Roberto Giachetti, l’ex radicale libero candidato a perdere

È più facile trovare un’oncia di carisma in Martina che un radicale famoso invecchiato bene. Ce ne fosse uno che, col passare degli anni, non sia divenuto berlusconiano o peggio ancora renziano (che è poi la stessa cosa, però un po’ peggio). Se poi il radicale faceva parte in tenera età della nidiata dei “Rutelli Boys”, allora più che di peggioramento tocca parlare di “crollo dell’ottavo grado della scala Mercalli”, come il Fabris di Compagni di scuola. Era Rutelli Boy il rutilante Gentiloni, il cui afflato rivoluzionario è a tutti noto. Erano Rutelli Boys Filippo Sensi e Michele Anzaldi, e qui non c’è bisogno di aggiungere altro perché si son già voluti malissimo da soli. Ed era Rutelli Boy Roberto Giachetti, detto Bobo o Dumbo, per via di quelle orecchie aperte chissà come e perché verso l’infinito. Bobo sembrava il meno peggio, e probabilmente era così, un po’ perché era facile esser meglio di quegli altri lì e un po’ perché l’uomo è certo intelligente. Pannelliano sincero, condusse al capezzale del Maestro il suo nuovo dux Renzi, e la cosa inquietante è che nel farlo pensò davvero che fosse un gesto gentile (nei confronti di Pannella). Fine conoscitore dei regolamenti parlamentari, fu lui ad aprire involontariamente le porte del successo a Luigi Di Maio, volendolo più di altri come vicepresidente alla Camera nel 2013. Quando si candidò a sindaco di Roma, era il primo a non crederci per niente. Infatti esordì con una straziante diretta Facebook al contrario, nel senso proprio che capovolse lo smartphone. Giachetti appariva a testa in giù, mentre preparava un piatto triste come lui e la sua idea del Pd, dimenticandosi pure di mettere il sale nella pasta: quando si dice “sbagliare tutto”.

Nella sua carriera ha fatto più digiuni di Sai Baba, vuoi per indole radicale e vuoi forse per confutare il Metodo Chenot. Mitologico il suo digiuno a favore di una legge elettorale seria e giusta, salvo poi accettare con giubilo l’obbrobrioso Rosatellum: un po’ come scioperare per la morte del rock e poi aprire un fan club di Sfera Ebbasta. Alle ultime elezioni garantì che avrebbe corso senza paracadute, candidandosi nell’uninominale a Roma 10: dentro o fuori. Poi, con quella coerenza sbarazzina che è cifra distintiva dei radicali inutilmente liberi, si candidò nel collegio blindatissimo di Sesto Fiorentino come una Boschi qualsiasi. Parafrasando la celebre frase che urlò al “traditore” Speranza, politicamente Giachetti mostra non di rado “la faccia come il culo”. Giorni fa, con una diretta Facebook a metà tra Poltrone e Sofà, Shining e una rivendicazione minore dell’Isis, Giachetti ha annunziato di volersi candidare alle prossime primarie. Wow. Sarà il capofila dei turborenziani che non accettano di baciare la pantofola del poro Martina. Wow. Per aggiungere mestizia a mestizia, Giachetti si candiderà con Annina Ascani: così, giusto per esser certo di straperdere. Nel video, l’unica cosa bella era il silenzio di Annina. Accanto a lei, con quella gioia di vivere che ne caratterizza ogni mossa, Giachetti rivelava con orgoglio vago di “metterci la faccia”. Wow. Secondo i sondaggi, il tandem (anzi “ticket”) Giachetti-Ascani vale l’8%. Sempre secondo i sondaggi, un partito macroniano (auguri) di Renzi non andrebbe oltre il 6% e toglierebbe voti solo a Pd e Forza Italia, senza indebolire di una virgola Lega e M5S. Un successone. Di quel partito Giachetti farebbe verosimilmente parte, come un Intini debole di un Craxi che non ce l’ha fatta. Wow. È incredibile, e a suo modo affascinante, come la gente a volte riesca a volersi così male.

