Cara Selvaggia, ho appena letto una notizia che mi ha colpito molto, come mamma, come genitore di una bambina che frequenta l’ultimo anno di asilo e pure come essere umano che si trova a vivere nel 2018. Ho letto che a Chivasso delle maestre, dopo che un bambino aveva sporcato di pipì i suoi vestiti e tutti i cambi di emergenza con i quali noi genitori riempiamo tutte le mattine lo zainetto di scuola, lo hanno rivestito con quello che hanno trovato in classe. Mutandine rosa da bambina, pantaloni fucsia. Una procedura “d’emergenza” che si ripete spesso, tanto più piccoli sono i bimbi, che però questa volta non ha trovato a disposizione dei colori “tradizionali” per un maschietto. La mamma del bimbo, invece di ringraziare le maestre che, pur piene di passione per il loro lavoro, non saranno certo state entusiaste all’idea di maneggiare più volte vestiti sporchi di pipì, ha invece inviato alla scuola una lettera che, leggo sui giornali, aveva questo testo: “Vi ringrazio per i pantaloni rosa e le mutandine che avete imprestato al bambino, dopo aver esaurito la scorta. Però le norme sociali non le abbiamo fatte noi. Lo preferivamo pisciato, che sappiamo asciuga, a vestito da femmina e con le idee sull’identità di genere in conflitto”. Capito? Meglio un bimbo pisciato, sporco, puzzolente, magari tenuto a distanza dai compagni, per quanto piccoli, a disagio anche solo per il fastidio di essere bagnato, a un bambino la cui “identità di genere” sia messa in pericolo da vestiti il cui colore non si addice alla sua “virilità”. La prima cosa che mi ha colpito è il linguaggio sgrammaticato e dialettale della lettera, che sicuramente riflette una condizione non scolarizzata della mamma “no gender”. Mi ha colpito molto anche come delle sensazioni del bambino, che per quanto sia piccolo sono importanti come quelle degli adulti, nessuno sembra essersi interessato. Magari a lui il fucsia piace. Magari non ha ancora imparato che i maschietti sono azzurri e le femminucce rosa. Magari, per lo stesso motivo, non avrebbe mai imparato che gli uomini stanno in ufficio e le donne in cucina. Mio figlio andava all’asilo trent’anni fa. A uno dei suoi primi Natali, una zia un po’ matta gli regalò, ora non ricordo per quale motivo, un giocattolo da femmina, una specie di piccola casetta delle bambole a forma di conchiglia (rosa ovviamente) dove le microscopiche bamboline si muovevano trasportate da calamite. Lui ci giocò moltissimo, e noi ne ridemmo come pazzi per settimane. Se accadesse oggi, trent’anni dopo, la vicina scriverebbe una lettera scandalizzata al giornale di turno per additare noi genitori devianti che abbiamo tentato di giocare con l’identità sessuale di un bambino inerme. Per la cronaca, alle elementari il mio piccolo Marco chiese uno zaino di Action Man, un mercenario cazzuto, non di Barbie. Spero tanto che questo bambino di Chivasso, fra qualche anno, chieda a Babbo Natale un cervello nuovo per mamma, visto che quello vecchio è irrimediabilmente contaminato dallo spirito di questi tempi medievali.
Sandra
Cara Sandra, scrivi a una che, in tredici anni quasi quattordici, non è mai riuscita a convincere suo figlio a tagliarsi i capelli, lunghi come quelli di Thor, dice lui, o “di una bambina”, come i pirla “no gender” non mancano di farmi notare tutti i santi giorni. Resistiamo.
“Mia cugina, 90 anni e la forza di pensare sempre al futuro”
Ciao Selvaggia, ti volevo raccontare una storia. La mia seconda cugina aveva 90 anni quando, pensando di non riuscire più a gestire la sua vita in modo autonomo, è entrata per sua volontà in un ospizio. È una scelta che la sua famiglia non avrebbe mai fatto in sua vece, ma è sempre stata una donna decisa e troppo orgogliosa per poter anche solo pensare di essere di peso a qualcuno. L’ospizio è visto come un posto dove una persona, stanca e senza forze, si ritira per trascorrere in solitudine quello che le resta da vivere. Mia cugina invece, dopo poche settimane, ha incontrato il suo grande amore. Un toy boy, fresco dei suoi 83 anni. Entrambi vedovi, entrambi benestanti. Nel poco tempo che hanno trascorso insieme nella struttura, si sono innamorati a tal punto da uscire da quella casa di riposo…insieme. Innamorati a tal punto da acquistare una casa in cui andare a vivere insieme pensando al futuro, come dicevano loro. Un futuro in cui entrambi, fino a pochi mesi prima, non avrebbero mai creduto, e men che meno noi. Ma si sono, ci siamo tutti, dovuti ricredere. Hai presente il vecchietto del film Up, che dopo la morte dell’amore della sua vita, vola con la sua casetta nel posto che avevano sempre sognato? Ecco, loro hanno fatto così, ma insieme. Si sono dichiarati amore eterno in tutte le parti del mondo. Così dicevano. “Tutte le parti del mondo” erano due crociere, per intenderci, vista l’età. Ma quanta gente parte per una crociera, quasi a cent’anni, con l’idea che sia solo la prima di una serie interminabile? In programma, per loro, c’era il mondo. Oggi lui è morto. All’improvviso, per lei, perchè non ha mai voluto dire al suo amore che sapeva di stare male da qualche mese, e che poco gli restava da vivere. Le ultime parole che le ha detto, prima della corsa in ospedale, sono state: “Ciao amore, come stai bene! Sei andata dal parrucchiere stamattina? Sei bellissima”. È morto oggi. Innamorato e ringraziando la vita.
Giorgia
Cara Giorgia, questa lettera dovrebbe diventare la risposta di tutte le donne che si trovano davanti quei quarantenni atterriti dai legami che “scusa, non me la sento di fare progetti”. Ecco. C’è chi ha così fiducia nell’amore da investire a 90 anni. E da viversi insieme ogni attimo. Ogni esperienza. Ogni istante. Perfino la più estrema. Perfino il gioco aperitivo su una nave da crociera.
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