Il sussurro di Springsteen tra le lacrime della sua gente

Silenzio, il Boss è nudo. Niente (E Street) Band. Nessun artifizio da palco, zero schermi e immagini, effetti vocali o diavolerie varie. A un passo dai 70 anni Bruce Springsteen si presenta al centro del Walter Kerr di Broadway vestito solo dai suoi guai, dalle riflessioni, dalle bugie dette e subìte, dai rimorsi, dalla paura di una depressione insita nei geni paterni e protetto solo da una maglietta nera più vicina all’esistenzialismo sartriano che al rocker da Born in the Usa. Ed è di una credibilità sconcertante.

La messa (laica) va in scena.

Silenzio, quindi, per un happening, non uno spettacolo, lungo più di un anno, con 236 repliche e mille devoti a sera, dove non è concepito sussurrare, tantomeno parlare, commentare o accompagnare Springsteeen in uno dei 15 brani proposti; chi rompe il benedetto incantesimo, si becca uno shhhhh carico di commiserazione per non aver compreso a pieno la portata dell’evento (da domani su Netflix).

Fuori dal teatro è normale trovare dei sessantenni con cartelli in mano dove implorano un biglietto, la cifra è variabile, ma c’è chi ha speso oltre 12 mila dollari per un posto in platea, a pochi metri da lui; chi entra si abbraccia incredulo, e corre al merchandising a caccia di ogni possibile feticcio, anche in questo caso prezzi non proprio popolari, ma sono dettagli. “Scusa, tu lavori qui?”, domanda un cliente alla commessa. “Sì”.

“E ogni sera assisti al concerto?”.

“Quasi sempre”.

“Oddio quanto sei fortunata”.

Il cliente ha al polso un Rolex d’oro e un giaccone che vale almeno quattro stipendi della ragazza, eppure l’invidia è palese.

Springsteen entra in scena alle 8 e zero secondi, il palco lo domina con una maestria superiore, da attore esperto: sa come modulare la voce, conosce i tempi, ogni tanto si allontana dal microfono, si affida alla sola voce, ancora più nudo; palleggia con le emozioni dei presenti, risate e lacrime, ricordi e addii; perché lui i presenti li conosce da quasi 50 anni: è la sua gente, il pubblico che lo segue da sempre, la middle class statunitense, in sala neanche uno di colore, tutti bianchi over 50. “Per stare qui abbiamo vinto una lotteria: grazie all’estrazione siamo riusciti a pagare il biglietto appena 75 dollari. Una fortuna”, la soddisfazione di una coppia del New Jersey.

Nessuno estrae il cellulare, il selfie non esiste, si sta lì e si ascolta ogni sillaba, ogni attimo del racconto sul padre, definito “il più grande rimorso della mia vita”, quindi una breve lezione sulla democrazia, come “un dono che va difeso. È un bene fragile”. Chiaro il riferimento a Donald Trump. E ancora il ricordo di Clarence Clemons, suo storico sassofonista morto nel 2011 (“amico mio, ci rivedremo presto”); e un consiglio ai più: “Ho studiato la storia per capire chi fossi”.

Anche i brani sono sussurrati, partono dalla testa ma è lo stomaco a dettare la rotta, quasi sempre si accompagna con la chitarra, ogni tanto utilizza la fisarmonica a fiato, tre o quattro volte si sposta al pianoforte e a metà dello spettacolo entra la moglie, Patti Scialfa, “la regina del mio cuore” per duettare in un paio di pezzi.

Billy Joel, uno dei grandissimi della musica statunitense, suo coetaneo e concittadino, è in platea, al suo arrivo giusto un piccolo applauso del pubblico.

Si accendono le luci, il Boss saluta, il bis non è previsto, non siamo a un vero concerto; il pubblico lo sa, qualcuno esce, altri iniziano una caccia ai bicchieri di plastica con la scritta “Springsteen on Broadway”, lasciati per terra.

Fuori dal teatro la folla lo aspetta. Lui esce, si ferma, sorride, ringrazia. E un signore intona un passaggio di Thunder road: “Dai, prendi la mia mano. Stanotte cercheremo di raggiungere la terra promessa”.

 

“Praticamente perfetta”: Mary Poppins non si imita

Mary Poppins, anzi, Il ritorno di Mary Poppins è un film esemplare per dire della nostalgia. Oggi la nostalgia non richiede più un passato abituale soggiorno, se di un luogo, una passata intima frequentazione, se di una persona, un passato pieno possesso, se di una cosa: condizioni necessarie e sufficienti sono la lontananza e, quando la saudade ha rilevanza sociale, la celebrità di luogo, persona, cosa. Sicché la nostalgia va ineludibilmente a braccetto con l’ignoranza: abbiamo nostalgia di canzoni che non abbiamo ascoltato, di libri che non abbiamo letto, di film che non abbiamo visto.

Il simulacro non è più, non è solo la copia di un originale mai esistito, bensì la replica di un’esperienza mai vissuta, il fac-simile di una sensazione mai provata. Ecco spiegato, per dirne uno, il problematico successo di Bohemian Rhapsody, il biopic musicale che fa stracciare le vesti ai discepoli di Freddie Mercury: l’accuratezza storica, il rigore filologico non sono contemplati, ma perché dovrebbero? Si richiede la mera prossimità, al più una somiglianza fisica e una contiguità identitaria (Rami Malek), e che i puristi si fottano, gli esegeti ammutoliscano: all’alba del Terzo millennio per fare il maggior numero di vittime, ossia spettatori, l’alzo culturale è indefettibilmente prossimo allo zero.

