20 anni e non sentirli

Spiace dirlo, ma ha ragione Berlusconi: “La Spazzacorrotti è una legge pericolosissima e mette ogni cittadino nelle mani di qualunque pm”. Avrebbe dovuto precisare “ogni cittadino come me”. Ma non sottilizziamo: lui è sinceramente convinto che ogni cittadino passi le sue giornate a corrompere il prossimo. Dunque, letta la legge Bonafede, ha visto passare davanti ai suoi occhi tutta la sua carriera criminale. E s’è fatto due conti: cosa sarebbe accaduto se l’Anticorruzione fosse in vigore dai tempi di Mani Pulite, al posto delle mille Procorruzione approvate da lui e dai suoi presunti avversari di centrosinistra? La risposta è terrificante: lui oggi sarebbe praticamente all’ergastolo. Intanto perché alcune delle tante mazzette che ha pagato e sono rimaste occulte sarebbero state scoperte dai nuovi agenti sotto copertura o denunciate dai corrotti in cambio dei nuovi sconti di pena, e lui non avrebbe subìto 30 processi, ma almeno 50. Poi perché l’aumento delle pene per i reati contro la PA (di cui è un collezionista di fama mondiale) avrebbe comportato condanne più severe. Ma soprattutto perché il blocco della prescrizione dopo la prima sentenza avrebbe trasformato quasi tutte le sue prescrizioni in condanne definitive.

1) All Iberian. Nel 1998 B. viene condannato in primo grado a 2 anni e 4 mesi insieme a Bettino Craxi per finanziamento illecito: una maxitangente in Svizzera di 23 miliardi di lire al leader Psi. In appello però il reato si prescrive e la Cassazione conferma: B. è colpevole, ma l’ha fatta franca. Col blocco dei termini alla prima sentenza, sarebbe stato condannato definitivamente a 2 anni e 4 mesi.

2) Telefonata Consorte-Fassino. Nel 2013 B. viene condannato col fratello Paolo a 1 anno di reclusione per violazione del segreto per aver ricevuto illegalmente la bobina segretata dell’intercettazione tra il patron Unipol e il segretario Ds sulle scalate dei furbetti del quartierino (“allora, siamo padroni di una banca?”) e averla fatta pubblicare dal Giornale alla vigilia delle elezioni 2006. Poi, in appello, lo salva la solita prescrizione, che non scatterebbe con la riforma Bonafede: dunque B., dichiarato colpevole ma illeso pure in Cassazione, si beccherebbe un altro anno di galera definitivo (oltre ai 2 anni e 4 mesi di All Iberian: totale 3 anni e 4 mesi).

3) Compravendita senatori. Nel 2015 B. viene condannato dal Tribunale di Napoli a 3 anni con Valter Lavitola per corruzione del senatore Sergio De Gregorio con 3 milioni di euro in cambio del suo passaggio dall’IdV a FI. In secondo grado, il consueto miracolo della prescrizione.

Ma Corte d’appello e Cassazione confermano che è un colpevole impunito. Con la Spazzacorrotti già in vigore, anche quei 3 anni di galera sarebbero diventati definitivi. Totale, con le condanne precedenti: 7 anni e 4 mesi. Che sarebbero diventati 11 anni e 4 mesi con l’unica condanna definitiva finora subita dal Caimano: quella a 4 anni confermata nel 2013 dalla Cassazione per le frodi fiscali sui diritti Mediaset. Quest’ultima condanna si ridusse a 1 anno grazie all’indulto triennale varato dal centrosinistra (coi voti di FI) nell’estate del 2006, che però era riservato a chi non avesse riportato altre condanne per reati commessi dopo la sua approvazione: dunque B., con la condanna per la mazzetta a De Gregorio (fine 2006), non ne avrebbe beneficiato. E avrebbe dovuto scontare in carcere la bellezza di 11 anni e 4 mesi. Si dirà: ma la legge ex-Cirielli esenta dal carcere gli ultrasettantenni. Vero. Ma almeno una condanna definitiva B. l’avrebbe subìta prima di compiere 70 anni (nel 2006) e anche prima di imporre la ex-Cirielli (2005), dunque sarebbe finito in carcere fin dai primi anni 2000. E, compiuti i 70 anni, avrebbe seguitato a scontare il resto della pena non comodamente ai servizi sociali nell’ospizio di Cesano Boscone, ma agli arresti domiciliari. Con una serie di effetti collaterali non da poco: l’interdizione dai pubblici uffici sarebbe scattata ben prima del 2013, dunque B. non avrebbe più potuto candidarsi: cioè ci saremmo risparmiati un bel pezzo del suo secondo governo, il più devastante (2001-2006) e anche l’ultimo (2008-2011), senza contare le larghe intese con Monti e Letta jr. Perché B., anziché a Palazzo Chigi, avrebbe dovuto risiedere in gattabuia o restarsene chiuso in casa piantonato dalla forza pubblica. Se, puta caso, avesse iniziato a scontare i suoi 11 anni e rotti nel 2005, avrebbe finito – con tutti gli sconti all’italiana – intorno al 2015. Ma non sarebbe stato più eleggibile né riabilitabile nemmeno dopo.

