Ai pregiudicati anche il patrocinio di Palazzo Marino

La festaper i 50 anni della Curva del Milan non finisce di stupire. Dopo la stretta di mano tra il condannato per spaccio (primo grado) Luca Lucci e Matteo Salvini, si scopre che la celebrazione portava in dote il patrocinio gratuito del comune di Milano, deliberato dalla giunta dove era presente il sindaco Giuseppe Sala. Delibera del 30 novembre scorso dove si legge “considerato che la richiesta risulta conforme al riconoscimento e al rispetto dei principi, le norme e i valori della Costituzione, repubblicana e antifascista”. Peccato, però, che il referente dell’Associazione 1899 sia Alessandro Pozzoli detto Peso, già coinvolto (e poi prosciolto) nell’inchiesta sulla tentata estorsione al Milan, vicino alla destra radicale, fratello di Alberto ex consigliere di An a Opera. Oltre a lui c’è Giancarlo Lombardi, detto Sandokan, il vero capo della curva, che nel 2007 a Milano partecipò ai funerali del bombarolo e terrorista nero Nico Azzi. Con lui anche Giovanni Capelli, detto il Barone, altra figura storica, indagato e prosciolto nell’indagine sull’estorsione al Milan, e domenica sorridente con il capo del Viminale, Matteo Salvini.

Max era con lui al Meazza: “Il vicepremier ha fatto autogol”

Massimiliano Rizza, per tutti Max, è l’anima del gruppo di tifosi dell’Inter Banda Bagaj. E lo è stato assieme a Virgilio Motta, per tutti Virgi, che perse l’uso dell’occhio sinistro durante il derby del 2009. Un pugno maledetto sferrato da Luca Lucci, capo della curva del Milan, abbracciato e salutato da Matteo Salvini domenica alla festa degli ultras rossoneri all’Arena Gianni Brera. Virgi nel 2012 si suicidò, ma questa è un’altra storia. Max di stadio e di tifo se ne intende.

“Quello che è successo domenica alla festa è un gravissimo errore da parte di Salvini. Per carità, lui è milanista e ci sta che vada a una celebrazione di quel tipo”. Il ragionamento però prosegue. “Un ministro dell’Interno deve sapere che quelle persone non sono certo delle verginelle, doveva essere più accorto o informarsi. E se si è informato allora mi viene da pensare che si circonda di collaboratori incapaci”. Conclusione: “Salvini ha fatto un gravissimo errore a stringere la mano a un personaggio del genere, soprattutto per un ministro che ogni giorno ci spiega di voler combattere lo spaccio e la criminalità organizzata”. Mafia e dichiarazioni appunto.

Il vicepremier ieri ha ribadito: “La mafia ha le ore contate, noi siamo più forti la sconfiggeremo in pochi mesi”. Certo non sarebbe male iniziare con il non stringere la mano a un condannato in primo grado per spaccio. E mica pochi grammi, ma, scriverà il giudice nell’ordinanza, per “un quantitativo elevato” e comunque per una cifra “non inferiore ai 50mila euro”.

Il ministro dell’Interno però non vede il problema sulla stretta di mano: “Tutte polemiche inutili, io sono qua per risolvere problemi”. Nel frattempo sul suo profilo Instagram, Lucci, detto il Toro, tra foto da stadio e insulti alla polizia posta la foto abbracciato a Loris Grancini, capo dei Viking della Juve, che oggi sconta 13 anni di galera per tentato omicidio.

Anche gli agenti attaccano: “È inammissibile”

C’è un’altra foto – prima di quella scattata con Matteo Salvini – che collega il capo ultrà del Milan, Luca Lucci, a un ministro dell’Interno. L’ha pubblicata sul suo profilo Instagram il 5 maggio 2014. E ritrae Angelino Alfano, con la testa sporcata di un evocativo marrone, che vien fuori da un cesso.

