“Che imbarazzo la foto del ministro con un criminale”

“Che tempi! Di Maio cancella il comizio a Corleone a supporto di un candidato sindaco del Movimento 5 Stelle per frasi ambigue sulla mafia, ben fatto! Salvini sulla foto che lo ritrae con un ultrà criminale attacca e schernisce, come sua abitudine, chi sottolinea l’inadeguatezza e l’imbarazzo di quello scatto”. Parola di Sabrina Ferilli. L’attrice ha affidato a un lungo post su Facebook il suo giudizio sulla gaffe del ministro dell’Interno, che domenica si è fatto fotografare durante una festa di ultras del Milan insieme a un capo tifoso pregiudicato, da poco uscito dal carcere.

Lo stesso Salvini è tornato sull’episodio. In un primo momento aveva minimizzato e ironizzato sulla gaffe: “Io stesso – si era schernito – sono un indagato, quindi sono un indagato tra altri indagati”. Ieri invece ha cambiato versione e ha fatto (una piccola) ammenda: “Era la prima volta che incontravo quell’uomo – ha detto in un’intervista all’emittente fiorentina Lady Radio – e se avessi saputo chi era e i suoi precedenti penali di certo non mi sarei fatto fotografare insieme a lui”.

Il protagonista solitario ora si fa prestigiatore

Il discorso gliel’hanno scritto? Non aveva messo piede a Montecitorio, nella sua prima apparizione da premier, e già sembrò che Giuseppe Conte si distinguesse solo per via della pochette, i capelli curati e il gentile ossequio verso i dante causa. Ieri il primo ministro nominato dai suoi vice, evento così raro e così contrario al principio di gravità in politica, si è presentato da solo a palazzo Madama per illustrare il senso reversibile della verità e trasformare un ceffone in una carezza, i miliardi che volano via in nuove fortune che arrivano, la fiducia sciupata in Europa in crediti acquistati oltr’Alpe. Bruxelles matrigna diviene temporaneamente madrina della manovra di bilancio che, alleggerendosi di circa undici miliardi, sviluppa una inedita carica espansiva. Virtù dell’estetica del linguaggio che ha permesso al premier, nell’ora da protagonista solitario, di proporre, come fosse una prestidigitazione, più le cose che appaiono che quelle che scompaiono. Ponti, anzitutto quello di Genova, e strade, e autostrade, chilometri di nuovi asfalti, interventi per i poveri, i molto poveri, i lavoratori purtroppo ancora attivi ma da pensionare per evidenti questioni di giustizia sociale. A Conte, che non era nemmeno apparso al balcone lo scorso 28 settembre a salutare il pugno in faccia di Roma a Bruxelles, è toccato – in definitiva – di illustrare il senso reversibile e provvisorio dei numeri, cullandoli e carezzandoli, rendendo così meno cattivi i saldi diminuiti, meno crudeli i tagli imposti, e tenue anziché clamorosa la retromarcia.

Di clamoroso ieri è parso solo che Salvini e Di Maio, nel giorno della mala parata, se la siano date a gambe. Hanno lasciato da solo il loro vice, che sarebbe il loro capo, a cucire con le parole rapinate dall’eloquio forense i negoziati affrontati in Europa.

I dieci miliardi e 254 milioni di euro che l’Unione ha cassato dalla manovra, rendendola floscia come una pianta di basilico in debito d’acqua, divengono il frutto della “risoluta energia” con la quale lui, Conte, e il fin qui dileggiato ministro Tria, hanno affrontato la “complessa interlocuzione” che si è svolta su un binario di “serrato confronto”. Il presidente del Consiglio deve anche affrontare la prova microfono che inizia a spernacchiare e la presidente Casellati gli chiede di trasferirsi di posto. Parlerà dalla sedia di Alfonso Bonafede, l’amico e collega che l’ha traghettato in politica, l’unico ad avere come lui la pochette nel taschino della giacca, in una formazione ministeriale ristretta all’essenziale: fuori come detto Salvini e Di Maio, dentro Giovanni Tria, bistrattato leader delle finanze, e Enzo Moavero Milanesi, ministro degli Esteri e negoziatore di professione. Altri due ministri grillini (Barbara Lezzi e Riccardo Fraccaro) e il leghista Giancarlo Giorgetti, il plenipotenziario, in posizione defilata.