E, in questi calcoli, ci siamo tenuti stretti. È ovvio che, se questa Anticorruzione fosse stata approvata quando il pool di Mani Pulite la propose (a Cernobbio, nel settembre ’94), significherebbe che al governo ci sarebbero stati già allora i 5Stelle, non il Partito dell’Impunità del centro-destra-sinistra. Quindi nessuna delle Procorruzione varate dal ’94 al 2017 sarebbe diventata legge, nemmeno le due più devastanti fatte da B. per B.: la ex-Cirielli che dimezzava i termini di prescrizione e la depenalizzazione del falso in bilancio, che hanno incenerito altri sei processi a suo carico. I quali si sarebbero conclusi quasi tutti non con prescrizioni, ma con condanne. E il totale sarebbe salito ad almeno 20 anni. Che, per un uomo di 82 anni, equivale all’ergastolo, anche al netto delle sentenze che arriveranno prossimamente nei processi e nelle inchieste ancora aperti: il Ruby ter – in sei tronconi sparsi per l’Italia – per corruzione di testimoni; il caso Tarantini per l’induzione a mentire su un altro giro di escort; l’indagine fiorentina per concorso nelle stragi del ’93 a Milano, Firenze e Roma. Quindi sì, la Spazzacorrotti è pericolosissima. Per i delinquenti.

L’étoile capace di rendere “pop” la danza

Quando si parla di servizio pubblico, non si può non parlare di Danza con me: cultura e arte serviti in prima serata, con un ingente investimento economico e tecnologico, tanto da vincere l’ultima edizione del Premio Rose D’Or quale miglior format televisivo europeo. Una scelta azzardata, e poi azzeccata, da parte dei dirigenti Rai che hanno deciso di mandare in onda un programma di oltre due ore e mezza con al centro la danza e il suo mentore, Roberto Bolle. L’eccellenza tutta italiana è ormai a suo agio col piccolo schermo tanto da scherzare – alla presentazione stampa di ieri a Milano – col vice presidente di Rai Uno su una sua possibile conduzione del Festival di San Remo. Reduce da oltre cinque milioni di spettatori nella seconda edizione, il primo gennaio 2018, si tenterà il primo gennaio dell’anno nuovo di alzare ulteriormente l’asticella: rendere la danza pop resta la grande utopia, con l’intento dichiarato di migliorare la narrazione e i testi, spesso affidati ad ospiti non sempre all’altezza del contesto.

È l’unico terreno scivoloso del programma, col rischio di vedere personaggi che vivono di luce riflessa del grande e indiscusso protagonista della serata. Danza con me è ideato come un film ed è prodotto da Rai Uno con Ballandi Multimedia e Artedanza: Bolle dedica questa edizione proprio a Bibi Ballandi, recentemente scomparso. Ci sarà un cast con tantissimi ospiti, soprattutto i grandi nomi della danza contemporanea e una versione dello Schiaccianoci pensata per le giovani dell’Accademia della Scala di Milano di Frederic Olivieri. La partner principale di Bolle sarà Alessandra Ferri, con la quale si esibirà per la prima volta in tv. E ancora Polina Semionova, Melissa Hamilton, Elisa Badenes, Nicoletta Manni, Virna Toppi e Alexander Riabko. Ma non ci sarà solo la classica: grazie alle incursioni sperimentate la scorsa estate nella rassegna OnDance a Milano (confermata anche per quest’anno da maggio 2019), Bolle porterà sul video la street dance di Neguin e i danzatori di swing Vincenzo Fesi & Remy Kouakou Kouame.

Dalla danza agli ospiti provenienti da altri lidi: “Pif sarà mio il compagno di scena e cercherò, ironicamente, di insegnargli a portare la danza nelle azioni ordinarie di tutti i giorni. Con Cesare Cremonini omaggeremo i musical iconici del secolo scorso, sconfinando in un territorio che non è il nostro”. Nel programma ci saranno alcuni elementi emozionanti, a partire dall’omaggio a Niccolò Paganini e alla città di Genova. Dalla mostra Paganini Rockstar presentata da Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu, si intrecciano ai passi di Bolle le immagini dell’arco del violino sovrapposte ai lineamenti del Ponte Morandi. Ci sarà, poi, un momento “sperimentale”, un’inquietante empatia con un braccio meccanico, un robot con il quale l’étoile cerca l’intesa e la sincronia in una sorta di inedito transumanesimo. È indubbiamente qualcosa di mai visto in tv e pertanto è lo spunto di riflessione più sentito. Completano il cast Stefano Accorsi, Fabio De Luigi, Ilenia Pastorelli, Valeria Solarino, Pierfrancesco Favino, Valerio Mastrandrea, Sergio Rubini e Rocco Papaleo, senza dimenticare i testi di Stefano Massini. La domanda – per adesso senza risposta – è se per la prossima edizione si penserà a una versione internazionale per un appuntamento ormai consolidato quasi quanto il Concerto di Capodanno da Vienna.

