Quanto conta la fortuna per avere successo? La domanda se l’è posta Robert Frank, professore di Economia alla Cornell University che una decina di anni fa ha rischiato di morire per un infarto cardiaco mentre giocava a tennis e si è salvato solo perché un’ambulanza stava rientrando in quel momento da una precedente chiamata. Un evento che gli ha cambiato la vita e che condiziona quella di tutti noi. Del resto, senza la buona sorte anche le persone più capaci e meritevoli difficilmente ce la fanno nella vita se sono nate nel Sud Sudan. Ma il successo non è garantito nemmeno alle persone meritevoli dei Paesi più ricchi, con istituzioni giuridiche, scolastiche e altre infrastrutture sviluppate, senza che vengano introdotti alcuni cambiamenti relativamente semplici nella politica pubblica. Questo perché il cambiamento è sempre difficile, ma in attesa che la crisi finanziaria ci spazzi via abbiamo due chance: agire più rapidamente o confidare in una botta di… fortuna
Rider, la retromarcia del governo: nessun obbligo di assunzione
Nello scorso fine settimana il ministero del Lavoro ha inviato la sua proposta di contratto collettivo dei rider ai sindacati dei ciclo-fattorini. Il testo non obbligherebbe le piattaforme ad assumere come dipendenti gli addetti alle consegne. Anzi, specifica che si applicano proprio a chi opera con “rapporti di lavoro non subordinato”.
Il ministro Luigi Di Maio ha confermato l’orientamento assunto a luglio, quando ha rinunciato a imporre la tutela della subordinazione per i rider attraverso il decreto Dignità e aperto la trattativa tra aziende e sindacati per cercare un accordo condiviso. Dopo mesi di incontri, però, l’intesa non c’è stata perché i rider hanno giudicato insoddisfacente il testo presentato da Assodelivery, che riunisce Deliveroo, Glovo e JustEat, cioè la fetta più grossa del mercato. Visto lo stallo, il governo ha preso l’iniziativa, condivisa per ora solo con i rider e non con le aziende. Nella bozza inviata si stabilisce l’obbligo di una paga minima oraria, senza cottimo con tariffa a consegna (cosa che invece succede oggi). Non viene però indicata una cifra. Gli altri obblighi sarebbero la copertura Inps e Inail (oggi ci sono solo assicurazioni private, per chi le concede), maggiorazioni di almeno il 30% per i festivi e rimborsi per la manutenzione dei mezzi a carico del datore di lavoro. Le associazioni dei rider non hanno ancora commentato. Deliverance Milano, però, ha presentato una sua proposta di legge nella quale torna a rivendicare la subordinazione. Un segnale al governo affinché rispolveri il decreto ipotizzato a luglio per sbloccare una situazione che sembra ferma, con le aziende che non sembrano ansiose di chiudere. Comunque, tutti i sindacati stanno valutando la proposta, che comunque contiene alcune delle loro storiche richieste.
Intanto prosegue la trattativa per l’acquisto di Foodora da parte di Glovo. Quest’ultima ha assicurato che assumerà i 21 dipendenti rimasti presso l’app tedesca nel giorno della chiusura. Quanto ai rider, Glovo fa sapere di aver arruolato un terzo di quelli ancora in servizio presso Foodora, che nel giorno della disattivazione erano 850. In un primo momento, si pensava fossero almeno 2 mila, poiché a giugno l’amministratore delegato Gianluca Cocco aveva detto al Corriere della Sera che la società impiegava “qualche migliaio di lavoratori”. In quell’occasione il manager aveva aggiunto che se Foodora fosse stata obbligata ad assumere i rider come dipendenti, avrebbe lasciato l’Italia (cosa poi successa anche senza quella condizione). Insomma, l’intento era quello di fare pressioni sul governo: tanto valeva inventare un numero sovrastimato di lavoratori.
Viva le gare: una difesa liberista dei beni comuni
La questione dei beni comuni ha visto importanti e vivaci dibattiti politici in questi anni (si pensi da noi ai contributi di Stefano Rodotà sul tema) e certo non soltanto in Italia, ma perfino nell’iperliberale contesto americano. Spesso, però, su questo tema ci sono stati grandi equivoci soprattutto su cosa fare per promuovere i beni comuni: qui proviamo, in modo solo apparentemente paradossale, a smontare uno di questi equivoci.
