Attenta Juve, Cr7 è una trappola

Ronaldo farà grande la Juventus o la ucciderà? Nel giorno dei sorteggi-Uefa per gli ottavi di Champions – approdo ormai abituale per il club di Andrea Agnelli –, la domanda è meno peregrina di quanto sembri. E la risposta potrebbe persino risultare sorprendente.

 

NON INVESTIMENTO. Quando la Juve nel 2015 acquistò dal Palermo Dybala, Paulo aveva 21 anni. Costò 32 milioni più 8 di bonus (totale 40) ed ebbe un ingaggio di 2,2 milioni netti (4 lordi) che nel 2017 venne portato a 7,5 netti (14 lordi) con prolungamento fino al 2022. Questo vuol dire che Dybala è costato finora alla Juve, d’ingaggio, 8 milioni per le prime due stagioni e 28 per le due successive, ossia 36 milioni, con un ammortamento in bilancio passato dai 6,7 milioni dei primi due anni ai 4 del post-rinnovo. Il valore del cartellino è però triplicato: se la Juve volesse vendere Dybala, oggi potrebbe farlo per almeno 100 realizzando una plusvalenza di 60-70. Per Cr7, acquistato a 33 anni e mezzo per 117,5 milioni, ciò non potrà avvenire perchè alla scadenza del quadriennale Ronaldo avrà quasi 38 anni e il suo cartellino varrà zero. Quindi non solo la Juve non farà plusvalenze, ma sommando l’ingaggio di 31 milioni netti annui (56 lordi) ai 29 annui di ammortamento-cartellino, sosterrà ogni anno per 4 anni un esborso di 85 milioni (totale 340). Insomma: un conto è il Psg che acquista Mbappè diciottenne spendendo 145 milioni più 35 di bonus (totale 180) con il valore del giocatore, la sua età e il rialzo dei prezzi che lasciano pensare a plusvalenze milionarie nell’ipotetico caso, poniamo, di un passaggio del ragazzo al Real Madrid; un conto è la Juventus che acquista un campione vecchio come CR7, che nel 2022 varrà zero.

 

MERCHANDISING. Dice: ma la Juve si sta ripagando Ronaldo con le magliette. Leggenda metropolitana. Anche ammesso che con l’effetto Cr7 i proventi da vendita di prodotti raddoppino, i ricavi passerebbero da 16 a 32 milioni: in 4 anni fanno + 64 a fronte dei 340 spesi per averlo in bianconero. E insomma, è il club a fare la differenza e non il campione, per quanto stellare sia. Dopo aver ceduto Cr7, il Real ha rinnovato il suo accordo con Adidas alzando la provvigione a 110 milioni l’anno per dieci anni. Alla Juve invece Adidas dà 23,5 milioni l’anno: e non si hanno notizie di ritocchi dopo l’arrivo in bianconero di Cr7.

 

CHAMPIONS. Dice ancora: ma Ronaldo potrebbe portare la Juve a vincere la Champions dopo 22 anni. Vero. Ma a parte che la Juve ci è già andata vicinissima nel 2015 e nel 2017 perdendo in finale contro Barça e Real, per la legge dei grandi numeri prima o poi la cosa deve avvenire. Dopo i 90 milioni buttati per Higuain, Agnelli ci prova con i 117,5 per Cr7. Ma secondo uno studio di “Calcio&Finanza”, anche nell’ottimistico caso che nel quadriennio di CR7 la Juve vada due volte in finale di Champions, vincendone una e perdendone una, fermandosi in semifinale una volta e nei quarti un’altra, i guadagni aggiuntivi in termini economici sarebbero minimi rispetto alle perdite previste per il mantenimento di Cr7: un impegno che costringerà la Juve a realizzare ogni anno plusvalenze da 150-160 milioni, il che significa vendere ogni estate un top-player giovane come Pogba o Dybala. Non il massimo per un club che studia da Barça o Real.

Gilet gialli: non è solo rabbia ma anche richiesta di giustizia

Ma, alla fine, perché si sono ribellati questi gilet gialli? Si erano ribellati per le tasse sul carburante, era un movimento antifiscale e antiecologico, no? Poi le domande si sono allargate, la partecipazione anche, e si è scoperto che una maggioranza di francesi – alcuni dei quali l’auto non ce l’hanno nemmeno – era dalla loro parte. L’ha detto anche il presidente Macron: hanno ragione ad essere arrabbiati, ha sbagliato lui, ha comunicato male (ma la violenza no, mi raccomando).

Insomma, al più dei gilet gialli si è disposti a riconoscere un disagio, economico e sociale, sfociato in rabbia amorfa. Li si “psicologizza” per negare loro una voce propria. Édouard Louis ha parlato dello shock collettivo di sentire la voce di coloro che François Hollande chiamò gli “sdentati”. Questa stessa strategia di squalificare psicologizzando, come ha notato Andrea Zhok su MicroMega, la si trova anche in Italia, nel “sovranismo psichico” del rapporto del Censis.

Questa strategia serve anche a giustificare le illusioni di protagonismo di una sinistra ridotta al lumicino, e della relativa intelligencija. Per loro questa massa prepolitica, amorfa e arrabbiata, necessita di guida per non finire a destra, ma soprattutto perché la sua lotta non può essere di classe, pare, senza la costruzione, per grazia di un’avanguardia illuminata, di una vera coscienza di classe; non può essere di popolo senza un’avanguardia che lo costruisca questo popolo. E via a notarne le contraddizioni, gli occasionali episodi di razzismo o omofobia, le infiltrazioni lepeniste, i paralleli col poujadismo, le connotazioni antifiscali (quindi di destra). L’obiettivo è di prenderselo, questo movimento prepolitico, per trasformarlo in un vero movimento politico, il proprio.