Mutatis mutandis, quello che molti critici d’Oltreoceano hanno imputato a Mary Poppins Returns, la mancanza di novità, è in realtà il suo criterio distintivo, ovvero la sua novità: Emily Blunt può rifare impunemente – se, le piacerebbe… – Julie Andrews perché la maggioranza dell’inteso pubblico la Poppins della Andrews (1964, regia di Robert Stevenson e destino cult) non l’ha vista. Insomma, è tutto fuorché un ritorno: perché nell’immaginario collettivo non se ne è mai andata, certo, ma anche e soprattutto perché la prima volta i Millennials se la sono persa. Quale occasione più ghiotta per propalare la governante volante se non la sua pallida e però persistente reminiscenza? E dunque il musical, ispirato alle storie di Pamela Lyndon Travers e al classico adattamento della Disney, che – già in tour da un anno – terrà ancora palco al Teatro Nazionale di Milano, per la prima volta in Italia e in lingua italiana, fino al 27 gennaio; ben rieditato, da BUR ragazzi con fascetta cinematografica, il romanzo originale della Travers; ben apparsa in cima alla London Eye, la vertiginosa ruota panoramica della capitale britannica, una sosia vestita di tutto punto, ovvero una stuntwoman in missione promozionale.

Lei borsetta e ombrellino d’ordinanza, noi a ripescare nel jukebox collettivo Supercalifragilistichespiralidoso, Cam caminì, Com’è bello passeggiar con Mary e Un poco di zucchero, non se ne può fare a meno e se ne può fare nulla: Mary Poppins esiste a prescindere, malgrado questo sequel ignavo (dal 20 dicembre in sala) eppure foriero di freschi e imberbi adepti. A dirigerlo Rob Marshall (Chicago), prende dagli ulteriori sette libri della Travers, ritrova l’originario Bert Dick Van Dyke, affianca Lin-Manuel Miranda nel ruolo di Jack, Ben Whishaw (Michael Banks), Emily Mortimer (Jane Banks), Colin Firth (William Weatherall Wilkins) e Meryl Streep (la cugina Topsy), e nella Londra depressa degli anni Trenta abbina pignoramenti e orfanelli (i tre figli dello spiantato Michael), alterna precarietà e balletti, celebra l’ineffabile governante e la sua facoltà di cambiare il corso del tempo. Molto è dato per scontato, molto di più è in saldo: le coreografie sono amicali, nel senso di Amici di Maria De Filippi; le nuove canzoni – dimenticate quelle succitate, ne rimangono al più poche note – di Marc Shaiman e Scott Wittman probabilmente non resteranno.

Certo, la Blunt dona alla tata “praticamente perfetta” caviglie sottili e modi gentili; certo, le sequenze animate stile vecchia Disney si fanno ammirare; certo, Ben Whishaw avrebbe bisogno di qualche bistecca, ma con quelli occhi può tutto. Eppure, non c’è peggiore déjà-vu di quello che non sappiamo distinguere. Chissà che avrebbe detto la Travers, che già fece penare non poco Walt Disney per concedergli i diritti, di questo seguito, lei che aborriva l’attitudine esclusivamente commerciale di Hollywood: che ne è oggi di “Solo un po’ basta per lor, bastan due penny dati di cuor”?

 

Milano, rubati diecimila euro in contanti a Scaroni

Strano furto a Milano ai danni del presidente del Milan Paolo Scaroni. Appena sceso dalla macchina per un impegno un uomo, approfittando delle portiere aperte e malgrado la presenza dell’autista all’interno, è riuscito a portare via dal sedile posteriore una valigetta al cui interno c’erano, stando ai primi accertamenti, diecimila euro in contanti. La vittima del furto, commesso ieri in pieno centro a Milano e segnalato in Procura, è Paolo Scaroni, presidente del Milan.

Stando a quanto ricostruito al momento, Scaroni era sceso dall’auto e si era allontanato, quando il ladro ha aperto una portiera posteriore, ha preso la valigetta ed è scappato. L’autista ha provato a inseguire il malvivente, ma mentre correva una donna, probabilmente complice del ladro, è riuscita a bloccare la sua corsa ed è fuggita anche lei. I due sarebbero poi saliti su un bus in zona largo Augusto, a pochi passi dal Duomo, e proprio dentro il mezzo è stata trovata la valigetta abbandonata. I ladri avevano già portato via i soldi, lasciando, invece, oggetti personali e documenti all’interno.

Il rapper Anastasio lava l’onta Schettino (nonostante i webeti)

L’ora delle prove inconfutabili è giunta. Anastasio, vincitore di X Factor, sarebbe un militante di CasaPound ma con simpatie salviniane. Oppure un leghista pre-padano con originali abluzioni nella destra trumpiana. O, infine, un semplice “fascio” in libertà come i webeti (mai parola fu più azzeccata) lo hanno subito classificato grazie ai like che su Facebook nei mesi e negli anni scorsi ha casualmente messo. Invece Marco (Anastasio) è un mite, intelligente e poetico ragazzo di Meta, la prima delle città – superato il promontorio di Scutolo – che formano la penisola sorrentina, la più famosa delle bellezze meridionali, nota nel mondo.

