La manovra surreale: in Senato aspettando l’accordo a Bruxelles

Iun clima surreale, sabato 15 dicembre, continua in commissione Bilancio del Senato la prima lettura della legge di Bilancio 2019-2021. In un clima surreale, si scrive, non solo perché a due settimane dalla fine dell’anno la manovra non ha neanche visto l’aula di Palazzo Madama per la prima volta (a proposito di centralità del Parlamento), ma anche perché tutti sanno che frattaglie a parte, la carne della manovra si sta discutendo in queste ore a Bruxelles. E chi discute? Rientrati a Roma il premier Giuseppe Conte e il ministro Giovanni Tria, le trattative le conducono i tecnici del Tesoro che tante soddisfazioni ci hanno già dato nei confronti con la Commissione degli anni passati.

L’accordo in sede europea, richiesto “costi quel che costi” da Sergio Mattarella, dovrebbe arrivare oggi o domani: ci vuole tempo perché ormai, a fronte di un evidente cedimento del governo italiano, la tentazione di Bruxelles è quella di stravincere e portare il deficit nominale italiano all’1,9% che aveva offerto a Tria fin da settembre al posto dell’illusorio e suicida 0,8% scritto da Padoan e Gentiloni nel loro ultimo Documento di economia e finanza. L’esecutivo gialloverde cerca invece di evitare la cosa spostando sotto la voce “eccezionali” gli investimenti sul dissesto idrogeologico e la manutenzione delle infrastrutture in modo che non siano conteggiati nel cosiddetto “deficit strutturale” (un artificio contabile abbastanza insensato a cui le istituzioni Ue tengono molto).

Il punto vero di frizione, però, è un altro: la Commissione non vuole nessun intervento che abbassi l’età pensionabile, nemmeno nella forma parziale e assai penalizzante di “quota 100” (chi va in pensione a 62 anni e con 38 di contributi avrà un assegno assai più basso di quello che otterrebbe qualche anno dopo perché calcolato sulla maggiore aspettativa di vita). Paradossalmente il reddito di cittadinanza pone meno problemi essendo una classica politica attiva del lavoro pur mascherata da sussidio: il problema per Palazzo Berlaymont è semmai come verrà implementata la misura. Questo significa che l’accordo, ammesso che alla fine ci sia, sarà probabilmente più oneroso per Salvini che per Di Maio.

Intanto, mentre la manovra viene in sostanza riscritta a Bruxelles ipotizzando tagli e spostamenti di cifre, la commissione Bilancio di Palazzo Madama si occupa come se niente fosse degli emendamenti “segnalati”, cioè quelle tre o quattrocento proposte di modifica che i gruppi ritengono importanti tra le 3.500 presentate: dall’innalzamento a 72 anni dell’età della pensione dei magistrati alla tassazione agevolata (al 7%) per i pensionati che dall’estero spostino la residenza al Sud; dal sostegno al settore ittico allo stop ai cotton fioc inquinanti; dagli svincoli della statale di Lodi al prolungamento della metro Milano-Monza e via così.

Nel frattempo, Lega e 5 Stelle litigano come possono. Non solo le schermaglie “ideologiche” attorno all’Italia che “non piace” a Giancarlo Giorgetti, che poi sarebbe quella del Sud che aspetta i sussidi, ma pure attorno a come e dove intervenire nella legge di bilancio. Scontate le tensioni sui tagli, ci sono pure i confronti “settoriali”. Il buon Giorgetti, ad esempio, fa presentare ai leghisti emendamenti contro i limiti alla pubblicità del gioco d’azzardo (assai malvisti da Serie A di calcio e network tv) che fanno drizzare i capelli ai grillini: d’altronde il sottosegretario ha la delega allo Sport e cura i suoi “possedimenti” con professionale scrupolo elettorale.

Anche la cosiddetta “ecotassa” sulle auto (un’imposta su quelle a benzina e diesel per pagare incentivi sulle elettriche e ibride) continua ad agitare i rapporti tra Lega e 5 Stelle e anzi ne è la plastica rappresentazione. Entrata in manovra grazie all’emendamento di un deputato della Lega, è stata poi adottata dagli alleati e sconfessata da Salvini. Un accordo di massima su come modificarla è stato raggiunto giorni fa (in sostanza niente imposte sulle cilindrate basse), ma ci si litiga su lo stesso.

