Il “partito” di Giorgetti tra il voto e la tentazione B.

I dossier che si accumulano sulla scrivania, da esaminare e in molti casi da correggere, gli accordi presi alle 9 di mattina e disattesi a ora di pranzo: gli amici del sottosegretario a Palazzo Chigi, Giancarlo Giorgetti, lo descrivono tanto infaticabile, quanto oberato, tra mediazioni impossibili e problemi da gestire e da risolvere un po’ di tutti i ministeri. Intanto, lo zoccolo duro della Lega – il Nord produttivo, le partite Iva – è sempre più insofferente. E i sondaggi non sono più in salita, ma stabili. “Prima potevamo dare la colpa ai ministri dei Cinque Stelle, ma adesso questo giochino comincia a rivelarsi fallimentare: ci governiamo insieme, quindi per la gente è anche colpa nostra”, è il ragionamento che si fa nella Lega più tradizionale.

Per molti, Giorgetti è il punto di riferimento naturale: d’altronde, è in Parlamento da sempre, è il tessitore per eccellenza, quello che dialoga con i mondi più istituzionali, quello che conosce la macchina meglio di tutti. Così a lui guardano quelli che sperano in un rapido showdown di questo governo, che ne immaginano la fine addirittura con l’inizio dell’anno nuovo, dopo la manovra e il milleproroghe. Per fare cosa? Si racconta che Sergio Mattarella avrebbe ribadito nelle ultime riunioni con gli uomini di governo: “Così non si può andare avanti”. Ma rimanendo fermo su un punto: “Ci vuole un’altra maggioranza, non si può andare a votare”.

Nonostante questo, l’ipotesi elezioni a marzo continua a circolare. Come quelle sui cambi di maggioranza. Ai piani alti della Lega raccontano che una parte dei Cinque Stelle sta lavorando a un accordo con il Pd derenzizzato. In effetti, è proprio gennaio la data che l’ex leader dem ha cerchiato per la sua definitiva uscita. Comunque vada, per la Lega si tratta di un timore concreto. Parallelamente, c’è tutto un lavorio di Silvio Berlusconi per collezionare “responsabili” da offrire a Matteo Salvini per un governo di centrodestra che lo vedrebbe premier. In casa Lega la tentazione c’è, ma i rischi pure sono ben chiari: una manovra di palazzo che resuscita il leader di Forza Italia, non è un gran viatico. Sia Salvini sia Giorgetti più volte in pubblico hanno dichiarato di avere la foto di Renzi in ufficio. Come un monito.

È in questo contesto che vanno lette le dichiarazioni del sottosegretario a Palazzo Chigi venerdì al convegno in Senato con Giorgia Meloni.

Il reddito di cittadinanza piace all’Italia “che magari non ci piace”, ha detto nella maniera il più piana possibile. Dopo ha evocato il voto: “Il nostro impegno dura nella misura in cui sarà possibile realizzare il contratto di governo: poi finirà ma allora la parola torni al popolo”. Un uno-due sufficiente a scatenare un certo panico generale. Lui, più tardi, in conversazioni private, ha sminuito il più possibile. “Ho detto una banalità”, “ho difeso il governo”. La frase del reddito di cittadinanza? “Strumentalizzata”, addirittura “travisata”. Ma chi lo conosce bene, lo legge come l’inizio di una possibile crisi, una sorta di ultimatum: “O si cambia registro, o è finita, si vota”. Luigi Di Maio ha reagito immediatamente: “Il contratto di governo l’ho firmato con Salvini”. Tra i due restano gli echi di un altro episodio, quello in cui Giorgetti fu accusato di essere la “manina” che aveva manomesso il condono. Lui lo disse chiaramente a Di Maio e agli altri: “Serve più fiducia”.

E Salvini in questo gioco che parte ha? Ieri anche lui ha sminuito: “Leggo i giornali e rido: sono 6 mesi che al governo ci vogliono far litigare”.

Tra i due, i rapporti non sono né distesi, né idilliaci, tanto più che il sottosegretario fino ad ora si è fatto garante verso una serie di mondi che l’altro tende a prendere a testate. Ma che Giorgetti faccia una partita in proprio non è nel suo carattere e neanche nella sua storia (è sopravvissuto a tutti i segretari della Lega). Ma un manipolo di fedelissimi ce l’ha. Sono il vice ministro dell’Economia, Massimo Garavaglia (quello che si è scontrato con Laura Castelli per quota 100) E poi, Guido Guidesi, che lavora al suo fianco come Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. E i varesotti: Stefano Candiani e Dario Galli, rispettivamente sottosegretari all’Interno e allo Sviluppo Economico e Marco Bussetti, ministro dell’Istruzione. Nello staff punta soprattutto su Daria Perrotta, segretario generale a Palazzo Chigi e Michele Sciscioli, che a Palazzo Chigi sta gestendo tutta la partita dello Sport. Ci sono Gianluca Pini, maroniano, messo fuori dalle liste e Maurizio Fugatti, neo-presidente del Trentino. E tra i parlamentari Barbara Saltamartini, Silvana Comaroli e Christian Invernizzi.

