La Confindustria, ancora una volta, ha mandato un segnale chiaro al governo: prendete lezioni da noi e datevi una mossa. Il presidente Vincenzo Boccia, nelle ultime settimane, non si è fermato un attimo rilanciando le ragioni del Tav, incontrando il vice presidente del Consiglio, Matteo Salvini, dando voce a quello che è stato definito il partito del Pil. Al di là dei giudizi sul governo Conte e sulla sua capacità di governare il Paese, siamo però sicuri che le imprese italiane abbiano titoli per impartire lezioni?
Se osserviamo i maggiori 50 gruppi societari quotati in Borsa, e analizzati dall’ufficio studi di Mediobanca nel 2018, vediamo una fotografia sfuocata, piena di buchi e di fragilità. Tra il 2013 e il 2017, il fatturato totale si è ridotto del 7,3%, l’occupazione è diminuita dello 0,2%, mentre gli utili sono aumentati al ritmo del 12% annuo, il tasso di investimento è passato dall’8 al 7%. I dati generali però, sono freddi. Meglio passare alle storie individuali, di famiglia o di gruppo, con storie poco esaltanti ma cristalline.
Il Sole 24 Ore. “Il suono della ‘campanella’ sarà accompagnato da una cerimonia di quotazione, alle 10.30, cui parteciperanno Luca Cordero di Montezemolo (presidente dell’associazione degli industriali), il top management dell’azienda e l’amministratore delegato di Borsa Italiana Massimo Capuano”. Così si esprimeva il quotidiano salmonato il 6 dicembre 2007. Oltre 35 milioni di azioni collocate a un prezzo di 5,75 euro per un valore totale di 750 milioni. Venerdì scorso, il prezzo di una singola azione era di 38 centesimi per un valore di poco più di 21 milioni. In mezzo uno scandalo indicibile che ha visto la procura di Milano chiudere le indagini per l’ex direttore Roberto Napoletano e per il presidente e l’amminstratore delegato del gruppo, dopo un’inchiesta che ha scosso Confindustria.
Eppure solo una decina di anni fa Il Sole 24 Ore sembrava volesse competere con il Financial Times. L’ex direttore Ferruccio De Bortoli, nel 2009, lasciava un giornale a 318 mila copie e una credibilità e autorevolezza pari alla sua storia. Oggi il quotidiano vende circa 65 mila copie e lo scandalo giudiziario ha sgonfiato gli abbonamenti digitali dai 200 mila dichiarati dall’ex direttore Napoletano agli attuali 89 mila. Senza contare l’annuncio di 103 licenziamenti su 545 dipendenti. Confindustria ha cercato di tenersi alla larga, ma lo scandalo riguarda l’associazione, le sue modalità di gestione, le relazioni di potere al suo interno che hanno utilizzato il quotidiano come un normale strumento di potere.
I figli di Romiti. Per chi ha conosciuto i 35 giorni alla Fiat e le vicende degli anni 70 a Torino, Cesare Romiti, amministratore delegato della fabbrica di casa Agnelli, sembrava un mito. Duro, determinato, cinico, quando nel 1998 lascia il gruppo ottiene una liquidazione di 101,5 milioni di euro. Da bravo manager li investe in attività finanziarie tramite la società Gemina, allora uno spaccato di “salotto” della borghesia milanese. Una parte va verso la società di costruzioni Impregilo e l’altra verso la finanziaria Hdp che diventerà poi Rcs Mediagroup. La Hdp viene affidata al figlio Maurizio e dopo solo 4 anni è in rosso per 152 milioni: l’acquisto della casa di moda Valentino, per 258 milioni di euro, si conclude con la vendita a 240 milioni e un buco in pancia di 204 milioni di debiti. Al figlio Pier Giorgio va invece l’Impregilo, storica azienda di costruzioni. Nel libro La paga dei padroni, Giorgio Meletti e Gianni Dragoni ricordano una lezione di management del figliol prodigo: “Abbiamo un gruppo di 19 mila persone, se ognuno risparmiasse un euro al giorno, i rispami annui sarebbero di 4 milioni. Tutti possono evitare una telefonata o fare, in cantiere, qualche chilometro in meno con un mezzo”. Impregilo finirà nell’inchiesta sui rifiuti campani con il sequestro di risorse per 750 milioni di euro e dopo il salvataggio dei Benetton finirà a Salini.
E quelli di Ligresti. Sembravano i nuovi re di Milano e il padre-padrone, Salvatore, era venerato come un “don”. Eppure nel 1997 si era beccato una condanna di 2 anni e 5 mesi per le tangenti Eni-Sai, con 112 giorni di carcere, perdendo i requisiti di onorabilità necessari. La presidenza di Fonsai passò così alla figlia Jonella, astro nascente del capitalismo italiano, prima donna a entrare nel cda di Mediobanca. Anche qui, le cronache giudiziarie raccontano come è andata a finire. La cessione di Fonsai e Milano assicurazioni a Unipol è stata inquisita con l’accusa di aggiotaggio e l’arresto per falso in bilancio, con 600 milioni nascosti nelle pieghe del bilancio. Salvatore Ligresti è morto lo scorso maggio a 86 anni, in primo grado lui e la figlia Jonella sono stati condannati e l’altra figlia Giulia è stata arrestata lo scorso ottobre come conseguenza del patteggiamento a 2 anni e 8 mesi di reclusione concordato a Torino.