Vogliamo partecipazione o sovranità?

Con la presentazione in Cassazione dell’articolato redatto nel 2008 dalla Commissione Rodotà, è iniziato l’iter di iniziativa popolare previsto dall’articolo 71 della Costituzione. Il senso del suo utilizzo nell’ambito della riforma del codice civile in materia di proprietà pubblica e di beni comuni deve rispondere a una domanda cruciale posta dal “Comitato di difesa dei beni comuni sociali e sovrani ‘Stefano Rodotà’”: esercitiamo la sovranità o ci basta la partecipazione?

L’articolo 1 della Costituzione recita: “La sovranità appartiene al popolo”. L’articolo 71: “Il popolo esercita l’iniziativa delle leggi mediante la proposta da parte di almeno cinquantamila elettori di un progetto redatto in articoli”. Fra i “modi e le forme” con cui esercitiamo la sovranità producendo leggi c’è, dunque, il nostro aggregarci formalmente come elettori, raccogliendo firme.

Nel nostro ordinamento costituito, tre sono le soggettività cui è espressamente e direttamente assegnata l’iniziativa legislativa: il governo; ciascun membro del parlamento; “il popolo”, rappresentato da almeno 50 mila elettori. La sovranità non è sinonimo di partecipazione. La prima nozione allude al massimo potere politico, mentre la partecipazione allude al coinvolgimento in un potere che resta nelle mani di altri. Nella nostra Costituzione, per esempio, un istituto di partecipazione lo troviamo all’articolo 51, laddove ogni cittadino può proporre una petizione (etimologicamente una supplica) alle Camere.

La larghezza con cui l’iniziativa legislativa è riconosciuta è indice del profondo spirito democratico dei nostri Costituenti. All’opposto, nel sistema europeo, la Commissione (ramo esecutivo) ha il monopolio sull’iniziativa. Siamo di fronte a uno dei tratti più evidenti della carenza di democraticità di quel sistema. Non sfugge che la cosiddetta “iniziativa europea” sia un mero strumento di partecipazione popolare, perché i cittadini europei (un milione da almeno 7 Paesi), sudditi e non sovrani, altro non fanno che supplicare la Commissione di esercitare la sua esclusiva iniziativa (manco il Parlamento europeo ce l’ha!).

In Italia tuttavia i cittadini firmatari, purché in numero superiore a 50 mila, svolgono una vera e propria funzione costituzionale nella formazione delle leggi. Non supplicano altri. Esercitano un potere proprio. Il fatto che negli anni i rapporti di forza abbiano fatto sì che il Parlamento non abbia discusso alcuna iniziativa popolare è segno del degrado della prassi e della debolezza politica del popolo italiano, ma non muta l’importanza costituzionale (perfino costituente) di questo nostro potere.

Di questa consapevolezza chi si batte per i beni comuni ha bisogno, perché la nostra forza può derivare solo dai numeri di una grande mobilitazione. Sarebbe ingenuo pensare che un tema cruciale come inserire nel codice civile il principio per cui la proprietà pubblica appartiene a tutti (non al governo in carica o alla casta politico/affaristica dei gestori di autostrade, acquedotti, ferrovie…) possa imporsi senza dimostrare una forza numerica capace di spaventare. Firmare la legge delega Rodotà, simbolo del tradimento del popolo, dei beni comuni, dei deboli e delle generazioni future perpetrato in ogni forma dopo il referendum del 2011, sarà un atto aggregante di sovranità personale. Il popolo sovrano, ancora una volta con le buone, chiede al parlamento di fare il suo dovere costituzionale. Esso sia decisore sovrano di regole generali, coerenti con gli interessi di tutti, cui i governi devono attenersi. Il Parlamento deleghi il governo, non sia passacarte di capetti politici che procedono con ricatti e colpi di fiducia. Il ddl Rodotà, proprio in quanto legge delega, chiede una discussione civile di principi irrinunciabili: ai banchetti firme e poi finalmente (dopo 10 anni) in Parlamento. Oltralpe si indossa il gilet…

