Consiglio Superiore della Magistratura presieduto da Nicola Mancino e mi dice ‘Angelica, tu hai Contrada’, dico ‘vabbe’, questa storia sta diventando… già mi ha chiamato Loris’,”. L’azione era concertata: “sì ma io ho sentito Loris, perciò ti sto chiamando”. Contrada non ottiene nulla. Dopo “una decina di rigetti di domande” il differimento della pena arriva “soltanto il 27 luglio del 2008”. Il magistrato chiosa: “Tutti e due mi parlano in forma ufficiale e quindi credo che è come se volessero dare dei segnali”.

Va detto però che poi la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha dato ragione a Contrada prima sulla questione dell’incompatibilità della detenzione con il suo stato di salute e poi ha annullato la sentenza di condanna nei suoi confronti perché il concorso esterno era frutto di un’interpretazione poco chiara all’epoca dei fatti.

Il mago La Barbera

Tornando alle indagini sulla strage Borsellino, uno degli elementi forti per sostenere che ci sia stato un depistaggio programmato è la preveggenza sospetta. “L’ufficio diretto da La Barbera – scrive la Commissione – dispone un sopralluogo delegato alla Polizia Scientifica di Palermo – presso la carrozzeria di Giuseppe Orofino già alle 11 del lunedì 20 luglio 1992”. Si chiede la Commissione “come faceva La Barbera a conoscere il modello di auto prima ancora che in via D’Amelio si recuperasse il bocco motore della 126?”. Forse “qualcuno informò il capo della squadra mobile di Palermo e quegli elementi (l’auto, la targa, il furto…) erano, come dire, già noti per altre vie agli investigatori?”.

I tre confronti

La Commissione ha scritto parole dure sui magistrati. La questione è quella del mancato deposito dei verbali di tre collaboratori di giustizia che smentivano il falso pentito Vincenzo Scarantino. I pm di allora hanno spiegato le loro ragioni ma la commissione non li ‘assolve’: “Se fin dal 1995 le parti avessero potuto disporre di verbali che mostravano palesemente la inattendibilità di Scarantino, la storia processuale su via D’Amelio sarebbe cambiata. E il depistaggio sarebbe stato sventato”.

Fiammetta vs Di Matteo

Il presidente Fava ha tenuto a riportare le 12 domande poste da Fiammetta Borsellino sul depistaggio in testa alla relazione. A margine della conferenza stampa di presentazione del rapporto, la figlia del giudice ucciso nel 1992 ha tuonato: “Non è accettabile che magistrati come Ilda Boccassini, Nino Di Matteo e la signora Palma, si siano sottratti alle audizioni della Commissione regionale antimafia. È una vergogna”. Secca la replica del sostituto procuratore nazionale antimafia Di Matteo: “La mia vita è stata dedicata alla ricerca della verità. A vergognarsi devono essere altri, non io. Non ho ritenuto di accettare l’invito per l’audizione innanzi a una Commissione regionale antimafia che non ha i poteri e le competenze per potersi occupare di un argomento così delicato e complesso. Ero già stato audito, su mia richiesta, per due lunghe sedute, dalla Commissione nazionale antimafia, della quale, a quel tempo, faceva parte anche l’onorevole Fava e in altre occasioni, dalle Corte d’assise di Caltanissetta e dal Consiglio superiore della magistratura”.

Stop alla prescrizione, il Csm vota contro: “Allunga i processi”

La legge è stata varata dal Parlamento in tempi record. Il plenum del Csm, ieri, ha approvato a maggioranza e con dei no forti come quello di Davigo, un parere critico sulla legge Anticorruzione. I punti dolenti rilevati dal Csm riguardano soprattutto la prescrizione bloccata dopo il primo grado, perché senza altre riforme farebbe ingolfare le aule giudiziarie e il Daspo perpetuo per i corrotti, a rischio incostituzionalità in alcuni suoi aspetti. A favore hanno votato i togati, tranne Davigo e Ardita di AeI, che hanno votato contro, così come il laico M5S Gigliotti, che aveva proposto a inizio seduta di non votare perché il ddl era ormai stato approvato. Hanno detto sì al parere anche i laici Lanzi e Cerabona di FI e Basile della Lega. Astenuti Benedetti e Donati, M5S e Cavanna, Lega. “È inutile fingere di non vedere – ha detto Davigo, ex pm di Mani Pulite –, un sistema serio è un sistema che non ha né amnistia né prescrizione. Come si fa a dire che se la prescrizione viene bloccata si allungano i processi? Vediamo atteggiamenti dilatori continui. Per me non esistono né governi amici né nemici, ma la prescrizione fa disperdere enormi energie all’apparato giudiziario”.

