Che tristezza l’antifascismo da social network

Da mesi, con fastidiosa frequenza, ci suonano nelle orecchie la fanfara antifascista per verificare se scattiamo sull’attenti con sufficiente celerità. È tutta una richiesta di precisazioni, chiarimenti, dissociazioni, battutine irridenti. Chi scrive ha deciso di non rispondere a obiezioni carenti di rilevanza, provocatorie, partorite da menti deboli, avanzate con il ditino alzato sui social. Questa volta faremo un’eccezione. E ricorderemo – soprattutto ai compagni del Pd, i quali faticano a perdonarci la battaglia sul referendum, combattuta in nome della Costituzione antifascista – che su queste colonne negli ultimi nove anni (da che esiste questo giornale e dunque questa rubrica) ci siamo sempre espressi contro ogni forma di dittatura della maggioranza, in favore delle garanzie, a tutela delle minoranze. E che – forse a differenza di molti che si esibiscono cinguettando – abbiamo letto per benino la Carta del ’48.

I fatti. Sul sito del Fatto il professor Sergio Noto, storico dell’Economia e appassionato di musica, ha scritto un post sul suo blog in cui, nell’ambito di un ampio discorso sulla salute delle istituzioni culturali in Italia, afferma: “Quando in futuro qualcuno scriverà una storia del ruolo culturale delle classi dirigenti italiane tra la fine del XX e gli inizi del XXI secolo, sarà chiaro che questa classe dirigente, tutta questa classe dirigente (per essere chiari almeno da Fisichella a Bonisoli) ha fatto per la cultura, la musica, l’arte e il teatro meno, molto meno, del Duce, che pure in quanto a democrazia non era certo un maestro. Pochi soldi e spesi malissimo”. La cosa non è sfuggita all’occhio dell’assessore alla cultura del Comune di Milano, Filippo del Corno, che sulla sua pagina Facebook ha messo in fila una serie di terribili episodi di minacce, intimidazioni e violenze del Duce nei confronti di esponenti della musica italiana, a cominciare da Arturo Toscanini. Episodi che non intendiamo mettere in discussione. Il professor Noto, però, si limita a notare come in quegli anni si sia investito nelle politiche culturali, mentre oggi la situazione delle istituzioni teatrali, liriche e via dicendo è ai minimi storici (domenica lo sciopero dei lavoratori della Fondazione Arena di Verona ha fatto saltare la prima della Bohème al Teatro Filarmonico). “Posso capire che il Fatto Quotidiano avveleni i pozzi del dibattito pubblico con vignette sessiste e con proclami giustizialisti (rigorosamente a corrente alternata): fa parte della sacrosanta libertà d’espressione delle democrazie. Trovo tuttavia il fatto che anche questa testata partecipi all’alterazione della storia francamente offensivo per l’intelligenza, sia di chi legge che di chi vi scrive”, conclude allarmato Del Corno. Stimatissimo assessore, non si preoccupi troppo delle nostre intelligenze: non cadremo nella trappola di chi si attacca a quello che non è stato detto, evitando di commentare quello che invece è stato scritto. E non staremo nemmeno al gioco di quelli che, riprendendo il post di Del Corno muniti di trombone, chiedono ai giornalisti del giornale di dissociarsi. Chiunque sappia leggere può serenamente constatare che Noto non fa alcuna apologia del fascismo, ma un semplice discorso sulla Storia. Purtroppo il livello del dibattito pubblico è sconsolante in quanto a miseria e superficialità: la libertà di pensiero è, con Arbasino, ridotta a libertà di pensierino.

Ps. Per tutti quelli a cui non esibiremo su richiesta il certificato di sana e robusta Costituzione: non restateci male. È solo che, cari amici del salottiero antifa, avete veramente rotto il ca. L’antifascismo ridotto a bandierina da sventolare sui social svuota di significato quello che ha nutrito l’Italia repubblicana. Di cui andiamo immensamente orgogliosi.

