Bollette, rincari sotto l’albero. Salta il bonus automatico

Sarà che la Pasqua quando arriva, arriva. Ma la certezza del Natale è altra cosa, soprattutto perché fa rima con rincari. Quelli certissimi che entreranno in bolletta e che faranno uscire dalle tasche delle famiglie circa 100 euro in più rispetto allo scorso anno. Le ragioni sono da ricercare in primis nell’eccessivo peso in bolletta degli oneri generali di sistema, negli sconti ai grandi energivori, nella morosità e a varie altre voci che vanno ad appesantire il conto finale, tanto che già negli ultimi 7 anni le famiglie hanno pagato il 21% in più la bolletta elettrica.

Andiamo con ordine. Entro fine anno il presidente dell’Arera, Stefano Besseghini, dovrà comunicare l’aggiornamento tariffario trimestrale per i clienti del mercato tutelato che scatterà martedì primo gennaio. Ma il garante non può più intervenire per mitigare l’impatto dell’attuale congiuntura economica sfavorevole attraverso un congelamento degli oneri di sistema, come già fatto negli ultimi sei mesi. Questa voce, che pesa per un quarto del totale della bolletta, serve a finanziare la messa in sicurezza del nucleare, gli incentivi alle rinnovabili, il sostegno alla ricerca, il bonus sociale destinato alle famiglie meno abbienti, le agevolazioni per le imprese a forte consumo di energia e per il settore ferroviario. Tanto che se non ci fosse stato il congelamento degli oneri, oltre agli aumenti registrati a luglio del +6,5% e del +7,6% a ottobre (6,1 per il gas), la bolletta sarebbe ulteriormente cresciuta di oltre 10 punti percentuali. Ma questo maquillage contabile non può più essere utilizzato, perché senza quel “tesoro” prelevato in bolletta si mette a rischio la sostenibilità della Cassa per i servizi energetici e ambientali (Csea) che si occupa proprio di gestire i fondi alle rinnovabili che da sempre paghiamo con gli oneri di sistema. Ed ora la loro riattivazione rischia di far esplodere la bolletta della luce con un aumento per il primo trimestre del 2019 tra il 10% e il 15% incorporando anche le altre variabili, come il fattore meteo (andando incontro al freddo si consumano più luce e gas) e il nuovo meccanismo di calcolo che da giugno 2017 causa aumenti e diminuzioni molto più sostenuti rispetto al precedente conteggio.

L’Arera per evitare la stangata ha potuto solo rimandare di un altro anno il completamento della riforma delle tariffe relativa alle componenti degli oneri generali di sistema che dal 2020 si baserà sul conteggi indifferenziate per tutti. Slittamento deciso anche per evitare che i forti aumenti si aggiungano a quelli legati agli sconti previsti per gli energivori, introdotti dall’ex ministro del ministero dello Sviluppo economico Calenda, scaricando sui consumatori un aggravio di 250 milioni di euro per le famiglie e di 450 milioni di euro per le piccole imprese.

Altra brutta notizia. Anche per il 2019 è sfumata la possibilità di far diventare automatico lo sconto in bolletta per le famiglie più povere. Il governo ha infatti ritirato l’emendamento alla manovra che le associazioni di consumatori attendevano da anni: quello che avrebbe evitato alle famiglie l’obbligo di richiedere ogni anno il bonus luce e gas, che toglie fino a 184 euro di luce e 273 di gas all’anno. “L’emendamento che non comportava alcuna uscita per lo Stato – spiega Luigi Gabriele di Adiconsum – autorizzava l’Inps a comunicare i dati Isee all’Acquirente Unico, la società pubblica che detiene le informazioni relative a tutte le utenze elettriche in Italia. Un semplice scambio di dati che avrebbe garantito ai clienti meno abbienti un’agevolazione economica, senza dover combattere con la burocrazia”. Ma alla fine è stato ritirato l’emendamento con la motivazione di “voler migliorare il testo, inserendo anche il bonus idrico che oggi stenta a decollare, e una copertura parziale fuori dagli oneri in bolletta”, aggiunge Gabriele.