Un “bene comune” si può definire ciò che la collettività vuole sottrarre alle logiche del mercato. Per gli economisti è una cosa diversa, e questo può dar luogo a un primo equivoco, per cui chi scrive preferirebbe il termine “bene sociale”, per chiarezza. Per intenderci: il sistema giudiziario per gli economisti è un bene comune, mentre i trasporti collettivi non lo sono, ma certo si può decidere che siano un bene sociale, come moltissimi altri. Qui manteniamo la dizione “bene comune”.
Per i beni comuni dunque occorre che prezzi, quantità e qualità siano frutto di decisioni collettive. Ma le risorse sono limitate: quelle che vengono destinate a un bene comune non possono essere destinate a un altro. In generale si può assumere che meno è efficiente la produzione di questi beni, meno ce ne sarà per tutti. Si pensi all’acqua pubblica perduta per scarsa manutenzione. O se l’acquedotto comunale occupa il doppio dei lavoratori necessari, o li paga il doppio per “voto di scambio”, rimarranno poche risorse per produrre altri servizi.
Si obietta: ma se la gestione è privata, i privati devono fare profitti, cioè devono remunerare anche il capitale che ci mettono. Certo allo Stato il capitale costa un po’ meno (non c’è rischio, perché si assume che lo Stato non possa fallire, anche se qualche rischio di questi tempi all’orizzonte appare…). Inoltre a uno Stato che ha speso troppo in passato il capitale finisce a costare molto caro (si veda lo spread, la differenza di rendimento tra titoli italiani e tedeschi, che questo in realtà significa). Ora, fare le gare significa in sostanza chiedere: “Chi mi fornisce questo servizio per un certo numero di anni, con queste tariffe e garantendo questa qualità e quantità?”. Chi chiederà meno soldi vincerà la gara (e nel “meno soldi” c’è anche implicito “si accontenterà della minor remunerazione anche del capitale”).
L’obiezione frequente è che così si genera il rischio di corruzione. Ma questo c’è sempre, anche nelle gestioni pubbliche. Con le gare però arrivano addirittura due poliziotti: la Guardia di finanza e i concorrenti, che spesso fanno addirittura fastidiosi ricorsi se perdono. Con le gestioni pubbliche spesso non c’è nemmeno il primo.
In altre parole: la socialità di un bene o di un servizio non è data da chi lo produce (si pensi ai farmaci) ma, come abbiamo detto, dai prezzi e dalla qualità con cui sono forniti ai cittadini. Anche distinguendoli per classi di reddito, se così si ritiene.
Le gare certo devono essere periodiche: un vincitore, pubblico o privato, che fosse messo per sempre al riparo della concorrenza diventerebbe di sicuro inefficiente (“catturerebbe il regolatore” dicono gli economisti. E i soggetti privati senza concorrenza sono peggio dei pubblici).
Le gare poi non hanno niente a che vedere con la privatizzazione dei servizi: questo è un argomento davvero stupefacente. Se un soggetto pubblico, anche quello che fornisce il servizio oggi, è più efficiente (per esempio non fa “voto di scambio”), vincerà la gara. Per esempio in Germania nei trasporti ferroviari locali è successo molte volte, e in modo clamoroso: le ferrovie pubbliche (Db) hanno perso molte gare al primo turno, si sono spaventate e sono diventate più efficienti, e ne hanno poi rivinte indietro molte al secondo turno, con grandi benefici per tutti.
Pensare “gara uguale privatizzazione” invece assume ingiustamente che i manager pubblici debbano essere sempre più incapaci o corrotti di quelli privati. In diversi settori in Italia ci sono ottimi esempi del contrario.
Abbiamo già dimostrato poi che le gare non hanno nulla a che vedere nemmeno con la socialità dei servizi. Se ci sono le risorse, si possono (anzi, si devono) far gare anche per servizi gratuiti ed estesi a tutta la popolazione. Vincerà anche in questo caso chi chiederà meno soldi pubblici. E tenderà a “rigar dritto”, altrimenti si sogna di vincere al secondo turno. Per un’impresa degna di questo nome, la reputazione è un bene molto prezioso. Ai monopolisti invece non importa nulla.
Esistono due tipi di concorrenza: quella “nel” mercato (liberi tutti…) e quella “per” il mercato, che può garantire qualsiasi livello di socialità. In Italia per la maggior parte dei servizi si parla solo del secondo tipo, ma ipocritamente si gioca sull’ignoranza del pubblico per fingere si tratti di vere “liberalizzazioni antisociali”.