La recita di Natale: Salvini col calice in mano (e l’ultrà nell’armadio)

Tre cose ci preoccupano per il futuro: il riscaldamento globale, le tensioni con l’Europa e il Salvini in versione natalizia. Mi perdonerete se mi concentrerò sulla più grave di queste crisi mettendo in guardia il consumatore di social media, il cittadino italiano, i capiredattori di turno durante le feste.

Dunque avremo Salvini col panettone, Salvini col pandoro, Salvini che chiede “Mangiato troppo?, anch’io amici, bacioni!”. Non mancherà un nutrito capitolo Salvini e la famiglia(e), i bambini, i regali, l’aria di svagata eccezionalità e di lucine intermittenti. Essendo ormai la retorica presepista appaltata alla sora Meloni, si suppone che la comunicazione salviniana si orienterà più sul versante gastronomia&serenità, con opportune sviolinate ai “prodotti italiani”. Dovrà probabilmente consumare dolci secondo un suo speciale manuale Cencelli basato sui flussi di consenso (Nord per origine, ma anche al Sud si mangia benino, ma poi che buona la cucina del Centro Italia…), con il che è chiaro che tifiamo glicemia.

Non scoraggiatevi. Nell’ora più intima delle feste avremo forse un Salvini stivalato accanto a una volante di pattuglia: “Anche a Natale con chi lavora per la nostra sicurezza, amici! Faccio bene?”. Gli agenti infreddoliti avranno la faccia di chi pensa: porca puttana, già il turno rognoso a Natale, e in più questo qui, che palle! Poi Salvini se ne andrà col suo codazzo di famigli, fotografi e guru della comunicazione, ma questo non lo vedremo. Ci verrà forse risparmiato un Salvini Babbo Natale che consegna taser giocattoli ai figli dei vigili, ma non è detto che ci andrà così bene. Insomma, prepariamoci alle feste con questa spada di Damocle del Salvini che spiega a tutti che lui è come loro – come noi – che fa cose normali, che ambisce a una tranquilla vita di torroncini e piccole emozioni sotto controllo.

L’estate era stata un buon banco di prova, sempre mezzo nudo e sempre a tavola, ma al tempo stesso vigile e virile per quanto glielo concede il fisico pinguinesco. Da molti stupidamente considerato innovativo, il messaggio è sempre quello, l’antico simbolismo della canottiera di Bossi, riveduto e corretto: dove là c’era burbera e ruspante fierezza popolare della Lega ante-Trota, qui c’è l’epifania della medietà, un plasmarsi sulla statistica e sulla retorica dell’italiano medio, compreso lo sfruttamento pop degli affari di cuore, le feste comandate, lo spuntino di mezzanotte.

Si ride e si scherza, d’accordo, ma c’è un problemino serio, perché la stragrandissima maggior parte dell’iconografia su Salvini è prodotta e diffusa dallo stesso Salvini e poi ripresa dai media che la rilanciano: una specie di dépliant, un prospettino promozionale. In televisione: una marchetta. Quando le foto non sono selfie o non vengono dal costoso entourage (che paghiamo tutti), infatti, Salvini non sembra tanto “uno di noi”, come dice la sua narrazione.

L’italiano medio che Salvini vorrebbe vellicare con il suo sono-come-te non familiarizza con spacciatori condannati, per esempio, cosa che non dovrebbe fare un ministro dell’Interno, ma nemmeno un cittadino perbene. Insomma, il Salvini pubblico sempre accanto alle forze dell’ordine non può fare pappa e ciccia con delinquenti che le forze dell’ordine hanno attenzionato, seguito, intercettato e incastrato fino a sentenza (patteggiamento avvenuto). È una cosa che potrebbe ingenerare il sospetto che esistano due Salvini, uno formato social denso di cretinate e albertosordismi, e uno con frequentazioni poco consone al suo ruolo. Proprio per questo – perché urge riparare – ci si aspetta una recrudescenza del Salvini formato famiglia. E dunque questo è un piccolo avviso: pensateci, quando lo vedrete brandire il calice di prosecco: è solo la recita di Natale, e ci casca solo chi ci vuole cascare.

