Nella caccia ai 49 milioni della Lega la Procura sente l’ex tesoriere Stefani

Ora tocca a Stefano Stefani. Il tesoriere della Lega – all’epoca della segreteria di Roberto Maroni – è stato sentito dai pm genovesi che cercano i 49 milioni spariti dalle casse del Carroccio. Stefani non è indagato, ma per gli inquirenti il suo racconto è un essenziale per ricostruire i movimenti di denaro nel passagio da Umberto Bossi a Maroni e poi a Matteo Salvini.

I pm hanno deciso di sentire Stefani dopo le dichiarazioni che ha reso al giornale online Tpi: “Feci presente più volte a Maroni e Salvini, sia in pubblico che in privato, che si stava spendendo troppo e troppo in fretta. Mi fu detto che non potevamo fare altrimenti, perché in quel momento eravamo sotto schiaffo”. Il punto di partenza è la versione di Francesco Belsito: “Quando me ne sono andato ho lasciato 40 milioni nelle casse della Lega”. I pm e la Finanza genovese quando, però, sono andati a cercare il denaro hanno trovato appena tre milioni. Questo è stato il primo punto che i pm hanno chiesto a Stefani di chiarire, cioè dove siano finiti i denari (la Lega sostiene di averli spesi per attività di partito e per pagare i dipendenti). Ma i pm da Stefani volevano sapere anche dei 19,8 milioni passati per Unicredit (la filiale vicentina) e Banca Aletti (la sede milanese): quei denari sono stati poi trasferiti nel 2013 su due nuovi conti aperti presso la filiale milanese della bolzanina Sparkasse. A consigliare l’istituto altoatesino sarebbe stato Domenico Aiello, avvocato di fiducia di Maroni (che oggi lavora con lui) e allora presidente dell’organismo di vigilanza della banca.

Un’operazione in cui Stefani ha avuto un ruolo, come dimostrano le intercettazioni di un’inchiesta calabrese – poi finita nel nulla – su alcuni collaboratori di Maroni. Aiello dice: “Sto portando l’onorevole Stefani in filiale a Milano ad aprire il conto (…) Brandstätter mi parlava di una cifra notevole. Quasi 20 milioni e mi ha chiesto un’indicazione per il tasso… Andiamo via in una situazione che è il 3 e mezzo. Lui indicava il 4”. Peter Schedl, allora direttore generale della Sparkasse, ridimensiona gli entusiasmi: “Il 4 non è possibile (…) facciamo così, partiamo dal 3,5 e poi vediamo strada facendo”. Nessuna delle persone citate nell’articolo è indagata. Ma la Procura ha sentito Stefani per ricostruire il percorso dei 19 milioni rimasti pochi mesi in Sparkasse. Nei mesi scorsi era stata perquisita la sede della banca a Bolzano per scoprire se il denaro sia stato utilizzato per investimenti in Lussemburgo. E dove sia finito una volta riportato in Italia.

Papà Di Battista e i debiti: “Sì, siamo in difficoltà”

Fabrica di Roma: 60 chilometri dalla Capitale, 8 mila abitanti, terra di piccole imprese della ceramica, comparto in crisi. Una è di Vittorio Di Battista, padre di Alessandro e celebre per le intemerate sul fascismo. Sulla scia del caso dei dipendenti in nero di Antonio Di Maio, suggerendo qualche analogia con i guai giudiziari di Tiziano Renzi e papà Boschi, ieri Il Giornale si è scatenato sui debiti, 400 mila euro, del padre del leader pentastellato: “Deve 53 mila euro agli operai, 151 mila alle banche, 135 mila ai fornitori e 60 mila al fisco”.

La Di.Bi. Tec,che commercializza prodotti sanitari a motore, è gestita da Vittorio Di Battista: tra i soci c’è Alessandro con una quota del 30 per cento. Matteo Renzi ci è saltato subito sopra: “Fico con la colf in nero in casa. Di Maio prestanome per l’azienda nei guai con Equitalia. E poteva mancare Di Battista? Ovviamente no. Sono sicuro che Il Fatto quotidiano dedicherà molto spazio alla vicenda”, ha attaccato su Twitter. L’accusa è di non pagare i lavoratori. Sarebbe bastata una telefona per scoprire che i dipendenti non pagati sono la figlia di Di Battista e un’altra socia, come spiega lo stesso Vittorio: “Non ci sono dipendenti non pagati, solo persone che hanno rinunciato al proprio emolumento in una fase difficile”.

Per trovarlo bisogna andare a Fabrica dove ha sede la Di.Bi.Tec. Un vecchio magazzino, cancello arrugginito, computer stile Ibm Anni 90, pile di scartoffie e scatoloni ammassati all’ingresso. I vicini non se la passano meglio: la zona di Civita era il regno della ceramica sanitaria ma nell’ultimo decennio è stata travolta dalla crisi. Dietro un cartello di benvenuto che evoca il muro di Berlino, Di Battista padre lavora con Carmela Traversari, socia al 5 per cento e simpatizzante M5s: è una dei due dipendenti a cui la Di. Bi. Tec deve 53 mila euro; l’altra è Maria Teresa Di Battista, sorella di Alessandro. In un’azienda a conduzione familiare, i titolari sono anche impiegati: se le cose vanno male niente stipendio.

