Calano i preti in tv, ma solo per tacere gli scandali vaticani

Siamo di fronte a una grande, apparente, contraddizione. Da una parte, già nel periodo settembre 2016-agosto 2107 monitorato da queste nostre ricerche sulle confessioni religiose e la Tv pubblica e privata, è molto visibile l’inizio del declino di papa Francesco e soprattutto un bilancio non positivo del suo papato; dall’altra, si constata che le notizie di cronaca che hanno screditato non poco il Vaticano per le sue lotte interne, i processi contro giornalisti investigatori e le polemiche sulla pedofilia hanno costretto le Tv a variegare la comunicazione secondo la sua tipologia.

Già anni fa avevamo fatto notare che il servilismo dei media televisivi non sempre si esprime in termini soltanto quantitativi (aumentare sempre più la presenza del Vaticano nelle reti), ma anche con silenzi significativi. L’anno preso in considerazione in quest’ultima ricerca dimostra la verità della nostra ipotesi.

Nel penultimo rapporto, abbiamo sottolineato che le Tv davvero stavano esagerando. Le percentuali in tutte le reti erano diventate bulgare fino all’eccesso. E la discriminazione nei confronti delle altre confessioni era addirittura scandalosa. Si doveva segnalare in certi rilevamenti perfino il raddoppio dei dati da un anno all’altro. In quest’ultimo rapporto, invece, la comunicazione clericale è costretta a tornare selettiva: in tutte le trasmissioni, chiamiamole “propagandistiche”, i dati rimangono altissimi e anche superiori all’anno precedente, invece nei telegiornali e nelle trasmissioni di approfondimento, dove si dovrebbero dare notizie e discuterle, c’è stato un brusco arresto o un calo sensibile. Per forza, dato che le notizie erano per la maggior parte molto sgradite alla gerarchia. Dimostrazione che il servilismo si dimostra anche censurandosi. Ugualmente le confessioni minori hanno continuato a essere fortemente penalizzate, fino all’obbrobrio del trattamento riservato agli evangelici e ai musulmani, stazionari allo zero virgola.

Siamo convinti che nel prossimo rapporto (stagione 2017-2108) questa tendenza sarà accentuata. Perché ci andiamo ad avvicinare a quest’ultimo anno orribile per Francesco. Lui ha accentuato i toni, ha viaggiato in Paesi problematici, ma non è riuscito a controbilanciare la netta sensazione che non bastano le parole, anzi diventano ridicole e paradossalmente danno anzi ancora più visibilità allo scontro furioso e pubblico tra le gerarchie ecclesiastiche sia al sostanziale immobilismo di fronte alle riforme annunciate o ventilate ma nella sostanza inevase. Con alcune incursioni addirittura da chiesa superconservatrice. Nulla sull’assetto finanziario, nulla sui privilegi pretesi in ogni occasione e quindi nulla sulla libertà religiosa, nulla sul maschilismo interno, nulla – se non palliativi – sulle cause della pedofilia degli ecclesiastici, fallimento della promessa di decentramento dei poteri di uno degli ultimi sovrani totalitari esistenti. Francesco passerà alla storia come un ottimo comunicatore, bravissimo a truccare la realtà ma non a modificarla. Nessuna vera riforma prenderà il suo nome.

La comunicazione televisiva asseconda e blandisce il papa comunicatore ed è reticente sui veri problemi della Chiesa cattolica. Dimostra d’essere assolutamente ignara del ruolo giornalistico. La sua parola d’ordine è “sostenere contro ogni realtà ciò che dice la velina della sala stampa vaticana”.

Scendiamo più nei particolari. La tesi della censura (o quasi) sulle notizie e sulle discussioni dei problemi che travagliano questa fase del papato è dimostrata dal fatto che nelle trasmissioni di approfondimento giornalistico e nei telegiornali, sia pubblici sia privati, la presenza della chiesa cattolica ha cominciato a discendere. Con l’unica, vistosa eccezione del Tg1 che nell’anno precedente aveva raggiunto il record del 98,23%, lasciando alle altre confessioni percentuali da prefisso telefonico (particolarmente scandalosa è la faziosità contro la religione musulmana. I musulmani sono presenti solo nella cronaca nera). Pensavamo che il Tg1 non potesse superare se stesso in faziosità, ma invece ce l’ha fatta e è riuscito a guadagnare un ulteriore 0,70%, (da 98,23% a 98,93), confermando che tutto sommato preferisce una grezza quantità (soprattutto nei tempi di parola concessi direttamente a esponenti del Vaticano – aumento da 93,76% al 96,23 % – a un servilismo più intelligente. Infatti tutti gli altri telegiornali hanno percentuali calanti. In particolare i Tg di Mediaset.

Lo stesso trend si riscontra nelle trasmissioni di approfondimento giornalistico. Con tutti gli scandali che ci furono in quei dodici mesi, i giornalisti televisivi, noti per il loro conformismo, hanno preferito lasciar stare. Da qui un vero e proprio crollo. Le presenze di soggetti confessionali nel complesso delle trasmissioni (le principali) prese in considerazione sono passate da 616 a 244: Porta a Porta da 48 a 19, Uno mattina da 178 a 64, Agorà da 169 a 94, Omnibus da 44 a 20. La tendenza non conosce eccezioni. C’è da vergognarsene.