La lezione di Sala sul dialogo con M5S

Caro sindaco Sala, in un suo intervento tv, l’ho sentita rompere un tabù, sfidare gli anatemi incrociati e sostenere a viso aperto l’esigenza che il Pd dialoghi con i 5stelle. Parole chiare che apprezzabilmente si discostano da quelle opposte o reticenti dei candidati alla guida del Pd. Magari di natura tattica: i passaggi congressuali esaltano l’orgoglio identitario dei partiti, specie se, alla spalle, si scontano anni di reciproche scomuniche. E tuttavia trattasi di questione cruciale per gli sviluppi della politica italiana che dunque non può essere ulteriormente esorcizzata.

Devo confessarle un mio pregiudizio nei suoi confronti. Sia a motivo del segno originario della sua candidatura a sindaco di Milano, della casacca che le mise addosso Renzi nel tempo in cui egli coltivava la suggestione del “partito della nazione” che occupasse il centro del sistema politico. Sia in ragione di una mia personale riserva, forse un po’ retrò, verso la cultura dei manager “prestati” alla politica. Una perplessità, quest’ultima, acuita dalla stagione berlusconiana con la sua fuorviante idea di applicare alla politica i moduli aziendali. Mi sbagliavo o comunque ho dovuto ricredermi. Smentendo i miei pregiudizi, ho registrato tre sue qualità: la buona amministrazione nel solco della giunta Pisapia, una capacità inclusiva genuinamente politica, la schiettezza e la concretezza di chi… va al dunque, disdegnando gli arabeschi politicisti. Schiettezza e concretezza singolari che ho ritrovato appunto nelle sue recenti parole e che potrebbero e dovrebbero imprimere una scossa al grigio ed estenuato confronto congressuale del Pd. Mettendo al centro la questione delle alleanze e, segnatamente, del rapporto tra Pd e 5stelle. Questione ineludibile per un partito che dovrebbe aspirare a un’alternativa di governo avendo archiviato quella velleitaria “vocazione maggioritaria” che oggi – numeri alla mano – suonerebbe ridicola.

Il Pd, pur pesantemente sconfitto il 4 marzo scorso, ne uscì come secondo partito, ma irresponsabilmente Renzi lo inchiodò all’immobilismo e alla sterilità, anche quando Mattarella gli offrì l’opportunità di mettersi in gioco, rifiutando persino di andare vedere le carte dei 5stelle e gettandoli così tra le braccia di Salvini. Costui ha potuto e può maramaldeggiare, egemonizzando il governo, appunto perché il Pd si è inibito ogni iniziativa, non ha offerto alcuna sponda. Secondo la narrazione renziana – acriticamente recepita da gran parte del Pd – Lega e 5stelle sarebbero sostanzialmente la stessa cosa, cioè estremisti di destra. Una sciocchezza, una sfida all’evidenza di contraddizioni dentro la maggioranza gialloverde che puntualmente si manifestano ogni santo giorno. Le esemplificazioni si sprecano. Mi limito a segnalare quattro issues qualificanti la polarità destra-sinistra: davvero si può sostenere che Lega e 5stelle la pensino allo stesso modo quanto a sensibilità sociale-ambientale, lotta all’illegalità e ai privilegi, governo dell’immigrazione (vedi il Global compact Onu), posizionamento in Europa e, segnatamente, rapporto con i montanti partiti della destra nazionalista che guardano a Salvini come al loro leader? Non mi sfugge che vi siano problemi su entrambi i fronti, che i 5stelle scontino una identità indefinita e polimorfa che li espone a una certa loro assimilazione/subalternità a chi con loro interagisce. Ma appunto tale profilo mobile, incerto, condizionabile da chi si dispone a dialogare e comunque a insinuarsi nelle sue vistose contraddizioni interne è appunto una opportunità. Naturalmente per chi vuole e sa fare politica, come suggerisce Cacciari. Più volte mi è occorso di ricordare che il Psi di Craxi, con un modesto 10 per cento, fu il dominus per un decennio della vita politica italiana, avendo esso a che fare non con un movimento magmatico e acerbo, ma con due signori partiti come Dc e Pci.

