Aziza Sayah è una donna alta e robusta. Ha tre figli, la pelle color oro, 52 anni ma, sarà per i tanti capelli neri e folti che le cadono sulle spalle, gliene avrei dati dieci in meno. Quando mi apre la porta noto che porta un filo di rossetto rosa sulle labbra e, ai piedi, scarpe da ginnastica. È trafelata. È appena rientrata a casa dopo il lavoro. Da qualche tempo le cose per lei vanno meglio. Sta imparando a gestire l’assenza, ha lavorato sui sensi di colpa che l’hanno tormentata per mesi e anche la depressione, che è esplosa subito dopo che Sami l’ha abbandonata, ora sembra più sopportabile.
Tunisina di origine, è nata in Francia come d’altra parte i suoi tre figli, due ragazze e un ragazzo. Mi racconta che la sua famiglia è di Sousse, sulla costa vicino ad Hammamet dove villeggiavano alcuni italiani famosi e certi politici negli anni Settanta e Ottanta. Lì i suoi genitori hanno una bella casa dove Aziza va in vacanza in estate. In Francia, invece, Aziza e i suoi figli vivono in una casa al secondo piano di un palazzo popolare di Sevran, 50.000 abitanti a nordest di Parigi. Zone come queste le chiamano banlieue, periferie. Qui i palazzi sono quasi tutti nuovi, popolari, di sei o sette piani e gli ascensori sono spesso rotti. A Sevran, il controllo del territorio da parte della criminalità è radicato e, negli anni, il fenomeno non sembra essersi mitigato, nonostante nel quartiere siano arrivate molte famiglie della classe media che come quella di Aziza hanno scelto di lasciare Parigi e – grazie allo sviluppo della Rer, il trenino che collega la città con le banlieue – di spostarsi a vivere fuori città.
La casa di Aziza ha due camere da letto. Una è la sua (è sola da quando ha divorziato dal marito), l’altra è quella di Sami, suo figlio più giovane che ha frequentato il liceo nel quartiere ma poi, al contrario delle sue due sorelle, non ha fatto l’università. A vent’anni anni ha cercato l’indipendenza. Si è diplomato e ha trovato lavoro come portiere in un condominio di Sevran. È stato nominato “il più giovane portiere dell’Île-de-France”, mi spiega la mamma.
Sami è morto il 9 marzo 2013 in Siria mentre pattugliava l’ingresso di una città conquistata dall’Isis. È morto da jihadista, da combattente islamico con passaporto occidentale. Sami non era un praticante. Non lo è mai stato. Prima di radicalizzarsi nel 2013 beveva alcol, usciva con varie ragazze, amava divertirsi e fare festa. E come tutti i giovani era probabilmente in cerca di risposte e di un’identità. Non ci sono giustificazioni che diano sollievo ad Aziza. Lei è piena di dubbi e domande. “L’unica certezza che ho è che a spingere mio figlio in Siria non sia stata solo la religione, l’islam. Ma anche il mancato riconoscimento di se stesso nella nostra società e la volontà di vendicare i più deboli prendendo parte a qualcosa di grande. Il tutto è avvenuto nella mia Francia, una Repubblica in cui non c’è più comunità, ma solo lotta sfrenata tra individui soli”.
Quentin amava lo sport, la musica, aveva un sacco di interessi. Poi un giorno non è più tornato. “È morto da martire”
Anche Véronique Roy vive a Sevran. Conosce Aziza e con lei porta avanti la sua lotta quotidiana, iniziata nel 2014 quando suo figlio Quentin è partito per l’Iraq ed è morto martire. Véronique – come d’altra parte quasi tutte le madri di foreign fighters – ha ricevuto una telefonata con la quale si congratulavano con lei per il decesso di suo figlio. “Tuo figlio è morto da martire”, dicono il più delle volte. Poi niente, poi riattaccano. “Amava lo sport, la musica, aveva un sacco di interessi. Poi un giorno è andato in Germania e non è più tornato. Abbiamo saputo tempo dopo che era andato in Siria. Lo vorrei prendere tra le mie braccia, ma non posso più farlo. è molto difficile per me parlarne, ma la cosa peggiore è restare in silenzio. Abbiamo bisogno d’aiuto”.
Con una lettera datata 3 marzo 2016 – a nome di Aziza e di tutti i parenti colpiti dal problema – Véronique lancia un’accusa contro il sindaco di Sevran e rivolgendosi a lui si domanda: “Quanto tempo dovrà passare affinché prendiate in considerazione di proporre una soluzione durevole al problema della radicalizzazione dell’islam nel nostro Comune, in nome dei valori umani, cittadini e repubblicani ce voi dovreste rappresentare e difendere?”.
