Iun clima surreale, sabato 15 dicembre, continua in commissione Bilancio del Senato la prima lettura della legge di Bilancio 2019-2021. In un clima surreale, si scrive, non solo perché a due settimane dalla fine dell’anno la manovra non ha neanche visto l’aula di Palazzo Madama per la prima volta (a proposito di centralità del Parlamento), ma anche perché tutti sanno che frattaglie a parte, la carne della manovra si sta discutendo in queste ore a Bruxelles. E chi discute? Rientrati a Roma il premier Giuseppe Conte e il ministro Giovanni Tria, le trattative le conducono i tecnici del Tesoro che tante soddisfazioni ci hanno già dato nei confronti con la Commissione degli anni passati.
L’accordo in sede europea, richiesto “costi quel che costi” da Sergio Mattarella, dovrebbe arrivare oggi o domani: ci vuole tempo perché ormai, a fronte di un evidente cedimento del governo italiano, la tentazione di Bruxelles è quella di stravincere e portare il deficit nominale italiano all’1,9% che aveva offerto a Tria fin da settembre al posto dell’illusorio e suicida 0,8% scritto da Padoan e Gentiloni nel loro ultimo Documento di economia e finanza. L’esecutivo gialloverde cerca invece di evitare la cosa spostando sotto la voce “eccezionali” gli investimenti sul dissesto idrogeologico e la manutenzione delle infrastrutture in modo che non siano conteggiati nel cosiddetto “deficit strutturale” (un artificio contabile abbastanza insensato a cui le istituzioni Ue tengono molto).
Il punto vero di frizione, però, è un altro: la Commissione non vuole nessun intervento che abbassi l’età pensionabile, nemmeno nella forma parziale e assai penalizzante di “quota 100” (chi va in pensione a 62 anni e con 38 di contributi avrà un assegno assai più basso di quello che otterrebbe qualche anno dopo perché calcolato sulla maggiore aspettativa di vita). Paradossalmente il reddito di cittadinanza pone meno problemi essendo una classica politica attiva del lavoro pur mascherata da sussidio: il problema per Palazzo Berlaymont è semmai come verrà implementata la misura. Questo significa che l’accordo, ammesso che alla fine ci sia, sarà probabilmente più oneroso per Salvini che per Di Maio.
Intanto, mentre la manovra viene in sostanza riscritta a Bruxelles ipotizzando tagli e spostamenti di cifre, la commissione Bilancio di Palazzo Madama si occupa come se niente fosse degli emendamenti “segnalati”, cioè quelle tre o quattrocento proposte di modifica che i gruppi ritengono importanti tra le 3.500 presentate: dall’innalzamento a 72 anni dell’età della pensione dei magistrati alla tassazione agevolata (al 7%) per i pensionati che dall’estero spostino la residenza al Sud; dal sostegno al settore ittico allo stop ai cotton fioc inquinanti; dagli svincoli della statale di Lodi al prolungamento della metro Milano-Monza e via così.
Nel frattempo, Lega e 5 Stelle litigano come possono. Non solo le schermaglie “ideologiche” attorno all’Italia che “non piace” a Giancarlo Giorgetti, che poi sarebbe quella del Sud che aspetta i sussidi, ma pure attorno a come e dove intervenire nella legge di bilancio. Scontate le tensioni sui tagli, ci sono pure i confronti “settoriali”. Il buon Giorgetti, ad esempio, fa presentare ai leghisti emendamenti contro i limiti alla pubblicità del gioco d’azzardo (assai malvisti da Serie A di calcio e network tv) che fanno drizzare i capelli ai grillini: d’altronde il sottosegretario ha la delega allo Sport e cura i suoi “possedimenti” con professionale scrupolo elettorale.
Anche la cosiddetta “ecotassa” sulle auto (un’imposta su quelle a benzina e diesel per pagare incentivi sulle elettriche e ibride) continua ad agitare i rapporti tra Lega e 5 Stelle e anzi ne è la plastica rappresentazione. Entrata in manovra grazie all’emendamento di un deputato della Lega, è stata poi adottata dagli alleati e sconfessata da Salvini. Un accordo di massima su come modificarla è stato raggiunto giorni fa (in sostanza niente imposte sulle cilindrate basse), ma ci si litiga su lo stesso.
Ieri, ad esempio, prima il capogruppo leghista Romeo ha presentato un emendamento per abrogare sia la tassa che gli incentivi, poi il sottosegretario all’Economia Garavaglia (sempre Lega) ha messo a verbale che “come governo diciamo no a qualsiasi nuova tassa”. A quel punto gli ha risposto un altro sottosegretario, il grillino Dell’Orco (Trasporti): “Il bonus per le auto elettriche è una misura imprescindibile, deve rimanere e le risorse di copertura da qualche parte ci devono essere. Lavoriamo per escludere le utilitarie dal malus (l’imposta, ndr)”.
E così passa il tempo aspettando l’accordo di Bruxelles e il testo finale (stasera ennesimo vertice a Palazzo Chigi): il paradosso è che la nuova versione della manovra non passerà nemmeno in commissione e arriverà direttamente martedì o mercoledì in Aula per essere approvata col voto di fiducia. Questo sempre in ossequio alla centralità del Parlamento.