Liceo classico, poi studi in agraria, Marco sa che Hegel non è il nome di una fotomodella e Schopenhauer non è una marca di jeans. Conosce l’Illuminismo francese, e ha dovuto studiare la rivoluzione russa. Ora, alla facoltà universitaria di Portici, indaga la botanica e la biochimica. Grazie al suo rap, al talento che ha, alla forza espressiva dei suoi testi, ha ridato alla sua comunità il piacere e l’orgoglio di applaudirlo e festeggiarlo in piazza, quando oggi arriverà.

Meta finora era stata destinataria dell’imbarazzo di contare tra i suoi concittadini Francesco Schettino, simbolo della vergogna nazionale, colui che ha guidato, con prodigiosa irresolutezza, la Costa Concordia fin sugli scogli dell’Isola del Giglio e poi, vistola affondare, ha assistito a riva alla più grande tragedia contemporanea. “Torni a bordo, cazzo!”, gli urlò dalla Capitaneria di Porto il comandante De Falco, oggi senatore. E i metesi piansero per la vergogna, per l’umiliazione di sapere che un suo bravo marinaio aveva combinato il guaio più grande del mondo.

Mesi e mesi di appostamenti dei cronisti, di collegamenti, di insinuazioni. E sempre Meta, comunità benpensante tra l’altro molto devota al potere affluente (in penisola sugli scudi politici dapprima la Dc, poi Forza Italia, domani sarà il turno prevedibilmente della Lega), indicata come il luogo della sfortuna, immersa continuamente nella cronaca nera. L’anno scorso un altro fatto, questa volta una crudele violenza sessuale ai danni di una turista, l’aveva ricondotta, del tutto improvvisamente, tra i centri della suburra umana.

Quindi Anastasio non solo risolleva il morale ai concittadini, ma gli offre una mega ribalta nazionale tanto che il sindaco, fiutato l’affare mediatico, vorrebbe esagerare ancora un po’ (due sere fa è stato installato uno schermo gigante per la visione della puntata) accogliendolo con la fascia tricolore.

“Gli ho consigliato di evitare, mio figlio non è l’eroe dei due mondi”, dice sorridendo il padre Teodoro, avvocato come suo padre, il nonno di Marco, e con un fratello magistrato. I codici sono dunque affare di famiglia e anche la estrema mitezza è un tratto caratteriale genetico. Se i webeti avessero avuto un po’ di pazienza (e i colleghi giornalisti un po’ di mestiere in più) avrebbero notato che l’unica esuberanza politica di Anastasio, ma di segno contrario a quello immaginato, si ritrova in un brano di lode a Maurizio Sarri (titolo: Come Maurizio Sarri) nel quale il giovane rapper tributa l’elogio incondizionato alla cosiddetta “rivoluzione sarrista”, cifra prima culturale e poi tecnica dell’ex allenatore del Napoli, e scrive della “bellezza dell’esproprio proletario”.

Questa canzone è stata la sua prima vera ribalta canora (allora si faceva chiamare Nasta), tanto che il suo inno fu adottato dal gruppo dei fan di Sarri “Gioia e Rivoluzione”, anche qui non tacendo la contaminazione tra calcio e politica, guidato dal giornalista Sandro Ruotolo che ai “compagni” di tifo e di fede politica propose l’adozione di Nasta come musicista “rivoluzionario” da contrapporre evidentemente alla schiera dei neo melodici che a Napoli formano la struttura portante del pensiero dominante e a volte purtroppo illegale.

Oggi con La fine del mondo semplicemente laureiamo questo ragazzo, lo mandiamo in alto nella simpatia, gli riconosciamo qualità e forza d’urto (“Sogno un mondo che esploda/ sogno i led e i riflettori nella Cappella Sistina”) stimandolo come scrittore. Ma la televisione è come una fionda, è in grado di puntare un corpo, spedirlo in cielo e poi, il giorno dopo, restituirlo alla terra. Anastasio non solo sa che è difficile “distinguere tra destra e sinistra, è tutto cambiato”, ma anche che è possibile che tutto il successo di oggi, se non sarà continuamente annaffiato dal talento e accompagnato dalla fortuna, potrà finire presto e gli toccherà respirare “sale e cenere”, come scrive in un suo vecchio e imperioso testo (Fuoco) assolutamente da ascoltare.