L’impressione non mente: la ditta tra il 2015 e il 2016 ha visto calare il suo fatturato dell’8% (da 476 a 439 mila euro) e praticamente non ha prodotto utili. “Siamo un’azienda normale, non riceviamo favori dallo Stato e dai potenti”, dice il titolare.

Certo, oltre ai debiti verso i dipendenti ci sono pure 135 mila euro nei confronti dei fornitori. C’è il bilancio 2017 ancora non depositato, in violazione delle norme. Ci sono 60 mila euro di mancati versamenti tributari (per lo più Iva), per cui la Di.bi.tec potrebbe magari avvalersi della “pace fiscale” approvata dal governo gialloverde. Ma queste sono domande a cui Di Battista padre preferisce non rispondere.

Abbassata la saracinesca, torna ai suoi conti. Il figlio dal Centroamerica replica a Renzi: “Gli brucia perché al referendum gli ho fatto il culo”, scrive con una certa eleganza. “Puntualissimo è arrivato l’attacco del Giornale di Sallusti/Berlusconi alla mia famiglia”, commenta, ricordando quando B. è stato costretto a firmargli una lettera di scuse a seguito di una querela per diffamazione sui suoi mancati studi. “Ebbene sì, la nostra azienda va avanti, con enormi difficoltà. Mio padre, ad oltre 70 anni, lavora come un matto. Il carico fiscale è enorme, ha avuto difficoltà a pagare puntualmente i dipendenti tra cui mia sorella”. Non è la prima volta che Alessandro cerca di dare una mano alla sua zona: qualche anno fa aveva organizzato una manifestazione a sostegno del “distretto industriale di Civita”, seguita da qualche polemica. Non è bastato per risollevare le imprese locali. Nemmeno quella di papà.

Violenza cieca, spaccio e legami con la criminalità: l’ultrà amico di Salvini

Ripartiamo da qua, dall’abbraccio tra il vicepremier Matteo Salvini e Luca Lucci, detto il Toro, capo della Curva sud del Milan. Domenica pomeriggio, all’Arena Gianni Brera, si celebrano i 50 anni di una delle curve storiche del tifo italiano. Ci sono tutti, capi ed ex capi, semplici tifosi, c’è anche il ministro dell’Interno che senza problemi stringe e abbraccia Lucci, spacciatore di droga così come da condanna (patteggiamento) in primo grado. Ultima ma non unica. Alle spalle il Toro ha quattro anni per l’aggressione a un tifoso dell’Inter durante il derby del 2009. Aggressione non da poco. Virgilio Motta, all’epoca vera anima del gruppo nerazzurro Banda Bagaj, per quel pugno perderà l’uso dell’occhio sinistro. Tre anni dopo, era il 2012, si suiciderà.

Droga e violenza avrebbero dovuto consigliare al ministro di non stringere così tante mani domenica all’Arena. Ministro che non fa mistero della sua fede rossonera (e ci mancherebbe) e nemmeno di aver frequentato la Sud. In quel processo Lucci e gli altri cinque imputati furono condannati anche a risarcire Motta con 140 mila euro. Subito dopo la condanna in aula la moglie del Toro urlò: “I 140 mila euro te li devi spendere tutti in medicinali, maledetto infame”. Quei soldi, anche se in ritardo, arriveranno.

Il 15 febbraio 2009 allo stadio Giuseppe Meazza va in scena l’incredibile. Dalla Sud si srotola la coreografia d’ordinanza. Lo striscione è però troppo lungo, va a finire al primo anello blu impedendo la visuale ai tifosi nerazzurri. Qualcuno, non la Banda Bagaj che sta invece in basso verso il campo, strappa quel telo di plastica. È la miccia, gli ultras rossoneri decidono di risolvere la questione. Scenderanno in un bel gruppo, cinghie in mano, orologi usati come tira pugni, volti coperti. L’obiettivo è lo striscione della Banda. A dividerli nessuno, solo pochi impacciati steward. Il racconto di vittime e testimoni è tremendo. A parlare in aula è lo stesso Virgilio. In quel momento sta proteggendo lo striscione. Spiega: “Arrivano ancora una serie di pugni, finché compare una mano. Il tizio proprietario della mano non era davanti a me. Il pugno era anomalo, un dolore fortissimo. Dolore tremendo, tolgo la mano e guardo, trovo sangue, trovo molte lacrime, sostanza gelatinosa e una lenticchia gelatinosa”. Spiegherà il dottor Maurizio Buscemi: “La lesione all’occhio è tragica, l’occhio potrebbe cedere, riaprirsi laddove è stato suturato, e riportare conseguenze ancora più gravi”. Nei giorni successivi un altro regolamento di conti ai danni di un noto personaggio della curva dell’Inter fa vacillare la pax che dura da anni tra le due tifoserie. Questo accade nel 2009. Sia chiaro per quei fatti Lucci ha scontato la sua pena. Pochi mesi dopo il suicidio di Motta, il 23 ottobre 2012 su internet compare uno scritto dal titolo: “L’indimenticabile storia dimenticata di Virgilio Motta”.