Se dare notizie in tempi burrascosi è imprudente, al contrario occorre rafforzare l’apparato propagandistico. Così continua l’“esagerazione” già denunciata lo scorso anno. E allora giù con le fiction, le cerimonie, i film, i documentari d’argomento religioso o con protagonisti confessionali. Basti segnalare che se nel 2010 dalle sette reti principali furono trasmesse fiction per 61 ore e 54 minuti, nell’ultima rilevazione siamo passati a 900 ore e 25 minuti. Ovviamente la chiesa cattolica si accaparra il 97,11% del totale, i protestanti hanno lo 0,32%.

Le cifre sono molte e le trovate in dettaglio qui di seguito. Sottolineiamo soltanto un’ultima notizia: la presenza televisiva di papa Francesco è in calo rispetto all’anno precedente, anche se in confronto a Benedetto XVI è presente in percentuale 3-4 volte di più.

Il tempismo di Macron: poliziotti in rivolta contro i tagli in manovra

E ora si annuncia in Francia anche il “mercoledì nero” della polizia. Con la crisi dei Gilet gialli che dura da un mese, i blocchi dei licei e il ritorno del terrorismo, la Francia non trova pace. Ieri il principale sindacato della polizia, Alliance, ha lanciato il “primo atto” di una nuova mobilitazione che ha per parola d’ordine: “Blocchiamo i commissariati”.

Al centro della protesta, il progetto di finanziaria 2019 che sarà votata giovedì in Assemblea e prevede un taglio di 62 milioni di euro negli investimenti sulla polizia nazionale. Tagli che arriverebbero dunque in un momento particolarmente delicato. I poliziotti chiedono da tempo condizioni di lavoro migliori e stipendi più alti. Denunciano la mancanza di mezzi e personale, e negli ultimi anni sono diventati un bersaglio per i terroristi. L’attacco di Strasburgo, che ha fatto cinque vittime, l’ultima un amico di Antonio Megalizzi, Barto Petro Orent-Niedzielski, detto Bartek, polacco di 35 anni, mostra che la minaccia resta elevata e fa capire anche quanto la collaborazione tra i diversi corpi della polizia sia importante. Il killer Cherif Chekatt, braccato per 48 ore, non è stato fermato da corpi speciali ma da una pattuglia della polizia urbana.

Il sindacato invita allora gli agenti a uscire dai commissariati solo in caso di “chiamate urgenti”. Senza “piano Marshall”, scrivono in un comunicato, “seguiranno altri tipi di azione”. Un altro sindacato, Unsa Police, chiede un incontro con Macron altrimenti: “Sulle rotatorie non ci saranno solo i Gilet gialli”. La protesta della strada ha avuto quasi da subito la simpatia dei poliziotti, che si sentono a loro volta dimenticati da chi governa. Ieri il premier Philippe ha ammesso che sono stati fatti “degli errori”. Ma le prime misure annunciate non convincono. I 100 euro in più promessi sul salario minimo appaiono ai Gilet solo uno “pseudo-aumento”. Il ministro dell’Interno Castaner ha alzato i toni: “Basta, sgomberiamo i raccordi, ne va della sicurezza di tutti”. Ma i Gilet, anche se meno numerosi, sono sempre lì. Ieri bloccavano anche il grande mercato agroalimentare all’ingrosso di Rungis, presso Parigi. Pronti, se necessario, a restarci anche fino al 26 dicembre.

Trump all’angolo: così Putin ha mosso il voto di Usa 2016

La versione di Trump, che il Russiagate sia tutto una “caccia alle streghe” costruita dai democratici con la complicità dei media, “mai così disonesti” perché parlano male di lui, ormai non regge più: sei americani su dieci pensano che il loro presidente “non dice la verità” sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali Usa 2016. L’esito del sondaggio Nbc/Wsj è perfettamente complementare alla divulgazione, in primis da parte del Washington Post, di un rapporto preparato per il Senato Usa da ricercatori della Oxford University.