Ispezione ministeriale dopo le Iene e su Rai 3 parlano i Castagna

Il massacro di via Diaz a Erba torna a far parlare 12 anni dopo. E così se da un lato il Guardasigilli, dopo il servizio delle Iene, dispone un’ispezione ministeriale sull’inchiesta che ha portato alla condanna all’ergastolo per Rosa Bezzi e Olindo Romano colpevoli di aver ucciso quattro persone, dall’altro questa sera la giornalista Franca Leosini affronta il caso facendo parlare per la prima volta i parenti delle vittime Pietro e Bebbe Castagna. Spiega Leosini: “Su di loro continua a infuriare, violento, atroce, il vento dei sospetti”. Dubbi alimentati dall’indagine delle Iene e da alcuni scrittori innocentisti. Sulla vicenda si sono espressi ben 26 giudici nei tre gradi, con quello finale, la Cassazione che ha confermato la condanna e recentemente ha detto no alla richiesta di riapertura del processo. Nonostante questo il ministro Bonafede nutre qualche perplessità sull’iter dell’istruttoria. Per questo due settimane fa ha inviato alla procura di Como la richiesta di mandare tutti gli atti del fascicolo a Roma. Dopo i servizi delle Iene e l’intervista a Olindo Romano, i fratelli Beppe e Pietro Castagna hanno rotto il silenzio: “Basta con meccanisimi perversi che creano menzogne, ci sono stati ben tre gradi di giudizio”.

Il caso Salvini-Spataro scuote l’Anm: la giunta traballa ma per ora non cade

La Giunta dell’ Anm non è caduta, ma lo scontro sul caso Salvini-Spataro si è materializzato forte e chiaro alla riunione del Parlamentino. I magistrati se le sono dette di santa ragione. Restano soli, come anticipato dal Fatto nei giorni scorsi, i magistrati di Area, compatti quelli di Unicost e Magistratura Indipendente. Il finale è stato scoppiettante: l’ex presidente dell’Anm Eugenio Albamonte (Area) ha litigato con Francesco Valentini e Michele Gentili di Autonomia e Indipendenza. Albamonte, tra le proteste dei due in sala, ha criticato il loro leader, Piercamillo Davigo, per il suo silenzio sullo scontro ministro- procuratore. Si è limitato ad esprimere grande apprezzamento per Spataro, ha detto, “come se si trattasse del ricordo di un morto o l’omaggio a un pensionato”. Il macigno, più che il classico sasso nello stagno, lo lancia in apertura Alcide Maritati (Area), segretario dell’Anm.

Parla di “democrazia in pericolo” e di un grave silenzio della Giunta Anm “su quella che è stata un’invasione del perimetro delle prerogative della magistratura. Ci vuole un confronto su questo, altrimenti c’è da riflettere sull’esistenza dell’Anm” . Salvini aveva detto a Spataro: “Gli auguro un futuro serenissimo da pensionato”, in risposta a un comunicato del magistrato di protesta per un tweet del ministro che si congratulava con la polizia durante un blitz ancora in corso a Torino. A Maritati ha risposto Antonio Sangermano, Unicost. Fa una premessa per omaggiare Spataro, dalla prossima settimana in pensione: “Tutti dobbiamo fargli un tributo per i suoi 40 anni di impegno, che hanno provocato reazioni virulente di tutte le parti politiche. Lo stimo e gli sono grato”. Tuttavia, non ha condiviso il suo comunicato stampa: “Poteva fare una telefonata, più istituzionale”. È in netto dissenso con Maritati: “Neppure sforzandomi vedo nel tweet del ministro un vulnus alla democrazia. Un linguaggio che non gradisco, un modo di fare sgarbato ma non una ferita alla democrazia”. In conclusione, la stoccata: “Cari amici di Area, siamo tutti a tutela dei valori costituzionali, anche quando dissentiamo da voi”. MI, con il vicepresidente Anm Giancarlo Dominijanni rivendica il silenzio della Giunta “per non alzare lo scontro”. Valentini e Gentili, di AeI, non in Giunta, dicono che l’Anm “non può essere paralizzata” da questo argomento. Ribatte Albamonte: “L’Anm non è solo un sindacato, deve custodire i valori costituzionali”. La Giunta è comunque salva, non si sa per quanto.

