Le sue parole profetiche sul nostro antifascismo di comodo

Fa piacere leggere di tanto in tanto sul Fatto dei riferimenti a un intellettuale e poeta speciale quale è stato Pier Paolo Pasolini. Recentemente mi è capitato di rileggere le parole che pronunciò nell’intervista a Biagi del 1971: “La parola speranza è cancellata dal mio vocabolario. Quindi continuo a lottare per verità parziali, momento per momento, ora per ora, mese per mese, ma non mi pongo programmi a lunga scadenza perché non ci credo più”. Come non riflettere su questi precursore e martire laico della recente Storia patria: demonizzato da larga parte dell’opinione pubblica benpensante, avversato in ogni modo da più parti della politica e della “morale” corrente, ha svolto la funzione di capro espiatorio di un corpo sociale che murava nutrendosi di embrioni che sarebbero di lì a poco germogliati nelle patologie e degenerazioni ormai sotto gli occhi di tutti. Ecco, a me sembra che oggi il capro espiatorio sia diventato il migrante, accusato di tutto, funzionale a rafforzare il potere di partiti che non avrebbero più una ragione sociale e tantomeno ideologica e politica. La mia domanda è come si esce da tutto questo e se potremo mai sanare quel clima che tanto bene PPP aveva delineato.

Alessandra Savini

Cara Alessandra, lei affronta diversi argomenti che ruotano attorno alla figura di Pier Paolo Pasolini. Più che dall’opinione pubblica “benpensante” e dalla morale “corrente”, il poeta fu avversato e perseguitato, fino alla morte in quello spiazzo dell’Idroscalo a Ostia, dalla destra. Preso di mira da rotocalchi come “Lo Specchio” e il “Borghese” e disturbando le prime dei suoi film in quanto omosessuale e intellettuale di sinistra. Forse fu la mano fascista a ucciderlo (le indagini in quella direzione finirono nel nulla) eppure Pasolini quando parlava dei “neri” preferiva attaccare la sinistra. Nel suo libro “Invano” Filippo Ceccarelli ha ricordato questa sua frase: “Non abbiamo fatto nulla perché i fascisti non ci fossero. Li abbiamo solo condannati gratificando la nostra coscienza. In realtà ci siamo comportati con i fascisti (parlo soprattutto di quelli giovani) razzisticamente: abbiamo cioè frettolosamente e spietatamente voluto credere che essi fossero predestinati a essere fascisti, e di fronte a questa decisione del loro destino non ci fosse niente da fare. Li abbiamo subito accettati come rappresentanti inevitabili del Male”. Quanto sono attuali queste parole soprattutto se confrontate con l’antifascismo di comodo tirato fuori ai nostri giorni, in mancanza di altri argomenti, per demonizzare i politici e i governi che non piacciono. Su immigrati e immigrazione oggi nessuno può sapere che tipo di giudizio ne avrebbe dato Pasolini. Certo, non avrebbe detto e scritto sull’argomento nulla di scontato o banale. Per questo ci manca molto.

Antonio Padellaro

“I diritti? Per il presidente non contano”

Manuela D’Avila, 37 anni, giornalista brasiliana e bisnonni napoletani, è stata candidata alla vicepresidenza della Repubblica dal Partito comunista del Brasile, insieme al candidato presidente Fernando Haddad, del Partito dei Lavoratori di Lula. L’accoppiata Haddad-D’Avila, sebbene uscita sconfitta, ha preso più di 47 milioni di voti alle recenti elezioni presidenziali, vinte dal candidato di destra Jair Bolsonaro.

Bolsonaro si insedierà solo il primo gennaio prossimo, ma tra i primi atti della sua presidenza ha annunciato l’estradizione del terrorista italiano Cesare Battisti, sempre negata da Lula. È d’accordo?

Fino adesso si teneva conto del fatto che Battisti aveva diritto a un processo con tutte le garanzie e il rispetto delle regole processuali che il governo Lula aveva ritenuto non rispettate. Adesso Bolsonaro ha un’altra visione.

In Italia, soprattutto a sinistra, non si usa fare l’analisi delle sconfitte elettorali, voi vi siete chiesti perché i brasiliani vi hanno voltato le spalle?

Il candidato che avrebbe vinto le elezioni è stato incarcerato, attraverso il potere giudiziario stanno mettendo in galera in America latina tutti i leader progressisti, inoltre l’austerità imposta dal governo golpista ha provocato un aggravamento della crisi economica: in Brasile ci sono 14 milioni di disoccupati e 5 milioni di bambini sono sotto la soglia di povertà innestando una profonda insicurezza sociale.

Lei è stata vittima di una campagna di fake news intorno alle quali è ruotata l’intera contesa elettorale: quanto ha pesato sui risultati?