Tronchetti al telefono. Niente guai giudiziari per Marco Tronchetti Provera, genero del vecchio Leopoldo Pirelli fondatore del gruppo omonimo. Ma dopo una gestione molto tradizionale del grande affare degli pneumatici (che restano il core businness), nel 2001 decide di far investire al gruppo di cui è leader 4,5 miliardi nella Olivetti che allora controlla Telecom. I miliardi diventeranno 6,5 in seguito ad acquisizioni successive, ma nel 2007, quando Pirelli esce da Telecom, diventeranno 3 miliardi, meno della metà. Il valore dell’impero Pirelli passa dai 50 miliardi del 2001 ai 18-20 del 2007.
Telecom, del resto, ha prodotto una serie di guai infinita. La storia è nota: quando i “capitani coraggiosi” di Roberto Colaninno decidono di lanciare l’Offerta pubblica di acquisto al gruppo che nel 1997 era stato privatizzato dal governo Prodi, l’operazione fu finanziata con un debito di circa 40 miliardi. La scatola utilizzata per questa operazione, Olimpia, venne poi fusa con Telecom, scaricandole quel debito. Che nel 2001 ammontava a 38 miliardi, nel 2007 a 35,7 miliardi, a settembre 2018 a 31,5 miliardi. Di questo passo ci vorranno 99 anni per estinguerlo.
De Benedetti elettrico. L’ex patròn del gruppo Espresso, in grado di rilevare la Olivetti negli anni 70 e di farla scomparire dalla scena italiana, è stato il creatore della finanziaria Cir tramite la quale controllava la società elettrica e del gas Sorgenia, affidata al figlio Rodolfo. Nel 2014 la società raggiunge la cifra di 1,8 miliardi di debiti e sarà necessario un intervento per salvarla dal fallimento. Intervengono, guarda caso, le banche italiane guidate dal Monte Paschi di Siena, primo socio con il 22%. La famiglia De Benedetti a quel punto esce dall’affare, i debiti, tramite il successivo salvataggio del Mps e di altre banche, vengono scaricati sui contribuenti italiani.
Riva e Astaldi. L’elenco potrebbe continuare ancora. Con la famiglia Riva, ad esempio, che ha avuto dallo Stato l’Ilva, spolpandola fino all’ultimo centesimo, ma senza riversare nulla dei grandi profitti guadagnati nella bonifica del territorio. O con Astaldi, la storica società che ha realizzato l’Autostrada del Sole e che, gonfiandosi di debiti, si è ritrovata a emettere obbligazioni al tasso del 7% per ripagare altre obbligazioni. Fallimento anche per Condotte, storica società degli acquedotti e dei favori al “giglio magico”.
Agnelli forever. Nessuno però batte gli Agnelli. Nonostante il monopolio in Italia, la famiglia porta la Fiat sull’orlo del fallimento. Nel 2002, a salvarla, intervengono, anche qui, le banche, che erogano 3 miliardi di prestito, il cosiddetto convertendo: il prestito si sarebbe convertito in azioni Fiat in caso di mancato rimborso e la famiglia avrebbe perso il controllo. Solo grazie a una operazione truffaldina effettuata tramite la Exor, e sanzionata dalla Consob, gli Agnelli recuperano le azioni, beffando mercato e risparmiatori. Spetterà poi a Sergio Marchionne realizzare il salvataggio industriale approfittando molto abilmente dell’offerta di Barack Obama che nel 2008 cede la Chrysler a prezzi di saldo.
Rendita Benetton. La società Atlantia, del gruppo Benetton, riesce invece a mettere le mani su Autostrade per l’Italia e sulla gallina dalle uova d’oro rappresentata dalle tariffe autostradali. Secondo un’analisi del Sole 24 Ore dello scorso agosto, dall’anno della concessione fino al 2017, il gruppo Atlantia ha totalizzato oltre 43 miliardi di ricavi, con 13 miliardi di margine lordo e 2,1 miliardi di euro di profitto netto: 130 milioni all’anno. Il tutto grazie a una concessione che nel 2008 è stata prorogata dal governo Berlusconi fino al 2038.
Patrioti italiani. Il 2008 è anche l’anno del salvataggio di Alitalia da parte dei “patrioti italiani” guidati, ancora una volta, da Roberto Colaninno e sponsorizzata da Silvio Berlusconi. Tra di loro, appunto, i Benetton, ma anche Marcegaglia, che si vedrà assegnare i lavori per il G8 alla Maddalena, la famiglia Riva, che avrà cucita su misura un’Autorizzazione integrata ambientale per l’Ilva di Taranto. Dopo cinque anni la proprietà passa alle… (avete indovinato) banche. I patrioti nel frattempo avranno prodotto 1,3 miliardi di perdite.
E l’ex Cavaliere? Le sue aziende se l’è gestite, cresciute e coccolate senza danni. Lasciandole ai figli, non senza il tutoraggio di mani esperte. Però, per salvare quelle stesse aziende, è dovuto “scendere in politica” e utilizzare una vagonata di leggi ad personam. Vuoi vedere che per i furbetti del capitalismo nostrano il modello resta lui?