Silenzio, il Boss è nudo. Niente (E Street) Band. Nessun artifizio da palco, zero schermi e immagini, effetti vocali o diavolerie varie. A un passo dai 70 anni Bruce Springsteen si presenta al centro del Walter Kerr di Broadway vestito solo dai suoi guai, dalle riflessioni, dalle bugie dette e subìte, dai rimorsi, dalla paura di una depressione insita nei geni paterni e protetto solo da una maglietta nera più vicina all’esistenzialismo sartriano che al rocker da Born in the Usa. Ed è di una credibilità sconcertante.
La messa (laica) va in scena.
Silenzio, quindi, per un happening, non uno spettacolo, lungo più di un anno, con 236 repliche e mille devoti a sera, dove non è concepito sussurrare, tantomeno parlare, commentare o accompagnare Springsteeen in uno dei 15 brani proposti; chi rompe il benedetto incantesimo, si becca uno shhhhh carico di commiserazione per non aver compreso a pieno la portata dell’evento (da domani su Netflix).
Fuori dal teatro è normale trovare dei sessantenni con cartelli in mano dove implorano un biglietto, la cifra è variabile, ma c’è chi ha speso oltre 12 mila dollari per un posto in platea, a pochi metri da lui; chi entra si abbraccia incredulo, e corre al merchandising a caccia di ogni possibile feticcio, anche in questo caso prezzi non proprio popolari, ma sono dettagli. “Scusa, tu lavori qui?”, domanda un cliente alla commessa. “Sì”.
“E ogni sera assisti al concerto?”.
“Quasi sempre”.
“Oddio quanto sei fortunata”.
Il cliente ha al polso un Rolex d’oro e un giaccone che vale almeno quattro stipendi della ragazza, eppure l’invidia è palese.
Springsteen entra in scena alle 8 e zero secondi, il palco lo domina con una maestria superiore, da attore esperto: sa come modulare la voce, conosce i tempi, ogni tanto si allontana dal microfono, si affida alla sola voce, ancora più nudo; palleggia con le emozioni dei presenti, risate e lacrime, ricordi e addii; perché lui i presenti li conosce da quasi 50 anni: è la sua gente, il pubblico che lo segue da sempre, la middle class statunitense, in sala neanche uno di colore, tutti bianchi over 50. “Per stare qui abbiamo vinto una lotteria: grazie all’estrazione siamo riusciti a pagare il biglietto appena 75 dollari. Una fortuna”, la soddisfazione di una coppia del New Jersey.
Nessuno estrae il cellulare, il selfie non esiste, si sta lì e si ascolta ogni sillaba, ogni attimo del racconto sul padre, definito “il più grande rimorso della mia vita”, quindi una breve lezione sulla democrazia, come “un dono che va difeso. È un bene fragile”. Chiaro il riferimento a Donald Trump. E ancora il ricordo di Clarence Clemons, suo storico sassofonista morto nel 2011 (“amico mio, ci rivedremo presto”); e un consiglio ai più: “Ho studiato la storia per capire chi fossi”.
Anche i brani sono sussurrati, partono dalla testa ma è lo stomaco a dettare la rotta, quasi sempre si accompagna con la chitarra, ogni tanto utilizza la fisarmonica a fiato, tre o quattro volte si sposta al pianoforte e a metà dello spettacolo entra la moglie, Patti Scialfa, “la regina del mio cuore” per duettare in un paio di pezzi.
Billy Joel, uno dei grandissimi della musica statunitense, suo coetaneo e concittadino, è in platea, al suo arrivo giusto un piccolo applauso del pubblico.
Si accendono le luci, il Boss saluta, il bis non è previsto, non siamo a un vero concerto; il pubblico lo sa, qualcuno esce, altri iniziano una caccia ai bicchieri di plastica con la scritta “Springsteen on Broadway”, lasciati per terra.
Fuori dal teatro la folla lo aspetta. Lui esce, si ferma, sorride, ringrazia. E un signore intona un passaggio di Thunder road: “Dai, prendi la mia mano. Stanotte cercheremo di raggiungere la terra promessa”.