Per essere gattari ci vuol la vocazione

“Amici pelosi, gatti romani, concittadin: il male che l’uomo vi fa spesso gli sopravvive, il bene…non sarà mai abbastanza”. “Maooo”. È chiamato Giulio Cesare, è il gattaro del Quadraro, quando entra nella colonia felina i gatti gli si affollano tra le gambe e lui gli rivolge queste parole rubate a Shakespeare. Giulio Cesare onora così la memoria di sua moglie, Adelina, una delle gattare più amorevoli di Roma. Perché a Roma i gatti sono cittadini a tutti gli effetti, mi dice, hanno diritti e tutele, specialmente quelli randagi che si riuniscono in tante colonie. Io ricordavo a malapena che, nella commedia musicale, Rugantino affamato si contende la pappa con un soriano furibondo sotto lo sguardo di una vecchina perplessa. Quella di gattara è una vocazione da donne, ma Giulio Cesare fa eccezione! Lo vedi lì, tra miagolii, che declama, nutre, cura, e cattura. Eh sì. Quella di catturatrice è una specializzazione gattaresca che serve a contenere le nascite. Perché se tra i cittadini della Roma di sopra c’è una profonda crisi di nascite, tra quelli della Roma di sotto si procrea che è una meraviglia. Lui provvede a spese proprie, sterilizza le femmine, in attesa di una legge che sostenga questa necessità. E i mici più in difficoltà se li porta a casa, e li salva. A Roma è pieno di piattinare, mi dice, quelle che si limitano solo ai croccantini per lavarsi la coscienza. Lui no. Lui è gattaro tout court. Ci parla coi mici. Dà loro un nome. Quello che ha tra le gambe è un certosino anziano, l’ha chiamato Seneca perché mangia di nascosto, ma con discrezione; poi c’è Nerone, Catone, Petronio, a seconda del carattere di ciascuno gli affibbia il nome giusto. Didone è la matriarca, la madre di tutti, la mille volte madre. La rispetta come fosse una dea. E lei, diffidente con tutti, a lui salta in braccio in un dolce florilegio di fusa.

(ha collaborato Massimiliano Giovanetti)

Papiri vecchi e nuovi: sempre occhio ai falsari

“Nello stesso anno (181 a.C.), in un campo ai piedi del Gianicolo di proprietà dello scriba Lucio Petilio, alcuni contadini trovarono due arche di pietra. Entrambe recavano iscrizioni in caratteri latini e greci; una diceva che in quell’arca era sepolto Numa Pompilio, figlio di Pompo e re dei Romani, l’altra che conteneva i libri di Numa. Il padrone del terreno aprì le due arche: quella che l’iscrizione indicava come tomba del re fu trovata vuota e senza traccia di corpo umano per la decomposizione nel corso di molti anni. Nell’altra, due pacchi legati con cordicelle cerate contenevano sette libri ciascuno, non solo intatti ma di aspetto molto recente.

I sette libri in latino contenevano norme di diritto, i sette in greco un insegnamento filosofico quale poteva esistere in quell’epoca. Valerio Anziate aggiunge che si trattava di libri pitagorici: una bugia plausibile, che indulgeva alla diffusa convinzione che Numa fosse stato discepolo di Pitagora”. Così Livio (ab urbe condita 40.29.3-8) racconta lo straordinario rinvenimento dei papiri di Numa Pompilio, sovrano pacifico e legislatore, che destò grande interesse e preoccupazione. Sebbene il caso sia ricordato come il primo rogo di libri, è indubbio che Livio presenti la storia soprattutto come un evidente caso di libri confezionati da falsari.

Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’epilogo giudiziario della vicenda contemporanea sull’autenticità del Papiro di Artemidoro, rivelatosi un clamoroso falso, costruito dal geniale falsario Constantinos Simonidis, ma acquistato a carissimo prezzo. Morale: attenzione, occorre sempre molta attenzione, perché non c’è epoca che tenga per i falsari.