Questo è il rispetto che Lucci nutriva, nel 2014, del predecessore di Salvini e del suo ruolo. È con quest’uomo che Salvini rivendica – banalizzando l’incontro con la battuta “sono un indagato tra gli indagati” – gli abbracci e i selfie delle scorse ore. Ma c’è di peggio. La foto di Alfano che sbuca da un cesso – se non bastasse – è purtroppo legata a un tragico evento: in quei giorni nella capitale si disputò la finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina e un tifoso giallorosso, Ciro Esposito, perse la vita ammazzato dall’ultrà napoletano Gennaro De Tommaso detto “Genny ‘a carogna”.

Il 5 maggio 2014 Alfano, ministro dell’Interno, tra l’altro dichiara: “Occorre inasprire le misure contro i violenti. Ad esempio raddoppiando il Daspo in caso di recidiva. Oggi è 5 anni più 5, si potrebbe fare 5 più 10”. Lucci su Instagram lo dileggia. A occuparsi delle indagini sull’omicidio di Ciro Esposito furono i poliziotti della Digos. Pochi giorni dopo, il 29 maggio, Lucci su Instagram pubblica un’altra immagine: “Digos Boia”. Sarà che nel frattempo, il 10 maggio 2014, il Questore di Milano gli ha appena comminato un Daspo di tre anni. Può un ministro dell’Interno abbracciare e scattare selfie con chi ha questa considerazione dei poliziotti? Salvini anche ieri ha rivendicato il suo gesto. Ma sono i poliziotti per primi a non accettare il suo comportamento.

“Da poliziotto – dice il segretario del Siap Giuseppe Tiani – sono cosciente del ruolo che ho, delle funzioni che rivesto, dell’esempio che devo dare: io non avrei fatto alcuna foto, ne avrei mai stretto la mano a una persona così. Invito Salvini a ricordare che è il ministro di tutti, che guida il dicastero chiave della Repubblica, con il dipartimento di pubblica sicurezza, e lo invito, per il ruolo strategico che riveste, sia da politico sia da ministro, a una maggiore prudenza istituzionale: chi è a capo delle forze di polizia, una simile superficialità, non può permettersela”.

Dura anche la posizione di Daniele Tissone segretario nazionale del Silp: “Se un poliziotto ‘comune’, di quelli che ogni giorno ‘rischiano la vita in strada per difenderci’, come direbbe Matteo Salvini, avesse salutato e stretto la mano a un capo ultrà che ha patteggiato per un anno e mezzo per droga sarebbe già stato sanzionato. Non si lancia un bel segnale – dice Tissone a ilfattoquotidiano.it – soprattutto per chi è Autorità nazionale di pubblica sicurezza”.

L’assalto dell’amico ultrà “Noi pestati con le cinghie”

Dalla stretta di mano tra Matteo Salvini e Luca Lucci, alias il Toro, alla sera del 15 febbraio 2009. Riavvolgiamo il nastro per comprendere cosa successe quel giorno, quando Virgilio Motta perse l’occhio per un pugno dallo stesso Lucci. Il ministro ieri ha rivendicato l’incontro con l’ultras: “Lo rifarei”. Ma per quei fatti si è svolto un processo con condanne fino a quattro anni e mezzo. Le testimonianze di allora raccontano in presa diretta i fatti. Quella sera la Banda Bagaj, non un gruppo ultras ma un Inter club con famiglie al seguito, si accomoda al primo anello blu. Tra loro anche bimbi piccoli e un ragazzo down. Sopra, al secondo anello, gli ultras del Milan. Pochi minuti prima del fischio, la curva Sud srotola la coreografia, lo striscione finirà per coprire la vista di chi sta sotto. Qualcuno la strappa.