Corona, il Signor Malaventura (nel bosco)

Qui comincia l’avventura/ del Signor Bonaventura/ ricco ormai da far paura… Fabrizio Corona sembra la versione capovolta dell’impagabile fumetto inventato da Sergio Tofano che si cacciava nei guai, ma finiva sempre per guadagnarci un milione. Fin da quando fuggì a Lisbona a bordo di una 500 e si consegnò in lacrime alla polizia portoghese, anche Corona ha un’avventura alla settimana da pubblicare sul nuovo Corriere dei Piccoli chiamato Internet. Nel tentativo di redimersi dagli errori del passato, il Signor Malaventura decide di diventare un cronista d’assalto; Massimo Giletti, nel ruolo del bellissimo Cecè, lo ingaggia prontamente e lo spedisce nel famigerato “Boschetto della droga” alla periferia di Milano. L’ex re dei paparazzi si avventura intrepido, deciso a diventare non più il terrore dei Vip, ma degli spacciatori. Gli spacciatori non l’hanno presa bene. Con il favore delle tenebre, lo hanno aggredito e abbandonato seminudo tra i rovi. Le immagini tipo Cristo morto del Mantegna fanno il giro del web, dove ci si interroga se la vicenda sia vera o costruita ad arte. Alcuni dettagli non convincono, per esempio che gli aggressori, spogliandolo, abbiano dimenticato di togliergli l’orologio da 30mila euro (“Toglietemi tutto ma non il mio Rolex”); ma queste sono battaglie di retroguardia, nella società della connessione permanente una cosa più appare e più è vera, a maggior ragione se si dubita sia falsa. E il milione? Alla fine è arrivato anche quello: un milione di clic.

Il vero papiro e i falsi esperti

Da Chiasso in su, tira un’altra aria: quando Luciano Canfora, apostolo della falsità del papiro, ha postato su papylist, la mailing list per i papirologi di tutto il mondo, un comunicato sulla “definitiva chiusura del caso” nelle stanze della Procura torinese, Andrea Jördens, presidente dell’Associazione internazionale papirologi, gli ha chiesto: “Ma che c’entra questo con la scienza?”. Vediamo gli antefatti. Il Papiro di Artemidoro è un rotolo papiraceo emerso nel 1971 in mano al dott. Simonian (che ha venduto molti papiri alle università di Treviri, Heidelberg, e a Milano il famoso Posidippo). Come spesso accade ai papiri, il luogo di rinvenimento non è noto: in Germania arrivò entro un ammasso di cartapesta. È un papiro singolare, per le dimensioni (è lungo due metri e mezzo), ma soprattutto perché oltre a cinque colonne di testo greco contiene una carta geografica e due serie di disegni, di animali e di figura umana. Seppi che era sul mercato verso il 1997, dopo i necessari accertamenti sull’autenticità e la liceità della vendita provai ad acquistarlo per il Getty Research Institute (Los Angeles), di cui ero allora direttore. Ma il prezzo richiesto era più alto di quanto disponevo in bilancio.

Il grande paleografo Guglielmo Cavallo, a conoscenza del Papiro, mi mise in contatto con Claudio Gallazzi, papirologo dell’Università di Milano, e questi con Bärbel Kramer, papirologa a Heidelberg. Anni dopo, convinto come ero e sono che un documento di tale importanza debba essere in una collezione pubblica, ne parlai con Giuliano Urbani, allora ministro dei Beni culturali, che ne suggerì l’acquisto alla Compagnia di San Paolo, perfezionato nel 2004. Prima dell’edizione critica (2008), il Papiro fu presentato in tre mostre, a Torino e poi ai Musei Egizi di Berlino e di Monaco. Un articolo di Canfora sul Corriere della Sera (15 settembre 2006) ne sostenne la falsità, e io gli risposi su Repubblica.

Da allora parte una controversia: da un lato gli studi scientifici, centinaia in tutto il mondo, dall’altro la campagna mediatica (quasi soltanto italiana). Canfora interviene sul tema con un’intensità (qualcosa come 10 libri, 6 fascicoli di una sua rivista e 40 articoli di giornale) con cui non saprei mai scendere in gara. Questa campagna, fortunata nei media nostrani, non ha avuto successo nella letteratura scientifica: dei circa 200 studiosi che se ne sono occupati, se si escludono da un lato Canfora e il suo gruppo di lavoro, dall’altro gli editori del Papiro (me compreso) e collaboratori, la stragrande maggioranza si è espressa in favore dell’autenticità. Per citare solo due grandissimi grecisti, Martin West ha definito “disingenuous” (in mala fede) l’argomentare di Canfora, e Wofgang Luppe ha scritto sull’autorevole rivista Gnomon che la genuinità del Papiro è fuori discussione. Molti aspetti del Papiro sono oggetto di dibattito scientifico: Giambattista D’Alessio ha dimostrato che i segmenti del rotolo vanno rimontati in un ordine diverso da quello del restauro eseguito a Milano; alcuni studiosi attribuiscono tutto il testo del Papiro ad Artemidoro di Efeso, altri ritengono che sia sua solo una parte. Temi specialistici, che non mettono in dubbio l’autenticità del Papiro e la sua datazione al I secolo d.C., confermata da analisi paleografiche, fisiche e chimiche.

