È più facile trovare un’oncia di carisma in Martina che un radicale famoso invecchiato bene. Ce ne fosse uno che, col passare degli anni, non sia divenuto berlusconiano o peggio ancora renziano (che è poi la stessa cosa, però un po’ peggio). Se poi il radicale faceva parte in tenera età della nidiata dei “Rutelli Boys”, allora più che di peggioramento tocca parlare di “crollo dell’ottavo grado della scala Mercalli”, come il Fabris di Compagni di scuola. Era Rutelli Boy il rutilante Gentiloni, il cui afflato rivoluzionario è a tutti noto. Erano Rutelli Boys Filippo Sensi e Michele Anzaldi, e qui non c’è bisogno di aggiungere altro perché si son già voluti malissimo da soli. Ed era Rutelli Boy Roberto Giachetti, detto Bobo o Dumbo, per via di quelle orecchie aperte chissà come e perché verso l’infinito. Bobo sembrava il meno peggio, e probabilmente era così, un po’ perché era facile esser meglio di quegli altri lì e un po’ perché l’uomo è certo intelligente. Pannelliano sincero, condusse al capezzale del Maestro il suo nuovo dux Renzi, e la cosa inquietante è che nel farlo pensò davvero che fosse un gesto gentile (nei confronti di Pannella). Fine conoscitore dei regolamenti parlamentari, fu lui ad aprire involontariamente le porte del successo a Luigi Di Maio, volendolo più di altri come vicepresidente alla Camera nel 2013. Quando si candidò a sindaco di Roma, era il primo a non crederci per niente. Infatti esordì con una straziante diretta Facebook al contrario, nel senso proprio che capovolse lo smartphone. Giachetti appariva a testa in giù, mentre preparava un piatto triste come lui e la sua idea del Pd, dimenticandosi pure di mettere il sale nella pasta: quando si dice “sbagliare tutto”.
Nella sua carriera ha fatto più digiuni di Sai Baba, vuoi per indole radicale e vuoi forse per confutare il Metodo Chenot. Mitologico il suo digiuno a favore di una legge elettorale seria e giusta, salvo poi accettare con giubilo l’obbrobrioso Rosatellum: un po’ come scioperare per la morte del rock e poi aprire un fan club di Sfera Ebbasta. Alle ultime elezioni garantì che avrebbe corso senza paracadute, candidandosi nell’uninominale a Roma 10: dentro o fuori. Poi, con quella coerenza sbarazzina che è cifra distintiva dei radicali inutilmente liberi, si candidò nel collegio blindatissimo di Sesto Fiorentino come una Boschi qualsiasi. Parafrasando la celebre frase che urlò al “traditore” Speranza, politicamente Giachetti mostra non di rado “la faccia come il culo”. Giorni fa, con una diretta Facebook a metà tra Poltrone e Sofà, Shining e una rivendicazione minore dell’Isis, Giachetti ha annunziato di volersi candidare alle prossime primarie. Wow. Sarà il capofila dei turborenziani che non accettano di baciare la pantofola del poro Martina. Wow. Per aggiungere mestizia a mestizia, Giachetti si candiderà con Annina Ascani: così, giusto per esser certo di straperdere. Nel video, l’unica cosa bella era il silenzio di Annina. Accanto a lei, con quella gioia di vivere che ne caratterizza ogni mossa, Giachetti rivelava con orgoglio vago di “metterci la faccia”. Wow. Secondo i sondaggi, il tandem (anzi “ticket”) Giachetti-Ascani vale l’8%. Sempre secondo i sondaggi, un partito macroniano (auguri) di Renzi non andrebbe oltre il 6% e toglierebbe voti solo a Pd e Forza Italia, senza indebolire di una virgola Lega e M5S. Un successone. Di quel partito Giachetti farebbe verosimilmente parte, come un Intini debole di un Craxi che non ce l’ha fatta. Wow. È incredibile, e a suo modo affascinante, come la gente a volte riesca a volersi così male.