I dossier che si accumulano sulla scrivania, da esaminare e in molti casi da correggere, gli accordi presi alle 9 di mattina e disattesi a ora di pranzo: gli amici del sottosegretario a Palazzo Chigi, Giancarlo Giorgetti, lo descrivono tanto infaticabile, quanto oberato, tra mediazioni impossibili e problemi da gestire e da risolvere un po’ di tutti i ministeri. Intanto, lo zoccolo duro della Lega – il Nord produttivo, le partite Iva – è sempre più insofferente. E i sondaggi non sono più in salita, ma stabili. “Prima potevamo dare la colpa ai ministri dei Cinque Stelle, ma adesso questo giochino comincia a rivelarsi fallimentare: ci governiamo insieme, quindi per la gente è anche colpa nostra”, è il ragionamento che si fa nella Lega più tradizionale.
Per molti, Giorgetti è il punto di riferimento naturale: d’altronde, è in Parlamento da sempre, è il tessitore per eccellenza, quello che dialoga con i mondi più istituzionali, quello che conosce la macchina meglio di tutti. Così a lui guardano quelli che sperano in un rapido showdown di questo governo, che ne immaginano la fine addirittura con l’inizio dell’anno nuovo, dopo la manovra e il milleproroghe. Per fare cosa? Si racconta che Sergio Mattarella avrebbe ribadito nelle ultime riunioni con gli uomini di governo: “Così non si può andare avanti”. Ma rimanendo fermo su un punto: “Ci vuole un’altra maggioranza, non si può andare a votare”.
Nonostante questo, l’ipotesi elezioni a marzo continua a circolare. Come quelle sui cambi di maggioranza. Ai piani alti della Lega raccontano che una parte dei Cinque Stelle sta lavorando a un accordo con il Pd derenzizzato. In effetti, è proprio gennaio la data che l’ex leader dem ha cerchiato per la sua definitiva uscita. Comunque vada, per la Lega si tratta di un timore concreto. Parallelamente, c’è tutto un lavorio di Silvio Berlusconi per collezionare “responsabili” da offrire a Matteo Salvini per un governo di centrodestra che lo vedrebbe premier. In casa Lega la tentazione c’è, ma i rischi pure sono ben chiari: una manovra di palazzo che resuscita il leader di Forza Italia, non è un gran viatico. Sia Salvini sia Giorgetti più volte in pubblico hanno dichiarato di avere la foto di Renzi in ufficio. Come un monito.
È in questo contesto che vanno lette le dichiarazioni del sottosegretario a Palazzo Chigi venerdì al convegno in Senato con Giorgia Meloni.
Il reddito di cittadinanza piace all’Italia “che magari non ci piace”, ha detto nella maniera il più piana possibile. Dopo ha evocato il voto: “Il nostro impegno dura nella misura in cui sarà possibile realizzare il contratto di governo: poi finirà ma allora la parola torni al popolo”. Un uno-due sufficiente a scatenare un certo panico generale. Lui, più tardi, in conversazioni private, ha sminuito il più possibile. “Ho detto una banalità”, “ho difeso il governo”. La frase del reddito di cittadinanza? “Strumentalizzata”, addirittura “travisata”. Ma chi lo conosce bene, lo legge come l’inizio di una possibile crisi, una sorta di ultimatum: “O si cambia registro, o è finita, si vota”. Luigi Di Maio ha reagito immediatamente: “Il contratto di governo l’ho firmato con Salvini”. Tra i due restano gli echi di un altro episodio, quello in cui Giorgetti fu accusato di essere la “manina” che aveva manomesso il condono. Lui lo disse chiaramente a Di Maio e agli altri: “Serve più fiducia”.
E Salvini in questo gioco che parte ha? Ieri anche lui ha sminuito: “Leggo i giornali e rido: sono 6 mesi che al governo ci vogliono far litigare”.
Tra i due, i rapporti non sono né distesi, né idilliaci, tanto più che il sottosegretario fino ad ora si è fatto garante verso una serie di mondi che l’altro tende a prendere a testate. Ma che Giorgetti faccia una partita in proprio non è nel suo carattere e neanche nella sua storia (è sopravvissuto a tutti i segretari della Lega). Ma un manipolo di fedelissimi ce l’ha. Sono il vice ministro dell’Economia, Massimo Garavaglia (quello che si è scontrato con Laura Castelli per quota 100) E poi, Guido Guidesi, che lavora al suo fianco come Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. E i varesotti: Stefano Candiani e Dario Galli, rispettivamente sottosegretari all’Interno e allo Sviluppo Economico e Marco Bussetti, ministro dell’Istruzione. Nello staff punta soprattutto su Daria Perrotta, segretario generale a Palazzo Chigi e Michele Sciscioli, che a Palazzo Chigi sta gestendo tutta la partita dello Sport. Ci sono Gianluca Pini, maroniano, messo fuori dalle liste e Maurizio Fugatti, neo-presidente del Trentino. E tra i parlamentari Barbara Saltamartini, Silvana Comaroli e Christian Invernizzi.