Soffiata Renzi-Cdb, bocciati i pm. Il gip: “Nuove indagini”

Indagare per ostacolo alla vigilanza il broker Gianluca Bolengo e valutare se “emergano ulteriori fatti di rilievo penale a carico delle persone citate”. E tra queste, nelle 63 pagine firmate dal gip Gaspare Sturzo, appare anche il nome di Carlo De Benedetti, come pure di alcuni operatori della società di brokeraggio usata dall’Ingegnere, la Intermonte Sim. Se per i broker il giudice scrive chiaramente che hanno mentito, sul resto l’indicazione è generica: dagli atti non emerge alcuna contestazione penale nei confronti dell’ex editore. Per il gip però un fatto è certo: disponeva di un’informazione privilegiata fornita, a suo dire, da Matteo Renzi. La conseguenza è stata un’investimento sulle banche popolari alla vigilia della riforma che gli ha consentito di guadagnare, con la sua Romed, 600 mila euro.

E che fosse un’informazione importante lo testimonia una conversazioni del 21 gennaio 2015 – mai contestata – tra due non indagati, Luca Lombardi (Intermonte Sim) e Andrea Mosconi di Banca Generali, che “lamentava” proprio “di non essere stato informato da Intermonte della convenienza di investire sulle popolari”.

Lombardi: Sei pieno di popolari come se piovesse?

Mosconi: Manco una, non me l’avete mica detto

L: Risata (…) Casualmente tu puoi immaginare chi ne ha fatto un bel baskettone, casualmente il giorno prima che venisse fuori la cosa tipo venerdi, poi altrettanto casualmente però le ha chiuse lunedì oddio facendo comunque un 15 per cento secco (…) Però si è bruciato altrettanto se stava fermo due giorni… casualmente (…) Sai la tessera numero uno del pd casualmente – risata – che vuoi fa.

Il riferimento, chiarisce il gip, è a De Benedetti.

Anche questa telefonata è riportata nell’ordinanza con il quale il gip Sturzo rigetta la richiesta di archiviazione per l’unico indagato di questa vicenda, il broker Bolengo, e dispone nei suoi confronti l’imputazione coatta. Quella della Procura di Roma è “una richiesta di archiviazione erronea”, scrive il giudice, che punta il dito anche sulle omissioni della Consob. A cominciare da due telefonate tenute sotto traccia, in cui De Benedetti ribadisce la fonte delle sue notizie: Palazzo Chigi.

Era già nota la conversazione tra De Benedetti e Bolengo del 16 gennaio 2015, cinque giorni prima della riforma. Al broker che dice “se passa un decreto fatto bene salgono”, riferendosi alle popolari, l’ingegnere assicura: “Passa, ho parlato con Renzi ieri”. Sentiti come persone informate sui fatti sia De Benedetti che l’ex premier negano di aver trasmesso o ricevuto informazioni riservate. E ne è convinta la Procura che non ha mai ravvisato alcun reato. Per il gip, però, il riferimento al decreto non era generico, ma un’informazione privilegiata che Bolengo avrebbe dovuto riferire alla Consob. E lo si capisce anche dalla telefonata, mai trascritta prima, del 19 gennaio 2015, in cui l’ex editore conferma la sua fonte.

Bolengo: (…)La riforma popolari sta provocando un interesse molto forte su questi dossier perchè quello che ho letto sui giornali almeno sarebbe radicale e super efficiente (…) Complimenti a Renzi se riesce a farlo passare perchè è 20 anni che se ne parla.

De Benedetti: Lui m’ha detto che lo fa passare

B:Se riesce ad avere i numeri per farlo passare perchè le lobby delle popolari sono ex democristiani soprattutto in Nord Italia che cercheranno di frenarlo (…)

DB: Lui me lo dava per scontato…

E quando la riforma passa, è lo stesso Bolengo che riconosce l’intuizione a De Benedetti: “Sulle popolari è passato come aveva detto”, dice il 21 gennaio 2015.