Non si è cominciato oggi a psicologizzare la rivolta, il conflitto civile, la stasis. Già Aristotele, parlando di “cause della stasis” intendeva primariamente i meccanismi psicologici in virtù dei quali gli individui stasiazousin (si ribellano). Ma psicologizzare la rivolta non significava negarne la dimensione politica, anzi, perché la stasis, come scelta e azione, è per lui sempre radicata in una concezione di giustizia distributiva, proporzionale al riconoscimento di un valore, che è alternativa a quella dominante. Non c’è stasis senza un’idea diversa di società che è già internalizzata. È per questo, come mostra Mariana Mazzucato ne Il Valore di tutto (Laterza), che negli ultimi quarant’anni si è spesa tanta energia a imporre una specifica teoria del valore in virtù della quale i cosiddetti “produttori di ricchezza” meritano la loro superiorità, e gli altri (se non riescono a emergere) meritano il deterioramento della loro condizione. Senza una teoria del valore alternativa, manca la capacità di percepire il sopruso come tale che è la base della rivolta.

Per Aristotele non è il bisogno in sé – trasformato in rabbia – che motiva la rivolta, ma la percezione che il bisogno è frutto di ingiustizia, sintomo di una mancanza di rispetto. Ed è per questo che il ribelle non vuole semplicemente avere di più (pleonektein); vuole quanto gli spetta per valore, per dignità (kat’axian). E occasione della rivolta non è solo il mancato riconoscimento di quanto gli spetta, è anche la constatazione che altri ricevono più rispetto e ricchezza di quanto, in proporzione al loro valore, meriterebbero.

La rivolta dei gilet gialli ben si conforma a questo modello: parte dalla tassa ecologica sul carburante, ma non sostiene semplicemente che quell’aumento sia insostenibile. Sostiene che sia ingiusto, che la salvezza dell’ambiente debba essere pagata da chi arricchendosi l’ha rovinato. Così la riforma regressiva della fiscalità e lo smantellamento dei servizi non sono contestati solo perché impoveriscono lavoratori e piccola borghesia, ma perché ingiusti: gli sgravi fiscali per i ricchi sono un insulto, negano la dignità di larghe fasce della popolazione umiliate dalla politica, favorendo un élite i cui meriti sono infine capillarmente messi in discussione. E così via.

Da gran parte delle pretese dei gilet gialli – pretese, non richieste – emerge un rifiuto della teoria del valore alla base della nostra distribuzione di status, potere e ricchezza. Nella narrazione del manifestante al posto di blocco c’è, per ogni emblematica madre single che non arriva a fine mese e merita di più, un politico, un membro dell’élite il cui benessere, la cui superiorità, sono percepiti, finalmente, come usurpati, immeritati. È la legittimità stessa della teoria del valore alla base della distribuzione corrente di rispetto e ricchezza che è contestata, istintivamente, da queste rivolte. Ed è questa teoria del valore che Macron e il suo mondo non possono, non vogliono mettere in discussione. Macron ha risposto a pretese di giustizia con il riconoscimento magnanimo di un bisogno, seguito da qualche elemosina. Questa non è un’apertura, è un insulto, e come tale è stato accolto da molti.

Queste dinamiche, come ci insegna Aristotele, sono tutt’altro che prepolitiche. Sono rivoluzionarie perché rivoluzionario è il modo di percepire e articolare soprusi e rivendicazioni da parte di masse prima senza voce, convinte di non meritare una voce. Per una volta, invece di dirigere, differenziare, giudicare, sarebbe il caso di ascoltare.

Usa, da Joe Biden a Clooney: chi vuol essere l’anti-Trump

In fondo, non la spara grossa Joe Biden, il vice presidente di Barack Obama dal 2009 al 2017, quando dice di essere “la persona più qualificata per divenire presidente nel 2020”: fra due anni, il 3 novembre, gli americani dovranno decidere se confermare alla Casa Bianca Donald Trump o se darsi un nuovo comandante in capo. Biden, 76 anni, qualificato lo è di sicuro: senatore del Delaware per 36 anni, poi vice presidente per otto, della politica sa se non tutto molto.

 

L’ex numero 2 guida i sondaggi

I sondaggi fatti subito dopo la sua sortita – l’occasione era la presentazione d’un libro nel Montana, non proprio lo Stato da cui lanciare una campagna democratica, dato che vota sempre repubblicano – sembrano dargli ragione: Biden, 28%, è in testa, davanti a Bernie Sanders, senatore del Vermont, nei favori dei potenziali elettori democratici e indipendenti, secondo un rilevamento Harvard Caps & Harris.

Il fatto è che i sondaggi, oggi, misurano, più che il favore di cui un candidato gode, la sua notorietà. Biden e Sanders, indipendente e “socialista”, protagonista di un testa a testa con Hillary Clinton per la nomination democratica nel 2016, sono gli unici due personaggi democratici che possono vantare una celebrità nazionale, a parte la stessa Hillary, che per ora è fuori gioco, ma non è detto che lo resti.

Terzo arriva Beto O’Rourke, enfant prodige democratico del Texas, che però sta al di sotto del 10% – è al 7% – perché, a livello nazionale, pochi ancora lo conoscono (e quei pochi sanno che nel voto di midterm ha perso il duello con il senatore repubblicano Ted Cruz, sia pure sfiorando il colpaccio in uno Stato tradizionalmente conservatore).

Biden, comunque, ci sta pensando – s’è dato due mesi di tempo per decidere –, come stanno facendo almeno una ventina di democratici più o meno “ortodossi”: al via alle primarie mancano tredici mesi, ma già l’estate prossima i candidati alla nomination si faranno vedere nello Iowa, da dove si parte, frequentando case di riposo e centri comunitari. Di qui ad allora, sapremo, un po’ alla spicciolata, se e come intendono muoversi i vecchi Biden e Sanders, ma anche Hillary ed Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts, icona liberal, che non scese in lizza nel 2016 per non imbarazzare Hillary, “campionessa” femminile.

 

Assenti per adesso i volti del midterm

O i “nuovi”: O’Rourke, rimasto senza seggio alla Camera e libero di fare campagna da subito; o Kamala Harris, senatrice della California, o ancora Cory Booker, senatore del New Jersey, o Julian Castro, ex sindaco di San Antonio in Texas ed ex ministro nell’amministrazione Obama, astro nascente ispanico un po’ appannato, ma intenzionato a correre. Pochi ne parlano, ma c’è chi ha già messo in tavola le proprie carte: John Delaney, 55 anni, deputato del Maryland, sarà in lizza per la nomination.

