Il movimento giallo in politica vale il 41%

Il 41% dei francesi sarebbe disposto a votare per una lista dei Gilet gialli. Lo conferma un sondaggio Ifop realizzato su un campione rappresentativo della popolazione ed effettuato tra il 5 e il 6 dicembre subito dopo le manifestazioni più violente che hanno scosso la Francia. Si tratta ovviamente di una stima e di un sondaggio e il 41% rappresenta la somma tra coloro che “certamente” voterebbero una tale lista, il 13% e coloro che la voterebbero “probabilmente”, il 28%. Ma sembra sufficiente a far capire la portata del movimento che ha costretto il presidente della Repubblica, Emmanuel Macron, a rimangiarsi una misura, la tassa sul carburante, e a promettere nuovi interventi a favore dei redditi più bassi, per quanto insufficienti a ribaltare la situazione.

La traduzione politica aiuta a capire che movimenti di grande rabbia sociale, come quella che si è espressa in tutta la Francia ormai per cinque settimane consecutive, costituiscono una rottura dell’ordine costituito, quello in chiave liberale e dominato dall’austerità. E da questo punto di vista indicazioni utili vengono dalla composizione sociale del movimento. A rispondere senza esitare alla domanda “ti identifichi con i Gilet gialli”, è il 17% di tutti i francesi, mentre il 51% dichiara di sostenerlo. Il 68% dei francesi, dunque, è dalla parte dei manifestanti.

Tra coloro che si identificano immediatamente sono i disoccupati e gli operai a rispondere con più trasporto: la quota di queste due figure sociali infatti sale al 31% e supera quella dei lavoratori indipendenti, 29%, o quella di coloro che vivono nei comuni rurali, 25%. E se tra gli immedesimati, la percentuale tra uomini e donne è sostanzialmente la stessa, 18% uomini e 17% donne, quando si passa a coloro che fanno il tifo, quindi ai sostenitori esterni, sono le donne a superare gli uomini con il 54% contro il 47. Disoccupati, operai, donne e della Francia rurale, a Parigi solo l’8% si immedesima con il movimento dei Gilet gialli.

Il movimento si esprime chiaramente contro il centro politico. Se il totale di coloro che voterebbe per una lista dei Gilet è del 41%, la percentuale sale al 65% tra i sostenitori di Marine Le Pen ed è comunque alta, 56%, tra quelli che stanno con Jean Luc Mélenchon che non a caso hanno sostenuto la protesta, ma che potrebbero essere i primi a pagarne una traduzione in chiave elettorale.

Una Francia che, come sottolinea David Graeber, professore alla London School of Economics, e ritenuto uno degli ideologi di Occupy Wall Street, contesta “il centro politico” cioè la fusione “atroce” tra la burocrazia e il mercato e il suo universalismo razionale che, non a caso, esclude i lavoratori e i ceti marginali. Graeber interviene in un forum pubblicato dal quotidiano Le Monde che ospita anche le considerazioni dello storico Pierre Rosanvallon, il quale parla della rivolta come espressione della “società dei piccoli disprezzati” in cerca non solo di una risposta economica, ma della “dignità”. Per questo Rosanvallon utilizza l’espressione “rivolta dei sentimenti senza portavoce”, la rabbia rappresenta la chiara percezione di essere considerati ai margini del sistema politico e sociale e questo esprime una rivolta della “folla” polverizzata in cui il portavoce è il singolo o la singola che non possiede partiti, stampa o istituzioni. Un popolo che resta fuori dai confini dell’architettura istituzionale e politica codificata all’interno delle linee guida europee e di cui Macron rappresenta l’immagine intoccabile.

Macron chiude mezza Parigi. Meno Gilet gialli nelle strade

Lodovine ha una quarantina d’anni, è bionda, ha fatto due ore di strada da Amiens a Parigi per il “quinto atto” della rivolta dei Gilet gialli, il quinto sabato in piazza. “Ho quattro figli – spiega – e sono sola, ho fatto la commessa e la donna delle pulizie. Ora cerco lavoro e al 15 del mese ho 20 euro in tasca”. Alexis ne ha trenta, vive fuori Parigi, oltre al gilet ha un lenzuolo bianco con il simbolo della pace: “Sono infermiere, responsabile di 20 pazienti in ospedale, ho una laurea triennale e guadagno come questi Crs”, Compagnie républicaine de sécurité, quelli che un tempo da noi si chiamavano celerini.

