Scendere dal balcone fa bene, non solo ai 5Stelle

 

“Lei ha citato il balcone. Non si è pentito di quella festa?”.

“Il giorno in cui ci sarà il primo cittadino che percepisce il reddito io vorrò festeggiare di nuovo, magari non su quel balcone”.

Luigi Di Maio intervistato dal “Fatto Quotidiano”

 

C’è una misura nelle cose (est modus in rebus) e, giovedì scorso, nella redazione del nostro giornale il vicepremier Luigi Di Maio ha avuto tempo e modo di esporre le ragioni del governo e della sua parte politica, giuste o sbagliate che fossero, senza strafare ma sforzandosi di sostenere le opinioni con i fatti. È anche finalmente sceso da quell’eccessivo balcone che tanti problemi gli ha dato, e gliene va dato atto.

In questi sei mesi, a pensarci bene, più dell’attività di governo (che continua a ottenere un consenso piuttosto alto), ha procurato danni ai Cinque Stelle la comunicazione che essi ne hanno dato. Con il risultato che a finire nel fuoco della polemica sono stati alcuni ministri (Toninelli docet) con certe loro uscite sopra le righe (per non parlare dei festosi pistolotti che ci propinano nei tg certi pentastellati di complemento). Tutta roba non solo dannosa ma inutile perché nel Paese si respira un clima di attesa, che nulla se ne fa dei proclami roboanti o delle claque, ma che aspetta di verificare quanto prima, e nelle proprie tasche, i risultati concreti del “governo del cambiamento”.

Se si va un po’ in giro, la frase più ascoltata è: speriamo bene. È un’Italia forse stufa di respirare pessimismo, che riversa la sua fiducia in questa maggioranza anomala perché altre non se ne vedono. Un’Italia che bada al sodo, a cui interessa poco o nulla se un ministro sbaglia un congiuntivo se quel ministro dimostra di lavorare bene. Un’Italia che merita parole di realtà, non politica fantasy.

Vero è che certi spottoni gialloverdi rappresentano un fallo di reazione rispetto alla permanente strategia del discredito, qualunque cosa questo governo faccia o dica. Perfino l’avere accettato un compromesso con Bruxelles riducendo fortemente il deficit è stato accolto dai giornali d’opposizione (quasi tutti) con espressioni di dileggio nei confronti del premier e dei vice (“piccoli Bonaparte con lo scolapasta in testa”, ha scritto “Repubblica”). Quando quegli stessi giornali, per mesi, non hanno fatto altro che accusare di avventurismo un governo che si rifiutava di trattare con l’Ue, accingendosi, probabilmente, a uscire dall’Euro. Che un linguaggio meno da parata militare (“noi tireremo dritto”) ci avrebbe fatto risparmiare una carrettata di spread e di interessi sul debito, siamo d’accordo (vedi sopra). Però decidiamoci: quella di oggi è una resa politica o una prova di buon senso nell’interesse nazionale? Scendere dal balcone, insomma, farebbe bene a molti.

Antonio Padellaro

Corallo fa ricorso contro Giachetti: “Mancano le firme”

Dario Corallo,candidato alla segreteria Pd, la definisce “un’arroganza da prendere a schiaffoni” e fa sapere di aver già presentato ricorso. Il riferimento è a Roberto Giachetti, l’ultimo ad unirsi alla rosa in corsa alle primarie, in tandem con Anna Ascani. Corallo ha annunciato di aver segnalato al partito, su segnalazione di Francesco Boccia, irregolarità nella presentazione delle firme da parte di Giachetti: “È la solita arroganza di chi ha il potere. Ha messo su Facebook la foto di un divano con le mail sparse sopra. Da prendere a schiaffoni. Le firme necessarie per candidarsi sono 1500 e Giachetti ne ha presentate 1408”. Le restanti sarebbero arrivate in formato digitale, ma per Corallo poco importa: “Ma questo agli altri non è stato concesso. Di fatto la commissione di garanzia ha sancito che nel Pd non siamo tutti uguali”. Nel frattempo, proprio a riguardo delle primarie, continua a esprimere le sue perplessità Massimo Cacciari, che ieri ha invitato Martina e Zingaretti a trovare un accordo: “Mi auguro che ragionino, facciano la loro campagnuzza elettorale sulla base di un accordo preventivo, in modo che, a prescindere da chi vincerà, si mettano insieme e diano vita a un nuovo partito”.

