Almaviva, il Tribunale conferma il licenziamento per 600 lavoratori

Il Natale di due anni fa portò in regalo a oltre 1.600 lavoratori della sede romana di Almaviva, grossa azienda di call center, la lettera di licenziamento: s’erano rifiutati di accettare un taglio dello stipendio del 30%. Quest’anno, per 600 di loro, è arrivato un altro pessimo pacco natalizio: lunedì sera il Tribunale di Roma ha rigettato la loro richiesta di reintegro e questo a pochi giorni dalla scadenza del sussidio di disoccupazione.

L’esito negativo era atteso da molti. A decidere sulla causa, presentata dall’avvocato Ernesto Cirillo, è stata infatti la giudice Francesca Vincenzi, lo stesso magistrato che di recente aveva già emesso decisioni favorevoli all’azienda in casi simili: l’avvocato Cirillo aveva persino provatoa chiederne l’astensione, senza successo. Per il Tribunale del lavoro, insomma, Almaviva ha agito correttamente quando la notte del 22 dicembre 2016 ha licenziato a Roma 1.666 suoi dipendenti, sia detto en passant il più grosso licenziamento collettivo degli ultimi vent’anni. L’azienda, tre mesi prima, aveva annunciato 2.500 esuberi dovuti a un calo delle commesse: oltre ai “romani”, anche 845 lavoratori della sede di Napoli erano destinati al licenziamento. Durante le trattative al ministero dello Sviluppo economico, mediate da Carlo Calenda e della vice Teresa Bellanova, Almaviva pose un ultimatum ai lavoratori: per mantenere il posto, dovevano accettare un taglio dello stipendio.

I rappresentanti sindacali di Napoli lo accettarono e furono salvati; quelli di Roma non ne vollero sapere e pochi giorni dopo tutti i 1.666 ricevettero la lettera di licenziamento. Da allora, in tanti hanno fatto ricorso per chiedere il reintegro. Al Tribunale di Roma si sono in questi due anni susseguite decisioni diametralmente opposte, tanto che la reintegrazione si è trasformata in una lotteria: alcuni lavoratori ce l’hanno fatta, la stragrande maggioranza delle cause, però, ha sorriso ad Almaviva.

Quella definita l’altroieri era l’ultima e anche la più grande, perché coinvolgeva 600 persone. Secondo l’avvocato dei ricorrenti, la legge impedisce all’azienda di circoscrivere i licenziamenti ai soli dipendenti di Roma visto che Almaviva ha molte sedi in Italia (Palermo, Rende in Calabria e Milano) dove i lavoratori compiono grossomodo le stesse funzioni: al massimo, insomma, l’azienda avrebbe dovuto distribuire i licenziamenti in tutto il perimetro aziendale tutelando (come prescrive appunto la legge) i lavoratori più anziani e quelli con carichi familiari.

Per la giudice, invece, Almaviva non aveva questo obbligo. L’azienda, si legge nella sentenza, “ha precisato le ragioni per cui l’esubero era circoscritto a Napoli e Roma”, derivanti dalla decisione di chiudere le strutture operative di queste due città “al fine di azzerare le pesantissime perdite mensili dei due siti”. L’alternativa di spostare i dipendenti romani nelle altre sedi, inoltre, risultava per l’azienda “antieconomica”.

Per questi motivi, il magistrato ha dato ragione ad Almaviva. Circa un anno fa, invece, una sentenza aveva sorriso a 153 lavoratori, compresi cinque sindacalisti Cgil che si rifiutarono di accettare la decurtazione dello stipendio.

De Benedetti, Consob ignorò le mail e le riunioni con Renzi

Ci sono le email inviate all’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, ma anche le riunioni a Palazzo Chigi, presente Matteo Renzi, a testimoniare che la notizia del decreto utilizzato per trasformare dieci banche popolari in Spa era un dato sensibile. In grado, cioè, di alterare l’andamento del mercato. L’ex premier, secondo il carteggio agli atti del giudice Gaspare Sturzo, non poteva non saperlo.

È proprio sul concetto di informazione price sensitive che si è consumato lo scontro tra Procura e Gip sul caso nato dalla presunta “soffiata” dell’ex premier che consentì all’ex editore di Repubblica Carlo De Benedetti, nel 2015, di guadagnare 600 mila euro in Borsa investendo sulle Popolari alla vigilia della riforma. L’unico indagato dai pm di Roma per ostacolo alla vigilanza è il broker Gianluca Bolengo, al quale De Benedetti comanda di acquistare azioni per conto della Romed, di cui era presidente. Dell’operazione si parla in una telefonata del 16 gennaio 2015, cinque giorni prima della riforma, quando Bolengo dice “se passa un decreto fatto bene salgono”, riferendosi alle azioni delle popolari. E l’ingegnere assicura: “Passa, ho parlato con Renzi”.

