Bitume in divisa: Raggi litiga con la Difesa

Ce la stanno mettendo tutta, si fa per dire, a dare una mano a Virginia Raggi e alla sua disastrata Roma. Eppure, per ora, dal governo non è arrivato che “un primo passo”. E nemmeno senza intoppi.

Prima c’erano stati i 180 milioni per le buche, bocciati dal ministro Tria. Poi l’offensiva della Lega che già pensava alla campagna elettorale, disinnescata dall’assoluzione della sindaca in Tribunale. Ora tocca ai militari: ieri, all’annuncio di una task force del Genio per tappare le voragini delle strade capitoline, è seguita una nota – anonima, ma attribuibile alla Difesa – che frenava l’entusiasmo del Campidoglio. Non è piaciuto, ai militari, la notizia lasciata filtrare al Messaggero: sarà l’esercito, precisamente il Genio, a mettersi a spalmare il catrame. Sessanta milioni al Comune, così recita l’emendamento M5S, per l’acquisto del bitume. Altri quindici per le asfaltatrici che comprerà la Difesa.

Sembrava tutto fatto, peccato che la commissione Bilancio abbia bocciato tutto: “Nessun allarmismo – ha poi dichiarato il viceministro all’Economia Laura Castelli – C’è una semplice correzione formale del testo, l’intervento ci sarà”. Il problema sarà spiegarlo ai vertici delle Forze Armate – piuttosto restie ad essere declassate a classe operaia – che ieri hanno precisato che i soldati possono essere tirati in ballo solo “in quei tratti stradali pericolosi per l’incolumità della collettività” e che il loro intervento dev’essere “circoscritto alle sole emergenze”. Cosa, va detto, facilmente riconducibile al caso romano.

Eppure, il battibecco a distanza sul “tappabuche” è la spia del faticoso dialogo tra il Campidoglio e il governo amico (ma solo a metà). Da una parte la Raggi batte cassa e cerca qualsiasi strumento utile – vedi i militari – per bypassare la trafila imposta dal codice degli appalti (ha impiegato due anni per portare a casa quello sul verde). Dall’altra Palazzo Chigi ha posticipato al prossimo anno l’attuazione della parte del contratto che prevede nuovi poteri per la Capitale e tampona le richieste della sindaca come può. Dei 380 milioni attesi dal ministro Toninelli, ne arriveranno solo 135: eppure, secondo la giunta Raggi, sommati a quelli stanziati dal Campidoglio, daranno linfa “mai vista” a tram, metro e perfino funivie. I suoi colleghi trasferiti al governo, nel dubbio, riflettono: “Era meglio quando c’era Spelacchio, almeno si concentravano tutti su di lui”.

Conte prende il comando. Il Senato è una comparsa

Il precipizio pare schivato, perché la tregua è a un passo. Però l’onda gialloverde si è rivelata forte come un colpo di tosse. Perché i gialloverdi che dovevano ribaltare l’Europa ieri l’Europa l’hanno aspettata fino a sera, agitati per il voto ai compiti a casa. E nell’attesa hanno tenuto fermi la manovra e quindi il Senato. Per la rabbia delle opposizioni, che invocavano in aula il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, minacciando l’occupazione degli scranni. Poi in serata ecco la pioggia di agenzie sull’accordo informale con la Ue, e così la maggioranza ha cambiato i piani.

Alle 12 di oggi a Palazzo Madama apparirà proprio Conte, a riferire sull’esito della trattativa con la Ue, come pretendevano Pd e Forza Italia. Però adesso le opposizioni rischiano il milionesimo autogol, perché l’audizione di Conte potrebbe trasformarsi in autocelebrazione per il premier. Il mediatore della trattativa, che ieri ha discusso al telefono con i commissari Ue, il “falco” lettone Valdis Dombrovskis e il francese Pierre Moscovici, sostenendo che sotto il 2,04 per cento proprio non si poteva andare, “perché abbiamo già fatto il massimo sforzo possibile”. Colloqui “molto diretti” assicurano.

Quasi un duello, quello con Dombrovskis, in cui Conte respinge la richiesta di tagli per il reddito di cittadinaza e quota 100, e parla della necessità di aiutare l’Italia “perché noi manteniamo la pace sociale”, con un ovvio riferimento ai gilet gialli francesi. E trova un punto di caduta, “dopo che in nottata il Mef aveva ceduto troppo”, come sibilano dai piani alti. Nel frattempo, “nessun contatto con Luigi Di Maio e Matteo Salvini”, assicurano da Palazzo Chigi. A ribadire che come lunedì, quando si era chiuso nel suo studio con il ministro dell’Economia Giovanni Tria a scambiare cifre via telefono con Bruxelles, il gioco lo guida lui, e solo lui.

Più indietro, a distanza di sicurezza, i due vice: Luigi Di Maio, ieri molto cauto, e Matteo Salvini, combattivo più per onor di firma: “Siamo in buona fede e conto che lo sia anche la Ue, non è che lavoriamo giorno e notte a gratis”. Tutto attorno, una maggioranza stanca e un Parlamento ridotto a comparsa. Lo si era già visto lunedì, dentro il Senato che era tutto un vuoto, senza traccia della manovra. E il copione si ripete ieri, con la commissione Bilancio che resta un deserto. Però la temperatura si alza, perché i dem, sprovvisti del senatore Matteo Renzi forse concentrato su altro, minacciano di occupare l’Aula se non si presenteranno a riferire Conte o Tria. “Siamo da giorni in attesa di novità sulla legge di bilancio e il Parlamento è esautorato” accusa Antonio Misiani. Ma il ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro, fa muro. “Conte e Tria – precisa – verranno dopo la decisione dei commissari europei”, ossia solo dopo la riunione prevista per questa mattina. E il capogruppo della Lega Massimiliano Romeo è esplicito: “Ma che trattativa è se si viene qui a spiegarla, e la si fa a carte scoperte?”. Però nel frattempo qualcosa si muove sul fronte con Bruxelles.

Arrivano segnali positivi, così nella capigruppo, convocata alle 19 per rabbonire le opposizioni, la maggioranza cede: Conte in Aula, oggi alle 19. Tanto negli stessi minuti il Mef racconta di accordo raggiunto con la Ue, suscitando l’irritazione di Palazzo Chigi, che avrebbe preferito maggiore prudenza all’ultimo miglio.