Il tasto rosso del dem Boccia per hackerare “Rousseau”

“Casaleggio padre era un visionario, con la rete ha cambiato l’approccio alla politica creando una rottura epocale”: il deputato Francesco Boccia, candidato alla segreteria del Pd, lo ha detto ieri mattina all’evento romano del Pd in piedi accanto a un tasto rosso che, ha assicurato, se premuto avrebbe dimostrato come fosse facile hackerare la piattaforma pentastellata Rousseau. Una provocazione per sollecitare da un lato il M5s a ripensare il suo modello – rendendolo più trasparente – e dall’altro per spingere il Pd a puntare sul proprio, virtuoso, che si chiamerà HackItaly. “Rousseau – ha spiegato lo sviluppatore Giuseppe Mastrodonato – ha moltissimi limiti: è chiusa, il controllo è nelle mani della Casaleggio che ne detiene il codice sorgente e non permette di monitorarne il funzionamento e la sicurezza”. Favorendo, paradossalmente, opacità e complessità di gestione invece che la trasparenza la e sicurezza che richiederebbero le operazioni di voto.

Per questo la piattaforma dem avrà caratteristiche opposte. Sarà open source nel suo sviluppo tecnico: il codice sorgente, su cui si basa quindi la piattaforma, sarà pubblico, potrà essere analizzato e anche migliorato da chiunque voglia contribuire. Sarà poi open source anche nei contenuti. “Su Rousseau – spiega Mastrodonato – agli utenti è solo stato chiesto se il contratto di governo andasse bene o no”. Nessuna partecipazione diretta. L’intento di HackItaly, invece, è permettere a tutti di contribuire: proporre una legge, poi proporre le modifiche e anche le modifiche alle modifiche. Tutto sarà sottoposto a voto e andrà avanti ciò che risulterà più credibile per gli utenti. Sarà già attiva da domani, si cercano sviluppatori, collaudatori e lanciatori di proposte. “Che siano i nostri ragazzi e le università a costruire reti e infrastrutture tecnologiche trasparenti – dice Boccia – . E la Casaleggio riparta da zero. Perché se non lo fa rischia di venire travolta dalla storia”. E che qualcuno pigi davvero quel tasto rosso.

“Io e Di Maio uguali? Ma non scherziamo”

Èun mestiere o è una missione?

È certamente una missione.

Il geometra Felice Di Maiolo è il sindaco di Mariglianella, provincia di Napoli, e il suo impegno in Forza Italia è figlio di una passione che conserva dentro il cuore. Come sindaco, dunque massima autorità del paese, ha dovuto provvedere a verificare se la famiglia del ministro Di Maio avesse le carte in regola per la realizzazione di alcuni capannoni.

Mi sono solo assicurato che la polizia urbana esercitasse quel dovere di vigilanza.

E non c’è alcun dubbio. Mariglianella fa da anni una lotta senza quartiere all’abusivismo.

Scherza? Abbiamo abbattuto un albergo, procediamo con continue demolizioni e confische.

La legge è legge.

La legge non transige e le norme non possono essere eluse.

La cosa incredibile invece è che lei sia stato raggiunto da un’inchiesta per abusivismo edilizio.

Io no. Lei fa riferimento all’azienda di famiglia.

Anche quella di Di Maio è un’azienda di famiglia.

Di proprietà di mia moglie e di mio figlio.

Uguale uguale a Di Maio. Il papà ha ceduto al figlio e la consorte tiene in mano le redini. Quindi l’abuso, la truffa, il falso e l’abuso d’ufficio non la riguardano?

Qui la cosa è diametralmente opposta. L’azienda di mio figlio e di mia moglie acquista un immobile con normale concessione edilizia.

Tutto in regola.

Assolutamente, non scherziamo proprio.

E perché tutto questo accanimento?