Le telefonate del 19 e 21 gennaio 2015 non vengono mai contestate dai pm né a Bolengo né a De Benedetti. Come ricostruisce il gip “sono contenute su due supporti digitali, insieme ad altre 414 tracce foniche di conversazione, senza alcuna indicizzazione, senza alcun diretto riferimento al rapporto Bolengo-De Benedetti e senza una trascrizione frutto di qualche ascolto da parte della Polizia giudiziaria o della Consob”. Per questo “la causa della mancata contestazione a Bolengo e De Benedetti di queste conversazioni (…) è dovuta, oltre a questa rinfusa modalità di catalogazione, anche alla consegna in Procura dalla Consob solo in data 9 novembre 2017, quando la prima richiesta di archiviazione contro Bolengo era stata trasmessa”. “Infatti – aggiunge il gip – nella precedente nota Consob del 2 luglio 2015, le due conversazioni non sono citate né riportate come allegato”.

E poi c’è il capitolo delle omissioni dell’Ufficio sanzioni amministrative della Consob, che archiviò (per abuso di informazioni privilegiate) De Benedetti e Bolengo. Per il gip, l’Autority non ha valorizzato le conversazioni tra i due, come pure quelle degli altri operatori della Intermonte, che per Sturzo hanno mentito. Inoltre l’Ufficio Sanzioni Amministrative “assume (…) erroneamente che la notizia della riforma fosse nota al mercato sulla base di notizie di stampa, in ciò cadendo in contraddizione” con i loro stessi uomini, ossia la Divisione mercati “che hanno affermato il contrario”.

Martina benedice De Luca, Bettini va da Enzo Scotti

Nel Pd il congresso si avvicina e il fair play vacilla. Volano parole aspre tra Nicola Zingaretti e Maurizio Martina: il governatore del Lazio bolla il deputato come “vecchio gruppo dirigente perdente”, Martina replica “andavo alle medie quando lui era già un dirigente”, ma poi dice di stimarlo. Il nodo è però sempre quello delle alleanze e del rapporto o meno con M5S. Goffredo Bettini, eurodeputato dem e “ideologo zingarettiano”, dialoga sul suo libro con Enzo Scotti, presidente della Link University, considerata vicina al M5S.

Zingaretti, poi, è accusato di voler rifare i Ds, stavolta con una presunta apertura a D’Alema. “Buffonate”, dice lui.

E come se non bastasse c’è il caso De Luca. Ieri Maurizio Martina è andato in Campania per una tappa del suo tour precongressuale: “Penso che quando c’è un’esperienza importante come quella della regione Campania si parta da quell’esperienza. Poi saranno ovviamente i territori a decidere il da farsi”, ha detto parlando dell’ipotesi di ricandidatura di Vincenzo De Luca alla guida della Regione. Ma il percorso per ripresentarlo è partito.

Nardella vede la Luce: caccia ai voti dei massoni

Alla ricerca della Luce, per esorcizzare le nubi verdi all’orizzonte. Dario Nardella le prova tutte: l’anno prossimo a Firenze ci sono le elezioni amministrative e il sindaco sa di dover arginare l’ondata leghista che si è già presa mezza Toscana. E così servirà la Luce. Quella con la “L” maiuscola: l’ultimo accorato appello a non cedere ai populisti il sindaco lo ha infatti concesso al Grande Oriente, la più antica e numerosa obbedienza massonica italiana, riunitasi sabato scorso a Firenze per l’annuale Festa della Luce.

Di fronte a Nardella, presenti il Gran Maestro Stefano Bisi, il presidente della circoscrizione toscana Francesco Borgognoni e Oscar de Alfonso Ortega, ospite d’eccezione appena eletto segretario esecutivo della conferenza mondiale delle Gran Logge.

Volgare, di fronte a tanti titoli, mettersi a parlare di partiti e partitini, oltretutto pochi giorni dopo che Nardella aveva annunciato “lo scioglimento della corrente” (quella renziana, si intende). Tra corrente e Luce, però, il messaggio politico arriva lo stesso: “Parlo a voi – ha detto Nardella – in qualità di cittadini, professionisti presenti ciascuno nelle vostre comunità. Possiate con forza, attraverso la vostra testimonianza e le vostre idee, dialogare, convincere donne e uomini a stare un po’ meno davanti a un computer e un po’ più davanti a un tavolino a ragionare”.

Basta fretta, basta urla: “Partecipo per condividere con voi questi pensieri alla vigilia di una festa che ci accomuna tutti. Abbiamo bisogno di recuperare questo gusto del rapporto umano, dello stare insieme. Dobbiamo combattere la vacuità e l’apatia con cui si vogliono far ammalare i nostri concittadini. Non possiamo permettercelo”.