“Questa manovra ha pure dei caratteri espansivi” dice con enorme coraggio il primo ministro mentre spiega che la crescita è stata ridotta nelle previsioni di mezzo punto (dall’1,5 all’1 per cento) e che il rapporto deficit/pil è sceso di quattro decimali (dal 2,4 al 2,04 per cento).

La sicurezza dell’eloquio e l’imperturbabilità del volto, che nel linguaggio della psiche conta molto, galvanizzano la maggioranza. Prende la sua rivincita anche il ministro Tria, il signor “Ve l’avevo detto” che infatti ridacchia persino, ma con misura. I grillini molto contenti, perchè poteva finire molto peggio, i piddini un po’ abbacchiati, perchè doveva finire molto peggio. Conte finisce al centro di un crocchio dal quale si levavano solo complimenti. Perfino Mario Monti gli mostra segni di compiacimento, cosicchè il premier, felice, torna a palazzo Chigi sicuro che in politica l’apparenza conti sempre assai più della realtà.

In Senato il governo a metà. I dioscuri mollano il premier

L’immagine della giornata è il premier al centro della scena e dei banchi del governo. Per la prima volta ai suoi fianchi non ci sono i dioscuri: Matteo Salvini e Luigi Di Maio l’hanno lasciato da solo.

È tutta di Giuseppe Conte la responsabilità di spiegare al Senato la trattativa con Bruxelles sulla manovra; la ritirata gialloverde nella battaglia dei “numeretti” (dal 2,4% al più mansueto 2,04% di deficit). I vicepremier sono gli uomini degli annunci e dei festeggiamenti (su social e balconi), il presidente del Consiglio quello che ci mette la faccia quando non c’è nemmeno una briciola di consenso da aspirare. Al suo fianco ci sono Giovanni Tria ed Enzo Moavero, il ministro dell’Economia e quello degli Esteri; il custode della stabilità economica e quello dei rapporti diplomatici. I tecnici, insomma. I professori. Nel giorno del violento ritorno alla responsabilità, il governo gialloverde mostra il volto istituzionale e nasconde quello politico.

Lui, Giuseppe Conte, la lavatrice del Salvimaio, lava i panni sporchi con la consueta espressione sussiegosa. All’inizio viene interrotto dai microfoni del Senato che fanno le bizze, e dalle rimostranze disarticolate, quasi infantili del Pd: Teresa Bellanova fa inferocire pure l’algida presidente Casellati (“Se parla ancora la espello, deve stare zitta!”). Poi Conte prende ritmo, scandisce con più enfasi il passaggio cruciale, che interessa ai suoi azionisti: “Non cambiano né i contenuti né la platea delle misure principali. Sia ‘quota 100’ che reddito di cittadinanza partiranno nei tempi previsti”. Tanto basta. E quando il premier annuncia in via ufficiale il ritiro della procedura di infrazione di Bruxelles, il paradosso si compie: i senatori gialloverdi-populisti-sovranisti-euroscettici, un tempo incuranti dei vincoli esterni, si sciolgono in un applauso fragoroso.

A quell’applauso Di Maio e Salvini non volevano prestare le mani, né la faccia. E infatti hanno affidato ai rispettivi uffici stampa le congratulazioni per il premier-mediatore e si sono tenuti lontani. Salvini ha fatto di più. Mentre Conte riferiva al Senato, il ministro s’intratteneva con un ospite d’eccezione: Al Bano Carrisi. Il bollettino del Viminale è quasi surreale: un “incontro cordiale” tra il politico e il cantante con alcuni imprenditori cinesi che si occupano di agroalimentare. Matteo e Al Bano – si apprende – “hanno chiacchierato anche di musica e di immagine dell’Italia all’estero”. Poi l’ex marito di Romina gli ha donato una bottiglia da 5 litri di un vino a lui dedicato: un “Bacchus riserva speciale Matteo Salvini” delle Tenute Carrisi.