L’ufficio tecnico del comune di Marigliano, il luogo dove l’immobile è edificato, certifica del perfetto allineamento della costruzione alla normativa.

Siamo in una botte di ferro.

Sembra, ci fermiamo al sembra, che il comando dei vigili urbani abbia invece riscontrato delle criticità.

Le solite fumisterie burocratiche.

Non mi pronuncio.

Certo è una brutta botta.

Fai la politica per passione e poi guarda i guai che arrivano.

Lei è chiamato contemporaneamente a sancire gli abusi di Di Maio e a difendere i suoi.

Io non sono chiamato a niente.

Giusto, l’azienda è di famiglia.

Esattamente.

Purtroppo si parla di mille metri quadrati oltre il previsto.

E qui entriamo dentro le criticità avanzate dai vigili urbani, come tentavo di spiegarle.

Chissà se la vicenda Di Maio abbia influito. Non voglio pensare al malocchio.

Sono tranquillissimo.

L’amarcord degli ex Ds in cerca dell’ultimo giro

La chiusa lirica è del padrone di casa, Massimo D’Alema: “La sconfitta è dolorosa ma ha una virtù. Ci mette di fronte alla realtà. Per andare avanti, nonostante tutto”. La citazione è di Max Weber; il senso di sconfitta è quello evocato dal primo minuto del convegno e galleggia dal palco alla platea; l’idea di andare avanti (e nonostante tutto) è un grande classico dei dirigenti della sinistra italiana.

Siamo a Roma, si festeggia il ventesimo compleanno di Italianieuropei, la fondazione del lìder Maximo. E pare davvero di tornare negli anni Novanta, in un congresso dei Democratici di sinistra. Anche la sede è la stessa: via Palermo, civico 12, casa del partito nella parentesi tra Botteghe Oscure e Nazareno.

Ci sono praticamente tutti. In ordine alfabetico: Antonio Bassolino, Pier Luigi Bersani, Goffredo Bettini, Gianni Cuperlo, Domenico Minniti, Andrea Orlando, David Sassoli. E in più Laura Boldrini, Nichi Vendola, una lettera di Walter Veltroni e un telegramma di saluti, addirittura, da un ministro del Partito comunista cinese.

L’effetto è dolente e un po’ comico. Come in Compagni di scuola di Verdone: la sinistra che osserva la sua foto di 20 anni prima scopre di non essere invecchiata benissimo (come diceva Finocchiaro a Fabris: “Tu c’hai avuto un crollo… Guàrdate com’eri e guàrdate come sei: me pari tu’ zio”). Non sono invecchiati benissimo i suoi interpreti: stempiati o incanutiti, molto dimagriti soprattutto nel peso elettorale.

Con un certo coraggio, se non altro, tornano sul luogo del delitto: si parla di Europa. Si ripercorre il ventennio del riformismo euro-entusiasta che ha massacrato l’eredità del comunismo italiano e spalancato le porte ai “populismi nazionalisti”. Una lunghissima analisi della sconfitta. Ma non solo quella: in controluce, oltre il pentimento, c’è l’annuncio dell’ultimo tentativo di rinascita. Ora che Matteo Renzi si appresta finalmente a togliere il disturbo, si deve trovare un modo per riunire le forze.

Lo dicono tutti quanti, con parole diverse: serve un nuovo partito. Per la Boldrini ci vuole una “lista unitaria alle prossime elezioni europee” (al solito aperta a “movimenti ambientalisti e femministi, all’associazionismo, alla società civile”, eccetera). Bettini parla di un “campo largo delle forze intellettuali e democratiche progressiste”. Per Cuperlo bisogna lavorare a un “nuovo soggetto di sinistra”, Speranza vuole “ripartire dal socialismo”. Minniti, sedotto e abbandonato dal renzismo, ascolta in silenzio accanto al D’Alema di cui fu Lothar tanti anni fa, e vicino all’ex governatore Bassolino: in una settimana è passato dalla corsa alla segreteria del Pd al puro amarcord. In un modo o nell’altro, dopo le primarie che dovrebbero incoronare Nicola Zingaretti, questi inossidabili ex comunisti troveranno un modo per fare un altro pezzo di strada insieme. Intanto si rinfrancano a vicenda: “Oggi sembra davvero un vecchio congresso… c’è una gran voglia di fare un congresso”.