Il Computational Propaganda Project and Graphika del prestigioso Ateneo britannico ha studiato milioni di messaggi postati sui social, forniti alla Commissione Intelligence del Senato da Google, Facebook e Twitter. I testi arrivano fino a metà 2017, quando le tre aziende chiusero gli account “russi”. Si tratta della più ampia analisi accademica finora mai realizzata sulla campagna di disinformazione condotta dai russi, o da altri per loro conto, in vista di Usa 2016, per favorire l’elezione di Trump, o almeno sfavorire quella di Hillary Clinton, percepita come un nemico pubblico dalla banda Putin, e poi per sostenere, almeno all’inizio, il magnate presidente. Che oggi qualcuno al Cremlino si penta dell’operazione, fa parte dell’alea delle azioni “sotto copertura”. Trump, che sente puzza di bruciato, cerca di smarcarsi dal Russiagate: apre un fronte di polemica con la Federal Reserve, che prepara un rialzo dei tassi d’interesse (“È incredibile che ci pensino”, twitta nell’imminenza della decisione, confermando che Jerome Powell, una sua scelta, è diventato un suo bersaglio); e minaccia di andarsene in vacanza a fine settimana con una serrata dell’Amministrazione pubblica, se il Congresso non gli finanzia il muro al confine con il Messico (forse l’ultima chance, visto che il Congresso, da gennaio, non sarà più tutto a guida repubblicana). La ricerca dell’Università di Oxford fornisce dettagli inediti su come i russi operavano sul web per influenzare il voto negli Usa, dividendo gli americani in gruppi di interesse per messaggi chiave mirati, e raggiungendo il picco della propaganda nei momenti clou della campagna, come i dibattiti in tv e le convention. “Ciò che è chiaro è che tutti i messaggi cercavano di favorire il Partito repubblicano e in particolare Donald Trump”, si legge nel rapporto, secondo quanto riferisce il Post. “Trump è menzionato soprattutto nelle campagne mirate ai conservatori e agli elettori di destra … La messaggistica punta a incoraggiare questi gruppi a sostenere la campagna Trump. Ai gruppi che potevano invece opporsi a Trump, venivano inviati messaggi per confonderli, distrarli o scoraggiarli dal voto”. L’impatto è stato considerevole. Il giornale snocciola cifre: i post più popolari avrebbero generato 39 milioni di likes, 31 milioni di condivisioni, 5,4 milioni di reazioni e 3,4 milioni di commenti. Complessivamente, la campagna russa avrebbe raggiunto 126 milioni di persone su facebook e 20 milioni su Instagram – ma l’utilizzo di Instagram deve ancora essere approfondito – . Contraddittorio con l’obiettivo di influenzare il voto è, invece, il fatto che il 57% dei messaggi presi in esame sono in russo e appena il 36% in inglese – il 7% restante in altre lingue –.

Per il Wp, il rapporto costituisce la prova definitiva che agenti russi hanno aiutato Trump a vincere. Il giornale ricorda che lo scorso luglio la Commissione Intelligence del Senato aveva già condiviso le conclusioni contenute nel rapporto dell’intelligence Usa del gennaio 2017 sulle interferenze russe. L’inchiesta del procuratore speciale Robert Mueller va avanti e incastra sempre più uomini vicini, almeno in campagna elettorale, all’allora candidato ora presidente. Due ex soci di Michael Flynn, l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale, sono stati incriminati perché sarebbero stati coinvolti nella campagna segreta di lobby condotta dalla Turchia nel 2016 per premere sugli Usa affinché espellessero il dissidente Fethullah Gulen, critico e avversario del presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

I due, Bijan Kian ed Ekim Alptekin, sono accusati di cospirazione e di violazione delle regole sull’azione di lobby; Alptekin anche di avere reso false dichiarazioni all’Fbi.

Il movimento è l’ago della bilancia di tutto il Medioriente

Hezbollah è sempre più influente non solo in Libano, dove si è rafforzato con le elezioni generali dello scorso maggio, ma in tutto il Medio Oriente. Se Beirut non riesce ancora a darsi un governo, a 8 mesi dalle consultazioni, lo si deve soprattutto alle richieste di poltrone da parte dei rappresentanti sunniti che si sono alleati proprio con Hezbollah. La sua forza, in casa e nella regione, gli deriva dall’enorme arsenale ottenuto dall’Iran, ma anche dalle iniziative sociali e economiche per gli sciiti libanesi e siriani minoritari e meno ricchi dei connazionali sunniti.

Hezbollah è entrato nella guerra civile siriana a fianco dell’esercito regolare di Assad, di religione alawita (di derivazione sciita) e a sua volta sponsorizzato da Teheran, per garantirsi la sopravvivenza. L’Iran è per entrambi un patrono dirimente. Secondo fonti Usa, gli ayatollah iraniani iniettano oltre 700 milioni di dollari l’anno nelle casse del partito per l’addestramento e le attrezzature militari. Poiché l’Iran e il Libano non sono collegati geograficamente, usano la Siria per trasferire le armi. Perciò è imperativo per Hezbollah mantenere un alleato in una posizione di potere in Siria. Hezbollah è nato nel 1982 come reazione dei musulmani sciiti libanesi – ispirati dalla rivoluzione khomeinista del 1979 – all’occupazione israeliana del sud del Paese. Hezbollah è di fatto una forza sostitutiva delle guardie rivoluzionarie d’élite iraniane. Dopo che Israele lasciò il sud del Libano, Hezbollah ha rifiutato di rinunciare alle armi. Le tensioni tra Hezbollah (leggasi Iran) e Arabia Saudita sono aumentate dopo che l’ultima guerra irachena ha portato al governo gli sciiti. Con l’appoggio – missili, artiglieria pesante e addestratori – dei guerriglieri di Hezbollah ai ribelli sciiti Houthi nelloYemen è ancora più chiara la sua capacità di interferire negli affari dei Paesi della penisola arabica e del Golfo e alimentare conflitti.