O’Rourke a parte, manca, fra i tanti nomi snocciolati, un rappresentante dell’onda democratica che un mese fa ha vinto il voto di midterm: giovani provenienti dai volontari sanderisti 2016, spesso donne, talora “diversi”, che hanno il pregio del nuovo, ma che forse sono troppo nuovi per puntare alla Casa Bianca fra due anni. Al punto che Michael Moore, il regista, scommette su Michelle Obama, popolarissima ex first lady (decisissima, però, a non correre).

 

Gli “alternativi” famosi e famosissimi

Ci sono invece gli alternativi: dalla celeberrima signora della tv Oprah Winfrey, che s’è chiamata fuori, all’attore George Clooney, di cui si parla a prescindere, passando per Mark Zuckerberg, un po’ appannato dal ruolo di Facebook negli inquinamenti elettorali più recenti; Tom Steyer, miliardario grazie agli hedge funds, filantropo, ambientalista, liberal, e Howard Schultz, ex boss di Starbucks tentato dalla politica.

Nomi in liberta? Non quello di Michael Bloomberg, magnate dell’editoria, sindaco di New York per dieci anni, un ermafrodita della politica: è democratico o repubblicano a seconda di chi lo candida; ed è contro Trump, “sono in disaccordo – spiega – con quasi tutto quel che fa”. Nel calderone di personaggi del business e dello spettacolo, lui pare l’unico ad avere chances e fondamento, nonostante l’handicap di essere un altro miliardario newyorchese, come Trump.

 

Ma il più probabile è Mister X

I sondaggi dicono che il candidato democratico a Usa 2020 si cela per ora agli americani e forse anche a se stesso: quasi un quinto degli intervistati non sa neppure chi indicare; e non è probabile che i democratici si affidino nel 2020 a Biden o a Sanders, dopo che nel 2016 la Clinton, che era l’usato sicuro, perse contro il candidato più improbabile, ma meno implicato con la politica, Trump.

“Beto O’Rourke è quel tipo di volto nuovo che potrebbe scuotere la corsa dei democratici”, spiega Mark Penn, co-direttore del sondaggio Harvard Caps & Harris. Fa meglio di tutti i nuovi che scaldano il motore, pure di Michael Avenatti, l’avvocato di Stormy Daniels, la pornostar che ebbe una storia con Trump e fu pagata per tenerla segreta: Avenatti, più che la nomination, cerca pubblicità.

 

Mosse e attese

Un altro sondaggio, che tiene conto di Hillary, vede sempre Biden e Sanders davanti; l’ex first lady è terza, anche se tre quinti degli intervistati non credono che si candiderà e più della metà la detesta. Ma lei continua a tenere la porta della candidatura socchiusa.

Delaney a parte, i politici nicchiano. Bloomberg e Steyer fanno invece percepire le loro intenzioni: l’ex sindaco della Grande Mela visita città dello Iowa; Steyer frequenta la South Carolina, lo Stato che dà il via alle primarie nel Sud.

Meglio di Schindler list: la Shoah come mai era stata raccontata

Importa sapere subito che i due straordinari racconti di Antonio Debenedetti (Quel giorno, quell’anno, Solferino editore) siano frammenti della memoria infinita della Shoah. Importa di più notare, in questo libro, qualcosa di profondamente diverso da ogni cosa già scritta, soprattutto nel primo racconto (già pubblicato in altre raccolte dell’autore) che si intitola “E fu settembre”.

Ti trovi all’improvviso di fronte a una modalità narrativa che produce una forte emozione perchè la percezione dei fatti qui è rovesciata rispetto alla narrazione dell’Olocausto come la conosciamo. Di solito (tipico è il ricordo di Schindler List) siamo in compagnia dei perseguitati, che siamo persuasi dalla narrazione di conoscere bene, e vediamo insieme a loro l’avvicinarsi della nuvola nera che sta per inghiottire milioni di vite. Dalla narrazione dell’Olocausto, così come tipicamente la frequentiamo, siamo abituati a identificare le vittime come la nostra guida, la nostra parte di umanità, che sta per essere spinta in un inferno di follia macabra, per conto di una forma di pensiero e governo chiamato nazismo, chiamato fascismo.

Qui tutta l’attenzione è spostata su una persona che è sola, piccola e irrilevante nella vita, o così ci appare (è la forza tragica del racconto) per la inaudita sproporzione delle forze che lo pretendono come vittima.

Da una parte lo sforzo inutile di scansarsi della preda, che ha appena letto sul giornale della sua incomprensibile, inspiegabile condanna. Dall’altra un potere immenso e cieco che occupa tutto lo spazio, decide di tutte le convinzioni, controlla tutti i comportamenti, e sai subito che in nessun caso abbandonerà la preda. Sto parlando del primo racconto di questo piccolo libro prezioso (nei giorni in cui vandalizzano le pietre di inciampo di Roma) perchè in esso compare un secondo piccolo marginale personaggio (la religiosa Clotilde che aiuterebbe, per impulso misterioso e spontaneo che la rende normale, cioè incapace di perseguitare, se potesse e se sapesse che cosa accade e ad opera di chi).

Qui l’enormità di ciò che sta accadendo ci appare ancora più gigantesca e paurosamente ripetibile se solo una forza di potere bene organizzata e non contrastata può cogliere ciascuna persona isolata, una a una, come in quel film di orrore che è stata la Shoah. La grande intuizione, letteraria ma anche politica, di Debenedetti, è di mostrare la sproporzione schiacciante fra persecuzione e perseguitato. La lezione è per sempre.

Il Rinoceronte di Alda Fendi per far cassa con l’arte di tutti

“All’arrivo nella vostra sistemazione troverete un cesto di frutta, una bottiglia di champagne e bibite analcoliche in omaggio, e durante il soggiorno al Rooms of Rome potrete partecipare a visite private gratuite della Fondazione Alda Fendi – Esperimenti e beneficiare della prenotazione prioritaria presso ristoranti convenzionati” (booking.com). E chi l’ha detto che con la cultura non si mangia? La nuova, mirabolante frontiera del mecenatismo tappa la bocca alle vestali dell’arte pubblica, ridicolizzando le stanche ideologie di coloro che si ostinano a distinguere tra un’esposizione di disegni di Michelangelo e un ristorante di lusso dedicato al caviale.