Il primo contenitore della sinistra post-renziana (dopo il crollo di Leu) viene inaugurato oggi dagli esuli di Mdp (ovvero i bersaniani): lanciano un’altra “cosa” rosso-verde. Per ora il manifesto si chiama “Ricostruzione”.

Intanto l’assemblea dell’orgoglio post diessino sancisce la fine del disprezzo di sinistra verso i Cinque Stelle: “Chiedersi ancora se dobbiamo parlare o no con i grillini è ridicolo – dice D’Alema – visto che loro parlano a milioni dei nostri ex elettori. Dialogare con quel popolo non è solo politica, è buonsenso”. Chissà se basterà, con appena vent’anni di ritardo.

Il sovranismo affonda Sallusti

“Ma Berlusconi? Che dice Berlusconi…?”. Da giorni l’interrogativo fluttua nella testa dei cronisti del Giornale. Da quando l’azienda ha ripreso il piano per lo stato di solidarietà del quotidiano di via Negri, a Milano. Una solidarietà che taglierà del 30% gli stipendi, senza più nemmeno, secondo le nuove leggi, la copertura parziale da parte di Inpgi e ministero del Lavoro.

Zac, un colpo di forbici alla busta paga e via, che tanto il giornale si fa lo stesso. Redazione imbufalita, dunque, perché qui non ci sono più gli stipendi dei tempi di Montanelli e la decurtazione renderà la vita difficile a molti. Per questo l’assemblea ha votato un pacchetto di cinque giorni di sciopero messi a disposizione del cdr, che sta per iniziare una trattativa in vecchio stile, con i sindacati e la Fnsi. Cose mai viste da queste parti. Nominare il sindacato all’interno del foglio storico della borghesia di destra era come bestemmiare in chiesa. Sì, ci sono già stati due stati di crisi, con prepensionamenti che hanno portato la redazione da 150 a 75 giornalisti in tre lustri, ma dichiarare 22 esuberi e andare a toccare gli stipendi non era mai successo.

Il fatto è che, dopo essersi liberata di Panorama, la Mondadori vuole cedere pure le sue quote del Giornale, il 36,9%. Marina Berlusconi se ne va, ed è una coltellata inaccettabile da parte della Famiglia. Resta Paolo, attraverso due società che arrivano al 63%. Un nuovo socio c’è già: Roberto Amodei, editore di Corriere dello Sport e Tuttosport. L’altro potrebbe essere Fabio Franceschi, proprietario di Grafica Veneta (stampatore di Harry Potter). I conti non sono buoni: 6 milioni di passivo nel 2017, che potrebbero salire a 9 nel 2018. Promesse di investimenti e rilancio mai mantenute e le vendite, come per tutti, calano: a settembre le copie in edicola sono state 55 mila, – 9,8% rispetto a un anno fa. Calo che i giornalisti imputano anche all’ambiguità della linea politica: i 5 Stelle ci fanno schifo, Salvini anche ma non troppo, perché bisogna comunque farci i conti nel centrodestra. “Siamo arrivati a fare il tifo per lo spread e per l’Europa, stavamo pure contro Foa, un nostro ex, alla presidenza della Rai. Roba da pazzi…”, dicono dalla redazione. Quando invece i lettori, a giudicare da lettere e mail, chiedono un appoggio incondizionato a Matteo Salvini, altrimenti passano a Libero o alla Verità. Insomma, se il bastone e carota usato con la Lega può avere senso per B, come linea editoriale non funziona. Se ne sono accorti al sito web, che ha una linea molto più salvinian-sovranista, ma poi i due mondi non si parlano e il sito, altra bizzarra anomalia, risponde a un’altra società.