Una controprova della realtà qui sommariamente illustrata: sono uniti nell’ostilità alle gare sia le amministrazioni di destra che quelle di sinistra. La motivazione è proprio che spesso non è la qualità dei servizi che interessa, ma il controllo politico ed economico sugli enti che li erogano, in cui il voto di scambio impera, generando grandi inefficienze a danno dei cittadini e dei contribuenti.
Adesso per il gran finale, lo slogan paradossale d’obbligo, che speriamo di aver abbastanza argomentato: “Più gare, più beni comuni”.
Rimborsi e nuove risorse, tutti i regali ai camionisti
Lo switch modale, ovvero il trasferimento della maggior quota possibile di trasporto merci dalla gomma alla rotaia, è obiettivo del contratto di governo pentaleghista. Rinviato sine die, sembra però a leggere i provvedimenti in materia di incentivi presi in varie sedi, da ultimo la manovra finanziaria.
Del resto, il potere negoziale dell’autotrasporto è sempre stato molto forte e, come ammesso da un parlamentare del Movimento 5 Stelle di lungo corso, lo spettro dei gilet gialli, che in Francia hanno bloccato il Paese, ha fatto il resto. Così, dopo i 26,4 milioni per le deduzioni forfettarie, detrazioni cioè di spese non documentate, ottenuti col dl fiscale in aggiunta al fondo strutturale per il settore (240 milioni annui di incentivi vari), e i 160 milioni per le mai quantificate difficoltà logistiche create dal crollo del ponte Morandi di Genova (inseriti fin dalla prima bozza in manovra), sono arrivate altre richieste in vista dell’iter della legge di bilancio.
Favorito da più o meno velate minacce di un sanguinoso fermo, il colpo dei camionisti è stato la cancellazione del taglio ai rimborsi dell’accisa sul gasolio. La Finanziaria 2015 stabilì una decurtazione dal 2019 del 15% dell’agevolazione che per l’autotrasporto vale 1,26 miliardi l’anno, ma, dopo mesi di pressioni, l’intervento è saltato grazie a un emendamento dei relatori.
E un altro emendamento ha stanziato 56 milioni di euro per formare nuovi autisti. Cifra monstre: il fabbisogno dichiarato dal settore è di 15-20 mila unità, un corso completo costa (secondo PortalePatente.it) fra i 2.000 e i 2.500 euro e il provvedimento prevede la copertura del 50 per cento delle spese, incentivando di fatto l’assunzione di oltre 44 mila autisti. Un favore alle scuole guida oltre che all’autotrasporto? Certo non è stato aggiunto un euro ai 2 milioni annui previsti per formare nuovi macchinisti cargo (ne servono circa un migliaio): lo switch modale può attendere.
Risparmio gestito, ciò che Mediobanca non dice
Quasi in sordina è uscito l’annuale aggiornamento dell’indagine sui fondi comuni dell’ufficio studi di Mediobanca: “Dati di 1.308 fondi e sicav italiani (1984-2017)”. È la 27a edizione della ricerca, uscita la prima volta nel 1992 per iniziativa di Fulvio Coltorti allora a capo del centro di ricerca, ora docente all’Università Cattolica di Milano. L’opera è ponderosa e con l’aggiunta quest’anno delle performance, ovvero dei rendimenti, anche per i singoli fondi dell’universo esaminato. Ma il confronto principe resta quello fra fondi comuni e Bot, presi come pietra di paragone in quanto investimento (quasi) senza rischio.
Le analisi elaborate e la metodologia non sono cambiate e i dati relativi al 2017 non modificano sostanzialmente i confronti. In sè l’anno è andato benino per i fondi con un dato modestamente positivo (+2,2%), per altro già annullato e ribaltato in negativo coi primi dieci mesi del 2018. Ma anche fermandosi alla fine dell’anno scorso, non vi sono grandi sorprese: i dati resi pubblici di per sé forniscono solo conferme a brutte cose già note. Brutte per gli sventurati clienti del risparmio gestito.
Le novità sono nello stile, nelle parole, nei documenti divulgativi, ecc., con cui la ricerca è stata presentata. Non vi si legge più che il risparmio gestito “distrugge ricchezza” o espressioni analoghe, tutte rigorosamente vere. Dove ovviamente con distruzione di ricchezza si intende che essa viene sottratta ai risparmiatori per arricchire venditori, gestori e i gruppi bancari e/o assicurativi che li controllano. Al contrario viene dato risalto al confronto Bot-fondi comuni sui 15 anni, questa volta eccezionalmente positivo.