Il reclutatore di Quentin, il figlio di Véronique, è all’origine dell’indottrinamento di altri giovani partiti per la Siria da Sevran esattamente come lo è il reclutatore di Sami, il figlio di Aziza. Per oltre cinque anni lei e le altre mamme ne hanno denunciato la pericolosità. Ma in molti hanno fatto finta di non vedere. Specie quando si trattava di musulmani. “Hanno detto: ‘Ma sì, va bene così, se ne vadano pure, tanto si ammazzeranno tra loro’. Poi però…”.
Numerose mamme di foreign fighters confermano tutte la stessa cosa: gli enti locali non le hanno mai aiutate mentre i propri figli si radicalizzavano. Per colmare questo profondo vuoto, le mamme dei jihadisti occidentali si sono dovute armare. Per rispondere alle domande senza risposta, per trovare conforto e comprensione, per scovare i reclutatori nei quartieri delle città, per vendicare i propri figli, per avere giustizia, per combattere la radicalizzazione dei giovani. Per tutte queste ragioni, tante donne come Véronique e Aziza hanno fondato delle associazioni di genitori e parenti vittime della radicalizzazione: per chiedere al governo, da una parte, di investire sulle politiche di prevenzione e, dall’altra, per il sostegno legale ai parenti in difficoltà e quello psicologico per le mamme distrutte come loro.
“Da quando Sami è morto ho iniziato a chiedere che gli fosse riconosciuto lo status di vittima”. Veronique e Aziza denunciano questo: “Nessun ente pubblico ha mai versato un euro per sostenerci. Mai una donazione. Io comunque non li avrei voluti i loro soldi”. E rilanciano chiedendo ai governi di distinguere tra terrorismo e radicalizzazione, tra radicalizzati e terroristi. “Nel caso di Strasburgo parlano di un giovane che è stato nel sistema carcerario, proprio come molti altri che hanno compiuto attentati in Europa. Perché non si fanno una domanda? Continuano a mandare i jihadisti pentiti in carcere, condannano giovani invece di capire che si tratta di giovani persi che vanno aiutati”.
“Oggi sono disgustata dal governo. Cosa ha fatto per prevenire Strasburgo? Niente”
Stando al censimento dell’International Centerfor Counter-Terrorism (Icct) dell’Aia sarebbero circa 5.000 i foreign fighters che dai Paesi dell’Unione europea sono partiti per raggiungere la Siria. Hanno tra i 16 e i 26 anni e sono immigrati di seconda e terza generazione. In pochi mesi hanno cambiato vita: hanno abbandonato la loro casa, le proprie madri, le abitudini, gli amici e ogni altro sogno in terra occidentale. La maggioranza dei foreign fighters, 2.800 circa, è partita da questi soli quattro Paesi europei: Belgio, Francia, Germania e Regno Unito. La Francia è uno dei Paesi che se la passa peggio. Non a caso, dal solo piccolo Comune di Sevran, dove vivono Véronique e Aziza, a nord di Parigi, i giovani arruolatisi in quegli anni nell’Is sono 15. È di fronte a tali numeri che nel 2014 interviene per primo il Consiglio di sicurezza dell’Onu esprimendo “preoccupazione” nella risoluzione 2178 per l’esodo di combattenti occidentali. “Gli Stati membri dell’Onu – scrive il Consiglio – devono intervenire immediatamente con azioni volte alla de-radicalizzazione dei giovani nelle città e nei quartieri”.
Il 12 novembre scorso, durante l’attentato a Strasburgo, Aziza era distratta da altro. Non passa più le giornate davanti al notiziario terrorizzata dall’idea di sentire una notizia su Sami. “Oggi non guardo neanche più la televisione, sono arrabbiata e delusa. Ogni volta la stessa cosa, se ne parla solo quando c’è un attentato. Sono disgustata dalla mancanza di volontà da parte del governo francese in tema di lotta contro la radicalizzazione tra i giovani. A cinque anni di distanza dalla morte di Sami , mi rendo conto che io e molte altre mamme di foreign fighters siamo state prese in giro dal governo che continua a ignorarci e a non riconoscerci un ruolo nella lotta contro la radicalizzazione dei giovani nelle nostre città”.
A oggi, i governi si dichiarano incapaci di dare assistenza a questa generazione dimenticata e apparentemente già data per spacciata. A supportare nelle loro battaglie le madri dei jihadisti come Véronique c’è solo la buona volontà di loro stesse e la capacità di trasformare il dolore in forza, facendo rete intorno al problema della radicalizzazione nelle nostre città. Ognuna di queste donne conduce una piccola parte della grande lotta contro l’estremismo violento. È una sfida che nasce da una tragica esperienza personale ma si combatte all’interno della società per far comprendere a tutti questo nuovo male che affligge i nostri giovani. Proprio come le donne che combattono la mafia, Aziza e le altre combattono l’islamismo radicale: “Oggi è questa la nostra rivoluzione. Il nostro jihad”.