Scorpione: cambia collaboratori. Cancro, raddrizza il matrimonio

 

ARIETE – Dichiara William Burroughs in una delle Interviste (il Saggiatore): “L’unica vera forza è confrontarsi con se stessi. L’unica vera debolezza è essere incapaci di farlo”. Prima di imbufalirti col capo, fatti un esame di coscienza: l’ultimo lavoro non era proprio accurato.

 

TORO – Luca Goldoni parla del “sodalizio curioso fra due estranei che sono in sintonia senza scambiare una parola”: si sta riferendo a te e x. Smettila di chiederti Cosa farò da piccolo (Mondadori) e datti da fare per trasformare il sodalizio in amicizia.

 

GEMELLI – Omar Pedrini si sente un Angelo ribelle (La nave di Teseo): “Non sono bello, è vero, ma le mie mani sì”. Per riconquistare l’amato/a in fuga non devi rifarti il look, o gli zigomi: ti basta confezionare un regalo con le tue mani, dalla calza della befana al ragù.

 

CANCRO – Sentiamo Bella ciao. Pensieri e parole di Franca Rame (Kaos): “Il matrimonio è un’istituzione terribile, lo dico anche se ho vissuto una bella storia. Se dovessi rinascere, rifarei tutto quello che ho fatto con Dario, senza sposarlo”. Sagge parole, ma fuori tempo massimo: sforzati di raddrizzare il rapporto.

 

LEONE – Degas parla per bocca dell’amico Daniel Halévy (Adelphi): “Vorrebbe tanto che un negozio di quadri esponesse un suo ritratto, così avrebbe il pretesto per spaccare la vetrina col bastone”. In questi giorni di bassa pressione e ancor meno autostima, ritagliati il tempo per un hobby divertente: no alcol e droghe.

 

VERGINE – Nel Catalogo delle religioni nuovissime di Graziano Graziani (Quodlibet) si racconta anche la bizzarra celebrazione della Chiesa di St. John: “Una sessione di tre ore che mescola cori pentecostali, musica jazz e funk, ritmi reggae e frasi del vangelo”. È un ottimo spunto per rinverdire il tuo party natalizio, che – diciamolo – ha un po’ stufato.

 

BILANCIA – David Benatar è diversamente ottimista: Meglio non essere mai nati (Carbonio). “A causa del pollyannismo trascuriamo il male (e soprattutto il male relativamente leggero)”: non dargli retta. È un filosofo: della banalità della vita coniugale non capisce nulla.

 

SCORPIONE – Mauro Magatti indaga Oltre l’infinito (Feltrinelli): “Spesso si sente il richiamo alla ‘concretezza’ proprio da chi è espressione del mondo astratto della tecnica”. Vale anche nella tua azienda: è il momento di rivedere la lista dei collaboratori.

 

SAGITTARIO – “Viviamo la più bella storia d’amore che la Tunisia abbia mai avuto, dovresti incoraggiarmi”. Invece no: si può essere Prigioniere anche di una fantastica relazione, almeno così sostiene Amina Sboui (Baldini + Castoldi).

 

CAPRICORNO – Ti sei inguaiato con La ragazza del Kgb(Piemme). Trova un modo elegante per scaricarla, come Jennie Rooney: “Sente l’impercettibile contatto delle labbra sulle sue e quello le pare il modo più triste in cui due persone possono toccarsi”. Fine della storia.

 

ACQUARIO – Antonella Lattanzi ricorda il Maestro Severino (Belleville): con lui si lavorava in “un team vero e proprio, come nella tempesta, per vedere non la terra, ma il mare aperto”. In ufficio puoi ora creare una buona squadra, ma attenzione a chi imbarchi.

 

PESCI – Claudia Escarraga è stata Regina e prigioniera (Castelvecchi) degli Escobar, gentaccia sempre pronta alle minacce: “Se te ne vai, ti trovo e ti porto indietro per i capelli”. Ricatti in vista anche nella tua mite famiglia: occhio.