Però resta la rabbia, di tanti. “La maggioranza ci ha fatto perdere tempo, facendo votare una manovra finta alla Camera” è la protesta diffusa. E c’è la fatica, di chi governa. Per esempio colpisce l’amarezza del sottosegretario a Palazzo Chigi Vincenzo Spadafora, pure vicinissimo al vicepremier: “Siamo un governo molto provvisorio, e queste sono ore cruciali, non solo per la manovra”. Poco dopo spiegherà ai suoi che “erano solo battute”. Intanto oggi in Senato, dopo l’epifania di Conte, la commissione Bilancio inizierà a lavorare sulla manovra. Ma presto sarà maxi-emendamento, con voto di fiducia. L’obiettivo è chiudere di corsa, forse già domani.

Gli Ncc in rivolta, l’ecotassa torna a metà

È iniziata di prima mattina con una processione di auto con clacson strombazzanti nel centro di Roma per sfociare in una protesta violenta davanti alla sede della Prefettura. I noleggiatori con conducente, arrivati da tutta Italia, si sono opposti a quello che chiamano il decreto della lobby dei tassisti.

Al grido di “Buffoni, buffoni” hanno dato fuoco ad alcune bandiere del Movimento 5 Stelle, “colpevole” di non avere rispettato le promesse elettorali, mentre un vigile urbano sarebbe stato accerchiato. L’emendamento contro il quale si battono i noleggiatori, in maggioranza titolari di licenze di piccoli Comuni ma che lavorano solo nelle grandi città, “metterebbe – a loro dire – a rischio 80 mila imprese per un indotto di 200 mila lavoratori”. Gli Ncc saranno, infatti, obbligati al ritorno forzato, al termine del servizio, nel Comune in cui l’autorizzazione è stata rilasciata, imponendogli di fatto di operare solo in ambito provinciale. Ma nell’ultima modifica presentata alla manovra un’apertura c’è stata: gli autisti potranno evitare il ritorno in rimessa a patto che nel foglio di servizio che devono sempre avere vengano già indicate “più prenotazioni oltre la prima”. Gli Ncc potranno, inoltre, avere rimesse in vari Comuni della stessa provincia, non solo in quello che ha rilasciato l’autorizzazione. Bloccato, però, il rilascio di nuove licenze.

Sempre in tema di trasporti, alla commissione Bilancio del Senato tra le 20 modifiche dei relatori, come ampiamente annunciato, è arrivata anche l’ecotassa. Non saranno, quindi, più punite le utilitarie come la Panda. L’emendamento ora prevede un’imposta che va da 1.100 euro ai 2.500 euro per chi compra auto inquinanti dai 161 grammi/km di Co2 in su, e un incentivo all’acquisto di auto elettriche e ibride plug-in, ma solo se costano meno 45mila euro (54.900 euro Iva compresa). Una soglia che, di fatto, esclude dall’agevolazione le elettriche di lusso, come la Q7 dell’Audi, la i8 della Bmw, la Jaguar I-Pace o la Tesla. Tra quelle incentivabili restano le elettriche Citroen, Nissan, Mitsubishi, Peugeot, Renault e Smart. Anche se di base resta il sistema bonus-malus, vengono però premiati e penalizzati solo gli estremi, cioè le auto che emettono al massimo 70 g/km di CO2 (prima era 90) e quelle che ne emettono più di 160 (prima si iniziava a pagare dai 110). Non cambia niente, invece, per tutte le automobili comprese fra queste due fasce, cioè fra i 71 e i 160 g/km di Co2. Sul fonte dell’ecobonus c’è, però, una discriminante: l’incentivo massimo di 6mila euro previsto per le solo auto elettriche scenderà a 4mila euro se non si rottama l’auto vecchia di proprietà dell’intestatario o di un suo familiare, mentre il bonus di 2.500 euro per le ibride ricaricabili si abbasserà, senza rottamazione, a 1.500 euro. Si tratta di restrizioni necessarie per far tornare i conti: il nuovo emendamento stanzia per gli incentivi 60 milioni di euro per il 2019, 70 per il 2020 e 70 per il 2021, per un totale di 200 milioni contro i 300 milioni della versione precedente. Previsti anche 5 milioni di euro per l’installazione di colonnine di ricarica per autovetture elettriche.

Manovra, l’intesa con l’Ue evita (per ora) l’infrazione

L’ufficialità dovrebbe arrivare oggi, nell’ultima riunione dell’anno della Commissione europea. Ma da ieri l’Italia ha in mano un “accordo informale” per evitare l’apertura di una procedura d’infrazione per debito. L’intesa è stata comunicata con una telefonata del commissario Ue Pierre Moscovici e del vicepresidente Valdis Dombrovskis. È l’esito di un estenuante negoziato sulla manovra italiana in cui il Parlamento, come mai prima d’ora, è stato esautorato delle sue prerogative, lavorando su un testo provvisorio. Oggi il premier Giuseppe Conte relazionerà al Senato sull’esito della trattativa, come chiesto dalle opposizioni in rivolta.

Le ambizioni del governo gialloverde – la sfida alla disciplina fiscale dell’eurozona – escono pesantemente ridimensionate. Dopo mesi di scontro, avviato con la decisione di portare il deficit pubblico 2019 al 2,4% del Pil, si torna in sostanza alla linea negoziata a settembre dal ministro dell’Economia Giovanni Tria, e sconfessata nella notte dell’esultanza sul balcone. Tria, peraltro, si è voluto levare un sassolino facendo filtrare subito la chiusura dell’accordo “informale”, scatenando un incidente diplomatico. Palazzo Chigi, molto infastidito, ha infatti dovuto precisare che prima di esultare l’accordo comunicato brevi manu dovrà essere ratificato oggi dalla Commissione: “Vi è la ragionevole previsione” di un’intesa, “ma occorre attendere che si completi la procedura”. “Al momento è un accordo tecnico”, precisa il Tesoro.