Spiega in aula Max Rizza, figura storica della Banda: “Mi sono accorto che da sopra erano arrabbiati perché gli stavano danneggiando il telone che loro avevano esposto dalla transenna verso il basso. Il telone però distava da noi almeno 30/40 metri”. Da sopra inizia a venire giù di tutto. Ilaria C.: “Prima dell’inizio della partita sono stata colpita alla testa da un fumogeno”. È l’inizio della rissa comandata da Lucci, già all’epoca influente in curva Sud. Il manipolo è composto da circa 30 persone. Scendono le scale e si presentano al primo anello blu. Le forze dell’ordine non ci sono, la zona è controllata dagli steward. Spiega Rizza: “Quando questi sono arrivati pensavano di trovarsi davanti un altro gruppo di ultras, ma vedendo donne e bambini sono rimasti fermi per un istante, quasi sorpresi, dopodiché si sono avventati verso lo striscione”. Il figlio di Fausto G. all’epoca ha poco più di 14 anni, con lui il fratellino di 11. Tutti hanno seguito papà Fausto che fa lo sbandieratore nella Banda. Dirà in aula il figlio più grande: “Urlavano: il primo che si muove lo ammazziamo. Ho visto gente che veniva giù per picchiare con la cinghia in mano, con gli orologi usati come tirapugni, per tirare i cartoni in faccia”. Durante la rissa si prenderà un calcione in faccia, mentre il fratellino illeso osserverà sotto choc il padre massacrato dal gruppo Lucci. Dirà Ilaria: “Quelle persone arrivavano in fila indiana, erano decisi e determinati”. Gli ultras per prima cosa vogliono portare via lo striscione della Banda Bagaj. Max e Virgilio, più altri due o tre si oppongono. Scatta il pestaggio. Il pugno fatale, Virgilio Motta lo descrive così: “Un dolore fortissimo. Mi metto subito le mani al volto, indietreggio e finisco nelle braccia di una ragazza che era dietro di me e mi abbraccia. Tolgo la mano e trovo sangue, trovo molte lacrime, sostanza gelatinosa e una lenticchia gelatinosa”. Chi lo tiene è Michela C.: “Virgilio era verso la transenna, l’altro ragazzo che gli ha tirato il pugno era in obliquo (…) . Era pelato, l’ho visto bene”. Anche il fratello di Virgilio, Massimiliano sarà coinvolto. Spiega Massimiliano Motta in aula: “Mi riattacco allo striscione, dopo pochi secondi mi arriva un altro forte pugno. Mi sono messo le mani in faccia e mi sono reso conto che avevo il volto pieno di sangue”.

E poi c’è il Fausto Grazioli, tradizione cattolica, mai dato un pugno in vita sua. Con sé ha i due figli. Viene picchiato perché tenta di difendere la sua bandiera. Spiega Carlo Lombardo: “Ho visto Fausto uscire dalla rissa, che aveva perso gli occhiali, aveva il naso tagliato, mi chiedeva: cosa è successo?”. “Il figlio più piccolo – spiega un altro testimone – era scioccato. Ero più preoccupato per lui che per il padre”. Il figlio più grande di Fausto conclude: “Ho visto mio fratello che stava piangendo, l’ho abbracciato cercando di portarlo fuori dal casino”. Per questo Lucci è stato condannato a quattro anni e mezzo. In aula la moglie di Lucci urlerà: “I 140 mila euro te li devi spendere tutti in medicinali, maledetto infame”. Era il 15 febbraio 2009. Nove anni e dieci mesi dopo, ecco il ministro dell’Interno stringere la mano al Toro milanista.

Tronchetti, grande profeta del “forse”

Per la ventottesima volta in vent’anni Repubblica ha sbolognato ai suoi sempre più scoraggiati lettori la lectio magistralis di Marco Tronchetti Provera sui destini della nazione. Presidente della Pirelli ininterrottamente da 25 anni, Tronchetti Provera spiega periodicamente a intervistatori estasiati che lui è l’unico che non sbaglia mai. E le grandi firme che si alternano nell’ambìto compito trascrivono le sue supercazzole senza intimargli mai un perentorio “Tronchetti, si decida, dica una cosa”. Lunedì il primo gommista d’Italia ha detto: “Oggi prevale l’invidia per chi ha successo” (copiata da B. e Renzi), e “c’è una forte ostilità per le imprese” (vero, giusto). Poi: “La globalizzazione ha portato ricchezza nella parte est del mondo e la parte ovest non ha saputo usare gli strumenti per ridistribuirla in modo adeguato” (verissimo, giustissimo, e allora grazie al cavolo che c’è invidia). Ma per Tronchetti tanta cattiveria non è generata da quelli come lui che, a forza di chiedere “flessibilità” nelle interviste a Repubblica, l’hanno ottenuta, salvo poi scoprire che talvolta i flessibilizzati si incazzano. No, Tronchetti vola alto: “L’incontro tra la cultura cattolica e comunista ha emarginato la cultura liberale o forse la cultura liberale non ha saputo farsi interprete delle istanze della società”. O forse? E ci lascia così? Niente, nessuna obiezione. Tronchetti fa paura. O forse ormai fa pena.

