Antonio, propaganda europeista sulla morte

Al dispiacere per la morte del giornalista 28enne Antonio Megalizzi per mano di un terrorista islamista a Strasburgo, morte insensata com’è purtroppo in questi casi, si aggiunge una sensazione di profondo disagio per il modo in cui questa tragedia viene “narrata”. Come ormai anche i sassi sanno, Antonio era convintamente europeista. Lavorava per una radio di studenti europei e cercava legittimamente il suo spazio nel mondo in armonia con le sue convinzioni politiche.

Questo ha fatto sentire autorizzato il medium unico a mettere una bandiera sulla bara del povero ragazzo, trasformato in un santino del “sogno europeo”, in un crescendo di retorica che si fatica a distinguere dalla propaganda.

Repubblica ieri ha dato risalto alla decisione del rettore dell’Università di Trento di creare un “network di studenti multilingue” per non “lasciar morire il sogno per cui Antonio ha dato la vita”. Sembrerebbe che Antonio sia stato ammazzato per le sue idee. Il fatto che si trovasse a Strasburgo aveva certo a che fare con le sue passioni, ma è pensiero magico, o malafede, trasformare questa casualità in un peana dell’europeismo. Oltre a Antonio sono rimasti uccisi un francese, un thailandese e un afghano musulmano. Ma “Antonio era uno dei nostri, e come lui sono tantissimi i ragazzi appassionati che ci seguono, persone sotto i trent’anni…. Si avvicinano a #PiuEuropa e lavorano con impegno e serietà”, ha detto Emma Bonino al Corriere, reclamizzando il suo partitino del 2%.

“Addio #Antonio, cittadino italiano, cittadino europeo, cittadino del mondo. L’Italia dovrà portare avanti – tutta insieme, senza divisioni – i tuoi ideali e il tuo sogno verso gli Stati Uniti d’Europa”, ha twittato Renzi senza misura, quasi Antonio fosse morto in guerra contro i populisti alleati con l’Isis. Da qui sui giornali appelli “per salvare l’Europa” e “contro la disgregazione”, come se il terrorista fosse stato un no-euro. Questo sentimentalismo opportunista è l’essenza stessa del cinismo? Se fosse morto un giovane non Erasmus, salviniano o grillino, la sua morte, presso le élite piangenti, sarebbe stata più accettabile? (Purtroppo, conosciamo già la risposta).

Renzi fa l’1,8% di share. Salvini: “Meno della replica della Signora in giallo”

“Basta con gli applausi, che poi mi monto la testa, poi finisco a fare documentari su Milano che fanno l’1,8% di share. Ha vinto anche la replica della Signora in giallo”. Con questa stilettata il ministro dell’Interno e vicepremier, Matteo Salvini, ha aperto l’intervento alla scuola di formazione politica della Lega a Milano. L’oggetto della presa in giro del Capitano è il risultato modesto della prima puntata del documentario televisivo su Firenze dell’ex premier Matteo Renzi, andato in onda sabato sera sul canale Nove. Documentario che, nonostante se ne parli da mesi, ha “inchiodato” davanti allo schermo solo l’1,8% dei telespettatori. La risposta dell’autore non si è fatta attendere: “La trasmissione Firenze Secondo Me è il risultato di anni di sogni e di mesi di lavoro. Sono felicissimo del prodotto, del risultato, dell’accoglienza, del dibattito suscitato”, ha detto Renzi. Per poi aggiungere: “Le polemiche sull’audience lasciano il tempo che trovano: chi è intellettualmente onesto sa che il risultato è stato superiore alla media della rete, alla media del sabato, a altre iniziative culturali analoghe del canale. Per noi dunque: ottimo. Non possiamo che essere felici e grati a tutti gli italiani che hanno seguito un’ora e mezzo di Tv diversa dal solito”.

Redditi degli onorevoli: la trasparenza è a rate

La trasparenza in politica è spesso un’illusione oppure è rilasciata a rate e neanche si compie mai davvero, come per i redditi dei parlamentari. Per una legge del 1982 aggiornata ai tempi di internet da un decreto del 2013, i 945 deputati e senatori sono obbligati a depositare agli uffici per le prerogative e le immunità del Parlamento le dichiarazioni patrimoniali entro tre mesi dal giorno della proclamazione e poi a firmare una liberatoria per la pubblicazione sui portali di Camera e Senato.

Questa legislatura, la numero diciotto, è cominciata a marzo: i termini, con qualche minima distinzione, sono scaduti. Eppure decine, anzi centinaia di parlamentari di partiti di maggioranza e opposizione – esclusi i componenti del governo, che subiscono più controlli – non hanno ancora consegnato i documenti e le pagine personali su internet sono spoglie. Le norme sono blande perché la scadenza fissata a tre mesi dall’ingresso in Parlamento è ordinatoria e non perentoria: non si rischiano sanzioni. Così tra gli inadempienti c’è chi ignora la questione, chi si dimentica, chi non è sollecitato, chi ne approfitta.

Ogni anno, in marzo, il Parlamento raccoglie i dati che può e comunica all’esterno la solita classifica dal più facoltoso in giù, estesa ai dirigenti di partito non eletti, come Silvio Berlusconi o Beppe Grillo. In sintesi, la trasparenza è a rate e in differita: nel 2019 avremo le dichiarazioni del 2018 relative al 2017. Qualche settimana fa, il Fatto ha segnalato i parlamentari già in regola. Come Adriano Galliani, senatore di Forza Italia, che si candida a trionfare nella classifica dei più ricchi con un reddito imponibile (2017) di 10,6 milioni di euro nell’anno dell’addio al Milan dopo la vendita e oltre un quarto di secolo di trofei. Come il deputato Dario Bond, sempre di Forza Italia, che ha un reddito totale di circa 6.000 euro e zero di imponibile e dunque sarà nel girone dei meno abbienti. All’appello mancano, per Palazzo Madama, nomi illustri: Matteo Renzi, che nel 2017 era “soltanto” segretario del Pd; Licia Ronzulli, considerata nel cerchio magico di Berlusconi; Mariarosaria Rossi, altra esponente dei consiglieri dell’ex Cavaliere. Non pervenuti tanti Cinque Stelle, a partire da Rosa Silvana Abate, di professione avvocato, che apre l’elenco dei senatori.