La grande rissa tra avvocati per lo spot sul web

Il 18 febbraio 2019 tenetevi liberi perché bisogna andare tutti a Trapani. Non cercate scuse, c’è un appuntamento con la storia giudiziaria italiana. Uno di quei processi che faranno impallidire quello a OJ Simpson, a Totò Riina e perfino a Gesù. La Petrelluzzi ha già fatto montare le telecamere per “Un giorno in pretura” sui lampioni intorno al tribunale.

La Leosini ha già vinto l’asta con Quarto Grado per intervistare gli imputati (ben dieci) prima che vengano estradati in Texas e sia loro impedito di tornare a delinquere tramite una rapida e indolore iniezione letale, perché diciamolo, il verdetto appare scontato. Salvini ha già chiesto la castrazione chimica preventiva per tutti perché forse non l’avete capito, ma qui si parla della brutalità di un branco, della ferocia di dieci individui che senza uno straccio di pietà si sono avventati su una vittima inerme. E se gli imputati sono -tenetevi forte- ben dieci avvocati di discreta fama, la vittima non scherza. È pure lui un avvocato, e non certo un avvocato qualunque: è il Saul Goodman italiano.

Per chi non sapesse chi sia Saul Goodman faccio un breve sunto: è l’avvocato della famosa serie “Breaking bad” nonché protagonista dello spin-off “Better call Saul”, una delle più belle serie tv della storia televisiva mai partorite. Saul è un tizio stravagante, con un modo di esercitare la professione piuttosto eccentrico e famoso perché si propone ai clienti con spot tv in cui c’è la vecchietta che promuove una class action ad altri vecchietti contro l’ospizio, il finto veterano di guerra, se stesso con baffi finti e tutta una serie di personaggi alle prese con beghe legali variopinte che alla fine lanciano sempre lo stesso messaggio: meglio chiamare Saul. L’avvocato che risolve tutto. Ecco. Il nostro Saul Goodman si chiama Antonino Sugamele, è un penalista e ufficiale dell’esercito di Trapani e tempo fa, decide che per promuovere il suo studio bisogna farsi un po’ di pubblicità. Senza utilizzare il linguaggio tecnico degli avvocati però. Meglio quelle pubblicità un po’ anni ’80 alla Cesare Ragazzi, quelle “Hey, come stanno i tuoi capelli? Bene? No? E allora venite a trovarmi nel mio studio, avere bei capelli è un gioco da Ragazzi!”. Quindi pubblica sul sito dello studio una sorta di volantino su cui c’è scritto “Sei indagato? Contattaci! Troveremo insieme una soluzione! Studio Legale Sugamele. La nostra esperienza, il tuo successo”. Insomma, da “Better call Saul”, a “Meglio chiamare Sugamele”. La pubblicità viene notata da parecchi colleghi e finisce sulle bacheche Fb di alcuni di loro, commentata con una certa ilarità. Tra i colleghi c’è l’ex presidente della Camera penale di Catania Enrico Trantino, che posta la foto della pubblicità di Sugamele e commenta “Rilancio! Amico indagato, oltre un’assistenza qualificata per risolvere i tuoi problemi, il nostro studio ti offre tisane e massaggi rilassanti, un materasso in lattice e un televisore 32 pollici. Ti garantiamo che l’indagine non sarà un tuo problema ma di chi ha osato coinvolgerti!”. Arriva anche il collega Intrieri (cassazionista, docente di procedura penale e psicologia giuridica) che commenta: “Le nuove frontiere della professione: ‘Ergastolo? Custodia cautelare?Il tuo vecchio avvocato non risolve il problema? Frank noi offriamo il mojito!’”. L’avvocato Asciutti rilancia: “Un nome, un destino. E anche il cognome, voglio dire, è tutto un programma”. Poi c’è Giovanni Donzelli che ironizza “Ottimo! Un’altra offerta dei fratelli Collusi?” alludendo ai celebri spot radiofonici di Fiorello quali: “Avvolgi le tue mazzette di banconote con le fascette dei Fratelli Collusi! Basta banconote in disordine. Per le vostre malefatte fascette avvolgenti fratelli Collusi! Fratelli Collusi, fascette per tutte le mazzette!”. Si aggiungono le battute di altri colleghi. Sugamele, convinto di aver ideato una campagna che a creatività fosse seconda solo a quella della Tim con Gandhi, si offende. E querela tutti.

A quel punto, direte voi, il Tribunale di Trapani avrà archiviato, con tutti i casini che ha da risolvere quella città tra Ilva, mafia e cavoli assortiti mica si metterà a ingolfare tribunali perché “Meglio chiamare Sugamele”, no? Invece i dieci vengono tutti rinviati a giudizio, il 18 febbraio 2019 ci sarà la prima udienza. E noi dobbiamo essere lì. Magari ognuno con un cartello con su scritta una barzelletta sugli avvocati che lo stesso Saul si diverte a dire nella serie, da “Qual è la differenza tra un avvocato e uno spermatozoo? Entrambi hanno una possibilità su un milione di diventare un essere umano!” o anche “Qual è la differenza tra un avvocato e Dio? Dio non pensa di essere un avvocato”. Così Sugamele chiamerà l’ordine degli avvocati che querelerà 100.000 manifestanti e finiremo rinviati a giudizio tutti, facendo slittare il primo processo previsto per infanticidio plurimo al dicembre 2078 perché prima le cose importanti, mi raccomando. E ricordate: Better call Sugamele!