Alexis indica i poliziotti antisommossa, un centinaio, che circondano lui, Lodovine e altre 200 persone sulla banchina della Senna, all’altezza del ponte dell’Alma. Gli agenti hanno il casco in testa, molti il passamontagna, ma poi non vedono l’ora di discutere con i manifestanti. Alexis, Lodovine e gli altri ieri mattina hanno sfidato l’impressionante dispositivo di polizia, lo “stato d’emergenza non dichiarato” non ha vietato le manifestazioni ma ha sigillato un’ampia porzione del centro, sulle due rive della Senna. Transenne, blindati e forze dell’ordine. Bus deviati, stazioni del metrò chiuse, negozi e bar sbarrati.

Al mattino sugli Champs Elysées i manifestanti sono stati dispersi, ridotti a gruppetti, perquisiti e bloccati per ore. I numeri parlano chiaro: a Parigi 8 mila agenti e gendarmi per appena 4 mila manifestanti secondo le avare stime del ministero dell’Interno, peraltro contestate da un collettivo indipendente di poliziotti. “È una manifestazione della polizia”, ironizza Michel, anche lui infermiere. “Lo vede bene che non siamo casseurs (quelli che sfasciano le vetrine, ndr) siamo francesi di destra e di sinistra che ne hanno le palle piene”. Vogliono il referendum, c’è scritto “Ric” (Referendum d’initiative citoyenne) su centinaia di gilet. Vogliono meno tasse sui redditi, sulla benzina e sui consumi e rivogliono l’imposta sulle grandi fortune. Per tutti il nemico sono il presidente Emmanuel Macron e le banche, ma poi c’è chi ce l’ha con gli immigrati e chi no, chi vuole la “Frexit” e chi un’altra Europa. Autisti, commessi, piccoli imprenditori, operai, disoccupati, studenti, pensionati. “Siamo la classe media”, ripetono. Le banlieue più difficili non ci sono. “Lì prendono i sussidi, noi no”. I media sono “venduti”.

Qualche scontro anche ieri c’è stato, nulla a che vedere con il sabato precedente. All’Opéra, dove si sono incontrati i dimostranti che non sono andati subito agli Champs Elysées, prima c’è stato l’efficace inginocchiamento per ricordare la vessazione degli studenti di Mantes la Jolie le cui immagini hanno fatto il giro del mondo, poi lanci di sassi ma anche qualche provocazione della polizia e singoli manifestanti inseguiti e pestati. Lo stesso sugli Champs Elysées, parzialmente aperti nel pomeriggio. Un drappello sparuto di agenti, all’ingresso della rue de Boétie, è stato preso in mezzo quando sono arrivati i manifestanti dall’Opéra; c’è chi ha lanciato le pietre del pavé, pioggia di lacrimogeni e granate assordanti e ancora cariche fino al definitivo sgombero dell’avenue più famosa al mondo, dove era quasi tutto chiuso, ma senza massacri. Si contano 168 fermi solo a Parigi, molti preventivi, contro i 615 del sabato precedente. Parte della sinistra ha fatto una sua manifestazione dalla stazione Saint Lazare. La giornata è cominciata con tre giovani donne vestite da Marianne a seno nudo, tutti hanno pensato alle Femen ma era una performance della franco-lussemburghese Deborah de Robertis.

La mobilitazione cala. Il governo ha contato 66 mila dimostranti in tutto il Paese, poco più di un quinto del 17 novembre, la metà dell’8 dicembre. Le aperture di Macron su salario minimo e contributi hanno convinto alcuni degli improvvisati leader a mollare. Ma sempre per la polizia a Bordeaux e a Tolosa erano più numerosi che a Parigi. E i blocchi stradali continuano. Ieri altre due vittime che portano il bilancio a 8: un uomo che tentava di fermare un camion e una donna. La donna era in moto guidata dal compagno. Mentre facevano inversione a U (la strada era bloccata dai Gilets gialli), sono stati travolti da un auto.

Maestre senza laurea, ancora caos: sentenza a febbraio

Rimandata al 20 febbraio 2019, l’adunanza plenaria del Consiglio di Stato relativa alla possibilità, per i diplomati magistrali prima del 2002, di essere inseriti nelle Graduatorie ad Esaurimento (GaE). La motivazione è nella doppia ordinanza depositata dai giudici che sottolineano come “l’eventuale revisione del principio di diritto enunciato dalla sentenza dell’Adunanza plenaria n. 11 del 2017 (che li aveva esclusi dalle Gae, ndr) richiede un adeguato approfondimento in sede di merito”. Il rinvio è stato deciso, in Camera di Consiglio, presieduta da Filippo Patroni Griffi. Una passo in avanti secondo Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief: “Il Collegio del Consiglio di Stato ha preso atto della serietà dei temi sollevati dalla nuova ordinanza all’adunanza plenaria. Quella presa a Palazzo Spada è una decisione che, a nostro parere, potrebbe rimettere tutto in discussione. La plenaria, ora, dovrà chiarire se l’annullamento del decreto ministeriale di aggiornamento delle GaE, passato in-giudicato e richiamato nei successivi decreti ministeriali di aggiornamento annuale, sia efficace anche per altri. La plenaria, inoltre, dovrà chiarire se il licenziamento dei maestri è da considerarsi lecito o meno”.