Tanta musica, ma Sanremo è giovane solo nel titolo

Giovani che fanno i vecchi, vecchi che fanno i giovani: tante canzoni, poco talento e un format ancora tutto da decifrare. “Ecco Sanremo giovani”: quest’anno il Festival si è sdoppiato. Dopo il trionfo del 2018, il “dittatore artistico” Claudio Baglioni ha deciso di portare all’estremo la novità introdotta negli scorsi anni di anticipare le “nuove proposte”. Stavolta non si tratta più solo di pubblicare prima i loro brani, o di ritagliare loro una serata su Rai1. È un Festival vero e proprio, di un’intera settimana: quattro strisce pomeridiane di un’ora, poi due prime serate (giovedì e venerdì) su Rai1 che promuoveranno gli altrettanti vincitori tra i big. Tanto che a febbraio sul palco dell’Ariston non ci saranno più le “nuove proposte” ma una categoria unica con 24 partecipanti. C’è un solo precedente negli ultimi 30 anni di Festival, quello del 2004 diretto da Tony Renis: l’ennesima scommessa di Baglioni.

L’idea del doppio Festival è buona, almeno per chi ama Sanremo. La realizzazione da perfezionare. In realtà è ancora presto per dare giudizi definitivi: i cantanti non si sono esibiti tutti, il vero appuntamento è per domani, quando entrerà nel vivo la gara e in gioco la strana coppia Pippo Baudo-Fabio Rovazzi, perfetto trait d’union tra passato e futuro della musica italiana che promette grandi ascolti. Loro, con due prime serate a disposizione, il brivido della competizione e soprattutto dell’annuncio dei big in gara, quasi sicuramente non deluderanno.

Nel frattempo ha debuttato la rubrica preserale. Anche qui Baglioni ha puntato su un’altra coppia: Luca Barbarossa, rivitalizzato dal Festival 2018 e ora promosso conduttore, e Andrea Perroni, già sentiti su Radio2 nella trasmissione Social club. In tv funzionano un po’ meno: Barbarossa fa il suo, Perroni pure troppo, tra imitazioni e gag. Quella meno riuscita è una simpatica (?) avance alla concorrente Symo: si salva giusto perché non è minorenne.

Non è colpa sua, del resto, se tutto il programma è un po’ balbettante. La formula è semplice e neanche malvagia: 3-4 minuti a testa per conoscere meglio gli artisti, altrettanti per cantare il brano. Il problema vero di questo Sanremo è che non è particolarmente giovane, e neanche giovanile, quanto proprio giovanilistico: tutto costruito sulla solita retorica dei social network (finti gruppi Whatsapp, hashtag, Instagram, Facebook, tweet) che ha già stufato dopo 5 minuti. Persino la scenografia, l’inquadratura stretta e sempre mossa, sembra voler fare il verso ai video-selfie ma alla lunga fa venire solo il mal di mare, mentre l’acustica crea qualche problema ai ragazzi. Insomma, si va per tentativi. Meglio la seconda della prima puntata, ad esempio: a partire proprio dai cantanti, ma anche per i due presentatori, più sciolti; magari sarà un crescendo. Se lo augura la Rai, anche perché gli ascolti del debutto non sono stati entusiasmanti: 11,8% di share con 1.629.000 spettatori.

Poi c’è soprattutto tanta musica. Persino troppa: le nuove proposte sono 24 e viene il dubbio che si poteva abbassare il numero per alzare la qualità. O forse bastava scegliere meglio: sembra impossibile che fra i 69 preselezionati (con qualche nome semi-illustre) non ci fosse nulla di meglio del duetto tra fratelli, lui al piano lei al tamburello. In gara c’è un po’ di tutto: tracce di soul, jazz, electro-swing e punk-rock; cantautorato che ammicca all’universo indie (in attesa di capire se l’indie abbraccerà finalmente Sanremo), il solito rap e persino qualche sentore di trap. Quello che non sembra esserci, invece, è un altro Ultimo, un nuovo fenomeno pronto a spiccare il volo da questo palco per conquistare i palazzetti di tutta Italia. Ma magari si sono tenuti il meglio per l’inedito per il Festival dei grandi. I più accreditati per riuscirci sono Federica Abbate (autrice affermata che prova la carriera da solista), o vecchie conoscenze di Amici come Einar, Giuseppe Merlo o i soliti La Rua. Tutti, comunque e per forza un po’ nazionalpopolari, a prescindere dal genere o dalla canzone. È sempre Sanremo: giovani, più o meno.

I quattro “Moschettieri del re”: si divertono loro, il pubblico molto meno

Moschettieri del re, ma perché? Il regista Giovanni Veronesi ci pensava da tempo, “negli anni ’80 volevo girarlo con Nuti, Benigni, Troisi e Verdone”, ma non se ne fece nulla. La luce verde arriva l’anno scorso, da Indiana che produce e Vision che distribuisce (il 27 dicembre su 500 schermi), e l’ennesima ispirazione cinematografica ai Tre moschettieri di Alexandre Dumas trova “attori veri, non comici puri, ma capaci di tempi comici straordinari”: Pierfrancesco Favino (D’Artagnan), Valerio Mastandrea (Porthos), Sergio Rubini (Aramis) e Rocco Papaleo (Athos), affiancati da Margherita Buy, Matilde Gioli, Giulia Bevilacqua e Valeria Solarino.