“C’erano i Servizi dietro stragi e depistaggi”

Oggi alle 15 la Commissione Antimafia della Regione Siciliana pubblicherà la relazione conclusiva di 80 pagine sul depistaggio nelle indagini per la strage del 19 luglio 1992 nella quale sono stati uccisi il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta.

“La relazione è il primo tentativo di interrogarsi a livello politico sulle conseguenze delle rivelazioni di Gaspare Spatuzza sulla strage di via D’Amelio. Dieci anni dopo era un passaggio necessario”, spiega il presidente della Commissione regionale antimafia. Per Claudio Fava non basta processare i tre poliziotti ora a giudizio a Caltanissetta o prendersela con il loro capo ora scomparso, Arnaldo La Barbera, o con il procuratore Giovanni Tinebra, allora alla guida delle indagini sulle stragi a Caltanissetta.

Alla luce del vostro lavoro chi sono i responsabili ultimi del depistaggio?

Ci sono state più responsabilità che si sono cumulate. Il depistaggio è la somma di colpe e consapevolezze che attraversano la magistratura, le forze di Polizia e i servizi segreti. Il frutto di molte azioni, negazioni e omissioni.

I servizi segreti si sono impegnati nel depistaggio per celare i veri colpevoli? O è giusta la lettura minimimalista: Arnaldo La Barbera e alcuni uomini della sua squadra volevano fare carriera?

Abbiamo appurato una tale quantità di forzature, reticenze, omissioni che non si possono spiegare solo con la voglia di fare carriera. Questa mi pare una lettura di comodo.

E allora qual è la lettura corretta del più grande depistaggio del secolo?

Noi siamo arrivati alla conclusione che l’ipotesi di lavoro da seguire sia un’altra: la mano che ha accompagnato questo depistaggio potrebbe essere la stessa mano che ha organizzato la strage.

Quali sono gli indizi emersi dal lavoro della Commissione d’Inchiesta per sostenere questa tesi?

Il ruolo dei servizi segreti è assolutamente anomalo e si vede nelle immediatezze della strage del 19 luglio 1992 già in via D’Amelio con la sparizione dell’agenda rossa del giudice. Ma questo ruolo prosegue con una vera investitura ufficiale della Procura di Caltanissetta. Fa impressione un dato: tra Capaci e via D’amelio in 57 giorni non ci fu tempo e voglia di sentire Paolo Borsellino mentre fu coinvolto ufficialmente nelle indagini sulla strage di Capaci, Bruno Contrada.

Cosa avete appurato sul ruolo avuto dal Servizio Segreto in quei giorni?

La legge vietava oggi come allora il coinvolgimento dei servizi segreti nelle indagini. Invece il procuratore Giovanni Tinebra coinvolse ufficialmente il Sisde del quale era numero tre allora Bruno Contrada. Senza tenere conto del fatto che Bruno Contrada era sospettato in quel periodo dai magistrati di Palermo per i suoi rapporti con la mafia (poi Contrada sarà condannato in Italia ma – in esecuzione di una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – la condanna sarà revocata nel 2017 dalla Cassazione perché negli anni dei fatti, secondo la Cedu, il concorso esterno in associazione mafiosa non era abbastanza delineato nell’interpretazione giurisdizionale in Italia, Ndr). Sin dall’inizio l’intervento dei servizi è finalizzato al depistaggio.

In quali tracce vi siete imbattuti?