“Ora tute blu in piazza per riavere l’articolo 18”

“Dopo le feste porteremo tutti i metalmeccanici in piazza contro questo governo”. Appena rieletta segretaria della Fiom Cgil, durante il congresso di Riccione, Francesca Re David ha lanciato la mobilitazione nazionale di tutti i lavoratori della fabbrica. L’obiettivo è coinvolgere anche la Fim Cisl e la Uilm.


Segretaria Re David, che cosa rivendicherete?

Ciò che rivendichiamo da un anno e mezzo. Quella delle pensioni è un’enorme questione di giustizia sociale. L’abolizione dell’articolo 18 è stata l’apice della precarizzazione. Nella vertenza Ilva lo abbiamo ottenuto con la lotta di tutti i lavoratori. Se Di Maio lo reintroducesse, sarebbe coerente con quel percorso. Poi ci sono i diritti: il decreto sicurezza rende tutti clandestini e crea, di fatto, un divieto a manifestare. Sarà una manifestazione che non mette prima gli italiani, ma prima i metalmeccanici.

Sulle pensioni chiedete altra flessibilità in uscita, oltre quota 100. C’è un problema di coperture, non rischiate di essere meno realisti del governo?

Le risorse sulle pensioni non sono molte e quota 100 darà risposte a 2-300 mila persone. Non distingue i lavoratori, esclude chi ha meno di 38 anni di contributi, quindi le donne, chi è stato in cassa integrazione. Non basta.

Con Fim e Uilm avete parlato? Saranno in piazza ?

Sono stati ospiti del congresso e non ho visto chiusura. Molti nodi sono condivisi, ci sono le condizioni per costruire un percorso unitario.

Dopo il “partito del pil” imprenditoriale volete costruire quello dei lavoratori?

Vogliamo costruire il sindacato, che metta al centro lavoro e giustizia sociale. Nell’industria metalmeccanica si sono persi 250mila posti di lavoro e le imprese investono poco. Si continua a porre il pareggio di bilancio a carico di lavoratori e pensionati. Gli imprenditori fanno la loro parte, ma sbagliano: con lavoratori impoveriti sarà difficile crescere. A noi non spaventa sforare il fiscal compact, il tema è per cosa lo fai.

La mobilitazione era già stata lanciata da Landini. La vostra iniziativa è un sostegno a lui in vista del congresso?

No, il sostegno al mio predecessore non ha bisogno di elementi di rafforzamento.

Altre federazioni però sostengono Colla, quindi è un fatto che la Cgil sia divisa. Secondo lei è stato un errore l’investitura di Landini dalla segreteria nazionale?

Susanna Camusso ha aspettato che finissero tutti i congressi, poi ha ufficializzato il suo appoggio a Landini. Il segretario ha il diritto e il dovere di esprimersi. Descrivere questa come una lotta tra gruppi dirigenti è sbagliato e ci fa assomigliare ai partiti, in crisi per queste logiche.

Oggi la Cgil è un partito sì Tav, voi restate contrari?

Su questo ci sono opinioni diverse nel sindacato. Anche in questo congresso la Fiom ha votato un ordine del giorno contro quell’opera pensata 20 anni fa. Non vuol dire che siamo contro le opere pubbliche, ma vanno valutate.

Parliamo di Fca. State trattando sul nuovo contratto, ma ancora con tavoli separati rispetto a Fim e Uilm. Ci sono presupposti per riunire il fronte sindacale?

Non stanno sostenendo la nostra richiesta di stare allo stesso tavolo. La Fiom vuole un adeguamento del salario e in questo registriamo aperture da parte dell’azienda. Ma c’è anche il tema della partecipazione. La Fiom, non firmataria del precedente contratto, è stata estromessa. Oggi c’è un sostanziale divieto di sciopero e vogliamo sia rimosso. Insomma, perché lo firmiamo, il nuovo contratto deve essere diverso da quello che non abbiamo sottoscritto.

Banche, giù i ricavi tradizionali: esplode il ‘discount finanziario’

L’obiettivo di vendita: “Incremento produttività fondi/Sicav e bancassicurazione, al fine di conseguire un ritorno commissionale in linea con il budget. Diventa fondamentale intervenire immediatamente sullo stock in essere di Fondo Arca Cash Plus e di Fondo Arca MM, con arbitraggio su Arca Risparmio e Consolida, la cui commissione di sottoscrizione è pari al 3%”. È la mail mandata da un “capo area” di una banca popolare (Arca è la società di gestione di fondi d’investimento che fa capo alle popolari) per esortare i suoi a trasferire i soldi dei clienti in fondi più remunerativi per la banca, e più rischiosi per i clienti. E non è di quelle particolarmente aggressive. Altre hanno questo tono: “Produzione commerciale inguardabile oggi: ben 13 filiali su 25 a zero. Non ho parole, ma cosa pensate di fare? Chi non ha voglia di scendere in campo lo dica subito”.