Quindi ancora per l’anno nuovo 4 milioni di potenziali famiglie che vorranno fare richiesta del bonus, dovranno rivolgersi a un Caf per farsi calcolare l’Isee che verrà poi trasmesso all’Inps, e presentarsi agli sportelli comunali per compilare la richiesta. Un iter che di fatto rende il bonus un flop: dal rapporto annuale dell’Arera emerge che l’anno scorso sono sì aumentati i beneficiari della misura e anche gli importi erogati ma la percentuale di chi ne usufruisce rispetto a chi ne ha diritto è ancora molto limitata, tra il 30 per cento e il 32 per cento.

Ciliegina sulla torta. Il Tar di Milano ha confermato che “la socializzazione degli oneri di sistema non versati ai distributori è legittima”, così come aveva stabilito l’Arera. La storia è nota. Parte degli oneri di sistema (circa 200 milioni di euro) lasciati insolventi da alcuni operatori del mercato libero nei confronti dei distributori di rete, da gennaio 2019 saranno spalmati su tutti i clienti che hanno sempre pagato regolarmente e che si ritroveranno così a versare altri 2 euro in più all’anno.

Honda CR-V, l’ibrido in serie che stupisce

Una piattaforma innovativa, un sistema energetico dedicato all’automobile che già si presta a molte interpretazioni, che spaziano dalla doppia motorizzazione all’alimentazione plug-in, fino alla trazione elettrica pura. È poco dire che, con la nuova CR-V Hybrid, Honda ritorna sulla scena dell’ibrido. La casa giapponese cambia letteralmente le carte in tavola ribaltando lo schema meccanico della concorrenza, cioè l’accoppiamento in parallelo di un motore a benzina o diesel con un propulsore a corrente elettrica. Qui cambia tutto: la CR-V Hybrid è lunga 460 cm ma nella forma è identica alla sorella d’ordinanza. L’accoppiamento di un motore 2.0 benzina da 145 Cv ad un secondo propulsore elettrico da 184 Cv e la loro inedita modalità di interazione sono un unicum: l’ibrido è in serie, perché il benzina in condizioni normali non trasmette movimento alle ruote, ma alimenta un generatore che tramite la batteria incanala energia al solo motore elettrico. Solo nella marcia ad alta velocità una frizione si chiude per collegare direttamente il motore a benzina e le ruote. Per CR-V Hybrid è già previsto un pavimento capace di ospitare batterie ad ampia capacità alimentate in modalità plug-in, quindi un’auto 100% elettrica. Un ventaglio di soluzioni che già oggi, con CR-V Hybrid, consente percorrenze di 20 km con un litro di carburante e una marcia silenziosa abbinata a qualità del telaio sorprendenti per una vettura nata ecologica, ma dal comportamento in curva sportivo e con addirittura l’opzione della trazione integrale meccanica. La vedremo in Italia a primavera con prezzi da 32.900 euro.

Il mercato perde l’8%: Europa, immatricolazioni a picco

Continua a frenare vistosamente il mercato europeo dell’auto, in flessione da tre mesi a questa parte: le immatricolazioni di novembre sono state 1.158.300, in calo dell’8,1%. Una battuta d’arresto che segue il -7,4% di ottobre e il -23,4% di settembre. A soffrire sono stati tutti i principali mercati europei: picchiata a doppia cifra per la Spagna (-12,6%) e segno negativo per Germania (-9,9%), Italia (-6,3%), Francia (-4,7%) e Regno Unito (-3,0%). Tuttavia, guardando il bicchiere mezzo pieno, le unità immatricolate nei primi 11 mesi del 2018 sono state 14.585.417, in crescita dello +0,6%.

A causare il “trimestre nero”, che presto potrebbe diventare un quadrimestre, è stato l’esordio settembrino del nuovo ciclo di omologazione Wltp, che ha introdotto norme più severe in termini di consumi ed emissioni inquinanti rispetto al vecchio ciclo Nedc: ciò ha costretto i concessionari a liberarsi degli stock di auto anziane (che non sarebbero state più targabili a settembre), determinando un boom di autovendite ad agosto (+29,8%) – le cosiddette vetture a “Km zero”, intestate ai concessionari stessi e poi rivendute come usate a prezzi molto inferiori – e una successiva contrazione della domanda. Una sorta di effetto elastico, quindi.