Ieri, ad esempio, prima il capogruppo leghista Romeo ha presentato un emendamento per abrogare sia la tassa che gli incentivi, poi il sottosegretario all’Economia Garavaglia (sempre Lega) ha messo a verbale che “come governo diciamo no a qualsiasi nuova tassa”. A quel punto gli ha risposto un altro sottosegretario, il grillino Dell’Orco (Trasporti): “Il bonus per le auto elettriche è una misura imprescindibile, deve rimanere e le risorse di copertura da qualche parte ci devono essere. Lavoriamo per escludere le utilitarie dal malus (l’imposta, ndr)”.

E così passa il tempo aspettando l’accordo di Bruxelles e il testo finale (stasera ennesimo vertice a Palazzo Chigi): il paradosso è che la nuova versione della manovra non passerà nemmeno in commissione e arriverà direttamente martedì o mercoledì in Aula per essere approvata col voto di fiducia. Questo sempre in ossequio alla centralità del Parlamento.

Anarchici in piazza contro gli sgomberi del dl Sicurezza

Protesta di 200 anarchici nel centro di Torino contro il decreto sicurezza e il vicepremier Matteo Salvini. Il corteo, con cori e slogan, è partito intorno alle 16 di ieri diretto verso il mercato di Porta Palazzo. Lungo il percorso hanno attaccato manifesti contro la speculazione economica di piazza della Repubblica e tappezzato i muri di scritte contro Salvini. In via Garibaldi sono state imbrattate le vetrine della banca Intesa Sanpaolo.

Per il corteo, a cui hanno partecipato esponenti dell’area anarchica di varie parti d’Italia, sono stati impegnati 150 uomini delle forze dell’ordine. Nel corso dei controlli disposti dal questore Francesco Messina, e iniziati nelle ore precedenti la manifestazione, sono state identificate in tutto 60 persone, arrivate a Torino a bordo di una quindicina di mezzi. Cinque, provenienti dalla provincia di Bolzano, sono stati denunciati dalla Questura di Torino per possesso di strumenti atti a offendere. Il ministro dell’Interno ha commentato su Twitter: “Anarchici oggi a Torino contro la Legge Sicurezza e immigrazione, al grido di ‘Salvini Boia’… Grazie alle Forze dell’ordine che hanno protetto i passanti e la città da questi ‘pacifisti’. Io vado avanti”.

Babbo Natale Scaroni fa i regali in contanti

Vita difficile per Babbo Natale. Regali a rischio: almeno nella grande famiglia di Paolo Scaroni. Al presidente del Milan, secondo quanto hanno riportato le cronache, giovedì 13 dicembre è stato rubata una borsa che conteneva 10 mila euro in contanti. Era sul sedile della sua auto, da cui Scaroni era appeno sceso per un impegno, lasciando al posto di guida l’autista. La vettura era ferma nella zona di largo Augusto, pieno centro di Milano. Un uomo si è avvicinato, ha aperto la portiera, ha preso la valigetta ed è fuggito. L’autista ha provato a inseguirlo, ma è stato bloccato da una donna, probabilmente complice del ladro. I due sono poi saliti su un autobus e sono scomparsi.

Che cosa ci faceva Scaroni in giro per Milano con 10 mila euro in contanti? Ecco la risposta arrivata al Fatto quotidiano: “Era appena stato in banca dove aveva ritirato il contante. Ha quindici nipoti e per il Natale si preparava a regalare a ciascuno di loro una busta con dentro una somma di denaro”. È dunque una storia natalizia, benché finita per ora male, quella dei 10 mila euro in contanti rubati al presidente del Milan nonché vicepresidente di Banca Rothschild. Dissolti, quindi, i cattivi ricordi delle valigette piene di banconote dei bei tempi di Mani pulite. Scaroni fu arrestato nel luglio del 1992, quand’era amministratore delegato di Techint, con l’accusa di aver pagato un paio di miliardi di lire di tangenti al Psi per ottenere appalti dall’Enel. Chiuse la vicenda nel 1996 patteggiando una pena di 1 anno e 4 mesi. Diventato amministratore delegato dell’Eni dal 2005 al 2014, è stato imputato, ma poi assolto, per le mazzette che sarebbero state pagate da Saipem per affari in Algeria. È ancora imputato di corruzione internazionale per la presunta maxitangente di oltre 1 miliardo di dollari pagata in Nigeria per far ottenere a Eni e Shell il supergiacimento petrolifero Opl 245.