Le sole testate ad ampia diffusione ad aver riferito sulla ricerca, ovvero il Corriere della Sera e il Sole 24 Ore, si sono così potute prodigare a decantare per l’ennesima volta il risparmio gestito. E si sono guardate bene dal sollevare obiezioni o porre domande. Noi invece lo faremo e alle domande daremo delle risposta.
Perché la presentazione di Mediobanca della ricerca non estende il confronto a un periodo più tondo, in particolare 20 anni? Ma soprattutto perché quest’anno nella presentazione della ricerca non appare più il confronto fra i Bot e i fondi italiani, da quando esistono, ovvero dal 1984? Questo è il confronto classico che Mediobanca evidenzia dalla prima edizione della ricerca. C’era ancora l’anno scorso e quest’anno invece no. Curioso, vero?
Non è un problema di spazio, perché la “Tab. 1 – Fondi comuni aperti: rendimenti al netto d’imposte” è rimasta nella nuova edizione, ma le colonne sono più distanziate per riempire la pagina, tolto il confronto “dalla nascita” dei fondi di diritto italiano. Provvediamo quindi noi a riportare tale comparazione, grazie proprio ai dati di Mediobanca. Scopriamo così che resta pesantemente negativo il risultato di lungo termine: dal 1984 un 432% per i risparmi gestiti rispetto al +497% ottenuto coi banalissimi Bot. Analogo discorso sui 20 anni, ovvero il periodo 1998-2017: +43% col fondi, +55% coi Bot.
La fortuna dell’industria parassitaria del risparmio gestito è purtroppo che, nella sua interezza, la preziosa indagine sui fondi di Mediobanca resta sconosciuta ai diretti interessati, cioè ai risparmiatori. E i giornali che ne parlano, di regola lo fanno ad usum delphini.
Entrate, passano i governi ma i concorsi restano tabù
Passano le stagioni, cambiano i governi, si avvicendano i direttori, ma si può stare sicuri che all’Agenzia delle Entrate non si faranno mai i concorsi per far posto a nuovi dirigenti capaci di fare sul serio la lotta all’evasione. I dirigenti nominati dal 2001 in poi, da governi di ogni colore, senza ricorrere ad alcuna trasparente procedura selettiva pubblica, circa 1200 persone, bravi e meno bravi, restano imperterriti al loro posto fino a che pensione non li separerà dalla poltrona. Con il governo del cambiamento, molti si aspettavano che il divieto di concorso sarebbe stato cancellato e che le porte dell’Agenzia e degli altri uffici fiscali (Demanio e Monopoli) sarebbero state spalancate a una nuova leva di aspiranti, magari meno compromessi con i vecchi giri di potere. Sono passati sei mesi, il vecchio direttore dell’Agenzia voluto da Matteo Renzi, Ernesto Maria Ruffini, è stato accompagnato alla porta e al suo posto su indicazione dei 5stelle è stato nominato Antonino Maggiore, generale della Guardia di finanza, ma il continuismo vince ancora e spuntano nuovi escamotage per eludere i concorsi.
Tre anni fa si pronunciò addirittura la Corte costituzionale (sentenza numero 37 del 2015) a favore dei concorsi e contro le norme approvate per evitarli. I giudici della Consulta dissero che le leggi pro-dirigenti erano incostituzionali e sulla scorta del pronunciamento, i parlamentari grillini, quando erano all’opposizione, segnalarono con interrogazioni ripetute la vistosa anomalia delle Entrate, invitando il governo a porvi rimedio. Ma arrivati al governo è come avessero perso la memoria. Uno dei più insistenti nel battere il chiodo dello scandalo fu a suo tempo il deputato Alessio Villarosa, il quale a giugno di quest’anno è stato nominato sottosegretario all’Economia e in tale veste avrebbe potuto spendersi per imprimere una svolta. Che però non c’è stata e niente lascia supporre che ci sarà. Proprio in questi giorni, il direttore dell’Agenzia ha avviato quelle che in termini tecnici si chiamano “procedure selettive di interpello” riguardanti oltre 1400 posizioni dirigenziali. In pratica si tratta dell’ennesimo sistema per confermare il vecchio assetto di vertice, rinunciando ancora una volta alla trasparenza che sarebbe garantita da un vero e proprio concorso pubblico. La faccenda è congegnata in modo tale che i 1400 nuovi dirigenti saranno con ogni probabilità quelli vecchi riconfermati anche se magari solo diplomati, che grazie alla lunga carriera dirigenziale accumulata avranno più chance di altri anche se plurilaureati. La differenza rispetto a prima è che saranno chiamati con un nome nuovo. Questa volta la fantasia burocratica trasformata in legge con la Finanziaria 2018 targata Matteo Renzi e Paolo Gentiloni li definisce Poer (Posizioni organizzative a elevata responsabilità) che in pratica sono la versione aggiornata delle originarie Pos (Posizioni organizzative speciali) e successivamente delle Pot (Posizioni organizzative transitorie).