In mattinata, la Lega aveva incassato un altro mezzo successo. Si votavano le mozioni sul Global compact, il documento (non vincolante) dell’Onu che stabilisce le linee guida di un approccio comune nella gestione dell’immigrazione in tutto il mondo. Salvini e il Carroccio non volevano sottoscriverlo, il Movimento 5 Stelle in buona parte sì (soprattutto nella componente “di sinistra” che fa capo a Roberto Fico). Pur di non assumere una decisione formale e non essere costretta a uno scontro sul tema, la maggioranza si è scritta e si è votata una mozione che rinvia ogni risoluzione a data da destinarsi. Nell’assemblea generale delle Nazioni Unite, l’Italia si è quindi astenuta – e di fatto si è chiamata fuori come voleva Salvini – mentre il documento è stato approvato da un’ampia maggioranza. È ancora Conte che prova a mettere una pezza: “Non è dal Global compact che si valuta se l’Italia è nel consesso dei grandi”.

Riforma Ncc, taxi in rivolta contro il rischio dietrofront

A Romae in tutta Italia è esplosa la rivolta dei tassisti contro il presunto dietrofront del governo sull’emendamento alla manovra che disciplina il settore Ncc. Nel pomeriggio di ieri, al termine di un’assemblea presso l’aeroporto di Fiumicino, 500 tassisti si sono mobilitati con un presidio sotto Palazzo Madama chiedendo di essere ricevuti per ottenere rassicurazioni, sul testo approvato dal viceministro dell’Economia Rixi che ha imposto ai noleggiatori di operare solo in ambito provinciale a quello del rilascio della licenza e il rientro obbligato in rimessa alla fine di ogni corsa, a patto che nel foglio di servizio siano già indicate corse successive alla prima. La protesta è scattata quando si è cominciata a diffondere la notizia che i noleggiatori avessero avuto garanzie dal governo sul blocco della norma tanto contestata. Lega e 5 Stelle sono storicamente schierate a fianco dei tassisti contro i noleggiatori, ma gli Ncc ora continuano a sperare soprattutto dopo l’incontro con Matteo Salvini che li avrebbe rassicurati. Anche se il vicepremier ha poi sottolineato: “Io incontro tutti, fa parte del mio lavoro”.

Appalti senza gara, la soglia massima scende a 150 mila euro

Da 200 mila euro a 150 mila euro. Questo è il frutto della mediazione interna al governo gialloverde sulla soglia per l’affidamento diretto degli appalti pubblici. Nel vertice di domenica, su proposta della Lega, si era ipotizzata un tetto fino a 200 mila euro, ma poi il M5S ha frenato e la misura è stata limitata al 2019. Quindi per il prossimo anno – dovrebbe prevedere l’emendamento finale alla manovra – “nelle more di una complessiva revisione del codice degli appalti“, per la Pubblica amministrazione sarà possibile affidare lavori senza gara non più sotto i 40 mila ma sotto i 150 mila euro. Tra i 150 mila e i 350 mila euro sarà, invece, possibile procedere “previa consultazione di tre o più operatori economici” . Con la misura il governo promette così di sbloccare i lavori nei Comuni per 6-7 miliardi l’anno. L’innalzamento della soglia che favorisce gli investimenti, rischia però di moltiplicare anche le inchieste giudiziarie. Ed è stato proprio il motivo che ha fatto storcere il naso ai Cinque Stelle che si sono opposti alla volontà della Lega di alzare la soglia di cinque volte in un solo colpo, ritenendo comunque di ovviare al problema della legalità con la nuova legge Spazzacorrotti.

Garofoli lascia, il premier aveva chiesto la testa del tecnico del Tesoro

Si è dimesso Roberto Garofoli, il braccio destro del ministro dell’Economia, Giovanni Tria. Nel giorno in cui si è sbloccata la partita sulla manovra, è anche caduta la “pesantissima” testa di Garofoli, capo di gabinetto di via XX settembre, da tempo nel mirino del M5S (“Pezzi di merda”, disse Rocco Casalino in un audio WhatsApp). La notizia conferma quanto anticipato dal Fatto la scorsa settimana: Garofoli sarebbe stato messo alla porta entro fine anno. A inizio dicembre, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, aveva infatti spiegato al ministro Tria che non voleva più ricevere a Palazzo Chigi il suo capo di gabinetto. Per i Cinquestelle erano troppi gli elementi che rendevano Garofoli inadatto al ruolo. In primis l’accusa di essere l’autore della norma pro Croce Rossa (un fondo da 84 milioni) introdotta alla chetichella nel dl fiscale (lui ha smentito) e poi cassata dal premier, per sdebitarsi dell’ottimo affare che Garofoli aveva fatto nel dicembre 2017: la stessa Croce Rossa gli aveva ceduto una parte dell’immobile a Molfetta che doveva diventare un bed and breakfast. Poi c’è la storia della società editoriale della moglie che pubblica libri scritti e curati da Garofoli per aspiranti avvocati e magistrati: alcuni autori hanno poi ottenuto incarichi al Tesoro su chiamata di Garofoli e un collaboratore ha detto di essere stato pagato in nero. Giudice amministrativo, presidente di sezione del Consiglio di Stato, Garofoli è stato segretario generale a Palazzo Chigi durante l’esecutivo guidato da Enrico Letta. Poi nel 2014 era finito al ministero dell’Economia con Padoan.