Si riassume l’accaduto con passaggi critici anche nei confronti delle istituzioni. A commento un post firmato con nome e cognome della figlia di Motta. Che lo abbia scritto lei non è dato saperlo. Si legge: “Ho quasi 13 anni, e quando mio padre morì ne avevo 9. Ero ancora piccola per la verità, non che mia madre non me l’avesse raccontata, ma faticavo a capire davvero il senso di tutto ciò (…). Mio papà non se n’è andato invano, ma se n’è andato per dimostrare a tutti che questo paese può essere bello quanto volete ma quando ne hai davvero bisogno non è quasi mai presente. Ci sarò sempre per ricordarlo”. Secondo i giudici di Milano, non il suicidio, ma l’aggressione fu colpa esclusiva di Luca Lucci. Eppure Salvini tira dritto e liquida le critiche con questa frase: “Io indagato tra gli indagati”. Sarebbe stato meglio dire “tra i condannati”. E se domenica il ministro stringeva la mano dello spacciatore, ieri ha festeggiato l’arresto dei pusher davanti alle scuole.

E torniamo alla festa con ex campioni e tifosi vip. C’è Lucci che oltre all’episodio di Virgilio e dello spaccio altri precedenti non ha, se non un buon elenco di Daspo per fatti da stadio. La droga, dunque. L’inchiesta del commissariato Centro diretto dal dottor Ivo Morelli ricuce una bella rete di spaccio. Tra gli arrestati anche il Toro, che, si legge nelle carte, utilizza gli spazi del Clan (sede storica della Curva a Sesto San Giovanni) per chiudere i suoi affari criminali. Gli investigatori filmano tutto. Immortalano così anche la presenza di Daniele Cataldo (non indagato), altra anima nera della Curva, finito in galera perché trovato con armi pesanti e droga nel suo box sempre a Sesto San Giovanni. Compare alla festa, in prima fila sul palco, Giancarlo Lombardi, detto Sandokan, regista delle dinamiche curvaiole, già in contatto con Loris Grancini, capo dei Viking della Juve oggi in carcere con pena definitiva a 13 anni per tentato omicidio. Lombardi è il grande burattinaio che nel 2006, dopo lo scioglimento della Fossa dei leoni si è preso la Curva, il secondo anello e poi il primo, scalzando personaggi storici collegati ad ambienti criminali di peso. Con Lucci oggi condivide interessi extra stadio legati alla movida. Lombardi, già condannato per una tentata estorsione al Milan, finirà in un’inchiesta per riciclaggio collegata al clan siciliano di Fidanzati.

Storia lunga quella della Sud. Oggi poi si registra c’è un nuovo gruppo, i Black Devils (non presenti alla festa), tra i cui membri ci sono persone molto vicine alla ’ndrangheta lombarda. Insomma, un bel gruppo di “amici” per l’attuale capo del Viminale che sorride e riceve pacche sulle spalle.

Reddito cittadinanza, oltre 700 mila clic per il falso sito “Imps”

“Bravo. Il modulo è stato compilato. Vuoi avere il 10% in più sul tuo reddito di cittadinanza? Condividi questo modulo e aiutaci a rendere il mondo meno povero”. Questo il messaggio che è arrivato ai malcapitati che in questi mesi hanno compilato il form su www.redditodicittadinanza2018.it, un sito-bufala creato lo scorso marzo ma che continua a mietere vittime. Del resto, lo stratagemma utilizzato dalla Ars Digitalia, l’azienda napoletana che ha sviluppato il sito con intento goliardico, è ben congegnato. Ma gli indizi per capire che si tratta di un fake ci sono tutti. Si fa riferimento all’Imps (Istituto mondiale provvidenza solare) anziché all’Inps, mentre il modulo che si dovrebbe presentare ha tre opzioni: cittadini italiani ed europei; immigrati regolari; immigrati non regolari e celiaci. Anche i credits a fondo pagina sono chiari: “Il sito è stato sviluppato a fini ludici. Si ringrazia per la fantasia la campagna elettorale 2018 Made with love from Naples by Ministero dello sviluppo ergonomico”. Ma tanti utenti ci sono cascati. Il sito – spiega uno degli ideatori – ha totalizzato finora oltre 722 mila visualizzazioni. Ma non è possibile sapere quanti hanno effettivamente compilato il finto form: un contatore non c’è”.

