L’Italia evita la procedura di infrazione sui conti. Per farlo, ipoteca gli spazi di bilancio futuri e ridimensiona la manovra portando il deficit 2019 più o meno allo stesso livello di quest’anno. Il risultato è che la prima legge di Bilancio gialloverde somiglia molto, almeno nei saldi, a quelle del triennio del governo Renzi. L’accordo è stato chiuso ieri, con il via libera della Commissione europea nonostante i malumori interni. Passa la linea negoziata col premier Giuseppe Conte dal presidente Jean Claude Juncker. Erano contrari tutti i Paesi, eccetto Spagna, Germania e Francia, il cui peso però è risultato decisivo. Bruxelles non voleva aprire un nuovo fronte dopo la Brexit e la rivolta dei Gilet gialli in Francia. Roma resta sotto vigilanza: se non dovesse approvare le misure promesse, a gennaio partirà la procedura. Ma il monitoraggio resta per tutta la prima metà del 2019.
“Abbiamo lavorato per avvicinare le posizioni, senza mai arretrare sulle nostre misure”, spiega Conte in aula al Senato presentando l’accordo. I contenuti vengono inseriti in un maxi-emendamento in Commissione bilancio. 5Stelle e Lega mantengono le misure chiave, Quota 100 – assai invisa a Bruxelles – e reddito di cittadinanza, ma il fondo che le finanzia viene ridotto di 4,6 miliardi. La prima passa da 6,7 a 4 miliardi; il secondo da 9 a 7,1 e, considerando il miliardo per i centri per l’impiego e i soldi dirottati dal Reddito di inclusione del governo Gentiloni, di nuovo ci sono 4 miliardi.
Per chiudere l’accordo, l’Italia ha accettato pesanti condizioni, con tagli e nuove entrate per 10,2 miliardi nel 2019, 12,2 nel 2020 e quasi 16 miliardi nel 2020. Il deficit 2019 passa dal 2,4% del Pil previsto al 2%. Sarebbe anche meno, circa l’1,8%, ma a questo va aggiunto uno 0,2% (3,6 miliardi) per le spese eccezionali (dissesto idrogeologico e infrastrutture) che l’Italia ha ottenuto di scorporare dal disavanzo.
Nel 2019 la scure è pesante. Il deficit reale da cui è partito il negoziato, visto il rallentamento della crescita, era già salito al 2,7%. Per questo sono serviti tagli e nuove entrate per 10,2 miliardi. Una parte, minima, arriva dal taglio progressivo delle pensioni “d’oro” oltre i 100 mila euro annui (vale 76 milioni nel 2019) e dal blocco parziale per il triennio della rivalutazione degli assegni pensionistici sopra i 1500 euro mensili (253 milioni nel 2019, 2,2 miliardi fino al 2021).
Il governo ha poi trovato risorse pari a 6 miliardi con tasse alle imprese (stop al credito di imposta Irap per assunzioni stabili in alcune Regioni e a quello per le aziende che investono in beni strumentali nuovi) e l’aumento delle imposte sui giochi. Nel pacchetto entra anche la “web tax”, una tassazione sulle transazioni digitali per le grandi imprese. Invece di riscuotere i 4 miliardi di Ici arretrata della chiesa, come imposto dalla Corte di Giustizia Ue (gli incassi sarebbero finiti ai Comuni), il governo ha poi deciso di eliminare l’aliquota ridotta Ires in favore degli enti non commerciali (a farne le spese sarà soprattutto il Vaticano): incasserà circa 450 milioni nel triennio. Viene fatta cassa anche riducendo i nuovi investimenti, sotto forma di “rimodulazioni” (spostamento in avanti degli stanziamenti) per 3 miliardi a cui se ne aggiunge un altro dalle dismissioni di immobili pubblici. A farne le spese sono le Ferrovie, il co-finanziamento dei fondi Ue e il fondo di sviluppo e coesione, anche se nel complesso gli investimenti saliranno il prossimo anno del 2,4%. Nel disperato tentativo di recuperare risorse rientrano anche i 150 milioni riscattati dalle imposte pagate dai nuovi assunti nei centri per l’impiego e altri 100 ottenuti ritardando a novembre la presa di servizio degli statali assunti.
Anche così, però, non è bastato. Perciò il governo ha concordato con Bruxelles una misura estrema: ha congelato altri 2 miliardi nel 2019 a garanzia del buon andamento dei conti. Un accrocchio che serve a Bruxelles e a Roma per mostrare che il deficit “strutturale (cioè al netto delle misure una tantum) non peggiora dello 0,8%, come previsto, ma resta fermo. La crescita 2019 passa dall’1,5% all’1% (l’effetto espansivo della manovra viene assai limitato).
È però soprattutto sul futuro che la manovra pone una grossa ipoteca. Per coprire reddito di cittadinanza e Quota 100 nel 2020-2021 (quando i costi saliranno), vengono introdotti nuovi aumenti Iva automatici come clausole di salvaguardia: rispettivamente 9,4 e 13,1 miliardi. Con quelle già esistenti si raggiunge la stratosferica cifra di 23 miliardi nel 2020 e 28 nel 2021 (in questo modo il deficit calerà all’1,8% e all’1,5% alla fine del triennio).