Palazzo Madama ha informazioni più aggiornate e complete di Montecitorio, che arranca. Anche il pentastellato Roberto Fico, il presidente, non ha diffuso ancora la cosiddetta “documentazione patrimoniale”, a differenza di Maria Elisabetta Alberti Casellati, la “collega” del Senato. Da Montecitorio fanno sapere che a giorni il vuoto sulla pagina di Fico del portale ufficiale sarà colmato e che si tratta di un errore tecnico, poiché il reddito del 2017 è uguale al 2016 e riguarda i compensi da deputato. Pure un vice di Fico, Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia, è in ritardo e in affollata compagnia. Non ci sono i documenti di Maria Elena Boschi, che ha trascorso la scorsa legislatura al governo e fino a giugno ha pubblicato le proprie schede sul sito di Palazzo Chigi.

A Montecitorio la trasparenza sui redditi è molto parziale: assente per i forzisti Antonio Angelucci, Deborah Bergamini, Michela Vittoria Brambilla e tanti altri. Poi c’è il gruppo del Movimento, in cui troviamo il giovane Raphael Raduzzi, classe ‘91, consulente, relatore alla manovra in commissione Bilancio. Per i leghisti, per esempio, si può citare Massimiliano Capitanio, tesoriere a Montecitorio. I parlamentari mostrano sui siti di Camera e Senato ampie biografie, proposte di legge, interrogazione urgenti, pochi hanno pubblicato la documentazione patrimoniale. Ci saranno mille e valide ragioni per giustificarsi, ma anche l’esigenza di regole più chiare e di una trasparenza vera.

Manovra, l’ultima trincea è il 2,04%. “Le coperture sono già state trovate”

Non si scenderà dall’ultima barricata; il 2,04% di rapporto tra deficit e Pil. Cioè il “numeretto” stabilito dopo la trattativa a oltranza del premier Giuseppe Conte a Bruxelles. È uno degli spifferi che arrivano dall’ennesimo vertice di Palazzo Chigi che ha riunito i big del governo gialloverde. Quello che dovrebbe essere decisivo per definire la “manovra del popolo”.

Le coperture per arrivare al 2,04% – assicurano da Palazzo Chigi, ma con una definizione molto generica – sono già state reperite “nelle pieghe del bilancio dello Stato”.

Dentro quel numero ci sono già alcune limature significative nelle due misure “bandiera” di Lega e Cinque Stelle: quota 100 per le pensioni e reddito di cittadinanza. Sempre da Palazzo Chigi nel pomeriggio sono stati chiariti in via definitiva i numeri della riforma su cui si gioca tutto Luigi Di Maio. “Nessun taglio alle risorse per il reddito di cittadinanza”, è la sintesi, ma a ben vedere nel primo anno i fondi stanziati sono passati da 9 miliardi di euro a 7,1 miliardi.

Questa la spiegazione: “Nelle previsioni iniziali abbiamo stimato che, nell’arco di 12 mesi per ognuno dei prossimi tre anni, i costi del reddito di cittadinanza sarebbero stati di 9 miliardi l’anno”, per una platea di circa 5 milioni di persone. Però alla fine – secondo i calcoli del governo – non serviranno tutti quei soldi, perché non sarà l’intera platea degli aventi diritto a chiedere di ottenere il reddito. “Sulla base dell’esperienza recente – spiegano da Palazzo Chigi – la percentuale di chi fa richiesta non è mai stata superiore all’80%”. Per “prudenza” il governo ha stanziato i fondi stimando che a chiedere il reddito di cittadinanza sarà il 90%. Il resto del risparmio dipende dal fatto che nel 2019 il reddito di cittadinanza partirà a marzo: dovrà essere finanziato solo per 9 mesi: servono 6,75 miliardi. Il 90% di questa cifra fa 6,1 miliardi. A cui va aggiunto un altro miliardo per ristrutturare i centri dell’impiego. In tutto, quindi, 7,1 miliardi: è il costo della riforma nel suo primo anno di applicazione, quasi tre miliardi in meno della previsione iniziale.

Altre due partite decisive nella lunga serata di Palazzo Chigi: “ecotassa” e pensioni d’oro. Matteo Salvini è tornato a promettere che l’intervento fiscale sulle auto inquinanti non ci sarà: “Non è nel contratto di governo”. Dai Cinque Stelle in sostanza confermano: resta la volontà di tenere il bonus per chi compra le auto “verdi”, ma senza introdurre nuove tasse. Fonti grilline garantiscono pure che non ci sarà nessun arretramento sul taglio fino al 40% alle pensioni d’oro. Il nodo però sarà sciolto solo nella notte romana: il vertice è iniziato attorno alle 21.30 con l’ipotesi di andare avanti ad oltranza, ed è ancora in corso mentre il giornale va in stampa. Con il premier ci sono ovviamente i dioscuri Di Maio e Salvini, il ministro dell’Economia Giovanni Tria e quello dei Rapporti col Parlamento Riccardo Fraccaro, i sottosegretari al Tesoro Massimo Garavaglia e Laura Castelli.

Ma prima dell’incontro allargato, gli argomenti principali sono stati già affrontati in un incontro ristretto tra il presidente del Consiglio e i suoi due vice, iniziato poco dopo le 20.

Il buco nella legge Renzi rischia di far fallire le Bcc

Lo sfortunato rapporto tra il governo Renzi e le banche pare proprio destinato a durare negli anni. Da qualche giorno, infatti, al Tesoro e a Bankitalia hanno preso coscienza di una cosa che gli era sfuggita in questi quasi tre anni: l’applicazione della riforma Renzi alle banche di credito cooperativo rischia, in sostanza, di aprire al prossimo bilancio un buco nel sistema di circa due miliardi e mezzo di euro, cifra capace di cancellare dalla mappa l’intero universo Bcc. Non una bellissima figura per le tecnostrutture italiane ed europee (Bce), che pure assai si sono occupate della riforma, e di sicuro neanche per i vertici del mondo cooperativo, che hanno pure pagato qualche decine di milioni in consulenze (soprattutto a Pwc) per implementare le nuove norme.

Un breve promemoria. La riforma, varata per decreto dal governo Renzi a inizio 2016 sotto dettatura di Banca d’Italia, imponeva a tutte le circa 300 vecchie casse rurali di entrare in una holding, strutturata in società per azioni, con almeno un miliardo di capitale. L’idea era che tutte le banche avrebbero aderito a Iccrea holding, braccio operativo della Federcasse, storico feudo romano che ha dettato legge nel sistema cooperativo. Molte Bcc, le più sane, hanno invece aderito alla trentina Cassa Centrale Banca, mentre quelle altoatesine hanno creato – grazie a un’apposita deroga (tornata utile per candidare Maria Elena Boschi a Bolzano) – un gruppo provinciale Raiffeisen.