Perché continuare a pensare, quando è così facile arrendersi al lusso esclusivo di Rhinoceros? Siamo nel cuore di Roma, nel Foro Boario, tra l’Arco di Giano e la chiesa di San Giorgio al Velabro. Qua il tocco taumaturgico Alda Fendi ha miracolato un intero palazzo (6 piani, 3500 metri quadri), svuotandolo da inguardabili poveri e offrendolo alle mani fatate di Jean Nouvel.

Così è nato il miracolo tanto chiaramente descritto nel suo sito: “Un safari dell’anima dai bagliori di porpora nella savana africana. Rifugiati attoniti con remoti inconsci. Una stele di Rosetta risolta tra il trabordare del Tevere, Roma e i popoli del mondo a lei assoggettati. Assecondando Svetonio e Ammiano Marcellino. …E un rinoceronte bianco in via di estinzione sarà testimone vigile di un travaglio estetico pronto a buttare le ancore della conoscenza”.

Tutto chiaro, no? Ai meno dotati intellettualmente giova una sobria pagina informativa del sito Art Tribune, che spiega come tutta questa ineffabile affabulazione si concretizzi in “uno spazio espositivo – non solo per mostre, ma anche per performance, teatro, azioni –, due piani di ristorante/caffè/bar dal panorama indimenticabile sul tetto dell’edificio (o meglio della serie di edifici che, uniti, costituiscono la struttura) e residenze gestite a livello di hôtellerie evoluta per un target di pubblico che fino a ieri a Roma non poteva trovare un prodotto similare”.

Quale target, esattamente? Ci soccorre un’altra lettura estasiata, quella del sito Ytali: “Un’altra novità è che all’interno di questo enorme hub culturale sono stati creati venticinque mini appartamenti: residenze e atelier per artisti, viaggiatori, collezionisti”.

Con una caduta certo assai prosaica, il Sole 24 ore ha ulteriormente dettagliato: “I ventiquattro appartamenti che possono essere abitati da artisti e da chiunque voglia (e soprattutto possa) risiedervi… le residenze: The Rooms of Rome sono gestite dall’albergatore spagnolo, Kike Sarasola con prezzi che, per quanto riguarda i prossimi mesi, variano dai 499 a 749 euro a notte per appartamento, come si può constatare sul sito ufficiale delle Rooms”.

In verità, su booking.com si riescono a trovare anche all’irrisoria somma di 250 euro a notte: forse perché “Rhinoceros è mecenatismo. Rhinoceros è la sintesi della filosofia della Fondazione Alda Fendi Esperimenti che, dal 2001, promuove sperimentazioni che oltrepassano i confini convenzionali tra le discipline” (ancora Ytali).

Confini addirittura calpestati: si pensi che all’inaugurazione di ottobre – mentre scorreva a fiumi il caviale del ristorante Kaspia, stabilmente installato sul tetto – tra le camere paganti di Rhinoceros erano esposti veri disegni di Michelangelo provenienti da un museo pubblico (la sempre accorta Casa Buonarroti a Firenze). E che venerdì scorso è arrivato, dall’Ermitage di San Pietroburgo, quell’Adoloscente in marmo che solo alcuni pedanti si ostinano a considerare opera di allievi o imitatori, mentre è ovviamente uno dei massimi capolavori del Buonarroti in persona (come è vero che Rhinoceros è purissimo mecenatismo): “Mai prestato a un privato per un periodo così lungo. Sarà davvero una cosa significativa per Roma, un altro regalo. E non sarà l’ultimo, visto che la mia fondazione avrà un rapporto duraturo con l’Ermitage. Praticamente noi diventiamo la sede dell’Ermitage a Roma”, ha chiosato sobriamente Alda Fendi.

Finalmente la modernità, la libertà, l’eleganza. Dopo tante delusioni: come quella volta che la nostra mecenate riqualificò uno spazio pubblico, e poi quello “spazio venne dato a un mercato di contadini”. Di contadini, signora mia!

Da allora basta con i noiosissimi residenti. Perché, come ha detto una volta la vera stella polare di questa visionaria operazione – Jep Gambardella –: “In realtà, i romani mi sembrano insopportabili. I migliori abitanti di Roma sono i turisti”.

Basta con i cittadini: “Nessun legame, perché il format che ho inventato e voluto realizzare è del tutto diverso – ha confessato un’ispiratissima Fendi al Giornale dell’arte –. Da noi non vi è nessuna programmazione, la troviamo noiosa, non moderna. È la vita sociale, è ciò che succede che ci dice che cosa dobbiamo fare. Perché l’arte moderna è questo: un modo di seguire la società, le città, il mondo. Le persone amano le cose che non comprendono, gli enigmi. Per dirla con Karl Kraus: artista è soltanto chi sa fare di una soluzione un enigma”.

E non c’è dubbio che esser riusciti a far approdare alcuni disegni pubblici di Michelangelo e un pezzo celebre dell’Ermitage dentro un albergo di lusso sia insieme una soluzione e un enigma. Una soluzione che finalmente annulla la falsa contrapposizione tra interesse pubblico e interesse privato: semplicemente facendo sparire il primo dentro il secondo. Enigmaticamente.

“Resta da capire se Roma saprà meritarsi” tutto questo, si è chiesto, pensoso, il patron di Art Tribune. Ma io temo di sì: se lo merita.

Il Partito del Pil: un’epopea di fallimenti

La Confindustria, ancora una volta, ha mandato un segnale chiaro al governo: prendete lezioni da noi e datevi una mossa. Il presidente Vincenzo Boccia, nelle ultime settimane, non si è fermato un attimo rilanciando le ragioni del Tav, incontrando il vice presidente del Consiglio, Matteo Salvini, dando voce a quello che è stato definito il partito del Pil. Al di là dei giudizi sul governo Conte e sulla sua capacità di governare il Paese, siamo però sicuri che le imprese italiane abbiano titoli per impartire lezioni?