Il generone romano, dal ‘79 a Padoan

Basta entrare in un “salotto” romano per rendersi conto che in Italia non si farà mai la Rivoluzione. Né le riforme. Né nulla di serio. Basta entrare in una di quelle stupende case –belle come solo a Roma possono essere- e vedervi prestigiosi uomini politici variamente intrecciati con palazzinari, mafiosi d’alto bordo, giornalisti dall’aria di manutengoli, cocottes, scrittorucoli del Corriere della Sera

, fotografi alla moda, pubblicitari e parassiti di tutte le risme, per capire com’è conciata l’Italia. Quando vedi il parlamentare che, appena lanciate durissime accuse contro la mafia, ammicca complice al palazzinaro notoriamente legato ad ambienti mafiosi, ti rendi conto che le polemiche, gli attacchi, i furibondi scontri, gli scazzi ideologici di cui i giornali quotidianamente ci informano, non sono che lo spettacolo della democrazia, la commedia della democrazia, ma che la realtà è qui: nel salotto.

Ci sono qui, nel salotto, una complicità, uno sbraco, una mancanza di tensione morale e ideale, così veri, così evidenti, così sinceri che non è proprio possibile farsi illusioni. Qui, nel salotto, parole come classe operaia, lotte, giustizia, uguaglianza, libertà perdono ogni senso e quando vengono dette –perché, pur spudoratamente, vengono dette- acquistano un significato grottesco e di scherno.

È l’eterno “generone” romano, quello che si abboffava intorno a Ciano, che eternamente si riproduce e che adesso si abboffa intorno alla democrazia. Ai simulacri della democrazia. Nulla è cambiato. Se non il segno con cui questa gente giustifica i propri privilegi e la propria pochezza.

Forse la storia d’Italia sarebbe stata diversa se la capitale fosse rimasta a Firenze. Forse, a Firenze, avremmo avuto una leadership più seria. Ma, purtroppo, la capitale è Roma. E Roma corrompe. Corrompe anche chi non lo vuole. È irresistibile Roma, in questo. E, quel che è peggio, da qualche anno Roma sta fagocitando tutto: la vita intellettuale, la finanza, le banche, il management industriale, perfino i giornali e le case editrici. Questo cancro enorme sta terzomondizzando l’Italia. E le sue metastasi, che si chiamano clientelismo, burocratismo, parassitismo, mentalità mafiosa, corruzione, si diramano ormai ovunque e raggiungono Milano e Torino e Genova. Tutti hanno un’aria beata: l’importante è partecipare.

Il lettore penserà che questo articolo io l’abbia scritto oggi. Invece fu pubblicato l’11 ottobre 1979 su Il Lavoro

di Genova col titolo “Un salotto sinistro”. In quarant’anni nulla è cambiato. Se non in peggio. Come ci dicono anche le cronache recentissime che, come è stato riportato dal Fatto del 12/12/2018, coinvolgono l’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, il Direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza Alessandro Pansa e l’ex premier Paolo Gentiloni.

Fondi-Lega, la telefonata che incuriosisce i pm

Una vecchia intercettazione. I pm genovesi che indagano sui 49 milioni spariti dalle casse della Lega ci hanno puntato la loro attenzione . Al telefono l’avvocato Domenico Aiello, difensore di fiducia di Roberto Maroni che oggi lavora nel suo studio. Con lui Peter Schedl, allora direttore generale della Sparkassse. L’attuale presidente è Gerhard Brandstätter (avvocato altoatesino e socio di studio di Aiello). Aiello dice: “Sto portando l’onorevole Stefani (tesoriere della Lega, ndr) in filiale a Milano ad aprire il conto (…) Brandstätter mi parlava di una cifra notevole. Quasi 20 milioni e mi ha chiesto un’indicazione per il tasso”.