Ma che cosa ha da dire il procuratore Spataro? Il suo documento, che accusa di truffa Simonian fondandosi su un esposto di Canfora (2013), non è una “sentenza”, come qualche giornale ha scritto, ma una richiesta di archiviazione (accolta dal Gip): invitiamo a leggerlo online sul fattoquotidiano.it. La struttura argomentativa è tutto un ragionare sulle colpe dell’accusato, per poi dire all’ultima pagina che il reato (se c’era) è caduto in prescrizione. Su 34 pagine, metà sono dedicate a divagazioni o a testimonianze su fatti che nulla hanno a che vedere con l’autenticità del Papiro. Fra i testimoni ascoltati, l’unico papirologo è Gallazzi, che ne riafferma l’autenticità. Ma in sede di conclusioni si assumono come inoppugnabili le asserzioni di Canfora (l’unico di cui si citino le opere), in quanto “sostiene motivatamente” la falsità. Spataro confessa di non aver esaminato le 700 pagine dell’edizione critica, bastandogli “alcune pagine, reperibili sul web, acquisite agli atti del procedimento”; né ha cognizione dell’abbondante bibliografia e degli argomenti degli studiosi che si sono pronunciati a favore dell’autenticità. Ricorda che i carabinieri del Nucleo Tutela del patrimonio culturale di Roma raccomandarono di “nominare un consulente scientifico ‘terzo’”, ma ci rivela che lo ritenne inutile.

Spataro proclama che la foto dell’ammasso papiraceo “è risultata un clamoroso falso”, e che “tale conclusione non è più contestata”, ma cita solo l’esperto di Canfora (il vicequestore Silio Bozzi) e ignora le confutazioni del grande filologo Jürgen Hammerstaedt e degli esperti di fotografia Paolo Morello e Hans Baumann. Sposa la tesi canforiana che il Papiro sarebbe l’opera di un falsario del sec. XIX, tal Simonidis, quando poi lo svedese Tommy Wasserman, che ha studiato i papiri notoriamente falsificati dal Simonidis, lo esclude espressamente. Valorizza la testimonianza di Eleni Vassilika, già direttrice del Pelizaeus-Museum di Hildesheim, perché “fece emergere dei dubbi sull’autenticità di vari reperti lì allocati, che erano stati acquistati dal Simonian”, ma tace che il tribunale tedesco si pronunciò a favore di Simonian, e la Vassilika fu allontanata dalla direzione del museo (Die Welt, 25 marzo 2004).

Spataro eredita poi da Canfora un approccio schizofrenico: sostiene che il Papiro è un falso, ma anche che l’Egitto dovrebbe rivendicarlo come autentico. Immagina che le illazioni di Canfora sugli inchiostri usati nel papiro siano confermate da “accertamenti tecnici recentemente disposti dal MiBAC”, per poi riconoscere una pagina dopo che “tali analisi sono ancora in corso”. E ignora i risultati delle analisi pubblicate da Pier Andrea Mandò e altri su riviste scientifiche internazionali, che vanno in direzione opposta a quanto asserito da Canfora. È sulla base di questo zoppicante argomentare che Spataro si è convinto che ogni perizia è inutile, poiché “la certezza del fatto è abbondantemente provata, quanto meno sulla base di elementi indiziari gravi, precisi e concordanti”. Ma tali indizi erano davvero abbastanza per non consultare esperti, per ignorare la letteratura scientifica, per non ascoltare nemmeno Simonian, accusato di truffa? Ed era proprio inevitabile far scattare i termini della prescrizione, impedendo così al Simonian di poter chiedere una perizia di parte? Emettendo di fatto, al riparo della prescrizione, un giudizio di colpevolezza senza ascoltare pareri terzi?

Insomma, il documento Spataro non aggiunge nulla a quel che si sapeva sul Papiro, e adotta l’opinione di un solo studioso ignorando quasi tutta la bibliografia scientifica. Eppure è su questa base che molti hanno scritto sui giornali con vari gradi di stoltezza, fingendo di scambiare un pronunciamento di tal fatta per un meditato giudizio scientifico. Quanto al dottor Spataro, se con la sua dissertazione aspira a una laurea in papirologia, la sentenza è questa: bocciato.

Quando il gioco diventa pericoloso e nuoce alla salute

“La Fortuna è la forza che governa l’universo e può crearti o distruggerti in un soffio”

(da “La ballata di un piccolo giocatore” di Lawrence Osborne – Adelphi, 2018 – pag. 49)

 

Che cos’è esattamente la ludopatia? Quand’è che il gioco diventa pericoloso e patologico? Con quali strumenti si può contrastare più efficacemente questa dipendenza? C’è una differenza, ed eventualmente in che cosa consiste, tra giochi d’azzardo e giochi di fortuna?

Per risolvere questi interrogativi, l’Autorità sulle Comunicazioni ha pubblicato lunedì scorso sul suo sito un questionario rivolto a tutti gli operatori del settore, per lo più concessionari dello Stato, chiedendo di rispondere entro dieci giorni. Poi, a sua volta, l’Agcom chiuderà entro gennaio il procedimento, di cui è relatore il commissario Antonio Nicita, inviando probabilmente una “segnalazione” al governo sull’articolo 9 del cosiddetto “decreto dignità” che vieta qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, sui giochi d’azzardo. Il provvedimento del governo prevede infatti che sia la stessa Authority a vigilare sulla materia, attribuendole per la prima volta nella sua storia il potere di comminare sanzioni pecuniarie ai trasgressori: l’importo dovrà essere pari al 20% del valore della pubblicità o della sponsorizzazione e in ogni caso non inferiore a 50mila euro.