Se osserviamo i maggiori 50 gruppi societari quotati in Borsa, e analizzati dall’ufficio studi di Mediobanca nel 2018, vediamo una fotografia sfuocata, piena di buchi e di fragilità. Tra il 2013 e il 2017, il fatturato totale si è ridotto del 7,3%, l’occupazione è diminuita dello 0,2%, mentre gli utili sono aumentati al ritmo del 12% annuo, il tasso di investimento è passato dall’8 al 7%. I dati generali però, sono freddi. Meglio passare alle storie individuali, di famiglia o di gruppo, con storie poco esaltanti ma cristalline.

Il Sole 24 Ore. “Il suono della ‘campanella’ sarà accompagnato da una cerimonia di quotazione, alle 10.30, cui parteciperanno Luca Cordero di Montezemolo (presidente dell’associazione degli industriali), il top management dell’azienda e l’amministratore delegato di Borsa Italiana Massimo Capuano”. Così si esprimeva il quotidiano salmonato il 6 dicembre 2007. Oltre 35 milioni di azioni collocate a un prezzo di 5,75 euro per un valore totale di 750 milioni. Venerdì scorso, il prezzo di una singola azione era di 38 centesimi per un valore di poco più di 21 milioni. In mezzo uno scandalo indicibile che ha visto la procura di Milano chiudere le indagini per l’ex direttore Roberto Napoletano e per il presidente e l’amminstratore delegato del gruppo, dopo un’inchiesta che ha scosso Confindustria.

Eppure solo una decina di anni fa Il Sole 24 Ore sembrava volesse competere con il Financial Times. L’ex direttore Ferruccio De Bortoli, nel 2009, lasciava un giornale a 318 mila copie e una credibilità e autorevolezza pari alla sua storia. Oggi il quotidiano vende circa 65 mila copie e lo scandalo giudiziario ha sgonfiato gli abbonamenti digitali dai 200 mila dichiarati dall’ex direttore Napoletano agli attuali 89 mila. Senza contare l’annuncio di 103 licenziamenti su 545 dipendenti. Confindustria ha cercato di tenersi alla larga, ma lo scandalo riguarda l’associazione, le sue modalità di gestione, le relazioni di potere al suo interno che hanno utilizzato il quotidiano come un normale strumento di potere.

I figli di Romiti. Per chi ha conosciuto i 35 giorni alla Fiat e le vicende degli anni 70 a Torino, Cesare Romiti, amministratore delegato della fabbrica di casa Agnelli, sembrava un mito. Duro, determinato, cinico, quando nel 1998 lascia il gruppo ottiene una liquidazione di 101,5 milioni di euro. Da bravo manager li investe in attività finanziarie tramite la società Gemina, allora uno spaccato di “salotto” della borghesia milanese. Una parte va verso la società di costruzioni Impregilo e l’altra verso la finanziaria Hdp che diventerà poi Rcs Mediagroup. La Hdp viene affidata al figlio Maurizio e dopo solo 4 anni è in rosso per 152 milioni: l’acquisto della casa di moda Valentino, per 258 milioni di euro, si conclude con la vendita a 240 milioni e un buco in pancia di 204 milioni di debiti. Al figlio Pier Giorgio va invece l’Impregilo, storica azienda di costruzioni. Nel libro La paga dei padroni, Giorgio Meletti e Gianni Dragoni ricordano una lezione di management del figliol prodigo: “Abbiamo un gruppo di 19 mila persone, se ognuno risparmiasse un euro al giorno, i rispami annui sarebbero di 4 milioni. Tutti possono evitare una telefonata o fare, in cantiere, qualche chilometro in meno con un mezzo”. Impregilo finirà nell’inchiesta sui rifiuti campani con il sequestro di risorse per 750 milioni di euro e dopo il salvataggio dei Benetton finirà a Salini.

E quelli di Ligresti. Sembravano i nuovi re di Milano e il padre-padrone, Salvatore, era venerato come un “don”. Eppure nel 1997 si era beccato una condanna di 2 anni e 5 mesi per le tangenti Eni-Sai, con 112 giorni di carcere, perdendo i requisiti di onorabilità necessari. La presidenza di Fonsai passò così alla figlia Jonella, astro nascente del capitalismo italiano, prima donna a entrare nel cda di Mediobanca. Anche qui, le cronache giudiziarie raccontano come è andata a finire. La cessione di Fonsai e Milano assicurazioni a Unipol è stata inquisita con l’accusa di aggiotaggio e l’arresto per falso in bilancio, con 600 milioni nascosti nelle pieghe del bilancio. Salvatore Ligresti è morto lo scorso maggio a 86 anni, in primo grado lui e la figlia Jonella sono stati condannati e l’altra figlia Giulia è stata arrestata lo scorso ottobre come conseguenza del patteggiamento a 2 anni e 8 mesi di reclusione concordato a Torino.

Tronchetti al telefono. Niente guai giudiziari per Marco Tronchetti Provera, genero del vecchio Leopoldo Pirelli fondatore del gruppo omonimo. Ma dopo una gestione molto tradizionale del grande affare degli pneumatici (che restano il core businness), nel 2001 decide di far investire al gruppo di cui è leader 4,5 miliardi nella Olivetti che allora controlla Telecom. I miliardi diventeranno 6,5 in seguito ad acquisizioni successive, ma nel 2007, quando Pirelli esce da Telecom, diventeranno 3 miliardi, meno della metà. Il valore dell’impero Pirelli passa dai 50 miliardi del 2001 ai 18-20 del 2007.

Telecom, del resto, ha prodotto una serie di guai infinita. La storia è nota: quando i “capitani coraggiosi” di Roberto Colaninno decidono di lanciare l’Offerta pubblica di acquisto al gruppo che nel 1997 era stato privatizzato dal governo Prodi, l’operazione fu finanziata con un debito di circa 40 miliardi. La scatola utilizzata per questa operazione, Olimpia, venne poi fusa con Telecom, scaricandole quel debito. Che nel 2001 ammontava a 38 miliardi, nel 2007 a 35,7 miliardi, a settembre 2018 a 31,5 miliardi. Di questo passo ci vorranno 99 anni per estinguerlo.