Forza Italia, Pd e penalisti uniti. Tutti contro la “Spazzacorrotti”

Il partito dei nemici della “spazzacorrotti” non molla, neppure dopo l’approvazione in Parlamento. Il disegno di legge contro la corruzione è stato approvato martedì, perfino senza dover porre la fiducia, con i Cinquestelle entusiasti che hanno dato vita a una festa in piazza al grido di “Bye bye corrotti” e i leghisti invece defilati e silenziosi. Ma nelle settimane che hanno preceduto questa “giornata storica” (la definizione e del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede) si è compattato un ampio fronte che ha combattuto la “spazzacorrotti” dentro e fuori le aule parlamentari: Pd e Forza Italia, con in testa Silvio Berlusconi in persona, poi avvocati e giuristi, magistrati che hanno cambiato idea e perfino il Csm.

Molto attivi gli avvocati, contrari soprattutto al blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado: “È la morte del processo”, sostengono. A Milano, martedì, un centinaio di penalisti ha dato vita addirittura a una manifestazione in toga fuori dal palazzo di giustizia, cosa mai vista neppure ai tempi delle leggi ad personam. Il loro organo ufficiale, il quotidiano Il dubbio, sostiene che la legge contro la corruzione “calpesta una mezza dozzina di articoli della Costituzione”. Gli avvocati hanno scioperato prima dell’approvazione alla Camera e dopo hanno ribadito che “la lotta continua”: l’entrata in vigore del blocco della prescrizione è stata posticipata – su pressioni della Lega di Matteo Salvini – al 1 gennaio 2020 e scatterà solo se nel frattempo sarà approvata una più complessiva riforma del processo penale. Il Movimento 5 stelle ha dunque accettato di frenare e ora non è certo che questa parte della nuova legge possa davvero entrare in vigore. I penalisti ne approfittano: “Nell’anno che ci aspetta daremo battaglia”, ha dichiarato Gian Domenico Caiazza, il presidente delle Camere penali, nel corso nella manifestazione nazionale tenuta a Bari.

Nel mondo della politica, poi, la legge Anticorruzione ha avuto l’effetto di compattare il Pd e Forza Italia, allineati ad apporsi soprattutto alla norma, per addolcita, sulla prescrizione. “Non saremo complici dell’assassinio del processo penale”, ha dichiarato con toni truci il deputato Enrico Costa quando ha annunciato l’uscita dall’aula di Forza Italia al momento del voto. E Cosimo Ferri, l’ex magistrato leader di Magistratura indipendente diventato deputato del Pd, gli ha dato manforte: “La nuova norma sulla prescrizione è una bomba innescata”.

Spara contro la nuova legge Berlusconi, che di corruzione e di prescrizione se ne intende, essendo sotto processo per corruzione in atti giudiziari ed essendo stato salvato sette volte dalla prescrizione: “È una legge pericolosissima, che mette ogni cittadino italiano nelle mani di qualunque pm”. Il pregiudicato per frode fiscale ha pronunciato il suo giudizio alla cena di Natale dei senatori di Forza Italia. “Tutte le cose che i signori Cinquestelle hanno fatto vanno a toccare i nostri diritti di libertà”. Così boccia non solo la sospensione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, ma anche il cosiddetto “daspo” per i corrotti, l’uso dell’agente sotto copertura e delle intercettazioni con “trojan” anche per le indagini sui reati contro la pubblica amministrazione, l’introduzione del “pentito delle tangenti”, l’obbligo ai partiti e anche alle associazioni e fondazioni collegate di dare resoconti trasparenti sui loro conti.

Anche il Csm si è di fatto unito al partitone dei nemici della “spazzacorrotti” con un voto del plenum che ha approvato a maggioranza (17 voti a favore, 3 contrari e 3 astensioni) un parere articolato sulla nuova legge, ma certamente critico sul blocco della prescrizione, con la motivazione che allungherebbe i processi. “Non sono d’accordo”, dichiara netto Piercamillo Davigo, che ha votato contro insieme all’altro membro togato di Autonomia e indipendenza, Sebastiano Ardita, e al laico M5S Fulvio Gigliotti. Questi aveva provato a sospendere il voto del Csm, trattandosi di un “parere consultivo” arrivato quando ormai il ddl era diventato legge. Ma il voto c’è stato ugualmente. “È chiaro che saranno necessarie molte altre riforme per far funzionare meglio la giustizia”, commenta Ardita, “ma è un pessimo segnale che il Csm, ossia l’organo del governo autonomo dei magistrati, dia un parere unicamente critico su questioni così delicate e così sentite. Rischiamo di dare il messaggio che il Csm è contrario alla riforma che vuole evitare gli abusi della prescrizione e contrastare la corruzione”.