I tunnel libanesi di Hezbollah con “vista armata” su Israele

Sul confine più “caldo” del Medio Oriente sono giorni di altissima tensione. L’operazione “Northern Shield”, per localizzare i tunnel di Hezbollah sotto il confine libanese, sta entrando nella seconda settimana. Le Forze di Difesa Israeliane hanno scoperto quattro tunnel e gli scavi proseguono in diversi siti lungo la linea del cessate-il-fuoco del 2006. Nelle ultime ore le forze militari israeliane hanno innalzato di una barriera di filo spinato lungo la Linea Blu tra i due Paesi.

La ricerca degli specialisti dell’Idf potrebbe durare ancora un mese per “bonificare” la zona. Benjamin Netanyahu, nel suo duplice ruolo di primo ministro e ministro della difesa (tra gli altri dicasteri), è arrivato questa settimana per una seconda visita nella zona. Poche ore prima, il vicepremier italiano Matteo Salvini – durante la sua visita di 24 ore – era stato accompagnato in elicottero in una delle zone dove sta operando in questi giorni l’Idf. Militari e specialisti israeliani hanno mostrato all’ospite italiano alcuni sofisticati sistemi di ricerca e le immagini trasmesse da una telecamera di uno dei tunnel scavati dai miliziani libanesi a poche centinaia di metri di distanza. Dall’altro lato del confine, su quelle colline che dominano la Galilea, c’è l’esercito libanese ma soprattutto c’è Hezbollah – che anche se colpito dalle perdite nella guerra civile siriana – resta lì con le sue migliaia di missili puntati contro Israele, appoggiato dall’Iran che si è saldamente installato in Siria e in Iraq.

Adesso dopo diversi giorni di confusione, è chiaro che il governo di Beirut ha iniziato a formulare una risposta alla mossa israeliana. Le pattuglie dell’esercito libanese stanno ora fronteggiando le forze israeliane in quelle aree dove i soldati dell’Idf stanno scavando vicino al confine. In mezzo l’Unifil, una forza di 10.500 caschi blu provenienti da 42 diversi Paesi, il cui mandato (dal 1978) è mantenere pace e sicurezza lungo quel confine. Una missione non semplice che ha come sfera d’azione le colline del sud Libano, un territorio dove nemmeno piove se Hezbollah non vuole. Il capo di stato maggiore dell’Idf, il generale Gadi Eisenkot, si è incontrato con il comandante dell’Unifil nel sud del Libano, il generale di divisione italiano Stefano Del Col. Eisenkot gli ha detto chiaramente che lo scavo dei tunnel è una violazione della risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza Onu, approvata alla fine della Seconda Guerra del Libano (2006). L’Idf ha consegnato all’Unifil un file di intelligence su ogni tunnel, che include dati che “incriminano” Hezbollah. I militari israeliani e quelli libanesi adesso si guardano da una distanza relativamente ravvicinata, ognuno con armi puntate sull’altro lato, con i caschi blu a fare da cuscinetto e con i miliziani di Hezbollah che osservano da vicino. Sembra il cocktail perfetto per un possibile scontro ravvicinato. I nervi di tutti sono tesi e basterebbe una scintilla per innescare un incendio difficile da estinguere. Sabato scorso, un reparto dell’Idf ha aperto il fuoco contro tre figure sospette, apparentemente Hezbollah, che si erano avvicinate troppo all’area dove i genieri israeliani stavano lavorando. Stando a Israele tutti i “giocatori” della parte libanese hanno qualcosa da nascondere. Hezbollah ha scavato i tunnel, violando gli accordi di cessate-il-fuoco; l’esercito libanese, che riceve ampia assistenza dagli Stati Uniti e dalla Francia, non ha mosso un dito per impedire le attività dei miliziani; i caschi blu dell’Unifil sono principalmente impegnati a stare fuori dai guai. Agli occhi israeliani, tutto questo appare come un insabbiamento in cui il governo libanese e le Nazioni Unite stanno assumendo un ruolo attivo, anche se non avevano informazioni dettagliate sugli scavi segreti di Hezbollah.

Sullo sfondo, il fragoroso e prolungato silenzio di Hezbollah, che non ha ancora risposto agli avvertimenti. Si potrebbe supporre che l’organizzazione sia preoccupata di scoprire come i suoi segreti siano caduti nelle mani dell’Idf e cosa sappia esattamente l’intelligence israeliana sul resto dei suoi piani. In Israele non prevale l’ottimismo. “Al massimo un anno, per uno scontro diretto”, ha previsto un think-tank formato da generali dell’Idf e dell’esercito Usa. Il premier Netanyahu ha già lanciato il suo monito: “Israele è pronto, se il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ci affronterà, otterrà una risposta schiacciante che non può nemmeno immaginare”.

Corruzione in Nigeria, la prima sentenza: “L’Eni sapeva tutto”

È una sentenza che pesa su Eni come un macigno, quella della giudice milanese Giusy Barbara che motiva le condanne per corruzione internazionale inflitte il 20 settembre a due mediatori della compravendita dell’enorme giacimento petrolifero Opl 245 in Nigeria. È il risultato finale di un processo con rito abbreviato che riguarda soltanto due persone, l’italiano Gianluca Di Nardo e il nigeriano Obi Emeka, condannati tre mesi fa a 4 anni di reclusione. Ma quelle motivazioni potranno pesare sul processo in corso agli altri 13 imputati, tra cui Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, e il suo predecessore Paolo Scaroni. Niente di automatico: la sentenza della gup Barbara non è un verdetto definitivo e poi, non essendo una “sentenza dibattimentale”, non ha efficacia su un processo con rito ordinario. Però le argomentazioni contenute nella sentenza non promettono niente di buono per Eni e i suoi vertici.