Non è un dettaglio da poco. Non tutti nella Commissione concordano sulla linea di Moscovici e del presidente Jean Claude Juncker. I Paesi del Nord, dall’Austria all’Olanda, premono per una sanzione esemplare all’Italia e ogni Stato membro ha un commissario di riferimento. La riunione si annuncia tesa. A favore di Roma gioca il contesto esterno. La crescita dell’eurozona rallenta; Brexit è alle porte (domani la Commissione presenterà i preparativi per lo scenario del “no deal”); Emmanuel Macron in Francia sforerà il tetto del 3% deficit/Pil imposto dai trattati per sedare la rivolta dei gilet gialli e Bruxelles non vuole di indebolire il campione dell’europeismo. L’ultima cosa che serve ora è aprire una procedura contro l’Italia. A Bruxelles temono si tradurrebbe in un attacco speculativo sul debito italiano, interamente auto-inflitto, che potrebbe mettere in difficoltà il sistema bancario, non solo quello italiano. Berlino, per dire, non lo vuole.

Il governo, però, ha fatto di tutto per avere l’intesa, acconsentendo a tutte le richieste della Commissione e lasciando di fatto che la manovra venisse riscritta a Bruxelles e alla ragioneria dello Stato, dove siedono i tecnici più odiati dai 5Stelle. I dettagli arriveranno oggi quando dovrebbe essere formalizzato il maxi-emendamento che modificherà i saldi della legge di Bilancio.

L’esito è un drastico dimagrimento della manovra. Il disavanzo viene ridotto formalmente al 2% e spiccioli, cioè più o meno il livello a cui chiuderà quest’anno. Un taglio da 7 miliardi, coperto solo in parte dai 4 miliardi e dispari risparmiati facendo partire in ritardo il reddito di cittadinanza (aprile) e usando le finestre temporali per Quota 100 (la mini-riforma della Fornero). Per il resto si è proceduto con tagli ai ministeri, un escamotage contabile come la maxi dismissione di immobili pubblici da 2-3 miliardi (a bilancio ce ne sono altri 10 e dispari da dismissioni di partecipazioni) e misure impopolari, come il parziale blocco delle rivalutazioni delle pensioni sopra i 1500 euro. Non è però sufficiente. Con il Pil in frenata, il governo ha dovuto rivedere anche le stime di crescita del prossimo anno: niente Pil a +1,5%, ma un modesto 1% (in teoria uno 0,9% a cui sono stati aggiunti, quasi col bilancino, diversi decimali per arrivare alla cifra tonda). La minor crescita fa salire il disavanzo. Quello effettivo nel 2019 era insomma già salito al 2,6 per cento del Pil e i tagli effettivi si avvicinano ai 9 miliardi anche perché alcune misure non impattano sul deficit “strutturale”, quello al netto delle misure una tantum e del ciclo economico, a cui guarda Bruxelles. Il governo ha chiesto di scorporare dal disavanzo le “spese eccezionali” (dissesto idrogeologico e infrastrutture) per 3,5 miliardi. Circola anche l’ipotesi, non confermata, che venga aumentata, seppur di poco, l’Iva. Nei fatti la Commissione ha deciso, tra le misure presentate, quali considerare “strutturali” per chiudere l’accordo. Salvo sorprese, l’Italia evita, per ora, l’infrazione. Rimarrà attenzionata: una prima revisione potrebbe arrivare già in primavera.

Bolengo e i balenghi

Quando scoppiò, lo definimmo “il più grave scandalo che abbia coinvolto un leader politico ed ex premier italiano dai tempi di B.”. Era l’inizio di quest’anno e ancora non sapevamo tutto. Sapevamo che il 16 gennaio 2015 Carlo De Benedetti, presidente del gruppo Repubblica-Espresso, chiamò il suo broker Gianluca Bolengo ordinandogli di investire 5 milioni su alcune banche popolari perché l’allora premier Matteo Renzi gli aveva appena spifferato che la riforma del settore era imminente, e con effetto immediato: l’Ingegnere e il broker sapevano che sarebbe passata non in forma di disegno di legge, come dicevano i giornali, ma di decreto. E ci azzeccarono (ci mancherebbe): il decreto passò il 20 gennaio e CdB guadagnò all’istante 600mila euro. La Consob acquisì le sue telefonate col broker, segnalò l’insider trading alla Procura di Roma e aprì un fascicolo amministrativo.

Ma la Procura, anziché indagare e intercettare Renzi, De Benedetti e Bolengo, iscrisse il caso a “modello 45”: il registro degli “atti non costituenti notizia di reato”, il cassonetto delle denunce infondate o folli. Levò l’indagine al Nucleo valutario della Guardia di Finanza, che segue questi casi, anche con intercettazioni e altri accertamenti investigativi. Poi indagò il solo broker, ma per chiederne l’archiviazione (respinta ora dal gip, che ha ordinato al pm di chiederne il rinvio a giudizio e di indagare ancora sugli “altri” protagonisti: tipo Renzi e De Benedetti). La Consob intanto archiviava il suo procedimento (e ora il Gip accusa anch’essa di aver ignorato vari elementi indizianti). Massimo Giannini, su Radio Capital, domandò a Renzi: è vero che avvertì De Benedetti del decreto Banche popolari? Risposta (si fa per dire): “Lo chieda a De Benedetti, visto che è il suo editore… C’era un’agenzia sul fatto che avremmo fatto quella riforma”. Ora, la prima frase (“chieda a De Benedetti”) è puro teatro dell’assurdo, in bocca a un ex premier che dovrebbe chiarire tutto ciò che fa. Tantopiù che a De Benedetti non c’è nulla da chiedere, avendo già fornito la sua versione in diretta, nella telefonata del 16 gennaio 2015 a Bolengo: il decreto “passa, ho parlato con Renzi ieri, passa”, entro “una o due settimane”. E così, da quasi un anno, Renzi non spiega a che titolo il 15 gennaio 2015 incontrò De Benedetti (che poi parlò dello stesso tema anche col vicepresidente di Bankitalia, Fabio Panetta), cinque giorni prima del decreto e gli svelò – dice l’Ingegnere – informazioni così riservate e privilegiate, venendo meno ai doveri di riserbo e imparzialità.