Un peso enorme, ma non è stata solo un’aggressione mediatica, a questa è stata associata la tecnologia di Big data, per far arrivare notizie false ben mirate a persone vulnerabili.

Un ministro in carica nel nuovo governo ha detto apertamente che i militanti della sinistra dovrebbero essere uccisi, lei stessa e perfino la sua bambina di 45 giorni siete state vittime di aggressioni, pensa che in Brasile stia tornando il vecchio regime?

Non il vecchio ma un nuovo regime apparentemente democratico, ma autoritario nella sostanza che sta assumendo i connotati di una grande violenza sociale.

Definirebbe Bolsonaro un sovranista?

Se fosse europeo direi di sì, ma il Brasile vive in una situazione neocolonialista rispetto agli Stati Uniti, è un Paese ancora sottosviluppato, nel governo ci sono militari, latifondisti, esponenti delle chiese evangeliche ma il ministro dell’Economia è un Chicago boys.

Eppure Matteo Salvini è stato tra i primi a congratularsi con il nuovo presidente che ha annunciato una prossima visita in Italia: si sta preparando un’internazionale della nuova destra?

Non di destra, ma dell’ultradestra anti-democratica, si fanno dibattiti e si organizzano iniziative comuni con Orbán e Salvini, ma anche con esponenti sudamericani come Uribe in Colombia e Kast in Cile.

Dai Proletari armati alla fuga in Francia: poi la grazia di Lula

L’estradizione dell’ex membro del Pac (Proletari Armati per il Comunismo) è una delle promesse che il presidente brasiliano Jair Bolsonaro aveva pronunciato in campagna elettorale.

Condannato in contumacia all’ergastolo in Italia, per quattro omicidi risalenti alla metà degli anni Settanta, l’ex membro dei Pac si era inizialmente rifugiato in Francia, protetto dalla “dottrina Mitterrand”, il sistema che tutelava coloro i quali si riteneva avessero subito un giudizio non equo in virtù delle leggi speciali contro il terrorismo.

La dottrina francese però è stata superata negli anni 2000 e, nonostante una campagna di solidarietà in Francia, Battisti è fuggito in Brasile nel 2004, dove è stato arrestato nel 2007 e rimasto in carcere fino al giugno 2011.

Nel 2009 il Tribunale Supremo Federale (Stf) aveva autorizzato la sua estradizione in Italia, ma la decisione fu bloccata da Luiz Inácio Lula da Silva. Dopo la decisione da parte della Stf di respingere un ricorso dell’Italia, Battisti è stato scarcerato, ottenendo in agosto il permesso di residenza permanente. Il presidente brasiliano uscente Michel Temer, che si è insediato dopo l’impeachment della presidente Dilma Rousseff (quello che la sinistra brasiliana definisce un “golpe”) aveva manifestato l’anno scorso l’intenzione di estradare Battisti in Italia. Il 4 ottobre 2017, Battisti è stato fermato nello Stato di Mato Grosso del Sud, accusato di voler fuggire dal Brasile, e ha l’obbligo di residenza nello Stato di San Paolo.

Nel frattempo il procuratore generale brasiliano della Repubblica, Raquel Dodge, ha argomentato che la decisione di non estradare Battisti era “un atto altamente politico”. Una tesi accolta oggi dal giudice Lux che, sottolineando la natura “strettamente politica” di quella decisione, ha quindi affermato che il nuovo presidente potrà rivederla.

Salvini punta a Battisti per arrivare a Bolsonaro

“Grazie presidente @jairbolsonaro. Se serve prendo il primo volo per riportare finalmente in Italia un delinquente condannato all’ergastolo”. Così Matteo Salvini saluta la notizia della richiesta di arresto per Cesare Battisti. Ieri sera il presidente uscente, Michel Temer, ha firmato il decreto per l’estradizione. E il leader leghista non vede l’ora di andarlo a prendere “impacchettato” appena la polizia brasiliana lo prenderà. Seppure con tutte le variabili del caso, ai vertici della Lega e del Viminale, la “gita” in Brasile la stanno preparando.

C’è persino chi si spinge a ipotizzare che ci sarebbe un aereo militare pronto a partire con Salvini a bordo. Ma quel che è certo è che il ministro dell’Interno in questa missione sarà accompagnato da Luis Roberto di San Martino Lorenzato di Ivrea, deputato eletto all’estero (ripartizione America meridionale), amico personale del presidente brasiliano, vero mediatore “sotterraneo” dei rapporti tra i due Paesi. Per adesso, comunque, in Italia si aspettano notizie, visto che Battisti è considerato latitante dalle autorità brasiliane, perché si trova “in una località ignota e non determinata”, secondo fonti della Polizia federale, citate dal sito del Globo. Il suo avvocato, Igor Sant’Anna Tamasauskas, però non ha confermato la sua latitanza: “Si tratta di una decisione personalissima che deve prendere”. I rapporti tra Bolsonaro e Salvini appaiono sempre più stretti e confidenziali. Lo scambio di tweet di ieri è eloquente. “Un ergastolano che si gode la vita, sulle spiagge del Brasile, alla faccia delle vittime, mi fa imbestialire! Renderò grande merito al presidente Bolsonaro se aiuterà l’Italia ad avere giustizia, ‘regalando’ a Battisti un futuro nelle patrie galere”, ha scritto Salvini. Pronta risposta: “Che tutto si normalizzi in tempi brevi nel caso di questo terrorista assassino difeso dai compagni degli ideali brasiliani. Conta su di noi!”