Contro il continuismo opaco dell’Agenzia delle Entrate si sono espressi i sindacati del settore, da Dirstat a Dirpubblica. Quest’ultima ha impugnato per via legale la procedura di interpello sostenendo che si tratta “dell’elusione in altre forme della sentenza della Consulta”. A favore di un cambio di passo nelle agenzie fiscali alcuni mesi fa si è espresso anche il Tar del Lazio, che trattando di un’altra vicenda di assunzioni ha invitato con una sentenza l’Agenzia delle entrate a ricorrere a un concorso pubblico. E per scongiurare che a vincere potessero risultare i soliti di sempre ha imposto che la selezione fosse effettuata solo per esami escludendo i titoli. Per un motivo pratico e semplice: i titoli necessari per fare punteggio possono essere esibiti in prevalenza da chi è dentro la macchina del fisco da tempo. Cioè proprio i dirigenti nominati negli anni passati senza concorso che dopo essere stati avvantaggiati una prima volta sarebbero premiati di nuovo. Il direttore dell’Agenzia delle Entrate ha contestato la sentenza del Tar dando mandato all’Avvocatura dello Stato di impugnarla. Poi ha avviato la selezione per le Poer introducendo proprio i titoli come metodo fondamentale per la scelta.
Comunicazioni ai soci omesse, nuova multa alla Popolare di Bari
Nuove sanzioni della Consob alla Banca Popolare di Bari. Dopo quelle da 55mila euro per la gestione dei servizi di investimento nell’aumento di capitale del febbraio 2013 e quelle da 2,6 milioni comminate alla banca e ai vertici aziendali (che ne hanno ottenuto la sospensione in tribunale) per irregolarità e omissioni informative negli aumenti da 330 milioni del biennio 2014-2015, la Commissione per le società e la Borsa ha comminato nuove multe per altri 170mila euro.
La Consob ha riscontrato che “la banca non ha comunicato al pubblico i criteri e le modalità seguite per la determinazione del prezzo delle azioni… in occasione degli aumenti di capitale” del 2014 e 2015.
La Commissione ritiene che “la violazione non è connotata da scarsa offensività o pericolosità, ed è consistita nell’omessa comunicazione al pubblico di informazioni rilevanti” e che “l’omissione accertata si è inserita in un contesto caratterizzato da una pluralità di violazioni degli obblighi di comunicazione di informazioni” sui criteri e le modalità di determinazione del prezzo delle azioni. Tuttavia per l’Autorità di controllo “non risultano elementi che rendono determinabile l’ammontare dei pregiudizi effettivamente cagionati a terzi” dalla banca e non si ravvisano “potenziali conseguenze sistemiche della violazione”.
La Popolare potrà impugnare anche la nuova sanzione.
Intanto, dopo il rinvio alla Corte di giustizia europea della riforma del governo Renzi sulle banche Popolari, l’istituto non ha tenuto l’assemblea per la trasformazione in Sociatà per azioni che era prevista per il 16 dicembre.
Ma ai quasi 70mila soci, che detengono 160 milioni di azioni non quotate e illiquide, qualcuno dovrà prima o poi spiegare perché i titoli che valevano sino a 9,53 euro ora sul circuito Hi-Mtf sono congelati a 2,38 euro, con un calo del 75 per cento.