Stando all’analisi del Centro Studi Promotor, sono stati tre i fattori di rallentamento: in primis l’entrata in vigore del nuovo sistema di omologazione Wltp, che “sta ancora determinando per alcune case una carenza di prodotto”. In secondo luogo “il quadro economico della zona euro è in rallentamento in coerenza con la dinamica dell’economia mondiale su cui pesano l’incertezza delle politiche commerciali e l’andamento dei mercati finanziari”. In ultima analisi continua a penalizzare le vendite “la demonizzazione del diesel, che sta determinando un rallentamento nelle decisioni di sostituzione” dei veicoli più vecchi, con effetti negativi anche sull’ambiente.

Il calo nelle vendite non ha guardato in faccia nessun costruttore, danneggiando quelli che detengono le fette più ampie di mercato: a pagare il pegno più pesante gruppo Renault (-15,9%) e gruppo Volkswagen (-11,3%), Ford (-8,4%), Psa (-6,1%) e Fca (-8%). “La quota di penetrazione di Fca in Europa si mantiene stabile, anche se sono state privilegiate le cosiddette ‘vendite pulite’ nei canali più remunerativi: privati, flotte, noleggio a lungo termine”, spiega Pietro Gorlier, chief operating officer di Fca per la regione Emea: “Per esempio, tra agosto e ottobre nei dieci principali mercati europei il mix delle vendite ai privati è cresciuto di quasi venti punti percentuali ed è in costante crescita”.

“Sono sopravvissuto al volo e insegno a volare tra i pali”

“Il portiere deve essere coraggioso, perché si butta, vola in aria sapendo che rischia lo scontro. Deve fermare il tiro anche quando è forte e fa male”. Ascolti le parole di Davide e ti chiedi se stia pensando soltanto al pallone che tiene tra le mani, che accarezza, o alla vita. Ogni singola parola potrebbe avere due significati. Soprattutto “volo”: quello leggero e stupendo per catturare la palla e l’altro, terribile, giù dal Morandi. Perché Davide Capello, 34 anni, è il primo superstite del ponte: il vigile del fuoco a fine turno che tornando a casa volò giù dal ponte per decine di metri finché la sua auto si incastrò miracolosamente in un anfratto del pilone 10. È lui che si trovarono davanti i soccorritori e il cronista arrivando alle 11,50 del 14 agosto, un quarto d’ora dopo il disastro. Davide era lì, che vagava tra le macerie, coperto di polvere, fradicio di pioggia, ma sempre lucido. Come oggi: “L’ultima volta che ci siamo visti era quel giorno”, ti dice porgendoti la mano grande, forte, da uomo che ha imparato a parare i tiri degli avversari e della vita.

Ricomincia da qui, Davide, da un campetto di periferia. Siamo alla diga di Begato, una barriera di cemento alta decine di metri, migliaia di finestre una accanto all’altra (in cima la luce viola, lampeggiante di un festone di Natale). “Dopo l’incidente sono diventato l’allenatore dei giovani portieri del Genoa”, dice puntandosi il dito sullo scudetto cucito sul petto. Deve esserci il rossoblù nel suo destino: prima il Cagliari, lui che è sardo e ha giocato come professionista nella squadra che fu di Gigi Riva. Fino alla serie B e alla nazionale under 20. Oggi lo ritrovi circondato dai bambini del vivaio genoano che gli fanno festa: “Ciao mister”, urlano sventolando i guantoni. Davide gli parla con la calma e la dolcezza venata di malinconia della sua gente di Sardegna. Ma non è solo quello. “Dai, bravo, ottimo”, prima di tutto li incoraggia. Perché il “portiere è il ruolo più bello e completo, devi saper usare le mani, ma anche i piedi. Ma è anche il più difficile, sei tu contro tutti, se sbagli non c’è rimedio”. A questo il mister deve preparare i bambini con la casacca rossa: “Certo, devono saper parare e vincere. Ma ancor prima elaborare l’errore e il dolore, riuscire a lasciarseli alle spalle perché fanno parte del gioco e della vita”. Mentre lo ascolti parlare sullo sfondo vedi la Valpolcevera e lo scheletro monco del ponte Morandi. Sarà a un chilometro in linea d’aria, ti sembra di toccarlo.