“Giudici in pensione anche a 72 anni”, ma il ministro chiude

L’Anm mette le mani avanti contro un emendamento alla manovra di un senatore M5s che riguarda la tormentata età pensionabile dei magistrati, ma non è stato depositato e resterà lettera morta. Il governo e il relatore non lo faranno proprio, in Commissione i termini sono scaduti. Il ministro Bonafede, di fronte all’allarme dell’Anm, scrive un tweet in serata per dire che “l’epoca in cui i governi anticipavano o posticipavano di anno in anno il pensionamento dei magistrati si è chiusa definitivamente”. Nel testo del senatore Crucioli, fatto circolare, si dice che da gennaio i magistrati interessati possono andare in pensione, se vogliono, a 72 anni invece che a 70 , come prevede la legge Renzi del 2014. I magistrati si preoccupano e l’Anm emette un comunicato per criticarlo: modifica “un assetto dei limiti pensionabili, che subisce periodici e contraddittori mutamenti, creando un’incertezza insostenibile”, in più “interferendo con la gestione dei processi e degli uffici giudiziari, alimenta il sospetto che l’intervento normativo sia diretto a favorire o a sfavorire, volta per volta, singoli magistrati”. Bonafede, via Twitter li ha tranquillizzati.

Interdetto negozio di parrucchiere luogo dei summit

Per gli investigatori era il luogo in cui i nuovi boss di Palermo, arrestati nell’ambito del blitz antimafia dei carabinieri del Comando provinciale “Cupola 2.0”, si incontravano per discutere dei loro affari. Adesso per il negozio “Parrucchieri La Rosa Marco” in viale Maria Santissima Mediatrice 100 a Palermo è scattata l’interdittiva. Ad adottarla è stata il prefetto del capoluogo siciliano, Antonella De Miro, dopo le risultanze dell’operazione antimafia. La decisione si è resa necessaria perché nel provvedimento di fermo, emesso dalla Dda di Palermo nei confronti di 48 persone tra cui Settimo Mineo, ritenuto l’erede di Totò Riina e nuovo referente di Cosa nostra palermitana, emerge che la parrucchieria di Marco La Rosa, uno degli arrestati, “era stato scelto quale luogo di elezione per gli incontri durante i quali si discutevano e pianificavano le strategie per il conseguimento dei fini del sodalizio mafioso”.

“La Rosa, tuttavia, non aveva un ruolo meramente passivo rispetto allo svolgimento di tali summit – spiegano i magistrati – ma si attivava al fine di far sì che i sodali potessero discutere fra di loro ed in maniera riservata”.

“Dell’Utri e il boss in via Veneto? C’è un riscontro della Dia”

Gaspare Spatuzza nel processo d’appello contro Dell’Utri, nel 2009, ha riferito le confidenze di Giuseppe Graviano. Al processo sulla trattativa le ripete. Sostiene che il boss gli diede appuntamento qualche giorno prima dell’attentato all’Olimpico, a Roma, al bar Doney di via Veneto (…) Giuseppe Graviano, elegante nel suo cappotto blu, gli offre un caffè e gli comunica di aver chiuso tutti gli accordi e conclude: “Grazie alla serietà” di Silvio Berlusconi e del compaesano Marcello Dell’Utri, Cosa Nostra ha “il paese nelle mani”.

Ma non è finita. Il boss aggiunge che l’attentato contro i Carabinieri all’Olimpico va fatto comunque perché c’è bisogno del “colpo di grazia”, e poi “i calabresi si sono mossi” (proprio il 18 gennaio c’è stata l’uccisione di due militari sulla Salerno-Reggio Calabria, un’azione coordinata fra Cosa Nostra e la ’Ndrangheta per ottenere la modifica delle norme sulla carcerazione e l’eliminazione del 41-bis).

La DIA ritiene che la mattanza allo stadio fosse programmata per il 23 gennaio alle ore 17.30, a fine partita.

Spatuzza data l’incontro al bar Doney al mercoledì o giovedì prima del 23 gennaio. Quindi, secondo la Corte d’Assise, il 19 o il 20 gennaio 1994, una settimana prima della discesa in campo ufficiale di Berlusconi (messaggio tv del 26 gennaio) e dell’arresto a Milano dei fratelli Graviano ( 27 gennaio). La DIA e i giudici di Palermo segnalano una coincidenza: il 18 gennaio 1994 Marcello Dell’Utri dorme all’hotel Majestic di via Veneto, dove si trova per selezionare i candidati di Forza Italia insieme ad altri manager Publitalia (…).

