“Lei ha citato il balcone. Non si è pentito di quella festa?”.
“Il giorno in cui ci sarà il primo cittadino che percepisce il reddito io vorrò festeggiare di nuovo, magari non su quel balcone”.
Luigi Di Maio intervistato dal “Fatto Quotidiano”
C’è una misura nelle cose (est modus in rebus) e, giovedì scorso, nella redazione del nostro giornale il vicepremier Luigi Di Maio ha avuto tempo e modo di esporre le ragioni del governo e della sua parte politica, giuste o sbagliate che fossero, senza strafare ma sforzandosi di sostenere le opinioni con i fatti. È anche finalmente sceso da quell’eccessivo balcone che tanti problemi gli ha dato, e gliene va dato atto.
In questi sei mesi, a pensarci bene, più dell’attività di governo (che continua a ottenere un consenso piuttosto alto), ha procurato danni ai Cinque Stelle la comunicazione che essi ne hanno dato. Con il risultato che a finire nel fuoco della polemica sono stati alcuni ministri (Toninelli docet) con certe loro uscite sopra le righe (per non parlare dei festosi pistolotti che ci propinano nei tg certi pentastellati di complemento). Tutta roba non solo dannosa ma inutile perché nel Paese si respira un clima di attesa, che nulla se ne fa dei proclami roboanti o delle claque, ma che aspetta di verificare quanto prima, e nelle proprie tasche, i risultati concreti del “governo del cambiamento”.
Se si va un po’ in giro, la frase più ascoltata è: speriamo bene. È un’Italia forse stufa di respirare pessimismo, che riversa la sua fiducia in questa maggioranza anomala perché altre non se ne vedono. Un’Italia che bada al sodo, a cui interessa poco o nulla se un ministro sbaglia un congiuntivo se quel ministro dimostra di lavorare bene. Un’Italia che merita parole di realtà, non politica fantasy.
Vero è che certi spottoni gialloverdi rappresentano un fallo di reazione rispetto alla permanente strategia del discredito, qualunque cosa questo governo faccia o dica. Perfino l’avere accettato un compromesso con Bruxelles riducendo fortemente il deficit è stato accolto dai giornali d’opposizione (quasi tutti) con espressioni di dileggio nei confronti del premier e dei vice (“piccoli Bonaparte con lo scolapasta in testa”, ha scritto “Repubblica”). Quando quegli stessi giornali, per mesi, non hanno fatto altro che accusare di avventurismo un governo che si rifiutava di trattare con l’Ue, accingendosi, probabilmente, a uscire dall’Euro. Che un linguaggio meno da parata militare (“noi tireremo dritto”) ci avrebbe fatto risparmiare una carrettata di spread e di interessi sul debito, siamo d’accordo (vedi sopra). Però decidiamoci: quella di oggi è una resa politica o una prova di buon senso nell’interesse nazionale? Scendere dal balcone, insomma, farebbe bene a molti.
Antonio Padellaro