Qual è il problema? Intanto ce n’è uno per così dire ideologico: l’Italia è l’unico paese Ue ad aver reso obbligatorio anche per le banche più piccole l’uso dei principi contabili internazionali e questo ha creato parecchi problemi a un sistema già infragilito dalla crisi. Il secondo, piccolo ma dirompente, lo ha rivelato al Fatto una fonte governativa a conoscenza del dossier: senza entrare troppo nei tecnicismi, il mancato recepimento in Italia di una direttiva europea del 1986 fa sì che le holding, quando nel 2019 scriveranno il primo bilancio – a differenza di quanto avvenuto in Francia, dove c’è un modello simile – dovranno obbligatoriamente registrare tutti gli attivi al “valore di mercato” anziché a quello di carico usato nei bilanci delle controllate. Questo vuol dire che i Btp a bilancio delle Bcc andranno conteggiati al loro valore attuale – abbassato dallo spread, specie se rimarrà alto – e lo stesso potrebbe accadere coi crediti deteriorati e “deteriorandi” per i quali i principi internazionali Ifrs obbligano gli istituti ad accantonamenti maggiori.

Questo baco della legge è one shot, cioè è un problema che si presenterà solo col primo bilancio, quando la capogruppo dovrà “consolidare” le controllate e non è aggirato neanche dal cosiddetto “scudo anti-spread” inserito nella manovra per le banche non quotate (e solo per il 2018 salvo proroga del Tesoro): non vale comunque per la holding. Bankitalia, secondo la nostra fonte, ha calcolato il “danno” per il sistema del credito cooperativo, cioè il capitale che servirà a coprire le perdite, in circa due miliardi e mezzo di euro. Soldi che, peraltro, non esistono sul mercato e specialmente per gruppi che dovranno essere controllati dalle Bcc consorziate almeno al 60% delle quote.

Ovviamente non si arriverà a far crollare il sistema: fonti del Tesoro confermano al Fatto quanto si dice tra gli istituti interessati e cioè che è pronto un testo di poche righe che semplicemente consentirà alle tre capigruppo di consolidare le Bcc controllate senza ricorrere ai valori di mercato. Curiosamente, o forse no, la tecnostruttura del ministero – la stessa che scrisse la riforma, confermata in blocco da Giovanni Tria – non ha intenzione di presentare un emendamento alla manovra, come sarebbe ovvio, ma di infilare quelle poche righe direttamente nel maxiemendamento alla chetichella: così si evitano spiacevoli polemiche, certo, ma anche l’attribuzione delle sacrosante responsabilità.

Ma mi faccia il piacere

Sadomaso. “La commissione Ue non deve cedere ai trucchi del governo” (Sandro Gozi, Pd, Die Zeit, 1012). Dài, frustateci di più, vi prego, ancora, ancora, oooohhhhh sìììììììì!

Il pallottoliere. “Se sommiamo lo 0,5 delle pensioni di Salvini al 2 del reddito di Di Maio il risultato fa 2,5. Restano fuori da qualsiasi beneficio sostanziale il 97,5 per cento dei cittadini. Vi sembra normale?” (Alessandro Sallusti, il Giornale, 16.12). In effetti il 2,5% è un po’ troppo. Era normale quando il padrone faceva decine di leggi per un solo italiano su 60 milioni.

Bombicelli. “Nella ‘Calunnia’ del Botticelli c’è un messaggio politico molto importante per oggi: il calunniato, la verità messa da parte, il sovrano che sbaglia giudizio sulla base dei suggerimenti del sospetto e dell’ignoranza… insomma potremmo definirlo il quadro delle fake news, se dovessimo ragionare di oggi, perchè questo tema è un tema che non riguarda soltanto la Firenze del 1495, ma anche il mondo politico di oggi” (Matteo Renzi, senatore Pd, La9, 15.12). Diavolo di un Botticelli: 5 secoli fa aveva già previsto l’avvento del Bomba.

Sono soddisfazioni. “Le immagini del mio assist alla partita dei parlamentari sono finite sulla pagina Facebook ‘Chiamarsi Bomber’: sono le soddisfazioni della vita!” (Renzi, Porta a Porta, Rai1, 12.12). Da Bomba a Bomber.

Il trucco c’è. “La partita truccata della Tav: nella commissione Toninelli 5 membri su 6 erano per il no. Le dichiarazioni pubbliche di chi sta valutando costi e benefici dell’opera. Il dossier del Pd: gli esperti ‘super partes’ si sono espressi più volte negando l’utilità della Torino-Lione” (Paolo Griseri, Repubblica, 16.12). Dicesi esperto super partes: a) chi ha sempre detto sì al Tav Torino-Lione pur sapendo che è inutile; b) chi ha sempre detto no perchè lo ritiene inutile, ma ora dice sì per essere super partes.

Good news. “Buona notizia: nasce il partito di Calenda” (Il Foglio, 13.12). “Idee e sondaggi. Quanto possono valere i partiti di Renzi e Calenda. Minimo 5, massimo 18” (Il Foglio, 14.12). “Il laboratorio. La rete di Pizzarotti, il sindaco post populista che vuole superare il Pd” (Repubblica, 16.12). Transennate i seggi.

L’estremo oltraggio. “Con de Sica è rinata la coppia. Noi come Lemmon e Matthau” (Massimo Boldi, il Giornale, 11.12). Tanto quelli non possono più querelare.

La Pasionaria. “Tutti la conoscono come la star di Baywatch, bella e sexy, ma quanti sanno che l’attrice americana di origini canadesi, Pamela Anderson, è un’attivista da anni impegnata contro gli abusi dell’economia globale, contro le crudeltà sugli animali, a favore dei migranti e rifugiati e a difesa di Assange…” (Repubblica, 1012). Rosa Luxemburg le fa una pippa.

Te piace ‘o presepe? “Quella che vuole il reddito di cittadinanza è l’Italia che non ci piace” (Giancarlo Giorgetti, Lega, sottosegretario Palazzo Chigi, 14.12). Invece quella che fa sparire 49 milioni e poi li restituisce allo Stato in comode rate per 76 anni gli piace un sacco.

Cose mai viste. “É ormai evidente che il ministro delle Infrastrutture sta usando tutti i cavilli possibili per bloccare la Tav, come ripetutamente promesso dai 5 Stelle in campagna elettorale” (Luciano Fontana, Corriere della sera, 10.12). Questo bel tomo mantiene addirittura un impegno preso con gli elettori: ma si può?

Se Milano avesse lu mare. “Milano è una città in controtendenza rispetto al resto d’Italia. È una città di buonumore, ottimista, irrequieta, che crea posti di lavoro e attira capitali dall’estero. Il tono medio non è frustrazione, il rancore, il rifiuto delle competenze. Non a caso i grillini qui non toccano palla… Si può dire che Milano sia all’opposizione” (Aldo Cazzullo, Corriere della sera, 15.12). Ideona: al prossimo giro facciamo votare solo i milanesi, così Cazzullo è contento.