La mattina del 19 gennaio, Dell’Utri si sveglia all’hotel Majestic di via Veneto, dove alloggia con altri manager di Publitalia, mentre seleziona i candidati da mettere in lista alle elezioni del 26 e 27 marzo.

E quel giorno o l’indomani, per i giudici, Spatuzza incontra Graviano proprio nel bar lì di fronte, sull’altro lato di via Veneto. La Corte d’Assise di Palermo quindi, a differenza della Corte di Appello del processo Dell’Utri, crede al racconto del bar Doney. E inquadra così quell’episodio: “Un primo punto fermo della nuova strategia delineatasi in Cosa Nostra con la decisione di puntare sulla nuova forza politica affacciatasi nel panorama nazionale avvalendosi della intermediazione di Marcello Dell’Utri, si ricava dalle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza concernenti l’incontro che questi ebbe il 19 o il 20 gennaio 1994 a Roma con Giuseppe Graviano”. Poche righe dopo, i giudici scrivono della “elevata attendibilità” di Spatuzza e di “copiosi riscontri acquisiti (ivi compreso quello sulla contestuale presenza a Roma di Marcello Dell’Utri)”.

Secondo la Corte, quindi, non solo Spatuzza racconta il vero sulle confidenze ricevute da Graviano, ma la presenza di Dell’Utri, proprio negli stessi giorni, in un hotel della stessa strada, è qualcosa di più di una coincidenza: addirittura un “riscontro acquisito” alle dichiarazioni del pentito. (…) I giudici utilizzano anche le conversazioni di Graviano con Umberto Adinolfi, il detenuto campano ammesso a socializzare con il boss mentre si trova nel carcere di Ascoli Piceno.

Dopo avere riportato tra le altre le intercettazioni del 10 aprile 2016 (“Graviano fa riferimento a una ‘cortesia’ chiestagli da Berlusconi”) e del 14 marzo 2017 (Graviano se la prende con Berlusconi per la sua ingratitudine e “riferisce espressamente ad Adinolfi di avere conosciuto ed incontrato Berlusconi e, in particolare, di essersi ‘seduti’ insieme e di avere, insieme, ‘mangiato e bevuto’”, la Corte sostiene che “il conseguente risentimento nei confronti di Berlusconi, per non avere questi mantenuto i patti […] conferma l’esistenza delle assicurazioni che Berlusconi e Dell’Utri avevano dato a Graviano quando nel gennaio 1994 questi ebbe a manifestare particolare felicità a Spatuzza perché così si sarebbero ‘messi il Paese nelle mani’”.

Ancora una volta la Corte d’Assise ritiene che le intercettazioni ambientali del boss Graviano, adirato con Berlusconi per il suo tradimento, rappresentino un riscontro alle dichiarazioni di Spatuzza sull’incontro in cui Graviano gli parlò di Berlusconi e Dell’Utri. Non solo. Secondo la Corte, nella conversazione del 15 marzo 2017 “traspare” dalle parole intercettate “la sua proposta all’Adinolfi, nella prospettiva che questi potesse essere scarcerato, di aiutarlo in quello che sembra essere un ricatto nei confronti di soggetti che non appare possibile individuare con certezza”. Solo le indagini top secret ancora in corso potranno chiarire i nomi del destinatario del ricatto ordito da Graviano e del misterioso “postino” individuato per la bisogna. La minaccia e la trattativa con quel che rimane del Corpo politico dello Stato potrebbero essere ancora in corso.

Messina Denaro mi disse: “Graviano incontra Silvio”

Lo scambio di battute è veloce e asciutto, come si usa tra mafiosi, anche se parlano di orologi di lusso: ‘Giuseppe (Graviano, ndr) ne ha visto uno (orologio ndr) di 500 milioni al polso di Berlusconi’’, dice Matteo Messina Denaro. E Giovanni Brusca, sorpreso, chiede: “Ma perché, si vedono?”. “Si”, è la risposta che chiude il discorso in quell’estate del ’95 ma riemerge oggi in un verbale inedito reso il 16 ottobre scorso dal boss che schiacciò il pulsante del telecomando a Capaci al procuratore di Palermo Franco Lo Voi e all’aggiunto Marzia Sabella. Il verbale è stato trasmesso alla Procura generale che lo ha depositato nel processo stralcio al deputato Calogero Mannino e lo utilizzerà con tutta probabilità nell’appello ormai imminente del dibattimento sulla trattativa Stato-mafia. Perché Brusca lo dice solo ora a 22 anni dal suo pentimento? La risposta è disarmante: “Mi sembrava una cosa secondaria” così il collaboratore ha definito la confidenza ricevuta dall’unico boss latitante della stagione stragista, cioé Matteo Messina Denaro. Il dettaglio dal quale sarebbe partito il racconto di Messina Denaro è l’orologio di lusso che il Cavaliere avrebbe avuto, secondo quanto riferito da Graviano a Messina Denaro, al polso.