La seconda frase (“C’era un’agenzia sul fatto che avremmo fatto quella riforma”) invece è una balla. L’unica Ansa sulla riforma delle popolari è del 3 gennaio 2015, e non dice che il governo sta per varare un decreto, né che lo farà subito. Anzi, tutto il contrario: “Il governo starebbe studiando di lanciare in primavera la riforma del settore – un intervento legislativo richiesto da decenni ma mai varato – di fatto per trasformare le banche popolari in società per azioni…”. Dunque dalle agenzie CdB non saprebbe nulla di ciò che comunica con grande certezza e molti dettagli il 16 gennaio al suo broker: “Il governo farà un provvedimento sulle popolari per tagliare la storia del voto capitario nei prossimi mesi… una o due settimane”. E fa un colpaccio impossibile con i tempi lunghi dell’iter parlamentare di un Ddl.
Ora, come rivela Valeria Pacelli a pag. 6, si scoprono altri due elementi che inceneriscono definitivamente l’autodifesa di Renzi e De Benedetti, presa per buona dal pm e da Consob: e cioè che la notizia del decreto circolasse e non fosse più un dato sensibile e riservato per i mercati. Sono due email ignorate o trascurate dal pm e da Consob. Le scrisse Fabrizio Pagani, allora capo-segreteria tecnica del Tesoro, al ministro Pier Carlo Padoan. La prima è del 12.1.2015: “Questi temi, in particolare quello sulle popolari, sono molto price sensitive… nessuna notizia può essere diffusa sul loro status. Dovremmo tenere conto di questo anche al momento dell’annuncio post Consiglio dei ministri, cioè farlo a mercati chiusi (è probabile che le azioni salgano)”. La seconda è del 15.1: “Questi sono testi ultra price sensitive. Come hai visto, finora su questo tema non è uscito niente”. Nelle stesse ore Renzi e De Benedetti chiacchieravano amabilmente della riforma top secret. Non solo: dell’esigenza del riserbo assoluto si era parlato già l’8 gennaio in un vertice a Palazzo Chigi: lì, ricorda il Gip, si “era stabilita una circolazione limitatissima tra poche persone individuate dei testi normativi della riforma”. Chi c’era a quel vertice? Renzi e Panetta. Gli stessi che di lì a sette giorni avrebbero incontrato l’Ingegnere, subito prima del suo prodigioso investimento a colpo sicuro. E ora sapete chi andrà a processo per questo scandalo nazionale? Il broker Bolengo. E basta. Non è meraviglioso?
Buon per l’Ingegnere, che ha già alle spalle una serie di operazioni finanziarie anche spregiudicate (Consob ha sanzionato vari membri della famiglia per un grosso insider trading sulla CDB Webtech): affari suoi e dei suoi giornali. Renzi invece, purtroppo, è (o almeno era) affar nostro, di noi cittadini italiani. Fu avvisato dal capo-segreteria del Tesoro che ogni dettaglio sul decreto banche poteva influenzare per miliardi i mercati. Eppure ne parlò con un finanziere-editore a lui vicino. Se era così disinvolto con CdB, possiamo fidarci della sua discrezione con altri sodali ben più intimi, come il finanziere Davide Serra, l’imprenditore Marco Carrai e altri? In tre anni a Palazzo Chigi, Renzi ha maneggiato decine di dossier sensibilissimi per i mercati. Ha sempre usato la stessa leggerezza?

Le Strenne per ripararsi dall’inverno dello scontento

Abbiamo chiesto alle firme del Fatto Quotidiano di consigliare ai lettori libri da leggere, rileggere o regalare in queste festività natalizie. Ne è uscito un mosaico di voci non proprio edificanti: infauste previsioni sulla dittatura dei Big Data; inchieste sulla mafia; saggi su nuovi fascisti e nuovi antifascisti; manifesti filosofici per risollevarci dal pantano del pensiero unico e abbruttente; fumetti per distrarci in “tempi quasi sempre di m.”; pamphlet indignati sui migranti; romanzi di moderne Odissee e vecchi nazisti; memoriali come maglioni caldi, buoni per proteggerci dall’inverno del nostro scontento…

Grande è la confusione sotto il cielo, ma – dissociandosi da Mao (uno dei personaggi in grande spolvero editoriale) – la situazione è tutto fuorché eccellente: questo almeno fotografano la nostra cernita e molti dei titoli in questi mesi in libreria, firmati da giornalisti e storici, filosofi e premi Goncourt, romanzieri e intellettuali, italiani e non. Prima di farsi prendere dallo sconforto, però, vale la pena leggere i quattordici titoli proposti: diversamente pensosi e, a loro modo, edificanti, se non addirittura speranzosi.

Queste sono le nostre Strenne, cioè, pur sempre, regali: doni benaugurali che gli antichi – i Sabini, pare – tributavano a Strenua, la dea della forza, protettrice dell’anno nuovo, della prosperità e della fortuna. Buone feste e buona lettura.

 

 

Marco Travaglio
Big Data, ma piccole élite: i nuovi pericoli di una dittatura digitale

Crollati il fascismo e il comunismo, qualche genio aveva profetizzato la fine delle ideologie e addirittura della storia: tutto il mondo avrebbe sposato la democrazia liberale. Ma anche questa ideologia è destinata a morire sotto i colpi delle rivoluzioni tecnologiche. Con una lucidità e una lungimiranza sconvolgenti, lo storico israeliano Noah Harari racconta pericoli e sfide di un futuro totalmente nuovo che pochi vogliono o riescono a immaginare: “La convergenza delle tecnologie informatiche e biologiche potrebbe presto espellere dal mercato del lavoro miliardi di soggetti e mettere a rischio sia la libertà sia l’uguaglianza. Gli algoritmi che elaborano i Big Data potrebbero instaurare dittature digitali di una minuscola élite, mentre la maggior parte delle persone soffre non solo per lo sfruttamento, ma per qualcosa di molto peggiore: l’irrilevanza”. Chi legge questo libro (che suggeriamo a tutti i politici e a tutti gli elettori) sa almeno come evitarlo.