De Benedetti elettrico. L’ex patròn del gruppo Espresso, in grado di rilevare la Olivetti negli anni 70 e di farla scomparire dalla scena italiana, è stato il creatore della finanziaria Cir tramite la quale controllava la società elettrica e del gas Sorgenia, affidata al figlio Rodolfo. Nel 2014 la società raggiunge la cifra di 1,8 miliardi di debiti e sarà necessario un intervento per salvarla dal fallimento. Intervengono, guarda caso, le banche italiane guidate dal Monte Paschi di Siena, primo socio con il 22%. La famiglia De Benedetti a quel punto esce dall’affare, i debiti, tramite il successivo salvataggio del Mps e di altre banche, vengono scaricati sui contribuenti italiani.

Riva e Astaldi. L’elenco potrebbe continuare ancora. Con la famiglia Riva, ad esempio, che ha avuto dallo Stato l’Ilva, spolpandola fino all’ultimo centesimo, ma senza riversare nulla dei grandi profitti guadagnati nella bonifica del territorio. O con Astaldi, la storica società che ha realizzato l’Autostrada del Sole e che, gonfiandosi di debiti, si è ritrovata a emettere obbligazioni al tasso del 7% per ripagare altre obbligazioni. Fallimento anche per Condotte, storica società degli acquedotti e dei favori al “giglio magico”.

Agnelli forever. Nessuno però batte gli Agnelli. Nonostante il monopolio in Italia, la famiglia porta la Fiat sull’orlo del fallimento. Nel 2002, a salvarla, intervengono, anche qui, le banche, che erogano 3 miliardi di prestito, il cosiddetto convertendo: il prestito si sarebbe convertito in azioni Fiat in caso di mancato rimborso e la famiglia avrebbe perso il controllo. Solo grazie a una operazione truffaldina effettuata tramite la Exor, e sanzionata dalla Consob, gli Agnelli recuperano le azioni, beffando mercato e risparmiatori. Spetterà poi a Sergio Marchionne realizzare il salvataggio industriale approfittando molto abilmente dell’offerta di Barack Obama che nel 2008 cede la Chrysler a prezzi di saldo.

Rendita Benetton. La società Atlantia, del gruppo Benetton, riesce invece a mettere le mani su Autostrade per l’Italia e sulla gallina dalle uova d’oro rappresentata dalle tariffe autostradali. Secondo un’analisi del Sole 24 Ore dello scorso agosto, dall’anno della concessione fino al 2017, il gruppo Atlantia ha totalizzato oltre 43 miliardi di ricavi, con 13 miliardi di margine lordo e 2,1 miliardi di euro di profitto netto: 130 milioni all’anno. Il tutto grazie a una concessione che nel 2008 è stata prorogata dal governo Berlusconi fino al 2038.

Patrioti italiani. Il 2008 è anche l’anno del salvataggio di Alitalia da parte dei “patrioti italiani” guidati, ancora una volta, da Roberto Colaninno e sponsorizzata da Silvio Berlusconi. Tra di loro, appunto, i Benetton, ma anche Marcegaglia, che si vedrà assegnare i lavori per il G8 alla Maddalena, la famiglia Riva, che avrà cucita su misura un’Autorizzazione integrata ambientale per l’Ilva di Taranto. Dopo cinque anni la proprietà passa alle… (avete indovinato) banche. I patrioti nel frattempo avranno prodotto 1,3 miliardi di perdite.

E l’ex Cavaliere? Le sue aziende se l’è gestite, cresciute e coccolate senza danni. Lasciandole ai figli, non senza il tutoraggio di mani esperte. Però, per salvare quelle stesse aziende, è dovuto “scendere in politica” e utilizzare una vagonata di leggi ad personam. Vuoi vedere che per i furbetti del capitalismo nostrano il modello resta lui?

Dall’onnipotenza all’irrilevanza: si cerca un’altra via

Lo scetticismo e la disperazione. Sono queste le due parole-chiave che da qualche settimana, e cioè da quando sui media hanno cominciato a farsi strada riferimenti impliciti a un nuovo impegno dei cattolici italiani in politica (assieme all’esplicita citazione del prossimo centenario dell’appello ai “liberi e forti” di don Luigi Sturzo del 18 gennaio 1919), si alternano nelle considerazioni di chi quella realtà è chiamato a studiare e commentare. Sino a segnarne ragionamenti spesso coincidenti, anche quando provengono dai fronti opposti del progressismo e del conservatorismo del cattolicesimo italiano.

Il tema dello “scetticismo” è il più facile da interpretare e, per paradosso, sembra concedere ancora meno possibilità di un qualche risultato concreto rispetto a quello (all’apparenza più definitivamente negativo) della “disperazione”. I suoi sostenitori elaborano infatti la loro riflessione soprattutto attraverso un excursus a ritroso nel tempo, che mette assieme insuccessi recenti (la presenza della componente cattolica nella Lista Monti e l’impegno dell’ex ministro Andrea Riccardi della Comunità di Sant’Egidio), il fallimento di un precedente tentativo di “ricostruzione” organizzato nel 2011 e nel 2012 nei due raduni svoltisi a Todi (al primo prese parte anche l’allora presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco che poi, però, disertò il secondo) e, in particolare, il progressivo e forte declino della capacità della Chiesa italiana di influenzare l’opinione politica (e non solo sul fronte dei temi etici).

Contemporaneamente, nelle analisi, è ricorrente la citazione del convegno ecclesiale del 1985 a Loreto, sulla “Riconciliazione cristiana e la Comunità degli uomini”, avvenuto quando già si avvertivano gli scricchiolii della Prima Repubblica e della credibilità morale della Democrazia cristiana, cui seguiranno – con l’avvento della Seconda Repubblica – i contorcimenti e le prassi dell’impegno cattolico declinato secondo un collateralismo ancora potente, ma non più orientato all’interno di un unico “partito cattolico”, quanto piuttosto in maniera diffusa nei due poli del neo bipartitismo all’italiana.

Con una preferenza, nella Chiesa italiana allora guidata dal cardinal Camillo Ruini, per il centrodestra berlusconiano; e con evidenti problemi di coerenza etica e una partecipazione affidata soprattutto all’attivismo di Comunione e liberazione, secondo un giustificazionismo codificato nel 2001 dall’allora segretario della Cei, il cardinale Ennio Antonelli, secondo cui contava di più ciò che i cattolici facevano nella vita pubblica che in quella privata. Un percorso adesso indissolubilmente segnato dalla caduta e dallo scandalo politico-giudiziario di Roberto Formigoni.