Brusca sostiene di avere capito l’importanza di questo episodio (che però resta pur sempre solo un racconto de relato di secondo livello) leggendo le oltre 5mila pagine delle motivazioni del processo Stato-mafia. Il dibattimento è durato molti anni e Brusca è stato sentito nel 2013. Solo nel 2017 sono state depositate le intercettazioni ambientali in carcere in cui Giuseppe Graviano, passeggiando con il co-detenuto Umberto Adinolfi, racconta i suoi rapporti con “Berlusca”, frase contestata dalla difesa con una controperizia fonica. I pm gli chiedono perché abbia parlato solo ora e Brusca replica: “Perché mi sono reso conto che questa cosa è importante leggendo le carte del processo, non influenzato da altri, in particolare quando viene fatta l’intercettazione di Giuseppe Graviano che si parla di Berlusconi, Berlusca, e ho detto mi scusi ma lui ci si è visto quindi per me era scontato (…) quindi ho ritenuto opportuno riferirlo”. Brusca però ha assistito alle udienze in cui, prima della sentenza, si parlava del tema: “Al dibattimento c’era la diatriba tra i pubblici ministeri e la difesa se ci si era visto (…) se aveva detto il nome”. Il pm Francesco Lo Voi sbotta: “E qui la fermo, non le è venuto in mente di chiedere la parola e fare una dichiarazione spontanea?”. Brusca replica: “Uhm, niente, sì sì lo capisco bene … dottor Lo Voi non è la prima volta che io do per scontato (…) quando c’era qualcosa che mi riguardava io intervenivo ma siccome queste cose non mi riguardavano personalmente…”.

Brusca poi entra finalmente nel dettaglio dell’incontro avvenuto dopo l’arresto di Leoluca Bagarella, del 24 giugno del 1995 a Dattilo, nel trapanese. “Le parole (di Messina Denaro, ndr) sono queste: ‘Giuseppe Graviano gli ha visto un orologio al polso di Berlusca, cioè di Berlusconi, che valeva 500 milioni’ che Graviano era rimasto sconvolto. Siccome Graviano era uno che non badava a spese per orologi, abbigliamento, quindi si sarà sentito in difficoltà nei confronti di Berlusconi, tra virgolette. Non mi ha detto come, dove e quando si sono incontrati”. “Io gli ho detto – ha spiegato il pentito, appassionato anche lui di orologi – ma che era ‘tutto brillanti’? E fu una cosa così, molto veloce”. È lo stesso Brusca a chiarire il senso di quella riunione: “Dopo che è stato arrestato Bagarella io mi incontro finalmente con Matteo Messina Denaro e cominciamo un po’ a chiarire le circostanze, aveva chiesto l’autorizzazione a Antonio Madonia a volermi uccidere. Quindi fatto il chiarimento è finita tutta la discussione e io ho detto alla fine ma a che punto siete? E lui mi dice a zero, cioè non avevamo nessun tipo di contatto a risultato. Prepariamo per mangiare, e si parla del più e del meno, e si parla di orologi…”. Brusca sarà risentito il 14 gennaio 2019 ma c’è qualcuno che potrebbe confermare o smentire il suo ricordo. Con lui, Messina Denaro e Nicola Di Trapani, boss di San Lorenzo ora al 41 bis, c’era quel giorno a Dattilo anche Vincenzo Sinacori. Il fido scudiero di Messina Denaro ora è un collaboratore di giustizia. Se Matteo parlò davvero dell’orologio di Berlusconi, dovrebbe ricordarlo.