Applausi, ringraziamenti e tanti sorrisi, nella terra dove il Grande Oriente è di casa – in Toscana si contano 117 logge, record nazionale – e dove è di casa il Gran Maestro Stefani Bisi, senese, nato a mezz’ora di macchina dal fiorentino Lino Salvini, medico, massone, socialista, a capo del Grande Oriente negli anni d’oro della P2 di Licio Gelli (altro toscano, ça va sans dire).

E proprio a Firenze, magari affidandosi a Nardella, il Goi dovrà scongiurare catastrofi come quella avvenuta di recente in Sicilia, dove la Regione ha stabilito che gli eletti avranno l’obbligo di dichiarare ogni eventuale appartenenza massonica: “Forse l’hanno approvata per farci fare la fine di Giovanni Becciolini, – è lo sconforto del Gran Maestro – il massone trucidato il 7 ottobre 1925. Con la luce che è nel nostro cuore diciamo che oggi vogliono marchiare noi, domani possono marchiare voi. Ma noi ci siamo e ci saremo”. E Nardella con loro. Almeno fino alle urne.

“M5S? Presto per dialogare, ma il Pd li attacca troppo”

“È sciocco pensare a un’alleanza con i Cinque Stelle ora. Sarebbe poco credibile una nuova maggioranza che non passi dalle urne. Ma dobbiamo parlare a quell’elettorato che è andato a finire nel Movimento”. Andrea Orlando è stato ministro nei governi Letta, Gentiloni e Renzi, si è candidato all’ultimo congresso del Pd e questa volta ha scelto di appoggiare Nicola Zingaretti. Sabato per i 20 anni di ItalianiEuropei – che ha visto rientrare Massimo D’Alema, ora in Mdp, nel dibattito dem con una riapertura al dialogo con i grillini – c’era anche lui.

Orlando, la linea politica è tornata nel dibattito Pd.

Ma sta accadendo nel peggiore dei modi, usando degli argomenti che fanno torto all’intelligenza di chi li usa.

L’interlocuzione con D’Alema è centrale?

Nessuno pensa che possa essere risolutiva. Ma se smettessimo di parlare di nomi e guardassimo al merito delle proposte, faremmo un passo avanti.

Un’alleanza con M5S è all’ordine del giorno?

Abbiamo escluso tutti che oggi ci sia questa possibilità. Continuare a parlarne è un modo per nascondere che nella mozione Martina ci stanno quelli che aprirono al M5S e quelli che fecero saltare l’apertura. Dopo il 4 marzo, i Cinque Stelle erano una forza dal profilo non definito. Oggi hanno una deriva destrorsa. Ma dobbiamo guardare al loro elettorato, affrontando temi come il disagio sociale e la disoccupazione.

È d’accordo con il reddito di cittadinanza?

Difficile dirlo, se uno non sa cos’è. Sarebbe stato meglio utilizzare le risorse per estendere il Rei e fare politiche per l’avviamento e la formazione al lavoro.

Però nei Cinque Stelle c’è una parte molto a disagio.

Le fiducie le hanno votate tutti o quasi. Altro discorso è incunearsi nelle contraddizioni che emergono incoraggiando le voci critiche. L’impressione che abbiamo dato in questi mesi è di menare i Cinque Stelle più di Salvini.

Se Zingaretti diventa segretario del Pd non dovrà guardare a loro?

Chi dirigerà il Pd dovrà guardare a tutti: la sinistra radicale, +Europa. E il terzo settore, il sindacato, l’impresa, l’associazionismo cattolico e della solidarietà, i movimenti antimafia, come Libera, e ambientalisti.

E Forza Italia?

Va bene anche parlare con i berlusconiani delusi. Ma a chi sostiene che Forza Italia sia un soggetto politico antipopulista, vorrei ricordare che Berlusconi è stato il primo dei populisti. E FI ha votato contro le sanzioni a Orbán.

Da dove deve ripartire la sinistra?

Sostenibilità ambientale, attenzione alle diseguaglianze sociali, impatto delle nuove tecnologie sulla società e sulla democrazia.

Non vi siete occupati troppo di diseguaglianze.

Pensavamo di affrontare il tema rimettendo in moto la crescita. Non è stato una priorità dei nostri governi, altrimenti, autocriticamente, il Rei sarebbe arrivato prima.

Renzi meglio fuori dal Pd?

Mi auguro che non faccia la scissione. Ma se deve, sarebbe bene lo dicesse ora, evitando di inquinare il dibattito.

I gruppi parlamentari sono quasi tutti con Martina.