Facce di casta

 

Bocciati

Opposizioni salubri
Patrizia Prestipino, deputata Pd, ha ritenuto importante, durante una discussione a Montecitorio, sollevare un’istanza di opposizione al governo gialloverde: “Salùbre si dice, non sàlubre! La verità è che dovrebbero rispettare di più la lingua italiana questi del #m5s! Tanto più se la conoscenza ampia della lingua la chiedono agli immigrati! E io non gliene passo più una. Basta! #iostoconlalinguaitaliana”. Come le hanno fatto notare in un commento al tweet: ecco le grandi battaglie del Pd. E dire che la Prestipino è una che con gli inciampi linguistici ha avuto direttamente a che fare: stiamo parlando infatti della stessa persona che sostenne la necessità di dare un aiuto concreto alle mamme per continuare la “razza italiana”, gettando nello sconcerto l’intero partito, per poi scusarsi ammettendo che quel “termine nulla aveva a che fare con la discussione in corso in quel momento”. Forse sarebbe stato “salùbre” rimanere in silenzio.

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Promossi

Provare a capire
Hanif Kureishi, scrittore anglopachistano, descrive così il momento storico che sta vivendo la Gran Bretagna alle prese con la Brexit: “È l’era dello scontento. Perchè il sistema che abbiamo non può più dare speranza e non ha niente da promettere. Sistema sanitario, scuole, case troppo care. Se gli inglesi avessero la busta paga più gonfia non avrebbero votato Brexit e non saremmo in questo caos. Ma è uno scontento economico, non democratico”. Mentre i vari politici si sperticano nel tentativo di utilizzare gli enormi sconvolgimenti politico-sociali che stanno avendo luogo nel mondo per portare acqua al proprio mulino, sarebbe auspicabile che almeno tutti gli altri deponessero strumentalizzazioni e semplificazioni, e si mettessero nell’ottica d’idee che per fenomeni complessi servono ragionamenti complessi.

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Dopo gli italiani
A sistemare Matteo Salvini e la sua ennesima sparata, ovvero chiamare terroristi islamici i militanti di Hezbollah, mettendo in imbarazzo il resto del governo, c’ha pensato con grande puntualità Massimo D’Alema: “Ha ragione il ministro della Difesa Elisabetta Trenta a prendere le distanze da questa considerazione, anche perché, a differenza di Salvini, parla con cognizione di causa. Quello che trovo inaccettabile per un ministro della Repubblica italiana, che dice ‘Prima gli italiani’ è il non rendersi conto di andare a una manifestazione contro i militari italiani. Mi sembra un dovere elementare, per uno che va al confine tra Israele e Libano che da dodici anni è presidiato dalle forze armate italiane, informarsi con loro di cosa pensano della situazione di quel confine anziché andare a fare il portavoce della posizione di Netanyahu”. Visto che si definisce il principale sponsor degli interessi italiani, il ministro avrebbe potuto almeno per una volta tentare di pesare le parole e rinunciare ad un paio di tweet di propaganda, al fine di garantire la sicurezza degli uomini in missione in Libano. Ma la vera domanda è: viene prima lui o gli italiani?

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“Dagli pneumatici dati in tempo reale su strade e asfalto”

Quando si è bravi a integrare mondi e competenze, c’è sempre qualcuno che chiede di essere più estremista, con la scusa di una tensione al purismo. E se nasci start up in seno all’università, può succedere che da un lato a tirarti per il giacchetto sia qualche sparuto collega – che storce il naso alla parola “mercato” – e dall’altro l’imprenditoria, che invece prova a fare il canto delle Sirene per portare tutto lontano dai corridoi d’accademia.