Per i truffati dalle banche rimborsi automatici (ma rischio bocciatura Ue)

Il “ristoro” per i 300 mila piccoli investitori coinvolti nei crac delle banche finite in liquidazione coatta dopo il 16 novembre 2015 e prima del 2018 passa per l’emendamento 1.1614 alla legge di Bilancio. I 525 milioni stanziati per il Fondo indennizzo risparmiatori per ciascun anno dal 2019 al 2021 andranno a persone fisiche, imprenditori individuali o coltivatori diretti (compresi eredi e aventi causa), come anche di organizzazioni di volontariato, associazioni sociali e microimprese con meno di 10 occupati e fatturato o bilancio non superiori a 2 milioni, ai quali le azioni od obbligazioni subordinate bancarie siano state vendute con “violazioni massive degli obblighi di informazione, diligenza, correttezza, buona fede oggettiva e trasparenza” (misselling) indicati dal Testo unico della finanza.

L’indennizzo per gli azionisti sarà pari al 30% e per i bondisti subordinati al 95% dell’investimento, entro 100mila euro a testa al netto di eventuali rimborsi ricevuti a titolo di transazione “nonché di ogni altra forme di ristoro, rimborso o risarcimento”. A gestire la procedura non sarà l’Arbitro per le controverse finanziarie della Consob ma il ministero dell’Economia, che dovrà emanare un decreto di nomina della commissione che definirà le modalità di presentazione delle domande e di riparto delle risorse. La priorità sarà data a chi nel 2018 avrà un Isee sotto i 35mila euro.

Le nuove regole arrivano al termine di un lungo negoziato tra le diverse posizioni delle associazioni dei risparmiatori e non pregiudicano la possibilità di portare in tribunale chiunque ha contribuito (anche per omissione) alle vendite scorrette dei titoli. Ma “in base alle regole Ue, per accertare il misselling delle azioni è necessario che un giudice valuti ogni singola posizione consentendo al risparmiatore di accedere al ristoro. In assenza di sentenze o lodi arbitrali, la Ue considererebbe ogni rimborso aiuto di Stato”, spiega l’ex senatore Andrea Augello.

Il rischio è che rimborsi automatici agli azionisti facciano scattare una procedura d’infrazione europea. Un problema concreto che, secondo alcune interpretazioni maliziose, potrebbe tornare utile alla maggioranza di governo (che ha promesso i rimborsi in campagna elettorale): lo stop Ue farebbe slittare sine die i ristori e dunque l’uscita dei fondi pubblici, contenendo il deficit come chiesto da Bruxelles.

Tutti contenti, ma effetti incerti

Pericolo scampato, per ora, almeno fino alla primavera. La manovra di Bilancio si giudica su due livelli, quello politico e quello economico.