Per il pm Stefano Pesci, però, quelle in possesso del broker non erano informazioni riservate e quindi non dovevano essere riferite alla Consob. Dunque, si parlerebbe di “decreto” usando impropriamente un termine tecnico. Mentre De Benedetti (mai indagato) aveva notizie generiche, senza conoscere le tempistiche della riforma. Così per due volte il pm chiede l’archiviazione per Bolengo, respinta dal Gip che ora ha chiesto di processare per il broker.

Che quelle sulla riforma fossero notizie riservate lo dicono anche le mail di Fabrizio Pagani, capo della segreteria tecnica dell’allora ministro Padoan. Atti acquisiti e fatti cadere nel dimenticatoio dalla Consob che aveva un procedimento amministrativo per abuso di informazioni riservate contro De Benedetti e Bolengo, poi archiviati.

Pagani inoltre ricostruisce le “tappe del decreto delle Popolari”, “spiegando – scrive il gip – come sin dal 18 novembre 2014, le informazioni trattate dal Gruppo di lavoro Ministero dell’Economia/Banca d’Italia dovevano considerarsi privilegiate in quanto dotate di potenziale effetto price sensitive”. È una circostanza “ribadita nella riunione” a Palazzo Chigi l’8 gennaio 2015, “dove era deciso di inserire le norme relative alle popolari nel decreto legge Investment Compact, che sarebbe andato in Consiglio dei ministri il 20 gennaio 2015”.

In quell’incontro “quale precauzione finalizzata, evidentemente, a impedire la circolazione delle informazioni privilegiate prima dell’adozione del decreto legge, era stabilita una circolazione limitatissima tra poche persone individuate dei testi normativi della riforma”. Ma chi c’era? Tra le altre, “due persone – scrive il gip – che saranno coinvolte da De Benedetti nella vicenda: Renzi e il vicedirettore di Banca d’Italia Fabio Panetta”.

De Benedetti alla Consob ha detto di aver incontrato il primo il 15 gennaio 2015, il secondo il 14, ma tutti e due hanno negato di aver dato informazioni precise o privilegiate sulla riforma. La Procura gli crede: De Benedetti e Renzi non sono mai stati indagati. Ancora oggi gli inquirenti sono convinti che non ci siano profili penali di insider trading e che semmai sarebbe dovuta intervenire la Consob.

La stessa Authority ha però archiviato il procedimento sanzionatorio, commettendo per il gip alcune omissioni. E tra queste valorizza due email inviate a Padoan. Il 12 gennaio 2015, infatti, Pagani in una email con oggetto “Testi sistema bancario” scrive: “Questi temi, in particolare quello sulle popolari, sono molto price sensitive. Diverse di queste banche sono quotate e nessuna notizia può essere diffusa sul loro status. Dovremmo tenere conto di questo anche al momento dell’annuncio post Cdm (Consiglio dei ministri, ndr), cioè farlo a mercati chiusi”. La seconda mail è del 15 gennaio: “Questi sono testi ultra price sensitive – scrive Pagani a Padoan –. (…) Finora su questo tema non è uscito niente”. Un carteggio che bolla le notizie sulla riforma come sensibili, ma ignorato per il Gip da Consob e inquirenti.

La Lega spinge per Fazio su Rai3 già da febbraio

Fabio Fazio potrebbe ritraslocare a Rai3. Questa è la voce che da qualche giorno gira a livello parlamentare. La Lega di Matteo Salvini, com’è noto, non ha particolare simpatia per il conduttore di Che tempo che fa. E da tempo i leghisti chiedono di rivedere “il caso Fazio”, innanzitutto a livello di costi. Ipotesi su cui ora, come hanno dimostrato le parole di Luigi Di Maio in Vigilanza, è d’accordo anche il M5S. Tanto più che dal governo gialloverde arrivano in Viale Mazzini input per iniziare una spending review. Quale occasione migliore, dunque, che partire dal contratto di Fazio? E già che ci siamo, qualcuno pensa pure che sarebbe il caso di spostarlo su Rai3, dove andava in onda fino a due anni fa. Conferme non ce ne sono, ma indiscrezioni raccontano di un possibile trasloco già in febbraio. Intanto, mentre il Pd attacca per l’aumento delle spese dovuto all’incremento del numero dei vicedirettori, al Tg1 la redazione ha votato una fiducia piuttosto bassa al piano editoriale di Giuseppe Carboni: 88 sì, 35 no, 12 schede bianche, 13 astensioni e 1 nulla (l’ex direttore Montanari aveva incassato 121 sì).