“Io continuerò a fare ricerca e continuerò a farla a Napoli”: Flavio Farroni è persona di grande chiarezza. La serie di tecnologie che ha sviluppato insieme ad Aleksandr Sakhnevych e Francesco Timpone e portato sul mercato dell’automotive, servono per leggere al meglio i dati prodotti da moto e vetture e si sono concentrate, fin qui, con l’interfaccia principale tra veicoli e strada: le gomme. Ma, specifica subito, “non sensorizziamo gli pneumatici”.

È sull’analisi del dato che si è concentrato lo sforzo di MegaRide, nata nel 2016 come spin off del Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università Federico II di Napoli, incubata in Campania New Steel. Fresca di Premio Innovazione Smau, ultimo in ordine di tempo di una lunga lista, riesce a elaborare informazioni sull’aderenza dello pneumatico. Raccoglie, interpreta e integra tutti i dati presi dal veicolo per valutarne l’aderenza a seconda delle diverse condizioni della strada e poi gestisce quei dati restituire nuove reazioni tra i veicoli ed il suolo. Ducati Corse, Audi Sport Formula E e altri hanno già collaborato con MegaRide (che si legge come l’isolotto su cui sorge Castel dell’Ovo), ma è evidente che quel tipo di informazioni si prestino a essere usate su un mercato più ampio, quello di tutti i conducenti.

In una città connessa, potrebbero ricevere informazioni in tempo reale sulle condizioni della strada, così come chi gestisce la manutenzione del manto stradale avere contezza di ciò che funziona e ciò che no. Per non parlare delle potenzialità in tema di guida autonoma. “Si parla tanto di scambio di dati, ma nessuno dice quale dato vuole condividere”, spiega Farroni, Ceo della start up che entro quattro anni dovrà muoversi sulle sue gambe. Anche a questo servirà l’ingresso di un nuovo acquisto della squadra, Damiano Capra, che arriva da Ferrari e che vuole mettere a disposizione proprio il “know how dell’esperienza professionale in grandi aziende al servizio di una realtà dal grande potenziale”. Intanto, Farroni non ha alcun dubbio sul vantaggio di essere uno spin off universitario: “L’innovazione che arriva dal mondo della ricerca è un patrimonio che non si può disperdere”. A MegaRide corrispondono rapporti con le imprese locali, stage per gli studenti e “tesisti che arrivano a fine corso con già mesi di esperienza”. Non importa quanto chiedano a Farroni cosa voglia fare da grande, se l’imprenditore, o l’accademico. Ha un’ottima aderenza alla sua strada, quella di un “manager che fa attività di ricerca”.

La Settimana Incom

 

Bocciati

Fuoco amico
Enzo Iacchetti dalla scrivania di Striscia (Canale 5) con cinque parole, definitive, spiega: “Anche le cose brutte finiscono”. Si riferisce al Grande Fratello Vip (Canale 5), che grazie al cielo, è appunto finito.

 

Tondo cloni
È andato in onda il documentario di Matteo Renzi su Firenze. La prima puntata ha fatto l’1,8 di share. Meno del Padrino parte III e de Il delitto Matteotti. Sicuramente meno “dell’ennesima replica di Rambo”. #Michelangelostaisereno.

 

Nc

La parte sbagliata
Anastasio (complimenti!) ha vinto X Factor. Tutto bene? Naturalmente no. Il politicamente rincretinito colpisce ancora. Dal suo profilo Facebook si evincono like alle pagine di Matteo Salvini, CasaPound, Lorenzo Fontana e Donald Trump. L’allarme antifascista scatta immediato. Ma lui replica: “Sono un libero pensatore, non credo che siano opinioni additabili come fascismo”, risponde ai giornalisti. Ma attenzione: in un verso parla di un adolescente che disegna svastiche nei cessi. Orrore! E lui: “Quel testo parla della goliardata di un adolescente che disegna una svastica e non sa cosa sta facendo, non lo fa perché è nazista. Le svastiche nei cessi delle scuole le fanno i nazisti?”. Poi non stupitevi se al Maggio musicale si cambia il finale della Carmen, che non muore come messaggio contro il femminicidio (copy, Dario Nardella). La strage del pensiero critico non fa notizia.