A: “Il meglio che può fare, semplice. Andiamo via in una situazione che è il 3 e mezzo. Lui indicava il 4, c’ero io quando ha chiamato…

S: “Il 4 non è possibile (…) facciamo così, partiamo dal 3,5 e poi vediamo strada facendo”. Poi Aiello (A) chiama Brandstätter (B), allora presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Bolzano. A: “Siamo andati ad aprire il conto”. La telefonata è stata registrata dalla Dia su delega della Procura di Reggio Calabria che nel 2013 indagava sui collaboratori dell’ex ministro ed ex Governatore Maroni. L’indagine è poi finita in un nulla di fatto, non c’era nessun reato. Le conversazioni ritornano oggi d’attualità. In particolare la telefonata del 22 luglio del 2013 alle 22,15. Maroni, allora segretario della Lega e Governatore, chiama Aiello. Maroni dice che ha parlato con Calderoli e vogliono “costituire, in tempi rapidi, imitando il modello di An, una fondazione dove trasferire il patrimonio della Lega”. Lo scopo dichiarato è mettere nella fondazione tutto il “patrimonio mobiliare, immobiliare e altro, in modo da sottrarre il Movimento da possibili future aggressioni”.

Aiello pronto replica che, l’indomani, andrà dal notaio. Maroni, nota la Dia, quasi per giustificare spiega che “non pensava si sarebbe arrivato a tanto, ma, se l’ex segretario Umberto Bossi inizia a fare questo gioco, si impone una reazione, per evitare di rimanere in mezzo”. Maroni “prosegue raccomandandosi con il legale che, la loro iniziativa, deve rimanere tra loro quattro, Maroni, Aiello, Calderoli e Carmine”, cioé Carmine Pallino, il commercialista. L’idea di Maroni si snoda in due step: il primo è separare il patrimonio della Lega dal partito. Il secondo potrebbe essere la creazione di un nuovo partito dove portare il patrimonio in salvo dai creditori. Il modello evocato è quello delle crisi aziendali nelle quali si mette al sicuro l’attivo in una società nuova e si lascia il passivo nella vecchia ditta ormai cattiva, definita ‘bad company’. Maroni dice che “devono costituire una fondazione, un’associazione, o quello che è, su modello di quanto ha fatto An quando è confluita nel Pdl. Se dovesse servire, faranno la nuova Lega, prima al Nord, dove la Lega Nord conferisce quello che deve conferire, mentre il resto – prosegue l’annotazione della Dia – andrebbe in una fondazione. Sottolinea che bisogna trovare, rapidamente, il modo di separare il patrimonio dalla gestione del partito e fare la ‘bad company’ dove rimane dentro un cazzo”. L’indomani, 23 luglio 2013, alle 11 e 15 Aiello chiama il notaio Angelo Busani e gli dice che deve parlargli di ‘un’esigenza da parte di Maroni’. Si danno appuntamento un’ora dopo perché “adesso si deve ripartire”. Poi ci sono due conversazioni dello stesso giorno tra Aiello e il commercialista Pallino nelle quali l’avvocato di Maroni dice che sta preparando per Maroni un elenco di cose che deve sapere sulla consistenza patrimoniale, composta in parte da titoli “detenuti presso la Sparkasse di Bolzano”. La Dia annota “Aiello parla con Pallino del patrimonio e dice che va messo “il più possibile in sicurezza”. Per Pallino la fondazione serve per “la salvaguardia del patrimonio” mentre Aiello precisa che deve essere “la cassaforte padana”. Il conto era stato acceso già a gennaio e l’operazione era stata intercettata in diretta, come abbiamo visto. Finora sul fascicolo della procura di Genova non risultano indagati. A giugno gli uomini della Finanza hanno già visitato la sede Sparkasse. L’ex tesoriere ed ex deputato della Lega Stefano Stefani recentemente ha rilasciato dichiarazioni anche al sito TPI e potrebbe presto essere sentito dai pm su queste telefonate e sulla sorte dei fondi del partito.