La solitudine del portiere, Davide lo ha scelto per questo: “È una passione. Sei l’unico in campo con la maglia diversa dagli altri. L’unico che può prendere in mano il pallone”. Era cominciato tutto dai campetti di Nuoro, la sua città. I ricordi più belli? “La partita con la nazionale under 20 contro il Marocco nel 2005. E poi l’ultima, quando già giocavo nel Savona, cinque anni fa. Vincemmo 3 a 1 con l’Albino Leffe, ma io a 29 anni già sapevo che avrei appeso i guanti al chiodo perché mi era arrivata la lettera: assunto nei vigili del fuoco”.

È questo il suo lavoro oggi: “Sai, mi sono andato a risentire la mia chiamata alla sala operativa di quel giorno, ho sentito la mia voce che chiedeva aiuto. Ma ho provato a non perdere il controllo”, ti racconta senza vantarsi, ma con orgoglio. Il difficile, però, viene ora: chiedersi perché proprio tu, sentirsi quasi in colpa di essere vivo, come il protagonista di quel film, Fearless, sopravvissuto a un disastro aereo: “Ricordo ogni istante, il buio della galleria, la pioggia fortissima all’uscita, il camion rosso – quello che si vede accartocciato nelle foto finite sui giornali di mezzo mondo, ndr – e tutte le auto, una per una. Fino al volo…”, si ferma come se fosse ancora sospeso in aria, “al momento che mi sono ritrovato nell’auto incastrata tra le macerie. E ho capito che ero vivo. Ricordo anche te che mi sei venuto incontro con il taccuino in mano mentre salivo sull’ambulanza”. Sempre lucido, come il portiere che “non deve mai perdere la concentrazione”. Ma poi rivede ogni istante, se lo ritrova negli incubi: “Sì, me lo sogno. Non il ponte, ma la caduta. Ho sognato che ero in porto con l’auto e all’improvviso volavo giù dalla banchina, finivo in mare”.

Per fortuna c’è il lavoro da vigile del fuoco: rispondere alle telefonate di chi chiede aiuto, come lui quella mattina. Riscattare la propria sorte. E poi i pomeriggi nel campetto con i bambini del Genoa, che lo ha rivoluto in campo: “Solo qui stacco. Sono felice con loro. Non sono più professionista, ma non ho rimpianti: la fortuna che non ho avuto nel calcio, l’ho avuta nella vita. Dai Simone, para questo, buttati!”.

“In Silicon Valley sarei milionario. Ma che belle le aste per Maradona”

Chi ama il calcio difficilmente è estraneo al fantacalcio: un campionato tra amici in cui con un’asta ci si spartisce i giocatori di Serie A e ci si sfida ogni settimana, in base al rendimento dei calciatori nelle partite reali. Chi segna o gioca bene fa guadagnare punti; cartellini, gol subiti e rigori sbagliati sono invece pesanti malus. Detta così sembra semplice, poi ci sono la competizione, le invidie, le gufate, gli sgambetti e quote di partecipazione da centinaia di euro a mettere quel pepe in più nelle migliaia di leghe in giro per l’Italia. Il merito di tutto questo, per quanto pochi fanta-allenatori lo sappiano, è di Riccardo Albini. Classe ’53, in vita sua è stato giornalista, editore, enigmista, imprenditore, ma soprattutto l’inventore del fantacalcio.

Riccardo Albini, correva l’anno…?

Era il 1988. Europei di Germania. Da due anni studiavo un sistema di regole e punteggi per fare col calcio quello che in America facevano con il baseball e con il football.

Ovvero?

Io all’epoca lavoravo per una rivista, Videogiochi. Andavo due volte all’anno negli Usa insieme ai miei soci Alberto Rossetti e Benedetta Terrani e in uno di questi viaggi trovai un libro sul Fantasy football e uno sul Fantasy baseball. Me li portai in Italia e pensai a come creare qualcosa di simile per il calcio.

Come era organizzata la prima lega?

Fu tra le otto squadre che poi sono diventate il gruppo storico di un campionato che dura ancora oggi, dopo 30 anni: io, il mio socio Alberto e alcuni dei frequentatori del bar Goccia d’oro a Milano, tutti cooptati dal gestore. All’epoca usavamo i pizzini per giocare: al sabato scrivevamo la formazione su un pezzetto di carta e la consegnavamo al barista.

L’idea ebbe successo.

Sì, proseguimmo subito con il campionato 88/89 di Serie A. Alla prima asta ci scannammo per Maradona: fu comprato a 99 fantamilioni su 300 a disposizione. Record battuto l’anno dopo da Van Basten, 101, il primo ad andare in tripla cifra.