 

Promossi

Queen Lear
Per la seconda settimana di fila, ci tocca promuovere Amanda Lear. Intervista alla Stampa: “L’italiano, come diceva Jean Cocteau, è un francese di buonumore. L’Italia attraversa un periodo difficile e non lo vive come la Francia, dove si scende in piazza e si taglia la testa al re, basta vedere i gilet gialli. Agli italiani piace divertirsi, mangiare bene. Sulla crisi ci fanno sopra una canzone, guardano Barbara D’Urso illuminata alla tv come una Madonna. E la festa è finita”. Chapeau.

 

Critica e pubblico
L’amica geniale, la serie tratta dai romanzi di Elena Ferrante e diretta da Saverio Costanzo, continua a raccogliere successi. Il terzo appuntamento ha raccolto il 28,7% di share e 6milioni 700mila spettatori, mettendo d’accordo tutti.

 

Monumentale
Aldo Grasso sul meraviglioso programma di Arbore: “Arbore è la Rai (se frasi del genere hanno ancora un senso), lo è più dei direttori che si sono succeduti in Viale Mazzini, più delle buro-tecnocrazie, più delle lottizzazioni. E quando si esibisce con Gigi Proietti in una barzelletta che non finisce mai, dimostra quanto la professionalità sia l’ultimo dono che la leggerezza fa alla profondità”. Una volta tanto, viva Grasso. E viva l’immenso Renzo.

Inutili ossessioni moderne: capire chi erano Lolita e la Gioconda

Le notizie si sprecano: solo per citare le più recenti, negli ultimi mesi si è smascherata la “vera” Lolita, si è identificato il “vero” Rick Blaine di Casablanca, si è deciso che la “vera” Monna Lisa è una sciura milanese e – dopo attenta indagine ginecologica – si è scoperto a chi appartengono le “vere” pudenda dell’Origine del mondo.

Mentre i filosofi e i sociologi cianciano del deserto del reale, della società dello spettacolo, della televisione che ha ucciso la realtà, delle fake news, della post-verità, dei simulacri e della virtualità, la fame di realtà e verità non è mai stata tanto prepotente, ma su questioni marginali, se non stupide o prive di senso: che senso ha, infatti, l’ossessione dell’originale – della persona dietro il personaggio, dell’uomo dietro la maschera, del mondo dietro il mondo – rispetto a opere di squisita finzione (romanzi, film, quadri…) per loro natura artefatte, ovvero false?

Boh, ma intanto le inchieste continuano: il protagonista di Casablanca pare fosse Billy Rose, proprietario di un night a New York; l’ha stabilito Mark Cohen qualche giorno fa, poche settimane dopo l’annuncio sulla tela di Courbet, per cui ora si conoscono le generalità della signorina che mise in posa il suo sesso, un suo seno e i suoi peli pubici. È Constance Quéniaux – come non riconoscerla! –, una ballerina dell’Opéra di Parigi che ha scalzato la precedente pretendente, Joanna Hiffernan.

A settembre si è sparlato, invece, delle danseuses di Degas: di giorno danzatrici, di notte prostitute perché – ora si sa – verso la fine dell’800 le palestre erano tutte un po’ un bordello. In quei giorni imperversava anche l’affaire Monna Lisa, una dama meneghina incontrata da Leonardo in fuga dalla città. La corrispettiva donna del mistero olandese, ribattezzata “Gioconda del Nord”, è La ragazza col turbante (meglio nota come La ragazza con l’orecchino di perla) di Vermeer: della sua identità ancora non si è venuti a capo, eppure nei secoli ci hanno provato in molti, compreso André Malraux, che vedeva in lei la figlia maggiore dell’artista.