Traduzione: la maggior parte dei fondi comuni rende meno del mercato in cui investe, vuol dire che il risparmiatore guadagnerebbe di più (o perderebbe meno) facendo da sé. Ma il risparmio gestito consente alle banche lauti ricavi da commissioni, con cui rimediare al calo di quelli sui prestiti, falcidiati dai tassi ufficiali attorno allo zero. Secondo uno studio della Fabi (Federazione autonoma bancari italiani) appena pubblicato “le banche si stanno trasformando in supermarket finanziari. I dati dei cinque principali gruppi rivelano che i ricavi legati ai prestiti, che nel 2013 rappresentavano oltre la metà del totale (56,2%) sono calati al 48,8%, mentre sono saliti quelli derivanti da commissioni nette e da altre operazioni finanziarie”. Nel dettaglio, le entrate da margine di interesse (prestiti) sono scese di 110 milioni, mentre i ricavi da commissioni sono aumentati di 1,2 miliardi e quelli da altre operazioni finanziarie di 2,4 miliardi. I patrimoni gestiti sono passati da 413 miliardi a 473 miliardi, 60 miliardi in più. Allo sportello c’è inoltre il boom di vendita delle polizze vita. Sui circa 4 mila miliardi di ricchezza finanziaria delle famiglie, segnala ancora la Fabi, oggi mille miliardi sono impiegati in prodotti assicurativi finanziari, sui quali i margini di guadagno bancari sono ancora maggiori.

Le pressioni sembra abbiano raggiunto livelli tali da esasperare i dipendenti, tanto più nel contesto di riduzioni generalizzate del personale. Spiega un bancario: “Arrivano mail o messaggi vocali Whatsapp anche alle sette di mattina. Per chi raggiunge gli obiettivi di vendita ci sono i premi di produzione, in caso contrario, la minaccia più comune è quella del trasferimento ad altra sede”.

Oltre ai clienti, a rimetterci, in termini di stress, sono i bancari. Un’indagine su 458 impiegati fatta dalla Fabi dell’Umbria in collaborazione con Asl e Inail, ha rivelato che il 46% prova disagio per pressioni commerciali; il 21% degli intervistati dichiara malesseri psicologici, depressione, ansia e nervosismo, per cui ricorre a farmaci.

Due anni fa i sindacati bancari avevano raggiunto con l’Associazione bancaria italiana (Abi) un accordo per slegare gli incentivi ai dipendenti dalla vendita dei prodotti. Iniziativa forse non risolutiva, ma un primo passo: è rimasta lettera morta. “L’accordo – ha detto il segretario Fabi, Lando Maria Sileoni, durante una nuova riunione all’Abi di mercoledì scorso – è rimasto sostanzialmente inapplicato e ignorato, con due marginali eccezioni, dagli stessi gruppi bancari che nel frattempo hanno approvato gli accordi aziendali”.

Nuove parafilie: il sadismo fiscale ovvero il sesso non vuol pensieri

C’è solo una cosa più spaventosa del dilettantismo con cui il governo sta gestendo la manovra – ma ora ci pensano i tecnici del Tesoro, che poi sono quelli di Padoan che su come cedere all’Ue sanno già tutto – ed è il sadismo con cui la retromarcia gialloverde è accolta tra quelli che “tutto andava così bene fino al 4 marzo madama la marchesa”. Nel loro universo mentale ogni fatto politico è metaforizzato, all’ingrosso, sotto forma di maestre, meglio se tedesche, e scolaretti; anche la loro idea del bilancio pubblico è – sadicamente – restrittiva: bisogna stringere, ridurre, soffocare la spesa fino all’orgasmo dell’eruzione del surplus. Ieri, per dire, non c’erano solo Carlo Calenda e Renato Brunetta – sì, quelli – che gongolavano spiegando la rava e la fava, ma persino un editoriale di Repubblica che invitava Bruxelles a non cedere: non si lasci alzare “impunemente” il deficit ai governi “spendaccioni”, “la clemenza potrebbe rivelarsi controproducente”. È un immaginario penitenziale – cilicio, digiuno, marmo, manna e distruzione – contro cui c’è poco da fare: al sesso non si comanda e il sesso, parafrasando, non vuole pensieri o almeno non pensieri sensati. Diciamo che gli basta Mario Draghi: “Come ha dimostrato la storia d’Italia, il finanziamento monetario del debito pubblico non ha portato a reali benefici a lungo termine”, ha detto ieri a Pisa. Ricostruzione, boom economico, bassa disoccupazione e crescita dei salari, scolarizzazione di massa, debito pubblico contenuto: brutti davvero gli anni 1946-1980, c’era poco cilicio.