Non c’è dubbio che il gioco d’azzardo, un’industria che – secondo alcune stime – in Italia registra ormai un volume d’affari di circa cento miliardi di euro all’anno, possa diventare una dipendenza e che in quanto tale vada contrastata, al pari di quella dall’alcol, dal fumo e dalla droga: in particolare, a protezione dei minori. Ma, in un’ottica antiproibizionista, si tratta di valutare come, con quali obiettivi e quali strumenti conviene combattere la ludopatia.

Se per effetto del divieto di pubblicità dovesse ridursi il gioco legale a vantaggio di quello illegale, come sostengono gli operatori, il provvedimento potrebbe produrre l’effetto opposto a quello che si prefigge. Tanto più se non si distinguesse tra i giochi d’azzardo in senso proprio (slot machine, videopoker, videolottery, scommesse online) e giochi di fortuna, come quelli più tradizionali e popolari del Lotto o del Superenalotto. Nel primo caso, si parla di giocatori “compulsivi”, incontrollabili, più esposti al rischio di rovinarsi per tentare il colpo grosso; nel secondo, invece, si tratta di un pubblico più maturo e abitudinario che va al botteghino a puntare somme più modeste. Oppure, va al bar o in tabaccheria per acquistare o compilare una schedina con o senza “Superstar”.

Certo, sempre di fortuna si tratta. Ma c’è evidentemente un approccio diverso a seconda del gioco. E comunque, piuttosto che vietare la pubblicità e le sponsorizzazioni, sul piano mediatico forse sarebbe più utile imporre la pubblicità negativa direttamente sui vari “prodotti”, come s’è già fatto per il fumo e per l’alcol, informando e dissuadendo i giocatori in merito ai rischi per la propria salute mentale oltre che per le proprie finanze. Forme di tutela più rigide, invece, occorrono certamente per i minori.

A tutti questi elementi, se ne aggiunge infine un altro che riguarda la conservazione e la valorizzazione dei Beni culturali. In forza della “legge Veltroni” del 1996, una parte dei proventi incassati dalle società concessionarie dei giochi sono stati destinati finora al recupero e al restauro delle opere d’arte, dei musei e dei siti archeologici. E questo ha una ricaduta positiva anche sul turismo che resta pur sempre la nostra prima industria nazionale.

Caro Moscovici, il gilet giallo non è una moda

Quando Pierre Moscovici, vestendo i panni un po’ lisi del commissario europeo agli Affari economici, annuncia che la sua Francia è autorizzata a sforare il tetto del 3 per cento nel rapporto deficit-Pil purché lo sforamento non si protragga per due anni consecutivi, non fa soltanto il partigiano del suo Paese in campagna elettorale dalla parte dei suoi vecchi amici. Compie anche un tragico errore. Non mi riferisco all’assist fornito al governo italiano per lamentare come la Commissione faccia figli e figliastri: a quello sta già pensando un’opinione pubblica inviperita nei confronti dei presunti favoritismi di un’istituzione traballante, confusa e incoerente, che non perde occasione per mostrarsi inadeguata.

Il principale inciampo sta proprio nella postilla con cui il commissario ha tentato di mettersi a riparo dalle accuse di parzialità sciovinista: “Se ci riferiamo alle regole, oltrepassare questo limite (del 3 per cento, ndr) può essere preso in considerazione in modo limitato, temporaneo, eccezionale”: nell’idea che quanto si sta verificando in Francia sia ascrivibile alla categoria degli eventi eccezionali risiede l’immagine della “rimozione” con cui buona parte della politica attuale si rapporta alle trasformazioni della società che la circonda. La rimozione “è un processo inconscio che consente di escludere dalla coscienza determinate rappresentazioni connesse a una pulsione il cui soddisfacimento sarebbe in contrasto con altre esigenze psichiche” (Umberto Galimberti, Nuovo dizionario di Psicologia): la pulsione che Moscovici e molti suoi sodali – consapevoli o meno: vedi alla voce Matteo Renzi, Emmanuel Macron, Hillary Clinton e buona parte dei leader democratici – “escludono dalla loro coscienza” è la consapevolezza del fallimento del capitalismo nelle sue ultime sembianze di globalizzazione e l’ammissione di aver creato disuguaglianze talmente marcate da non poter essere tamponate con bonus o misure una tantum. Credere che la protesta francese possa essere ridotta a un evento passeggero, risolvibile con qualche decimale di deficit in più nel 2019, nell’attesa che il sole del neoliberismo torni a scaldare l’Europa e che i gilet gialli lascino il posto alle camicie bianche di una nuova generazione di leader pseudo-riformisti che calchino le orme dei Renzi, dei Sanchez e dei Valls (chi era costui?), equivale a continuare a suonare l’orchestrina mentre il Titanic va a schiantarsi contro la punta dell’iceberg. Purtroppo però, per politici come Macron o Moscovici, le “altre esigenze psichiche” che li costringono a rimuovere l’inizio di una crisi permanente delle democrazie occidentali per come si sono strutturate negli ultimi decenni, hanno a che fare con la loro stessa sopravvivenza politica. Mentre nel discorso alla Nazione infuocata, Monsieur le Président può permettersi di mostrarsi pentito e di promettere dieci miliardi di misure di spesa sociale, contando anche sull’acquiescenza di istituzioni europee che versano in una situazione non troppo dissimile dalla sua, quello che non può permettersi di fare è negare i paradigmi che hanno contraddistinto la sua stessa esistenza politica e che potrebbero essere negati solo nell’incipit di un discorso di dimissioni.