Escludo che Martina nel caso di vittoria di Zingaretti si presti a contrapporre i gruppi al partito.

Sull’Europa che posizione deve avere il Pd?

Dobbiamo essere europeisti, ma critici sul modo in cui è stata guidata l’Unione. Chi non ha voluto vedere gli effetti dell’austerità sulle società europee non ha reso un grande servizio all’Europa.

Voi avete votato il pareggio di bilancio in Costituzione.

Abbiamo sbagliato.

La candidatura di Calenda è una buona idea?

Sì, ma consiglierei a Zingaretti di partire dalla proposta politica e non dai profili.

Esiste l’asse tra D’Alema e Zingaretti per una lista europeista del Pd con la sinistra radicale?

A ItalianiEuropei, l’ha proposta solo Laura Boldrini.

Piemonte: primarie “zoppe”. Nessun segretario, per ora

Non è un buon momento per il Pd. Neanche in Piemonte. Ieri, dopo aver spogliato le 13 mila schede di chi si è recato ai gazebo per eleggere il segretario regionale, si è scoperto che il popolo delle primarie non ha indicato chi dovrà guidare il partito nella difficile situazione.

Mauro Marino, il vincitore annunciato della vigilia, si è infatti fermato al il 41,52%. Paolo Furia lo segue a 35,97%. Chiude Monica Canalis che ha ottenuto il 22,51% e ora diventerà l’ago della bilancia.

Nessuno dei tre ha infatti raggiunto il 50% più uno dei voti, sarà, dunque, con ogni probabilità, secondo quanto stabilisce il regolamento, il ballottaggio tra i due più votati, Marino e Furia, a eleggerlo nel corso di un’apposita riunione di assemblea. Secondo il regolamento, “qualora nessun candidato abbia riportato la maggioranza assoluta il presidente della commissione congresso indice in apposita Assemblea il ballottaggio a scrutinio segreto tra i due candidati collegati al maggior numero di componenti l’assemblea regionale e proclama eletto il segretario il candidato che riceve il maggior numero di voti validamente espressi”.

Favori e “dispetti” su appalti pubblici. Oliverio è indagato

La pista dell’aviosuperficie di Scalea che doveva avere anche le luci per consentire agli aerei di atterrare, in realtà, era uno sterrato mentre le cabine dell’impianto sciistico di Lorica, che dovevano solo entrare in funzione, erano ancora in Svizzera.

Due appalti mettono nei guai il presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio, per il quale ieri è stato disposto l’obbligo di dimora nel Comune di San Giovanni in Fiore. Ma soprattutto, quei due appalti lo collegano a uno degli imprenditori vicini alla ‘ndrangheta.

“Un rapporto di scambio” che “appare riduttivo definire clientelare, potendo ben sconfinare nel terreno della corruzione”. Il gip Pietro Caré usa parole pesantissime nei confronti dell’esponente del Partito democratico accusato di abuso d’ufficio nell’ambito dell’operazione “Lande desolate”.

L’inchiesta, condotta dalla Guardia di finanza, ha documentato “violazioni e irregolarità” per le quali la Dda di Catanzaro aveva chiesto gli arresti domiciliari per Mario Oliverio. È finito in carcere, invece, l’imprenditore romano Giorgio Ottavio Barbieri, ritenuto la testa di legno del boss di Cetraro Franco Muto. Era lui il mattatore degli appalti, finanziati con i fondi comunitari, e gestiti dalla Regione Calabria.

Soldi europei assegnati a un’impresa che non aveva le capacità tecniche e finanziarie per portare a compimento l’appalto vinto. In questo modo, i costi che doveva sostenere il privato venivano “accollati” per intero alla Regione targata Pd che, in cambio, chiedeva all’imprenditore di rallentare altri lavori per fare uno sgarbo al sindaco di Cosenza, Mario Occhiuto.

In sei, tra dirigenti della Regione e dipendenti pubblici, sono finiti ai domiciliari. Oltre che per il presidente della Regione, è stato disposto l’obbligo di dimora per l’ex sindaco di Pedace Marco Oliverio, mentre altri sette indagati hanno avuto il divieto di esercizio dell’attività professionale e del pubblico ufficio.