Altra Serie A, altri fantacalci.

Beh, era decisamente meglio, gli anni 90 sono stati il decennio d’oro per il calcio italiano. La sensazione che i ragazzi hanno vissuto quest’anno per Cristiano Ronaldo era la normalità, tra Batistuta, Shevchenko e tutti gli altri.

Ma quand’è che il fantacalcio esce dal Goccia d’oro?

Nel 1990 scrivo un libro, Serie A-Fantacalcio, che inizia a girare parecchio. Propongo il gioco alla Gazzetta dello sport, ma mi dicono che non hanno le tecnologie per gestire una lega nazionale. Mi hanno ricontattato nel ’94, quando erano pronti per partire. Sviluppai un regolamento ad hoc e lanciammo il campionato, che ebbe un successo incredibile: si aspettavano 10/15mila iscritti, ce ne furono 70mila.

Lavora ancora con la Gazzetta per il fantacalcio?

No, andammo avanti fino al ’99, poi vendemmo la società e da lì in poi non abbiamo più avuto a che fare con loro.

Lei ha inventato un gioco amato in tutta Italia. Come minimo sarà milionario…

Ma figuriamoci. Oggi tutti quelli che scoprono che sono l’inventore del fantacalcio si aspettano che lo sia, ma la realtà è che – soprattutto all’epoca – era difficile proteggere un’idea del genere, che si basa sui voti di altri e sul rendimento dei giocatori. Magari se fossi stato nella Silicon Valley sarei diventato miliardario.

Dall’inventore del fantacalcio ci si aspetta che sia un fenomeno. Quanti campionati ha vinto in carriera?

Nella lega storica sono a 5, in testa nel palmares insieme ad altri due. Ma quest’anno mi sa che mi superano.

Qualche colpo sbagliato?

Ho preso Higuain e Gomez, pensando a quell’anno che vinsi il campionato grazie agli attaccanti di Milan e Atalanta, ovvero Ibrahimovic e Denis. Ma per ora sta andando male. Peccato, perché con 15 fantamilioni in più mi sarei portato a casa Cristiano Ronaldo.

Ma per vincere conta più la competenza o la fortuna?

Sulla singola stagione incide il “fattore c” perché è troppo determinante il calendario. Se invece giochi dieci anni e vinci 3 o 4 campionati allora vuol dire che ci capisci, non ce la fai mica a aver culo tutti gli anni.

Esiste una strategia vincente?

La prima cosa, quando si fa l’asta, è avere in testa con che modulo giocare. Bisogna mettersi in testa che all’asta è difficile ragionare, si deve essere rigorosi, farsi un piano prima di arrivare e seguirlo.

Su chi le piace puntare?

Mi piacciono le scommesse: presi Hamsik al primo anno di Serie A e ad agosto ho scelto Kouamé del Genoa.

Il fantacalcio sta cambiando molto, tra modalità mantra, voti live e algoritmi. Che ne pensa?

Sono un tradizionalista, anche se alcune di queste novità ci stanno. Rimango solo perplesso dai voti stabiliti in base alle statistiche: anche io provai a ingegnare un sistema del genere, ma mi ricordo una partita in cui, con quel meccanismo, l’attaccante Ivan Zamorano avrebbe preso 1,5.

Lei di cosa si occupa ora?

Di Sudoku soprattutto, collaboro con una casa editrice. Ma per i trent’anni dal libro sul fantacalcio ho in mente un progetto per raccogliere storie, ossessioni, manie e trofei di tutti noi giocatori. Il titolo del libro sarà Il fantacalcista.

Gli animalisti che salvano i cagnolini dalla vita assieme ai padroni clochard

Da qualche parte. Da qualche parte s’è vista la scena di un commando animalista che strappa un cagnetto dalle braccia di un senzatetto per salvare il cucciolo da una condizione di degrado. Non avrebbe, infatti, che spartirsi il poco pane col suo padrone. E neppure un tetto: all’addiaccio. In condizioni igieniche terribili.