E il direttore? Alessandro Sallusti sta vivendo giornate non facili. Lui dai suoi giornalisti è sempre riuscito a farsi amare e li ha spesso difesi. “Che me ne faccio di colleghi incazzati che mi lavorano male?”, ha sempre detto. Ora, però, anche Sallusti non può fare altro che schierarsi con la proprietà e pensare a come organizzare il lavoro con meno personale. La redazione, però, si sente tradita e abbandonata a se stessa. Tanto che sarebbe nell’aria, all’assemblea di questa settimana, un voto di sfiducia nei confronti del direttore.

I mugugni investono pure i collaboratori lautamente pagati, come Fiamma Nirenstein, Giancarlo Mazzuca, Paolo Guzzanti, Augusto Minzolini. “Facciamo da ammortizzatore sociale per gli ex forzisti”. “Ma Minzo almeno le notizie le porta”, ribattono altri. Poi: l’affitto esorbitante pagato per il palazzo di 6 piani in Via Negri, pieno centro di Milano e le due pagine appaltate settimanalmente a Edoardo Sylos Labini, ex marito di Luna Berlusconi, figlia di Paolo. Alla fine, però, si ritorna sempre a Silvio. “Dopo anni di onorato servizio, è questa la ricompensa? E poi che fa, ci molla ora, che arrivano le Europee…?”. Da Arcore, però, non trapela nulla, se non il fatto che B. è dispiaciuto e che ha chiesto di non usare la mano pesante. Ma lo staranno a sentire?

“Euro, non tutti i Paesi hanno avuto gli stessi benefici”

Una difesa accorata dell’unione monetaria e del progetto europeo. È questa la posizione di Mario Draghi, ribadita anche ieri a Pisa, nel corso della cerimonia d’inaugurazione dell’anno accademico della Scuola Superiore Sant’Anna. Il presidente della Bce ha, però, posto l’accento sulla necessità di riforme strutturali per sostenere lo stato sociale anche dei singoli paesi e sulla necessità che l’Ue sia più attiva sul completamento dell’unione bancaria e del bilancio comune. Con un avvertimento diretto al governo italiano: “Come ha dimostrato la sua storia, il finanziamento monetario del debito pubblico non ha portato a reali benefici a lungo termine”. “L’unione monetaria – ha affermato Draghi – è stata un successo sotto molti punti di vista, allo stesso modo dobbiamo riconoscere che non in tutti i Paesi sono stati ottenuti i risultati che ci si attendeva. In parte per le politiche nazionali seguite, in parte per l’incompletezza dell’unione monetaria che non ha consentito un’adeguata azione di stabilizzazione ciclica durante la crisi”. E ha aggiunto: “Occorre ora disegnare i cambiamenti necessari dell’unione monetaria e realizzarli il prima possibile, spiegandone l’importanza a tutti i cittadini europei”.

Morandi, la gara dall’esito già scritto

Tanto tempo, troppe polemiche, alla fine un punto fermo: quello che resta del ponte Morandi, crollato la mattina del 14 agosto provocando la morte di 43 persone, sarà demolito. Il sindaco di Genova e commissario straordinario Marco Bucci ha portato il progetto sul tavolo del procuratore Francesco Cozzi. Cinque aziende in lista, forse troppe, ma il numero si adegua alle necessità di avere strumenti adatti, come le due maxi gru per “decostruire” alcune pile. Ieri è stato inaugurato il cantiere. E dunque via ai lavori? Ancora no, c’è da attendere l’ok della Procura.

Nel frattempo altro sta accadendo sui tavoli della commissione che dovrà valutare i progetti di ricostruzione. Imprese ai nastri di partenze. Qualcuno parte più avanti. E questo crea non pochi malumori. Pole position e primo posto sembra già ad appannaggio della cordata Fincantieri-Impregilo che porta in dote il progetto di Renzo Piano. Poco indietro ma con tante credenziali l’impresa Camolai e i suoi quattro progetti dell’archistar Santiago Calatrava. Nel 2007, Autostrade commissionò proprio a Camolai il progetto di un nuovo ponte. Per questo l’impresa di Pordenone possiede da tempo una completa documentazione. Quella che ad esempio non è stata fornita alle altre imprese. “Il materiale documentale – spiega un tecnico – che ci è stato messo a disposizione dal commissario è limitato e incompleto per stendere un progetto adeguato”. A rigore di codice la gara doveva essere una gara pubblica. E doveva esserlo vista la presenza, nella stessa cordata, di due soggetti pubblici come Fincantieri e Italferr. Insomma la gara si presenta ad handicap per buona parte delle altre imprese. “Questa commissione – spiegano alcuni progettisti – sembra stata fatta per escludere tutti gli altri”. Vittoria scontata e giochi chiusi? Il sospetto viene se si pensa che il 4 dicembre scorso durante la festa di Santa Barbara celebrata sui cantieri del Terzo Valico, Pietro Salini, patron di Impregilo, ha parlato della costruzione del ponte sotto lo sguardo del viceministro alle Infrastrutture Edoardo Rixi.