Per il procuratore Nicola Gratteri, gli aggiunti Vincenzo Capomolla e Vincenzo Luberto e il pm Alessandro Prontera siamo di fronte al “completo asservimento di pubblici ufficiali alle esigenze del privato imprenditore attraverso una consapevole e reiterata falsificazione dei vari stati di avanzamento lavori ovvero l’attestazione nei documenti ufficiali di lavori non eseguiti al fine di far ottenere all’imprenditore l’erogazione di ulteriori finanziamenti comunitari altrimenti non spettanti”.

L’inchiesta ruota intorno all’appalto per la funivia di Lorica-Camigliatello. Nonostante fosse a conoscenza della critica situazione finanziaria dell’impresa di Barbieri, Oliverio è comunque intervenuto in suo favore di Barbieri garantendo “l’indebita percezione di capitale pubblico a fronte di opere ineseguite o comunque non funzionali”,

All’importo originario, infatti, la Regione ha concesso un finanziamento aggiuntivo di 4,2 milioni, deliberato dalla giunta nel maggio 2016 su proposta del Presidente.

E se per Gratteri, “tutti i dirigenti preposti all’istruttoria per reperire i fondi europei erano consapevoli che l’impresa Barbieri non aveva i fondi necessari per completare le opere”, per il gip l’obiettivo del governatore sarebbe stato quello della “lotta politica sebbene di quella più deteriore che si possa immaginare provenire da parlamentari o ex parlamentari della Repubblica”.

Nell’ordinanza di custodia cautelare, compaiono i nomi anche dell’ex vicepresidente della Regione Calabria Nicola Adamo e di sua moglie, la deputata del Pd Enza Bruno Bossio. Non sono indagati ma sono stati intercettati mentre, con Mario Oliverio, avrebbero chiesto all’impresa Barbieri, di rallentare i lavori per la realizzazione di piazza Bilotti. Il tutto per non far ricadere il merito politico dell’opera sul sindaco di Cosenza Occhiuto (Forza Italia) che, comunque, secondo gli inquirenti si sarebbe avvantaggiato del ritardo perché avrebbe avuto il tempo di farsi rieleggere dopo il commissariamento del Comune.

Dalle intercettazioni emerge che “l’ordine di scuderia” era “tassativo” e partiva da Oliverio. Un dirigente pubblico lo dice espressamente all’imprenditore: “Ho avuto una riunione con il presidente. M’ha detto ‘Ti devi fermare su piazza Bilotti’”.

“Sono come i delinquenti – è stata la risposta di Barbieri che lamentava le pressioni dei politici calabresi – ti ricattano, tu ci chiedi un favore a loro e loro subito ti ricattano”. Le accuse mosse dalla Dda sono state giudicate “infamanti” dal presidente della Regione. I rappresentanti M5S in Commissione Antimafia chiedono le sue dimissioni ma Oliverio, per protesta, ha annunciato lo sciopero della fame: “I polveroni sono il vero regalo alla mafia”. Solidarietà gli arriva anche da Mimmo Lucano, sindaco di Riace: “È inimmaginabile che possa essere accostato a cose del genere”.

Redditi onorevoli online: uno su cinque è in ritardo

Oltre 200 parlamentari – per l’esattezza 213 – su 945 non hanno depositato ancora la documentazione patrimoniale agli uffici di Camera e Senato, come previsto da una legge del 1982 aggiornata ai tempi di Internet da un decreto del 2013 che ha esteso la diffusione ai portali di Montecitorio e Palazzo Madama. Le norme indicano un termine ordinatorio – a tre mesi dalla proclamazione, e la legislatura numero 18 è cominciata in marzo – e non perentorio e perciò non si rischiano sanzioni. Tra gli inadempienti, come scritto dal Fatto, c’è chi si dimentica, chi ignora la questione, chi non è sollecitato, chi ne approfitta.

Ieri il pentastellato Roberto Fico, presidente della Camera, ha consegnato come annunciato i propri dati (reddito imponibile di 98.000 euro) e li ha pure inviati al Fatto. Anche la pagina di Licia Ronzulli (26.000 euro), senatrice di Forza Italia, ieri è stata aggiornata con la dichiarazione del 2018 sui compensi percepiti nel 2017. Per un difetto di legge e per tante varie ragioni, la trasparenza sui patrimoni e i guadagni dei parlamentari viene rilasciata a rate oppure in differita. Il Parlamento, per prassi, raccoglie gli ultimi dati solo in primavera: in sostanza nel 2019 avremo le dichiarazioni del 2018 relative al 2017.

Il Senato, però, batte la Camera. Palazzo Madama è virtuoso: soltanto 37 senatori su 315 sono in ritardo.