È in questa ipocrisia della transitorietà, della circoscrizione del fenomeno a fase passeggera e prontamente risolvibile, che va ricercata la ragione dei favoritismi di Moscovici e degli altri commissari nei confronti della Francia di Macron rispetto all’Italia giallo-verde, colpevole invece di aver gridato anzitempo che il re era nudo e non indossava nemmeno un gilet giallo.

Il giustiziere Chérif e gli altri “esclusi”

“Per vendicare i fratelli morti in Siria”. Questo avrebbe detto Chérif Chekat subito dopo aver sparato ai mercatini di Natale al tassista che lo ha accompagnato a Neudorf, “graziato” solo perché “musulmano praticante”. Non è strano che si sia fatto portare nel quartiere di sempre. Tagliare i ponti con amici e parenti era, nelle forme novecentesche di terrorismo, una regola ferrea: il cerchio delle ricerche si stringe sempre, prima di tutto, attorno ai legami affettivi del sospettato. Ma il nuovo radicalismo ha mutato anche questa certezza, perché attecchisce spesso in un ambiente dove lo “stigma etnico” tende a compattare – famiglia, amici, quartiere – verso l’esterno.

“Quello che sta facendo è giusto, è positivo. Sta andando a difendere un Paese, la Siria. Sta portando avanti un’idea, andare ad aiutare un popolo in difficoltà per colpa vostra”. Morire per difendere i “fratelli siriani”, per combattere “l’ingiustizia”, “per aiutare un indifeso, lontano”: non c’è bisogno di andare in Francia, a Strasburgo o nei sobborghi di Parigi, o in Belgio. Così Dr. Domino difese il suo amico rapper Anas el Abboubi, il primo jihadista “autoctono” di casa nostra che, prima di partire per Daesh in Siria, fu fermato e arrestato dall’Antiterrorismo e dalla Digos nel 2013 a Brescia, in procinto di compiere un attentato. Su Anas pende ancora un mandato di cattura internazionale, ma se ne sono perse le tracce, probabilmente morto, in quel buco nero che ancora oggi è la Siria.

Il profilo collettivo dei cosiddetti “terroristi homegrown” – a guardare i tanti studi ormai disponibili in materia – segue gli stessi passaggi individuali: figli nati in Occidente da genitori musulmani che lavorano nei nostri Paesi, scuole e vita di quartiere, e poi la piccola delinquenza, il carcere, la radicalizzazione (attraverso il carcere stesso, diventato luogo classico di reclutamento, o nel piccolo gruppo degli amici di infanzia), talvolta il viaggio nei teatri del jihad.

La “vita di strada” espone non solo al contatto quotidiano con la criminalità e i traffici illegali, ma anche ai continui controlli della polizia (questo vale specialmente per i ragazzi di banlieue, dopo la svolta nella politica criminale francese negli anni Novanta). Le condanne non sono mai pesanti, ma, come accade per molti, segnano il passaggio dalla piccola criminalità alla nuova identità politica e religiosa. L’ideologia radicale, offrendo un’identità “resistenziale”, permette una ristrutturazione della personalità fondata sul riscatto personale nella “causa”.

È il jihad che è divenuto realtà dentro e fuori il carcere. Davanti alla Legge, il solo volto dello Stato conosciuto da questi ragazzi, la loro identità assume i tratti della vittima dell’ingiustizia. Una vittimizzazione fondata sulla convinzione che l’essere “arabi” o “africani”, e comunque musulmani, ne faccia cittadini con diritti affievoliti. Considerazione che inasprisce il loro risentimento non solo nei confronti della République, ma nei confronti dell’Occidente tutto.

È il “nuovo proletariato di figli di immigrati manipolati contro le classi medie” di cui tanto ha parlato Gilles Kepel (tra tutti, La fracture, Gallimard). Che sia un’islamizzazione del radicalismo o una radicalizzazione dell’islam – dibattito che impegna in Francia diversi intellettuali da anni – è la “frattura” a essere centrale: quella divisione sempre più profonda nella società francese ma non solo. La frattura identitaria che prima passava fra “destra” e “sinistra”, fra padroni e lavoratori, fra più ricchi e più poveri, e che oggi passa fra “inclusi” ed “esclusi”. Fra chi è dentro un sistema di protezione, un lavoro, la possibilità di far studiare i propri figli; e chi invece è fuori, senza lavoro, scuole, cultura, senza possibilità, senza futuro.

L’idea di sradicare il terrorista oggi non può essere una vittoria se non gli si impedisce di crescere domani. Perché non si nasce jihadisti. Jihadisti si diventa. A forza di libri, di siti web, di canali tv, di moschee anche, di disperazioni e frustrazioni, soprattutto.

E quando il risentimento diviene incontenibile è facile che i giovani Chérif – come in passato i fratelli Kouachi e Amedy Coulibaly, per restare in Francia, o Anas el Abboubi o Mohamed Jarmoune se guardiamo a casa nostra – si radicalizzino e decidano di abbracciare un’ideologia che offre loro la possibilità di rappresentarsi come implacabili “giustizieri”. Uccidono non solo le loro vittime, però. Uccidono anche, due volte, il loro Paese d’origine.