Paradosso Palozzi: ritorna ma è interdetto

Riammesso in consiglio regionale del Lazio, dopo 4 mesi di decadenza dal mandato ai sensi della legge Severino, il consigliere Adriano Palozzi, eletto con Forza Italia, per il momento non può mettere piede nel parlamentino. Se esercitasse le sue funzioni, infatti, potrebbe essere nuovamente passibile di reato, vista l’interdizione dai pubblici uffici che pende su di lui. Una vicenda a tratti surreale, frutto dei mille rivoli dell’inchiesta della Procura di Roma sulla presunta corruzione legata allo stadio dell’As Roma.

Il 13 giugno Palozzi è stato arrestato assieme ad altre 8 persone, nel procedimento sui presunti illeciti del costruttore Luca Parnasi per “snellire” le pratiche per il via libera al progetto dell’impianto. I pm di piazzale Clodio hanno contestato all’ex sindaco di Marino un’erogazione di 25 mila euro, falsamente fatturata per una campagna pubblicitaria non avvenuta. Come previsto dalla legge Severino, dopo l’arresto il consigliere forzista è stato temporaneamente sospeso dalla sua carica (era anche vicepresidente): al suo posto è entrata in aula Roberta Angelilli, prima dei non eletti tra gli azzurri. Il 5 dicembre scorso però è stata accolta l’istanza di scarcerazione presentata dall’avvocato Francesco Scacchi, con la conseguente revoca dei domiciliari per Palozzi.

Come previsto già nel decreto di sospensione Palazzo Chigi, venuta meno la decadenza temporanea, il consigliere può riacquisire il suo seggio di opposizione. Così, ieri la giunta per le elezioni del parlamentino laziale ha riammesso Palozzi tra i 51 consiglieri, a discapito della Angelilli. Ma il consigliere fino a che non gli verrà revocata l’interdizione dai pubblici uffici, non potrà svolgere le sue funzioni. Un intreccio normativo tutto da decifrare.

Ora Palozzi potrebbe fare ricorso in Cassazione, ci sono precedenti analoghi, per chiedere che venga riconosciuta l’impossibilità di dichiarare interdetto dalla funzione un eletto tramite voto popolare. Mentre il Consiglio regionale rischierebbe di vedere invalidati gli atti, a partire da quelli di bilancio, qualora vedessero una partecipazione al voto del consigliere appena riammesso ma ancora interdetto dalla funzione. Una impasse di cui, in fondo, potrebbe avvantaggiarsi il governatore Nicola Zingaretti, uscito vincitore dalle urne ma privo di una maggioranza definita in aula.

La lettera di Matteo ai prefetti: i migranti non vanno cacciati

Ora il Capitano ha bisogno di mostrarsi un po’ meno truce. Sarà colpa di papa Francesco che attacca il “cattivismo” sugli stranieri (“Non sono sostenibili i discorsi politici che accusano i migranti di tutti i mali”). O forse dei preoccupanti casi di cronaca degli ultimi giorni, come i 26 migranti allontanati dal Cara di Crotone (compresa una donna incinta e la figlia di 5 mesi). Fatto sta che Matteo Salvini ha scritto un documento per “calmare” i prefetti italiani, che in diversi casi stanno applicando il suo decreto sicurezza in una maniera ritenuta al Viminale fin troppo zelante.

Il ministro dell’Interno ieri ha inviato una circolare che serve a spiegare l’applicazione della legge. Una specie di libretto d’istruzioni, soprattutto per fissare un criterio: il decreto Salvini non si applica in maniera retroattiva. Il ministro non vuole che il suo nome sia associato alle persone che finiscono per strada. Chi oggi è titolare di una protezione per motivi umanitari – la forma di tutela abolita dalla nuova legge – non deve essere mandato via dai centri di accoglienza almeno fino al termine del suo permesso. Allo stesso modo, i migranti già presenti nei centri Sprar (quelli con gli standard più elevati), pure se con le nuove norme perderebbero il diritto a rimanere in queste strutture, non possono essere esclusi dal sistema d’accoglienza “fino alla scadenza del progetto in corso”.