 

Adesso Toti frena Berlusconi: “Spero che non si candidi”

Tra appelliberlusconiani ai “responsabili” e rapporti di forza inediti, il centrodestra cerca un nuovo assetto. Pur ribadendo la volontà di rispettare per cinque anni l’accordo di governo, ieri Matteo Salvini ha annunciato che a breve incontrerà l’alleato forzista: “Io non do buca a nessuno, con Berlusconi ci vedremo il prima possibile”. Sarà occasione, oltre che per parlare di governo, anche per discutere sulle imminenti elezioni europee, alle quali Berlusconi starebbe pensando di candidarsi. A questo proposito, ieri Antonio Tajani ha annunciato a Porta a Porta l’accordo tra Forza Italia, Svp e Udc per le elezioni di maggio, all’interno del Ppe. Sullo stesso tema, però, Giovanni Toti ha chiesto al leader di FI un passo indietro: “È una sua scelta, ma personalmente consiglierei a Berlusconi di non candidarsi alle europee. Oggi FI non è nelle condizioni ottimali per questa corsa, molto probabilmente arriverà molto sotto la Lega”. Toti ha anche lanciato l’idea di una “seconda gamba” del centrodestra, costruita attorno a Giorgia Meloni e che “non sia un doppione” della Lega: “Penso che il partito della Meloni debba essere un pezzo di uno schieramento molto più ampio, sciolto in un nuovo contenitore”.

Il Colle benedice Conte: è lui l’argine a Salvini

Volge al termine il primo anno della nuova era populista nella storia repubblicana e il capo dello Stato trasforma il suo tradizionale discorso per gli auguri di fine anno alle “alte cariche” in un puntiglioso e gigantesco argine alla deriva sovranista.

Non a caso spicca l’assenza del vicepremier Matteo Salvini, ufficialmente a Milano per altri impegni. Al contrario l’uomo del giorno al Quirinale è il premier Giuseppe Conte, snobbato, peraltro in maniera maleducata, solo da Silvio Berlusconi, che si rifiuta di stringergli la mano. Il discorso di Sergio Mattarella parte dal suo realismo di arbitro puro, contrario all’interventismo dirigista del suo predecessore: “La legislatura ha preso le mosse sulla base di un accordo tra le due forze politiche disponibili a dar vita all’unica maggioranza parlamentare che si era rivelata possibile”. È la fotografia dell’Italia politica post-4 marzo, punto d’avvio della diciottesima legislatura con il governo gialloverde di Giuseppe Conte, che giurò il primo giugno.

E sei mesi dopo la trattativa con l’Unione europea sulla manovra tratteggia un sovranismo decisamente più sbiadito (a proposito: al Colle c’era anche il ministro Paola Savona). Di qui la sobria euforia del presidente della Repubblica: “Ho valutato molto positivamente, anche per questa ragione, la scelta del governo di avviare un dialogo costruttivo con la Commissione europea – che ha agito con spirito collaborativo – sulla manovra di bilancio per giungere a soluzioni condivise, raggiunte in questi giorni”. È la piena investitura al mandato affidato a Conte un paio di settimane fa. Che poi sia resa totale all’Ue (secondo alcuni) oppure gioco delle parti tra il premier e i suoi vice “scomparsi” è materia da retroscena. Al Colle interessava il risultato, evitare cioè il muro contro muro del “me ne frego” salviniano e quindi la procedura d’infrazione.

Questa quindi la pietra angolare su cui il capo dello Stato ha articolato il suo discorso. A favore del pluralismo, in particolare dell’informazione (chiaro riferimento ai tagli all’editoria previsti e voluti dai Cinquestelle), a favore dell’Europa e dell’europeismo, contro la dittatura dell’esecutivo ai danni del Parlamento. Altro passaggio chiave, chiosato dal ricordo del settantesimo anniversario della Costituzione, quello in cui fa gli auguri al governo, compresi i due vicepresidenti: “Ciascuno possa adempiere il proprio mandato secondo quel che richiede la nostra Costituzione a chi svolge pubbliche funzioni, accompagnando l’adempimento dei propri compiti con il rispetto dei limiti del potere che la nostra Carta indica a chi è chiamato a esercitarlo”. Insomma, un vademecum da qui alle elezioni europee e senza dimenticare la tragedia di Genova, “questione nazionale” da cui dipenderà la “nostra credibilità internazionale”