Veneto, Zaia presenta il conto a Salvini su autonomia e alluvioni

“I 50 mila euro per i presepi nelle scuole li hanno trovati subito. E anche i soldi per la Confraternita del Baccalà. Ma per la montagna bellunese ferita dall’alluvione neanche un euro”. Manuel Brusco, veronese e capogruppo M5S in consiglio regionale a Venezia, attacca la giunta della Regione Veneto diventata un monocolore leghista, dopo che Elena Donazzan ha lasciato Forza Italia. “Ammetto che nell’emergenza la Regione si è mossa con efficienza, ma il governatore Luca Zaia, nominato commissario, non ha riferito in aula. La maggioranza ha approvato il bilancio rigettando gli emendamenti delle opposizioni che chiedevano stanziamenti specifici”.

Il ciclone che a novembre ha colpito le montagne venete ha seminato distruzione. Paesi isolati, frane, strade e boschi devastati. In poche settimane il conto dei danni è salito a un miliardo e 769 milioni, mentre Zaia inizialmente aveva parlato di un miliardo. L’elenco è stato inviato alla Protezione civile e a vari ministeri, che lo dirotteranno all’Ue chiedendo l’attivazione del Fondo per le emergenze comunitarie. Si parla di 105 milioni per servizi pubblici e infrastrutture; 838 milioni per rifare ponti, strade e opere idrogeologiche; 154 per la sicurezza da valanghe e 160 per i danni ai privati. Per i boschi servono 380 milioni, più altri 130 per la viabilità silvo-pastorale.

Venezia, sostengono le opposizioni, scarica tutto sullo Stato, in un momento cruciale della dialettica tra Venezia e Roma per il riconoscimento dell’autonomia. Il consigliere regionale Graziano Azzalin (Pd) attacca: “Nessuna risorsa straordinaria per una tragedia senza precedenti. Eppure la Giunta ha il coraggio di vantarsi di un bilancio tax-free”. Perplesso anche il parlamentare bellunese Roger De Menech (Pd): “Molti operatori sono intervenuti subito. Hanno lavorato settimane. Ma adesso sono preoccupati perché devono essere pagati. Zaia pare avere puntato molto su Roma che evidentemente gli ha dato rassicurazioni. Ma per i disastri di 2010 e 2014 la Regione impegnò subito delle risorse”.

Il governatore leghista si è sempre vantato di non aver imposto addizionali Irpef ai veneti. Anzi, nel braccio di ferro con Roma sulle tasse, quando è stato nominato commissario dell’emergenza ha proposto: “Lo Stato ci lasci l’acconto dell’Irpef pagata dai veneti e la impiegheremo per l’alluvione. Se lo Stato ci desse l’1% di quanto viene versato, noi avremmo le maniglie d’oro”. Dopo l’attacco frontale dem, Zaia ha mandato in avanscoperta l’assessore all’Ambiente Gianpaolo Bottacin: “Abbiamo aperto subito oltre 160 cantieri per 30 milioni. Poi 15 milioni per gli impianti a fune. Altri 10 milioni destinati alle aziende. In totale 55 milioni impegnati direttamente. Di cosa parla l’opposizione?”. L’assessore usa parole di riguardo verso il governo: “Lo Stato non ci ha mai lasciati soli. Ha stanziato 53 milioni per le prime spese in emergenza, poi 525 milioni nella finanziaria statale, successivamente 159 milioni di fondi per la difesa del suolo del ministero dell’Ambiente e da ultimo stiamo trattando per avere una fetta importante dei circa 2 miliardi per il dissesto idrogeologico”.

Zaia aspetta l’autonomia come regalo di Natale, dopo il voto plebiscitario dell’ottobre 2017. Ma i giorni passano, nonostante a Roma ci sia un ministro vicentino come Erika Stefani.

Conte: “Il premier sono io”. La Spazzacorrotti oggi rischia

Il presidente del Consiglio ha visto prima i due capi che si sentono poco vice, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Poi ha riunito tutti in una stanza e ha ribadito che la partita con l’Europa la gestisce lui, “perché io sono il premier e io devo fare la sintesi”, come ha in sostanza ricordato. Guida lui, Giuseppe Conte, che domenica nel vertice sulla manovra a Palazzo Chigi è stato chiaro: “Non voglio essere ricordato come il presidente del Consiglio che ha portato l’Italia alla procedura d’infrazione”. E in quelle stesse ore, in un albergo a un soffio da lì, un Beppe Grillo non entusiasta ma realista spiegava che “adesso bisogna portare a casa i nostri provvedimenti”.

Perché la maggioranza gialloverde è una barca che ondeggia e che a bordo ha tanti con il mal di mare, ma sta ancora a galla. Però ora dovrà filare, dato che al porto chiamato manovra bisogna arrivare prima del 31 dicembre. Sfruttando l’apparente vento della Commissione europea, che non ha messo all’ordine del giorno della riunione di domani la manovra italiana. Ma potrebbe anche inserirla all’ultimo minuto.