Antonio Padellaro
Il nazismo luciferino e vile riletto da un premio Goncourt

È un libro sul nazismo, sui nazisti, sull’annessione dell’Austria al Reich. È un libro sulla viltà e sull’arroganza. Su come in Germania i padroni del vapore, guidati da Krupp, s’inginocchiarono davanti a Hitler. Su come in Inghilterra, principi e lord, speravano di fare altrettanto. È un libro sulla scaltrezza luciferina degli aguzzini e sulla dabbenaggine dei cultori delle buone maniere. Racconta di un pranzo d’addio memorabile a Downing Street: di come l’ambasciatore tedesco Ribbentrop mise nel sacco il primo ministro Chamberlain con l’arma della divagazione. E osservando l’immenso ingorgo di panzer impantanati sulla via dell’Anschluss si comprende che sarebbe bastato poco per scoprire il bluff del führer se le democrazie avessero smesso di tremare. È un libro scritto splendidamente. Premio Goncourt. Che va letto e riletto. E letto ancora.

Stefano Feltri
Il bibliotecario poeta che sa piegare il tempo e lo spazio

Jon Karl Stefànsson è stato un bibliotecario e un poeta prima di diventare uno dei più famosi scrittori d’Islanda. E si vede. I suoi romanzi hanno la forza che può infondere solo chi prima di scrivere è stato amante ricambiato dei libri. Ma hanno anche una struttura ritmica, musicale, che impedisce una lettura tradizionale. Nei romanzi di Stefànsson si può soltanto sprofondare, il tempo e lo spazio seguono regole diverse. E così succede tutto in contemporanea: Ásta è una ragazza inquieta che si vergogna della balia che l’ha allevata, Ásta è una neonata salvata da una donna che non pensava di poter avere le gioie della maternità, Ásta è la figlia di un muratore caduto dall’impalcatura che muore ripensando alla vita, Ásta è in un campo, ospite di contadini, a lavorare per espiare qualcosa che non sappiamo. È La storia di Ásta , un romanzo potente e ipnotico.

Marco Lillo
Il “lato b” della giustizia blandita e minacciata da Cosa Nostra

La giustizia è Cosa Nostra di Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo è uscito nel 1995, ma sta per essere ripubblicato da Glifo Edizioni con illustrazioni di Alessandro Bazan e commenti di Pietro Grasso, Sebastiano Ardita, Antonio Balsamo, Piercamillo Davigo, Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta, Alfonso Sabella, Luca Tescaroli e Giuliano Turone. A distanza di un quarto di secolo l’inchiesta di due maestri come D’Avanzo (scomparso nel 2011) e Bolzoni non ha perso smalto. È utile rileggere oggi il racconto del “lato b” della giustizia italiana negli anni 90, quando le alte Corti – blandite e minacciate dai boss – demolivano con i cavilli il lavoro di trincea di Falcone e Borsellino. Questo libro ricorda come si scrive un’inchiesta e offre un grande esempio di “quarto potere”, cane da guardia non solo del governo e del Parlamento ma anche della magistratura.

 

Maddalena Oliva
“Da dove vengo”, Joan Didion e il suo lungo viaggio magico

Le piace stare davanti all’oceano, quando si sveglia tardi la mattina. E ama far colazione con i suoi grandi occhiali da sole neri, sorseggiando Coca-Cola, mentre, con rigore e metodo, si appresta a scrivere. Ancora oggi la immaginiamo così, Joan Didion, genio letterario, giornalista e saggista americana, capace – per comprendere il dolore che ha più di una volta attraversato la sua vita (la morte improvvisa del marito John Gregory Dunne, quella della figlia Quintana a soli 39 anni…) – di “venire a patti col disordine”, attraverso la scrittura. “C’è questa teoria che se riesci a tenere un serpente nel tuo campo visivo allora non potrà mai morderti. È il modo attraverso cui mi confronto con il dolore. Voglio sapere dov’è”. Tutti, prima o poi, vogliamo saperlo. Specie quando scatta L’anno del pensiero magico. E la vita cambia in un istante. Cambia in fretta.

Fabrizio d’Esposito
L’etica del lavoro può essere immorale: fidatevi di Yokoyama

Può sembrare un ossimoro, ma non lo è: anche l’etica del lavoro ha le sue regole immorali. Soprattutto se ci troviamo in Giappone, dove lo stress professionale arriva a uccidere o quasi. Un esempio autorevole è quello di Hideo Yokoyama, giornalista d’inchiesta indi scrittore che nel 2003 ebbe un attacco cardiaco per una sessione di lavoro di ben 72 ore. Anche per questo i thriller, meglio i romanzi di Yokoyama sono meravigliosamente ossessivi, maniacali e folgoranti. Lasciano a bocca aperta, almeno noi mediterranei. Così dopo Sei Quattro, adesso è uscito Uno Sette. Stavolta il lato oscuro dell’etica del lavoro esplode all’interno della redazione di un quotidiano della prefettura di Gunma, dove un timer indica l’orario di chiusura del giornale pena licenziamento. Il protagonista, Kuzumasa Yuki, 17 anni dopo ripercorre le vicende di un incidente aereo con 520 vittime.

Furio Colombo
Un manifesto politico e filosofico contro la palude del sapere

Credo di poter offrire tre ragioni per raccomandare il libro di Donatella Di Cesare, Sulla vocazione politica della filosofia, che sembra piccolo ma ha una densità di pensiero che apre un orizzonte grandissimo. Da Telete ad Arendt, da Platone a Benjamin, dal mondo in cui crediamo di vivere al retromondo svelato da Zarathustra, Di Cesare ci dice, con un linguaggio a momenti di tersa argomentazione, a momenti di passione poetica, che la filosofia è l’unica strada lontana dal pensiero basso che ci tormenta. Questo è il manifesto di uno strumento di salvezza: la filosofia. Ti aggrappi per uscire dalla palude di un mondo costruito sul non sapere, nuova fabbrica della politica. Ritrovi la vita che stanno tentando di proibire (chiamando in causa la forza dell’ignoranza) come se la consapevolezza e il sapere fossero colpe da scontare attraverso lo spegnimento delle voci.