Altra musa gettonata è Anna Bianchini, detta Annuccia, che prestò il suo volto a Caravaggio per almeno quattro dipinti (Maddalena penitente; Riposo durante la fuga in Egitto; Marta e Maria Maddalena e Morte della Vergin e): ma è solo una delle baby prostitute romane – insieme a Fillide, Lena e Menicuccia – frequentate e immortalate dal pittore.

Della scorsa estate, infine, sono i pettegolezzi su Sally, la bambina che ispirò a Nabokov Dolores Haze. L’ipotesi è stata avanzata da Sarah Weinman, ma la pistola fumante l’avrebbe fornita lo stesso scrittore, mettendo in bocca a Humbert Humbert: “Avevo forse fatto a Dolly quello che aveva fatto Frank La Salle all’undicenne Sally Horner nel 1948?”. Ma vai a fidarti del russo: un’altra volta disse che “l’iniziale brivido di ispirazione (di Lolita) fu provocato da un articolo su una scimmia” e un’altra ancora scrisse che la realtà è “una delle poche parole che non hanno alcun senso senza virgolette”. Dopotutto, è tutta fiction.

Chi ha paura del gender? “Certe madri impazziscono per assurde norme sociali”

 

Cara Selvaggia, ho appena letto una notizia che mi ha colpito molto, come mamma, come genitore di una bambina che frequenta l’ultimo anno di asilo e pure come essere umano che si trova a vivere nel 2018. Ho letto che a Chivasso delle maestre, dopo che un bambino aveva sporcato di pipì i suoi vestiti e tutti i cambi di emergenza con i quali noi genitori riempiamo tutte le mattine lo zainetto di scuola, lo hanno rivestito con quello che hanno trovato in classe. Mutandine rosa da bambina, pantaloni fucsia. Una procedura “d’emergenza” che si ripete spesso, tanto più piccoli sono i bimbi, che però questa volta non ha trovato a disposizione dei colori “tradizionali” per un maschietto. La mamma del bimbo, invece di ringraziare le maestre che, pur piene di passione per il loro lavoro, non saranno certo state entusiaste all’idea di maneggiare più volte vestiti sporchi di pipì, ha invece inviato alla scuola una lettera che, leggo sui giornali, aveva questo testo: “Vi ringrazio per i pantaloni rosa e le mutandine che avete imprestato al bambino, dopo aver esaurito la scorta. Però le norme sociali non le abbiamo fatte noi. Lo preferivamo pisciato, che sappiamo asciuga, a vestito da femmina e con le idee sull’identità di genere in conflitto”. Capito? Meglio un bimbo pisciato, sporco, puzzolente, magari tenuto a distanza dai compagni, per quanto piccoli, a disagio anche solo per il fastidio di essere bagnato, a un bambino la cui “identità di genere” sia messa in pericolo da vestiti il cui colore non si addice alla sua “virilità”. La prima cosa che mi ha colpito è il linguaggio sgrammaticato e dialettale della lettera, che sicuramente riflette una condizione non scolarizzata della mamma “no gender”. Mi ha colpito molto anche come delle sensazioni del bambino, che per quanto sia piccolo sono importanti come quelle degli adulti, nessuno sembra essersi interessato. Magari a lui il fucsia piace. Magari non ha ancora imparato che i maschietti sono azzurri e le femminucce rosa. Magari, per lo stesso motivo, non avrebbe mai imparato che gli uomini stanno in ufficio e le donne in cucina. Mio figlio andava all’asilo trent’anni fa. A uno dei suoi primi Natali, una zia un po’ matta gli regalò, ora non ricordo per quale motivo, un giocattolo da femmina, una specie di piccola casetta delle bambole a forma di conchiglia (rosa ovviamente) dove le microscopiche bamboline si muovevano trasportate da calamite. Lui ci giocò moltissimo, e noi ne ridemmo come pazzi per settimane. Se accadesse oggi, trent’anni dopo, la vicina scriverebbe una lettera scandalizzata al giornale di turno per additare noi genitori devianti che abbiamo tentato di giocare con l’identità sessuale di un bambino inerme. Per la cronaca, alle elementari il mio piccolo Marco chiese uno zaino di Action Man, un mercenario cazzuto, non di Barbie. Spero tanto che questo bambino di Chivasso, fra qualche anno, chieda a Babbo Natale un cervello nuovo per mamma, visto che quello vecchio è irrimediabilmente contaminato dallo spirito di questi tempi medievali.