I primi atti di indagine prodotti dai servizi nell’ottobre del 1992 erano finalizzati a delineare un profilo criminale mafioso di Vincenzo Scarantino. Quel profilo contrastava con quanto tutti sapevano cioé che era un venditore di sigarette di contrabbando. Era il primo tassello. Poi è emerso un incontro conviviale, descritto con toni diversi dai testimoni, tra i dirigenti dei servizi e i dirigenti della Procura di Caltanissetta nel dicembre del 1992.

Fiammetta Borsellino ha posto 13 domande. Siete riusciti a dare una risposta alla figlia del giudice?

Le sue domande sono state come una guida nel nostro lavoro. Non siamo certamente riusciti a rispondere a tutte. Però l’importante è proseguire nel lavoro e continuare a fare le domande. Noi speriamo che la nostra relazione possa essere utile alla magistratura per andare avanti.

“Mafie cancellate”. Salvini straparla, mancano i fatti

“Possono tener duro ancora qualche mese o qualche anno, ma mafia, camorra e ’ndrangheta saranno cancellate dalla faccia di questo splendido Paese”. È un Matteo Salvini da brivido, quello che annuncia in tempi brevi la fine delle mafie. “Lo Stato deve fare lo Stato, con le buone, dove è possibile. Con mafia, camorra e ndrangheta in ogni maniera permessa dal codice civile e penale”. C’è da credergli? Il ministro dell’Interno è stato in questi mesi molto attivo nei proclami antimafia. Ieri a Sorbolo, in provincia di Parma, dove ha consegnato alla Guardia di finanza due immobili sequestrati alla ’ndrangheta. Un mese fa alla Romanina, dove ha voluto guidare, caschetto bianco in testa, la ruspa dell’esercito che ha abbattuto la villa confiscata alla famiglia Casamonica: “Ruspare la villa di un mafioso è qualcosa per cui vale la pena fare il ministro”.

Toni sempre molto roboanti: “Per i mafiosi e i camorristi la pacchia è finita”, ha gridato il 1° luglio dal palco di Pontida. “Via. Via dalla Sicilia come dalla Lombardia. È l’inizio di una guerra che combatteremo con tutte le armi che la democrazia ci mette a disposizione”. Gesti simbolici, come il tuffo del 3 luglio nella piscina di un’azienda agricola sequestrata ai mafiosi a Suvignano, nei pressi di Siena. Con apposito post fu Facebook: “Mafiosi e scafisti, per me siete le stesse merde. Non so se un ministro possa dire merda. Deve essere chiaro che in Italia voi avete finito di fare affari, per voi la pacchia è finita”. Con qualche scivolata, come l’annuncio dell’arresto a Torino “di 15 mafiosi nigeriani” mentre l’operazione era ancora in corso, con il rischio di far fuggire quelli che la polizia non aveva ancora trovato. E con qualche dubbio di chi l’antimafia la fa da una vita, come Gian Carlo Caselli. L’ex procuratore di Torino ritiene che alle tante parole facciano da contrappunto pochi fatti: soltanto quelli contenuti nelle norme del decreto Sicurezza che riguardano la possibilità – molto criticata dall’associazione Libera – di vendere i beni confiscati alle organizzazioni criminali. “Intanto dobbiamo ribadire che le confische di beni, a cui il ministro dell’Interno è molto presente, non sono merito del Viminale, ma della magistratura”, ricorda Caselli, “quanto alla vendita dei beni confiscati, il rischio è che la mafia se li ricompri. Se sono attività o immobili che lo Stato non riesce a gestire o ad affidare ad attività socialmente utili, va bene la vendita, ma almeno con qualche cautela: non basta chiedere al compratore il certificato antimafia, si dovrebbe impiegare il ricavato a destinazioni antimafia, come la costruzione di nuovi carceri, il rafforzamento del 41 bis, il sostegno all’antiracket o alle vittime della mafia… Così i mafiosi non ci metterebbero i loro soldi”.