Il commando si adopera nell’operazione Bau, avvolge in una coperta termica il cagnolino abbandonando – va da sé – il bipede, al suo destino. I salvatori del quadrupede fanno anche un video per celebrare il blitz – con tanto di proclama – per certificare l’ulteriore vittoria della civiltà con i diritti estesi a tutti gli esseri senzienti (escludendo – il caso è questo – il bipede di cui sopra che comunque, in quanto umano, e per giunta maschio, paga pegno alla dura legge della rivoluzione dei costumi continuando ad abitare il marciapiede). La situazione dell’uomo nella storia è questa. Non si salva il senza tetto, in un caso s’è dovuto ricorrere a una raccolta di firme per restituire il cucciolo al proprio padrone ma l’umanismo – l’etica come parametro universale – scatta al passaggio ulteriore: far dell’esistenza di un essere umano meno che cosa.

Una cosalità da far vana l’immaginazione di qualunque Frankenstein quando su Twitter, il profilo My Favorite Horror, offre i frame di un video raggelante: una donna con un bimbo in braccio, un bambino finto così reale – nello sguardo, nei movimenti, nel vagito – come neppure un homunculus nella più abietta negromanzia.

Un coso, a dirla tutta, raccapricciante. Ovviamente sono dei manufatti “umanidi” utilizzati da tempo al cinema, l’attrezzeria – specialmente nell’evoluzione del digitale – sopravanza di fantasia ma questo bebè (fatta salva la delicatezza propria dell’imago, dell’innocenza propria dell’infanzia) è qualcosa di “ulteriore” rispetto alle bambole perfettamente “umane” nella pelle, negli orifizi e negli umori, pronte da possedere e destinate ai bordelli.

Non serve a nulla prodursi in anatemi – signora mia, dove finiremo – ma la suggestione rimanda all’androgino inteso, nel suo mistero, nel terribile suo segreto, come “uomo perfetto”.

Ecco tornare Séraphita, il personaggio del romanzo omonimo di Honoré de Balzac che Minna vede come un uomo – Séraphitus – mentre agli occhi di Wilfred è donna.

Su questa terra l’androgino – nel quale coesistono i due sessi, sia dal punto di vista anatomico, sia fisiologico – non è un angelo bensì un uomo perfetto. Un essere totale e una cosa, infine.

L’unica cosa della cosa è la stessa struttura della sua esistenza, la sua naturalezza nel divenire qualunque cosa: bambino, puttana, comunque umanide e giammai un semplice robot.

L’estremo approdo della tentazione è la perfezione.

Da qualche parte, insomma, si va per arrivare da nessuna parte (signora mia).

Vino, cartacce e urla: si discutono le tesi? Arrivano i barbari

Potenza della fosforescenza. Quella che si andrà qui a raccontare è una minuscola storia surreale, formidabile metafora della storia intera del Paese. Dovete sapere che a Milano c’è un villaggio gallico al contrario. Tanto i galli di Asterix si battono gagliardamente contro gli eserciti romani, allo stesso modo gli abitanti di questo villaggio scappano e si danno per morti quando arrivano i barbari. Questo villaggio è la facoltà di Scienze politiche di Milano. Che in epoche più gloriose aveva un governatore, detto preside, ma che dopo una riforma, detta Gelmini, non ha più un comandante che schieri le truppe a difesa di donne e bambini e distribuisca la pozione magica (in questo caso detta buon senso).

Succede così da anni che al momento delle tesi di laurea il villaggio venga invaso non da laureandi e genitori e nonni e amori personali, ma da orde di amici e conoscenti da ovunque mobilitati per fare quello che in nessun posto di Milano, pubblico o privato, è possibile fare. Gettare chili di carta colorata nei cortili, versare fiumi di spumante accatastando decine di bottiglie a terra, intonare fescennini di vittoria, e senza limiti insozzare luoghi pubblici nell’ebbrezza del trionfo.

I saggi del villaggio hanno deprecato ciclicamente lo scempio fisico e di decoro morale. Qualcuno di loro ha pure proposto misure per arginarlo, chissà mai che si possa. Ma si è poi sempre coraggiosamente deciso che non si potesse fare nulla. Salvo abolire la discussione delle tesi triennali, sparita con un colpo di bacchetta magica.

Nessuno ha protestato. Tanto – ed è quel che importa- le si festeggia lo stesso in un giorno speciale, detto della proclamazione, offerto graziosamente ai barbari per concentrarsi tutti insieme a centinaia tre volte all’anno nel villaggio abbandonato. Restino pure le tesi di grado più elevato, dette magistrali, che per il loro rango e il loro numero (minore) ancora prevedono la discussione.