Google e le cinque sorelle, mega fondi da 300 miliardi senza alcun controllo
Hanno sostituito ormai da tempo, nella realtà e nell’immaginario collettivo, le sette sorelle del petrolio. Veri e propri giganti economico-finanziari, oligopolisti nei loro mercati, che siano il web o la tecnologia. Ma soprattutto nuovi forzieri di denaro liquido accumulato dai mega-utili prodotti che le trasformano di fatto in grandi banche o meglio enormi fondi d’investimento. Con tutti i rischi che questo comporta. Le banche e i fondi sono vigilati dalle autorità mentre le varie Apple, Alphabet (l’ex Google), Microsoft, Amazon e Facebook, solo per citare i nuovi “padroni dell’Universo”, sono liberi da vincoli esterni nei loro movimenti imponenti di denaro.
Il Grande Fratello orwelliano è già qui, trasposto in enormi multinazionali nate dalla rivoluzione di Internet e ora dominus finanziari globali. Dimenticativi per un attimo il vostro smartphone e il web su cui navigate o gli acquisti via e-commerce. Quello è il lato visibile del business dei giganti del tech. Il lato che non vedete e che sta in ombra è la potenza finanziaria che cresce ogni anno che passa. Alphabet, la holding di Google, ha fatto ricavi a fine settembre del 2018 per 130 miliardi di dollari. Su quelle vendite porta a casa 19 miliardi di utili che cumulati nel tempo hanno consentito al patrimonio della società di salire a 169 miliardi. Ma non basta, Alphabet ha oggi cassa liquida e investimenti finanziari per la bellezza di 106 miliardi. Microsoft ha un patrimonio di 85 miliardi, figlio dei profitti prodotti negli anni e una dotazione di cassa e titoli investiti per 135 miliardi. Amazon il gigante delle vendite online macina un fatturato di 220 miliardi su cui ha una redditività industriale di 25 miliardi sonanti e si permette di avere munizioni tra liquidità e investimenti in bond e azioni per 30 miliardi. Facebook, la creatura di Zuckerberg, viaggia con margini industriali pari al 54% dei suoi ricavi (a 52 miliardi a settembre di quest’anno). Vengono reinvestiti certo nella società e nell’acquisto delle proprie azioni (i buy back che tutti i colossi del web praticano e che sono responsabili di buona parte della domanda di titoli che fa salire le loro quotazioni) ma la profittabilità è così elevata da residuare liquidità oggi pari a 41 miliardi di dollari. E che dire della grande mela tecnologica? La Apple ha una potenza di fuoco a bilancio per 66 miliardi tra conti correnti e titoli. Sommateli insieme e avrete un grande fondo d’investimento che muove 380 miliardi di dollari. E sono solo i primi 5 big del web-tech mondiale. L’Ufficio studi di Mediobanca ha messo di recente sotto osservazione l’intero universo del comparto, le “web soft”, rilevando una dotazione complessiva di liquidità pari a circa 480 miliardi di dollari.
Tanto per dare un’idea delle dimensioni, il fondo sovrano della Norvegia, il più grande al mondo, ha un attivo di bilancio di circa mille miliardi di dollari. Ma è un fondo governativo di un Paese che macina ricchezza sugli export di greggio e che è controllato dalle autorità nelle scelte di investimento. Qui siamo in presenza di compagnie private che primeggiano con investitori istituzionali a livello globale. Già ma dove viene investita tutta questa ricchezza? Sempre R&S Mediobanca nel suo ponderoso studio calcola che circa 320 miliardi sono investiti in titoli a breve termine. Di questi circa metà finisce in titoli di Stato del Tesoro americano, ma non mancano obbligazioni societarie pari al 28% dell’intero ammontare. E poi anche titoli strutturati più opachi e rischiosi come gli Abs. Come le banche quindi? No peggio. Solo gli investimenti in titoli valgono, sempre secondo R&S Mediobanca, il 25% del totale dell’attivo di bilancio dei colossi del tech. Le stesse banche a livello globale investono in media il 20% del loro bilancio. Vista così, i vari Microsoft e Facebook si sono nel tempo trasformati da produttori di beni e servizi sulla Rete a fondi d’investimento finanziari. Di fatto si comprano un pezzo del debito pubblico americano; osano anche spingersi su obbligazioni di società private e rischiano qualcosa sui prodotti strutturati. Senza contare le potenti politiche di riacquisto in Borsa dei propri stessi titoli, di fatto drogandone il valore.