Insomma una storia all’italiana. Tanto più che il mantra della politica sulla velocità dei lavori sembra essere stato sostituito dall’architettura. Ed ecco allora i progetti di Piano e Calatrava che si portano dietro tempi lunghi. Nella rosa dei progetti arrivati sul tavolo di Bucci, che può operare in deroga a tutto tranne che al codice penale, ne è arrivato uno che prevede tempi di esecuzione ristretti e la possibilità di non demolire le case degli sfollati. Si tratta della proposta fatta da Salc Ics, azienda che fa capo all’altra metà del cielo della famiglia Salini, ovvero Simonpietro. Salc si presenta assieme alla China comunication construction (Ccc), azienda mondiale leader nella costruzione dei ponti. Nel documento portato in commissione si legge: “Per quanto concerne la pila 10, essa potrà essere demolita con tempistiche indipendenti dalla realizzazione del nuovo ponte. Tale tecnica permetterebbe di valutare l’ipotesi di non procedere alla demolizione dei fabbricati sottostanti”. Una bella novità. Anche per i residenti che potrebbero rientrare nelle loro case, rinunciando ai risarcimenti di Autostrade.

“Sul Terzo Valico era troppo tardi per tornare indietro”

Ministro Toninelli, avete deciso di confermare il progetto del Terzo Valico nonostante l’analisi costi-benefici sia negativa: anche contando i lavori già fatti e le penali, in tutto circa 2,5 miliardi, non si risparmiava di più a fermare comunque i lavori visto che il costo complessivo è 6,2 miliardi?

Se concludiamo i lavori, in 30 anni i costi superano i benefici di 1,5 miliardi. Se fermiamo tutto adesso, oltre a 1,5 miliardi già spesi si aggiungono almeno 1,2 miliardi tra penali e chiusura cantieri. Se il risultato dell’analisi della commissione guidata dal professor Ponti fosse stato più negativo avremmo cancellato il progetto.

I critici dicono: sei mesi per tornare al punto di partenza.

I critici hanno iniziato un’opera più di vent’anni fa e ancora non l’hanno finita. Questi mesi di analisi non hanno fatto perdere un solo posto di lavoro o giornata di cantiere.

I vostri attivisti locali, contrari da sempre, hanno capito la scelta?

Il ragionamento è stato spiegato e compreso. Se fossimo arrivati al governo 5 o 10 anni fa, quando lo stato di avanzamento era diverso, avremmo fatto altre scelte.

Ora che c’è il via libera sul Terzo Valico caro alla Lega, voi siete più liberi di fermare il Tav Torino-Lione?

Non esiste alcuno scambio politico.

Se l’analisi costi-benefici boccerà il Tav, potreste confermarlo comunque?

L’analisi preliminare sarà completata a dicembre, poi dovrò condividerla con la ministra francese Borne e con la commissaria Ue Bulc ed eventualmente ridiscutere l’opera con la Francia.

Un referendum nazionale sul Tav coinvolgerebbe tutti gli italiani che dell’opera devono pagarne i costi, non solo i piemontesi che ne avranno i benefici. Che ne pensa?

Servirebbe una legge costituzionale per farlo. Chi invoca il referendum lo sa che ci vorrebbero almeno tre anni?

Però lei ha congelato i nuovi appalti Tav fino al termine del 2019.

Chi governava prima ha accumulato anni di ritardi, noi al massimo pochi mesi.