Le oltre 300 pagine del verdetto ricapitolano tutta la complessa vicenda internazionale che nel 2011 porta Eni e Shell a pagare al governo nigeriano 1 miliardo e 92 milioni di dollari per ottenere il campo d’esplorazione petrolifero Opl 245. Non un centesimo resta però nelle casse pubbliche del Paese africano. “Il governo “si limita a fare da ‘scudo’ e da ‘garante’ in un’operazione negoziale che nella sostanza serve solo a dissimulare la vendita della licenza sul blocco petrolifero da Etete a Eni e Shell”. Infatti l’ex ministro del petrolio nigeriano, Dan Etete, si era preso il controllo di Opl 245 attraverso la società Malabu e tutti i soldi sono stati girati e dispersi in una girandola di conti in giro per il mondo, finendo nelle tasche private di governanti della Nigeria e di mediatori italiani e internazionali. La vicenda “appare di inaudita gravità” non solo per “l’entità della somma di denaro” usata per corrompere i pubblici ufficiali del Paese africano, ma anche perché lo Stato nigeriano “è stato depredato di uno dei suoi beni di maggior valore”. E per l’Italia è “ancora più grave, per il coinvolgimento della principale società del nostro Paese, di cui lo stesso Stato italiano è il maggior azionista”.

La sentenza che condanna i due mediatori ha parole nette anche per il vertice di Eni: “Era pienamente a conoscenza del fatto che una parte degli 1,092 miliardi di dollari pagati sarebbe stata utilizzata per remunerare pubblici ufficiali nigeriani che avevano avuto un ruolo in questa vicenda e che come squali famelici nuotavano attorno alla preda”.

I vertici sono Descalzi, allora numero due di Eni, e Scaroni, oggi vicepresidente di Rothschild e presidente del Milan. Scaroni avrebbe delegato la contrattazione con i nigeriani al suo amico Luigi Bisignani, ex P2, condannato per la tangente Enimont, indagato per la P4. Questi avrebbe teleguidato Descalzi, “prono di fronte alle pretese di Bisignani”.

La sentenza riferisce di 50 milioni di dollari “in contanti” consegnati “presso la casa di Roberto Casula”, all’epoca capo della Divisione Esplorazioni di Eni, ad Abuja, in Nigeria. Quasi 1 milione di euro, poi, l’8 maggio 2012 sarebbe stato versato all’ex dirigente Eni Vincenzo Armanna.

Ora sarà però il Tribunale di Milano a decidere la sorte degli imputati ancora sotto processo. Eni ribadisce di aver concluso l’operazione direttamente con il governo nigeriano e si dice sicura “di poter provare la totale estraneità della società a qualsiasi ipotesi corruttiva”.

L’Eni e l’uomo del Fmi: affare Congo

Salvataggi finanziari e strani affari in Congo Brazzaville: José Veiga, considerato un faccendiere del presidente della Repubblica del Congo, Denis Sassou Nguesso, e sotto indagine per corruzione, ha detenuto una quota di una società petrolifera con legami sia con la francese Total sia con l’Eni. E in quella società aveva come socio l’ex rappresentante dell’Fondo monetario internazionale in Congo, Yaya Moussa.

Nel 2010 il Fmi ha ridotto di quasi 2 miliardi di dollari il debito del Congo. Moussa, il rappresentante locale che ha negoziato il salvataggio, si è dimesso poco prima della concessione degli aiuti per fondare la compagnia petrolifera Kontinent in Delaware, negli Usa. Da allora Moussa ha vinto quote di licenze nei campi offshore ricchi di petrolio del Congo, detenuti dalla Kontinent Congo, di cui Veiga è comproprietario (fino al 2015 aveva il 49 per cento). Oggi il Fmi sta valutando un secondo salvataggio del Congo, le cui casse pubbliche sono state prosciugate dal crollo del prezzo del petrolio e dalla famiglia presidenziale, sospettata di corruzione, riciclaggio di denaro e appropriazione indebita.

IL PORTOGHESE. Veiga, ex direttore della squadra di calcio Benfica e noto come “mago portoghese” del presidente Nguesso, è stato arrestato all’inizio del 2016 nell’ambito di un’indagine portoghese su riciclaggio di denaro, frode fiscale e corruzione internazionale in Congo. Secondo gli investigatori, Veiga avrebbe ricevuto pagamenti da società interessate a investire in Congo e spartito i soldi con le autorità congolesi mediante una struttura offshore. Veiga ha trascorso tre mesi in prigione e due ai domiciliari, ora è stato rilasciato. L’indagine è in corso.

Sia Total che Eni detenevano licenze petrolifere, di cui una quota era stata concessa alla Kontinent Congo a metà 2015. Soltanto a fine 2016, prima dell’approvazione da parte del Parlamento congolese e 10 mesi dopo l’arresto di Virga, le due società hanno ritirato le licenze in questione. Eppure già dal 2014 i media portoghesi segnalavano i collegamenti di Veiga con la famiglia presidenziale congolese.