Già, la Borsa. Ormai le regine di Wall Street sono loro. Una corsa esplosiva sui listini che ha portato molte di loro a infrangere lo scorso anno la barriera dei mille miliardi di capitalizzazione. Una corsa eccezionale guidata certo dagli utili che ogni anno crescono a doppia cifra, ma che rischia di sbattere contro la legge di gravità. Quest’anno, infatti, con le Borse in chiaroscuro sono stati tra i titoli più venduti. Una retromarcia che rischia di essere fulminea così come la salita degli ultimi anni verso l’alto. Un’azienda come Alphabet, pur in calo del 20% dai massimi del 2018, vale oggi al Nasdaq 728 miliardi di dollari, oltre 5 volte il fatturato e il suo patrimonio netto. Apple, caduta del 30% in tre mesi, vale tuttora 785 miliardi, 7 volte il suo capitale. Siamo lontani dai record del 2017 quando le aziende del campione di Mediobanca erano arrivate a valere in Borsa oltre 4 mila miliardi di dollari, sei volte il valore dell’intera Piazza Affari e più del Pil della Germania. Regine oligopolistiche del mercato cui impongono i loro prezzi, utili stellari che nessuna industria al mondo produce più, grandi elusori fiscali e ormai grandi banche o meglio grandi investitori finanziari. Centauri insomma, dato che una buona fetta dei loro attivi di bilancio vengono ora dalla finanza e non dai beni reali. In fondo, lo specchio dei nostri tempi. Dove la finanza ha soppiantato l’economia reale. Con tutti i rischi che questo comporta.
I timori di Draghi sull’Italia: solo l’euro argina le derive
Il discorso che Mario Draghi ha tenuto al Sant’Anna di Pisa sabato, in occasione di una laurea honoris causa, è forse il più importante dei suoi otto anni alla Bce, un manifesto europeista stilato in vista del congedo da Francoforte, a fine 2019. Ci hanno lavorato dieci persone dello staff Bce, alcune parti Draghi le ha scritte di suo pugno. Come la conclusione in cui denuncia che “l’attrazione che esercitano politiche e regimi illiberali si sta diffondendo” e per questo “il progetto europeo è ancora più importante oggi, solo continuando a fare progressi, a liberare le energie individuali ma anche rafforzando l’equità sociale possiamo salvarlo nelle nostre democrazie, con unità d’intenti”.
Perché fare un discorso in difesa della moneta unica proprio ora che anche i partiti storicamente anti-euro sembrano più moderati? I Cinque Stelle hanno smesso da tempo di chiedere il referendum sull’uscita, con la manifestazione di Roma dell’8 dicembre Matteo Salvini ha scelto una linea più pacata.
Ma alla Bce, come nel resto delle istituzioni europee, continuano a guardare all’Italia con preoccupazione. Lo dimostra l’intesa raggiunta all’Eurogruppo, la riunione dei governi della moneta unica, il 4 dicembre: tra le misure c’è il rafforzamento del fondo salva Stati e delle linee di credito precauzionali per Paesi che potrebbero trovarsi in difficoltà ad accedere al credito anche se con i conti pubblici in ordine. Questa eventualità all’apparenza assurda (perché un Paese con basso debito e deficit dovrebbe avere problemi a finanziarsi?) si verifica solo in caso di un grosso choc esterno. Che, su questo in Europa e sui mercati sono tutti unanimi, può arrivare soltanto dall’Italia. E per ragioni politiche, non finanziarie.
I fondi di investimento che cercano di immaginare gli sviluppi politici da tempo sono giunti alla conclusione che l’unica alternativa al governo Conte con maggioranza gialloverde è un governo Salvini con la Lega e quel che resta del centrodestra. A molti investitori, come a molti imprenditori italiani, va bene così: meglio una destra tradizionale che questa imprevedibile coalizione populista.
Se Draghi fosse sulla stessa linea, non avrebbe fatto il discorso di Pisa. Invece nelle 13 pagine che ha letto al Sant’Anna ha offerto argomenti a difesa della moneta unica come se nel Paese si stesse per aprire un dibattito definitivo, modello Brexit 2016. E questo ha due spiegazioni: il presidente della Bce non pare credere alla svolta moderata della Lega, è pur sempre il partito che ha affidato le commissioni parlamentari economiche a due euro-critici come Alberto Bagnai e Claudio Borghi Aquilini, e neppure vede nell’offerta politica italiana un partito che possa arginare questa evoluzione. Il discorso di Draghi offre argomenti direttamente agli elettori, più che indicare la rotta alla politica o sollecitare l’iniziativa di qualche campione dell’europeismo: dopo il disastro di Emmanuel Macron, in Europa sono tutti cauti su nuovi alfieri anti-populisti.