Dal punto di vista politico hanno vinto quasi tutti. Matteo Salvini e Luigi Di Maio possono annunciare la partenza delle loro misure simbolo, quota 100 per le pensioni e il reddito di cittadinanza (testi ancora non pervenuti), addirittura con la benedizione di Bruxelles. Il premier Giuseppe Conte, investito formalmente dai suoi due vice di gestire il dossier, incassa il successo della mancata procedura d’infrazione per debito eccessivo e può così rassicurare i mercati: la manovra non diventerà l’innesco dello scontro finale tra l’Italia gialloverde e l’Unione europea, nessuna campagna elettorale di risentimento o uscita dall’euro nei prossimi mesi. Perfino il ministro dell’Economia Giovanni Tria, avvistato qualche sera fa danzante in discoteca, può piantare la sua bandierina: mesi fa lui chiedeva l’1,6 per cento di deficit nominale nel 2019 perché era la cifra compatibile con una piccola riduzione (0,1) del deficit strutturale, alla fine il deficit nominale sarà 2 per cento ma grazie a una serie di alchimie contabili il deficit strutturale almeno non peggiora (variazione: 0). La Commissione europea cerca di trasformare una situazione critica almeno in un pareggio diplomatico: l’Italia gialloverde è isolata in Europa, nessuno è felice di farle concessioni, i Paesi del Nord e quelli reduci dall’austerità (Portogallo, Grecia ecc.) chiedono sacrifici analoghi ai loro, la Germania, con la Spagna suo satellite e la Francia hanno deciso per il compromesso. Più per effetto dei Gilet gialli e per giustificare l’extra-deficit che serve a Emmanuel Macron che per fiducia nelle misure decise da Lega e M5S. Dietro le soddisfazioni politiche, infatti, resta quella che un tecnico spiritoso ha ribattezzato “manovra Casalino”. Servono 10 miliardi? Eccoli (basta prima alzare il deficit vero al 2,7, poi portarlo all’1,8, aggiungerci un po’ di flessibilità da 0,2 e il gioco è fatto). Le risorse per il reddito e le pensioni? Si tagliano ma non scendono, anzi aumentano: miracolo! I saldi finali sono un compromesso che nasce già superato dai fatti: la manovra si fonda su un Pil in crescita dell’1 per cento nel 2019, mentre se va bene farà +0,5. Nessuno può credere ai 18 miliardi di privatizzazioni promessi nel 2019 (tre volte l’obiettivo, sempre mancato, degli ultimi anni) a meno di svendere quote di Eni, Enel e Leonardo o di fare trucchi contabili con la Cassa Depositi e Prestiti sugli immobili.

La manovra che doveva essere espansiva e keynesiana congela 1,4 miliardi di investimenti nel 2019 per far tornare i conti, bloccando peraltro quel genere di spesa (progetti delle Ferrovie) dall’impatto concreto sull’economia reale. E mentre si va verso una frenata dell’economia, c’è perfino il blocco automatico di spese per 2 miliardi nel 2019 se – come quasi certo – i conti andranno fuori controllo. Tagliare la spesa in tempi di crisi significa peggiorare la situazione. Poi tornano le clausole di salvaguardia – cioè l’impegno ad aumentare l’Iva – sul 2020 e 2021: ce le trasciniamo da un quinquennio, ormai il trucco lo abbiamo capito, è soltanto deficit mascherato perché nessun governo ha il coraggio di far salire l’Iva. La clausola di salvaguardia promessa per il 2020 a Bruxelles è intorno ai 25 miliardi di euro. Un record negativo, un’ipoteca pesantissima sulla legge di Bilancio del 2020.

Nel complesso è una manovra che, partita per sfidare le regole europee (2,4 di deficit per tre anni), torna nei limiti di quel “sentiero stretto” seguito dal ministro Padoan nei governi Renzi-Gentiloni. Che questo faticoso compromesso politico sia in grado di far ripartire un’economia italiana in brusca frenata è tutto da dimostrare. E in pochi, anche dentro il governo, ci credono.

Frequenze, il governo fa un grande regalo a Mediaset&soliti noti

Il governo ha confezionato una norma su misura che protegge Mediaset & C, impedisce l’apertura del mercato televisivo e rimuove quel fastidio tipico che la concorrenza arreca alle imprese italiane. Come ai vecchi tempi, soltanto con una contorsione burocratica più raffinata e una legge infilata in manovra con un emendamento depositato in Senato dai relatori di maggioranza. La questione è complessa e però vitale per le aziende televisive. Il governo ha due pacchetti di frequenze (multiplex), quelli che servono a trasmettere i canali, da cedere in concessione per vent’anni, li ricava col passaggio – da completare entro il 2022 – dall’attuale digitale terrestre a un sistema di seconda generazione. Anziché organizzare un’asta al rialzo e prevedere condizioni paritarie per monopolisti e debuttanti, il ministero per lo Sviluppo guidato da Luigi Di Maio ordina una “procedura onerosa senza rilanci competitivi”, si tratta di una gara in cui vince chi paga di più rispetto a un prezzo di partenza. Non finisce qui. Perché i criteri per assegnare le frequenze non premiano chi formula un’offerta maggiore, ma anche chi opera già nel mercato: “Garantire continuità del servizio”, “valorizzare le esperienze maturate”, “tenere conto dei contenuti diffusi”, si raccomanda il governo.