I troppi papirologi improvvisati

“Una parte della magistratura si arroga il diritto di decidere della scienza”: le dure parole della senatrice Elena Cattaneo contro i giudici che, senza competenza di merito, avallarono le cure del metodo Stamina, si attagliano bene al pronunciamento della Procura di Torino sul papiro di Artemidoro. Un documento ricco di errori d’ortografia e di merito (per es. Khashaba Pasha pare una città dell’Egitto, ma è il donatore del Museo di Asyut), che già a pagina 1 assimila una rivista specialistica come Museum Helveticum e un quotidiano come la Frankfurter Allgemeine Zeitung: un fondo di giornale e un articolo di filologia sono “stampa internazionale” alla stessa stregua. Nell’ultima pagina si citano le analisi sugli inchiostri del papiro prima ancora che esse siano concluse e pubblicate, insomma per sentito dire da una imprecisata comunicazione di Piero Gastaldo (cosa saranno le “reti di zinco” di cui si parla?), mentre si tace dell’articolo del 2010 sulla rivista scientifica americana Radiocarbon, che definisce gli inchiostri senz’altro compatibili con quelli usati nel I-II secolo d.C.

Così, tra le “prove” acquisite dal giudice Spataro figurano le didascalie del Museo di Antichità di Torino (apposte da solerti dipendenti del Museo), alcuni scritti di Luciano Canfora e della sua scuola (per lo più apparsi in sedi editoriali di Bari, Catania, Palermo, San Marino, direttamente o indirettamente controllate dal Canfora stesso), le risultanze di una conversazione tra il giudice e il medesimo studioso (19 maggio 2017), e la sbobinatura di un incontro bolognese del 2013; vengono ignorati, come se non esistessero, i tanti articoli su rivista e i convegni internazionali (con atti apparsi in sedi scientifiche indipendenti) di Oxford, Roma, Firenze, in cui dozzine di studiosi hanno affrontato molteplici aspetti del papiro, dal testo ai disegni “artistici” alla presunta mappa della Spagna, per lo più confutando o accantonando gli argomenti di Canfora.

S’ignorano anche le repliche – punto su punto – ai “furied attack” (come ebbe a dire un infastidito Martin West, principe dei filologi del Novecento) di Canfora e dei suoi allievi, come quella prodotta da Carlo Martino Lucarini su Philologus del 2009, o la magistrale analisi di Giambattista D’Alessio sulla Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik dello stesso anno. Né si accenna all’inverosimiglianza che l’artefice del manufatto possa essere il greco Konstandinos Simonidis, un falsario ottocentesco che non aveva le competenze e le abilità tecniche, paleografiche e filologiche per comporre un oggetto di questo genere, e che nelle più recenti versioni della claudicante teoria barese (forse ignote a Spataro) sarebbe stato seguíto da almeno un secondo truffatore: le figure di animali sul verso del papiro risalirebbero agli anni 70 del XX secolo (!), mentre trovano ottimi confronti nei disegni sicuramente autentici pubblicati nell’ultimo volume dei Papiri di Ossirinco (83, 2018).

A un certo punto del documento della Procura, dopo pagine e pagine che cercano di scovare qualcosa di sospetto nell’acquisizione del papiro (complessa e a tratti controversa come quella di tanti reperti di questo tipo), e mentre si mantiene sempre aperto il piano B (forse il papiro è davvero autentico, ed è stato acquisito in modo illegittimo), sboccia la sentenza di Spataro: “Canfora sostiene motivatamente” (p. 22): in assenza di perizie di esperti terzi, temo la sua parola abbia tanto peso quanto la mia in materia di procedura penale.