Di B. ce n’è due

Anzitutto un sentito e doveroso ringraziamento ai colleghi de La Stampa, grazie ai quali oggi possiamo aprire la nostra prima pagina con una notizia coi fiocchi: il nuovo verbale dell’ex boss Giovanni Brusca, ora prezioso e attendibile collaboratore di giustizia sulla stagione delle stragi e delle trattative Stato-mafia. Ieri La Stampa aveva la notizia in esclusiva, ma ha deciso di nasconderla in fondo a destra di pagina 9, in un trafiletto di 22 righe, invisibile a occhio umano se non con l’ausilio di un microscopio elettronico ad alta precisione. Eppure il titolo, per i pochi che l’hanno notato, è succulento: “Brusca e l’orologio di Berlusconi”. E i nomi propri presenti nel mini-titolo – Brusca, l’uomo che fece saltare in aria l’autostrada di Capaci; e Berlusconi, il premier più longevo della storia repubblicana, tuttora leader del quarto partito italiano – avrebbero dovuto far sobbalzare i colleghi de La Stampa: ma siamo proprio sicuri che il nuovo verbale di Brusca su B. valga soltanto una brevina? Il contenuto, poi, è ancora più succulento, perché chiama in causa altri due boss stragisti di prima grandezza: il superlatitante Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano. Il 16 ottobre Brusca, finora mai smentito in una sola delle centinaia di sentenze di condanna nate dalle sue rivelazioni, ha svelato al procuratore di Palermo Giuseppe Lo Voi che nell’estate del 1995 Messina Denaro gli raccontò che Graviano (il boss di Brancaccio che organizzò le stragi fra il 1992 e il 1994, quando fu arrestato) aveva incontrato B. e notato al suo polso un orologio da 500 milioni di lire. Al che Brusca domandò: “Ma perché, si vedono?”. E Messina Denaro: “Sì”. Poi il pentito se lo scordò “perché mi sembrava una cosa secondaria”. Giudizio condiviso ora da La Stampa. Ma non dai pm, che hanno acquisito il verbale nell’inchiesta Trattativa-bis sul ruolo di Graviano nel patto Stato-mafia e l’hanno trasmesso alla Procura generale in vista del processo d’appello Trattativa-uno.

Per carità, noi non abbiamo titoli per dare lezioni. Ma saremmo curiosi di sapere cosa accadrebbe all’esame di giornalismo se un candidato, alla domanda “Che spazio daresti a Messina Denaro che racconta a Brusca che Graviano incontrava Berlusconi un anno dopo la fine delle stragi e subito dopo la caduta del suo primo governo?”, rispondesse: “Un trafiletto di 22 righe a pagina 9”. Gl’insegnanti lo boccerebbero e gli suggerirebbero di cambiare mestiere. A meno che non fossero i direttori di certi nostri giornaloni, più bravi dei prestigiatori nel far scomparire le notizie importanti e nel far apparire quelle secondarie.

Quelli che per dieci giorni hanno aperto le prime pagine su quel putribondo figuro del padre di Di Maio (e dunque anche del figlio) e le sue tettoie, la sua carriola e i suoi laterizi abusivi. Invece il 20 luglio avevano dedicato un paio di articoletti striminziti alla sentenza della Corte di Assise di Palermo che ha condannato i vertici del Ros dei carabinieri e Marcello Dell’Utri per aver aiutato Cosa Nostra a minacciare e ricattare i governi Amato, Ciampi e Berlusconi a suon di stragi. E così, proprio quando pensavamo di esserci finalmente liberati di B., ce ne ritroviamo due al posto di uno. Il B. leader “europeista e moderato” che critica il governo populista, viene ricevuto al Quirinale, presenta l’ennesimo libro di Vespa con vari direttoroni sorridenti, annuncia la ricandidatura, illustra la nuova maggioranza con i “responsabili” acquistati per la bisogna, ha grandi spazi e simpatie. Invece il B. frodatore pregiudicato, corruttore pluriprescritto, compare e finanziatore di Cosa Nostra, indagato a Firenze per le stragi del ‘93 sui media non esiste. E comunque è un’altra persona.
A pag. 2-3 raccontiamo tutto ciò che si sa sui rapporti fra i boss e B. (anche diretti, non più soltanto quelli intermediati da Dell’Utri e Mangano): perché l’ultimo verbale di Brusca non è un fulmine a ciel sereno. C’era già la frase sibillina affidata da Graviano, in carcere, qualche mese fa a Fiammetta Borsellino: “Lo dicono tutti che frequentavo Berlusconi… Più che io era mio cugino che lo frequentava”. E c’è la sentenza Trattativa, che riporta le intercettazioni di Graviano in carcere nel 2016- 2017: “Berlusca mi ha chiesto questa cortesia: per questo c’è stata l’urgenza. Lui voleva scendere… però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto: ci vorrebbe una bella cosa”. Riferimento – secondo i pm – all’intenzione di B. di entrare in politica nel 1992 e all’accelerazione del delitto Borsellino. E ancora, sugli incontri diretti: “25 anni mi sono seduto con te, giusto? Ti ho portato benessere, 24 anni fa mi è successa una disgrazia, mi arrestano, tu cominci a pugnalarmi, per che cosa? Per i soldi, perché tu ti rimangono i soldi… Alle buttane glieli dà i soldi ogni mese. Io ti ho aspettato fino adesso perché ho 54 anni, i giorni passano, gli anni passano, io sto invecchiando e tu mi stai facendo morire in galera”. Infine l’intenzione di ricattarlo. Infatti i giudici d’Assise ricordano nella sentenza che Graviano “riferisce espressamente di avere conosciuto a incontrato Berlusconi”; che “il conseguente risentimento nei confronti di Berlusconi per non avere mantenuto i patti… conferma l’esistenza delle assicurazioni che Berlusconi e Dell’Utri avevano dato a Graviano” nel 1993-‘94 e spiega “quello che sembra essere un ricatto” ai traditori: i nuovi Salvo Lima, che rischiano ancora grosso. Ora i fini dicitori spiegano la campagna acquisti di B. fra i 5Stelle con la necessità di rassicurare i forzisti in fuga verso Salvini. Ma, se B.2 fosse tuttora sotto ricatto di Graviano&C., i destinatari della rassicurazione di B.1 sarebbero loro. E i nostri esimi colleghi dovrebbero raccontarlo. Non sia mai: meglio nascondere tutto in una breve e continuare a parlar d’altro.