Al momento, il mercato nazionale è composto da 20 multiplex e risulta abbastanza ristretto: Elettronica Industriale (Mediaset) possiede cinque multiplex, come Persidera (70% Telecom Italia, 30% gruppo Gedi) e la società pubblica Rai. Un multiplex ciascuno per Urbano Cairo (La7), Europa7, Rete Capri, Wind Tre e Dfree di Tarak Ben Ammar, che ospita i canali del Biscione.

Il governo di Giuseppe Conte e soprattutto il ministero di Di Maio sono chiamati a gestire un periodo di transizione fondamentale per le aziende televisive. Con il tradizionale ritardo l’Italia sta per liberare la cosiddetta “banda 700”, le frequenze occupate dalle emittenti tv che dal 2022 saranno affidate agli operatori telefonici per le connessioni Internet 5G. Vodafone, Telecom e gli altri, con una battaglia all’ultimo rilancio, hanno speso oltre 6,5 miliardi di euro, e lo Stato ha incassato di buon grado. Allora il governo gialloverde è costretto a ridefinire lo spettro per le televisioni che si vedranno dimezzare i multiplex – affittati alla modica cifra di 1,5 milioni di euro all’anno – anche se migliorano la qualità di trasmissione con immagini in 4k. Siccome le televisioni locali sono o scomparse o in affanno, il governo non riserverà più un terzo dei multiplex in funzione in Italia, cioè cinque, ma al massimo tre, dunque restano i famosi due. Questi multiplex sono più sviluppati e, per banalizzare, valgono il doppio di quelli di adesso.

Così il governo li fa a pezzetti e, sempre con l’emendamento, li distribuisce in quattro lotti. Quanti sono gli operatori interessati? Esclusi i piccini Europa 7 (già penalizzata in passato), Wind Tre, Rete Capri e Dfree, rimangono Cairo e i tre moschettieri Mediaset, Persidera e Viale Mazzini. Sarà l’Autorità di garanzia (Agcom), precisa sempre il governo, a stilare un regolamento per il bando da avviare nell’autunno del 2019. Per esempio, si ragiona per ipotesi, se Mediaset partecipa al lotto 1 non può importunare Persidera che partecipa al lotto 2. Tra l’altro, il Biscione ha bisogno di spazio perché veicola Sky. In sostanza: lo Stato suggerisce di mettersi d’accordo in maniera composta e fruire della spartizione senza strepitare troppo. Per chiudere, il governo si premura di comunicare a Mediaset e sorelle che il denaro investito, in qualche modo, gli ritorna comodo. Perché sarà versato nel fondo del ministero per lo Sviluppo per la rottamazione dei televisori.

Ai cittadini/elettori non hanno spiegato che dal 2022 molti televisori acquistati prima del luglio 2016 non funzionano e quindi occorre comprare uno schermo nuovo. Il governo non ha paura di lasciare alcuni cittadini/elettori senza Mediaset o Sky Cinema o Rai Gulp, ma di lasciare Mediaset, Sky Cinema e Rai Gulp con meno telespettatori. I Cinque Stelle erano pronti a punire il Biscione, raccontavano qualche settimana fa, con un severo emendamento poi ritirato per l’intromissione dei leghisti. Alla fine, dimenticato il presunto litigio, proprio il ministero di Di Maio serve alle tv il piatto che desiderano.

Accordo con l’Ue, ma con tagli e Iva

L’Italia evita la procedura di infrazione sui conti. Per farlo, ipoteca gli spazi di bilancio futuri e ridimensiona la manovra portando il deficit 2019 più o meno allo stesso livello di quest’anno. Il risultato è che la prima legge di Bilancio gialloverde somiglia molto, almeno nei saldi, a quelle del triennio del governo Renzi. L’accordo è stato chiuso ieri, con il via libera della Commissione europea nonostante i malumori interni. Passa la linea negoziata col premier Giuseppe Conte dal presidente Jean Claude Juncker. Erano contrari tutti i Paesi, eccetto Spagna, Germania e Francia, il cui peso però è risultato decisivo. Bruxelles non voleva aprire un nuovo fronte dopo la Brexit e la rivolta dei Gilet gialli in Francia. Roma resta sotto vigilanza: se non dovesse approvare le misure promesse, a gennaio partirà la procedura. Ma il monitoraggio resta per tutta la prima metà del 2019.