I CONTROLLI. Total ha dichiarato a Global Witness di aver identificato sia Veiga che Moussa, proprietari della Kontinent Congo, come soggetti a rischio. E quindi aveva introdotto “disposizioni per mitigare il rischio che qualsiasi persona collegata con pubblici funzionari fosse in grado di influenzare impropriamente le operazioni nell’ambito del Joa (accordo operativo congiunto)”. Total decise comunque di entrare in affari con loro. Diversamente da Total, Eni ha dichiarato di aver condotto una due diligence con i suoi partner e di non aver riscontrato alcuna problematica per Moussa o Veiga, il sospetto che questi agissero come rappresentanti della famiglia presidenziale congolese risultava “infondato”. Oggi Eni possiede ancora un campo Loango II, di cui Kontinent detiene il 5 per cento delle azioni.

IL NEGOZIATORE. Yaya Moussa ha altri collegamenti con Veiga, oltre alla Kontinent Congo. Erano entrambi nel Consiglio di amministrazione della Banque Africaine pour l’Industrie et le Commerce (BAIC), con sede nel Benin, dove Moussa deteneva anche azioni come parte del suo pacchetto del compenso. Moussa ha dichiarato a Global Witness di essersi dimesso dalla BAIC nel 2017. In qualità di rappresentante del Fmi a Brazzaville, capitale del Congo, Moussa ha svolto un ruolo importante nel gruppo che ha supervisionato il salvataggio dell’Fmi per il Congo nel 2010. La riduzione del debito, pari a 1,9 miliardi di dollari, è stata accompagnata da diversi vincoli, tra cui la richiesta al governo congolese di rispettare le disposizioni in materia di trasparenza e buona governance. Nonostante ciò, il settore petrolifero del Congo ha continuato a essere afflitto da scandali e opacità.

Durante il suo mandato di rappresentante del Fmi a Brazzaville, Moussa ha intrattenuto rapporti cordiali con il governo congolese. Secondo l’Ong svizzera Public Eye, è in questo periodo che Moussa ha conosciuto il figlio del presidente congolese, Denis Christel Sassou Nguesso, anche se Moussa ha dichiarato, tramite i suoi avvocati, di non averlo conosciuto prima del 2011 quando Moussa agevolò un tour promozionale per la fondazione benefica di Sassou Nguesso, Perspectives d’Avenir, negli Stati Uniti nel 2011. In una lettera a Global Witness, Moussa ha confermato la sua presenza ad almeno un evento durante il tour, ma ha chiarito di non aver ricevuto denaro, né di aver pagato terzi per organizzare gli eventi o per parteciparvi. Ha inoltre negato che il suo ruolo nel Fmi comportasse conflitti di interessi.

Gli avvocati di Moussa hanno dichiarato anche che “supporre che Moussa, come singolo rappresentante del Fmi, abbia facilitato o che sia stato in grado di facilitare l’accesso di un Paese alla riduzione del debito è un’ipotesi fantasiosa”.

LA LEGGE AGGIRATA. Global Witness non ha trovato informazioni pubbliche disponibili su come la Kontinent Congo abbia ricevuto le sue quote delle licenze petrolifere, il che risulta in contrasto con le raccomandazioni del Fmi sulla trasparenza nel settore delle risorse naturali. Uno dei membri del gruppo che ha elaborato queste raccomandazioni era proprio Yaya Moussa.

Secondo i comunicati stampa e la risposta scritta di Total alle domande, la Kontinent Congo ha ricevuto una partecipazione a queste licenze petrolifere sulla base delle “norme sui contenuti locali”. Queste norme prevedono che le compagnie petrolifere internazionali collaborino con le imprese locali sui principali sviluppi petroliferi. La Kontinent LLC è stata costituita nel Delaware, mentre Yaya Moussa proviene dal Camerun e José Veiga dal Portogallo. La società titolare della licenza è la Kontinent Congo, società congolese, ma questa non si qualifica come “società nazionale privata”, come definito dalla legge congolese; secondo il codice petrolifero, le società partner locali devono essere registrate in Congo ed essere possedute per oltre il 50 per cento da un cittadino congolese. Sembra dunque che la Kontinent non soddisfi né le disposizioni né lo spirito di questa norma di legge. In risposta a Global Witness, gli avvocati di Moussa hanno sostenuto che le leggi sui contenuti locali non erano in vigore quando la Kontinent ha ottenuto la prima licenza petrolifera. All’epoca il progetto di legge non era stato ancora approvato, ma la Kontinent era stata designata come partner locale dal governo congolese “in linea con questa nuova politica”, secondo Total. Gli avvocati di Moussa hanno aggiunto che la Kontinent sarebbe stata ritenuta idonea ai sensi della norma sui contenuti locali poiché a Veiga era stata concessa la cittadinanza congolese. Anche se ciò fosse vero, quest’atto non avrebbe comunque soddisfatto la legge: all’epoca Veiga possedeva meno della metà della società.