Dunque, coraggio, caro Sala. Vada avanti. Renzi, non candidato, si sta applicando scientificamente a sabotare il congresso e il Pd. Anche lei non è candidato, ma può dare un contributo a vivacizzare il congresso e a prefigurare un altro Pd. Ennesimo paradosso: un congresso il cui esito è affidato a due non candidati!

Mail box

 

Tutti uniti contro il governo. Però cosa hanno fatto loro?

Qualunque cosa faccia il governo M5s-Lega è sbagliato economicamente e danneggia il Paese e i ceti più poveri. C’è da chiedersi: ma dov’erano i Tajani, le Carfagna e Bernini varie, all’epoca dei governi Berlusconi. O i Martina e Zingaretti vari quando c’erano i governi Renzi e Gentiloni, esecutori assidui dei diktat europei? Prima blateravano contro l’esecutivo perché sfidava l’Europa, ora che lo stesso governo Conte sta per trovare l’accordo con l’Ue ed evitare la procedura d’infrazione, apriti cielo: dicono che si è fatta retromarcia e che il danno economico è stato già perpetrato contro il Paese. Per questi signori vale, evidentemente, la filosofia che tutto quello che fanno Conte, Salvini, Di Maio e Tria è sbagliato, mentre le loro critiche sono sempre ineccepibili!

Luigi Ferlazzo Natoli

 

Giuste le misure previdenziali, ma i giovani vogliono il lavoro

Con l’avvento del nuovo governo targato Lega e Movimento 5 Stelle si è insistito con il progetto di realizzare quota 100, come promesso in campagna elettorale. Sarebbe però importante che si aprisse un grande dibattito in questo paese su come fornire opportunità di lavoro ai nostri giovani. In questi anni tanti nostri ragazzi stanno lasciando l’Italia per altre città europee con la speranza di trovare un’occupazione. Significa che in questa cara nazione non si stanno attuando politiche del lavoro adeguate.

Massimo Aurioso

 

Viva quei giornali liberi che stanno in piedi da soli

La libertà di espressione, di pensiero e di parola è un diritto fondamentale che la carta costituzionale consacra nell’articolo 21, ma pretendere di farsi mantenere per divulgare la propria verità scopre come la libertà di stampa è mercenaria quando è gestita da chiunque abbia interessi di lobby. Si rivela così un potere assoggettato, inutile e dannoso per il Paese. Inoltre qualsiasi impresa che non si mantiene più con le capacità del proprio lavoro, come invece riesce a fare un giornale come il Fatto Quotidiano, o si rinnova o chiude, come impone uno dei principi fondamentali del commercio, che va alla pari con l’articolo tre della Costituzione italiana, che parla di uguaglianza.

Omero Muzzu

 

Taglio delle pensioni d’oro: basta con i privilegi

Quando governavano i “competenti” ci ripetevano come un mantra: “se vuoi i benefici, devi prima fare i sacrifici”. Abbiamo fatto i sacrifici, ma i benefici non li abbiamo visti. Anzi la situazione è andata sempre peggiorando. Ora che vengono tagliate le pensioni d’oro, “i competenti”, rimasti senza le poltrone e i privilegi, cominciano a strillare: rivogliono il giocattolo.

Maurizio Burattini

 

Le piccole ditte hanno debiti per il tradimento dei politici

La situazione di crisi in cui versa la ditta dei Di Battista è la normalità per migliaia di imprese familiari private che vessate dai costi imposti dal sistema versano in enorme difficoltà. Proprio da questo stato di cose nasce la militanza politica di Alessandro Di Battista, conscio dei privilegi e sprechi di una classe politica che sottrae miliardi ogni anno a tutto il Paese. Quindi Di Battista e il Movimento 5 Stelle non fanno la morale a nessuno, invece lavorano per rendere l’Italia una paese normale colpendo e azzerando i privilegi, i prelievi indebiti e sprechi, attività in cui si è impegnata per quarant’anni tutta la classe politica rappresentata dalla destra e dalla sinistra tradizionale. Sono loro semmai a fare la morale, ma si dimenticano che sono loro ad aver abbandonato e ad aver messo in ginocchio generazioni di artigiani e piccoli imprenditori che non avevano legami col la politica.