Galera, governo ladro. “Il sovraffollamento nelle carceri italiane, scandalo dimenticato…. I detenuti sono ricominciati a risalire a dispetto della narrazione di alcuni magistrati da talk-show e dei loro house organ sul fatto che in Italia nessuno finisca in carcere: a fine 2017 erano 57.608, ora sono già tornati a 60.197” (Corriere della sera, 10.12). A dispetto della narrazione di alcuni magistrati da Corriere e del loro house organ sul fatto che i reati non fanno che calare. Invece i delinquenti aumentano, e ovviamente è colpa del governo.

Il titolo della settimana/1. “Di Maio fa scappare Fiat” (il Giornale, 13.12). Da Detroit, da Londra o dall’Olanda?

Il titolo della settimana/2. “Decreto fiscale e anticorruzione. Finanza pronta a entrare nei nostri conti e magistrati scatenati. Da oggi meno liberi” (il Giornale, 14.12). Di rubare.

Il “Sacro erotismo” di Beppe Mora tra danzatrici lascive e uomini-angelo

L’erotismo è tra le poche opera humanae (forse anche sovrumane) a essere più immortale della Storia. Tale convinzione sembra animare l’esposizione iEros di Beppe Mora (fino al 31 dicembre, alla Queendom Gallery di Treviso).

Accanto all’apprezzata e decennale attività di vignettista satirico – sempre molto attese dai lettori le sue strisce sulla politica e l’attualità pubblicate dal Fatto Quotidiano –, Mora non cessa di alimentare un’anima pittorica dall’erotismo dirompente e consapevole, che travalica i limiti della citazione colta dei grandi del passato, che pure lo ispirano, per assumere una cifra agilmente leggibile di contemporanea “sacralità” (come indica il titolo della mostra).

I tratti e le fattezze – sempre morbide e mai spigolose – dell’universo femminile immaginato da Mora rimandano a una donna consapevole e capace di sedurre, padrona del proprio corpo, una Valentina in posa, che ammicca di fronte all’obiettivo che tenta di catturarla: una prima copre i seni con la mano, per intimare all’occhio che guarda l’attesa e il rispetto; un’altra è seduta al contrario su una sedia gialla mentre le gretole dello schienale le incorniciano i seni e il pube su uno sfondo blu sospeso. Una terza donna con ancora i tacchi e le autoreggenti, ombreggiata a matita in un bel gioco di bianco e nero, assume una postura che cita L’origine del mondo di Courbet.

Tale e poderosa è la celebrazione fisica che Mora fa della malìa femminile, che in alcuni dipinti torna con la mente a Henri de Toulouse-Lautrec e alla Belle Époque: le sue danzatrici, terminata l’esibizione sulle note del can can di Offenbach e ormai spoglie delle giarrettiere, di tulle e fanchon, di nastri e pizzi, iniziano a (ri)vivere. Si lasciano andare a testa in giù su una poltrona rossa, che le accoglie e abbraccia. I capelli blu elettrico sciolti, riversano lunghi a terra: non indossano altro, se non la propria pelle. Un’altra danzatrice dai capelli blu non si concede all’obiettivo, nel quadro probabilmente più magnetico della mostra: il collo lungo ed esasperato, à la Modigliani, le permette di fuggire via, il neo sulla guancia destra, i seni irregolari e le braccia atteggiate in vita in una posa meditabonda ci dicono che lei decide di appartenere a se stessa.

Anche il nudo maschile trova spazio nella celebrazione del corpo di Mora: un uomo è di spalle, in piedi; i muscoli guizzanti lo fanno sembrare un guerriero e il rosso sangue dello sfondo – steso a larghe e vigorose pennellate – suggerisce che si tratti di un vincitore. Più placido è, invece, l’uomo-angelo blu: bellissimo, nella sua posa ellenica – plastico come Il discobolo, ieratico come La Nike di Samotracia –, ha gli occhi chiusi e sembra dormire il sonno dei giusti.

Letteralmente e metaforicamente spogli degli orpelli della contemporaneità, è nel nudo che per Beppe Mora le donne e gli uomini ritrovano la propria identità e si raccontano.

“Quale MeToo? Le donne restano condannate a ‘casa, letto e chiesa’”

Tutto cambia, niente cambia: la donna – ahilei, ahinoi – è ancora Tutta casa, letto e chiesa, come l’aveva sardonicamente immortalata Franca Rame nell’omonima pièce. “Purtroppo la situazione è più o meno invariata. Non trovo niente di anacronistico nel testo”, racconta Valentina Lodovini, in questi mesi protagonista dello spettacolo diretto da Sandro Mabellini e in tour fino a febbraio (stasera ultima recita alla Sala Umberto di Roma).

“Le donne che porto in scena esistono tuttora. Ovvio che qualcosa è accaduto, ma riguarda una minoranza; per il resto c’è quasi un’involuzione. Ciò detto, è un momento complicato ma fertile. Voglio vederlo con occhi positivi”.

Tutta casa, letto e chiesa è una raccolta di monologhi sulla condizione femminile e la schiavitù sessuale in primis: debuttò nel 1977 a Milano, alla Palazzina Liberty, solidarizzando con le lotte del movimento femminista; dopodiché fu replicato oltre tremila volte in più di 30 Paesi del mondo.

Il canovaccio – il primo scritto a quattro mani da Rame insieme col marito Dario Fo – è in verità un’antologia di monologhi, quasi una decina per altrettanti, eccentrici personaggi in gonnella: come molti lavori della compagnia, è stato riadattato e arricchito negli anni, fino al 1985, mentre ora Mabellini ha scelto di portare in scena solo quattro voci. In breve, per non spoilerare: “Una donna sola ha per protagonista una casalinga; Abbiamo tutte la stessa storia parla di una signora che, allora come oggi, viene considerata ‘contro natura’; Il risveglio racconta di un’operaia, una lavoratrice che è anche madre e moglie; Alice nel paese senza meraviglie è il racconto di formazione di una ragazza manipolata”.