Togliere ai critici per dare ai disabili

Una delle più virulente crociate di Matteo Salvini è quella è contro i giornali cattolici che continuano a criticarlo, malgrado l’ostensione quasi quotidiana di Vangeli, rosari e altre reliquie religiose. Il vicepremier non passa giornata senza litigare con Famiglia Cristiana o Avvenire. E ora, siccome è un uomo tutto d’un pezzo, minaccia una simpatica ripicca: vuole mettere mano (come i 5Stelle) ai fondi per l’editoria: “Io adoro la libertà di stampa – ha detto ieri – se ci sono alcuni giornaloni che prendono 6 milioni di contributi pubblici all’anno, penso ad Avvenire, che leggo con estremo affetto e attenzione, penso che la libertà di stampa debba corrispondere alla libertà del mercato e alla fiducia dei lettori”. Ma il Nostro, scopertosi sostenitore del libero mercato, non si ferma qui. Lancia anche una sua modesta proposta su come potrebbero essere utilizzati i soldi che vanno al troppo critico giornale dei vescovi: “Quei milioni di euro potrebbero andare ad aiutare un disabile in difficoltà”. Com’è nobile e caritatevole il ministro: i soldi che vanno alla carta stampata, e in definitiva servono solo ad abbattere alberi innocenti, potrebbero essere dirottati su chi realmente ne ha bisogno. E poi: ”Se qualcuno non vende in edicola, si chieda il perché”.

Di Maio, la riforma è maledetta

Magari non sarà scaramantico, ma di certo ha coraggio. È temerario, e anche qualcosa di più, il Luigi Di Maio che ieri ha annunciato per il prossimo anno la riforma costituzionale a 5Stelle. “Nel 2019 arriverà qualche sorpresa, perché pure noi faremo le riforme costituzionali. Una: taglieremo 345 parlamentari dal plenum della Camera e del Senato, semplice semplice”. Insomma, anche Di Maio riforma, come tanti, troppi prima di lui. Da Enrico Letta, che la Carta voleva toccarla ma non ce la fece per la caduta prematura del suo esecutivo: fino a Matteo Renzi, l’uomo che disarcionò il Letta junior anche per fare la sua, di riforma costituzionale. E come è andata, cioè malissimo, lo sappiamo tutti. Ma il vicepremier del Movimento pare aver dimenticato, rimosso. E allora si lancia nell’annuncio più spericolato: “Poi, se vorranno andare al referendum, andremo anche al referendum e vediamo quanti voteranno contro il taglio di 345 parlamentari. Altro che tutti quei giochi che hanno fatto in questi anni, facendoci credere di stare riformando la Costituzione per il nostro bene, invece si stavano salvando le loro poltrone”. Non ricorda quel referendum del 4 dicembre, Di Maio. Che scavezzacollo.

Conte va dal Papa: incontro “privato”, senza delegazioni

Il primo caso di un incontro privato tra il presidente del Consiglio italiano con il Papa è di ieri mattina quando, alle 10, Giuseppe Conte è andato in visita dal pontefice al Palazzo apostolico in Vaticano da solo, accompagnato dall’ambasciatore italiano presso la Santa Sede Pietro Sebastiani. È durata in tutto 45 minuti, fino alle 10.45, la visita “di cortesia”, come viene definita dal protocollo d’Oltretevere, perché non era stata annunciata prima di ieri mattina e non ha avuto il solito codazzo di varie delegazioni. ”È stato un incontro molto toccante”, riferisce il premier italiano, e “mi rinnova nell’impegno politico, etico, sociale”. Mentre il ministro dell’Interno addita Avvenire e Famiglia cristiana come giornali “di ultrasinistra” e rievoca Giovanni Paolo II, il santo padre e il presidente del Consiglio si sono scambiati dei doni: Conte ha portato al Papa tre volumi di un’antica edizione illustrata della Divina Commedia di Dante Alighieri con il commento di Niccolò Tommaseo e il pontefice in cambio gli ha fatto omaggio di una copia dell’Enciclica Laudato Si’ e il medaglione con il ramo di ulivo che unisce la pietra divisa, simbolo e auspicio di pace. I due hanno dialogato su disuguaglianze, immigrazione, ambiente e pace. Prima di andare, il premier ha anticipato a Francesco gli auguri di compleanno, che festeggerà domani, lunedì 17 dicembre.