In risposta alle domande di Global Witness, Eni ha indicato Veiga e Moussa come gli unici azionisti della Kontinent Congo a partire dal 2015 ma non ha risposto ad altre domande in quanto “risulta in corso un’indagine da parte della Procura di Milano su alcune attività della società in Congo”. Anche José Veiga non ha voluto commentare.

“Firenze secondo” Renzi tra Superquark e Orfini

Sempre misurato, Matteo Renzi. Più che Firenze secondo me il suo documentario (Canale9, sabato sera) avrebbe dovuto intitolarlo Il mondo secondo me, oppure Io Tarzan, tu Firenze. Ma era Firenze, poi? A tratti sembrava di intravedere la cupola del Brunelleschi o la Grotta del Buontalenti ma era questione di attimi, poi il primo piano di Matteo faceva un sol boccone dello schermo, un uomo solo al comando del Salone dei Cinquecento. Tornava alla mente la battuta di Dino Risi a Nanni Moretti (“Matteo, togliti e lasciami vedere il film”); va bene avere un ego versione Suv, va bene impallare Lotti o Orfini, ma lui non molla nemmeno davanti al Tondo Doni. “Questi monumenti, questi musei, hanno ancora qualcosa da dirci, qualcosa da darci?”, ci chiede l’Alberto Angela di Rignano. Mah, chissà. A lui sicuramente sì. Ma pure per noi la visione di Firenze secondo me è rivelatrice al di là di alcuni scoop epocali (per esempio, che il giovane Matteo marinava la scuola per andare al Giardino di Boboli). Prova, se mai ce ne fosse bisogno, il rapporto morboso instauratosi tra i politici e la Tv: se non posso cambiare la Costituzione, posso sempre implementare Superquark. Ma in molti avevano scommesso su Renzi anche come erede naturale del Berlusconi entertainer, e qui casca l’ego. La voglia ci sarebbe. Ma B. non è mai andato oltre il piano-bar e le barzellette grassocce; insomma, sapeva stare nel suo. Renzi invece se la dà con Giotto, Leonardo, Michelangelo… Era meglio restare su Orfini.

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Il Pd faccia autocritica ed elabori una visione nuova

L’economista Emanuele Felice ha scritto che ai riformisti serve un’idea di società. Secondo lui “il riformismo in Italia non deve inseguire i sovranisti sul loro terreno, ma farsi promotore di una visione opposta a quella, triste e cupa, in cui loro vorrebbero rinchiuderci”. Il riformismo deve avere un’idea di società ispirata ad alti ideali; senza ideali la politica ha un respiro assai corto. Ma la cosa più importante per il riformismo è fare autocritica rispetto ai comportamenti sbagliati avuti finora, comportamenti che hanno contribuito molto a spianare la strada ai sovranisti. In tal modo i riformisti, se parlando di riformisti ci riferiamo in primo luogo al Pd, sono venuti meno ai principi di fondo che avrebbero dovuto ispirare la loro condotta. Mi riferisco in primo luogo all’arroganza dimostrata nella gestione del potere da alcuni dirigenti del partito (in particolare Matteo Renzi, ma anche un personaggio sui generis come Vincenzo De Luca), ma anche al trasversalismo che ha fatto ritenere un fatto normale stringere accordi politici con Berlusconi e con la destra.

Franco Pelella

 

In Svezia non si fuma più, l’Italia deve prendere esempio

La vita per i tabagisti in Svezia si fa sempre più dura. Dal prossimo anno infatti sarà vietato fumare anche all’aperto. Il divieto, già esistente in bar e ristoranti, sarà esteso a parchi, banchine di attesa dei treni nelle stazioni ferroviarie, ristoranti all’aperto. Il paese scandinavo dimostra lungimiranza puntando a diventare libero dal fumo entro il 2025. Quando accadrà anche in Italia?

Gabriele Salini

 

Con il decreto Sicurezza più migranti al gelo in strada

Ministro Salvini, fa freddo. Il suo decreto Sicurezza nega ospitalità a chi non ha più la copertura della protezione umanitaria, nonché ai tanti richiedenti a cui si sta rifiutando il diritto d’asilo. Queste persone diventano clandestini con un timbro sulla loro scheda e in poche ore devono fare i bagagli, senza sapere dove andare in pieno inverno. I più giovani li vediamo avvolti in teli di plastica, tra i cespugli dei parchi. Già questo trattamento è indegno. Ma poi ci sono donne, bambini, malati, invalidi, che non possono dormire all’addiaccio. Queste scandalose decisioni sono inaccettabili, perché mosse da una disumanità estranea alla nostra civiltà, nonostante l’apologia del cinismo che forze politiche hanno propagandato da anni. Chiediamo di sospendere queste espulsioni dagli Sprar e da altri ricoveri per tutto il tempo necessario ad adottare soluzioni alternative, affinché le strade non si riempiano di persone assiderate.