Francesco Degni

 

Diritto di replica

Avvisate @AndreaScanzi che, se non rettifica subito, lo querelo. Io non sono “ex” radicale. Io sono radicale. E libero lo sarò sempre. È anche grazie a questo che posso permettermi di leggere il suo “gentile” ritratto con un certo divertimento.

Roberto Giachetti su Twitter

 

Avvisate Roberto Giachetti che, nel mio articolo, non lo definisco mai “ex radicale”. So bene che lo è ancora. Infatti è “radicale” anche la sua replica, che si appiglia a un passaggio (inesistente) del pezzo non potendo replicare nel merito. Il consueto buttarla in caciara che, per certi pannelliani, equivale a vanto dialettico. Del resto, su molti radicali nostrani, era già stato consuetamente profetico Giorgio Gaber in “Io se fossi Dio”. Lo ringrazio però per l’attenzione concessami, per le esaltanti dirette Facebook e per “quella coerenza sbarazzina che è cifra distintiva dei radicali inutilmente liberi”. Più ancora, lo ringrazio per avere confermato – col suo struggente tweet a casaccio – quel che ho scritto su di lui. Come turborenziano è perfetto, che è poi un po’ come morire. O forse peggio. Care cose.

Andrea Scanzi

Ambiente. I timori dei lavoratori Sogesid e cosa succede al ministero di Costa

 

Siamo un gruppo di dipendenti di Sogesid Spa e vorremmo fare alcune precisazioni in merito all’articolo di Marco Palombi in cui, tra le cose buone attribuite al ministro Costa, si cita la volontà di “rimandare il personale Sogesid a fare quello per cui è stato assunto, le bonifiche”. Chiariamo, invece, che la maggioranza dei dipendenti Sogesid, con vari profili tecnici e amministrativi, è stata assunta per fare assistenza tecnica presso il ministero dell’Ambiente. Dopo anni in cui abbiamo contribuito, con impegno e professionalità, all’attuazione delle politiche ambientali, giunge ora la decisione del ministero di non avvalersi più della nostre competenze, ponendo fine al rapporto con Sogesid. In breve: dapprima lo Stato ha costituito una società in house al ministero dell’Ambiente, per superare la carenza cronica di personale; ora il ministro Costa reputa opportuno dismettere il rapporto con Sogesid; conseguenza inevitabile, la crisi occupazionale. Tutto ciò, senza tenere in considerazione non solo il danno causato allo Stato con la dispersione di personale qualificato, ma anche il concreto rischio di paralizzare le politiche ambientali. Scrivere che il personale Sogesid era fin dall’inizio destinato alle bonifiche, vuol dire dunque affermare cosa inesatta e, di fatto, sostenerne la dismissione senza prestare attenzione a chi rischia di perdere il lavoro. Per scongiurare questa crisi occupazionale, abbiamo proclamato per oggi uno sciopero di 4 ore, e saremo sotto il MiSE per manifestare e chiedere un incontro al ministro Di Maio.

Coordinamento lavoratrici e lavoratori SOGESID

 

Il Fatto, e chi scrive in particolare, non ha alcuna simpatia per dismissioni di società pubbliche e licenziamenti, ma altrettanto poca simpatia ha per la confusione amministrativa che avvantaggia solo i furbi (e, a leggere le cronache, non sono mancati). Sogesid – ente in house del ministero dell’Ambiente di proprietà del Tesoro – è stata creata non per sostituire il personale mancante nel dicastero (che sarebbe illegittimo), ma come stazione appaltante e soggetto attuatore in particolare per le bonifiche e la gestione delle acque, settori entrambi in cui lo Stato risulta assai carente. Centinaia di dipendenti Sogesid sono invece finiti a lavorare non a supporto del ministero, ma al ministero: ora Costa ha annunciato un concorso per 450 persone in 3 anni (in una struttura in cui ci sono 70 pensionamenti l’anno e mancano almeno 600 dipendenti) nel quale il personale Sogesid avrà vantaggi sugli altri concorrenti; ha annunciato che il rapporto con la società in house continua e anzi sarà più stretto (esempi: nuova convenzione per 18 mesi, piano “Grande Vesuvio”, nuovo piano rifiuti post-Sistri; piano dissesto) e chiarito che “nessuno resterà a casa”. Il Fatto, e chi scrive, vigileranno su questo: se invece si teme che Tria voglia dismettere Sogesid per risparmiare contro il parere di Costa forse è il caso di manifestare al Tesoro, non al Mise.