Alcuni computer del villaggio, invero più tecnologico di quello di Asterix, ancora conservano lettere di sconcerto e di protesta di moralisti autoritari. “Ma davvero non si può far niente?”, chiedevano costoro. Se a nessuno spetta intervenire, né docenti né bidelli perché “non siamo poliziotti”, mettiamo quattro marcantoni con qualche divisa e un badge. Limitiamo il numero degli invitati per laureando, come si fa altrove. Impediamo l’ingresso con zaini e masserizie, come si fa pure altrove.

Ma altri, più filosofi, spiegavano che i problemi erano ben altri e che non era certo con qualche divisa che si poteva fermare l’invasione. Il problema era culturale.

Ebbene, l’altro giorno per le tesi magistrali qualcuno dall’alto (Panoramix? Abraracourcix?) ha avuto l’idea di far piazzare cinque signori con pettorina gialla fosforescente con su scritto “Security” in mezzo al cortile, pronti ad andare verso ogni focolaio di invasione. E l’invasione come per incanto è finita. Il “problema culturale” si è dissolto. Da non credere. La facoltà è tornata magicamente al suo antico decoro. Qualcuno tirava fuori lo spumante e partiva il primo botto? Subito i cinque si muovevano e tutto era finito. Qualcuno lanciava i fescennini? Subito sedato. Gli abitanti del villaggio si guardavano trasecolati.

Dunque non ci volevano nemmeno i marcantoni o la polizia? Bastavano cinque signori con pettorina magica? Quanto siamo stati fessi, si dicevano. Abbiamo subito per lune e lune le invasioni, siamo stati alla mercé di orde onnipotenti e non ci voleva niente. Solo il coraggio di fare una cosa logica. Il ritratto dell’Italia, dicevano alcuni di loro, più esperti delle pubbliche cose. Umiliati perché in fuga, perché impegnati a decidere che non si può fare niente. Perché non si fa subito la cosa più ovvia.

Poi però è venuto il giorno della proclamazione delle tesi triennali, quello offerto graziosamente in dono agli invasori. E gli invasori sono arrivati in massa, centuplicati. E le pettorine sono state schiantate dai numeri preponderanti. Meste e impotenti in un angolo. E il pubblico porcile dell’Università di Milano si è ripetuto. E la pozione magica è sparita. È ripartito il dibattito. Ma chiudere il giorno folle della proclamazione no, eh? D’altronde è roba da Oxford. O quadruplicare le pettorine, farle guidare da Obelix? In fondo, dici che è impossibile e…pof, poi tutto si può in un attimo. Magari anche inventare un Asterix con pieni poteri.

L’Anticristo è tra di noi: lo dicono i cardinali di destra contro il papa

Fervono le polemiche, e il dibattito, sull’ormai noto tomo apocalittico di Cristiano Ceresani, uomo di mondo e di aperitivi nel centro di Roma nonché capo di gabinetto passato con disinvoltura dalla renziana Maria Elena Boschi al cattolico integralista Lorenzo Fontana, ministro della Lega anti-gay. Il risultato è che Ceresani ha fatto scadere a burletta, per le critiche ricevute, una quistioncella che invece è seria perché costituisce uno dei pezzi forti della bagarre anti-bergogliana scatenata da tre anni dalla falange clericale di destra, non solo italiana.

Personaggi come il rotondo cardinale Raymond Leo Burke, capofila dei tradizionalisti, sono convinti che a causa di Francesco la la Chiesa stia vivendo un tempo decisivo, secondo quanto scritto dal paragrafo 675 del Catechismo cattolico, che vale la pena rileggere interamente vista l’attualità del tema.

Eccolo: “Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il ‘mistero di iniquità’ sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne”.

Per gli anti-bergogliani segni dell’Anticristo sono per esempio le aperture ai divorziati o la tolleranza per i “sodomiti”. Burke non è solo. Anche il cardinale olandese Willem Eijk, arcivescovo di Utrecht, parla di Anticristo a proposito dell’ultima polemica che divide il papa dai suoi oppositori: quella sull’intercomunione, ossia la possibilità dei protestanti di ricevere l’Eucaristia. Per lui, “il successore di Pietro manca di trasmettere fedelmente e in unità il deposito della fede… non posso non pensare al 675 del Catechismo”. Appunto.

