Il Natale di due anni fa portò in regalo a oltre 1.600 lavoratori della sede romana di Almaviva, grossa azienda di call center, la lettera di licenziamento: s’erano rifiutati di accettare un taglio dello stipendio del 30%. Quest’anno, per 600 di loro, è arrivato un altro pessimo pacco natalizio: lunedì sera il Tribunale di Roma ha rigettato la loro richiesta di reintegro e questo a pochi giorni dalla scadenza del sussidio di disoccupazione.
L’esito negativo era atteso da molti. A decidere sulla causa, presentata dall’avvocato Ernesto Cirillo, è stata infatti la giudice Francesca Vincenzi, lo stesso magistrato che di recente aveva già emesso decisioni favorevoli all’azienda in casi simili: l’avvocato Cirillo aveva persino provatoa chiederne l’astensione, senza successo. Per il Tribunale del lavoro, insomma, Almaviva ha agito correttamente quando la notte del 22 dicembre 2016 ha licenziato a Roma 1.666 suoi dipendenti, sia detto en passant il più grosso licenziamento collettivo degli ultimi vent’anni. L’azienda, tre mesi prima, aveva annunciato 2.500 esuberi dovuti a un calo delle commesse: oltre ai “romani”, anche 845 lavoratori della sede di Napoli erano destinati al licenziamento. Durante le trattative al ministero dello Sviluppo economico, mediate da Carlo Calenda e della vice Teresa Bellanova, Almaviva pose un ultimatum ai lavoratori: per mantenere il posto, dovevano accettare un taglio dello stipendio.
I rappresentanti sindacali di Napoli lo accettarono e furono salvati; quelli di Roma non ne vollero sapere e pochi giorni dopo tutti i 1.666 ricevettero la lettera di licenziamento. Da allora, in tanti hanno fatto ricorso per chiedere il reintegro. Al Tribunale di Roma si sono in questi due anni susseguite decisioni diametralmente opposte, tanto che la reintegrazione si è trasformata in una lotteria: alcuni lavoratori ce l’hanno fatta, la stragrande maggioranza delle cause, però, ha sorriso ad Almaviva.
Quella definita l’altroieri era l’ultima e anche la più grande, perché coinvolgeva 600 persone. Secondo l’avvocato dei ricorrenti, la legge impedisce all’azienda di circoscrivere i licenziamenti ai soli dipendenti di Roma visto che Almaviva ha molte sedi in Italia (Palermo, Rende in Calabria e Milano) dove i lavoratori compiono grossomodo le stesse funzioni: al massimo, insomma, l’azienda avrebbe dovuto distribuire i licenziamenti in tutto il perimetro aziendale tutelando (come prescrive appunto la legge) i lavoratori più anziani e quelli con carichi familiari.
Per la giudice, invece, Almaviva non aveva questo obbligo. L’azienda, si legge nella sentenza, “ha precisato le ragioni per cui l’esubero era circoscritto a Napoli e Roma”, derivanti dalla decisione di chiudere le strutture operative di queste due città “al fine di azzerare le pesantissime perdite mensili dei due siti”. L’alternativa di spostare i dipendenti romani nelle altre sedi, inoltre, risultava per l’azienda “antieconomica”.
Per questi motivi, il magistrato ha dato ragione ad Almaviva. Circa un anno fa, invece, una sentenza aveva sorriso a 153 lavoratori, compresi cinque sindacalisti Cgil che si rifiutarono di accettare la decurtazione dello stipendio.