Il legame tra i due non è un’improvvisazione dell’ultimo momento. Si è sviluppato proprio su Twitter: con la solidarietà di Salvini a Bolsonaro dopo il suo ferimento durante un appuntamento elettorale e poi con i tweet dei figli del presidente indirizzati al ministro. Ma a introdurre il leader del Carroccio al neo presidente è stato proprio San Martino Lorenzato di Ivrea, classe 1971, marchese, italo-brasiliano. D’altra parte, italiano di terza generazione è pure il presidente neo-eletto.

I due si sono incontrati perché entrambi provenienti da famiglie di produttori agricoli, 3 anni fa. E sono diventati amici. È stato lo stesso Lorenzato, oggi in Commissione Esteri, a consegnare a Bolsonaro la lettera di auguri di Salvini prima del ballottaggio. E sarebbe stato sempre lui a mediare (informalmente) per conto del governo italiano per ottenere l’estradizione di Battisti. L’ambasciatore italiano in Brasile, Antonio Bernardini, l’ha visto ufficialmente solo dopo la sua elezione. Tanto è vero che in quell’incontro ha ricordato che Salvini era stato “il primo al mondo” a congratularsi. D’altra parte, l’ambasciatore rappresenta l’Italia e Lorenzato rappresenta la Lega. Un sistema di relazioni parallelo, come accade già alla Farnesina, dove il ministro degli Esteri, Moavero rappresenta il Paese e Guglielmo Picchi, Sottosegretario del Carroccio, è una sorta di ministro ombra della Lega. Non a caso, Lorenzato è uno dei suoi uomini.

A proposito di reti internazionali che crescono, Salvini è appena stato in Israele dove ha stretto un asse di ferro con Netanyahu, che andrà alla cerimonia di insediamento del presidente del Brasile, a inizio anno. Salvini è stato invitato e gli piacerebbe molto partecipare, ma il tempo stringe e l’organizzazione non è ancora partita. Un viaggio di Stato in Brasile, però, è già in programma: si sta iniziando a ragionare sulla data e sul programma. D’altra parte, l’internazionale di ultradestra, che va da Trump a Putin, passando per Orbán, pur con i dovuti distinguo, passa anche di là.

I senatori contro Trump: niente stampella ai sauditi

Uno sganassone all’Arabia Saudita e uno al principe ereditario Mohammad bin Salman, alias Mbs. E due moniti al presidente Usa Donald Trump, che, per amore d’affari con Ryad, ignora i rapporti della Cia sulle responsabilità di Mbs nell’omicidio del giornalista e oppositore Jamal Khashoggi.

Il Senato degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione di condanna del principe ereditario, ritenuto “responsabile” dell’omicidio avvenuto, con modalità raccapriccianti, nel consolato saudita di Istanbul il 2 ottobre. Con 56 voti a favore e 41 contro, i senatori hanno anche approvato una risoluzione per mettere fine al sostegno militare americano all’Arabia Saudita nella guerra nello Yemen, un conflitto combattuto con armi occidentali, fra cui bombe italiane, da una coalizione internazionale sunnita contro insorti sciiti locali, gli Houthi. Il conflitto, che va avanti dal 2014, ha fatto migliaia di vittime fra i civili e ha causato una grave carestia, di cui la popolazione sta soffrendo. Una decina di repubblicani ha votato con i democratici o non erano presenti in aula. L’iniziativa anti-saudita sarà discussa anche alla Camera, ma non prima di gennaio, quando s’insedierà il nuovo Congresso uscito dal voto di mid-term del 6 novembre – alla Camera, i democratici saranno allora maggioranza –. È però probabile che la mossa del Congresso resti senza conseguenze: il presidente può, infatti, vanificarla, ponendo il veto; e Trump ha più volte espresso sostegno a Ryad che compra armi agli Usa per oltre cento miliardi di dollari in dieci anni ed è alleata di Washington (e d’Israele) nel contenere l’Iran. Il voto del Senato degli Stati Uniti coincide con l’annuncio di fonti Onu d’un patto tra la coalizione a guida saudita e gli Houthi: le truppe degli uni e degli altri lasciano la città portuale di Hudaydah, un centro cruciale nello scacchiere bellico, e instaurano un cessate-il-fuoco in tutta la provincia. È forse un passo verso una soluzione politica del sanguinoso conflitto, che potrebbe persino sfociare in una nuova spaccatura del Paese, fino al 1990 diviso tra Nord e Sud. Con i sauditi ci sono emiratini, egiziani e altri; i ribelli hanno l’appoggio dell’Iran. La grana saudita non è l’unico guaio del presidente Trump. La condanna del suo ex avvocato personale Michael Cohen e le mosse del procuratore speciale Robert Mueller danno l’impressione che il cerchio del Russiagate si stia stringendo. Il presidente deve pure colmare il vuoto creato alla Casa Bianca dall’uscita di scena del capo dello staff John Kelly. Ai nomi che già circolano si sono aggiunti nelle ultime ore quello dell’ex governatore del New Jersey Chris Christie e di David Bossie, già vice-manager della campagna elettorale, mentre, dopo Nick Ayers, è uscito di scena anche l’altro favorito, il deputato Mark Meadows. E c’è chi fa il nome del ‘primo genero’, Jared Kushner. A casa Trump, non gira bene neppure per Melania, la first lady, la cui popolarità è in caduta libera: un sondaggio della Cnn la segnala al 43% dal 54% nei favori degli americani, il punto più basso dall’insediamento.