I servitori servono lo Stato o servono le loro ambizioni?

Il pigro adagio secondo cui i politici dovrebbero prendere l’autobus per capire la gente ha fatto il suo tempo. A questo punto della crisi italiana sarebbe più indicato che fosse la gente a salire sulle auto blu per capire che cosa c’è nella testa dei servitori dello Stato. È presto detto: si occupano dei “cazzi loro”, secondo la sintesi volgare ma epistemologicamente perspicua con cui il 9 giugno 1995 l’azionista Giuseppe Piero Grillo fulminò i vertici della Stet-Telecom. Dei politici sappiamo tutto. Del ministro dell’Interno sappiamo con chi va a letto, su che elicottero sale per andare a rompere le scatole dove, che cosa mangia e soprattutto che vini beve. C’è invece un fitto mistero su burocrati e manager, spesso più potenti dei ministri. Ma ogni usciere dei loro palazzi sa che il futuro che più li occupa è quello della propria carriera, anche se sarebbero pagati profumatamente per preoccuparsi del destino di tutti.

Il presidente della Camera Roberto Fico, con l’idea del bando pubblico ma segretato per la presidenza dell’Antitrust, li ha fatti impazzire. Oltre cento autocandidature. Si è proposto anche il segretario generale di palazzo Chigi Roberto Chieppa. Giuseppe Conte aveva scelto Giuseppe Busia, ma un potere occulto superiore al presidente del Consiglio gli ha imposto lo stop. Chieppa il 25 giugno lascia l’Antitrust per assumere un ruolo chiave nel governo del Paese. Dopo soli tre mesi si candida all’Antitrust mettendo ansia nel Paese: non si trova bene a palazzo Chigi? Ha la testa altrove? E, se venisse prescelto, Conte subirebbe una nuova segnalazione dagli amici del Consiglio di Stato?

E Francesco Caringella? La procura di Roma sospetta che, mentre scriveva con Raffaele Cantone il severo saggio La corruzione spuzza per l’editore (lodo) Mondadori, nella sezione del Consiglio di Stato di cui è presidente qualcuno si sia venduto la sentenza che ha dato ragione al proprietario della Mondadori contro la Banca d’Italia. E che cosa fa Caringella? Anziché occuparsi dello scandalo e cercare da dove viene la spuzza, va in giro a chiedere appoggi politici per ottenere la presidenza dell’Antitrust.

Fanno dunque sorridere le intemerate dell’ex giudice costituzionale Sabino Cassese, arbitro delle ambizioni dei laureati in legge, contro M5S e Lega “affamati di poltrone”. Lo sono, certo. Ma se facesse salire un passante sull’auto blu si potrebbe far spiegare una legge della fisica chiara agli ignoranti: fino a che i coccodrilli non voleranno le poltrone interesseranno più a chi le occupa che a chi le assegna. E quindi i veri affamati sono i protetti di Cassese. Se la gente salisse più spesso sulle auto blu saprebbe che – proprio mentre sul Corriere della Sera tuonava contro la cacciata dalla presidenza della Consob di Mario Nava, valoroso servitore dello Stato vittima della lottizzazione – Cassese scriveva una lettera personale alla presidente reggente della Consob, Anna Genovese, per sollecitare la conferma alla segreteria generale di Giulia Bertezzolo, cara a Nava che l’aveva nominata ma anche a lui: “Ha lavorato con me negli ultimi anni”. E poi dice che l’ha indirizzata nella vita professionale, prima verso il suo amico Franco Bonelli, poi verso la sua allieva Luisa Torchia. Anche Genovese è avvocato di affari, momentaneamente distaccata alla funzione di giudice delle imprese quotate, e viene dallo studio di Andrea Zoppini, avvocato di Telecom Italia insieme a Cassese. Una catena di affetti che nessuno può spezzare, direbbe il grande chirurgo Alfeo Sassaroli. Le leggi sono rispettate, lorsignori non le conoscono, le scrivono. Ma se la classe dirigente occupa così il suo tempo e le sue energie, poi non sorprendiamoci se i risultati non sono entusiasmanti.