“Attempati, arrugginiti e disillusi”, vengono richiamati dalla regina Anna (Buy) per La penultima missione, ovvero salvare la Francia e salvaguardare gli Ugonotti dalle mire sanguinarie del cardinale Mazzarino (Alessandro Haber): “Non solo farsa, ci rifugiamo in un passato, il Seicento, con l’Europa devastata dalle guerre di religione, dove è ben evidente – osserva Veronesi – la metafora con l’oggi”.

Belle speranze, non funziona quasi nulla: i cinque milioni di euro di budget si fatica a rintracciarli; la regia è a tirar via (e c’è sempre troppo sole, soprattutto per la Francia settentrionale…); il grammelot di Favino – sprecato – è più virtuoso che vincente; la cornice familiare, con sanzionabile richiamino ai migranti che muoiono in mare anche a Natale, è sbilenca; la colonna sonora composta a gratis da Luca Medici, alias Checco Zalone, non rimane. Si saranno divertiti a girarlo, qualche sorriso è eloquente, ma finisce lì. Purtroppo per noi.

Una marcia da 50 milioni Netflix punta a Hollywood

Il primo passo è compiuto, Roma di Alfonso Cuarón è entrato nella shortlist per l’Oscar al miglior film in lingua straniera. Nove i semifinalisti, in attesa delle cinquine del 22 gennaio, tra cui non c’è Dogman: già assorbito da Pinocchio, Matteo Garrone non ha fatto campagna negli Usa per supportarlo, ma probabilmente non sarebbe cambiato nulla. Maggiori possibilità, vorrebbe qualcuno, se avessimo corso con Lazzaro felice di Alice Rohrwacher? Chissà, ma l’essere rimasto a bocca asciutta ai recenti European Film Awards, dove il canaro Marcello Fonte ha viceversa bissato il premio ricevuto a Cannes, non depone a suo favore.

In ogni caso, sono supposizioni che non tengono, perché implicano che agli Oscar la discriminante sia il valore, quantomeno il gusto, e invece no: al più vale la paraculaggine, vedi Capernaum della libanese Nadine Labaki; di sicuro importano i premi vinti, il Leone d’Oro Roma e la Palma d’Oro Affari di famiglia del nipponico Hirokazu Kore-eda; ovviamente, pesa il cursus honorum e i precedenti, giacché il polacco Pawel Pawlikowski di Cold War viene dalla statuetta di Ida e il tedesco Florian Henckel von Donnersmarck di Opera senza autore da quella de Le vite degli altri. Sopra tutto, contano i soldi messi sul piatto per promozione e lobbying, e le cifre che si sussurrano sono da capogiro: Netflix per Roma avrebbe garantito 50 milioni di dollari, mentre la rivale Amazon 10 milioni a Cold War. Che mi sbatto a fare, dev’essere stato il ragionamento di Garrone, per centrare la cinquina nel migliore dei casi e poi farmi alzare la statuetta in faccia da Alfonso o Pawel? Lo scotto per la shortlist mancata da Gomorra, si capisce, fu altra cosa.

Tornando al grande favorito, una cifra certa c’è: i 20 milioni che la società di Reed Hastings lo scorso aprile ha sganciato per assicurarsi il dramma familiare di Cuarón. Con un obiettivo esplicito: farne il proprio cavallo di battaglia, e pure di Troia, ai 91esimi Academy Awards, il 24 febbraio del 2019 a Los Angeles. Fin qui tutto secondo le più rosee previsioni, nonostante il mancato approdo a Cannes per l’opposizione del festival, ovvero della legge francese, alle politiche della piattaforma streaming, e viceversa: il massimo riconoscimento di Venezia, attribuito dalla giuria presieduta dall’amico Guillermo Del Toro (ah, per Netflix ora farà il tanto agognato Pinocchio…), un plauso critico quasi unanime, mentre né gli spettatori, e relativi incassi, in sala né le visioni in streaming sono stati d’abitudine comunicati. Successe solo per il primo film accaparratosi da Netflix, Beasts of No Nation di Cary Fukunaga nel 2015, poi la trasparenza è stata archiviata.

Ma perché proprio Roma, perché proprio il messicano Cuarón? Con i connazionali Alejandro González Iñárritu e Guillermo Del Toro, l’Alfonso vittorioso nel 2014 con Gravity si è spartito quattro degli ultimi cinque Academy Awards per la regia, da cui l’hashtag #OscarsSoMexican; il suo nome è garanzia di eccellenza artistica, un prezioso amuleto contro il malocchio anti-Netflix di esercenti, cinefili e membri votanti dell’Academy; Roma è dramma universale in confezione deluxe, pur parlato in spagnolo e mixteco comunica a tutti, pur in bianco e nero incanta tutti, o quasi. Insomma, può riuscirgli il grande colpo, quello mai realizzato nella quasi centenaria storia degli Academy Awards: solo dieci titoli in lingua straniera sono stati nominati nella categoria Best Picture, e nessuno ha mai vinto. Non La vita è bella di Roberto Benigni, non Vittorio De Sica né Federico Fellini, che pure hanno in carnet quattro Best Foreign Language Film ciascuno.