Marco Palombi

Mattarella accoglie la bara di Antonio Funerali a Trento

La salma di Antonio Megalizzi è arrivata in Italia ieri pomeriggio con un volo militare all’aeroporto di Ciampino, accompagnata da Domenico, il padre, e dalla fidanzata del giovane, Laura Moresco. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella era allo scalo militare per accogliere il feretro del giornalista morto venerdì in seguito al colpo di pistola esploso dall’attentatore di Strasburgo Chérif Chekatt. Con il capo dello Stato c’erano il ministro Riccardo Fraccaro e il presidente della Provincia di Trento, Maurizio Fugatti. Un quarto d’ora dopo l’atterraggio la bara è stata fatta scendere avvolta nella bandiera italiana. Il corteo funebre, con in testa Mattarella, si è fermato per alcuni minuti in preghiera davanti al feretro e alle 17:30 c’è stata la benedizione del cappellano militare. In seguito la salma è stata portata al Policlinico Gemelli per una seconda autopsia, dopo quella eseguita in Francia. In serata il feretro è arrivato a Trento. I funerali si terranno al duomo, forse giovedì o venerdì. Sempre ieri l’Ordine nazionale dei giornalisti ha rilasciato ad Antonio Megalizzi un tesserino di iscrizione onorario.

Salini, Impregilo e Fincantieri ricostruiranno il “Morandi”

A ricostruire il ponte autostradale sul fiume Polcevera a Genova saranno Salini Impregilo e Fincantieri, attraverso la neocostituita società PerGenova, con Italferr (partecipata al 100% di Ferrovie dello Stato) che si occuperà della parte progettuale. Lo ha annunciato il sindaco di Genova nonché commissario straordinario Marco Bucci. L’obiettivo dichiarato è completare l’opera entro il 2019. “Ci contiamo, per quella data non sarà accessibile, ma tutti lo potranno vedere”. A “garantire la qualità del progetto”, ha annunciato ancora Bucci, sarà l’architetto Renzo Piano, al quale è stato chiesto di partecipare a tutte le fasi del progetto in qualità di supervisore tecnico.

Ma a disposizione si è messa anche un’altra archistar, lo spagnolo Santiago Calatrava, insieme a Cimolai, l’azienda con la quale aveva presentato a sua volta una proposta per la ricostruzione dell’infrastruttura. La società di Pordenone, dopo essere stata informata che la commessa andrà a Salini Impregilo e Fincantieri, ha annunciato di non avere comunque alcuna intenzione di presentare ricorso. Scelta, questa, rispetto alla quale il commissario straordinario ha voluto segnalare pubblicamente il proprio apprezzamento.

Le aziende coinvolte hanno precisato che il ponte – destinato a cambiare nome dal precedente Morandi – sarà costituito da un impalcato in acciaio, con una travata continua di lunghezza totale pari a 1.100 metri, costituita da 20 campate. Il progetto prevede 19 pile in cemento armato posizionate con un passo costante di 50 metri, a eccezione della campata sul torrente Polcevera e di quella sulle linee ferroviarie, dove l’interasse passa da 50 a 100 metri.

Il costo totale, come messo nero su bianco dal ministero dei Trasporti, sarà di 202 milioni di euro totali, “tutto compreso e nulla escluso”.