 

Massimo Fini
I reazionari d’avanguardia tra neofascisti e neoantifascisti

Neofascismo e neoantifascismo è un’autobiografia intellettuale che parte dalle esperienze giovanili di Cardini nell’Msi per arrivare alle sue posizioni attuali: destra e sinistra sono due categorie storiche superate (Drieu la Rochelle: “Dirsi di destra o di sinistra sono due modi opposti per manifestare la propria imbecillità”), la critica alla Modernità e un attacco tranchant all’Occidente. Cardini è un medievista e di rapporti fra Occidente e Medio Oriente ne sa parecchio. Le posizioni di Cardini, nella modernità trionfante, sono di nicchia e quasi solitarie. Ma è interessante una notazione che l’autore fa: “I solitari sono spesso quelli che imbroccano per caso sentieri destinati a venir di lì a poco praticati dalle folle; e che i reazionari sono spesso, senza saperlo e senza volerlo, quelli che poi finiscono col trovarsi all’avanguardia”.

 

Selvaggia Lucarelli
Il “pensiero infame” di Albinati e la guerra delle “pance”

Mentre la nave Aquarius interrompe la sua opera di controverso pattugliamento in mare, c’è un libro piccolino – 106 pagine – di uno scrittore che qualche mese fa si è sentito sporco. Perché in questa atmosfera fradicia di rancore malato, feroce, proiettato da se stessi agli altri, aveva partorito un pensiero infame. Si era augurato che su quella nave in balia del mare e della politica, morisse un bambino. Lo scrittore è Edoardo Albinati, il libro è Cronistoria di un pensiero infame. Il pensiero, quel pensiero, è il pretesto per una riflessione sofferta sull’abbrutimento di tutti, perfino di chi si oppone al cinismo, in un momento storico in cui si è smesso di parlare alle persone e ci si rivolge alle “pance”. E con le pance, alla fine, ci si fa la guerra. Tutti, pure quelli che non si schieravano mai, pure i miti, perfino gli intellettuali, qualche volta.

Andrea Scanzi
Zagor, Tex & C. per salvarci da questi tempi (spesso) di m.

Mi rendo conto che la mia non sia una proposta chic, men che meno da “intellettuale impegnato”, ma non ho romanzi o saggi recenti da consigliare. Per questo, con piacere e convinzione, dedico queste righe alla Sergio Bonelli Editore, che da trent’anni sa farmi buona compagnia. Zagor o Tex, Martyn Mystère o Julia, Dragonero o Nathan Never: a oggi è la mia sestina preferita, a cui si aggiungono le serie speciali o un Dylan Dog di ritorno, rimpiangendo i bei tempi di Nick Raider e Magico Vento. Chi crede che i fumetti siano una roba “bassa” e “da ragazzi” non ha capito nulla. Al contrario, una cavalcata con Kit Carson o un salto nella foresta di Darkwood, esclamando magari “Per la barba di Giosafatte!” o “Per mille scalpi!”, aiutano a vivere meglio. E a salvarci da questi tempi quasi sempre di merda.

Silvia Truzzi
Dèi in fregola, mogli svendute e poeti gelosi: altro che Antichi

Nei libri della signora dell’Antichità, Eva Cantarella (coltissima professoressa di Diritto greco e romano con il vizio di parlare a tutti), il passato e il presente si prendono per mano, tenendo sempre lontana la tentazione di improbabili paragoni “epocali”: questo (delizioso!) Gli amori degli altri. Tra cielo e terra, da Zeus a Cesare non è da meno. Vi terranno compagnia trenta mitiche storie d’amore, narrate con grazia e divertita ironia: tra le pagine s’incontrano dèi capricciosi e perennemente in fregola (Zeus, Don Giovanni molestatore seriale) e poeti che impazziscono di gelosia (Catullo); mariti fedeli col pensiero (Ulisse) e altri più che disposti, come abitudine comune in epoca di allarmante denatalità, a cedere agli amici mogli ancora in grado di generare figli (Catone). Imperdibile.

 

Pietrangelo Buttafuoco
Il memoriale di Severgnini è un maglione fatto a mano

Ecco la strenna tra le strenne: Italiani si rimane. È il libro di Beppe Severgnini, il direttore di 7, ed è già best seller – diffuso come neanche i Pensieri di Mao in Cina – per il catalogo di Solferino.
Correte in libreria prima che si esaurisca. Il manufatto in sé – voluttuoso, trendy e cool – vola via Amazon. A Napoli, poi, trionfa nelle bancarelle degli abili falsari unitamente ai fascicoli de The Economist dove Severgnini fibrillò quale ammirato corrispondente. A San Gregorio Armeno il buon Beppe campeggia tra le statuine del presepe riprodotto con regolamentare impermeabile bianco alla John le Carré. È, Joe, il giornalista che il mondo c’invidia.
E questo suo libro, il suo memoriale, cade perfetto nel Natale che ci fa tutti più buoni: si legge come un maglione fatto a mano. Con tanto di renne e il din, don, dan di felicità!

Daniela Ranieri
L’Odissea contemporanea alla ricerca del padre perduto

Regalatevi del tempo per leggere Un’Odissea. Un padre, un figlio e un’epopea di Daniel Mendelsohn. È incredibile come un contemporaneo sia riuscito a scrivere un libro tanto epico, profondo e “lento” nel tempo dopaminico che viviamo. Senza essere retorico, emana poesia ad ogni pagina; lontano dall’essere divulgativo, ci insegna chi siamo.
Mendelsohn intreccia l’Odissea, con la sua pletora magnifica di amori, menzogne, tempeste, metamorfosi, banchetti, avvelenamenti, sortilegi, naufragi, al racconto dei mesi passati insieme a suo padre, “allievo” del suo seminario sull’Odissea e compagno in una crociera nei luoghi del mito. Per chi il padre l’ha perduto nei mille modi che la vita escogita per separarci dai padri, e per chi vuole ritrovare l’antico legame coi padri della nostra civiltà.

 

Camilla Tagliabue
“Camminare” con Bernhard da una disperazione all’altra

Di Thomas Bernhard ne hai letto uno, li hai letti tutti, ma ogni volta è una tentazione, un’ossessione, cui è impossibile sottrarsi: Camminare, ultimo gioiellino edito in Italia, è del 1971, quattro anni dopo Perturbamento e quattro anni prima di Correzione, tra la “tenebra come scienza” del principe Saurau e la scienza come tenebra del filosofo Roithamer. Cose da pazzi, e infatti soccombono tutti, chi nella tomba e chi a Steinhof (il manicomio viennese, ndr), come Karrer, internato dopo un surreale litigio per un paio di pantaloni e protagonista di Camminare: sottinteso, “da una disperazione a un’altra”. Nell’Austria infelix del muriatico scrittore sopravvivere – o restare savi – è impossibile: “L’arte è senza dubbio quella di sopportare l’insopportabile e di non sentire ciò che è orribile come tale, cioè orribile”. Auguri.