Noi, madri dei jihadisti

Aziza Sayah è una donna alta e robusta. Ha tre figli, la pelle color oro, 52 anni ma, sarà per i tanti capelli neri e folti che le cadono sulle spalle, gliene avrei dati dieci in meno. Quando mi apre la porta noto che porta un filo di rossetto rosa sulle labbra e, ai piedi, scarpe da ginnastica. È trafelata. È appena rientrata a casa dopo il lavoro. Da qualche tempo le cose per lei vanno meglio. Sta imparando a gestire l’assenza, ha lavorato sui sensi di colpa che l’hanno tormentata per mesi e anche la depressione, che è esplosa subito dopo che Sami l’ha abbandonata, ora sembra più sopportabile.

Tunisina di origine, è nata in Francia come d’altra parte i suoi tre figli, due ragazze e un ragazzo. Mi racconta che la sua famiglia è di Sousse, sulla costa vicino ad Hammamet dove villeggiavano alcuni italiani famosi e certi politici negli anni Settanta e Ottanta. Lì i suoi genitori hanno una bella casa dove Aziza va in vacanza in estate. In Francia, invece, Aziza e i suoi figli vivono in una casa al secondo piano di un palazzo popolare di Sevran, 50.000 abitanti a nordest di Parigi. Zone come queste le chiamano banlieue, periferie. Qui i palazzi sono quasi tutti nuovi, popolari, di sei o sette piani e gli ascensori sono spesso rotti. A Sevran, il controllo del territorio da parte della criminalità è radicato e, negli anni, il fenomeno non sembra essersi mitigato, nonostante nel quartiere siano arrivate molte famiglie della classe media che come quella di Aziza hanno scelto di lasciare Parigi e – grazie allo sviluppo della Rer, il trenino che collega la città con le banlieue – di spostarsi a vivere fuori città.

La casa di Aziza ha due camere da letto. Una è la sua (è sola da quando ha divorziato dal marito), l’altra è quella di Sami, suo figlio più giovane che ha frequentato il liceo nel quartiere ma poi, al contrario delle sue due sorelle, non ha fatto l’università. A vent’anni anni ha cercato l’indipendenza. Si è diplomato e ha trovato lavoro come portiere in un condominio di Sevran. È stato nominato “il più giovane portiere dell’Île-de-France”, mi spiega la mamma.

Sami è morto il 9 marzo 2013 in Siria mentre pattugliava l’ingresso di una città conquistata dall’Isis. È morto da jihadista, da combattente islamico con passaporto occidentale. Sami non era un praticante. Non lo è mai stato. Prima di radicalizzarsi nel 2013 beveva alcol, usciva con varie ragazze, amava divertirsi e fare festa. E come tutti i giovani era probabilmente in cerca di risposte e di un’identità. Non ci sono giustificazioni che diano sollievo ad Aziza. Lei è piena di dubbi e domande. “L’unica certezza che ho è che a spingere mio figlio in Siria non sia stata solo la religione, l’islam. Ma anche il mancato riconoscimento di se stesso nella nostra società e la volontà di vendicare i più deboli prendendo parte a qualcosa di grande. Il tutto è avvenuto nella mia Francia, una Repubblica in cui non c’è più comunità, ma solo lotta sfrenata tra individui soli”.