Anche perché la trattativa con l’Italia è in pieno svolgimento, con la legge di bilanciio che, incredibilmente, è ancora un rebus. Ed è una finestra sul baratro per il governo, che ha pure un cielo pieno di nuvole. Con il numero due della Lega Giancarlo Giorgetti che è una mina vagante, autoesclusosi dal vertice di domenica perché le sue parole sul reddito di cittadinanza bruciavano ancora. E con Roberto Fico che, a ridosso della riunione a Chigi, a Mezzorainpiù ha detto dritto che i 5Stelle devono salvare la loro identità infischiandosene dei sondaggi: aggiungendo che dovrebbero andare sui territori a scusarsi per non aver rispettato gli impegni sul no al Tap e al Terzo Valico, e che bisogna votare il global compact, l’accordo Onu sull’immigrazione di cui oggi inizia la discussione alla Camera. Parole molto politiche, non (solo) da arbitro. Nodi diversi ma ugualmente concreti per la maggioranza che già stasera potrebbe approvare in via definitiva il disegno di legge sull’anticorruzione. Con tanto di voto segreto sul peculato, su cui la maggioranza andò sotto poche settimane fa: e non è proprio un dettaglio, tanto che per oggi tutti i deputati a 5Stelle sono stati precettati. E allora è tutta una curva la rotta di Lega e M5S, che devono portare a casa la legge di bilancio entro il 31 dicembre. Altrimenti sarebbe esercizio provvisorio, ossia un disastro. Per questo domenica Conte si è fatto sentire. Perché 5Stelle e Carroccio non la finivano di discutere. Troppo, per l’avvocato che ascolta molto Sergio Mattarella, il presidente della Repubblica che al corpo diplomatico riunito al Colle ha detto che l’Europa ha bisogno di “adattamenti”, avvertendo però che “non devono prevalere cartelli con atteggiamenti ostruzionistici, o sarebbe la paralisi”.

Anche per questo, Conte ha ricordato che non si può più perdere tempo in schermaglie. “Stiamo chiudendo, manca qualche centinaio di milioni per completare tutto” giurava ieri una fonte di peso. Ossia per realizzare quel 2 per cento e qualcosa che era il punto di caduta predicato già settimane fa dai “moderati” come il sottosegretario del M5S Stefano Buffagni. Nel frattempo Conte si è chiuso a Chigi con il ministro dell’Economia Giovanni Tria, a computare tabelle e a scambiare cifre al telefono con Bruxelles. L’ulteriore conferma che l’ultima parola sarà la sua. E ne ha preso atto anche Grillo, che ieri ha pranzato nel suo albergo sui Fori con il ministro dell’Ambiente Sergio Costa. Ospite non casuale, perché il fondatore geme per la direzione su infrastrutture e ambiente. Il balletto sull’ecotassa, come la resa su Tap e Terzo Valico, lo hanno amareggiato. E così, come raccontato ieri dall’Huffington Post, vuole portare a Roma Gunter Pauli, teorico di un sistema per arrivare a zero emissioni di CO2. Però nel brindisi di domenica con vari big (la ministra della Difesa Trenta, Paola Taverna, Carlo Sibilia, Elio Lannutti, Vincenzo Spadafora) è stato conciliante: “L’importante è portare a casa le nostre misure, il reddito, i soldi ai truffati dalle banche, l’anticorruzione”. Ma ha pure osservato: “Dobbiamo cambiare modo di comunicare, usare nuove parole perché ci rubano i nostri termini”. E comunque “sarò sempre con voi”. Perché vuole esserci ancora Grillo.

Intanto oggi potrebbe essere il giorno dello spazzacorrotti. Con il M5S che vuole approvarlo in via definitiva già stasera, per esibire un trofeo. Ma c’è un rischio, il voto segreto sul peculato, visto che l’ex 5Stelle Catello Vitiello insiste con il suo emendamento che il 21 novembre fece esplodere la maggioranza, grazie a 36 franchi tiratori. Così oggi in Aula si tornerà sulla norma del delitto. A meno che in giornata non prevalga la linea del voto di fiducia, con rinvio della votazione finale a domani. “Però ora dobbiamo dare una prova di compattezza” spiegavano ieri dai piani alti. Fiduciosi, nonostante tutto.

Ecotassa, cambia la norma: colpiti suv e auto inquinanti

Nel lungo vertice di Palazzo Chigi, per trovare la quadra sulla manovra si è discusso anche della tanto contestata ecotassa che, hanno deciso Lega e M5S, resta ma interesserà soltanto le auto di lusso e i suv, non più le vetture di piccola cilindrata come la Fiat Panda. Confermato, invece, il bonus per chi acquista macchine con basse emissioni; uno sconto che arriverà fino a 6.000 euro per le elettriche, tra cui le supersportive a zero emissioni con un listino prezzi superiore ai 100mila euro, come la Bmw 740e, la Jaguar I-Pace e la Range Rover Sport Phev. L’intenzione è quella di aumentare l’installazione delle colonnine per la ricarica . Ma molte cose sono ancora da chiarire: quali siano le auto di lusso da tassare e con che metodo si misurerà questa appartenenza. Inoltre il restringimento dell’ecotassa a suv e auto di lusso dovrebbe portare anche a un conseguente restringimento dei beneficiari dell’eco-sconto. Nella stesura approvata alla Camera le misure di bonus e malus si coprivano a vicenda, con incassi della tassa stimati in 300 milioni di euro nel 2019. Fca, che nei giorni scorsi ha minacciato di rivedere il piano industriale da 5 miliardi, non ha ancora commentato.