Possibile che la condizione femminile sia la stessa di 40 anni fa? “Quando c’è lo sguardo di due artisti così importanti – uno sguardo intelligente, ironico, sofferente e puro – non escono solo i personaggi, ma soprattutto il contesto culturale di un’epoca. Queste opere sono testimonianze: non invecchiano mai perché rispecchiano la condizione umana”. Quello di Fo e Rame sembra quasi un proto-manifesto del #MeToo… “Sicuramente è un testo manifesto: la commedia è una delle forme narrative più crudeli e feroci nei confronti della realtà, di cui si prende gioco; il fondo, però, resta amaro. Quanto ai movimenti contemporanei, denunciare è importantissimo perché l’omertà è l’arma più preziosa che hanno le persone scorrette e viscide. Se gliela togliamo il sistema si sgretola”.

Il tema è ancora caldo e il pubblico apprezza: “Lo spettacolo è diverso ogni sera proprio perché gli spettatori sono protagonisti. Ci si può vedere tutto in questo testo: un inno alla vita o alla lotta o alla rassegnazione. Il dibattito è sempre acceso, e da attrice per me è magnifico: non essendoci mai la stessa reazione alle battute, non mi posso adagiare, devo essere sempre viva, vigile, non posso permettermi di gigioneggiare. Tuttavia, sarebbe scorretto dire che tutte le donne reagiscono in un modo e tutti gli uomini in un altro: la reazione è molto individuale. Non ci sono i buoni e i cattivi”.

Finalmente sdoganati e sottratti all’etichetta di artisti politici, se non politicizzati, “è bello scoprire che Dario Fo e Franca Rame sono di tutti: il nostro Paese, da Nord a Sud, va fiero e orgoglioso di loro. A Milano, ad esempio, avevo qualche timore: chissà se avranno pregiudizi, o gelosia, nei confronti di due artisti simbolo della città. Non è stato così: ovunque vado, trovo solo amore per loro”.

Eppure il testo è politico, scritto in anni di grande movimentismo, attivismo e finanche violenza: “È politico perché va all’essenza della vita. Io credo che si possa essere apartitici ma non apolitici”.

E lei? Si considera femminista? “Dipende cosa intende: come donna sono privilegiata, sono sempre stata rispettata. Ho ricevuto un’educazione che tra i valori principali ha la libertà di espressione. Mi ritengo fortunata, indipendente, priva di pregiudizi, generosa. Non mi sono mai dovuta difendere; perciò, di fronte all’ingiustizia e alla mancanza di parità, reagisco. Anche in maniera forte”.

“Lo schiaffone da Grillo, il bluff a carte con la Carrà e quando dormivo in auto”

Se ci riesce plana sui problemi, altrimenti li scansa. Alla televisione del pianto (“per me pornografia”) preferisce la leggerezza, identificata come stile e compagna di vita. Quando parla quasi sempre sorride, e la sua risata si riconosce, poi gioca con i capelli, fissa negli occhi, non gli interessa apparire meglio o diverso. Va bene così. Sa esattamente chi è e cosa rappresenta; la depressione per Enrico Papi è oscura in quanto sconosciuta.

E così in trenta e passa anni di televisione è uno dei pochi, forse l’unico, ad aver attraversato tre colossi: Rai, Mediaset e ora Tv8 con due programmi, Guess My Age – Indovina l’età e La notte dei record; ha lavorato con totem come Maurizio Costanzo, Pippo Baudo, Raffaella Carrà e Sandra Mondaini, “E pensare che mio padre neanche voleva, ‘rischi una delusione’. Allora mi mantenevo da solo, e quando andavo in tournée spesso dormivo in macchina”.

Quale tournée?

Ho aperto i concerti anche di Fiorella Mannoia, Ivan Graziani e Nino D’angelo.

Il ruolo?

Il comico, però tempo dopo ho capito che non mi chiamavano per le mie doti umoristiche, ma perché con me presente non pioveva.

È una battuta?

È vero! Una sera, alla fine del mio spettacolo, per caso ascolto una conversazione tra manager: “Come mai ingaggi Papi? Non fa ridere”. E l’altro: “Zitto, quello ha un culo incredibile: è da una settimana che piove, e ha smesso solo oggi. Con lui ogni volta è così”.

Ci è rimasto male?

Mica sono matto, l’importante era lavorare; per risparmiare, oltre a dormire in auto, una vecchissima Mercedes acquistata usata, accompagnavo alcuni componenti della band e da loro strappavo i soldi della benzina.

Formichina.

Andavo pianissimo per non consumare, ed era diesel.

Per i primi anni in Tv si è occupato di gossip.

La mia prima vera forma di guadagno.

Prendeva in giro i vip.

Ho cercato di spettacolarizzare il gossip, nessuno si è mai incazzato, magari si stranivano; Alba Parietti mi gridava: “Basta, mi perseguiti”, oppure Valeria Marini; però solo gli stranieri come Sylvester Stallone e Bruce Springsteen si sono realmente avvelenati.

Ha avuto una storia con la Marini.

Non ricordo, ho la memoria breve.

Notizia fake, allora.

Ho i file pieni.

Botte ne ha prese?

Una bella pizza da Beppe Grillo e dopo mi ha chiesto i soldi.

Doppietta.

Eravamo in Sardegna, lui in spiaggia. Si tuffa. Arrivo con la telecamera nuova, presa a rate e grazie a un leasing con una banca: milioni di lire; riprendiamo la scena, mi riconosce, esce dall’acqua, si avvicina sorridente, io tranquillo vado verso di lui…

E…

Neanche risponde al mio “ciao”, mi dà una pizza, il microfono cade, io sbalordito riesco solo a dire: “Ma come, l’ho pagato a rate!”. E lui: “Ora i soldi li devi dare a me: hai strappato delle immagini e un’intervista, voglio un miliardo di lire da Mediaset”.

Un miliardo?

Nel frattempo rimedia un foglio: “Firma qui, è scritto che Berlusconi mi deve un miliardo”.

Lei?

Accetto, ma era tutto provocatorio: da persona intelligente Grillo era andato oltre la mia scenetta, aveva impostato la replica.

Lei è appassionato di riviste scandalistiche.

Da sempre. Ho iniziato con i pettegolezzi del palazzo dove vivevo da bambino: parlavo con le signore della scala (altra risata); ancora oggi conosco i segreti di chiunque.

Proviamo?

So tutto!

Come mai?

Perché mi raccontano, e se non ricevo le novità, allora indago.

Sembra una minaccia.

Per me è pura goliardia.

A chi deve molto?

A Berlusconi: guardava il mio programma di gossip, trasmesso di notte sulla Rai; fu proprio lui a segnalarmi ad Adriano Galliani.

Berlusconi appassionato di gossip notturno.

Sostituii Sgarbi nella finestra dopo il telegiornale: quando me lo dissero pensai a uno scherzo, credevo di essere vittima di una candid camera; mesi dopo, alla festa per gli auguri di Natale, mi presentò Mike Bongiorno: “Lui è il mio ultimo acquisto”.