A Montecitorio, invece, 176 deputati su 630. Alla Camera il gruppo meno trasparente, in proporzione agli iscritti, è quello del Pd: all’appello mancano 51 onorevoli su 111. Seguono Fratelli d’Italia con 10 “irregolari” su 32; Forza Italia con 35 su 105; Cinque Stelle con 49 su 220 e Lega con 25 su 125. Impeccabili gli eletti di Liberi e Uguali in entrambi i rami del Parlamento.

Ecco l’elenco completo dei senatori e incompleto – per motivi di spazio – dei deputati che devono pubblicare la documentazione patrimoniale.

 

Senatori

Cinque Stelle: Alessandra Maiorino, Lello Ciampolillo, Cristiano Anastasi, Cinzia Leone, Rosa Silvana Abate, Antonella Campagna, Giovanni Endrizzi, Francesco Mollame, Simona Nunzia Nocerino, Nunzia Catalfo, Mauro Coltorti.

Forza Italia: Lucio Malan, Claudio Fazzone, Mariarosaria Rossi, Emilio Floris, Marco Perosino, Paolo Romani, Marco Siclari, Maria Virginia Tiraboschi.

Fratelli d’Italia: Stefano Bertacco, Antonio Iannone, Patrizio Giacomo La Pietra, Raffaele Stancanelli.

Lega: Enrico Montani, Umberto Fusco, Roberto Marti, Tiziana Nisini.

Partito Democratico: Stefano Collina, Franco Mirabelli, Francesco Giacobbe, Matteo Renzi, Alan Ferrari, Tommaso Cerno, Leonardo Grimani, Tatjana Rojc, Eugenio Comencini.

 

Deputati.

Cinque Stelle: Daniele Del Grosso, Francesco Silvestri, Giovanni Luca Aresta, Francesco Berti, Carmen Di Lauro, Diego De Lorenzis, Luigi Iovino, Michele Sodano, Raphael Raduzzi, Felice Mariani, Luca Frusone, Simone Valente.

Lega: Dimitri Coin, Ugo Parolo, Antonietta Giacometti, Christian Invernizzi, Giorgia Latini, Gianni Tonelli, Rossano Sasso, Roberto Turri.

Forza Italia: Antonio Angelucci, Simone Baldelli, Paolo Barelli, Deborah Bergamini, Michaela Biancofiore, Annagrazia Calabria, Marta Antonia Fascina, Ugo Cappellacci, Stefania Prestigiacomo, Francesco Paolo Sisto, Annaelsa Tartaglione.

Partito Democratico: Stefania Pezzopane, Dario Franceschini, Micaela Campana, Silvia Fregolent, Luca Lotti, Andrea Giorgis, Antonello Giacomelli, Maria Elena Boschi, Giacomo Portas, Debora Serracchiani, Matteo Orfini, Pier Carlo Padoan.

Fratelli d’Italia: Fabio Rampelli, Marco Osnato, Federico Mollicone, Carlo Fidanza, Marcello Gemmato, Ciro Maschio, Walter Rizzetto.

Misto: Salvatore Caiata, Fausto Longo, Vittorio Sgarbi, Serse Soverini, Antonio Tasso, Renzo Tondo.

Ha collaborato Lorenzo Cipolla

Il Carroccio irritato: “Autonomia bloccata. Colpa dei ministri 5S”

Prima o poi”l’autonomia” delle Regioni – che la Lega ha rivendicato con due appositi referendum consultivi e che i critici chiamano “la secessione dei ricchi” – esploderà all’interno della maggioranza gialloverde. Intanto si notano i primi segnali di irritazione della ministra Erika Stefani, nordista con delega agli Affari regionali, che non vede l’ora di concedere a Veneto e Lombardia, cioè a Luca Zaia e Attilio Fontana, tutte le competenze (e i soldi) che hanno chiesto (in fila si è messa anche l’Emilia Romagna governata dal Pd Stefano Bonaccini).

“Ah, saperlo…”, così ha risposto Stefani a Libero che le chiedeva quando Giuseppe Conte firmerà il primo decreto: “Io ho fatto il mio”, ma “non ho avuto riscontri dai ministeri di Salute, Ambiente, Giustizia. E poi da Lavoro e Sviluppo economico, i dicasteri di Luigi Di Maio“. Cioè tutti ministeri governati dal Movimento 5 Stelle. La materia diventerà scottante a gennaio, passata la sessione di bilancio, quando Matteo Salvini dovrà tener buono il partito del Nord o del Pil carezzato dai governatori leghisti delle due regioni più ricche: se il Nord vince nella distribuzione dei fondi, però, perderà il Sud, cioè i 5 Stelle.