L’impresa val bene un cambiamento di strategia: se per qualificarsi agli Oscar basta una distribuzione theatrical (effettuata dal servizio in concomitanza con lo streaming), il capo della divisione film di Netflix Scott Stuber per Roma, nonché per The Ballad of Buster Scruggs dei fratelli Coen e Bird Box con Sandra Bullock, ha varato il “cinema first”, garantendo la diffusione prioritaria in sala da una a tre settimane, seppure in un numero limitato di copie (600 in tutto il mondo per Roma). Conquistare l’Oscar al miglior film, ancora meglio se raddoppiato dallo “straniero”, aprirebbe una nuova era e, scommettiamo, porterebbe alla 74esima Mostra di Venezia l’attesissimo The Irishman, diretto da Martin Scorsese. E targato Netflix, ovvio.

 

“Meglio niente Brexit che riavere due Irlande”

Stampella del governo May dalle elezioni del giugno 2017, i 10 parlamentari del Dup, il partito unionista nord-irlandese, con la loro opposizione alla backstop, fanno da spina nel fianco alla già difficile ratifica parlamentare dell’accordo di divorzio. Sammy Wilson, portavoce Dup per la Brexit, ne riflette l’approccio durissimo.

Avete dichiarato che voterete contro il deal in Parlamento. Le ragioni?

Non accetteremo mai, mai un deal che stacca il Nord-Irlanda dalla Gran Bretagna, una trappola congegnata a Bruxelles per punire la scelta del popolo britannico di lasciare l’Unione europea. L’Ue ha già dimostrato di essere inaffidabile durante la fase dei negoziati, quando ha trattato il Regno Unito come fango sulle scarpe. Non crediamo alle sue rassicurazioni sulla durata temporanea della backstop. Quando il Parlamento avrà bocciato il suo piano, la May deve tornare a Bruxelles e chiarire che se la backstop non viene eliminata dall’accordo di recesso usciremo senza accordo, e senza pagare i 39 miliardi del divorzio. L’Ue cederà, perché anche loro hanno a cuore i loro posti di lavoro e non vogliono una voragine nel budget.

I segnali da Bruxelles non vanno in questo senso. Davvero sareste pronti a un no deal, descritto come una catastrofe da Banca d’Inghilterra, Tesoro, Confindustria, analisti indipendenti?

Non crediamo in nessuna di queste previsioni. Sono gli stessi che parlavano di disastro nel caso di vittoria del Leave al referendum, e si sbagliavano. Se gridi “al lupo al lupo” troppo spesso alla fine non ti crede nessuno… Siamo convinti che staremo molto meglio senza vincoli europei e con tutti quei soldi in più da spendere in servizi pubblici.

Non considerate alternative come il Norway Plus o il secondo referendum?

No, la Norway Plus non risolverebbe il problema della backstop e ci terrebbe ancorati all’Europa, mentre un secondo referendum senza aver onorato il mandato del primo sarebbe un tradimento della volontà popolare ed esacerberebbe le divisioni nel paese.

Temete le divisioni ma non un no deal, cioè il ritorno di un confine fisico e la messa a rischio degli accordi di pace? I nord-irlandesi hanno votato in maggioranza Remain…

Ciò che può davvero mettere a rischio il processo di pace è un’eccessiva interferenza europea che non rispetti la sovranità nord-irlandese.

Ma il Sinn Fein ha già annunciato che in caso di no deal chiederà un referendum per l’unificazione delle due Irlande e secondo un recente sondaggio LucidTalk la maggioranza dei nord-irlandesi sceglierebbe di unirsi alla Repubblica di Irlanda.

Non è vero. Mi creda, gli irlandesi del Nord vogliono restare nel Regno Unito qualunque cosa accada.

Nessun riscatto per Silvia e una mini-taglia sui rapitori

Che i rapitori di Silvia Romano abbiano chiesto un riscatto è certo. A Nairobi però nessuno si vuole sbottonare sulla cifra indicata dai malviventi. Malviventi sì, perché la polizia keniota è convinta che il commando abbia agito per motivazioni economiche e non politico-religiose. Ambienti vicini alla Presidenza della Repubblica del Kenya poi, sostengono che la ragazza sia ancora nell’ex colonia britannica e non sia stata portata in Somalia, dove i sequestratori, kenioti di cittadinanza, somali di etnia, potrebbero trovare un rifugio sicuro, perché ben protetto.

Mentre dall’Italia è arrivato un ordine perentorio: “Non si paga e non si discute nessun riscatto”. Probabilmente venuto dal ministro dell’Interno Matteo Salvini. Una nota proveniente “da ambienti vicini al titolare del Viminale” spiega che “non si parla di riscatto”. Peraltro le autorità italiane hanno chiesto le prove che la ragazza sia viva. Le rassicurazioni sono arrivate assieme a una richiesta di denaro. La risposta di rifiutare ogni trattativa, in altri termini, vuol dire proprio che “non si parla di riscatto”. Le ricerche per intercettare il commando che il 20 novembre ha rapito Silvia a Chamaka nell’entroterra di Malindi, continuano e tutta la vasta area del Kenya al confine con la Somalia è presidiata da un enorme dispositivo di sicurezza. I rapitori sentendosi braccati potrebbero vendere la loro preda agli shabab, i guerriglieri islamici che infestano l’ex colonia italiana e controllano gran parte del territorio rurale. La fascia di territorio keniota, larga un paio di centinaia di chilometri, al confine tra i due Paesi è una fitta boscaglia sul mare. Ma quando si sale verso Garissa e poi ancora più su, verso Mandera, diventa savana e poi semideserto. Vicino Garissa, a Dadaab, c’è il campo profughi più grande del mondo (in realtà sono tre grandi villaggi molto vicini tra loro), dove le mafie somala e keniota gestiscono traffici leciti e illeciti. Compreso i viaggi della speranza verso l’Europa.