Scialbe ripetizioni di Alice in Chains

Con Rainier Fog, gli Alice in Chains hanno fatto un gentile omaggio alla città di Seattle, che è stata la culla di un sound indimenticabile, ma senza regalare nulla più di quanto già fatto, e meglio. E ora arriva la notizia che la band intende girare anche un film ispirato da quest’album. Ma il primo pensiero, dopo aver ascoltato il loro terzo disco dalla morte dello storico frontman Layne Staley, è che il rock, parafrasando Marx, sia come la Storia: si ripete sempre due volte, la prima volta come tragedia (con la scomparsa per overdose di Staley), la seconda come farsa (con William DuVall chiamato a sostituirlo alla voce, imitandolo smaccatamente). È molto discutibile, infatti, la scelta di Jerry Cantrell di riproporre la band sotto l’insegna AIC: i nuovi dischi sembrano scialbe imitazioni di vecchi lavori – con identici impianti e dinamiche nella costruzione dei pezzi e nella doppia voce alternata Cantrell-DuVall – che tutt’al più andrebbero presi come scialbe imitazioni eseguite da sobri di pezzi prodotti però sotto effetto.

Il techno-situazionismo degli Underworld

Nell’era dei singoli e di Spotify nessuno come Karl Hyde e Rick Smith degli Underworld ha saputo rinnovarsi con una serie di iniziative fuori dagli schemi. La band di Born Slippy, la colonna sonora di Trainspotting, ha abbandonato i classici canoni album/tour e ha aperto a una serie di collaboratori dj, artisti, poeti, pittori e drammaturghi, intitolando questa nuova coraggiosa avventura Drift. Il significato è “opposto di normale o di abituale” e il primo Ep pubblicato – il secondo è atteso in gennaio – si chiama Episode 1 Dust.

Dopo le collaborazioni con Brian Eno e Iggy Pop, Karl e Rick pubblicano a cadenza settimanale un video o una canzone sul loro sito underworldlive.com. Another Silent Way, ad esempio, è la colonna sonora di un film creato insieme alla comunità britannica di drift racing. Il progetto è stato presentato in alcune date ad Amsterdam e a Londra e proseguirà in Australia per poi ritornare in Europa ai primi di febbraio. “Abbiamo ritrovato la gioia di esibirci in piccoli posti” spiega Rick, “come allo Zepp Club di Osaka: questa esperienza è stata talmente stimolante da decidere di proseguire in questa direzione”.

L’Ep è la naturale evoluzione del sound degli Underworld: techno, improvvisazioni di testi poetici come flussi di coscienza, suoni acidi e ambient a piccole dosi. Nella lunga Universe Of Can When Back, dopo tre minuti parte un assolo degno del miglior periodo di Bowie con Eno (The Hearth’s Filthy Lesson). Dexter’s Chalk, in collaborazione con Ø [Phase], riporta alla catarsi techno Dinosaur Adventure In 3D. A Very Silent Way è una opera d’arte ambient e avanguardia jazz, con l’ausilio della band The Necks.

Damir Ivic su Soundwall scrive: “Un loro concerto è una delle esperienze più belle e intense della vita. E questo senza led, fuochi, luci pazzesche, giganteschi palchi mobili”. È la forza di Rick e Karl, nella loro seconda giovinezza tra avanguardia e situazionismo: ridare un senso alla magia dell’improvvisazione. Applausi.

Corgan & C., l’eterno ritorno dei romantici

Può essere considerata la reunion dell’anno: a trent’anni dalla nascita e a diciotto dallo scioglimento degli Smashing Pumpkins l’eclettico Billy Corgan rimette in piedi la storica formazione di Chicago, una delle più rappresentative dell’epopea grunge (insieme a gruppi quali Nirvana, Pearl Jam, Soundgarden e Alice In Chains) e tra le più importanti del panorama alternative rock degli anni 90. Con il rientro del batterista Jimmy Chamberlein (in precedenza allontanato perché ritenuto corresponsabile della morte per overdose del tastierista Jonathan Melvoin) e del chitarrista James Iha, affiancato dal secondo chitarrista Jeff Schroeder, la squadra è quasi al completo: manca all’appello solo la storica bassista D’Arcy Wretzky. Il ritorno del quartetto è annunciato dalla pubblicazione nel giugno 2018 di Solara, singolo in perfetto stile nirvaniano, che ricorda le sonorità ruggenti di Bullet with Butterfly Wings, perla del monumentale doppio Mellon Collie and the Infinite Sadness. Abbandonate le distorsioni noise e le dilatazioni psichedeliche, gli elementi tipici del loro stile non sono comunque cambiati, bilanciati ora verso un gusto pop più pronunciato: una miscela sonora che racchiude le due anime della band, una più rumorosa e selvaggia, l’altra più romantica e melodrammatica. Insomma, un connubio tra Black Sabbath e Beatles, tra la forza d’impatto dell’hard rock e la leggerezza del pop, tra sferzanti sfuriate metal/grunge e melodie sdolcinate, venate di quella malinconia e di quel “male di vivere”, che permeano l’animo di Corgan.

La componente pop è predominante nel nuovo album Shiny and Oh So Bright, Vol. 1/LP: No Past. No future. No Sun., titolo lunghissimo ma con una scaletta essenziale: otto tracce in tutto (nelle intenzioni originarie doveva essere un doppio EP). Le canzoni ci sono e la band sembra tornata in piena forma: oltre alla già citata Solara, gli arrangiamenti di archi e i cori soul di Knights of Malta, la melodia accattivante del secondo singolo Silvery Sometimes (Ghosts), le atmosfere zuccherose di Travels, la cavalcata stoner/metal di Marchin’ On e la ruvida irruenza della conclusiva Seek and You Shall Destroy. Brani come Alienation e With Simpathy invece non lasciano il segno e suonano scialbi e anonimi. In cabina di regia c’è la mano esperta del barbuto Rick Rubin che, piaccia o meno, ha impresso il suo inconfondibile marchio di fabbrica su album di successo (quelli di Red Hot Chili Peppers, Rage Against The Machine, System Of A Down, per citarne alcuni).