Il “partito del Pil” attacca: non potete dire di no a tutto.

Io voglio fare le grandi opere utili e le cose che hanno maggior impatto su occupazione e Pil. L’esatto opposto di cose come il ponte sullo Stretto: mai fatto ma che ci è costato centinaia di milioni. Faremo moltissime opere diffuse sul territorio. Una priorità: la manutenzione delle strade provinciali, abbandonate dopo la riforma Delrio.

Si sente di recepire in qualche modo le proteste di Vincenzo Boccia e della Confindustria?

Lo ricevo volentieri ogni volta che vuole per spiegargli le nostre riforme.

Intanto nel settore delle costruzioni vanno in crisi i grandi gruppi: Astaldi, Condotte, Cmc…

Sto girando molto i cantieri, alcuni importanti come la statale 640 siciliana sono bloccati dai guai di Cmc. Stiamo cercando una soluzione: quanto potrà fare, il governo lo farà. Per il futuro speriamo che in queste grandi imprese contino di più i progetti e i lavori e di meno gli studi legali.

Allude al fatto che prima dell’intervento dell’Anac facevano i bilanci con le varianti e gli extra-costi contestati al committente?

È capitato. Vertenze infinite e cittadini senza opere.

Comincia la demolizione del ponte Morandi. Quand’è che Genova tornerà alla normalità?

I poteri e i soldi che il governo ha dato a città e commissario si stanno trasformando in cantieri. La ricostruzione inizierà il 31 marzo.

L’ad Castellucci lascerà Autostrade per la holding Atlantia. Come valuta questa scelta?

Affari suoi. Dovrà rispondere delle responsabilità che ha come ad di Autostrade, ad Avellino come a Genova. Mi preoccupa vedere ad che guadagnano milioni di euro e non fanno bene il loro lavoro.

I processi sono in corso. Come fa lei a parlare già di responsabilità?

Se gestisci le autostrade, monopolio naturale creato coi soldi dei contribuenti, hai responsabilità non solo penali ma anche morali e, in senso lato, politiche.

Ogni anno il Tesoro decide quali aumenti concedere ai concessionari autostradali per compensare l’inflazione e remunerare gli investimenti. Cosa succederà?

I piani economici e finanziari quinquennali da rivedere nell’arco di una durata 40ennale sono di mia competenza. Se ci saranno aumenti dipende però dai piani vigenti. L’articolo 16 del decreto Genova stabilisce che i pedaggi non aumentano più sulla base degli investimenti annunciati ma di quelli fatti e certificati dall’Autorità dei trasporti. Questo porterà con tutta probabilità un calo dei pedaggi.

Toninelli, ci ha fatto scrivere da un avvocato per una vignetta. È permaloso?

Va benissimo la satira. La cosa sbagliata è usare una categoria debole per attaccare me. Prendetevela con me, non con i disabili.

Fondi all’editoria, presentato il piano per i tagli progressivi

Tagliall’editoria dal 2019. Un emendamento alla Legge di Bilancio al Senato, primo firmatario il capo gruppo del M5s Stefano Patuanelli prevede che siano “progressivamente ridotti fino alla loro abolizione” i contributi all’editoria. I tagli sono progressivi: – 20% della differenza tra l’importo spettante e 500 mila euro nel 2019, -50% per il 2020, – 75% per il 2021 e abrogata del tutto dal 1 gennaio 2022. Saranno individuate anche le modalità per il sostegno e la valorizzazione di progetti editoriali anche avviando processi di innovazione digitale. Immediati i commenti dalla Federazione Nazionale della Stampa e dell’Ordine dei giornalisti: “Soffocare il pluralismo dell’informazione è colpire il diritto dei cittadini ad essere informati. Non potendo adottare provvedimenti punitivi contro i grandi giornali, il M5s – è scritto nella nota congiunta – avvia un regolamento dei conti con i giornalisti, di cui mal sopporta libertà e autonomia, accanendosi contro i più piccoli, che rappresentano il giornalismo di opinione o sono la voce di piccole comunità. L’unico effetto di questa misura sarà svuotare le edicole di giornali e di allargare l’esercito dei giornalisti precari”.