L’enorme baraccopoli è un nido di spie dove anche gli italiani si sono infiltrati per tentare di carpire informazioni per individuare la prigione di Silvia. Una ventina d’anni fa, la rete di spionaggio che era stata tessuta dagli allora 007 italiani era una macchina oleata a dovere. Funzionava alla perfezione. Perfino inglesi e americani ce la invidiavano e collaboravano con noi per cercare di mettere le mani sulle informazioni raccolte. Poi pian piano le relazioni si sono rarefatte. La rivalità tra le varie agenzie, i compensi agli agenti sul terreno sempre più rari e anche una certa mancanza di professionalità, hanno sciolto la rete. A tal punto che un’agente con il nome in codice “Avvocato” si era rivolto ai giornalisti alla ricerca di un nuovo impiego. Oggi il network non funziona praticamente più. La cifra esatta chiesta dai rapitori non si conosce, ma – basandosi sulle richieste avanzate a suo tempo dai sequestratori di mercantili al largo delle coste somale – si dovrebbe aggirare su un milione di euro. Mentre della richiesta di riscatto nessuno parla, è stata pubblicizzata in Kenya la taglia di 8.500 euro messa dal governo sulla testa della banda. Equivalente a 3-4 anni di stipendio.

Poco. Troppo poco. Trovare chi è disposto a rivelare il luogo dove è tenuta prigioniera Silvia, i nomi dei rapitori, dei loro complici e dei loro mandati è complicato. Il delatore rischierebbe di essere fatto fuori un’ora dopo. Così è francamente poco credibile che per 4 anni di stipendio qualcuno rischi di perdere la vita. Molto confidenzialmente un ufficiale della polizia di Malindi, intervistato dallo stringer del Fatto Quotidiano in loco, ha sottolineato: “Ma perché il governo italiano non alza la posta portando la taglia almeno a 100/200 mila euro. E magari permesso di soggiorno – cioè protezione – per chi denuncia e per la sua famiglia nel vostro Paese? Forse per una cifra del genere più di una persona rischierebbe la vita”. Gli investigatori stanno anche lavorando per accertare l’identità dei mediatori. Si temono infiltrazioni di sciacalli.

Altan: “Le regole dell’economia sono sostituite dalla politica”

Mehmet Altan è legalmente libero e, allo stesso tempo, condannato all’ergastolo senza condizionale. “Non so quando io e mio fratello ancora in carcere avremo il responso dell’appello alla Cassazione e quale sarà perché ormai qui tutto dipende dal clima politico”. Disponibile a rivestire i panni del professore di economia, a proposito della crisi spiega: “Per diventare ricca una nazione ha bisogno di un livello di sviluppo strutturale che consenta la produzione di beni ad alto valore aggiunto. La quota di prodotti ad alta tecnologia all’interno delle esportazioni turche è però solo del 3%. Nel 2018, il valore delle esportazioni della Turchia per chilogrammo era di 1,36 dollari. Questa cifra è vicina a 5 dollari nei paesi sviluppati. Ciò significa che la Turchia produce beni di basso valore e che deve importarne di alto valore. Ad esempio, la Turchia importa un chilogrammo di computer al prezzo di 600 dollari e un chilogrammo di smartphone al prezzo di 2 mila dollari. Quindi ha bisogno di esportare una tonnellata dei suoi beni elettrici ed elettronici per essere in grado di pagarli. I Paesi che non sono in grado di accumulare ricchezza sulla base delle riforme strutturali, hanno bisogno di fondi stranieri. Il debito attuale della Turchia è di 457 miliardi di dollari. I soldi presi in prestito dal mercato globale a basso tasso d’interesse però non sono stati distribuiti in modo appropriato”. E alla domanda del boom economico turco a cui abbiamo assistito fino al 2011, risponde: “Erdogan aveva fatto alcune riforme richieste dall’Europa. In seguito ha promosso solo il settore delle costruzioni creando una bolla. La crescita basata sulle costruzioni e sulle importazioni è continuata fino a quando la crisi economica globale ha preso il via. Inoltre quando le pressioni politiche sostituiscono le regole del diritto e dell’economia macroeconomica, gli squilibri peggiorano sensibilmente. Il governo ha impedito per esempio a lungo alla Banca centrale di alzare i tassi d’interesse”.

La guerra delle cipolle turche che fa piangere pure Erdogan

Non è una fine d’anno spensierata quella del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, nonostante sul suo tavolo non mancheranno gli ortaggi. I prezzi di cipolle e patate sono quintuplicati a causa dell’inflazione reale al 26 per cento e queste sono diventate oggetto di sarcasmo sui social dove compaiono meme degli ingredienti base della cucina turca in bikini con didascalie come “la più desiderabile”, o in versione dono di fidanzamento al posto del classico anello con diamante.