Gli argomenti della Bce in difesa dell’euro nel dibattito italiano sono i seguenti. Primo: fare deficit non basta. Tra il 1973 e il 1985 il disavanzo medio in Italia era del 9 per cento (3,5 nell’eurozona a 12), ma la disoccupazione è salita dal 5,9 all’8,2 per cento.
Secondo: le svalutazioni della moneta, sognate da chi auspica il ritorno alla lira, non risolvono i problemi di un Paese. Tra il 1979 e il 1992, l’Italia ha svalutato la lira sette volte contro il marco tedesco, perdendo circa metà del valore ma senza benefici alla competitività dell’economia. La produttività è cresciuta ogni anno meno che nel resto dell’eurozona, il Pil allo stesso ritmo ma la disoccupazione è risultata più alta dell’1,3 per cento e, soprattutto, gli italiani hanno perso potere d’acquisto: in Italia i prezzi sono saliti del 203 per cento in quei 13 anni, mentre nel resto dell’eurozona soltanto del 103.
Terzo punto: l’euro è servito per consolidare il mercato unico europeo, che piace anche a chi critica la moneta unica. Dopo la fine del sistema di Bretton Woods, gli europei dovevano rinunciare a una cosa tra cambi fissi, commercio internazionale, politica monetaria indipendente e mobilità dei capitali. Hanno scelto di rinunciare alla politica monetaria indipendente per salvare il mercato unico che – perfino in agricoltura – veniva minato dalle continue svalutazioni.
Anche chi critica la moneta unica difende il mercato senza barriere nell’eurozona. Tornare indietro sarebbe impossibile: il 20 per cento dei posti di lavoro nei settori che esportano, calcola la Bce, sono in Paesi diversi da quello che esporta il prodotto finito. Mezzo milione di italiani lavorano per aziende europee che esportano fuori dall’Ue. Smontare questa tela è impossibile senza incorrere in catastrofi (lo dimostra il negoziato sulla Brexit). Pensare di usare comportamenti predatori tipo uscire dall’euro e svalutare sarebbe, oltre che politicamente molto complesso, molto rischioso anche perché “per ritrovare competitività bisognerebbe svalutare molto più di quanto era necessario in passato”.
Da banchiere centrale, Draghi ha provato a condizionare le aspettative degli elettori italiani: offrire argomenti contro l’uscita dall’euro potrebbe servire a rendere inutile la discussione prima ancora che cominci davvero. Dal discorso del whatever it takes nel 2012 Draghi ha spesso cambiato gli eventi con questo approccio. Chissà se gli riuscirà anche questa volta.
Nulla si crea, nulla si distrugge: sofferenze, banche e profitti
Altro giro, altra corsa. L’Ue, con l’accordo raggiunto ieri tra Europarlamento e Consiglio, è a un passo dal dotarsi di un nuovo regolamento sugli Npl (non performing loan) – i crediti inesigibili delle banche, un problema che riguarda il Sud Europa – mentre continua a fischiettare sui titoli illiquidi e i derivati delle banche del Nord (per non parlare dell’assicurazione comune sui depositi: si farà, per carità, ma dopodomani). Come che sia, le nuove norme stabiliscono che un prestito diventi “Npl” dopo 90 giorni dal mancato pagamento e che le banche accantonino soldi per coprire le perdite stimate: l’idea, all’ingrosso, è coprire al 100% quelli con garanzie in 8 anni e quelli “scoperti” in due. In sostanza, un invito agli istituti a un nuovo round – mentre il primo è ancora in corso – di svendite ai fondi specializzati (a non citare il rischio di dare meno credito e/o più caro). E che ci fanno i fondi con questi brutti Npl? Bei soldi col recupero crediti. Un esempio tra i tanti era ieri a pagina 7 di MF. Titolo: “Serra (Algebris) fa rendere gli Npl”. In questo breve testo si racconta che i fondi lussemburghesi specializzati in crediti deteriorati del finanziere amico di Renzi hanno fatto discreti utili nel 2017: 49,7 milioni il fondo più antico (rendimento del 13,3%) e altri 41 milioni quello appena nato. Nulla si crea e nulla si distrugge, ma i profitti si spostano (specie all’estero) grazie a una regolazione compiacente. Il mercato d’altronde, se è concesso parafrasare Gaber, è come la chitarra: ognuno suona come vuole e tutti suonano come vuole il mercato.