Sandra

 

Cara Sandra, scrivi a una che, in tredici anni quasi quattordici, non è mai riuscita a convincere suo figlio a tagliarsi i capelli, lunghi come quelli di Thor, dice lui, o “di una bambina”, come i pirla “no gender” non mancano di farmi notare tutti i santi giorni. Resistiamo.

 

“Mia cugina, 90 anni e la forza di pensare sempre al futuro”

Ciao Selvaggia, ti volevo raccontare una storia. La mia seconda cugina aveva 90 anni quando, pensando di non riuscire più a gestire la sua vita in modo autonomo, è entrata per sua volontà in un ospizio. È una scelta che la sua famiglia non avrebbe mai fatto in sua vece, ma è sempre stata una donna decisa e troppo orgogliosa per poter anche solo pensare di essere di peso a qualcuno. L’ospizio è visto come un posto dove una persona, stanca e senza forze, si ritira per trascorrere in solitudine quello che le resta da vivere. Mia cugina invece, dopo poche settimane, ha incontrato il suo grande amore. Un toy boy, fresco dei suoi 83 anni. Entrambi vedovi, entrambi benestanti. Nel poco tempo che hanno trascorso insieme nella struttura, si sono innamorati a tal punto da uscire da quella casa di riposo…insieme. Innamorati a tal punto da acquistare una casa in cui andare a vivere insieme pensando al futuro, come dicevano loro. Un futuro in cui entrambi, fino a pochi mesi prima, non avrebbero mai creduto, e men che meno noi. Ma si sono, ci siamo tutti, dovuti ricredere. Hai presente il vecchietto del film Up, che dopo la morte dell’amore della sua vita, vola con la sua casetta nel posto che avevano sempre sognato? Ecco, loro hanno fatto così, ma insieme. Si sono dichiarati amore eterno in tutte le parti del mondo. Così dicevano. “Tutte le parti del mondo” erano due crociere, per intenderci, vista l’età. Ma quanta gente parte per una crociera, quasi a cent’anni, con l’idea che sia solo la prima di una serie interminabile? In programma, per loro, c’era il mondo. Oggi lui è morto. All’improvviso, per lei, perchè non ha mai voluto dire al suo amore che sapeva di stare male da qualche mese, e che poco gli restava da vivere. Le ultime parole che le ha detto, prima della corsa in ospedale, sono state: “Ciao amore, come stai bene! Sei andata dal parrucchiere stamattina? Sei bellissima”. È morto oggi. Innamorato e ringraziando la vita.

Giorgia

 

Cara Giorgia, questa lettera dovrebbe diventare la risposta di tutte le donne che si trovano davanti quei quarantenni atterriti dai legami che “scusa, non me la sento di fare progetti”. Ecco. C’è chi ha così fiducia nell’amore da investire a 90 anni. E da viversi insieme ogni attimo. Ogni esperienza. Ogni istante. Perfino la più estrema. Perfino il gioco aperitivo su una nave da crociera.

 

Inviate le vostre lettere a:

il Fatto Quotidiano
00184 Roma, via di Sant’Erasmo,2.
selvaggialucarelli @gmail.com