Bolkestein, la Lega onora l’accordo con i balneari

Armati di secchiello e paletta e approfittando del fuori stagione, i leghisti tentano una nuova spallata ai coinquilini di governo. Per onorare la cambiale elettorale firmata con i titolari degli stabilimenti balneari, la Lega annuncia il blocco degli effetti sul territorio italiano della direttiva Bolkestein per i prossimi 15 anni. Nel vertice di Palazzo Chigi dell’altra sera si sarebbe raggiunto un accordo per inserire nella legge di Bilancio un emendamento che consente di escludere dall’applicazione della direttiva il comparto balneare.

Di “vittoria” parla apertamente il ministro delle Politiche agricole Gian Marco Centinaio: “La partita però non si chiude qui, adesso il mio impegno è di proseguire il tavolo tecnico con le associazioni di categoria per l’uscita totale dalla Bolkestein”. La direttiva della Commissione europea prevede, infatti, l’obbligo di bandi di gara per tutte le concessioni di aree pubbliche. Ma un emendamento della Lega al decreto fiscale, presentato in commissione Finanze del Senato a novembre, chiedeva invece di estendere fino al 2045 i termini di durata delle concessioni di beni demaniali, ma solo “su aree colpite o distrutte dagli eventi atmosferici incorsi nei mesi di ottobre e novembre del 2018”. I 5stelle già allora volevano restringere il perimetro dell’emendamento della Lega. Non se ne fece nulla e tutto fu rinviato alla manovra ora in discussione al Senato. Oggi il messaggio lanciato da Salvini all’associazione dei balneari sembra più vicino agli emendamenti di Forza Italia, che prevedono condoni sulle strutture edificate e proroghe fino a 50 anni. Mentre già si ammicca a un’altra categoria investita dai rigori della Bolkestein, quella degli ambulanti, che si vorrebbe far rientrare nello stesso emendamento così da esonerarli dall’obbligo di messa al bando delle concessioni in scadenza.

Di “compromesso” e di “accordo di massima” parla con il Fatto Emiliano Fenu, senatore M5S e relatore del decreto fiscale in Commissione Finanze. “Siamo molto perplessi, della questione ne avevamo già discusso in Commissione, la nostra posizione era di prorogare solo le concessioni di coloro che avevano subito danni da eventi calamitosi e a quelli che le avevano ottenute recentemente, per dare loro il tempo di ammortizzare l’investimento fatto; bisogna evitare di fare una cortesia anche a chi usufruisce di un’area demaniale da decenni o che ha cementificato la costa”. “Fare una proroga delle concessioni selezionando quali ne avrebbero diritto e quali no è praticamente impossibile e soprattutto non è questa l’intenzione della Lega”, scuote la testa Angelo Bonelli dei Verdi. “Per non applicare la Bolkestein – prosegue l’esponente ambientalista – si prorogano le concessioni demaniali senza neppure adeguare i canoni che vengono pagati allo Stato, che sono ridicoli: attualmente si paga solo 1,27 euro metro quadro/anno per la parte non ricoperta da strutture; ricordo, ad esempio, che il Twiga della Santanchè paga 16 mila euro all’anno a fronte di una pagoda che viene affittata a ben 1.000 euro al giorno”. “Per mezza giornata”, precisava lei a Il Tirreno, l’agosto scorso, quando ha ricevuto un’ordinanza di sequestro della struttura. Bonelli ricorda che lo Stato incassa dalle concessioni demaniali solo 103 milioni di euro a fronte di un’evasione, secondo l’agenzia del demanio, del 50%. “In molti casi sono stati commessi abusi edilizi come a Ostia. E proprio lì assisteremmo a un colpo di spugna”, sottolinea Bonelli.

Manovra fantasma: Senato azzoppato e altri tagli in arrivo

Sono ore, come si suol dire, decisive per la manovra. Al Tesoro i tecnici del ministro Giovanni Tria sono al lavoro per trovare gli ultimi tagli e le nuove entrate per avere l’ok di Bruxelles. Un piccolo cabotaggio a cui nessuno crede, ma sufficiente a chiudere un accordo politico. La scadenza è domani, quando la Commissione dovrebbe decidere se avviare la procedura di infrazione per debito. Ieri la decisione non è stata inserita nell’ordine dei lavori dell’esecutivo comunitario, in attesa del negoziato con l’Italia. Non è detto però, filtrava ieri da Bruxelles, che non possa ricomparire all’ultimo. L’accordo infatti ancora non c’è.