Gli Smashing Pumpkins non hanno certo realizzato un album imperdibile (sono ben lontani dai fasti di Siamese Dream e Mellon Collie, le loro due insuperate vette artistiche), ma neanche del tutto trascurabile: è un disco dal sapore nostalgico, onesto e godibile, dal forte appeal commerciale, che fa ben sperare per il secondo capitolo, atteso per il prossimo anno.

Care scrittrici, vincete se non vi parlate addosso

È stato l’anno delle scrittrici: Helena Janeczek si è aggiudicata lo Strega con La ragazza con la Leica, Rossella Postorino ha vinto il Campiello con Le assaggiatrici (avendo la meglio su Janeczek) e due settimane fa Evelina Santangelo ha ricevuto il premio Libro dell’anno di Fahrenheit con Da un altro mondo (avendo la meglio su Postorino, e tanti altri uomini).

Ed è stato l’anno della piena consapevolezza del #Metoo, con la diffusione capillare del movimento, i ribaltamenti nelle posizioni di potere, i colpi di scena interni sino all’abuso e conseguente depotenziamento dell’espressione in qualsiasi contesto. Ovunque #Metoo, anch’io, pure io. Il pronome personale più forte e più fragile, il più narcisista e isolato, accanto all’avverbio “too”, in italiano tradotto con la congiunzione “anche”. Da un lato la personalizzazione, l’individualità, dall’altro l’elemento collegiale, inclusivo o per lo meno aggregante. “Io donna dentro l’insieme delle vittime che si ribellano”. Un io che crea un noi per innalzare un confine netto nella società un tempo liquida e ora prosciugata, anche a costo di porre un limite a volte puramente genitale. La risposta delle donne agli uomini che odiano le donne, a quelli che lo fanno consapevolmente e a quelli che lo fanno perché sono uomini e quindi punto e basta, non possono non odiarle, è la società, anzi il patriarcato che li disegna così.

Cosa abbiamo trovato nei libri di quest’anno di tutto ciò, considerando i tempi editoriali, per cui i libri pensati ieri, scritti oggi, li troveremo in libreria l’anno prossimo bene che vada?

La letteratura ha guardato indietro: i già citati esempi di Janeczek e Postorino hanno attinto da due storie di donne degli anni 30 e 40, una fotografa emancipata e ribelle e un’impiegata del regime nazista incaricata di assaggiare i cibi per Hitler e molto inconsapevole del suo tempo.

Con loro si è consacrata la tendenza al racconto documentaristico: dopo la riscoperta di Gerda Taro – era lei la ragazza con la Leica – è stato tutto un proliferare di romanzi su fotografe e scrittrici. E a guardar bene L’amica geniale di Elena Ferrante è stata forse la più emblematica proposta di narrazione su “come eravamo… noi donne”: che si può tradurre dell’orride e trita espressione “la storia con la s minuscola dentro la Storia con la S maiuscola”. Lo sguardo al passato può essere anche molto intimo, a volte così ombelicale da rendere inevitabile la noia. “Tieniteli per te i tuoi visceri”, diceva Giuseppe Pontiggia rispetto alle scritture che ambivano a disvelare anime e segreti.

Foto color seppia di famiglia che si propongono come socioautobiografie, microscopici sguardi su eventi minuscoli che racconterebbero epoche, pagine di diari segreti resi pubblici. Nessuno mette in dubbio la profondità, ma è la ripetitività, anzi il perseverare che è diabolico.

Qualcuna emerge almeno per lo sguardo che prende una direzione originale, come Jane Sautière in Guardaroba (LaNuovaFrontiera, p. 160, euro 16). In questo caso insieme a un libro si aprono un armadio, un baule, una cesta: l’autrice francese, nata a Teheran, ripropone una versione alla moda del correlativo oggettivo di T.S. Eliot.

Al contrario del padre che si vestiva per coprirsi, il suo rapporto con i capi d’abbigliamento è di carattere rappresentativo più che edonistico. I vestiti servono a descrivere chi li indossa più che incrementarne il potere seduttivo. I vestiti danno un corpo, anzi sono corpo. E può essere un serio problema quando c’è un lutto: “Impossibile buttare quella che è l’unica traccia fisica del corpo di mia madre, impossibile conservare al mio fianco ciò che porta i segni della sua morte al pari del suo cadavere. Metto tutto in lavatrice e mi sento falsa, mi sembra di fare qualcosa di sbagliato. Come fanno gli altri? Dove li mettono, che ne fanno di quei vestiti?” Gli armadi diventano tombe.

Come tombale è il silenzio che viene richiesto alle Donne che parlano di Miriam Toews (Marcos y Marcos, p.254, euro 18). Per lo meno è quello che auspicherebbero gli uomini della colonia di Molotschna, autori di una serie di stupri seriali, dopo aver narcotizzato le loro sorelle, mogli, cugine, vicine di casa con uno spray di solito usato per le vacche. Prima che escano sotto cauzione le donne possono decidere se non fare niente, restare e combattere o andarsene. Toews trascrive i verbali delle riunioni delle donne analfabete. Per gli uomini, visto che le violenze avvenivano quando le donne erano incoscienti, è come se non fossero accadute. Come possono quelle là perdonare qualcosa che non ricordano? Di fronte a questo muro, solo la distanza è possibile, soltanto l’allontanamento, il #Metoo.

Un #Metoo che riesce a sorridere, che organizza scherzi demenziali, come quando fanno finta di suicidarsi buttandosi dalla finestra sotto cui ci sono dei materassi. Un #Metoo che forse si costringe a sorridere, a non prendersi sempre troppo sul serio, che lascia a un uomo, August Epp, la possibilità di essere il portavoce del dolore femminile. Un rarissimo caso di #Metoo letterario, come sarebbe potuto essere e non è stato nella realtà.