La vicenda dice molto anche di certa parte dell’accademia italiana: un luogo di baroni e di ombre, nel quale i “capibastone”, ben protetti dal sistema delle Consulte e della grande stampa, cercano di ottenere per via mediatica e ora anche giudiziaria quel consenso che non hanno raggiunto per via scientifica: telefonano a destra e a manca, inviano a tutti i colleghi articoli e pamphlet irricevibili contro chi osa argomentare un’altra posizione, mentre colleghe dal cognome importante, digiune di papirologia, decantano su un grande giornale la loro vittoria. Un’ottica di clan, di occupazione militare dello spazio che atterrisce chi s’interessa non ai tribunali né ai giornali ma alle tante questioni poste dal papiro, ed è convinto – al contrario di Spataro – che i molti e gravi “problemi aperti” lasciati dalla prima edizione del papiro non siano necessariamente una prova della sua falsità.

Le provocatorie teorie di Canfora sono in se spesso utili per mettere a fuoco delle difficoltà e per alimentare il dibattito critico, anche quando non riescano persuasive (varie sue tesi di storia contemporanea sono state confutate da grandi studiosi come Giancarlo De Vivo, Angelo Ventura e altri). È triste che vengano accompagnate dal dileggio degli avversari, dall’autoreferenzialità, dalla protervia.

La vita in città è una classifica

È una usanza bizzarra quella di compulsare una classifica per cercare di capire se uno nella propria città vive bene o soffre terribilmente. Ma a noi piace cercare conferme esterne, come nel rapporto annuale del Censis che riassume in due parole un anno di Italia (nessuno sa che vuol dire “sovranismo psichico”). Da quando poi di classifiche sulla qualità della vita ce ne sono due, la confusione è massima. Prendiamo il caso di Roma: secondo il rapporto di Italia Oggi e Università Sapienza, la qualità della vita è peggiorata, la Capitale crolla dal 67º all’85º posto, per quella del Sole 24 Ore pubblicata ieri invece Roma sale dal 24º al 21º posto (Repubblica fa la sua parte ad aumentare – volutamente? – la confusione e sottolinea che la posizione è “stazionaria”). La classifica di Italia Oggi celebra la provincia e retrocede le grandi metropoli, secondo Il Sole 24 Ore invece è Milano la città migliore in cui abitare, mentre lo scorso anno la scelta era stata più originale: Belluno. Per dire chi ha ragione, bisognerebbe studiarsi nel dettaglio tutti gli indicatori di benessere, capire come sono calcolati pro e contro di fabbriche e imprese, ma in fondo la scelta tra la pace di Aosta e il caos di Roma è soprattutto una questione di gusti personali.

Le telefonate del somalo arrestato. “Colpiamo i cristiani a San Pietro”

Omar Mohsin Ibrahim, 30enne somalo, ascoltava inni al combattimento: “Bombardate tutti i quartieri, venite la morte è una gloria, noi siamo una nazione che non ha paura”. Il trentenne si diceva intenzionato a colpire i cristiani nelle Chiese. Meglio ancora in quella “più grande”, San Pietro. Fermato nei giorni scorsi dalla Digos di Bari, Ibrahim ne parlava con un interlocutore in una delle tante conversazioni registrate dagli investigatori: “Mamma mia… ecco la Chiesa” (mostrando sul display la Basilica di San Pietro). “Però non è facile – gli risponde il suo interlocutore – sai com’è là il 24 e il 25 a Natale, che sta Papa, e tanta gente, è pieno pieno pieno”. “È buono – dice il 30enne somalo – persone… pericolose, è buonissimo”. Lo scorso primo dicembre Ibrahim si informava sulla distanza tra Bari e Roma e sui eventuali mezzi di trasporto per raggiungere la Capitale. Ieri il giudice ha convalidato il fermo e ordinato il carcere.