Anche nel linguaggio paludato della circolare firmata dal capo di gabinetto di Salvini, il prefetto Matteo Piantedosi, si percepisce il bisogno di tranquillizzare i prefetti e i sindaci, ma pure l’opinione pubblica: si garantisce “l’assoluta, sostanziale invarianza delle regole di accoglienza delle persone già ospiti in tali strutture”.

Un Salvini meno “cattivo”, ma senza esagerare. Perché intanto in Senato la Lega presenta un emendamento alla manovra che restringe i fondi per i Comuni che accolgono minori stranieri: potranno chiedere contributi al Fondo nazionale solo “nei limiti delle spese già sostenute a legislazione vigente”.

E nel frattempo sul grande tema delle migrazioni si consuma un’altra piccola partita politica. Quella dell’ormai famoso “Global Compact”, l’accordo internazionale sulla gestione dei flussi. Lunedì l’assemblea generale dell’Onu ha dato il via libera a uno dei documenti in questione, quello sui rifugiati (Global compact on refugees). Anche l’Italia si è espressa a favore, insieme ad altri 180 Paesi (solo 2 i contrari: gli Stati Uniti e l’Ungheria di Orban). Una decisione passata in sordina, malgrado le proteste, a destra, di Giorgia Meloni e di qualche parlamentare di Forza Italia (esultano invece i 5Stelle). Salvini ha fatto sapere che non gliene importa niente. Perché la vera sfida riguarda la parte sui migranti (Global compact for migration). Questo documento, approvato pochi giorni fa a Marrakech, non è stato firmato dall’Italia, che ha delegato la decisione al Parlamento. Ieri è iniziata la discussione alla Camera, stamattina si vito. La maggioranza gialloverde, per evitare spaccature tra M5S e Lega, è orientata a prendere ancora tempo. Votando una mozione del Carroccio “per rinviare la decisione in merito all’adesione dell’Italia (…) in seguito ad una ampia valutazione”.

Riforma prescrizione, l’Anm con i penalisti: “È una stortura”

“Questa è una stortura, un eccesso da parte della politica di tentare di intervenire sul processo penale in maniera non diretta, ma attraverso escamotage che se venissero approvati in quelle condizioni sarebbero dannosi e non produrrebbero certamente l’effetto sperato”. Lo ha detto il segretario dell’Anm, Alcide Maritati, a margine della manifestazione nazionale degli avvocati penalisti organizzata a Bari per protestare contro il ddl Anticorruzione. Sulla norma che interrompe la prescrizione dopo la sentenza di primo grado Maritati ha detto che “non ha nulla a che vedere con la riforma del processo penale, andrebbe espunta”. Chiede “una stagione di Stati generali sul processo penale. Il ministro ha detto che ci avrebbe riconvocato e che era disponibile ad una interlocuzione, ma ancora stiamo aspettando”. Il segretario nazionale dell’associazione magistrati invoca “interventi che abbiano la dignità della coerenza del sistema e non interventi spot come quello della prescrizione, servono risorse da destinare alla giustizia, adeguate dal punto di vista sia della informatizzazione degli uffici, che nel settore penale è all’anno zero, sia come personale di magistratura e soprattutto di cancelleria”.

L’interesse privato prevale: il selfie di B.

Alla solita presentazione del libro dell’eterno Bruno Vespa, Silvio Berlusconi alla caccia di “responsabili”, da reclutare soprattutto fra i Cinque Stelle, per rimpinguare Forza Italia che rischia di veder ridotto il suo consenso allo zero virgola, ha affermato: “Sappiamo che queste persone non avrebbero convenienza a tornare al voto perché non sarebbero rieletti. Invece così avrebbero ancora 4 anni di stipendio, 14 mila euro al mese dei quali non dovrebbero darne 8 mila al partito. E io so che l’interesse privato è sempre superiore all’interesse generale”.

L’ex Cavaliere si è fatto un selfie. Nelle sue parole c’è il suo ritratto. Pensa che tutti siano come lui, disposti a corrompere, a farsi corrompere, interessati solo al denaro. Omnia sozza sozzis. Purtroppo col suo impareggiabile cinismo Berlusconi coglie nel segno. Mi diceva Susanna Agnelli che il sogno di suo fratello Gianni, che se ne intendeva, era di trovare l’Incorruttibile, ma che non l’aveva mai incontrato. Non ci sarebbero corrotti, o ce ne sarebbero molti meno, se non esistessero corruttori ed è certamente difficile per chiunque resistere a un corruttore che ha la potenza di fuoco di Berlusconi e che già si è appropriato di un disabile approdato nel mondo grillino.