E Bongiorno?

Non ricordo la replica, ma con Mike c’era qualche problemino per un presunto scoop gossippato.

Che aveva combinato?

A Sanremo, quando Mike presentava il Festival, mandai in onda un servizio con lui che entrava in albergo accompagnato da una donna…

Beccato.

Era il suo ufficio stampa, eppure associai le immagini al commento: “Chissà quanto tempo è rimasta dentro…”. Lui manifestò un certo disappunto: “Mi fai cazziare da mia moglie!”.

Il sito “Dagospia” lo legge?

Sì, ma credo di stare sulle palle a Roberto D’Agostino.

Meritatamente?

Anni fa ho scritto un libro, Vips, dove racconto di scandali torbidi, senza i nomi ufficiali. Appena pubblicato mi chiama D’Agostino: “Bello, divertente, ma chi c’è dietro quei personaggi?”. Scoppio a ridere: “Veramente ho scritto tantissime cavolate”. Ci è rimasto male.

In casa chi leggeva i giornali scandalistici?

Nessuno, solo io. Anche quando andavo dal barbiere sceglievo le riviste patinate.

Chi è il suo mito?

Raimondo Vianello, il numero uno, in grado di abbinare come nessuno l’intelligenza alla leggerezza.

Ha condotto un programma con sua moglie.

Un giorno Maurizio mi propone un progetto estivo. Rifiuto. Non mi sentivo adatto. Insiste, allora butto lì un’idea folle, senza speranze: “Solo se c’è Sandra Mondaini”. Lei accetta, con lo stesso Maurizio stupito.

Insomma.

Chiuso l’accordo ci diamo appuntamento a Riccione, alle dieci nel suo albergo; solo che lei viaggiava in treno, mai in aereo, così la produzione mi tranquillizza: “Arriva pure dopo, dovrà sistemarsi”.

Obbedisce.

Che errore. Mi presento mezz’ora dopo e non la trovo. Chiedo alla reception: “È in camera”. La chiamo, risponde un’amica: “È arrabbiata. Non scende”. Cosa ho fatto? “È in ritardo”.

Così?

Alla fine le parlo: “Ai miei tempi non ho aspettato nemmeno Macario, per punizione ora andiamo in gioielleria, scelgo quello che voglio e tu lo paghi”.

Scherzava?

Serissima. Ha scelto la migliore di Riccione, si è piazzata davanti al negoziante e ha scandagliato una serie infinita di collezioni, le più ricche, e con tempi lentissimi. Cadenzati.

Lei sudava.

Non fiatavo. E più tacevo, più si calmava, più abbassava le pretese, fino a quando ha preso in mano un braccialetto da poco: “Questo ti piace?”. “Tantissimo, è perfetto”. Lo ha indossato e siamo usciti…

Rimpianti o sensi di colpa?

Nessuno dei due. Alla fine riesco a concludere quello che voglio.

Maurizio Costanzo.

Gli voglio bene, è il mio testimone di nozze, e rappresenta un maestro per chi vuole intraprendere questo mestiere: vicino a lui ho capito molto.

Tipo?

Nelle interviste è necessario ascoltare chi si ha di fronte.

Utile.

No davvero, spesso partono con una serie di domande prestabilite, e non capiscono quando è giusto abbandonare la scaletta e approfondire uno spunto.

Altra lezione?

Di rispettare l’interlocutore, chiunque sia: in quel momento è la tua star, la persona più importante.

Come andava a scuola?

In autobus.

Una volta sceso?

Non studiavo e poi dedicavo il mio tempo agli scherzi contro i professori: in classe c’era un diario con le mie cavolate, intitolato “papiadi”.

Un esempio.

Le classiche puntine sulla sedia dell’insegnante o quando ho riempito la classe di palloncini gonfiabili.

Diplomato, con?

Meglio non dirlo.

Ha mai temuto di diventare una meteora della Tv?

No, perché in qualche modo un segno l’ho lasciato, non ho mai solo condotto, ho dato il mio contributo in ogni trasmissione, a partire da Sarabanda.

Qual è il suo imprinting?

Far rilassare le persone.

Intrattenitore.

La leggerezza come punto primario.

La televisione che commuove, le piace?

La trovo pornografica. Però ha un suo pubblico.

La reti ci puntano tanto.

Costa poco: basta chiamare chi ha subito un dramma, piangono, e hai risolto il problema; e il pubblico sa con chi identificarsi o come esorcizzare.

Non ama le lacrime.

Non le sopporto, non ho mai rimproverato i miei figli e proprio per non vederli piangere; non sopporto sentir mugolare neanche il cane.

Raffaella Carrà.

Mito assoluto, per lei ho bluffato come un folle a carte.

Ha imbrogliato la Carrà?

È un’appassionata di gioco, io non capisco nulla. Un giorno mi propone: “Conosci Tresette”. “Certo”. “Giovedì organizzo un torneo, vieni?”

Soluzione?

Chiamo un amico, un professionista, e per una settimana mi chiudo in casa e studio; al torneo sono arrivato in finale, ma da quel giorno ho smesso, e non ricordo le regole.

Quanto è bugiardo?

Per niente, però a volte evito le verità (la sua assistente scoppia a ridere).

Superstizioso?

Tanto, sono quasi da curare.

Con l’età si peggiora.

È un continuo, e poi credo nei rapporti positivi e in quelli negativi: se un tipo lo inquadro come strano, scappo; se il primo giorno entro in uno studio vestito in un modo, e va bene, i successivi replico all’infinito; inoltre saluto sempre le stesse persone, e se uno mi dice “buona giornata” e poi va male, è la fine.

Non si contiene.

Lo so ed è da cretini. Se indosso una maglietta e quella giornata risulta positiva, sono capace di lavarla la sera per poi rimetterla il giorno dopo.

Quando ha detto “sono io quello famoso”.

Un giorno a Sanremo: arrivo in un ristorante per un servizio e trovo la folla. Erano lì per me. In qualche modo è stata la fine della trasmissione che conducevo in Rai

La telecamera è una droga?

La vera dipendenza è quella di parlare al buco nero.

Se n’è reso conto subito?

Immediatamente, e quello con la camera diventa un rapporto sessuale; e quando ho avvertito che questo mondo mi stava prendendo, ho mollato.

Spaventato.

Con questo lavoro non capisci mai quali sono gli amici veri, “ti voglio bene” è la frase più inflazionata, e alla terza volta che la stessa persona te la propina, sono dolori; quando ti rendi conto di vivere solo circondato da queste persone, è meglio mollare.

Si è riossigenato.