Ibrahim era in Italia dal 2016. Prima tappa, la Sicilia, poi l’uomo si è stabilizzato a Forlì. Solo a dicembre del 2017, è arrivato a Bari. Sono state le intelligence internazionali ad allertare l’antiterrorismo italiano sulla sua pericolosità: è, infatti, considerato un attivista del Daesh in Libia, dove sarebbe stato anche addestrato. Non solo: aveva contatti con rilevanti esponenti della componente Isil in Somalia. Subito dopo l’attentato terroristico ai mercatini di Strasburgo l’uomo commenta: “Se uccide i cristiani – da qualsiasi luogo provenga – è nostro fratello”. Il provvedimento di urgenza adottato nasce dalle sue ultime conversazioni: lo scorso 9 dicembre parla di Roma, ripetendo spesso il numero 27 come se fosse stata già designata una data per raggiungere la capitale, chissà per quale ragione. Ibrahim, fermato venerdì scorso con una valigia in mano, pronto a partire, non ha negato nulla. “Se Dio vuole – ha detto – bisogna ammazzare”.

I 5 Stelle e Tosi contro la giunta sul bando per dirigere i teatri: “O è su misura o è un pasticcio”

Di sicuro è un bando molto pasticciato, ma in città molti sostengono che sia il classico bando su misura. Accade a Verona, città che di cultura e spettacoli fa da sempre una bandiera, tanto da candidarsi a Capitale della Cultura per il 2021. Sul sito del Comune nei giorni scorsi è apparso l’annuncio per la ricerca di un direttore artistico con competenza praticamente su tutti i teatri e le rassegne cittadine per i due anni a venire. Un vero superincarico, che la giunta di centrodestra del sindaco Federico Sboarina vuole assegnare secondo parametri curiosi. Innanzitutto la tempistica: il bando si chiude il 31 dicembre, appena una decina di giorni lavorativi per un progetto enorme. Ma c’è di più: la nomina dovrebbe avvenire il 1° gennaio! C’è poi un limite di età, 65 anni. Il riferimento dovrebbe essere alla legge Madia, che però lega l’età alla maturata pensione. E se si candidasse, diciamo, Gabriele Lavia, verrebbe bocciato perché vecchio. È richiesta la laurea, prevista per legge solo per i dirigenti: un eventuale diploma all’Accademia di Arte Drammatica conterebbe come qualsiasi licenza di scuola superiore.

Il consigliere M5s Alessandro Gennari ha chiesto lumi all’assessore Francesca Briani, ottenendo una “nota interpretativa” che sposta la nomina a data da destinarsi: “I casi sono due – dice Gennari –, o l’assessore sa già chi nominare o è un bando fatto con i piedi”. L’ex sindaco Flavio Tosi, col dente avvelenatissimo, ha detto di sapere chi sarà il prescelto. Gira il nome di Pierluca Donin direttore di Arteven, il circuito teatrale della Regione Veneto. Tosi parla di “controllo veneziano”, alludendo a una influenza della giunta regionale di Luca Zaia. “Non lo conosco nemmeno”, risponde l’assessore Briani. Un altro che rientrerebbe nel bando è Alessandro Anderloni, attore e regista di rassegne locali.

A rischio 4.500 precari pubblici, bloccate strade, navi e binari: “Senza di loro Comuni in tilt”