Twitter@giorgiomeletti

Il Battista evangelizza e consola, ma sarà Gesù a dare la buona notizia

In quel tempo, le folle lo interrogavano: “Che cosa dobbiamo fare?”. Rispondeva loro: “Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto”. Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: “Maestro, che cosa dobbiamo fare?”. Ed egli disse loro: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”. Lo interrogavano anche alcuni soldati: “E noi, che cosa dobbiamo fare?”. Rispose loro: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe”. Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: “Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile”. Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo (Luca 3,10-18).

Che cosa dobbiamo fare? È la domanda essenziale che attraversa tutta la pagina evangelica ed è il frutto della predicazione che dà corpo alla missione profetica di Giovanni il Battista. A lui si rivolgono folle di peccatori alla ricerca di penitenza, frammisti a pubblicani, odiati collaborazionisti degli usurpatori romani ed esattori di tasse per il loro dominio! Anche i soldati vanno a deporre le violenze gratuite o imposte dal loro mestiere. A lui guardano, piene di fiducia, le tantissime persone desiderose di dar pace alla loro coscienza, animate forse dalla volontà di avere il perdono. A volte, però, la coscienza sembra più soddisfatta dall’inseguire indicazioni riguardanti l’operare, il fare, che dall’impegno di ricostruire il proprio essere interiore, di ciò che la illumina e le dà la forza di optare per il bene, determinandosi verso una libertà più piena, responsabile e compiuta.

Nelle sue risposte, il Battista riconosce di non poter offrire la forza per cambiare vita: non è lui che può donarla! Può suscitare il pentimento, chiedere rinunce radicali, mortificazioni, raccomandare di stare dentro la misura della norma comandata, suggerire opere buone per riparare il male compiuto, ma il perdono dei peccati è donato da Colui che deve venire. Ora è tempo di riconoscerlo come presente, disporsi ad accoglierlo perché Egli darà compimento alle promesse di Dio fatte ad Abramo. Oggi come allora, conforta il gioioso messaggio del profeta Sofonìa che sollecita Gerusalemme a rallegrarsi, non temere, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente . Per Paolo apostolo bisogna gioire, rallegrarsi perché il Signore è vicino! Infatti, coloro che si riconoscono bisognosi di salvezza, gli emarginati, i piccoli, i poveri, gli oppressi, le prostitute, i pubblicani, i peccatori di ogni genere, riceveranno la compassione e il perdono di Dio da Colui che è più forte del Precursore. Egli intravvede la Grazia da lontano, la indica come presente, ma sa bene che parole e gesti da lui compiuti non hanno l’effetto della Parola salvifica, che è Gesù stesso. Egli, Agnello che prende su di sé il peccato del mondo, battezzerà in Spirito Santo e fuoco, liberando dal (chòfesch) peccato e dalla paura della morte e donando la libertà di (cherùth) amare tutti e servire la vita degli ultimi.

Giovanni Battista non invita ad andare nel deserto, ma a purificare con la penitenza la coscienza per portare i frutti della fede dei profeti, riconoscendo l’opera di Dio nella Presenza del più forte di lui. Tutti possono accogliere il Messia, in tutte le condizioni. Oggi, il Battista consola ed evangelizza il popolo! Sarà Gesù a dare compimento alla buona notizia dell’amore di Dio e donerà lo Spirito Consolatore che difende ogni giorno la nostra vita, e darà il coraggio di donarla soprattutto per coloro che non hanno storia.

*Arcivescovo emerito di Camerino – San Severino Marche

Come si fabbrica la cattiveria

Che rapporto può esserci tra un’Italia che vuol dare subito un reddito ai più poveri e un’Italia, la stessa, che caccia con ruspe e truppe armate quelli ancora più poveri dai rifugi “di fortuna” che si erano trovati? Che legame si può trovare tra un’Italia che vuol essere creduta e rispettata e la frase umiliante “Prima gli italiani” che racconta di gente rozza e prepotente, che vuole comunque passare avanti non per merito ma per “razza”? Come non vedere che non si può volere il reddito di cittadinanza per evitare che qualcuno patisca la fame e poi decretare la fame quotidiana per i bambini non italiani delle scuole di Lodi?

Quando qualcuno protesta, sia pure il procuratore Capo di Torino, il ministro dell’Interno gli grida subito: “Prima si faccia eleggere”. È una frase dal significato misterioso perché, da un lato, ci sono diversi compiti e diritti che consentono di prendere la parola e, dall’altro, c’è la Costituzione che dà quel diritto a tutti, non solo alla casta. Ma a questa casta adesso appartiene, con evidenti brividi di ebbrezza, lo stesso ministro degli Interni che maltratta il procuratore e poi si guarda intorno soddisfatto. Visto che adesso posso?