Il Davide di Sardegna batte il Golia d’Arabia. Gli ambientalisti comprano le dune di Chia

Sceicchi senza dune. Se le sono comprate gli ambientalisti. Una versione verde di Davide contro Golia: in Sardegna la colletta lanciata da un gruppo di cittadini ha sconfitto i fondi sovrani con le tasche gonfie di miliardi. Siamo a Chia, sulla punta estrema a sud della Sardegna: mare blu cobalto a perdita d’occhio, fino all’Africa; ginepri piegati da un vento pieno di profumo e, appunto, dune. Con quella sabbia che vale quasi quanto l’oro. Perché da queste parti, nel comune di Domus de Maria, tutta la costa è proprietà dei privati. E appena qualcuno ne mette in vendita un brandello parte la caccia grossa. Ormai lo sanno tutti: i grandi fondi arabi hanno gli occhi puntati sulla zona. I loro emissari bussano alle porte dei piccoli contadini e aprono i portafogli offrendo somme difficili perfino da immaginare. Uno dopo l’altro tanti cedono. “Sardi a foras”, come ormai dicono da queste parti, la gente cacciata via dalla propria terra.

Ma ecco che succede l’imprevedibile: “Mesi fa un proprietario della zona ci ha chiamato e ci ha detto che voleva venderci la sua terra, quattro ettari di dune. Un tesoro”, racconta Stefano Deliperi del Gruppo di Intervento Giuridico, una delle associazioni ambientaliste più attive, non solo in Sardegna. C’era un problema: il prezzo. Perché puoi metterci tutti la passione e l’altruismo del mondo, ma contro i portafogli degli sceicchi non ci sarebbe gara. Ecco, però, la sorpresa: il proprietario, per una volta, non cede alle avances dei fondi arabi e tira dritto per la sua strada. Vuole che le dune restino proprietà dei sardi e che non rischino di venire cementificate. “Il pericolo – spiega Deliperi – è una privatizzazione delle spiagge. E poi magari l’arrivo di norme che consentano nuove volumetrie”. Negli ultimi anni gli allarmi cemento in Sardegna non si contavano più. Addirittura si cerca di costruire a Tuvixeddu, a pochi metri dalla necropoli fenicia più grande del Mediterraneo. E a Capo Malfatano, dove giganti italiani del mattone sognavano di realizzare un resort proprio dove ha sempre vissuto una comunità di pastori (di fronte al mare che custodisce i resti di un porto fenicio). Il Gruppo di Intervento Giuridico è sempre stato in prima fila anche adesso che qualcuno sogna di affidare ai privati gli usi civici: un tesoro di 4 mila chilometri quadrati sui 24 mila dell’isola. Un sesto della regione che è ancora proprietà collettiva, di tutti. E che fa tanta gola. Vi rientrano alcune delle zone più belle di questa terra: Capo Altano, di fronte all’isola di Carloforte, la Costa di Baunei a Orosei, le coste di Montiferru, l’entroterra, il Mont’e Prama. Infine buona parte del Gennargentu, del Sulcis.

Ma stavolta no: i quattro ettari di sabbia a Chiaia sono rimasti dei sardi. Una battaglia a colpi di penna. Il colpo finale è stato messo ieri sera davanti al notaio che ha firmato il preliminare. Certo, ora comincia la sfida: trovare i soldi, chiedere alla gente (non solo ai sardi e nemmeno soltanto agli ambientalisti) di dare un contributo.

Deliperi è convinto: “No, non è una piccola storia. Questo modello potrebbe essere utilizzato anche altrove: i cittadini comprano le zone a rischio e le salvano”. Come accade in Inghilterra dove il National Trust possiede centinaia di gioielli naturalistici e centinaia di chilometri di coste.