Nel frattempo, però, il Parlamento è esautorato. Una situazione senza precedenti. Al 17 di dicembre ancora non si sa quali sono gli impatti della manovra sui saldi di finanza pubblica. Ieri la Commissione Bilancio del Senato, dove si dovrebbero discutere gli emendamenti, è stata sconvocata. Il blitz del governo, che voleva portare già oggi il testo in aula per recepire l’accordo con l’Ue, è stato bloccato per la rivolta delle opposizioni. Si andrà avanti in commissione fino a giovedì, poi la palla passerà all’aula. Le modifiche del governo, attese per oggi, dovrebbero arrivare domani.

Ieri Tria è tornato a Palazzo Chigi per chiudere la partita con il premier Giuseppe Conte. La nemesi è completa: la manovra non viene solo riscritta a Bruxelles ma pure alla ragioneria guidata da Daniele Franco coadiuvato dal direttore generale del Tesoro Alessandro Rivera, due dei tecnici più odiati dai 5Stelle. Le certezze sono poche. La prima è che per portare il deficit 2019 dal 2,4% del Pil previsto inizialmente al 2 e spiccioli proposto a Bruxelles serviranno 6,5 miliardi di tagli, ma Bruxelles ha chiesto un ulteriore sforzo di 3 miliardi. Il minor disavanzo, che viene ridotto al livello a cui chiuderà quest’anno, annulla poi gli effetti espansivi della manovra. Per questo il Tesoro ha dato mandato ai tecnici di rivedere la stima di crescita del Pil nel 2019, che calerebbe dall’1,5% all’1%.

I primi tagli sono su reddito di cittadinanza e pensioni, che perdono 2 miliardi a testa. Ulteriori entrate arriveranno da una improbabile maxi-dismissione di immobili pubblici (2 miliardi) e tagli da reperire nel bilancio, a partire dai ministeri (dopo i 600 milioni già tolti dal decreto fiscale). Tra le misure studiate dalla ragioneria c’è anche l’entrata in vigore da gennaio della web tax del governo Gentiloni (una tassa del 3% sulle transazioni digitali). Ci sono poi misure ad alto rischio di incostituzionalità. Il governo pensa di ricavare “1 miliardo” dal taglio delle pensioni d’oro sulla parte non coperta dai contributi (durerà 3 o 5 anni): sarà a scaglioni dal 10% sopra i 90mila euro annui fino al 40% sopra i 500mila.

L’esecutivo vuole anche prorogare il blocco della rivalutazione delle pensioni all’inflazione, sulla falsariga del meccanismo del governo Letta, ma in versione “più leggera”. L’indicizzazione resterebbe piena (100%) per gli assegni fino a 3 volte il minimo (circa 1.500 euro), per passare all’85% su quelli tra 3 e 4 volte il minimo, all’80% su quelli tra 4 e 5 volte, al 60% tra 5 e 6 volte e al 50% per gli assegni superiori a 6 volte il minimo. Con la misura il Tesoro punta a risparmiare 1,5 miliardi in tre anni (390 milioni nel 2019 e 800 per il 2020). Insomma, il blocco, che in varie forme va avanti dalla riforma Fornero del 2012, non verrà eliminato neanche il prossimo anno, con una nuova perdita di potere d’acquisto per i pensionati. Sul lato entrate, arriverà anche un nuovo condono “saldo e stralcio” voluto dalla Lega per i redditi bassi. Riguarderà cartelle esattoriali dal 2000 al 2017 con aliquote parametrate all’Indicatore della situazione economica: per estinguere il debito col fisco si pagherà il 16% in caso di Isee sotto 8.500 euro, il 20% con Isee fino a 12.500 euro e 35% oltre i 12.500 euro e fino a un massimo di 20mila euro.

Rimborso, ergo Sum

Grazie al Corriere della Sera, per la penna di Ernesto Galli Della Loggia, abbiamo scoperto un fatto davvero orripilante: “una tipica storia italiana… che parla delle conseguenze cui spesso va incontro chi in Italia tenta di avviare qualcosa di nuovo, di realizzare un progetto che risulti utile e faccia fare un passo avanti al Paese”. Ma che dico orripilante: raccapricciante, perché lì c’è tutto “il micidiale ‘combinato disposto’ che da decenni ci tiene immobilizzati condannandoci perciò a un immancabile declino”. Cos’è successo? Che i magistrati di Firenze hanno osato indagare e processare un collega di Galli, ma anche di Della Loggia: nientepopodimenoché “il professor Aldo Schiavone, un famoso storico dell’antichità, autore di opere scientifiche tradotte in mezzo mondo, che una ventina d’anni fa ebbe la sventura di farsi venire una buona idea: un centro universitario di alta specializzazione in discipline umanistiche… l’Istituto Italiano di Scienze Umane, in breve Sum”. E niente: nonostante la buona idea, l’hanno indagato lo stesso. Accusandolo di aver distratto decine di migliaia di euro dalle casse dell’Istituto per spese private in pranzi, cene, viaggi, acquisti, hotel di superlusso pagate con la carta di credito del Sum o indebitamente rimborsate (anche due volte). Non solo: l’hanno rinviato a giudizio per una lunga sfilza di imputazioni. Ma non basta: l’hanno perfino condannato in primo grado a 2 anni e 4 mesi per peculato.