Mail box

 

La campagna acquisti di B. Corrompere i “responsabili”

Il Cavaliere ritorna in campo e fa subito la sua “proposta politica”: portare un gruppo di “responsabili” grillini nelle file di Forza italia. Non dovrebbero più versare parte dello stipendio allo Stato o al fondo per le opere meritorie e non sottostarebbero più al vincolo dei due mandati. Con gruppo numeroso il governo potrebbe cadere e se nascerebbe un altro, di centrodestra magari con una pattuglia renziana di rinforzo (il governo Renzi si reggeva su Verdini e compagnia). Berlusconi non conosce altro modo di fare politica che non sia quello per cui è stato più volte condannato: “comprare” una maggioranza togliendo i sacrifici imposti dal M5S ai propri deputati eletti. Non credo che Salvini farebbe il leader di un governo basato sulla corruzione dei responsabili, o almeno spero.

Francesco Degni

 

Meno compiti a casa è giusto, ma i ragazzi si isolano lo stesso

Sarei d’accordo col ministro della Pubblica istruzione Marco Bussetti circa l’invito da lui rivolto ai docenti di non dare agli alunni compiti da svolgere durante le vacanze di Natale. Se solo potessi avere la certezza che in quel periodo i ragazzi diminuissero almeno della metà il tempo trascorso sullo smartphone e riprendessero a conversare con parenti e amici guardandoli negli occhi. Ma temo che non succederà.

Paolo Gulinello

 

In Abruzzo impianti in rovina e lo spreco dei soldi pubblici

Sono un maestro di sci e di escursionismo e voglio segnalare lo stato di degrado e di abbandono nel quale versano le uniche due stazioni di turismo, una estiva e una invernale, della Provincia di Teramo: Prati di Tivo e Prato Selva. Le due località hanno gli impianti di risalita praticamente nello stato di abbandono più assoluto e rimarranno chiuse anche per la prossima stagione invernale. La società proprietaria degli impianti si chiama Gran Sasso Teramano, che attualmente è in liquidazione, ed è una società pubblica il cui socio di maggioranza è la Provincia di Teramo, ma tra gli altri soci c’è pure la Regione Abruzzo. Gli impianti di risalita esistenti sono costati 20 milioni di euro e sono stati acquistati utilizzando fondi pubblici, i soldi dei contribuenti. È una vergogna vedere questo sperpero di denaro.

Paolo De Luca

 

Il deficit è diverso, ma Parigi non è meglio di Roma

Credo vada precisato che la concessione alla Francia di sforare il tetto del 3%, superiore a quella data all’Italia, derivi semplicemente dai deficit diversi, 97% contro 132%. Non c’entra l’idea di privilegiare la Francia perché politicamente più forte (nonostante Macron, questa forza c’è e resiste da tempo, ma è solo come un’aureola). Le promesse di buona condotta, cioè di rientro dal debito pubblico, (praticamente carta straccia se tutti si mettessero a pretendere denaro in cambio di titoli) sono fole di politici improvvisati. La politica è stata solo capace di aumentare l’emissione di cartaccia, mai di contenerla e di agire seriamente. Ci va di mezzo la media borghesia, ma se questa scoppia, salta l’intero sistema.

Dario Lodi

 

L’informazione è di parte, ma i cittadini lo hanno capito

A qualsiasi ora del giorno e della sera in televisione imperversano i talk show politici e non, i quali hanno in gran parte i conduttori orientati. Ma quale credibilità hanno allora i servizi in cui propongono le interviste ai cittadini? Si mandano in onda solo, o quasi esclusivamente, quelli che fanno gli interessi di una parte sola. È tutto un gioco.

Pasquale Mirante

 

Il presepe ci parla di pace ma lo si svende al business

Non mi è piaciuto l’operazione di marketing dei mastri presepiali napoletani che per qualche euro in più hanno corso il rischio di profanare il presepe con le statuine di Hitler e Mussolini. La volontà di dare spazio al business (probabilmente senza neppure rendersi minimamente conto di dare il via allo stravolgimento della nostra secolare tradizione presepiale) iniziò con l’inserimento della statuina di Totò, Antonio Di Pietro, poi Eduardo De Filippo, Diego Armando Maradona e tanti altri personaggi pubblici più o meno rilevanti. Quest’anno, con i due dittatori che hanno calpestato ogni diritto e ogni dignità umana, si è superato ogni limite. Il sacro è diventato profano e lo sgomento si ingigantisce con le recenti notizie di tombe ebraiche violate e delle “pietre di inciampo” rubate a Roma. Il presepe è un messaggio di pace che arriva dritto al cuore, spero che la “caduta” dell’artista di San Giorgio a Cremano sia solo una bravata. Voglio ancora credere e sperare che tutti gli uomini si impegnino con lealtà a combattere e sconfiggere ogni forma di autoritarismo e ogni comportamento razzista contro chi è diverso per cultura, etnia o religione. A nessun è permesso di cancellare dalla sua memoria le atrocità perpetrate dall’uomo contro l’uomo in ogni tempo e sotto ogni bandiera politica e religiosa. Questo non per odio o vendetta, ma per far sì che mai più avvengano quei delitti orrendi.

Raffaele Pisani