Ma la parte più grave del discorso dell’uomo di Arcore è là dove dice: “Io so che l’interesse privato è sempre superiore all’interesse generale”. Questo sentimento, chiamiamolo così, sarebbe già grave in un normale cittadino, diventa gravissimo in un uomo politico la cui funzione è proprio quella di guardare all’“interesse generale”.

E quello che Berlusconi dice lo ha sempre praticato in venticinque anni di vita politica, mascherandosi da liberale e da “moderato” (se c’è un uomo che non è moderato, che è in realtà un estremista, questi è Silvio Berlusconi: come disse il buon Mino Martinazzoli “la moderazione non è un luogo in cui ci si pone all’interno degli schieramenti politici, è un modo di essere”). Si è sempre interessato e occupato dei fatti suoi, senza avere alcuna idealità che non coincidesse coi propri interessi privati. E la sua attività di politico cominciata nel 1994 è lì a dimostrarlo senza se e senza ma. In venticinque anni, passati per la metà al governo del Paese e per l’altra come il più importante leader dell’opposizione, non ha combinato assolutamente nulla che avesse a che fare con l’“interesse generale”. Quello che solo ha fatto è stato togliere agli italiani quel poco di senso di legalità che ancora gli era rimasto.

Eppure quest’uomo nefasto, questo “delinquente naturale”, questo corruttore di magistrati, di finanzieri, questo colossale evasore fiscale, questo specialista nella compravendita di parlamentari a suon di milioni di euro, questo truffatore ai danni di una ragazza orfana e minorenne, questo individuo sospettato con buone ragioni di avere rapporti con la mafia e di aver cominciato la sua carriera di imprenditore grazie ai soldi della mafia, è ancora e sempre lì e condiziona la vita politica del nostro Paese.

Solo Robert Mugabe, Amin Dada o altri soggetti del genere possono stargli alla pari. Ma quelli erano dei dittatori. Questo tumore chiamato Berlusconi invece si è sviluppato, con le sue infinite metastasi, in una democrazia. Nelle altre democrazie occidentali, pur imperfette e corrotte come sono in genere le democrazie, un fenomeno come quello berlusconiano non sarebbe mai esistito. In Italia invece è stato e continua a essere possibile.

Dal Daspo all’agente infiltrato, la “Spazzacorrotti” è legge

La legge Anticorruzione del primo governo con contratto è fatta.
La “Spazzacorrotti”, come ha voluto ribattezzarla il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, è passata ieri sera definitivamente alla Camera. In aula, oltre al Guardasigilli, c’erano i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, a mostrare a tutti che è una legge condivisa. E il pensiero va al voto della Camera segreto e beffardo (su emendamento del grillino espulso Vitiello) che, il 20 novembre, annacquò il peculato per salvare diversi politici, soprattutto leghisti, come il capogruppo Molinari. Salvini, tra le ire dei pentastellati, giurò di non saperne nulla, il Senato è corso ai ripari, ieri la Camera ha approvato alla terza lettura, con 304 sì e 106 no.

Dopo il voto c’è stato un lungo abbraccio tra Di Maio e Bonafede, tra gli applausi dei deputati M5S. Poi, in pieno stile grillino, in piazza Montecitorio a festeggiare. Salvini, invece, ha lasciato la Camera poco prima del voto, evita trionfalismi per una legge più subita che voluta. I deputati di Forza Italia, che hanno il loro leader Silvio Berlusconi condannato per frode e prescritto per corruzione, hanno lasciato vuoti i loro banchi. Astenuto FdI.

“Niente sarà più come prima, finora gli onesti erano stati trattati da fessi, ma adesso cambia tutto”, ha detto Di Maio. Pure Bonafede si lascia andare alla retorica: “Questa è una legge molto importante, il mio primo pensiero va ai giovani italiani e al loro futuro”, ma risponde anche a magistrati e avvocati in subbuglio per il blocco della prescrizione dopo il primo grado, senza altre riforme: “Ora arriverà la riforma del processo penale, perché abbia tempi brevi, certi e ragionevoli”. Ci spera il presidente dell’Anm, Francesco Minisci: “Attendiamo il tavolo per dare concretezza ai propositi di efficenza.