È la reazione dei tanti millennial turchi che usano l’ironia in Rete anziché protestare per le strade per timore di finire vittime delle purghe di Stato. Dopo le minacce del genero (marito della figlia primogenita) Berat Albayrak, ministro dell’Economia e del Tesoro, anche Erdogan è intervenuto pubblicamente sulla “guerra degli ortaggi”. Anziché spiegare al Paese perché ha tentato per mesi di impedire alla Banca centrale di alzare i tassi d’interesse, alimentando la sfiducia dei mercati e degli investitori, il Sultano ha scatenato la polizia alla ricerca del tesoro biologico e promesso ai coltivatori il carcere e l’esproprio in caso lo stiano nascondendo. Preoccupato dalla crescente frustrazione della gente, compresi i suoi elettori, per la drammatica svalutazione della lira turca e la crisi economica scoppiata sei mesi fa subito dopo la sua rielezione, il signore e padrone della Turchia nei suoi ultimi comizi ha messo in guardia “coloro che spingono le persone a emulare i giubbotti gialli francesi”. Nonostante le prime avvisaglie della tempesta economica, Erdogan però è riuscito a vincere una seconda volta le elezioni presidenziali lo scorso giugno. “Ora bisognerà vedere se il suo candidato vincerà le municipali di Istanbul il prossimo anno. ‘Dove va Istanbul va il Paese’, si dice, e siccome Erdogan ha iniziato a scalare la vetta del potere con l’elezione a sindaco di Istanbul nel 1997, la sconfitta del suo rappresentante proprio lì potrebbe decretare anche l’inizio della sua discesa”, spiega dall’esilio a Berlino, Can Dundar, l’ex direttore del quotidiano Cumhuriyet. Diventato noto in tutto il mondo per lo scoop sul trasferimento di armi da parte dei servizi segreti turchi ai jihadisti che combattono in Siria contro Assad, Dundar è stato incarcerato preventivamente, scarcerato, quindi condannato in appello a cinque anni per rivelazione di segreti di Stato e in seguito accusato di terrorismo. Alla moglie, mentre tentava di raggiungerlo, è stato ritirato il passaporto senza alcuna spiegazione pur non essendo accusata di alcun reato.

Anche l’intellettuale e insigne economista, già docente alla Sorbonne, Mehmet Altan (intervistato qui di fianco) non può lasciare il paese intrappolato da una vicenda giudiziaria kafkiana, simbolo dello svuotamento democratico turco. Assieme al fratello Ahmet, uno dei più apprezzati romanzieri a livello internazionale, è finito in carcere l’anno scorso. Per il loro rilascio si erano mossi i più autorevoli nomi della cultura mondiale scrivendo un’appello alle autorità turche, cioè a Erdogan. Il 26° Tribunale Penale di Istanbul li ha condannati all’ergastolo senza condizionale contravvenendo alla sentenza vincolante della Corte Costituzionale e della Corte Europea. Intanto in questi giorni sono riprese le purghe e alcuni leader della rivolta di Gezi park del 2013, sono stati nuovamente interrogati pur avendo già espiato le pene inflitte ed essere stati rilasciati.

Anche sul fronte esterno, il Sultano continua a voler imporre la propria agenda senza curarsi di aumentare le tensioni con gli Stati Uniti, storici alleati Nato. Ha infatti annunciato che a breve ordinerà all’esercito di varcare verso est l’Eufrate, nella Siria settentrionale a maggioranza curda, per “sradicare i terroristi”. “L’obiettivo della Turchia non sono i soldati degli Stati Uniti, ma i membri del gruppo terroristico”, ha quindi precisato dato che in questa zona i curdi sono alleati delle truppe statunitensi (2 mila soldati) per contrastare le ultime sacche di resistenza dell’Isis. Il Pentagono ha subito criticato l’ambiguo alleato, annunciando che non permetterà l’offensiva. A Erdogan non sembrano essere bastati i dazi sull’alluminio e l’acciaio, imposti da Trump alcuni mesi fa, che hanno ulteriormente peggiorato lo stato di salute dell’economia turca.

Strage di Erba, l’indennizzo tv ai parenti delle vittime

Franca Leosini è tornata con uno speciale su Rai3 di Storie Maledette e per la prima volta si è seduta alla sua scrivania, s’è cotonata la chioma, ha sottolineato pagine e pagine di atti, ma non per guardare in faccia l’assassino. Franca è tornata per fare un programma che rimediasse ai danni di altri programmi. Il caso è quello del massacro di Erba. Rosa Bazzi e Olindo Romano furono condannati per l’omicidio di Raffaella Castagna, il figlio Youssef, la madre Paola Galli e la vicina Valeria Cherubini, all’ergastolo, nel 2011, con sentenza definitiva.

Ci furono le confessioni, la Bazzi descrisse così gli omicidi: “È partita una cosa dai piedi, poi è salita allo stomaco, ho sentito come vomitare… più picchiavo, più accoltellavo e più mi sentivo sollevata, mi sentivo forte”. Ci furono tre processi, Carlo Castagna, che dopo l’appello disse “la difesa si è spinta fino all’indifendibile”. Ci fu Azouz che commentò il pianto di Rosa alla sentenza: “È solo un’attrice”. Ci fu Pietro Castagna, fratello di Raffaella, che disse: “È stato un mese durissimo per me e la mia famiglia. Ma ora è finito, dopo tutto questo fango”. Nessuno poteva sapere come sarebbe andata in seguito.