La nostra morale ha umiliato le donne ben più di queste canzoni

Follow the exorcist. Se uno di loro sostiene che in una certa musica c’è il diavolo, che istiga all’immoralità e mina la famiglia, beh, allora possiamo stare tranquille: per noi donne è ok. Anche se non sembra, anche se i testi fanno rabbrividire e inneggiano a sesso e violenza e chiamano le donne “troya” e “cagna” anziché “angelo” e “piccola”. C’è qualcosa che ha umiliato e schiavizzato le donne più della morale e della famiglia? No, quindi tutto ciò che sfida le sacre istituzioni (o da cui si sentono sfidate) ha il nostro sostegno. Compresi rapper/trapper, che quando infamano la tipa di turno si prendono molto meno sul serio non dico del Marco Masini di Bella stronza, ma neanche dei Vianella ai tempi di Lella, orgogliosa confessione di un femminicida, però co-firmata Venditti, quello di Notte prima degli esami, che piace tanto ai benpensanti.

Care femministe, è vero che i testi più sessisti oggi li scrivono i rapper (anche se al netto delle parolacce non sono più misogini del vecchio Mogol), ma scrivono anche quelli meno sessisti, vedi Un vero uomo dovrebbe lavare i piatti del sommo Caparezza. Domandatevi invece come mai le femministe non si sono ancora impadronite del rap, “il canale comunicativo più potente al mondo”, e non sostengono le poche rapper donna, anche se sono un esempio: piene di haters, insultate durante i concerti, ma non mollano. Quanto alla Chiesa, l’unica accusa che potrebbe lanciare contro il rap è di averla plagiata: anche il Cristianesimo è nato come voce degli gli esclusi, ma già nel Medioevo i suoi esponenti si chiamavano “frate”, si mettevano catenone d’oro, copricapi assurdi e vestiti pacchiani e offendevano le donne davanti alla folla, chiamandole rovina dell’uomo, spudorate e nate per servire. La violenza misogina di oggi non è figlia delle prediche trap di Sfera Ebbasta o dei video del meno conosciuto Skioffi, ma ancora di quelle di san Tommaso e sant’Agostino.

Non serve essere bigotti o antichi per considerare orrendi certi testi

Non c’è dubbio: se non ci fosse stato un evento tragico come quello avvenuto al concerto (che poi tale neanche era), di Sfera Ebbasta noi genitori attempati non avremmo scoperto che i testi dei rapper/trapper non sprizzano proprio di analisi sociale e riflessione etica. Poi li abbiamo letti e ci siamo divisi tra chi, facendo magari le pulci alla storia del rock (solo un esempio: la strofa “Sei più bella vestita di lividi” degli Afterhours) difendeva il cantante di Sesto San Giovanni parlando di “moralismo trombonista insopportabile” (Alessandro Milan). E chi invece ha fatto notare il nulla spinto, condito dall’uso di droga, di Sfera Ebbasta e di altri come lui. Il tema è sempre lo stesso: gli artisti hanno libertà di parola qualunque siano le parole usate? Lui, Sfera Ebbasta, ha detto in un’intervista – in cui parlava di soldi, la sua ossessione, e donne a pagamento, altra ossessione – che i rapper “possono cantare quello che vogliono se hanno un sound che regge”. Ma non c’è bisogno di far parte del Moige per dire che quelle canzoni creano un immaginario che poi forma la testa degli adolescenti.

E allora a che punto fermarsi? Perché ad esempio una canzone del meno noto rapper Skioffi, Yolanda, racconta – anche in un video scioccante – un femminicidio giustificato da un tradimento (“Zitta, affoga e sborro dentro la tua bara”) e quando la giornalista Giulia Mengolini glielo ha fatto notare la sua reazione è stata questa: “Femministe care, siete una massa di handicappate. Vi piscio in testa. Dovete scopare di più”. Ma lasciando stare la misoginia aperta di alcuni, va bene, Sfera Ebbasta era povero, ha perso il padre a 13 anni, si è fatto da solo: ma ora che è famoso non sarebbe meglio che parlasse, che so, di ingiustizia, amore, lotta sociale, altre cose importanti? E se non lo fa noi non abbiamo tutto il diritto di dire che non ci piace, anzi peggio?