Passando al merito della legge, introduce delle vere e proprie novità: Daspo per i corrotti, sconto di pena per chi collabora, agente sotto copertura, regole stringenti per le donazioni a partiti e annessi. Naturalmente c’è anche la prescrizione, ma dal 2020.

Per quanto riguarda il Daspo, si tratta del divieto a vita di contrattare con la Pubblica amministrazione e dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici per i corrotti condannati almeno a due anni di pena, prima il minimo era tre. Riguarda tutti i reati di tipo corruttivo, non solo alcuni come adesso. Per la corruzione impropria, aumentate le pene: si passa da uno a tre anni per la minima e da sei a otto per la massima.

Finalmente si prevede l’agente infiltrato, finora previsto solo per alcuni reati come il traffico di droga, nonostante l’Italia, 15 anni fa avesse firmato la Convenzione Onu di Merida, che lo richiede.

Cadono i paletti per l’uso del Trojan (captatore informatico) durante le intercettazioni, se il reato prevede una pena massima “non inferiore a 5 anni”.

Dovrebbero diventare più trasparenti i contributi elettorali, le donazioni a partiti, movimenti politici e fondazioni a essi collegati, nonché a liste amministrative. Finora sono stati anche un mezzo per scambi di favori tra politici, imprenditori e finanzieri: obbligatorio pubblicare online i nomi di chi dona più di 500 euro all’anno. Pensando a Mafia Capitale, è stato introdotto pure il divieto di finanziamento per le coop sociali.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sceglie un tweet per lodare la legge di questo governo, firmata Bonafede: “Per la prima volta il nostro Paese ha una legge organica per combattere in modo serio la piaga della corruzione”.

Totocalcio e Totogol addio: cambiano le scommesse sportive

Addioal Totocalcio e il Totogol. I celebri giochi di scommesse sportive verranno soppressi e sostituiti, dopo che ieri in commissione Bilancio al Senato è stato presentato un emendamento alla manovra per riformare il settore. L’obiettivo del governo è razionalizzare i giochi, ormai in declino vista l’ascesa delle “multiple” e degli altri sistemi di scommesse, ormai molto diversi dal classico “13”, accorpandoli e aumentandone i premi previsti. Il testo prevede “una ristrutturazione della ripartizione della posta in gioco che favorisca l’interesse dei giocatori, attraverso l’aumento del payout e una razionalizzazione delle formule di gioco oggi presenti nel palinsesto dell’Agenzia delle Dogane e dei monopoli, al fine di aumentare il montepremi di un unico prodotto offerto e, di conseguenza, delle quote di vincita”. L’impianto della norma consentirà di introdurre “un unico prodotto di gioco” che potrà “ridurre le criticità”. Al montepremi sarà destinata una percentuale tra il 74 e il 76% “proprio per individuare una possibile leva di attrazione per i giocatori”. Il compenso del concessionario sarà pari al 5%, mentre ai punti vendita andrà l’8% a titolo di aggio.

Ecco il testo ‘salva-Bcc’ Bagnai (Lega): “Bce e Bankitalia distratte”

Come rivelatodal Fatto di lunedì c’era un baco nel decreto di riforma delle banche di credito cooperativo a inizio 2016: per un errore tecnico, le grandi holding sotto cui si devono obbligatoriamente raggruppare le Bcc rischiano un buco da 2,6 miliardi alla presentazione del primo bilancio. Ieri l’emendamento “salva-Bcc” è stato presentato dai due relatori della manovra in Senato. In aula ne ha parlato, invece, il presidente della commissione Finanze Alberto Bagnai (Lega): “Si rimedia così a una grave falla nella riforma voluta dal Pd – ha detto –. Questo intervento conferma la volontà politica della maggioranza di non interferire col processo di creazione dei gruppi, ma avvalora la richiesta fatta a suo tempo dalla Lega di una moratoria per approfondire tutte le implicazioni della riforma, e anche l’impegno del ministro Fraccaro sul fronte del cosiddetto ‘scudo anti-spread’. È sorprendente e un po’ preoccupante che un ‘buco’ di questa entità sia emerso a 20 giorni dall’entrata in vigore della riforma, considerando che questa è passata per il duplice vaglio della vigilanza nazionale e sovranazionale, e che le capogruppo hanno fatto consistenti investimenti in consulenze di prestigiose società internazionali”.