“Abbiamo lavorato per avvicinare le posizioni, senza mai arretrare sulle nostre misure”, spiega Conte in aula al Senato presentando l’accordo. I contenuti vengono inseriti in un maxi-emendamento in Commissione bilancio. 5Stelle e Lega mantengono le misure chiave, Quota 100 – assai invisa a Bruxelles – e reddito di cittadinanza, ma il fondo che le finanzia viene ridotto di 4,6 miliardi. La prima passa da 6,7 a 4 miliardi; il secondo da 9 a 7,1 e, considerando il miliardo per i centri per l’impiego e i soldi dirottati dal Reddito di inclusione del governo Gentiloni, di nuovo ci sono 4 miliardi.

Per chiudere l’accordo, l’Italia ha accettato pesanti condizioni, con tagli e nuove entrate per 10,2 miliardi nel 2019, 12,2 nel 2020 e quasi 16 miliardi nel 2020. Il deficit 2019 passa dal 2,4% del Pil previsto al 2%. Sarebbe anche meno, circa l’1,8%, ma a questo va aggiunto uno 0,2% (3,6 miliardi) per le spese eccezionali (dissesto idrogeologico e infrastrutture) che l’Italia ha ottenuto di scorporare dal disavanzo.

Nel 2019 la scure è pesante. Il deficit reale da cui è partito il negoziato, visto il rallentamento della crescita, era già salito al 2,7%. Per questo sono serviti tagli e nuove entrate per 10,2 miliardi. Una parte, minima, arriva dal taglio progressivo delle pensioni “d’oro” oltre i 100 mila euro annui (vale 76 milioni nel 2019) e dal blocco parziale per il triennio della rivalutazione degli assegni pensionistici sopra i 1500 euro mensili (253 milioni nel 2019, 2,2 miliardi fino al 2021).

Il governo ha poi trovato risorse pari a 6 miliardi con tasse alle imprese (stop al credito di imposta Irap per assunzioni stabili in alcune Regioni e a quello per le aziende che investono in beni strumentali nuovi) e l’aumento delle imposte sui giochi. Nel pacchetto entra anche la “web tax”, una tassazione sulle transazioni digitali per le grandi imprese. Invece di riscuotere i 4 miliardi di Ici arretrata della chiesa, come imposto dalla Corte di Giustizia Ue (gli incassi sarebbero finiti ai Comuni), il governo ha poi deciso di eliminare l’aliquota ridotta Ires in favore degli enti non commerciali (a farne le spese sarà soprattutto il Vaticano): incasserà circa 450 milioni nel triennio. Viene fatta cassa anche riducendo i nuovi investimenti, sotto forma di “rimodulazioni” (spostamento in avanti degli stanziamenti) per 3 miliardi a cui se ne aggiunge un altro dalle dismissioni di immobili pubblici. A farne le spese sono le Ferrovie, il co-finanziamento dei fondi Ue e il fondo di sviluppo e coesione, anche se nel complesso gli investimenti saliranno il prossimo anno del 2,4%. Nel disperato tentativo di recuperare risorse rientrano anche i 150 milioni riscattati dalle imposte pagate dai nuovi assunti nei centri per l’impiego e altri 100 ottenuti ritardando a novembre la presa di servizio degli statali assunti.

Anche così, però, non è bastato. Perciò il governo ha concordato con Bruxelles una misura estrema: ha congelato altri 2 miliardi nel 2019 a garanzia del buon andamento dei conti. Un accrocchio che serve a Bruxelles e a Roma per mostrare che il deficit “strutturale (cioè al netto delle misure una tantum) non peggiora dello 0,8%, come previsto, ma resta fermo. La crescita 2019 passa dall’1,5% all’1% (l’effetto espansivo della manovra viene assai limitato).

È però soprattutto sul futuro che la manovra pone una grossa ipoteca. Per coprire reddito di cittadinanza e Quota 100 nel 2020-2021 (quando i costi saliranno), vengono introdotti nuovi aumenti Iva automatici come clausole di salvaguardia: rispettivamente 9,4 e 13,1 miliardi. Con quelle già esistenti si raggiunge la stratosferica cifra di 23 miliardi nel 2020 e 28 nel 2021 (in questo modo il deficit calerà all’1,8% e all’1,5% alla fine del triennio).