In caso di obiezione sullo strano comportamento, l’esuberante leader della casta del cambiamento risponderebbe ancora una volta: “Fatti eleggere prima di parlare”. Giusto. Infatti Mimmo Lucano, di Riace, era stato regolarmente eletto dai suoi cittadini alla carica-simbolo di tutte le cariche elettorali: il sindaco. Ma eletto o non eletto, il sindaco non aveva detto la cosa giusta. Non in questa Italia del cambiamento. Il più eletto di tutti aveva una sua idea dei profughi e migranti (salvarli tutti, accoglierli tutti), che non coincideva con l’idea di lavorare insieme con i torturatori libici instaurata prima dal ministro Minniti, e poi, con energia raddoppiata, dal nuovo leader della casta, della Lega e del ministero dell’Interno. E allora il sindaco è stato arrestato. Dopo l’arresto, benché senza imputazioni, è stato allontanato dalla sua città, con l’obbligo di non ritornare, come si fa con i sindaci in odore di mafia.

Giunge notizia che varie facoltà italiane di Giurisprudenza, e in alcune scuole di Legge in Europa, abbiano dato vita a seminari (forse a “master”) sui fatti di Riace, per spiegare come si possa esiliare senza imputazione un sindaco eletto. Oppure come si riesca a lasciar trascorre mesi (tutto è cominciato il 2 ottobre) senza consentire a un cittadino eletto e incensurato di difendersi e – data l’assurdità della vicenda – tornare a governare, in base al voto ricevuto e tuttora in assenza di reato.

Negli stessi giorni l’ex capo di Gabinetto della sindaca di Roma Raggi dovrà prepararsi per i tre anni di reclusione a cui è stato condannato per reati compiuti mentre era accanto al sindaco e nel rapporto politico più stretto. Certo, si trattava di governare Roma con decenza e non di fermare in mare rifugiati e immigrati da consegnare subito ai campi di tortura libici. Per incorniciare gli eventi occorre ricordare che all’inizio di tutto questo massacro giuridico e costituzionale che ha travolto l’Italia c’è la legge Bossi-Fini, sulla quale ancora ora si misurano i “reati” degli “stranieri” e si riempiono le carceri italiane, già strapiene, di persone che non sanno neppure di che cosa sono imputate.

Chiude la scena, e l’esistenza di una civiltà italiana, la Legge detta della Sicurezza, approvata in un giorno, che invece riguarda quasi solo l’immigrazione. Questo scambio malevolo basta per creare una cattiveria automatica che non potrà non orientare la burocrazia e i suoi funzionari, persino quelli inclini a comportarsi con umanità. E naturalmente servirà a orientare al peggio i cittadini. Tutto, in questa legge, ti fa capire che sarai apprezzato solo se neghi, perseguiti, insulti, maltratti e arrivi con la ruspa (simbolo della nuova Italia del cambiamento), dopo aver tagliato o abolito ogni aiuto o contributo alla sopravvivenza. Importante è non voler sapere, dove dare un tetto a chi viene cacciato in piena notte e nonostante la presenza di molti bambini. Sulla strada i rifugiati, diventando illegali, “disturbano” i cittadini. E i giornali, con uno spunto di fierezza annunciano la nuova “stretta” o il nuovo “pugno di ferro” sugli immigrati.

Il Censis ci ha avvertito che siamo diventati cattivi. È avvenuto seguendo l’esempio e le regole di chi ci governa. Una giovane studiosa americana che ha trascorso mesi in Italia (questa Italia cattiva descritta con costernazione dai ricercatori e da Amnesty International) racconta come è nata la tragedia del linciaggio in America, dopo che i neri non più utilizzabili per il lavoro (fine dello schiavismo) sono stati abbandonati, poveri e senza casa, per le strade d’America.

Mail box

 

L’omaggio di Salvini in Israele con quell’oltraggioso “xché”

Ho visto la fotografia della pagina su cui Salvini ha lasciato il suo pensiero di omaggio nel Memoriale dell’Olocausto. Ma mi è sembrato un oltraggio: “Da papà, da uomo, solo dopo da ministro, il mio impegno, il mio cuore, la mia vita xchè questo non accada mai più, e perché i bimbi, tutti bimbi sorridano”. Sorvolo il tono delle parole, più da finale di Miss Italia che da celebrazione a Gerusalemme; noto piuttosto quale grado di involuzione politica stia subendo l’utilizzo del linguaggio: il “xché” scritto in questa ripugnante forma è un loquicidio, che anche il più sprovveduto dei liceali sa di dover abbandonare quando dal suo cellulare passa a un compito in classe. Il ministro non ha saputo metterlo per un attimo da parte in quello che è uno dei luoghi più sacri del pianeta. In un olocausto della grammatica che suona blasfemo scritto fra le mura del Memoriale dell’Olocausto.