Considerazioni analoghe, anche se legate certamente a un minor favore delle gerarchie ecclesiastiche, si potrebbero svolgere per quanto riguarda il Centrosinistra: dall’esperienza dell’impegno politico di Romano Prodi alle vicissitudini anche giudiziarie della Margherita e al ritiro di Enrico Letta, sino a scendere alle spregiudicatezze, un tempo alleate e oggi avversarie all’interno del Pd, di Dario Franceschini e dell’ex scout cattolico Matteo Renzi. Il risultato è un quadro complessivo che, appunto, induce la maggior parte degli osservatori allo scetticismo e alla definizione della possibile influenza odierna della Chiesa italiana come “un esercizio su una parte minoritaria di opinione pubblica all’interno di quella che è già una minoranza nella società: la comunità dei credenti”.

Un giudizio al quale, secondo altri, può opporsi ormai soltanto la carta della “disperazione”. Intesa come il sentimento che pare agitare le gerarchie ecclesiastiche, l’associazionismo e la cultura cattolica italiana di fronte al populismo, al sovranismo, all’attacco ai valori e alle istituzioni dell’Europa e, in tema di migranti, alle posizioni della Lega di Salvini. Sino a spingere Francesco Occhetta, il gesuita cui la Civiltà cattolica ha affidato la lettura della “questione italiana”, a scrivere che “l’irrilevanza politico-partitica non sarebbe tanto grave quanto un’irrilevanza prima di tutto di opinione e di idee”. E così proprio alla “disperazione”, ma soprattutto al suo “quantum” e alla sua estrema possibilità di determinare azioni umane, sembra ora essere affidata l’ultima speranza di un “impegno politico” dei cattolici italiani.

“Alla Cei serve la politica, però non sarà sponsor di un partito”

Cardinale Gualtiero Bassetti, presidente dei vescovi italiani e arcivescovo metropolita di Perugia, ci sono varie formule in campo: scuola di formazione o forum civico, associazioni laiche o gruppi di cittadini, oggi la Chiesa ha bisogno di un nuovo impegno dei cattolici in politica, perché?

La Chiesa italiana non cerca risposte per un suo bisogno, ma incoraggia il laicato a riscoprire la politica come una vocazione, cioè come un “impegno di umanità e santità” a servizio del proprio Paese. Questa Italia così fragile e smarrita, a causa della globalizzazione e di una gravissima crisi economica che ancora fa sentire i suoi effetti, ha bisogno di ritrovare se stessa. Ha bisogno, cioè, di persone di buone volontà che rammendino il tessuto sociale del Paese che oggi appare sfibrato. Ma anche di competenze che possono essere sviluppate nelle scuole di dottrina sociale. E infine di luoghi di confronto che nascano dal basso, come potrebbe essere una rete di associazioni civiche, in cui si possano scambiare buone pratiche e dove poter valorizzare tutti quei “talenti” inutilizzati, soprattutto giovani, che sono ben presenti nel Paese. Insomma, mettersi al servizio del bene comune per cercare di superare i limiti storici dell’Italia e per allontanare i fantasmi pericolosi del rancore sociale e della xenofobia. Da questo punto di vista, i cattolici hanno moltissimo da offrire al Paese.

Quindi non ci sarà spazio per un nuovo partito dei cattolici?

Per quello che mi riguarda non c’è alcuna Todi 3 o 4 all’orizzonte, né tantomeno il progetto di un partito di cattolici sponsorizzato dalla Cei. Ci sono, però, due forti esortazioni al laicato cattolico: innanzitutto, occorre riaffermare con forza l’unità del messaggio evangelico ben presente nel magistero sociale della Chiesa cattolica. Per capirci: non si può difendere la famiglia e la vita nascente, dimenticandosi dei poveri e dei migranti fino a sviluppare, in alcuni casi, un sentimento xenofobo; al tempo stesso, non ci si può impegnare per i poveri e i migranti e poi essere a favore dell’utero in affitto o dell’industria della vita che mercifica il corpo umano. La dignità della persona umana è incalpestabile e va difesa sempre, in ogni circostanza. In secondo luogo, c’è un grande invito ad assumersi delle responsabilità. I cattolici sono tra i cosiddetti “soci fondatori” della Repubblica italiana. Oggi, in questo delicato passaggio d’epoca, non possono non dare il proprio contributo per la difesa e lo sviluppo dell’Italia. Le forme, le modalità e i tempi spettano a quella parte del laicato che ben conosce la dottrina sociale e che può svilupparla adattandola all’oggi e all’Italia.

Lei, cardinale, spinge molto per queste iniziative dal basso che potrebbero avere il suo sostegno e quello della Cei: cosa ne pensano Papa Francesco e il segretario di Stato Pietro Parolin?

Sono in profonda comunione con il Papa e il cardinal Parolin. E ci sono due bussole da cui traggo ispirazione: il capitolo 25 di Matteo e l’Evangelii gaudium. In particolare c’è una frase di Francesco che trovo di grande importanza: è necessario “iniziare processi più che di possedere spazi”. Questo è lo snodo decisivo. Le mie parole si collocano dunque all’inizio di un processo e sono un invito paterno al laicato cattolico a sforzarsi di cercare il bene comune senza essere “ossessionati dal potere” come ha detto Francesco al Convegno ecclesiale di Firenze. Piuttosto bisogna chiedersi perché di fronte a queste parole così semplici, persino ovvie, che fanno parte della tradizione cristiana, ci sono coloro che si affannano ad accusare la Chiesa di fantomatici business e misteriosi complotti che esistono solo nella testa di chi ne parla.

In questa Italia che banalmente potremmo definire post ideologica, la voce della Chiesa si sente poco, anche quando viene alzata.