Nella sentenza, il Tribunale ha scritto: “Schiavone ha utilizzato la carta di credito dell’istituto per il pagamento di pranzi e cene fruiti per svariate esigenze personali, dissimulati come spese istituzionali, ma caratterizzati dalla indicazione di falsi commensali in luogo di quelli realmente presenti che erano invece la moglie, amici, amiche ed altri, tutti estranei a funzioni istituzionali; per il pagamento di soggiorni in hotel di lusso con moglie e persone a lui legate”. E giù “artifici e raggiri” per giustificare “rimborsi non dovuti: anticipi per missioni non computati poi a consuntivo della liquidazione di alcuna missione; indennità di carica maggiorate; rimborsi non dovuti conseguiti per spese già pagate con carta di credito…”. Il tutto dal 2006 al 2009. La pena sarebbe stata più alta se ben 19 reati (truffe aggravate e abusi d’ufficio) non fossero caduti in prescrizione (in ben 4 anni di processo). Alla quale il prof s’è ben guardato dal rinunciare sebbene il Tribunale abbia stabilito che “non appare evidente né l’insussistenza dei fatti, né l’estraneità degli imputati ai reati”. Poi l’altro giorno la Corte d’appello l’ha assolto dai reati superstiti perché “il fatto non sussiste”.

Confermata invece la condanna a 2 anni per la coimputata Daisy Sturmann, la funzionaria amministrativa che gestiva caoticamente la contabilità dell’Istituto (che i conti del Sum fossero un gran casino l’hanno ammesso gli stessi difensori del prof, e persino lui, che infatti aveva a suo tempo restituito le somme contestate dalla nuova dirigenza amministrativa). Il perché dell’assoluzione del prof lo scopriremo dalle motivazioni, che volendo la Procura generale potrà impugnare in Cassazione. È la normale dialettica processuale di uno Stato di diritto. Le indagini si fanno per sapere se uno merita il processo e i processi si fanno per sapere se uno è colpevole o innocente. Poi, certo, ci sono anche i processi che non si dovrebbero proprio fare, perché si basano sul nulla o su clamorosi errori giudiziari (scambi di persona, prove dimenticate o ignorate ecc.). Ma non pare questo il caso, tant’è che Schiavone è stato pure condannato dalla Corte dei Conti toscana a risarcire 54 mila euro di danni erariali. E l’Università di Firenze si è costituita parte civile contro di lui. Per Galli Della Loggia, invece, e anche per il Corriere che sta montando una campagna per riabilitare il nuovo Enzo Tortora, l’inchiesta non si doveva proprio fare, essendo frutto “dell’iniziativa di un pugno di magistrati… assai sensibili o sensibile all’ambiente cittadino, alle voci, alle denunce a mezza bocca” per “assestare il colpo definitivo” al Sum, già perseguitato dai politici “insipienti e faziosi” e accademici “invidiosi”.
E perché mai ce l’avevano tutti con Schiavone? Suvvia, non l’avete ancora capito? Per quel terribile “combinato disposto italico del ‘non si può’” (nel senso che, se fondi un ateneo, mica puoi evitare di fare pasticci con le note spese). Seguìto dall’“abituale linciaggio mediatico” a base di “sputtanamento e interminabile calvario giudiziario”. In effetti la stampa giustizialista non ci andò giù leggera. Sentite qua che obbrobrio: “Le ‘spese allegre’ al Sum portano nuovi guai al professore Aldo Schiavone… Una segnalazione ha dato il via all’inchiesta della Guardia di finanza. Poi le indagini hanno portato alla luce un autentico spreco di denaro pubblico: viaggi in Turchia, Usa e Francia con mogli, parenti e amici, rimborsi per missioni non previste, acquisti di libri (‘gialli, guide turistiche non attinenti alle attività del Sum’) e bouquet di fiori. Cene alla Cantinetta Antinori, pranzi alla trattoria Da Lino ma anche a Venezia ai tavolini del mitico Harry’s bar e a Capri fatti passare per appuntamenti di lavoro indicando nei giustificativi di spesa i nomi di studiosi presi da internet. Eppoi rimborsi per missioni non previste e acquisto di vino passato per materiale di cancelleria. Soggiorni all’estero e spostamenti in taxi e perfino in limousine per un convegno a Los Angeles mai avvenuto. Le indagini avevano anche fatto emergere l’assunzione di amici e parenti come segretari, archivisti e collaboratori amministrativi in barba alle leggi. In 4 anni sarebbero stati sperperati oltre 3 milioni di euro”. Chi è che scrive? Il Fatto? Robespierre? Fouché? No, il Corriere della Sera del 23.12.2016. Che al Corriere nessuno legga il Corriere?