Giuseppe Cappello

 

L’Italia era un Paese civile: ora è ignorante e mi fa paura

Sono arrivato in Italia dal Senegal con visto regolare acquisito nell’ambasciata del vostro Paese a Dakar nel 1992, e sapevo dire soltanto “ciao” e “buongiorno”.

Quando vedo ai semafori i ragazzi africani che chiedono l’elemosina col cappello in mano, penso che questa sia umiliazione. E ogni giorno quanti “buuu” razzisti e provocazioni dobbiamo subire.

Quando ci penso mi viene da piangere la notte, al buio. Io ho scelto di venire in questo Paese perché era il mio “sogno americano”, un esempio di civiltà, cultura e storia. Ma ora ho paura. L’Italia è ferita, spaccata, il popolo voleva il cambiamento ma sono arrivati xenofobia e razzismo. Non addosso la colpa alla gente, ma al governo che deve smetterla di fare propaganda sul colore della pelle.

Si accusa il migrante di essere responsabile assoluto della crisi, ma la campagna elettorale è finita!

La convivenza sta diventando incandescente, l’Italia va guarita e per farlo bisogna arrivare fino alle radici del suo male: gli sbarchi non si fermeranno anche perché l’Italia ha venduto nel 2017 14 miliardi di armamenti (lo scrive padre Alex Zanotelli) che non fanno certo il bene dell’Africa, la demografia in Europa sta cambiando, per cui servono politiche di integrazione più forti e maggiori opportunità di lavoro.

Bisogna cancellare con un colpo di spugna questo movimento d’ignoranza che l’Italia certo non merita!

Serigne Mbacke

 

I compiti delle vacanze non escludono lo svago

Dalla lettera di Paolo Gulinello apprendo che il ministro dell’istruzione Marco Bassetti ha rivolto ai docenti l’invito a non dare agli alunni compiti da svolgere durante le vacanze di Natale. Ma gli alunni non sono tutti uguali. Alcuni di loro (più di quanto non si pensi) utilizzano i giorni di vacanza di Natale, di Pasqua, e anche le vacanze estive, per dedicare una o due ore al giorno allo studio di una lingua, alla risoluzione di qualche problema matematico o a leggere un libro, senza per questo trascurare lo svago. Non facciamogli credere che stanno sbagliando. Ma anche per quelli che non vedono l’ora che arrivino i giorni di vacanza un po’ di esercizio non può fare che bene.

Piero Luigi Ipata

 

Ringrazio questo governo perché tenta di ridarci dignità

Sono uno de tanti giovani italiani che lavora all’estero, un 28enne giurista specializzato in relazioni istituzionali che lavora a Bruxelles con tanto di contratto. Quasi tutti i giorni parlo con i miei amici italiani e mi fa male sentire che, mentre ci sono giovani disposti a mettersi in gioco, le porte sono chiuse da raccomandazioni e ricatti. Per la prima volta c’è in Italia un governo che ha messo al centro il lavoro e la meritocrazia e il primo emendamento messo in atto è stato il Decreto dignità, la stessa che spesso in questi anni ci è stata tolta. Dicono che produca disoccupati e sia contro le imprese, eppure in Belgio dopo 24 mesi tutti sono obbligati a convertire ogni tipo di contratto in indeterminato. Dicono pure che il reddito di cittadinanza sia solo una misura assistenzialista, ma sempre in Belgio c’è il “Chomage” che va nella stessa direzione. Vedere con quale determinazione il ministro del Lavoro Luigi Di Maio affronta il problema della disoccupazione giovanile mi fa sperare che un giorno potrò tornare in Italia. Metto a disposizione le mie idee e soluzioni per il programma delle prossime elezioni europee, il cambiamento passa da ognuno di noi!

Antonio Maldera

 

“Sono una prof: basta tirare la scuola per la giacchetta!”

La scuola ha tanti problemi (insegno da 25 anni), ma spesso è tirata per la giacchetta. L’ultima che ho sentito è stata la Dandini che sulla violenza sulle donne disse “la scuola deve educare al rispetto per la donna”, come se la scuola non lo facesse costantemente. Il problema è che è si tratta di un continuum che le viene rovesciato addosso: capita un episodio bullismo? La scuola deve fare campagne antibullismo. Droga, tabagismo? La scuola deve informare sui danni che provocano. Problemi sessuali? Corsi di sessualità e/o affettività. E ancora: problemi familiari, abuso dei cellulari. È tutto un “la scuola deve…”. Il tutto con classi da 30 alunni con i loro problemi adolescenziali: quello inneggia al nazismo, quella soffre perché i suoi divorziano, quello è iperattivo. Siamo la categoria più bistrattata, meno pagata in rapporto al titolo di studio, con classi “pollaio” e scuole da ristrutturare. Tenetevi in bocca il vostro: “La scuola deve…”

Barbara Cinel