Perché viviamo in un mondo profondamente secolarizzato, individualizzato e nichilista. Un mondo sordo dove anche il martirio non fa notizia. Un cristiano ucciso in Siria? È sangue in un mondo assuefatto al sangue. Oggi sembrano far notizia il potere e i soldi, lo scandalo e il sesso, i grandi avvenimenti mediatici e sportivi. Eppure la Chiesa parla molto e in modi diversi. A volte senza aprire bocca con le sue tantissime opere di carità. Altre volte parla per bocca dei suoi sacerdoti, delle suore e del laicato. Senza dubbio, c’è una grande sfida per la Chiesa: suonare un’unica sinfonia comprensibile al mondo d’oggi.

Tornare a impegnarsi in politica può aiutare ad avvicinare la gente alle chiese sempre più vuote?

Sono due cose temporalmente diverse. Prima di tutto viene l’annuncio del Vangelo. Un annuncio che, come ha scritto papa Francesco, deve riuscire ad esprimere con gioia “l’amore salvifico di Dio” senza imporre fardelli pesanti sulle spalle delle persone e senza ridurre la predicazione ad una dottrina filosofica. L’impegno politico è frutto, invece, di una fede matura. E soprattutto non è per tutti, ma spetta a quei laici che sono adeguatamene formati e sentono la politica come grande missione civile.

Chi sono i vostri interlocutori al governo?

Tutti coloro che vogliono parlare con noi: abbiamo sempre la porta aperta. Non abbiamo alcun problema a dialogare con il governo, com’è accaduto, per esempio, per la nave Diciotti.

Ha mai incontrato Conte, Di Maio, Salvini o ha mai parlato con loro?

Il premier Conte e il ministro Salvini li ho conosciuti. E devo dire che sono stati incontri cordiali e piacevoli. Ricordo che con il presidente del Consiglio parlammo persino di San Pio da Pietralcina e con il ministro dell’Interno dei suoi figli. Non ho ancora avuto il piacere di incontrare il ministro Di Maio, solo per una questione di impegni.

Esiste oggi un partito in sintonia con le idee cattoliche?

Esistono diverse sensibilità politiche, in comunione con il magistero sociale della Chiesa, che sono presenti in alcuni partiti. Il rischio, però, rimane l’unità del messaggio evangelico, che ne esce compromessa ogni volta che si pretende non solo di privilegiare, ma anche di contrapporre alcuni valori ad altri. Anche in politica, inoltre, serve una testimonianza autentica e una forte resistenza alla mondanità. A tutti quanti vorrei sommessamente ricordare che la Chiesa non si compra per 30 denari.

Sgarbi-show con Lucano: “Voglio farlo candidare”

Visto che alle bizzarrie della politica e della società italiana non ci si abitua mai, aggiungiamo anche questa: Vittorio Sgarbi – critico d’arte, tele-urlatore, deputato della Repubblica e sindaco di Sutri (Viterbo) – concede la cittadinanza onoraria a Mimmo Lucano, primo cittadino di Riace e icona dell’accoglienza dei migranti, sospeso e indagato per una serie di reati tra cui il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Che c’azzecca Sgarbi, liberale e berlusconiano, con un comunista calabrese, amato soprattutto a sinistra per aver ripopolato una città che scompariva – Riace appunto – dando una casa a profughi e disperati di mezzo mondo? “Qualcuno dice che sia in cerca di pubblicità”. Malignità: “Sapete tutti che non ne ho bisogno”. Senz’altro ha la cittadinanza onoraria “facile”: ne ha donata una anche al magistrato Armando Spataro, appena andato in pensione.

E al teatro di Capranica – uno dei tre comuni della Tuscia che hanno deliberato l’onoreficenza a Lucano, con Sutri e Oriolo Romano – va in scena un prevedibile Sgarbi-show. Quando gli si ricorda che il tribunale del riesame di Reggio Calabria ha definito Lucano “socialmente pericoloso” e “afflitto da una sorta di delirio di onnipotenza”, l’onorevole replica così: “Socialmente pericolosi sono i giudici. Il delirio di onnipotenza è della magistratura”. Ma Sgarbi sa essere anche ecumenico: “Il mio obiettivo è far dialogare Salvini e Lucano. Credo sia giusto che la Lega tenga conto di un’iniziativa umanistica come la sua” (il sindaco di Riace, accanto a lui, fa un sorriso che pare una smorfia).

Poi l’onorevole esonda: “Sono pronto a rifondare il Pci. Partito della cultura italiana. Speriamo Lucano voglia iscriversi. Io vorrei candidarlo alle Europee”. Promette quattro interrogazioni parlamentari e legge alcuni passaggi della prima ispezione del ministero dell’Interno, che aveva valutato positivamente il modello Riace: “Questo è un uomo che ha dedicato all’accoglienza buona parte della sua vita. L’esperienza di Riace ha bisogno del supporto dello Stato”. Perché – chiede Sgarbi – questa ispezione dall’esito positivo è stata nascosta all’opinione pubblica? Infine, ritorna come lo conosciamo (quello di “capra! capra! capra!”) e inizia a strillare: “Lo Stato si vergogni! A partire dal presidente della Repubblica! Si vergogni!”.

Testimone mite della performance sgarbiana, Lucano si presta: “Il mio pensiero politico è lontano da quello di Vittorio, ma la sua è una scelta di libertà”. A Capranica viene trasmesso “Il volo”, film-documentario su Riace di Wim Wenders. Sul palco del teatro c’è un cameo anche di Carlo Giovanardi, che partecipa alla cerimonia (non si sa bene a quale titolo) e si esercita in un breve trattato di storia dell’integrazione italiana, a partire dai Longobardi. Alla fine c’è un video-saluto di Alba Parietti.

Il sindaco del paesino della locride si dice provato: “Sono giorni difficili, sono in esilio (gli è stato disposto il divieto di dimora a Riace, ndr). Mi hanno fatto simbolo di uno scontro politico. Io forse avrò sbagliato ma non mi sono arricchito e non ho cercato gloria personale. Non ho intenzione di candidarmi”. Più che con Salvini, ce l’ha con il predecessore al ministero, Marco Minniti: “È stato lui a iniziare la battaglia contro Riace. In quel periodo faceva accordi con i capi tribù libici per tenere i migranti nei lager. Minniti è complice di quello che è successo. Ora a Riace è tornato il silenzio”.