Quentin amava lo sport, la musica, aveva un sacco di interessi. Poi un giorno non è più tornato. “È morto da martire”

Anche Véronique Roy vive a Sevran. Conosce Aziza e con lei porta avanti la sua lotta quotidiana, iniziata nel 2014 quando suo figlio Quentin è partito per l’Iraq ed è morto martire. Véronique – come d’altra parte quasi tutte le madri di foreign fighters – ha ricevuto una telefonata con la quale si congratulavano con lei per il decesso di suo figlio. “Tuo figlio è morto da martire”, dicono il più delle volte. Poi niente, poi riattaccano. “Amava lo sport, la musica, aveva un sacco di interessi. Poi un giorno è andato in Germania e non è più tornato. Abbiamo saputo tempo dopo che era andato in Siria. Lo vorrei prendere tra le mie braccia, ma non posso più farlo. è molto difficile per me parlarne, ma la cosa peggiore è restare in silenzio. Abbiamo bisogno d’aiuto”.

Con una lettera datata 3 marzo 2016 – a nome di Aziza e di tutti i parenti colpiti dal problema – Véronique lancia un’accusa contro il sindaco di Sevran e rivolgendosi a lui si domanda: “Quanto tempo dovrà passare affinché prendiate in considerazione di proporre una soluzione durevole al problema della radicalizzazione dell’islam nel nostro Comune, in nome dei valori umani, cittadini e repubblicani ce voi dovreste rappresentare e difendere?”.

Il reclutatore di Quentin, il figlio di Véronique, è all’origine dell’indottrinamento di altri giovani partiti per la Siria da Sevran esattamente come lo è il reclutatore di Sami, il figlio di Aziza. Per oltre cinque anni lei e le altre mamme ne hanno denunciato la pericolosità. Ma in molti hanno fatto finta di non vedere. Specie quando si trattava di musulmani. “Hanno detto: ‘Ma sì, va bene così, se ne vadano pure, tanto si ammazzeranno tra loro’. Poi però…”.

Numerose mamme di foreign fighters confermano tutte la stessa cosa: gli enti locali non le hanno mai aiutate mentre i propri figli si radicalizzavano. Per colmare questo profondo vuoto, le mamme dei jihadisti occidentali si sono dovute armare. Per rispondere alle domande senza risposta, per trovare conforto e comprensione, per scovare i reclutatori nei quartieri delle città, per vendicare i propri figli, per avere giustizia, per combattere la radicalizzazione dei giovani. Per tutte queste ragioni, tante donne come Véronique e Aziza hanno fondato delle associazioni di genitori e parenti vittime della radicalizzazione: per chiedere al governo, da una parte, di investire sulle politiche di prevenzione e, dall’altra, per il sostegno legale ai parenti in difficoltà e quello psicologico per le mamme distrutte come loro.

“Da quando Sami è morto ho iniziato a chiedere che gli fosse riconosciuto lo status di vittima”. Veronique e Aziza denunciano questo: “Nessun ente pubblico ha mai versato un euro per sostenerci. Mai una donazione. Io comunque non li avrei voluti i loro soldi”. E rilanciano chiedendo ai governi di distinguere tra terrorismo e radicalizzazione, tra radicalizzati e terroristi. “Nel caso di Strasburgo parlano di un giovane che è stato nel sistema carcerario, proprio come molti altri che hanno compiuto attentati in Europa. Perché non si fanno una domanda? Continuano a mandare i jihadisti pentiti in carcere, condannano giovani invece di capire che si tratta di giovani persi che vanno aiutati”.

“Oggi sono disgustata dal governo. Cosa ha fatto per prevenire Strasburgo? Niente”

Stando al censimento dell’International Centerfor Counter-Terrorism (Icct) dell’Aia sarebbero circa 5.000 i foreign fighters che dai Paesi dell’Unione europea sono partiti per raggiungere la Siria. Hanno tra i 16 e i 26 anni e sono immigrati di seconda e terza generazione. In pochi mesi hanno cambiato vita: hanno abbandonato la loro casa, le proprie madri, le abitudini, gli amici e ogni altro sogno in terra occidentale. La maggioranza dei foreign fighters, 2.800 circa, è partita da questi soli quattro Paesi europei: Belgio, Francia, Germania e Regno Unito. La Francia è uno dei Paesi che se la passa peggio. Non a caso, dal solo piccolo Comune di Sevran, dove vivono Véronique e Aziza, a nord di Parigi, i giovani arruolatisi in quegli anni nell’Is sono 15. È di fronte a tali numeri che nel 2014 interviene per primo il Consiglio di sicurezza dell’Onu esprimendo “preoccupazione” nella risoluzione 2178 per l’esodo di combattenti occidentali. “Gli Stati membri dell’Onu – scrive il Consiglio – devono intervenire immediatamente con azioni volte alla de-radicalizzazione dei giovani nelle città e nei quartieri”.