I magistrati e le associazioni antimafia colgono altri segnali che ritengono negativi nell’attivismo di Salvini. Le sue polemiche sulle scorte e sulla protezione a chi è minacciato dalle organizzazioni criminali. La diffidenza nei confronti delle cooperative e delle associazioni antimafia che in molti casi gestiscono i beni confiscati. Caselli, che ora si occupa di agromafie, ricorda che un compagno di partito e di governo di Salvini, il ministro delle Politiche agricole Gian Marco Centinaio, ha annunciato la sua volontà di cambiare la legge sul caporalato “che invece funziona bene e incide sulle connessioni tra caporalato e organizzazioni criminali”. Ma il segnale più grave, dicono i magistrati antimafia, è l’innalzamento della soglia per il denaro non tracciabile: “È un regalo ai boss”.

Nazareno, a rischio 174 posti di lavoro: “Fate qualcosa”

Una richiesta d’aiuto rivolta ai candidati alla segreteria nazionale del Partito democratico per salvare 174 posti di lavoro. A lanciare l’appello i dipendenti della Direzione nazionale del Pd che sono in cassa integrazione dall’1 settembre 2017 e se non si interviene entro il 31 agosto 2019 andranno a casa. “Scaduto quel termine il licenziamento attende la maggior parte di noi” scrivono i rappresentanti sindacali in un comunicato. I dipendenti, che ”sono anche militanti” proseguono, chiedono ai candidati di pensare e presentare misure concrete per risolvere la crisi occupazionale frutto anche dei conti decisamente in rosso, pure in seguito all’abolizione dei rimborsi elettorali. “Riteniamo doveroso che la classe dirigente di un partito che ha fatto della difesa del lavoro e della sua dignità uno dei capisaldi della sua identità e proposta politica, non si sottragga alle proprie responsabilità. Un partito politico non è un’azienda”. I sindacati chiedono un incontro in cui poter esporre delle proposte e che i dipendenti possano partecipare attivamente alla ricerca di soluzioni condivise. E concludono con un “grande in bocca al lupo”.

“Sto con Zingaretti perché il nuovo Pd affronti il nodo M5S”

“Dobbiamo ricostruire le ragioni di una nuova sinistra, con le forze del Pse, con Tsipras, con Podemos, con i Verdi. Che poi potranno dialogare con tutti. Ma non credo sia una buona idea annacquare ogni cosa in un Fronte repubblicano o moderato”. Gianni Cuperlo, figura storica e autorevole del Pd, da sempre a sinistra, rimasto fuori dalle liste per sua rinuncia, ha le idee chiare. E a partire da queste ha deciso con la sua associazione e alcuni parlamentari (Pollastrini, Giorgis, Benifei, Cenni) di appoggiare Nicola Zingaretti. Anche lui era al ventennale di Italianieuropeidi Massimo D’Alema, dove è stata posta la questione del dialogo con il M5S. Ci tiene a dire che “non ha senso fare polemica”. Perché “dopo la sconfitta peggiore della nostra vita lo sguardo deve essere piantato nel futuro. Il congresso del Pd ha senso se cambia tutto quel che è necessario”.

A proposito di polemiche: Martina era invitato?

Sì, e aveva dato la sua disponibilità. Poi evidentemente ha avuto altri impegni. Non ho capito la polemica e la considero chiusa.

Chi sostiene al congresso?

Abbiamo girato un video, è una conversazione con Nicola. Gli ho consegnato un documento, un Patto per l’alternativa e per una costituente popolare per il nuovo Pd. Lì ci sono i motivi del sostegno mio e di altri. Nel segno della radicalità di cui c’è bisogno. Dalle sconfitte si esce solo con un cambio di rotta, di parole, persone, azioni. Fu così con l’Ulivo. So bene che la sconfitta ha radici lontane ma le responsabilità dell’ultima stagione sono evidenti. E allora serve discontinuità.

A che cosa pensa?

Tenere assieme questo paese da Nord a Sud, mettere al centro i diritti umani, sociali, civili, l’autonomia femminile. C’è una vocazione unitaria da coltivare a sinistra, qui e in Europa, perché non basta difendere l’Europa com’è. Questo governo con le politiche sui migranti sta calpestando la dignità delle persone. Sono titoli ma dietro c’è un’idea di paese e di futuro.