“Da 20 anni lavoriamo in nero per lo Stato, succubi e plagiati da tutti i partiti”. Ruccio Barilaro è un precario del Comune di Anoia (Reggio Calabria). È uno dei 4500 lavoratori socialmente utili calabresi che rischiano di andare a casa il 31 dicembre se nella Finanziaria non verranno inseriti i 50 milioni di euro per la loro stabilizzazione. Bocciato alla Camera, il provvedimento dovrebbe essere ripresentato al Senato, ma ieri la commissione Bilancio è saltata. Ma intanto gli ex lsu-lpu (lavoratori socialmente utili e di pubblica utilità) calabresi, con le bandiere di Cgil Cisle e Uil, ieri mattina hanno bloccato gli svincoli di Cosenza nord dell’A2 e gli imbarcaderi di Villa San Giovanni, dove hanno occupato per qualche ora due binari della stazione. Centinaia di lavoratori in strada. Se perdono il posto di lavoro molti Comuni rischiano di chiudere. “Questi lavoratori – spiegano i sindacati – hanno fatto muovere la macchina burocratica di centinaia di Comuni che sono stati costretti ad accettare una forma prolungata di ‘caporalato di Stato’”. Il paradosso è che se paga solo la Regione, senza i fondi dello Stato, gli lsu passerebbero da 26 ore settimanali, pagate circa 800 euro, a 14 ore, pagate però appena 450 euro. Meno del futuro reddito di cittadinanza. “A me non interessa l’assistenzialismo perché io ho lavorato – dice Ruccio Barilaro –. Per 25 anni siamo sfruttati da tutti i partiti: 4500 famiglie sono 30 mila voti. Io sono entrato a 35 anni e adesso ne ho 55. Che faccio se mi trovo in mezzo a una strada? Vado a rubare o vado a spacciare droga?”. Sull’autostrada, con i precari calabresi, c’è l’ex sindaco di Amendolara (Cosenza) Salvatore Antonio Ciminelli, che si è dimesso per solidarietà con i 40 lsu del suo Comune: “È una guerra tra poveri che diventerà pesante. Questa è la più grande vertenza d’Europa. Forse il reddito di cittadinanza fa più audience?”. Una delegazione di lavoratori precari ieri pomeriggio ha incontrato il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli che, dopo le promesse della collega M5S Barbara Lezzi, non si è sbilanciato.

“La falda inquinata e gli alberi espiantati”. Verso il processo i vertici del gasdotto Tap

La Procura di Lecce fa un passo avanti e chiude le indagini sul presunto inquinamento delle falde acquifere durante i lavori di costruzione del gasdotto Tap, che porterà il gas dall’Azerbaijan in Puglia. È trascorso un mese da quando i carabinieri del Noe hanno perquisito tutte le sedi Tap a Lecce, Roma e Milano, inclusa quella della società che per la multinazionale ha svolto le analisi. Gli indagati che ora rischiano il processo sono sedici e ci sono anche gli imprenditori delle società che lavorano per conto di Tap. Quindici persone fisiche e una giuridica, il consorzio internazionale con sede in Svizzera. Contestati reati e illeciti amministrativi, tra cui la violazione dei vincoli paesaggistici in zone ritenute di “notevole interesse pubblico”. Violate anche alcune prescrizioni obbligatorie da Valutazione di impatto ambientale (A29, A44, A36, A55). Contestate le recinzioni con jersey, rete metallica e filo spinato abusive, finalizzate all’espianto di 445 ulivi fuori dal periodo autorizzato che andava da dicembre a febbraio. Tra le condotte ritenute illeciti anche la mancata impermeabilizzazione del cantiere in zona San Basilio a Melendugno (Lecce), lo scarico di acque reflue industriali, la contaminazione della falda acquifera con sostanze pericolose. Nichel, manganese, arsenico, atozo nitroso e cromo esavalente che superavano i limiti. Quest’ultimo è il più temuto perché cancerogeno. La contaminazione sarebbe avvenuta tra il 21 novembre e il 24 aprile 2017. Contestata anche la realizzazione di uno spianamento di 7 metri che avrebbe portato all’estirpazione della macchia mediterranea e la costruzione della zona rossa in un’area molto più ampia rispetto a quella di cantiere per un mese dal 13 novembre al 13 dicembre. In quell’arco temporale anche ai giornalisti fu impedito lo svolgimento della professione, tanto da richiedere l’intervento dell’Ordine della Puglia.