Il 12 novembre scorso, durante l’attentato a Strasburgo, Aziza era distratta da altro. Non passa più le giornate davanti al notiziario terrorizzata dall’idea di sentire una notizia su Sami. “Oggi non guardo neanche più la televisione, sono arrabbiata e delusa. Ogni volta la stessa cosa, se ne parla solo quando c’è un attentato. Sono disgustata dalla mancanza di volontà da parte del governo francese in tema di lotta contro la radicalizzazione tra i giovani. A cinque anni di distanza dalla morte di Sami , mi rendo conto che io e molte altre mamme di foreign fighters siamo state prese in giro dal governo che continua a ignorarci e a non riconoscerci un ruolo nella lotta contro la radicalizzazione dei giovani nelle nostre città”.

A oggi, i governi si dichiarano incapaci di dare assistenza a questa generazione dimenticata e apparentemente già data per spacciata. A supportare nelle loro battaglie le madri dei jihadisti come Véronique c’è solo la buona volontà di loro stesse e la capacità di trasformare il dolore in forza, facendo rete intorno al problema della radicalizzazione nelle nostre città. Ognuna di queste donne conduce una piccola parte della grande lotta contro l’estremismo violento. È una sfida che nasce da una tragica esperienza personale ma si combatte all’interno della società per far comprendere a tutti questo nuovo male che affligge i nostri giovani. Proprio come le donne che combattono la mafia, Aziza e le altre combattono l’islamismo radicale: “Oggi è questa la nostra rivoluzione. Il nostro jihad”.

Oggi il 5° atto: schierati 8 mila poliziotti per i Gilet gialli

A un mese dall’inizio della protesta, i Gilet gialli sono di nuovo attesi nelle strade: “Non è il momento di cedere”, diceva ieri Éric Drouet sul profilo di France en Colère. Non ora che Macron ha cominciato a fare marcia indietro su alcune misure, prima fra tutte la carbon tax, e a fare le prime concessioni. Ma i francesi cominciano a essere stanchi dei blocchi sulle rotatorie. I commercianti sono ancora sotto choc. Parigi, ma anche Bordeaux, Tolosa, Marsiglia, contano i danni delle devastazioni di sabato scorso.

Nessuno sa cosa aspettarsi dalla mobilitazione di oggi. I Gilet hanno nuove rivendicazioni emerse dagli ultimi sondaggi online: il taglio delle tasse su tutti i beni di prima necessità, il ricorso al referendum popolare, la creazione di un’“assemblea dei cittadini” composta da persone estratte a sorte. Se i Gilet “liberi” di Jacline Mouraud invitano a passare dalla protesta al tavolo dei negoziati, con i dibattiti locali di tre mesi voluti dal governo che partono proprio oggi, i più determinati non hanno pensato di fermarsi neanche dopo l’attentato di Strasburgo. Gli appelli alla “ragione” passano inosservati. Ieri il prefetto di Parigi, Michel Delpuech, ha indicato che nella Capitale sarà instaurato un dispositivo di sicurezza “simile” a quello di una settimana fa: 8 mila agenti e una dozzina di blindati. “Dobbiamo prepararci al peggio”. Da Bruxelles, Macron ha esortato il Paese a “tornare alla normalità”.

Mercatino e luci: la città torna alla normalità

La cappa di piombo si è sciolta, la città è tornata a vivere. Traffico sui viali che circondano il centro, strade affollate: “Sì certo, siamo tutti sollevati ma la paura c’è ancora, un pazzo è stato eliminato ma possono essercene altri”, dice una signora impegnata nello shopping.

Il mercato di Natale è stato riaperto ma solo fino alle 20. Locali e turisti si sottopongono volentieri ai controlli sui ponticelli da cui si accede alla Grande Ile, il centro storico della capitale alsaziana che ieri ha accolto il presidente Emmanuel Macron venuto a rassicurare tutti. Le tensioni restano. C’è chi ripete: “Era solo un folle, la religione non c’entra, e poi l’ha visto anche lei, l’ha fatto arrestare un altro musulmano, il tassista, e un altro ancora, il garagista afghano, è stato ucciso”. E c’è chi va a sputare davanti alla porta crivellata di colpi al 74 di rue du Lazaret, periferia sud est, quartiere Sud-Est, dove il 29enne Chérif Chekatt è stato colpito a morte giovedì sera dopo che aveva sparato contro la pattuglia che l’aveva intercettato mentre camminava, zoppicando, per la strada: “Sì, sono francesi come noi ma non si integrano”. Ma davanti a quella porticina bucherellate passano anche signore velate che si raccolgono per mezzo secondo in preghiera: “Era un fedele, l’hanno usato”.