Turchia verso la recessione, Erdogan paga il conto del doping economico

Nel terzo trimestre di quest’anno, l’economia turca ha subito una marcata contrazione, pari a 1,1% sul trimestre precedente, che porta la crescita annua a un esile 1,6%. Il settore delle costruzioni è stato particolarmente colpito, con ridimensionamento trimestrale del 5,3%, mentre i consumi domestici sono cresciuti solo di 1,1%, contro il 6,4% del trimestre precedente. Il motivo della violenta frenata dell’economia turca, che si avvia alla recessione, è riconducibile alla stretta monetaria adottata dalla banca centrale dopo la crisi valutaria della scorsa estate, quando la lira giunse a deprezzarsi di quasi il 50% contro dollaro, dopo le sanzioni imposte dall’Amministrazione Trump per ottenere il rilascio di un pastore evangelico arrestato dai turchi due anni prima. Quello fu il catalizzatore della resa dei conti per un Paese a cui il presidente Recep Tayyip Erdogan ha somministrato forti stimoli fiscali, per comprare consenso, mentre forzava la banca centrale ad astenersi dal contrastare il surriscaldamento dell’economia.

Dopo la crisi di agosto, il governo turco è stato costretto a una stretta fiscale, mentre la banca centrale a settembre ha alzato i tassi di 625 punti base, portandoli al 24%. A ottobre, l’inflazione ha toccato un picco al 25%, massimo degli ultimi 15 anni, mentre il saldo delle partite correnti, a causa della distruzione di domanda causato dalla stretta, si è portato in avanzo mensile: un dato eclatante, per un paese caratterizzato da forti sbilanci nei conti con l’estero, prodotti dalla pressoché totale dipendenza energetica ma anche dal surriscaldamento dell’economia, voluto da Erdogan. Il lieve raffreddamento dell’inflazione, a novembre al 22%, non è stato sufficiente a convincere la banca centrale a ridurre i tassi, nella riunione della scorsa settimana. L’istituto di emissione turco deve ricostruire la propria credibilità, danneggiata dopo aver ceduto alle pressioni di Erdogan, ed è verosimile attendersi il mantenimento di condizioni monetarie restrittive per i mesi a venire. Nel quarto trimestre la contrazione dell’economia dovrebbe essersi accentuata, portando il paese ufficialmente in recessione, la prima da quasi un decennio; per il 2019 le stime del Pil vanno dalla contrazione dello 0,5%, prevista dall’Ocse, a quella del 2% indicata da Moody’s, mentre il governo di Ankara resta fermo ad una improbabile previsione di crescita del 2,3%.

Nel frattempo, il tasso di approvazione di Erdogan è sceso sotto il 40%, minimo da tre anni e mezzo, mentre quasi un turco su due ne disapprova l’operato. Il prossimo 31 marzo si terranno importanti elezioni locali. Il partito del presidente punta a conservare la poltrona di sindaco di Istanbul, Ankara ed altri grandi centri, ma potrebbe giungere all’appuntamento in piena recessione e con forti malumori dell’elettorato. Un test impegnativo, per l’autocrate che scelse di drogare la crescita.

Addio superticket, si parte dall’Emilia

Superticket sì o no? Un dilemma per certi versi solo apparente. Perché vero è che il Servizio sanitario nazionale è pubblico, solidaristico e per tutti, ma è altrettanto indiscutibile che per farlo funzionare ha bisogno di un nostro contributo, soprattutto quando le casse delle Regioni sono in crisi. Mentre il ministro della Salute Giulia Grillo ha promesso di abolirlo entro i primi sei mesi del 2019, l’Emilia Romagna, grazie a un virtuosissimo investimento interamente coperto da risorse regionali, ha giocato d’anticipo e lo ha cancellato a partire da gennaio. Oltre un milione e 200mila cittadini (con un reddito lordo fino a 100mila euro) non pagheranno più la quota aggiuntiva sui farmaci e sulle prestazioni specialistiche. Con un risparmio di 34 milioni di euro. Esclusi dal ticket da 23 euro sulle prime visite specialistiche le famiglie numerose, con almeno due figli a carico. Il superticket, introdotto con la finanziaria del 2011, in piena spending review, non si paga neanche in Sardegna, Valle d’Aosta, nella provincia di Trento e Bolzano e in Basilicata. Modulato in base al reddito invece in Veneto, Umbria e Toscana.