La Lega scopre il nero al Sud, ma al Nord voleva condonarlo

“Il programma elettorale di M5S al Sud ha registrato larghi consensi per il reddito di cittadinanza. È l’Italia che non ci piace, rischia di alimentare il lavoro nero”. La frase del sottosegretario leghista alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, è un attacco diretto al totem dell’alleato di governo. Un’uscita che ha scatenato la rabbia del vicepremier Luigi Di Maio (“A me l’Italia piace tutta, dalla Sicilia alla Val d’Aosta”) e che contiene alcune inesattezze. Del resto un male endemico come quello del “nero” non può utilizzato per bloccare una legge: è un po’ come se si pensasse di eliminare le pensioni di invalidità per colpa dei falsi invalidi.

Il mito. “La terza Regione che prenderà il reddito di cittadinanza, per numeri, sarà la Lombardia: basta dire che nel Nord va tutto bene e nel Sud male”, ha spiegato il ministro del Welfare Di Maio a dimostrazione che anche se la parte del leone nell’erogazione dell’assegno la farà il Sud, anche nel bacino elettorale della Lega ci saranno numerosi beneficiari. Mentre con il reddito di cittadinanza, spiega Svimez, nel 2019 l’economia del Mezzogiorno segnerà un leggero recupero e rallenterà.

I controlli. Il reddito di cittadinanza si basa su ispezioni capillari a sorpresa, da parte dell’Ispettorato del lavoro e della Guardia di finanza, e pesanti pene per i datori irregolari. La struttura informatizzata che lo gestirà incrocerà i dati tra l’identità digitale, necessaria per iscriversi, e l’Isee, vale a dire l’indicatore che serve a ottenere tutte le prestazioni sociali agevolate e che considera anche la situazione patrimoniale. Il dato, sottoposto al vaglio di Caf e Inps, eviterà che chi dichiara pochissimo ma ha ingenti patrimoni possa ricevere il sussidio.

Il nero. Sono oltre un milione e mezzo le persone senza contributi che non risultano al Fisco, ma che lavorano regolarmente ogni giorno nelle aziende, soprattutto del Nord. Un piccolo esercito che ogni anno fa perdere allo Stato circa 20 miliardi. Difficile che il sommerso rischi ora di esplodere: già ha subìto un notevole incremento dopo la depenalizzazione del reato di intermediazione fraudolenta di manodopera avvenuta con il Jobs Act.

Le politiche leghiste. Passando in rassegna le proposte presentate dal Carroccio, anche nelle ultime legislature, non si segnalano grandi operazioni contro il lavoro in nero che tanto spaventa la Lega. Salvini, oltre a difendere i voucher nel marzo 2017 (“utili e efficaci, ma non bisogna abusarne”), non ha mai avuto molta sensibilità sul tema. Ma chiara è stata la linea che la Lega ha dettato a ottobre, quando ha tirato fuori dal cilindro il condono sui contributi previdenziali non versati dai lavoratori autonomi, partite Iva e imprese. Basta ricordare che secondo le stime fornite dall’Inps in Italia si evadono 11 miliardi ogni anno di contributi. Ma anche la mini flat tax, l’altra misura voluta dalla Lega per le partite Iva e su cui ha costruito il consenso, si presta a critiche. Sarà, infatti, più difficile superare le soglie minime e uscire dal regime agevolato: un formidabile incentivo a fare del nero per chi è a ridosso della soglia del 15%.

Ammortizzatori sociali. Ben noto, ma senza stime ufficiali, è il fenomeno delle imprese che richiedono la cassa integrazione pur non avendone necessità e facendo lavorare i dipendenti che per metà dello stipendio vengono pagati dallo Stato. È soprattutto nel Nord-Est, il forziere dei voti leghisti, che si realizza questa fucina di lavoro nero. Le prove? Difficilmente si realizza una cassa integrazione a rotazione, che costringerebbe i lavoratori a rimanere realmente a casa.