Ci vorrà un po’ per capire come sono andate le cose. “Chekatt ha commesso degli errori”, ha sentenziato ieri il potente sottosegretario agli Interni Laurent Nuñez, l’ex capo dell’Antiterrorismo della polizia (Dgsi) che molti considerano il vero ministro dell’Interno, chiamato al governo da Macron dopo le dimissioni di Gerard Collomb. Ma qualche errore sembra averlo commesso anche la Dgsi, i cui ufficiali martedì mattina avevano accompagnato la Gendarmerie a perquisire il Chekatt, a conferma del loro interesse per un personaggio noto per le 27 condanne per furti e reati comuni, indagato per una banale rapina, ma anche schedato con la fiche S che indica i pericoli per la sicurezza dello Stato perché “islamista radicalizzato”.

L’uomo non era a casa e forse gli specialisti hanno sottovalutato l’esplosivo, il fucile e il presunto documento jihadista. Giovedì, poi, un’imponente operazione dei corpi speciali è stata organizzata dopo che Chekatt era stato segnalato in rue d’Epinal, vicino alla casa di suo padre, dove l’aveva lasciato il tassista che poi ha spiegato tutto alla polizia. Ma il killer lì non c’era. L’ha individuato diverse ore più tardi una pattuglia della Bst, la Brigade specialisée de terrein, un’articolazione della polizia territoriale. E non i corpi speciali di un Paese che ha scelto il massimo della centralizzazione in materia di Antiterrorismo.

Addio ad Antonio, voce dell’Europa senza confini

Antonio che era innamorato dell’Europa e voleva raccontarla alla radio. Antonio che sorrideva felice con le cuffie e il microfono. Antonio che non stava nella pelle prima di andare a Strasburgo a lavorare qualche mese per Europhonica, un network di 90 web radio universitarie di tutti i Paesi dell’Unione. Antonio che da quattro anni voleva bene a Luana. Antonio che non perdeva mai la pazienza con chi non era d’accordo con lui. Antonio che aspettava il tesserino da pubblicista e ora l’Ordine dei giornalisti del Trentino lo consegnerà ai suoi familiari.

Perché Antonio Megalizzi, trentino, 28 anni, non ce l’ha fatta. È lui la quarta vittima dell’assassino che martedì sera si è messo a sparare al mercatino di Natale di Strasburgo, il più antico del mondo, visitato ogni anno da due milioni di persone, nel cuore della città che ospita il Parlamento europeo, nel giorno di una seduta plenaria in cui si parlava anche di terrorismo.

Il giovane italiano è morto ieri nel reparto di rianimazione chirurgica al terzo piano dell’ospedale di Hautepierre. Appena fuori dalla brasserie “Les Savons d’Helène”, in rue Sainte Helene, Antonio era stato colpito da un proiettile che si è infilato alla base del cranio, i medici hanno detto subito che non era operabile. Le due amiche e colleghe che hanno assistito alla scena hanno descritto alla polizia la freddezza del killer, che sparava senza batter ciglio, poi sono tornate in Italia e sono ancora sottochoc. Con loro c’era un giovane polacco, Bartosz Orent-Niedzielski, 35 anni, che vive a Strasburgo da quando era ragazzino: studioso della lingua yiddish, attivista per i diritti Lgtb e per la Palestina, anche lui si è beccato un proiettile alla testa ed è ricoverato nello stesso reparto, gravissimo, assistito dalla fidanzata francese.

Ci sono storie e volti di mezzo mondo tra le vittime della follia assassina di Chérif Chekatt, il ladruncolo trasformatosi in jihadista fai-da-te che giovedì sera è stato poi ucciso dalla polizia francese. C’è il commerciante thailandese Anupong Suebsmarn, 45 anni, che visitava Strasburgo con la moglie. C’è il garagista afghano che era scappato dalla guerra e dai talebani Kamal Nagchchband, anche lui 45enne, quattro figli, i cui funerali sono stati celebrati ieri nella moschea Eyyub Sultan. C’è il bancario Pascal Verdenne, 61 anni, da uno in pensione, che usciva dalla presentazione di un libro di due giornalisti di Le Monde ed è stato ammazzato sotto casa dell’anziana madre. E purtroppo il conto dei morti potrebbe salire.

Dal presidente Sergio Mattarella alle forze politiche e al mondo della cultura, dello spettacolo, dello sport, tutta l’Italia ha partecipato al dolore di Domenico e Annamaria Megalizzi, il papà e la mamma di Antonio, che dal primo momento sono stati accanto al figlio. Ieri all’ospedale di Hautepierre sono arrivati il console e l’ambasciatrice d’Italia, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha chiamato il padre del giovane, un ferroviere calabrese emigrato in Trentino.