Diciottenne si dà fuoco in piazza. Il padre morì in circostanze analoghe nello stesso luogo

Gli occhi sono gonfi e arrossati. Venti ragazze e ragazzi sono arrivati da Vado Ligure e da Savona per stare vicini all’amica che ieri all’alba si è data fuoco. Nei corridoi aspettano silenziosamente notizie e si chiedono perché. Verso le 6,30 Marzia Sari, studentessa di un liceo scientifico di Savona da poco maggiorenne, ha raggiunto la piazzola in cui suo padre, Mauro Sari, artigiano di 47 anni, si era tolto la vita il 17 maggio 2013. La ragazza ha ripetuto gli stessi gesti e ha cercato di togliersi la vita. Un passante che ha visto la scena è intervenuto allertando i soccorsi. Lei è stata portata in gravissime condizioni all’ospedale Santa Corona di Pietra Ligure, poi al San Martino di Genova e infine al pronto soccorso del CTO di Torino. “È una situazione estremamente grave – ha spiegato Maurizio Stella, direttore del Centro grandi ustionati dell’ospedale torinese –. La prognosi è riservata e le sue condizioni sono molto delicate. La speranza è di poterla portare al più presto in sala operatoria”. La giovane è stata intubata, ha ustioni di secondo e terzo grado sull’85 per cento del corpo. La madre, circondata dalle amiche e dagli amici della figlia, non vuole parlare: “Voglio rimanere nel mio silenzio e nel mio dolore”, si limita a dire. Lunedì sera Marzia Sari aveva cenato con lei e con la sorella. A quanto si apprende, la situazione sembrava essere serena. Poi, al risveglio, lo choc. Niente ancora si sa sulle ragioni che hanno spinto la 18enne a imitare il gesto del padre, i carabinieri non hanno trovato lettere o biglietti. Suo padre aveva problemi di salute e alcuni problemi economici. Preoccupato per il suo futuro, nel febbraio 2013, dopo le elezioni politiche che segnarono il primo successo del M5s, andò con la sua Ape Car a citofonare alla villa di Beppe Grillo, nel quartiere Sant’Ilario di Genova, per chiedergli aiuto. I due si incontrarono, ma pochi mesi dopo decise di farla finita.

Casamonica-Di Silvio al Roxy bar, due sentenze in un giorno confermano il “metodo mafioso”

Il raid di Pasqua al “Roxy bar” alla Romanina, periferia della Capitale, ha avuto una “duplice finalità: da un lato complementare all’azione punitiva (…), dall’altro avendo gli imputati, attraverso esso, ribadito (…) lo loro supremazia sul territorio”. Sono le motivazioni con le quali il gip Maria Paola Tomaselli ha riconosciuto l’aggravante del metodo mafioso nell’ambito del processo per la devastazione del Roxy bar e l’aggressione a una donna disabile. Se uno dei Casamonica ha scelto il rito ordinario, tre dei Di Silvio hanno scelto quello abbreviato e sono stati condannati da 4 anni e 10 mesi a 3 anni e due mesi a seconda delle posizioni per le accuse contestate, a vario titolo, di lesioni, violenza private e minacce. Ed è nell’ambito di questo processo che il Gip ha riconosciuto per la prima volta l’aggravante della mafiosità. I Casamonica e i Di Silvio sono i “’padroni’ del territorio”, scrive il giudice nelle motivazioni della sentenza. “Di tale egemonia – continua – appaiono espressione la prepotenza con la quale gli imputati agiscono e la pervicacia con la quale rivendicano la ‘legittimità’ delle punizioni esemplari inflitte che inducono i predetti a fare ritorno nel bar dove poco prima si era verificata l’incivile aggressione alla disabile”. E proprio la donna disabile è l’unica che reagisce a quella prepotenza: “Risulta la presenza di circa sette persone ed è sconcertare osservare come nessuna di queste abbia osato intervenire”.

Sullo stesso caso, l’aggravante di aver agito con il metodo mafioso è stata confermata anche ieri in Cassazione che ha respinto i ricorsi dei quattro indagati contro la custodia cautelare in carcere. Anche ad avviso della Suprema Corte, i quattro si sono avvalsi “della forza di intimidazione promanante dall’associazione malavitosa imperante sul territorio, conosciuta come clan Casamonica, ben nota come organizzazione criminale dedita a diversificate attività illecite, stanziata nel quartiere Romanina e in grado di influenzarne le condizioni di vita”.