Massimo Marnetto

 

In tv si parla di qualsiasi cosa ma non si nomina la Trattativa

L’arrivo dell’erede di Spelacchio mobilita telegiornali e giornaloni che si apprestano a celebrarne le gesta riempendo le prime pagine, così come con dovizia di particolari avevano saputo elevare agli onori della cronaca casa Di Maio. Ovviamente è finita nel dimenticatoio la notizia della sentenza, con relative condanne, sulla trattativa Stato-mafia. Inoltre, la recente rivelazione del pentito Brusca, secondo cui il boss Graviano incontrò Berlusconi, lascerà del tutto indifferenti i media di regime. Ma se gran parte dell’informazione italica versa in uno stato comatoso, questa penosa condizione non riguarda il Fatto Quotidiano, che si distingue per la correttezza dell’informazione, ha come punto di riferimento la Costituzione e un solo padrone, i suoi lettori.

Maurizio Burattini

 

Governo del “cambiamento” perché cambia il programma

Reddito di cittadinanza per cinque milioni di italiani! Quota 100 per 500.000 lavoratori! Il Tap bloccato in 15 giorni! L’Ilva chiusa per costruire un parco giochi! Revoca della concessione ad Autostrade! Blocco delle pensioni oltre 4.000 euro mensili! Ecotassa su tutti i veicoli inquinanti! Rapporto deficit/Pil al 2,4% intoccabile! Roboanti proclami a raffica, non passa giorno però senza che tutto sia modificato, cancellato, stravolto, ridimensionato… Abbiamo capito, ogni giorno si cambia programma, ecco finalmente svelato il significato di “governo del cambiamento”.

Gianluigi De Marchi

 

Antonio non è davvero morto, vive nel suo sogno europeo

Ciao Antonio, qui ti credono morto ma tu non lo sei. Chi come te è nato per realizzare un sogno, quello di un’Europa veramente unita e aperta al futuro, non muore! Così come non sono morti, e mai moriranno, i “ragazzi del ‘99” il cui sogno era quello di liberare l’Italia.

Tu non sei morto, come non sono morti tutti i protagonisti delle barricate delle Cinque giornate di Milano e delle Quattro giornate di Napoli e tutti i ragazzi del mondo che chiedevano libertà, giustizia e democrazia! È forse morto Jan Palach? No, vive in eterno nella sua primavera di Praga. Così come non è morta, né morirà mai, tutta quella bella gioventù che non esitò un solo attimo a immolarsi per sconfiggere il nazifascismo e ogni forma di prepotenza totalitaria. Antonio, tu sei più vivo che mai, astro splendente della meglio gioventù della nuova Europa.

Raffaele Pisani

Strasburgo. Archiviato l’attentato, i social torneranno a occuparsi di gossip e Natale

 

Il terrorismo non smette di angosciarmi. Al punto che una parte di me vorrebbe che al più presto si smettesse di parlarne. Purtroppo accadrà veramente. Il mondo dei consumi globali, veicolati dal web, non ammette troppe deviazioni dall’ottimismo. Ci sono i morti, c’è Antonio Megalizzi e le sue foto da Facebook, Instagram, ecc. C’è, ancora una volta, a sparare un uomo giovane, nato e vissuto in Europa: 29 anni, cioè l’11 settembre 2001 aveva solo 12 anni. Il mondo pubblicitario che precede il Natale mi sembra così falso, in questo momento. Ci ritufferemo ora nella rassicurante atmosfera delle luci, dei pacchi e degli alberelli. E se i social e il web diventassero qualcosa d’altro? Qualcosa di più reale e vicino alle persone? In fondo, è proprio in queste terribili occasioni che emerge (penso a Twitter) il loro valore “sociale”. Voglio ricordarmi cosa sto provando ora per non farmi, di nuovo, assorbire dall’ansia del consumo e del benessere immediato. Voglio capire, e fare qualcosa anch’io perché si rifletta di più su queste tragedie.

Alberto Cardino

 

Caro Alberto, di fronte a fatti come quelli di Strasburgo siamo sconvolti ma soprattutto confusi. Ci sono due aspetti centrali del terrorismo, per come abbiamo imparato a conoscerlo, che tornano sotto i nostri occhi. Il fatto che possa colpire chiunque, in qualunque momento e in qualsiasi spazio. E il rischio posto in essere dai cosiddetti terroristi “homegrown”, o figli della seconda generazione di immigrati, nati qui e con passaporti europei. Mentre i primi network jihadisti dell’inizio degli anni Novanta erano composti prevalentemente da immigrati di prima generazione, legati a organizzazioni extraeuropee, oggi la maggioranza dei militanti è “autoctona”. Spesso piccoli delinquenti di quartiere divenuti “giustizieri” dopo una radicalizzazione avvenuta in mezzo alla popolazione marginalizzata delle nostre carceri. Come difendersi dai terroristi solitari? Come, e se è possibile, prevenire gli attentati? Non è importante promuovere solo programmi di de-radicalizzazione (abbiamo visto, lo hanno raccontato a Giulia Cerino sabato scorso le due mamme francesi Véronique e Aziza, come servano a poco se concepiti come iniziative-spot), ma investire in formazione e prevenzione. Per esplorare e incontrare un mondo – quello delle seconde generazioni – che corre parallelo al nostro, e che facciamo finta non esista, i social sono fondamentali. Non conoscendo, non capendo, non guardando in faccia Chérif, il terrorismo della porta accanto risulterà altrimenti sempre più difficile da combattere.

Maddalena Oliva