Ma non rischiate di scaricarvi le colpe a vicenda?

Io non voglio scaricare le colpe su nessuno ma è un fatto che abbiamo cominciato a perdere quando davanti a una crisi che ha cambiato vita e sentimenti delle persone il dramma delle diseguaglianze è scivolato troppo sullo sfondo. Siamo apparsi distanti dalle paure e dai bisogni di chi stava peggio.

Dentro il Pd…

Ricostruire il senso di comunità, capire che non ci hanno votato giovani e donne. E ricreare il legame tra cultura e politica, perché quando divorziano il prezzo più alto lo paga la sinistra. E poi, i circoli devono tornare luoghi dove si discute. La prima cosa che devi chiedere a un ragazzo quando viene da te non è “con chi stai?”, ma “cosa pensi?”. Dobbiamo scegliere un leader ma chiudere la stagione del leaderismo, con una nuova classe dirigente.

È il momento di aprire al M5S?

Loro sono nel pieno di una deriva governista che li sta portando a smarrire una quota dell’anima. Non è in discussione nessun accordo, come è ovvio. Dopo questo governo ci sono le elezioni. Un’altra cosa è andare a recuperare il consenso di 2 milioni e passa di elettori.

Come?

Creando contraddizioni al loro interno. Basta con le caricature. Nessuno vuol fare un governo che sostituisca alla Lega il Pd. Ma nessuno può mettersi seduto sulla riva del fiume aspettando il cadavere del nemico. Anche perché l’attesa potrebbe essere lunga.

Quando si voterà?

Giorno, mese e anno non li so. Ma sarà per certo dalle 7 alle 22.

Questo prevede il rientro di chi è uscito dal Pd?

Ho giudicato un errore la scissione. Ha sbagliato chi se n’è andato e ha commesso un peccato anche più grave chi non ha fatto abbastanza per impedirlo. Le urne non hanno premiato nessuno.

D’Alema è tornato.

Lasciamo in pace D’Alema. A ItalianiEuropei ha fatto un intervento sull’Europa come sempre acuto. Ho lavorato con lui per anni. La mia stima e amicizia sono intatte anche se ho fatto scelte diverse. Ma un leader che ha avuto un peso come il suo ha diritto di parola e di espressione: è una forma di civiltà.

Renzi rivendica questa libertà per se stesso.

Renzi ha libertà di iniziativa, non solo di espressione. Farà le sue scelte e le guarderò col massimo rispetto.

Meglio un Pd senza di lui?

Quando il Pd si rompe è sempre un danno. Altra cosa è imparare a discutere e a rispettarsi.

Ci sarà un listone europeo con sinistra radicale e Pd?

Non è oggetto della discussione. C’è un congresso che affronterà anche quel tema.

Fisco, pagare le tasse in ritardo costerà ancora più caro

Dal primo gennaio il tasso degli interessi legali sarà quasi triplicato. Lo stabilisce l’articolo 1 del decreto del ministero dell’Economia del 12 dicembre 2018, pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 15 dicembre, secondo il quale gli interessi dovuti dal contribuente che pagherà in ritardo le tasse passeranno dallo 0,3% applicato nel 2018 allo 0,8% previsto per il 2019. Per legge, infatti, il ministero può modificare il saggio degli interessi legali “sulla base del rendimento medio annuo lordo dei titoli di Stato di durata non superiore a dodici mesi e tenuto conto del tasso di inflazione registrato nell’anno”. Tradotto, il ravvedimento sarà più costoso, così come pagare in ritardo le somme all’erario. In soldoni, il rincaro degli interessi si applicherà “sui pagamenti rateali dovuti per la definizione agevolata dei processi verbali di constatazione (articolo 1), per la definizione degli atti del procedimento di accertamento (articolo 2) e per la chiusura delle liti pendenti (articolo 6)”. Per regolarizzare gli omessi o tardivi versamenti del 2018, con il ravvedimento nel 2019 per gli interessi legali, varrà quindi lo o,3% dello 0,3% fino al 31 dicembre 2018, mentre dal 1° gennaio scatterà il rialzo allo 0,9%.