Loro, i Megalizzi, da giorni respingono come possono l’assalto dei cronisti. Per tutti parla Danilo Moresco, il padre di Luana, la fidanzata di Antonio, proprietario di un ristorante a Trento. Anche lui si è precipitato a Strasburgo. “Siamo distrutti – ha detto ieri sera – ma impareremo dalla forza che aveva Antonio ad affrontare la vita”. Per lui era come un figlio: “Era una bella persona, con la sua intelligenza e il suo amore per la vita. Era un ragazzo senza paura, lui voleva capire e ascoltare ed era bravo a far parlare le persone davanti a un microfono”. Antonio e Luana, racconta, “erano innamorati dell’Europa, e capitava anche che ne discutessimo in casa. Avevamo visioni diverse, ma Antonio mi arricchiva con la sua cultura e trasmetteva gioia. Mia figlia è irriconoscibile, è demolita, come la famiglia di Antonio”. “Sono entrato nel reparto dove c’erano le famiglie di tre feriti gravi di tre nazionalità diverse unite nel dolore per colpa di un assassino”. Moresco è preoccupato per la famiglia di Antonio: “Non so cosa succederà, ho paura per come potrebbero reagire”.

 

I lavori legati agli stanziamenti “Sono sempre stati a singhiozzo”

Abbiamo perso almeno sei mesi” ha detto ieri Giovanni Lunardon, capogruppo del Pd della Regione Liguria, facendo eco a Raffaella Paita (sempre Pd) parlando del Terzo Valico. Non è esattamente così. Ci sono stati dei rallentamenti, come in passato. Anche con governi di altro colore politico. Ma i lavori, seppur a ritmo ridotto, vanno avanti.

Lo dimostra, purtroppo, l’incidente di una settimana fa. Un operaio, Egidio Martino, è morto nei cantieri del Terzo Valico. “Abbiamo avuto degli stop per le opere accessorie soprattutto in Piemonte. Non solo: si sono fermate le ruspe impegnate nelle gallerie tra Cravasco e Castagnola”, sostengono ditte realizzatrici della grande opera a cavallo tra Liguria e Piemonte. Il problema è soprattutto finanziario: “Il quinto lotto doveva ricevere il denaro il 2 maggio, sette mesi fa. Costruire un tunnel è complesso, non puoi piantarlo a metà. Così continui, ma i conti vanno a farsi benedire”. I soldi per il Terzo Valico, però, sono sempre arrivati a singhiozzo: “Gli stanziamenti, secondo le previsioni originarie, dovrebbero avvenire a distanza di un anno uno dall’altro. Per i primi due lotti la scadenza è stata rispettata, per il terzo c’è stato un ritardo di 23 mesi, per il quarto di 4 mesi”.

Il Terzo Valico è la linea ferroviaria – essenzialmente merci – che dovrebbe collegare Genova e il porto alla Pianura Padana: 53 km per 6,2 miliardi. La fine dei lavori era prevista per il 2023. Finora, è stato ultimato meno del 30%. Come ha ricordato il ministro Danilo Toninelli , il primo lotto è vicino al 90%, secondo, terzo e quarto vanno dal 60 al 20%. Da anni la tattica dei sostenitori dell’opera è proseguire finché non sia impossibile lo stop. Così è stato. Giovedì Toninelli ha pubblicato l’analisi costi-benefici insieme all’analisi tecnico-giuridica sull’opera. La prima è negativa per 1,5 miliardi, la seconda invece presenta il rischio di penali tali da non poterla fermare: “Al miliardo e mezzo già speso va aggiunto almeno un decimo del valore residuo del contratto per le penali – ha detto Toninelli – quindi 463 milioni da risarcire al contraente generale (Cociv)”. Ci sono poi i lavori affidati a terzi, visto che Cociv realizza l’opera in proprio solo per il 40%. In tutto, un miliardo per le penali e 200 milioni per il ripristino dei luoghi: 2,5 miliardi per restare con un buco nella montagna. Problemi noti però da anni, quando il M5s prometteva di fermarla. I No-Terzo Valico non l’hanno presa bene: su Facebook è stata pubblicata una foto di Di Maio e altri ministri pentastellati definiti ‘traditori’.

“Alcuni esponenti del M5s dicono che facendo il Terzo Valico si eviterà la Gronda. È folle, i due progetti non c’entrano niente uno con l’altro”, sorride amaro Tino Balduzzi, statistico e avversario del tunnel. Aggiunge: “C’è chi sostiene che nei porti del nord Europa sono capaci di mobilitare 8 mila teu (l’unità di misura dei container) al giorno per ogni nave. Che occorre arrivare a quei livelli. Si dice che Genova, scaricando le merci e trasportandole via treno, può diventare porto di riferimento per Svizzera e Germania. Ma è assurdo pensare che i Paesi del Nord concedano le ferrovie per fare concorrenza ai propri porti”. I fautori dell’opera sostengono che la pendenza ridotta rispetto all’attuale consentirebbe di trasportare le merci su convogli più lunghi. Quindi meno costosi. Una cosa è certa: ci sono voluti 30 anni – con inchieste su appalti, infiltrazioni mafiose e amianto –, ma oggi il Terzo Valico rischia di nascere già vecchio.