Ci sono persone che vivono un perenne “Grande fratello” e senza saperlo.

Ci andrebbe?

Mai, non sarei me stesso.

Tra la D’Urso e la Venier, chi le piace di più?

Bastardo.

Eh?

Sono amico di Barbara e nel suo genere è bravissima, però mi piace anche Mara per la sua empatia.

Cosa vuole?

Far sorridere. Quando in Rai ho partecipato a Tale e quale, ogni giorno andavo in pellegrinaggio nel camerino che un tempo è stato di Totò: è il sorriso a far andare avanti il mondo, e bene.

Twitter: @A_Ferrucci

Honduras, la carovana della solidarietà

Dalle colline del quartiere residenziale di Bella Vista, San Pedro Sula, non è poi così male. Da una parte le montagne del Merendón ricoperte da una lussureggiante vegetazione proteggono la città industriale dell’Honduras. Dall’altra la vista spazia verso l’orizzonte, segno che le nebbie avvelenate che dominano altre metropoli centroamericane da queste parti non sono di casa.

Il clima è favoloso e il verde è ovunque. Le persone che si avvicinano ai semafori sembrano puntini lontani, come lontane sono le loro storie. Chiedono qualche spicciolo mostrando la ricetta che gli hanno appena dato negli ospedali pubblici dove non ci sono farmaci, bende, chiodi o gessi per curare una frattura. A volte mancano persino le siringhe e per un antidolorifico per chi è arrivato con una pallottola nella gamba occorre mandare un parente in farmacia.

Dai quartieri alti non si vede quel che accade nei barrios controlados, le zone calde della città, governate dalle bande criminali più violente del pianeta, né si può vedere il terrore negli occhi degli autisti degli autobus, mandati a guidare come soldati mandati a morire. Le compagnie sono vittime delle estorsioni ad opera delle maras o pandillas, le gang che ormai da anni impazzano per quasi tutto il Centro America. Il pizzo lo chiamano imposta di guerra perché le maras sono in guerra tra loro. La Salvatrucha contro la Mara 18 e in mezzo la povera gente che se non collabora muore, se parla muore, se alza la testa muore, se invece collabora rischia di essere ammazzata dalla banda rivale.

Dai quartieri alti neppure si vedono le baracche dei bordos, le favelas costruite lungo i fiumi della città. A Bella Vista non arriva il tanfo delle discariche ai lati delle catapecchie dove nascono i futuri componenti delle bande; dove si rifugiano i contadini che il latifondo ha sbattuto fuori dalle campagne; dove le mamme piangono un figlio che ha giocato a fare il pistolero con uno più veloce di lui. Da Bella Vista non partono nemmeno le carovane di migranti, in direzione Stati Uniti, ma da San Pedro Sula sì. Oggi quelle carovane stanno lentamente arrivando al confine con gli Usa. Li aspetta il muro costruito da Clinton e l’esercito inviato da Trump. Li aspetta, quantomeno, qualche telecamera pronta a filmare immagini da mandare poi in onda per 24 ore o poco più nei canali all-news di mezzo mondo. Li aspetta un’attenzione mediatica alla quale non sono abituati. Loro, vittime della povertà, della droga, dei sicari a buon mercato, dei colpi di stato. Loro, vittime dell’indifferenza della quasi totalità del mainstream colpevolmente disinteressato alle cause che li hanno spinti a fuggire dalle loro case.

Andare via da una vita senza scarpe

“Vorrei vivere ovunque, basta non qui”. Me l’ha detto Marcos, un ragazzino di 13 anni che vive nel bordo Botran. L’ho conosciuto grazie a Walter Lopez, il proprietario della Recacel, un’azienda che si occupa del riciclo di componenti dei cellulari e dei computer e dà lavoro a una ventina di persone. A Botran tutti lo rispettano. È lui che mi ha permesso di entrare nel bordo ed è lui che ha convinto Marcos e altri due ragazzi, Wilfredo e Anderson, a parlare con me. Li ho incontrati in un bar dopo aver visitato il quartiere. A Botran le baracche sono ammassate e si fa fatica a capire dove finisce una casa e ne comincia un’altra. Le donne lavorano instancabilmente. C’è chi cucina tortillas lungo la strada polverosa, chi passa di casa in casa vendendo empanadas e chi prova a rendere più dignitosa la propria baracca spazzando pavimenti fatti di terra. L’odore di bucato si confonde con quello delle discariche ammucchiate dietro le baracche. Nell’immondizia accumulata sulle sponde del fiume razzolano le galline, cercano cibo gli avvoltoi e giocano bambini scalzi. Nei bordos non tutti hanno le scarpe. Walter mi ha spiegato che averne un paio è una delle ragioni per le quali un ragazzino del quartiere accetta di entrare in una banda. Vivono in mezzo alla miseria assoluta e si sentono vittime di un’ingiustizia perenne.

Sognano, come tutti gli adolescenti. Sognano di non vedere più le loro madri farsi in quattro per un pasto caldo, sognano di poter uscire con una ragazza ben vestiti, sognano una vita rispettosa e pensano che fino a quando vivranno nel quartiere, il rispetto non lo potranno avere. Guardano i volti della madri segnati dalle sofferenze della vita e spesso dalle mani pesanti di mariti ubriachi e si convincono. “Io da qui me ne vado”.

Andarsene dal bordo non è difficile. Entrare in una pandilla è un gioco da ragazzi, la cosa difficile è arrivare vivi a 30 anni. Le maras sono sempre pronte ad assoldare ragazzi disperati. Hanno un tremendo bisogno di nuovi soldati. La disperazione è vista come una motivazione a compiere i crimini più efferati per guadagnarsi uno spazio nella banda. Alcuni ragazzi confondono la paura con la riverenza, pensano che essere temuti significhi essere rispettati. Per questo scelgono la strada del grilletto facile. Immaginano il momento in cui faranno ritorno nel bordo, magari in moto, con vestiti di marca e così decidono di arruolarsi. Sanno che si tratta di una scelta definitiva, i capi-banda mettono vere e proprie taglie sui disertori. C’è però chi non si lascia affascinare dal denaro facile e sceglie altri modi per scappare. Sceglie di cercare fortuna altrove, lontano dalla miseria e dal fetore del barrio. Chi denigra i migranti innanzitutto dovrebbe pensare che a volte si tratta di assassini mancati.