Dopo qualche anno, la difesa si spingerà oltre, Azouz cambierà idea e dirà che Rosa era sincera, per Pietro sarà l’inizio di un nuovo incubo. E tutto perché la corrente innocentista che vuole Rosa e Olindo innocenti e vittime di indagini malfatte, confessioni estorte e di sentenze sbagliate ha trovato la via mediatica attraverso un paio di megafoni potenti. Dal 2011, gli unici a sostenere la versione innocentista, erano quelli di Oggi con il giornalista Edoardo Montolli e quelli di Radio Padania. Poca roba. Nel 2013 però Azouz cambia idea. Dice che a uccidere la sua famiglia è stato un commando di italiani. Non qualcuno che ce l’aveva con lui però, non una vendetta per liti in carcere, “perché in prigione esiste un codice, donne e bambini non si uccidono”. Quindi a chi si riferisce?

La risposta arriva col tempo. Prima è una calunnia sottile. Poi, nell’aprile 2018, in un documentario dal titolo paradossale Tutta la verità sul Nove (l’autore è Fulvio Benelli, il giornalista licenziato da Quinta Colonna per la storia del finto rom), la pista alternativa trova un nome: Pietro Castagna. Si parla di un possibile movente (un anticipo di eredità che in realtà la sorella non aveva mai chiesto), di una Panda fatta sparire (fu regalata alle suore), di fantomatici testimoni oculari (poi evaporati). Si fa ascoltare un’intercettazione in cui Pietro, ai tempi, disse a un amico: “Tra un po’ diranno che è stata la Franzoni”, attribuendo la risata a lui. E invece a ridere era l’amico. Pietro è sotto choc.

Sono sconvolti anche il fratello Beppe e il padre Carlo Castagna. Gli autori del documentario vengono querelati. Carlo Castagna, padre di Beppe e Pietro, muore un mese dopo. Una malattia fulminante. I figli non diranno mai che quella calunnia ne è responsabile, ma solo “che quel dolore abbia contribuito… sì, ci abbiamo pensato”.

L’onda del revisionismo a cui il Nove ha dato avvio con l’ausilio degli avvocati della difesa e dei soliti due giornalisti, trova la sua spalla nel programma Le Iene.

Dopo l’estate, Pietro riceve una telefonata. Una tizia gli chiede di incontrare lui e il fratello per lavoro. All’appuntamento va solo Pietro. Lì non trova la ragazza ma l’inviato delle Iene Antonino Monteleone che chiede a Pietro come si sente ad andare in giro tranquillo con due poveri vecchietti in carcere. Domande su domande. Tra la gente, in mezzo alla strada, trattato alla stregua di un truffatore, di un furfante. Pietro manda una lettera di diffida alle Iene.

Sui giornali esce la notizia dell’aggressione mediatica. Monteleone si infuria. Dà del bugiardo a Pietro. “Non ho mai detto quelle cose. Manderò in onda l’intervista integrale!”. Iniziano i servizi. Ben sei, ma quell’intervista a Pietro, stranamente, non va in onda. In compenso va in onda un’imbarazzante apologia di Rosa e Olindo in buona parte scopiazzata dal documentario del Nove. Imbarazzante perché realizzata con la tecnica preferita da Monteleone (e spesso dalle Iene), quella del cherry picking: chi sposa una tesi e cita solo le sole prove a sostegno ignorando quelle che la smontano. Facile così.

Monteleone spera di convincere qualcuno da casa. Gli riesce poco. Poi pensa di fare il colpaccio con l’intervista a Olindo. Scrive su Instagram “Oggi ho cambiato la storia della tv”. Solo che Olindo nella versione vittima dello Stato è meno convincente di Fabrizio Corona. Il risultato è che per i Castagna sono due mesi di inferno, con la paura di essere tirati in ballo di nuovo, con l’avvertimento “manderemo in onda l’intervista, le intercettazioni che vi riguardano” e con messaggini di Monteleone e del suo autore, Marco Occhipinti, della serie “prima o poi dovrete fare i conti con la realtà”. Come se i conti con la realtà, i fratelli Castagna, non l’avessero fatti abbastanza. Come se non avessero il sacrosanto diritto di essere lasciati in pace, in quel lutto che non hanno mai avuto tempo di elaborare davvero. Ed è questo che ha fatto Franca Leosini l’altra sera. È tornata con i fratelli Castagna in studio per processare un assassino più subdolo, un assassino che non ha le mani sporche di sangue ma di insinuazioni, di sensazionalismo, di sospetto: la tv. Quella tv. Ha rimesso le cose a posto, Franca. Ha restituito dignità totale e definitiva a Pietro, ha dato modo ai Castagna di spiegare cosa vuol dire sopportare quel peso mediatico dopo undici anni, ha dato una lezione di giornalismo senza imboscate, tesi suggestive e revisionismi pindarici che non cercano verità, ma vanità.