Tra gli indagati troviamo il country manager di Tap Michele Mario Elia, il project manager Gabriele Paolo Lanza e la società Trans Adriatic Pipeline rappresentata, in qualità di direttori, dall’ingegnere Luca Schieppati (già amministratore delegato di Snam) e dall’avvocata Elisabetta De Michelis. A difenderli è l’ex ministra della giustizia del governo Monti, Paola Severino, già legale del consorzio nel filone di indagine sulla presunta violazione della direttiva Seveso sulla sicurezza dell’impianto che sorgerà a 400 metri dalle prime abitazioni. Coinvolti anche i titolari di alcune società appaltatrici. Tra le ditte salentine, Mello che ha realizzato l’espianto degli ulivi e Greco che si è occupata della recinzione. Coinvolta anche Saipem, principale ditta per i lavori di costruzione del microtunnel e del tratto di gasdotto tra Albania e Italia. Avranno 20 giorni gli indagati per presentare dichiarazioni spontanee o sottoporsi a interrogatorio. Nel frattempo il sequestro probatorio per inquinamento della falda acquifera del cantiere Le Paesane è terminato, perché è decaduta l’ordinanza del sindaco e in questo momento non si registrano metalli pesanti oltre i limiti consentiti. Per il 12 gennaio è fissato l’inizio dei lavori da parte di Snam che costruirà il tratto di metanodotto lungo 55 chilometri, che porterà il gas di Tap a Brindisi.

Trump attacca la Fed: “È incredibile che pensi di alzare i tassi”

Il presidente Donald Trump torna ad attaccare la Federal Reserve. E lo fa su Twitter a 24 ore dalla riunione della Banca centrale americana. “È incredibile che con un dollaro forte e nessuna inflazione almeno virtualmente, la Fed stia solo considerando un altro aumento dei tassi di interesse”. Così ha scritto l’inquilino della Casa Bianca, citando anche le difficoltà del resto del mondo e, in particolare, “Parigi che brucia e la Cina che frena”. Motivo dell’attacco è il timore del tycoon che vengano alzati i tassi di interesse. Una dichiarazione che rompe con la tradizione dei precedenti presidenti americani che hanno sempre evitato di influire sulla politica monetaria per rispetto dell’indipendenza della Fed. Ma i ripetuti attacchi di Trump, affermano gli osservatori, stanno mettendo la Banca all’angolo costringendola ad andare avanti con le strette per dimostrare la sua indipendenza dalla politica. Tutti gli economisti danno così per scontato l’aumento: stando a un sondaggio condotto dal Wall Street Journal, 59 dei 60 economisti interpellati prevedono una stretta di 25 punti base; sarebbe la quarta del 2018. Gli stessi analisti poi non si aspettano più un totale di tre aumenti dei tassi nel 2019, ma solo due.

Tutti gli errori degli inquirenti

Pessima l’inchiesta penale, pessimo l’apporto della Consob, a giudicare dalle parole del gip di Roma Gaspare Sturzo. La procura di Roma aveva sul tavolo un’inchiesta che, se avesse tratto le conclusioni del gip a tempo debito, rischiava di far saltare il Governo impegnato a giocarsi tutto sul Referendum costituzionale. La prima richiesta di archiviazione – per il caso De Benedetti, Renzi, banche popolari – è del giugno 2016. Certo, l’unico indagato era – allora come oggi, al netto di future indagini – il trader Gianluca Bolengo. Ma certificare nel 2016, con le parole usate oggi dal gip Sturzo, che De Benedetti, tessera numero 1 del Pd, avesse guadagnato in Borsa grazie alle informazioni ricevute, da Renzi, sull’imminente decreto sulle Popolari, sarebbe stato devastante. Ma non era possibile: il fascicolo aveva buchi clamorosi. Intercettazioni valorizzate ora dal gip: il pm aveva solo la fonia e non vi fu alcuna trascrizione. Peraltro la delega d’indagine – va ricordato – non fu mai affidata agli investigatori più esperti sul campo, il Nucleo Valutario della Gdf, che per primo s’era occupato della vicenda. E poi l’archiviazione dell’ufficio Sanzioni Amministrative della Consob che – sostiene il gip – “omette totalmente” il riferimento a quelle e altre conversazioni decisive. Ora sarebbe interessante – considerata l’importanza dei protagonisti e della posta in palio – sapere come, e perché, tutto questo sia potuto accadere.