L’arrampicatrice lumbard e le guide neofasciste

Attenti ai lupi. La parete è quella del Palazzo della Regione Lombardia, a Milano: arrampicata e calata dal settimo piano. “Vieni ad arrampicare in piazza con le guide!” il nome dell’evento dedicato alle famiglie con bambini, “per avvicinare le persone alla politica e all’istituzione”. L’Assessore allo Sport, quota Lega, Martina Cambiaghi – 31 anni, la più giovane della giunta Fontana, con un passato da nuotatrice agonistica – si è calata così domenica scorsa, da un’altezza di quasi 40 metri, insieme alle “rassicuranti” guide alpine “Lupi delle vette”. Ma i “Lupi delle vette”, ha denunciato Saverio Ferrari dell’Osservatorio democratico sulle nuove destre, sono una costola del gruppo Lealtà Azione: “L’assessore Cambiaghi ne era a conoscenza? Nessun imbarazzo né difficoltà?” . Per farsi un’idea di chi sia Lealtà Azione è sufficiente un rapido sguardo alla cronaca degli ultimi anni. L’Anpi ha ricordato che il prossimo 17 gennaio i vertici di LA andranno a processo per apologia di fascismo. L’assessore Cambiaghi ha replicato: “Non c’è né colore né appartenenza politica nello sport, solo passione e promozione del territorio della Lombardia”. Bello spot.

Botte alla deputata M5S, c’è un’altra versione

“Non commento le gravi menzogne diffuse senza alcuna verifica. Bastava chiamarmi e avrei fornito il referto medico che pubblico”. Dopo aver denunciato l’aggressione subita nei parcheggi di un supermercato a Nuoro, ora la deputata del M5S Mara Lapia non ci sta a passare nel tritacarne mediatico che mette in dubbio la sua ricostruzione dei fatti e passa al contrattacco su Facebook.

“Tutti possono leggere quello che ho subito. Il referto medico parla chiaro con una prognosi di 30 giorni e un trauma del torace con infrazione della VI costa sinistra da riferita aggressione. L’esame radiologico, poi, parla di infrazione traumatica della VI costa sinistra. Che tradotto, dizionario alla mano, significa frattura parziale di un osso ovvero una fissurazione, che non determina l’interruzione completa della continuità dell’osso”. In buona sostanza, la lesione c’è stata, ma fortunatamente di entità più lieve rispetto alla frantumazione ossea riferita dalla stessa deputata e alla “frattura e varie contusioni” di cui aveva parlato il portavoce del M5S alla Camera Francesco D’Uva.

La diagnosi emessa dai medici del S. Francesco di Nuoro comunque è compatibile con la versione fornita dalla Lapia, che aveva denunciato di essere stata provocata, spintonata e presa a calci da un uomo nei parcheggi del supermercato in seguito a un banale incidente durante la fila alle casse. L’uomo, che era in compagnia dell’anziana madre, non avrebbe gradito le rimostranze fatte dalla Lapia alla cassiera che aveva rovesciato delle bottiglie schizzando l’abito della deputata. Da lì un crescendo di ironie e insulti dell’uomo, fino alla reazione brutale davanti al tentativo della deputata di filmare la targa della sua auto, dopo che già aveva chiamato il 113.

A gettare un’ombra sulla ricostruzione dei fatti di Lapia era stato, nelle scorse ore, un audio circolato in Rete che sembrerebbe smentire la sua versione. Una testimone (che ha poi verbalizzato le sue affermazioni in Procura, ma di cui non si conoscono le generalità) afferma che durante la discussione la deputata avrebbe continuato a filmare la scena mentre l’uomo si avviava al parcheggio con la madre. Quest’ultima, nel tentativo di metter pace, si sarebbe avvicinata alla deputata, toccandole la spalla: “Lei si è buttata a terra così, d’improvviso”, afferma la testimone che nel frattempo era accorsa pensando a un malore. A quel punto Lapia le avrebbe detto di essere stata aggredita. “Faremo le nostre valutazioni anche in merito a quell’audio”, dice ora l’avvocato della deputata, che ha subito liquidato la faccenda come una “mossa politica” per screditarla.