Un Presidente con un fratello narcotrafficante

San Pedro Sula è considerata una delle città più pericolose al mondo. Nel 2017, secondo l’organizzazione messicana Seguridad, Justicia y Paz, si è piazzata al ventiseiesimo posto per numero di omicidi: 392 morti ammazzati, 51,18 per ogni 100.000 abitanti. Ma il problema non è soltanto la violenza, il problema è l’assenza di una qualsiasi prospettiva: economica, sociale e soprattutto politica. Il presidente, Juan Orlando Hernández, ha vinto le elezioni ma tutti pensano che ci sia riuscito grazie ai brogli. Già eletto presidente nel 2014 si è ripresentato alle presidenziali del 2017 nonostante l’art. 239 della Costituzione glielo impedisse. Tuttavia la Corte Suprema ha giudicato inapplicabile l’articolo spianandogli la strada politica come la Cia ha sempre fatto con tutti i candidati che promettevano di essere servili con Washington. Pochi giorni fa, oltretutto, a Miami è stato arrestato per traffico internazionale di droga suo fratello Juan Antonio “Tony” Hernández. “Tony”, ex-deputato, è accusato dal Dipartimento di giustizia statunitense di essersi occupato dell’invio dalla Colombia agli Stati Uniti, di tonnellate di cocaina dal 2004 al 2016.

Questo è l’Honduras. Se le bande criminali controllano fette di territorio; se la disoccupazione è alle stelle; se migliaia di persone si organizzano nelle carovane per il Guatemala e da lì verso il Messico e poi gli Stati Uniti, una responsabilità deve esserci. Sono responsabili le multinazionali dell’agro-business che, in accordo con la Cia, hanno imposto le monocolture a tutto il Centro America distruggendo l’agricoltura di sussistenza che è il miglior antidoto alla povertà. Sono responsabili Obama e la Clinton i quali hanno avallato nel 2009 un colpo di Stato per sbarazzarsi di Manuel Zelaya, il presidente che ha avuto il torto di non volersi piegare ai dettami del Washington consensus. È responsabile il Fondo Monetario Internazionale, un organismo di strozzini legalizzati che non tollera nulla che non abbia a che fare con il profitto, con le privatizzazioni o con il libero commercio.

Se fossi nato in un bordo e avessi 14 anni, anch’io, probabilmente, mi arruolerei in una banda criminale. Se invece in questo stesso bordo ci vivessi ora che sono padre e con il rischio di vedere prima o poi mio figlio finire in una pandilla, non avrei dubbi. Mi informerei sulla partenza della prossima carovana e andrei con loro. E come me ci andrebbe anche il primo degli xenofobi nostrani, questi fanti della guerra che si combatte oggi in occidente – ovvero quella tra poveri – che rischia di vedere prevalere, ancora una volta, i predatori di diritti.

La carovana della solidarietà per non restare soli

Negli ultimi decenni centinaia di migliaia di honduregni hanno lasciato il Paese in direzione degli Stati Uniti. Alcuni lo hanno fatto per conto proprio, altri affidandosi ad un coyote, un intermediario, un trafficante di uomini. Il costo? Tra i 7000 e gli 8000 dollari. La maggior parte di questi finisce nelle tasche dei narcos. Sono i cartelli messicani, infatti, i padroni della ruta dei migranti. Sono loro a gestirla. Con il denaro consegnato loro dai coyotes oltre a render felice qualche banchiere del primo mondo, corrompono i poliziotti della migrazione o foraggiano i mareros honduregni, salvadoregni o guatemaltechi.

C’è poi chi parte per conto proprio. Sono quelli che 8000 dollari da parte non riescono a metterli neppure lavorando 25 anni oppure sono i condannati a morte, quelli che si sono messi contro un pandillero e che hanno urgenza di scappare dall’Honduras prima che sia troppo tardi. Per attraversare il Messico senza soldi in molti si aggrappano ai treni merci che partono dal Chiapas e arrivano nel nord del paese. Si tratta di un viaggio di quasi 1500 chilometri, un viaggio pericolosissimo. C’è chi si ferisce nel prendere il treno al volo, chi perde la vita, chi viene abbattuto da una pallottola volante e poi ripulito dei soldi che ha in tasca da qualche criminale messicano. C’è anche chi viene buttato giù dal treno e poi sequestrato dagli stessi narcotrafficanti i quali in questo modo prendono due piccioni con una fava: inviano le richieste di riscatto ai familiari e, allo stesso tempo, incoraggiano l’immigrazione gestita direttamente da loro.

Le carovane rappresentano l’ultima frontiera delle migrazioni. Sono una reazione ai pericoli che si correrebbero partendo da soli. Partire in carovana significa, infatti, risparmiare gli 8000 dollari per i coyote, poter contare su un minimo di attenzione mediatica, auto-proteggersi, non cedere ai ricatti dei narcotrafficanti. Anche i migranti, insomma, approfittano dell’epoca della sharing-economy. Si organizzano, si danno appuntamento via whatsapp, comunicano via cellulare la loro posizione, fotografano un malvivente intento a derubare un compagno di viaggio. Condividono esperienze sui social network, si danno consigli, si aiutano reciprocamente. Essere costretti a lasciare la propria casa è sempre una tragedia, eppure quella delle carovane è una splendida risposta a chi lucra sui flussi migratori, a chi li considera feccia, a chi crede di poter ammazzare e derubare un migrante senza neppure essere perseguitato dalle autorità.

Non saranno i muri, le pallottole dei narcos, le tariffe dei coyotes o la pericolosità dei treni cargo messicani a fermare l’esodo. I pericoli che corrono nelle periferie centroamericane, la totale assenza di prospettive, la paura di vedere un figlio ammazzato o di non potergli riempire lo stomaco, sono motivazioni che nessuna politica repressiva, in Usa o in Europa, riuscirà mai a fermare. Cambieranno le rotte, cambieranno le forme di organizzazione, ma i migranti centroamericani non smetteranno mai di aggrapparsi a un sogno: quello di vivere in modo dignitoso. Servono due cose: tolleranza verso chi lascia le proprie case e intolleranza verso chi li ha costretti a farlo.

Nessuna pietà per chi è responsabile della distruzione del diritto basilare degli esseri umani: quello di restare a casa propria.

In una baracca fatta di pezzi di cartone e lamiere di Botran mi ha accolto una signora di cinquant’anni. Le ho chiesto di poter usare il bagno. Aveva costruito una latrina tra la discarica al lato del fiume Bermejo e una piccola porcilaia con un paio di maiali che sembravano schifati dall’odore. “Vengo dal dipartimento di Santa Barbara. Lì la situazione è drammatica. Almeno qui ho un tetto e qualche opportunità di lavoro”. Ecco ciò che ha prodotto il sistema. Costringerci a vivere inginocchiati ed accontentarci della spazzatura quando dovremmo stare in piedi a rivendicare diritti.