Wyndham Lewis, misconosciuto “vorticista” fuori dagli schemi

Prima di aver letto il libro di Stenio Solinas, il migliore e il più rifinito di tutti i suoi, Genio Ribelle. Arte e vita di Wyndham Lewis (Neri Pozza, 2018, pp. 221, euro 18), non avevo idea di chi fosse il soggetto dell’opera. Per me di Lewis nella letteratura inglese esisteva l’irlandese Clive Staples, del quale da ragazzo – ma non sono libri per ragazzi – avevo letto i due romanzi di “fantascienza” – e non è fantascienza commerciale – Lontano dal pianeta silenzioso e Perelandra. Wyndham nacque in Canada nel 1882 e morì a Londra nel 1957: cieco, ammalato, povero com’era sempre vissuto: e indomito. A guardare la foto giovanile in copertina, è un bellissimo uomo; un dandy, uno snob, un omosessuale. Non era alcuna delle tre cose. Era uno spirito potente, dall’eros eterosessuale violento ma portato a disprezzare la donna siccome colei che distrae l’artista dalla creazione. Era un poeta di autentica avanguardia: non quella da manifesto. In Italia uno solo dei suoi libri venne tradotto ed è introvabile. Ma la sua opera è tuttora sconosciuta, o misconosciuta, nella sua patria; un italiano, con una ricerca paziente, appassionata, di grandissima competenza, gli rende giustizia.

Per comprender chi sia, basti dire che gli amici della sua vita, nonostante continui litigi, sono stati Ford Madox Ford, Ezra Pound, Thomas S. Eliot. Di questi due ha dipinto intensissimi ritratti, ma quello dell’autore di Terra desolata venne rifiutato dall’Accademia pur essendo concepito giusta una tecnica tradizionale. Come pittore, Lewis è stato forse il primo dei “futuristi”, sin dall’inizio del Novecento. Egli si definisce un “vorticista”. I quadri in questo stile anticipano le cose più belle di de Chirico e Depero, angolosi, geometrici, con un’idea cromatica ch’è solo sua. I ritratti, come quello di Edith Sitwell, dietro un’apparente correttezza possono esser crudelissimi.

Lo scrittore ha forse prodotto troppo, romanzi, novelle, saggi, anche per la cronica miseria in che viveva. Ed è dura la miseria quando non si nasce poveri, quando si vive nella upper class – senza esser un giullare di questa, come l’artista inglese ha sovente fatto. Ma è un pensatore politico inclassificabile, tra fascismo e comunismo, alla fine nemico di ambedue e vittima della sinistra. Fu coraggioso combattente nella Prima Guerra. Scompaginava, con la sua violenza, tutte le categorie politiche e sociali; e dell’Inghilterra fra le due guerre odiava l’anacronistico classismo, uno dei fattori che l’avrebbe condotta alla rovina. La sua vita fu una perenne lotta contro la sventura. Fra i suoi nemici, gli snobboni del “gruppo di Bloomsbury”, possessori di ogni privilegio che non ebbe mai; e il sangue gli ribolliva all’idea che, dall’alto di tali privilegi, potessero essere tutti filocomunisti. Il caso della guerra di Spagna, troppo complesso per esser classificato come una lotta fra il Bene e il Male, è da Solinas magistralmente ricostruito e diviene un emblema.

Un amico mi ha in questi giorni donato un bellissimo romanzo, L’intoccabile, di John Banville (Guanda). È la storia di Antony Blunt e dei suoi amici, provenienti dalle elitarissime public schools, omosessuali, spie dell’Unione Sovietica fra le due guerre e dopo. Andrebbe letto insieme col libro di Solinas: i due si integrano. Dal quadro realistico del grande romanziere irlandese emerge un particolare che mi ha colpito: l’incredibile sporcizia personale di questi snob, unti, puzzolenti, dall’alito che sapeva di aglio, fumo e alcool. Un altro motivo perché Lewis li odiasse.