“Il sottosegretario doveva tacere, forse hanno problemi interni: li risolvano”

“Giancarlo Giorgetti ha usato un’espressione infelice, ma il governo durerà. La Lega dove può andare senza di noi?”. Paola Taverna, vicepresidente del Senato e big del M5S, va dritta al punto.

Per Giorgetti “Il reddito di cittadinanza “piace all’Italia che non ci piace”. Come fate a coesistere?

La sua uscita fuori luogo danneggia più lui che il Movimento. Ha parlato in modo banale di una misura urgente per tanti italiani in difficoltà, che vuole anche rilanciare l’economia. Sentirlo dire che useremo il reddito solo per una parte dell’Italia, beh…E comunque noi mitighiamo molto la deriva destrorsa di certi provvedimenti della Lega.

Perché l’ha detto?

Non lo so. Il reddito è nel contratto, e non può essere messo in discussione: avrebbe fatto meglio a tacere.

Quella frase è la spia di un malessere nel Carroccio? Ormai per non correre rischi dovete mettere la fiducia su ogni legge.

Non so se la Lega abbia problemi interni, ma se ci sono è bene che li risolvano presto, perché bisogna realizzare i punti del contratto. Però Salvini mi pare forte tra i suoi.

Lui comincia a chiedere modifiche al contratto.

Il contratto è il cardine del governo, e ci ha permesso di varare un provvedimento come lo spazzacorrotti, fondamentale anche perché segna una demarcazione con cose del passato, come il craxismo e il berlusconismo. Però noi non abbiamo mai negato che restiamo profondamente diversi dal Carroccio. Dopodiché, se Salvini parla di cambiare l’accordo per fare campagna elettorale permanente, questo è il suo stile. Noi ci stiamo dimostrando seri.

Però i sondaggi dicono che perdete consenso, e tanto.

Noi siamo responsabili, e lo abbiamo dimostrato sul Terzo Valico. Con l’analisi costi-benefici ci siamo resi conto che l’opera non si può più fermare, perché ci rimetterebbe il Paese. Invece per il Tav è tutto un altro discorso.

Eppure il calo nei sondaggi continua. Subìte troppo la Lega o state deludendo?

C’è un assestamento dell’elettorato. Il M5s vuole davvero cambiare questo Paese e per farlo forse non basterà una sola legislatura. I nostri temi sono più difficili e divisivi e hanno bisogno di tempo e risorse, quelli della Lega meno. Ciononostante abbiamo già fatto tantissimo, dal decreto dignità allo spazzacorrotti, e adesso arriva il reddito. A breve anche il nostro consenso tornerà a crescere.

Salvini comunica meglio?

Lui parla con slogan alla pancia del Paese. Ma questo lavoro alla fine ci premierà.

Non è che la Lega dopo la manovra farà saltare il banco?

Non ci credo per nulla. Dove va Salvini senza di noi? Il centrodestra non esiste più.

A proposito: Berlusconi ha lanciato la campagna acquisti di 5Stelle…

È ormai politicamente morto, suscita solo grande ilarità tra i nostri.

E il Pd?

La sua evoluzione mi incuriosisce, vista la possibile scissione dell’atomo con il partitino di Renzi.

Lei esagera.

È un peccato per la vita democratica che il Pd non esista più, ma molti dei loro temi li abbiamo presi noi. Se dovesse nascere una forza politica che si ispira ai valori di sinistra mi farebbe piacere per la democrazia, ma non certo per possibili accordi.

Nelle settimane scorse si è parlato della casa popolare assegnata a sua madre, che non ha più i requisiti per abitarvi. E Di Maio ha dovuto fare i conti con l’inchiesta sul padre. Questo vi ha fatto capire che tante cose dette da voi su altri politici e sui loro parenti erano sbagliate?

Su toni eccessivi in certe circostanze mi sono interrogata anche io. Ma nel merito le differenze sono siderali. Io non ho attaccato il padre della Boschi, ma la figlia che voleva agevolarlo. Non c’è alcuna similitudine con il caso di mia mamma, nato per il fatto che non ho effettuato un cambio di residenza, o con quello del papà di Luigi. Vogliono sostenere che siamo tutti uguali. Ma non è affatto così.